Bergoglio e la comunione dei santi

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di Gianfranco Amato

Durante l’udienza generale del 2 febbraio 2022, tenuta in Vaticano, un brivido è passato lungo la schiena di molti partecipanti nell’udire alcune parole pronunciate da Bergoglio. Quest’ultimo aveva scelto di svolgere una una catechesi su San Giuseppe. Il tema era in particolare quello su San Giuseppe e la comunione dei santi. Fin qui niente di male. Il punto è che, dopo un lungo preambolo di un livello teologico particolarmente basso – si è persino spiegato che la comunione dei santi non riguarda i santi che fanno la comunione – lo stesso Bergoglio si è incartato su una questione dottrinale non da poco.

Utilizzando sempre il metodo del cosiddetto “linguaggio semplice”, il papa argentino ha posto a se stesso una domanda retorica, parlando in terza persona: «Padre, pensiamo a coloro che hanno rinnegato la fede, che sono degli apostati, che sono i persecutori della Chiesa, che hanno rinnegato il loro battesimo: anche questi sono a casa?». Risposta di Bergoglio: «Sì, anche questi, anche i bestemmiatori, tutti. Siamo fratelli: questa è la comunione dei santi». Apprendiamo, quindi, che anche il sedicente cantante Achille Lauro, dopo l’ennesima performance blasfema al Festival di San Remo, farebbe parte della comunione dei santi.

Ora, sappiamo ormai da anni che la teologia non è il piatto forte di Bergoglio, ma i fedeli cattolici avrebbero diritto ad un papa che quantomeno conoscesse il Catechismo sul quale dice di aver studiato da bambino, ovvero quello di un Papa santo: Pio X. Anche il papa Giuseppe Sarto amava formulare le domande, e infatti il suo Catechismo era strutturato in forma dialogica con domande e risposte.

Vediamo, quindi, che cosa ha studiato l’attuale pontefice da bambino. Domanda 224: «Chi sono quelli che non appartengono alla comunione dei santi?». Risposta: «Non appartengono alla comunione dei santi nell’altra vita i dannati ed in questa coloro che si trovano fuori della vera Chiesa». Domanda 225: «Chi sono quelli che si trovano fuori della vera Chiesa?». Risposta: «Si trovano fuori della vera Chiesa gli infedeli, gli ebrei, gli eretici, gli apostati, gli scismatici e gli scomunicati». Risulta abbastanza chiaro anche, appunto, ad un bambino.

Non è che il Concilio Vaticano II abbia abrogato questa verità di fede. Del resto, anche il catechismo ratzingeriano del 1992, pur utilizzando termini più dotti e aulici, ribadisce il concetto. Al punto 948, infatti, spiega che  «il termine “comunione dei santi” ha due significati, strettamente legati: comunione alle cose sante (sancta) e comunione tra le persone sante (sancti)». Per evitare che personaggi improbabili possano venire annoverate tra i santi – come ha fatto Bergoglio ­– lo stesso catechismo precisa che i fedeli che si considerano «sancti» sono solo coloro «che si nutrono del Corpo e del Sangue di Cristo (sancta) per crescere nella comunione dello Spirito Santo (Koinonia) e comunicarla al mondo». Difficile fare rientrare in questa categoria anche «apostati, persecutori della Chiesa, rinnegatori del battesimo e bestemmiatori».

Resta da comprendere quali siano i veri motivi che spingono quello che viene ritenuto l’attuale capo della Chiesa cattolica a disorientare i fedeli. Si tratta di semplice ignoranza teologica o vi è il preciso intento di scardinare il depositum fidei, il Magistero e la Tradizione? Come diceva il grande giurista romano Aulio Gellio nella sua opera Notti Attiche, «veritas filia temporis», la verità è figlia del tempo. Non resta che attendere, registrando per ora lo sconcerto e lo scuotimento della fede non solo da parte di tanti laici ma anche di sempre più numerosi sacerdoti e religiosi.

La catechesi di Bergoglio nella citata udienza generale del 2 febbraio 2022 è stata interrotta da un imprevisto fuoriprogramma. Uno dei partecipanti, un uomo evidentemente alterato, si è messo ad urlare in inglese: «Questa non è la Chiesa di Dio». È stato ovviamente accompagnato fuori dai gendarmi vaticani, ai quali il contestatore non ha opposto nessuna resistenza. L’episodio è stato liquidato come incidente dovuto ad uno squilibrato. Forse lo era davvero. O forse no.

Contro la plutocrazia torniamo alla Politica

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Il Vicedirettore di Informazione Cattolica ha parlato di questo editoriale nel corso della trasmissione radiofonica su RPL di ieri

L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per www.informazionecattolica.it  

IL MATTARELLA-BIS RAPPRESENTA LA CILIEGINA SULLA TORTA DELLA PLUTOCRAZIA, IN DANNO ALLA POLITICA, INTESA COME ARTE DELL’AMMINISTRARE IL BENE COMUNE

Il Mattarella-bis rappresenta la ciliegina sulla torta della Plutocrazia, in danno alla Politica, intesa come arte dell’amministrare il bene comune. Essa è “il predominio nella vita pubblica di individui o gruppi finanziari che, grazie alla disponibilità di enormi capitali, sono in grado d’influenzare in maniera determinante gli indirizzi politici dei rispettivi governi”. Il paradosso, il dramma decadente o forse la dimostrazione di collusione subordinata è che i partiti, in Parlamento, applaudano per ben 54 volte.

Il Dizionario di Politica del 1940, prodotto dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, in quattro volumi, contiene le riflessioni di ben 247 insigni studiosi di differenti scuole di pensiero. In merito, si legge che “specie nei regimi democratici la plutocrazia ha trovato modo di estendere e consolidare il suo potere: basti pensare all’America ed in special modo agli Stati Uniti, ove, prevalendo proprio la morale del guadagno, l’etica della ricchezza, la subordinazione degli interessi morali e politici a quelli economici, è assai comune“. E poi: “internazionalista per la tutela e lo sviluppo dei propri affari, la plutocrazia è, di solito, pacifista, filantropa, umanitaria“.

E’ andata completamente perduta la sana dottrina di S. Tommaso d’Aquino, che definiva la politica come scienza di ciò che è l’uomo in quanto animale sociale, che deve essere e fare (“agere sequitur esse“), orientandosi verso un determinato fine (“omne agens agit propter finem“) che è la salvezza dell’anima.

La morale sociale o politica si fonda sulla metafisica che ci fa conoscere la vera natura dell’uomo, creatura spirituale e immortale, che deve saper discernere il bene dal male secondo i criteri stabiliti da Dio, che trascende il mondo, è maestro, legislatore e giudice dell’umanità, nonché autore della legge morale oggettiva e obbligatoria. La politica non ha nulla a che fare con la “partitica”.

Noi non possiamo non fare politica” – diceva San Pio X, perché “la politica confina con l’altare” – affermava Pio XI. Il cristiano e l’essere umano non può non fare politica, ma non deve essere neppure un “demo(nio)-cristiano”, poiché egli non solo è per natura animale sociale ma è stato elevato all’ordine soprannaturale, perciò deve occuparsi non solo del proprio bene, ma anche di quello comune, in vista del benessere comune temporale, subordinato a quello soprannaturale.

Sant’Agostino Aurelio nelle Confessioni, lib. III, cap. 8 scriveva come fosse un dovere dell’uomo la sua dimensione sociale, perché “una parte che non armonizza col tutto è deforme”, un piede slogato o un dito moncato non sta bene lui e non fa sentir bene tutta la persona. Il liberismo è il piede slogato e l’organo deforme della Società civile con la quale non vuole vivere in armonia, data la filosofia individualista alla quale si rifà e che lo rende autolesionista o masochista, slogato, doloroso e addolorante per gli altri.

La Politica, secondo S. Tommaso è una scienza (“scire per causas“) e non una “mascherata” o una “grande abbuffata”. Una scienza architettonica che serve a coordinare tutte le altre scienze pratiche, affinché nella Società regni l’ordine e non il caos della sovversione globalista e mondialista. la politica è una virtù, non una passione o peggio un vizio, anzi la più nobile delle virtù cardinali-morali, che riguarda il ben agire dell’uomo in campo sociale, poiché l’uomo è stato creato da Dio come animale socievole e non deve disinteressarsi della res publica, societas o polis.

L’esperienza attesta che i valori dello Spirito presto o tardi trionfano. Come notava il filosofo francese Charles-Louis de Secondat, barone di Montesquieu (1689-1755), in Considerazioni sulle cause della grandezza dei Romani (IV) a proposito della guerra dell’opulenta Cartagine contro Roma proletaria: “l’oro e l’argento finiscono; ma la virtù, la costanza, la forza e la povertà non s’esauriscono mai”.

 

La virtù della fiducia nei tempi di confusione

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Un articolo che condividiamo, pur essendo su posizioni dottrinali differenti

Segnalazione di Corrispondenza Romana

del Prof. Roberto de Mattei

La virtù forse più necessaria nei tempi di confusione è quella soprannaturale della speranza che eleva lo sguardo al Cielo, nel desiderio di ottenerlo. La speranza ci allontana dal frastuono del mondo e verticalizza per così dire la nostra anima, comunicandole il senso dell’eterno che ci fa giudicare dall’alto le cose del mondo. La forma più perfetta di speranza è la fiducia, o confidenza in Dio, che san Tommaso definisce «spes roborata», «una speranza fortificata da una solida convinzione» (Summa Theologiae, II-IIae, q. 129, art. 6 ad 3).

La differenza tra speranza e fiducia – afferma nel suo celebre Libro della Fiducia il padre Thomas de Saint-Laurent (1879-1949) – non è di natura, ma solo di grado e di intensità. «Le luci incerte dell’alba e quelle abbaglianti del sole a mezzogiorno fanno parte della stessa giornata. Così la fiducia e la speranza appartengono alla stessa virtù: l’una non è che il pieno sviluppo dell’altra».

Il Concilio di Trento ci insegna che dobbiamo tutti porre in Dio un’incrollabile confidenza (Canones et decreta, sessio VI, c. 13). Con questa virtù noi confidiamo non solo nell’onnipotenza di Dio, ma nel suo amore per noi nelle ore di confusione. La speranza infatti «non lascia confusi» (Rom. 5, 5).

Molte anime chiedono la grazia della fiducia ad un’immagine venerata sotto questo titolo nel Seminario Romano al Laterano. La storia di questa devozione è legata alla Serva di Dio suor Chiara Isabella Fornari, nata a Roma nel 1697, clarissa e poi badessa nel convento di S. Francesco a Todi. Morì il 9 dicembre 1744, all’età di 47 anni, in concetto di santità. Ebbe grazie mistiche, visioni ed estasi, tra cui la partecipazione alla Passione del Signore.

Suor Chiara Isabella Fornari nutriva una devozione particolare verso un’immagine di forma ovale, che rappresenta la Madonna con Gesù Bambino che col braccio sinistro indica la sua SS.ma Madre, mentre col destro la abbraccia. Nel Seminario Romano si conserva un documento scritto in pergamena in cui si attribuiscono a suor Chiara Isabella queste parole: «La divina Signora si è degnata concedermi che ogni anima, che con fiducia si presenterà a questa immagine, troverà una vera contrizione dei suoi peccati con un vero dolore e pentimento ed otterrà dal suo divinissimo Figliolo un generale perdono di tutti i peccati, Di più questa mia divina Signora, con amore di vera madre, si è compiaciuta assicurarmi che ogni anima che rimirerà questa sua Immagine, gli concederà una particolare tenerezza e devozione verso di Lei» (Mons. Roberto Masi, La Madonna della Fiducia, Tip. Sallustiana, Roma 1948, p. 29).

Il direttore spirituale di suor Chiara era il padre gesuita Giammaria Crivelli, della sede di Perugia del Sant’Uffizio, che seguiva anche altre due mistiche umbre: santa Veronica Giuliani (1660-1727) e la clarissa cappuccina Suor Maria Lanceata Morelli di Montecastrilli (1704-1762). Padre Crivelli fu guarito da grave malattia dopo aver pregato davanti all’immagine mariana e ne fece realizzare una copia che portò con sé al Collegio Romano dei gesuiti, dove si trasferì. Il quadro rimase nei locali del Collegio, che nel 1774, dopo la soppressione dei gesuiti, furono occupati dal Seminario Romano, nato nel 1565 in attuazione dei decreti del Concilio di Trento. Da allora la storia di questa sacra immagine è legata al Seminario Romano.

Quando, nel 1837, divampò in Italia e nello Stato pontificio una grave epidemia di colera, i seminaristi, i superiori e gli alunni del Seminario chiesero alla Madonna della Fiducia, sotto forma di voto, di ottenere protezione per sé e i loro più stretti congiunti. Tutti furono risparmiati dal morbo e per sciogliere il voto fu offerta una preziosa lampada che ancora oggi arde ininterrottamente davanti alla sacra immagine. L’anno successivo, due corone d’oro furono solennemente imposte alla Madonna della Fiducia dal cardinale Carlo Odescalchi, vicario generale di Gregorio XVI. Ciò avvenne il 14 ottobre 1838, nella residenza estiva del Seminario, la villa “La Pariola”, che nel 1576 era stata donata dal cardinale Ugo Boncompagni, futuro papa Gregorio XIII, alla Compagnia di Gesù, come “casa ad uso di villeggiatura”. Il 20 ottobre 1863, la Pariola, da cui prese nome il quartiere Parioli che le è sorto intorno, ebbe l’onore di una visita del beato Pio IX, che concesse in perpetuo la possibilità di lucrare l’indulgenza di 300 giorni mediante la recita delle Litanie Lauretane davanti alla Madonna della Fiducia. Nel 1920 la villa fu acquistata dal conte Ludovico Taverna, che nel 1948 la cedette agli Stati Uniti, che ne hanno fatto la residenza del proprio ambasciatore in Italia.

La sera del 3 novembre 1913 i giovani del Seminario Romano entrarono nel nuovo Palazzo del Laterano. La Cappella della Madonna della Fiducia venne inaugurata, al termine di un solenne triduo, il 6 gennaio 1917 dal cardinale Oreste Giorgi, che consacrò anche il nuovo altare. In occasione dell’inaugurazione fu cantato per la prima volta l’inno O Maria quant’è felice, composto dal Maestro Raffaele Casimiri su testo di don Alfredo Ottaviani (il futuro Cardinale Prefetto del Sant’Uffizio). (http://www.seminarioromano.it/images/audio/Spartito-inno-Fiducia.pdf; Audio: https://www.facebook.com/Schola-Cantorum-Janua-Coeli-Monteiasi-89635116048/videos/o-maria-quant%C3%A8-felice-rcasimiri-aottaviani/1341436586823/). Il Santo Padre Benedetto XV partecipò ai festeggiamenti indulgenziando la giaculatoria Mater mea Fiducia mea.

Durante la Prima Guerra Mondiale il Seminario impetrò con un voto la salvezza dei suoi alunni, che erano stati arruolati in 111. Solo uno morì, alla vigilia dell’armistizio, e il voto, nel rispetto della misteriosa volontà divina, fu sciolto il 12 Maggio 1920 con l’ornamento di una preziosa raggiera.

La devozione alla Madonna della Fiducia fu stimolata da molti santi direttori del Seminario Romano, come san Vincenzo Pallotti (1795-1850), il Servo di Dio Oreste Borgia (1840-1914), il Servo di Dio Pier Carlo Landucci (1900-1986). Mons. Landucci, direttore spirituale nel Seminario dal 1935 al 1942, è autore di testi di profonda spiritualità, tra cui un libro su Maria SS. nel Vangelo (Paoline, Roma 1954), che costituì uno straordinario omaggio a quella Madonna della Fiducia, alla cui devozione aveva educato sette generazioni di seminaristi. Egli affermava che tutti gli uomini sono chiamati alla santità e se è peccato di disperazione la sfiducia di salvarsi l’anima, manca contro la speranza anche chi non mira alla santità eroica alla quale il Signore certamente lo chiama (Formazione seminaristica moderna, Borla, Torino 1962, pp. 336-337).

Nella cappella del Seminario Romano, la Madonna della Fiducia ancora oggi infonde con il suo sguardo materno speranza e coraggio a tutti coloro che non rinunziano a cercare l’eroica santità che il Signore richiede a tutti nelle tenebre del nostro tempo.

L’invalidità delle consacrazioni episcopali post-conciliari

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di Matteo Castagna

Si parla di un problema reale, sottovalutato o incompreso in gran parte del mondo della cosiddetta tradizione, perché particolarmente scomodo, e neppure valutato in altri ambienti. Purtroppo, la DRASTICA RIDUZIONE DELLA VISIBILITA’ DELLA CHIESA comporta riti invalidi, poche vere Messe offerte nel mondo, e pochi cattolici realmente tali. Il teologo recentemente scomparso, don Anthony Cekada ha realizzato un panphlet, in cui con linguaggio chiaro e paragoni logici, spiega l’invalidità delle consacrazioni episcopali riformate nello spirito e nelle formule nel 1968, che comportano l’invalidità delle ordinazioni sacerdotali. L’autore del testo qui sotto aggiunge una parte finale dedicata alla Tesi di Cassiciacum, cui noi non aderiamo. Il Magistero Perenne della Chiesa e le spiegazioni di don Cekada appaiono sufficienti a riconoscere quanto risulta evidente nei fatti.

Segnalazione del Centro Studi Federici

Del tutto invalido e assolutamente nullo. Il rito di consacrazione episcopale del 1968 
 
Il Centro librario Sodalitium ha già in passato pubblicato in italiano le opere di don Cekada (Non si prega più come prima e Frutto del lavoro dell’uomo) e adesso presenta in un opuscolo, questi due articoli (risalenti al 2006 e 2007) sulla questione dei nuovi riti di ordinazione. Don Cekada, scomparso nel 2020, si è sempre interessato alle questioni liturgiche e già nel 1981 scrisse un articolo in The Roman Catholic sul49 l’invalidità del nuovo rito di ordinazione sacerdotale. Questo portò poi, dopo varie vicissitudini, nel 1983 all’uscita dalla Fraternità dei “nine bad priests” (i nove cattivi preti, come vennero chiamati). Si può quindi dire con verità che la questione dell’invalidità degli ordini sacri secondo il nuovo rito, ha interessato il nostro autore fin dal principio del suo ministero sacerdotale. 
Questa questione è estremamente importante poiché ha delle conseguenze dottrinali e pratiche che toccano la vita spirituale e la salvezza eterna dei cattolici: se infatti un prete o vescovo non è validamente ordinato ne consegue che i sacramenti che amministra sono per la maggior parte invalidi. In questi due articoli il nostro confratello americano affronta unicamente la questione della validità della nuova formula della consacrazione episcopale, che è il gradino più alto del sacramento dell’Ordine. Nel primo articolo spiega perché la nuova formula è da considerarsi invalida e nel secondo risponde ad alcune obiezioni che gli sono state fatte dopo la pubblicazione del primo articolo. Pio XII, nel 1947, con costituzione apostolica Sacramentum ordinis, per fugare ogni dubbio, aveva definito che era necessaria, per la validità del sacramento, solo l’imposizione delle mani ed il prefazio, e non più la “tradizione degli strumenti”. Questa definizione aprirà poi purtroppo la strada (non per volontà di Pio XII ma dei novatori che sono venuti dopo) con la riforma liturgica a seguito del Concilio Vaticano II, all’abolizione della consegna degli strumenti e poi degli stessi ordini minori che nel rito di conferimento hanno appunto come materia e forma la sola tradizione degli strumenti. Questo spiega perché don Cekada nel suo studio analizzi unicamente la questione della invalidità della nuova formula di consacrazione episcopale dimostrando che essa non ha niente a che vedere con le formule (valide) degli Orientali e che le sue parole non esprimono adeguatamente il potere episcopale che viene conferito, concludendo così alla assoluta invalidità e nullità del rito di Paolo VI. 
Sarebbe interessante uno studio accurato su tutto il nuovo rito di ordinazione con tutte le preghiere e i riti che lo compongono e non soltanto limitato alla forma, poiché le orazioni e i riti che stanno intorno significano a volte e specificano le formule stesse. 
Padre Guérard des Lauriers non ha trattato direttamente la questione dell’invalidità dei nuovi riti di ordinazione mentre ha invece trattato ampiamente la questione dell’invalidità del NOM (Novus Ordo Missæ), prima nel Breve esame critico del NOM e poi nello studio Réflexion sur le Novus Ordo Missæ (pubblicato in francese dal nostro Centro Librario nel 2019) che non ebbe il tempo di completare, ma si può dire che la questione è da lui abbordata indirettamente e per analogia con la nuova messa. Nel B.E.C. scriveva: «Le parole della Consacrazione, quali sono inserite nel contesto del Novus Ordo, (…) possono non esserlo [valide] perché non lo sono più ex vi verborum o più precisamente in virtù del modus significandi che avevano finora nella Messa», quindi un cambiamento della forma che ne mutasse il senso la renderebbe invalida (come insegna la rubrica del Messale Romano). Questo principio può essere applicato per analogia anche al nuovo rito di ordinazione episcopale di cui trattano i presenti due articoli di don Cekada. Però padre Guérard concludeva, nei suoi studi, non con la certezza dell’invalidità di diritto del N.O.M. ma con il dubbio sulla sua validità [il N.O.M. è dubbiosamente valido], il che comporta nella prassi che esso sia da ritenersi invalido quindi assolutamente 50 nullo (poiché per la validità dei sacramenti bisogna essere tuzioristi). 
Era poi l’argomento “en sagesse” cioè dall’alto, che risolveva definitivamente la questione concludendo alla nullità di fatto della Nuova Messa e per analogia, potremmo dire delle nuove formule di ordinazione. Don Bernard Lucien, presentando lo studio di padre Guérard sul N.O.M., scriveva così: «Il N.O.M. e i suoi effetti, ora manifestati a tutti gli osservatori hanno una causa: l’intenzione che ne è all’origine. Padre Guérard mostra che tramite questa via, con tutti i dati che possediamo su Paolo VI, possiamo ottenere una certezza oggettiva della non-validità del N.O.M. (e non più soltanto una certezza soggettiva che porta sull’utilizzo del N.O.M.) [e qui per analogia possiamo dire la stessa cosa per i nuovi riti di ordinazione] (…). Padre Guérard studia in dettaglio il caso di Paolo VI, partendo dall’osservazione dei suoi atti. Prova che ciò che succedeva sotto questo Pontificato, e che il Papa sembrava disapprovare, in realtà lo voleva. Da questa osservazione ben chiara derivano la non consistenza di questa (pseudo-) autorità e la non-validità del N.O.M. [e sempre per analogia dei nuovi riti di ordinazione]: non-validità fondata, insieme, sull’identità tra l’intenzione del papa e ciò che oggettivamente è significato (il N.O.M. è equivoco) e sull’inesistenza di una promulgazione autentica che avrebbe garantito questi riti con l’infallibilità del Magistero ordinario» (GUÉRARD DES LAURIERS, Réflexion sur le Novus Ordo Missæ, ed C.L.S. Verrua Savoia 2019, Prefazione pag. XII). 
Ecco quindi l’argomento ex sapientia; dall’alto, la mancanza di autorità in Paolo VI, e la spiegazione della Tesi di Cassiciacum, illuminano e chiarificano definitivamente il problema dell’invalidità del N.O.M. e dei nuovi riti di ordinazione. Questo argomento completa quindi, a nostro avviso, con saggezza l’interessante analisi della nuova formula di ordinazione che don Antony Cekada presenta con la sua abituale competenza e facilità divulgativa in questi due articoli. 
Possa la lettura di questo libretto illuminare le menti di molti fedeli – e dei sacerdoti in particolare – sulla gravità della situazione in cui si trova la Chiesa a causa delle riforme che sono state fatte in seguito al Concilio Vaticano II e che rendono invalidi e nulli la maggior parte dei sacramenti amministrati con il nuovo rito di Paolo VI (si salvano, se correttamente amministrati, il battesimo e il matrimonio). 
don Ugolino Giugni 
 
Anthony Cekada, Del tutto invalido e assolutamente nullo. Il rito di consacrazione episcopale del 1968. Gli ordini sacri secondo il nuovo rito di Paolo VI sono validi? C.L.S. Verrua Savoia 2021, pagg. 68, € 6,00.
 
 
 

Don Bonifacio, vittima dei comunisti titini

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Biografia di don Francesco Bonifacio (Pirano, 7 settembre 1912 – 11 ? settembre 1946)
Francesco nasce a Pirano il 7 settembre 1912 da Giovanni Bonifacio e Luigia Busdon. È secondogenito di sette tra fratelli e sorelle. La famiglia, semplice e povera, vive in decorosa modestia, in intensa laboriosità e in sereno abbandono al Signore. La chiesa di San Francesco, officiata dai frati francescani conventuali, è il centro della loro vitacomunisti religiosa.
Qui Francesco viene preparato ai sacramenti ed è chierichetto assiduo ed esemplare. D’estate, durante le vacanze, frequenta l’oratorio Domenico Savio detto «I salesiani» e il circolo San Giorgio, prima come aspirante e poi come effettivo di Azione cattolica. La confessione settimanale e la comunione quotidiana ritmano la sua vita. Avverte così fin da piccolo la vocazione al sacerdozio. Incoraggiato dal parroco monsignor Giorgio Maraspin, entra nel seminario interdiocesano minore di Capodistria nel 1924.
La sua vita di seminarista è caratterizzata da obbedienza ai superiori, rispetto, ma anche riservatezza con i condiscepoli, disponibilità ad aiutare tutti, apertura all’amicizia.
Nel 1932, compiuti gli studi ginnasio-liceali a Capodistria, frequenta il seminario teologico centrale di Gorizia. Trascorre poi parte degli ultimi anni del quadriennio teologico a Capodistria, come prefetto di disciplina, ma in sostanza come amico di tanti giovani.
Monsignor Carlo Magotti, arcivescovo di Gorizia e amministratore apostolico di Trieste e Capodistria, gli conferisce il 27 dicembre 1936, nella cattedrale di San Giusto, l’ordine sacerdotale. Il 3 gennaio 1937, percorsa Carrara di Raspo addobbata a festa e invasa dalla popolazione, si reca nel duomo di San Giorgio di Pirano dove celebra la sua prima messa solenne.
Il suo primo breve incarico pastorale si svolge nella stessa Pirano. Quanti lo conoscono notano in lui, dopo l’ordinazione, quasi una trasformazione fisica che suscita richiamo ed esercita fascino.
L’1 aprile 1937 viene nominato da monsignor Margotti sussidiario capitolare, vicario corale e cooperatore a Cittanova, dove rimane circa due anni. Si inserisce rapidamente nella vita cittadina. Il suo impegno pastorale si svolge nella chiesa, nell’insegnamento del catechismo, nel contatto con i giovani (Azione cattolica giovanile, filodrammatica, attività ricreative), nei rapporti con la gente comune (pescatori, agricoltori, anziani, ammalati, poveri).
Il suo trasferimento nel 1939 è un duro «calvario» per lui, per i giovani e per la gente. L’1 luglio, infatti, viene nominato, da monsignor Antonio Santin vescovo di Trieste e Capodistria, cappellano esposto nella curazia di Villa Gardossi.
La curazia conta circa 1300 anime, è costituita da tante piccole frazioni o casolari sparsi su di un territorio collinare tra Buie e Grisignana, disteso a semicerchio sui tre crinali che dal monte Cavruie degradano fino a Baredine, Punta e Luzzari. Qui don Francesco si stabilisce con la mamma, il fratello Giovanni, la sorella Romana e, temporaneamente d’estate, la nipote Luciana Fonda.
Il suo impegno pastorale si estende sistematicamente a tutta la realtà parrocchiale. A piedi (talvolta in bicicletta), ogni pomeriggio, raggiunge le frazioni più lontane e i casolari più remoti. Insegna la dottrina a gruppi di bambini nei luoghi più isolati, nei cortili, nelle aie, nelle cucine coloniche. Visita le case dei poveri, portando qualche aiuto sottratto perfino al modesto desco familiare; bussa con il bastone alle porte degli anziani e degli ammalati, chiede notizie dei sofferenti. La sua parola disadorna, semplice ma efficace, piace alla gente.
Mantiene contatti costanti, fin che le condizioni ambientali lo consentono, con il vescovo. Coltiva i rapporti anche con i confratelli preti delle parrocchie vicine di Buie, Cittanova, di Grisignana, di Veteneglio e di Villanova di Quieto. Ogni sabato e vigilia di festività, con qualunque tempo, si reca a Buie per confessare.
La guerra, scarsamente avvertita prima, investe l’Istria a partire dal 1943. Dopo l’insurrezione popolare, caotica e sanguinosa, seguita all’armistizio dell’8 settembre 1943, dopo la l’occupazione dell’Istria da parte dei tedeschi, Villa Gardossi, con le sue case sparse sulle colline boscose, diventa un rifugio ideale per i partigiani e quindi luogo privilegiato di scontro fra le parti contendenti. La popolazione civile si trova stretta fra il movimento popolare di liberazione slavo (O.F. cioè Osvobodilna Fronta) da un alto e i tedeschi con le forze collaborazioniste (della Rsi, ndr) dall’altro (piccole guarnigioni locali e la cosiddetta «stazione X» a Buie).
Don Francesco affronta con coraggio e determinazione la difficile e pericolosa situazione che si è creata. Si prodiga per soccorrere tutti (italiani e slavi), si interpone tra le parti in lotta per aiutare amici e nemici, per impedire esecuzioni sommarie, per dare sepoltura cristiana a quanti sono vittime dell’odio e delle vendette più feroci, per difendere le case e le proprietà dai saccheggi e dalla distruzione, per ospitare, a rischio della vita, fuggiaschi e sbandati.
Finita la guerra ufficiale, tornano a casa i superstiti dei campi di prigionia e dei vari fronti, ma inizia l’epoca delle vendette e degli odi etnico-nazionali. Le foibe diventano permanente, macabra e terrorizzante minaccia. Si profila l’incubo dell’esilio forzato. Iniziano gli anni difficili dell’insediamento dell’amministrazione jugoslava con l’acquisizione e l’applicazione teorico-pratica del comunismo sovietico contro la religione, la chiesa, i sacerdoti e i fedeli.
La propaganda antireligiosa e materialista in Istria viene sostenuta e diffusa a ogni livello; gli atti antireligiosi e le limitazioni alla pratica religiosa sono innumerevoli. Essi raggiungono il culmine con l’aggressione e il ferimento del vescovo monsignor Santin, di altri sacerdoti e con l’uccisione di Miro Bulešić a Lanischie nel 1947. 
Con l’occupazione slavo-titina anche la vita di Villa Gardossi muta radicalmente. Le autorità popolari, attivamente fiancheggiate anche da alcuni paesani, costituiscono comitati popolari, organizzano conferenze e comizi ideologicamente caratterizzati, intimidiscono quanti si dimostrano circospetti o incerti rispetto alla nuova realtà: controllano la società paesana attraverso una rete di informatori, riservano sinistre e minacciose attenzioni a don Francesco e ai fedeli, cercano di coinvolgerlo nell’appoggio alle liste di proscrizione dei presunti «criminali fascisti» e ai disegni annessionistici jugoslavi, frappongono crescenti difficoltà al libero esercizio del ministero sacerdotale.
Don Francesco avverte con chiarezza la mutata situazione, ma riprende con nuovo vigore la sua paziente e saggia opera pastorale. Quanto più si vede impacciato o impedito nell’esercizio del suo ministero, tanto più si prodiga per escogitare nuove formule organizzative e modalità operative: organizza gli incontri catechestici di casa in casa, riunendo più famiglie; convoca le riunioni formative dell’Azione cattolica in chiesa, lasciando le porte ben spalancate perché tutti possano vedere e udire.
La predicazione di don Bonifacio, sempre controllata ed equilibrata, con scarni e labili riferimenti a situazioni e personaggi concreti, ma non astratta e generica, consente di cogliere alcuni aspetti salienti della vita socio-politica del momento e precisi segnali di un tragico e imminente futuro. La sua fermezza, la sua dedizione, il suo prestigio, la sua capacità di leadership (riesce a «polarizzare intorno a sé tutta la popolazione»; la gioventù del paese «non segue la propaganda di ateismo e le iniziative del regime» ma «è con lui») sono avvertiti con disappunto dalle autorità popolari. Egli è a tutti gli effetti un prete «scomodo», un pastore dal grande ascendente spirituale, un supposto oppositore («difende coraggiosamente la fede della sua gente dall’ateismo che vogliono imporre») e «un ostacolo» intollerabile al progresso dell’ideologia comunista da eliminare. Di lui si parla spesso nelle riunioni del partito comunista e fra gli attivisti. L’OZNA del Buiese, infine, decide di procedere al suo arresto e a quello dei parroci di Grisignana e di Villanova del Quieto.
Don Francesco, avvertito del grave pericolo incombente e consapevole della gravità della situazione, ne parla con i suoi confratelli preti («mi stanno spiando»; «qualche cosa di male può accadermi») e al vescovo monsignor Santin a Trieste («i capi comunisti mi fanno difficoltà e mi minacciano»). Egli, tuttavia, consapevole di avere aiutato in ciò che poteva tutti, di non aver fatto nulla di male, ma solo il suo dovere, e di non avere conseguentemente nessun motivo di temere, sceglie di rimanere al suo posto perché «mai avrebbe abbandonato» i suoi fedeli ma «sarebbe morto in mezzo a loro» come un martire. La testimonianza cristiana, per don Francesco, è radicale e prevede anche la reale prospettiva del martirio «se sarà necessario».
L’11 settembre 1946 don Francesco, dopo un breve riposo pomeridiano, imbocca a piedi la «strada regia». Alle sedici si ferma a Peroi per ordinare la legna per la casa e poi prosegue verso Grisignana per la confessione. L’incontro con don Giuseppe Rocco dura alcune ore. Gli parla della difficoltà della sua curazia, della necessità di restar fedele al ministero, di accostarsi regolarmente alla confessione, di affidarsi al direttore spirituale, di seguire i consigli dell’Unione apostolica del clero.
Dopo una breve sosta in chiesa, don Rocco propone al confratello di pernottare a Grisignana; al suo diniego lo accompagna fino al cimitero di San Vito. Qui, separandosi, vedono alcune guardie popolari che escono dal cimitero. Don Rocco «raccomanda (al confratello) di andare presto a casa». Egli scegli la strada più breve per Villa Gardossi e arriva a Radani. Qui, come confermato da parecchi testimoni, viene avvicinato e fermato da due o quattro guardie popolari o soldati della polizia jugoslava. Poi, tutti assieme, dopo un «parlare concitato», si allontanano e spariscono nel bosco. Alcuni paesani che tentano di avvicinarsi al gruppetto vengono «cacciati via e minacciati». Le guardie che arrestano don Francesco sono conosciute e riconosciute dai paesani in base alla convergente testimonianza di parecchie persone.
L’11 settembre sera, non vedendolo rientrare, i familiari cominciano ad allarmarsi. Il fratello Giovanni con altri compaesani rifà il percorso verso Grisignana per rintracciare il prete e soccorrerlo nel caso di bisogno. All’avanzare dell’oscurità, le ricerche vengono sospese. Il 12 settembre mattina la notizia del fermo si diffonde rapidamente in paese, e viene confermata da più parti. Il fratello Giovanni, insieme a un amico, si reca prima al comando della polizia di Grisignana e poi a Peroi dalla sorella di una delle guardie riconosciute dai testimoni, ottenendo però solo risposte vaghe, reticenti e contraddittorie.
Nel frattempo si continuano le ricerche ispezionando i boschi della zona senza trovare alcuna traccia utile. Il 13 settembre Rocco Fonda, cognato di don Francesco, si reca dl comando della difesa popolare di Buie ottenendo ancora risposte evasive. Il 14 settembre il fratello Giovanni interpella il comando dell’OZNA di Buie senza alcun risultato, ma venendo arrestato per falso e trattenuto in carcere per tre giorni. La mamma Luigia rimane ancora un anno a Villa Gardossi, continuando le ricerche del figlio, anche al tribunale del popolo di Albona, ma senza risultato. Poi, con gli altri familiari, si trasferisce a Trieste.
In paese, intanto, si diffonde il terrore e l’intimidazione. Nessuno parla più della questione. Ancora negli anni Settanta è pericoloso occuparsi del caso Bonifacio.
Don Francesco scompare l’11 settembre 1946 e della sua morte, sicuramente violenta, non si conosce nessun particolare certo, ma solo notizie parziali, reticenti o contraddittorie. Egli sarebbe stato ucciso la notte stessa dell’arresto, attraverso modalità incerte. Anche il destino del cadavere sarebbe incerto: cremazione, infoibamento (qualche voragine della zona, foiba di Martines a Grisignana, foiba di Pisino), sepoltura.
Don Francesco, uomo mite e pacifico, «alieno da qualsiasi manifestazione di parzialità per ragioni nazionalistiche», sociali o politiche, «paga per tutti l’odio a Dio e «alla chiesa», viene ucciso «esclusivamente per il fatto di essere un sacerdote molto zelante nel suo ministero», «trova la morte solo nell’odio che i comunisti hanno verso il prete come tale». Egli è un autentico martire ucciso, vittima di odio efferato, per la fede». Il suo è «un martirio autentico in odium fidei».
Il 21 febbraio 1957 la sacra Congregazione dei Riti autorizza il vescovo di Trieste monsignor Antonio Santin a istruire il processo per la beatificazione di don Francesco Bonifacio. (…) Nella cripta del santuario Maria Madre e Regina di Monte Grisa (Trieste), il vescovo Santin dettava questa lapide: Presso questo altare che Pirano / erige in onore del suo patrono, / arda come fiamma / la memoria del suo giovane sacerdote / Francesco Bonifacio / trucidato l’11 settembre 1946 / in odio a Dio e al suo sacerdozio santo.
I triestini e gli istriani (segnatamente i cittanovesi, i piranesi e gli abitanti di Villa Gardossi-Crassizza) ricordano annualmente con ammirazione don Bonifacio, nell’anniversario del suo martirio, attraverso cerimonie religiose e manifestazioni civili.
 
 

I vescovi cattolici vittime dei lager comunisti in Romania

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Per molti decenni nei paesi comunisti dell’Est europeo centinaia di migliaia di persone, tra cui numerosissimi cattolici, furono imprigionati nelle carceri e nei gulag. Molti morirono in quei luoghi infernali, mentre in Italia il Partito Comunista Italiano negava o minimizzava questi crimini. Oggi la cultura ufficiale, nelle mani degli stessi compagni o dei loro nipotini, manipolati dai professionisti della memoria, ha rimosso il ricordo del sistema concentrazionista comunista dell’Unione Sovietica, della DDR, della Cecoslovacchia, della Romania, della Yugoslavia… Il presente comunicato si riferisce a uno dei tanti Vescovi della Chiesa Cattolica che trovarono la morte nelle carceri comuniste.
Fatto morire tra i topi del carcere: Anton Durcovici, il vescovo di Iaşi
Il martirio di Mons. Anton Durcovici, vescovo cattolico di rito latino di Iaşi morto nel carcere di Sighetu Marmaţiei durante il regime comunista.
Il vescovo che amato la chiesa e il popolo romeno
Anton Durcovici nacque in Austria nel 1888, figlio di padre croato e madre austriaca. La giovane madre rimasta vedova cadde nell’estrema indigenza e dovette emigrare in Romania per lavorare presso parenti agiati. Anton era uno dei suoi due figli e aveva solo sei anni quando emigrò. L’arcivescovo di Bucarest lo notò subito, invitandolo al seminario minore diocesano, dove spiccò per intelligenza e forza di volontà concludendo i suoi studi di cinque anni con un esame di maturità nec plus ultra. Il presule, entusiasta di questo ragazzo fuori dal comune, lo inviò a studiare a Roma. All’età di 24 anni il giovane Anton ha già preso tre dottorati: filosofia, teologia e diritto canonico. Viene ordinato sacerdote a San Giovanni in Laterano nel settembre 1910 e subito dopo torna in Romania. Scoppia però la I Guerra Mondiale e come i suoi connazionali austriaci (più tardi egli diventerà cittadino romeno a tutti gli effetti), viene internato per un paio di anni in un campo di concentramento nella piena forza della sua gioventù. Il tifo che contrasse in questo posto insalubre gli lascò segni per il resto dei suoi giorni. Nel 1924 viene nominato rettore del Seminario di Bucarest. Per diverse vicissitudini l’arcivescovo di Bucarest dovette presentare le sue dimissioni mentre calava sulla Romania la notte comunista e così mons. Durcovici si trova a dirigere il cattolicesimo della capitale da vicario generale. Inizia dunque lo scontro che lo porterà al martirio. Si nega a stilare un documento d’indipendenza di Roma e di sottomissione alle autorità civili. Alcuni (pochi, solo 3) sacerdoti corrotti lo tradiscono e lo calunniano, ma tanto basta per costruire ingiusti capi d’accusa. Pio XII lo nomina vescovo di Iasi, capitale della Moldavia, e nell’aprile 1948 viene consacrato a Bucarest. Il prestigio di mons. Durcovici è immenso e la sua posizione rimane intransigente verso le pretese comuniste di addomesticare la Chiesa cattolica. «Il martirio di Anton Durcovici, vescovo di Iaşi, non è iniziato il 26 giugno 1949, data del suo arresto brutale a Bucarest, ma quasi due anni prima, subito dopo la sua nomina di vescovo di Iaşi» come scrive Don Cornel Adrian Benchea, sacerdote di origini romene e incardinato nella diocesi di Livorono, in uno studio su mons. Durcovici dal titolo Gli ultimi anni di un martire della Chiesa cattolica di Romania. Dopo la Rivoluzione del dicembre 1989, si è potuto accedere ai dossier della ex-polizia politica comunista, tristemente nota come Securitate.
584569 e 7512: due dossier speciali sul vescovo Durcovici 
584569 è il numero del dossier personale di mons. Durcovici creato dalla Securitate nel periodo di pedinamento e sorvegliamento nei confronti del vescovo. 7512 è il numero del dossier penale di mons. Durcovici durante il periodo in carcere. L’intenzione della Polizia politica è stata premeditata dall’inizio, cioè di realizzare non solo un semplice dossier informativo di sorveglianza, ma un dossier di sorveglianza penale, per incriminare, arrestare e condannare il sorvegliato. «Si deve fare menzione del fatto – scrive Don Benchea – che l’intenzione della polizia politica era di sorvegliarlo individualmente, un’eccezione tra i chierici cattolici di allora che sarebbero stati implicati nelle investigazioni e poi arrestati in ‘gruppi’. Il sistema di pedinamento e di sorveglianza promosso dalla Securità nel “caso Durcovici” è stato molto complesso. Gli uffici di informazioni dei servizi provinciali di Bacău e di Roman hanno seguito ogni passo del vescovo Durcovici durante le sue visite canoniche fatte nei villaggi e le comunità cattoliche delle province di Bacău e di Roman, ed a Iaşi è stato sempre sorvegliato dai marescialli di Securitate».Le relazioni e le note informative scritte dagli ufficiali della Securitate contengono decine di accuse al vescovo Durcovici, per incriminarlo e mandarlo dinanzi alla Giustizia comunista. «Nei substrati dell’omelia fatta dal vescovo Durcovici a Luizi Călugăra il 15 settembre 1948 – evidenzia Don Benchea – gli ufficiali della Securità scoprivano ‘la tendenza dei fedeli cattolici di approfondire il sentimento religioso fino al fanatismo. Il sentimento religioso nella massa di contadini cattolici è molto sviluppato, e queste omelie tenute dal clero cattolico hanno un grande effetto…’. In un’altra relazione redatta dalla Securità di Roman, il vescovo Durcovici era accusato di aver tracciato, con le sue omelie, ‘una linea di condotta dei sacerdoti cattolici, incoraggiandoli ad azioni di istigazione mirante il regime democratico’, o che le parole del vescovo fossero ‘una precisazione della posizione anti-comunista e anti-governamentale della Chiesa cattolica’. Le visite canoniche fatte dal vescovo Durcovici nelle province di Bacău e di Roman e, con queste occasioni, le solennità religiose, sono state considerate dalla Securità come ‘rafforzamento del misticismo religioso nelle masse, fino all’assurdo, e consolidamento dei rapporti con il Papa’, fatti incompatibili con la linea politica del regime democratico popolare».
«D’ora in poi vedremo il vescovo molto raramente»: l’arresto.
Sono le parole del parroco di Bacau, il 25 febbraio 1949, nei confronti dei suoi fedeli dopo un incontro con il vescovo Durcovici. L’arresto del vescovo Durcovici è stato fatto dalla Securitate in un modo assolutamente illegale e segreto, senza mandato di arresto. «In una dichiarazione del 28 gennaio 1950, il sacerdote Rafael Friedrich – afferma Don Benchea riferendosi ai documenti della Securitate – descrive a sua volta le circostanze dell’arresto del vescovo Durcovici: “Il 24 giugno, mi ha pregato il vescovo Durcovici, di mantenermi libero la domenica di 26 giugno dalle funzioni parrocchiali domenicali, per poter accompagnarlo nel villaggio Popeşti Leordeni (vicino Bucarest), dove doveva amministrare il sacramento della Confermazione e aveva bisogno di me, essendo queste celebrazioni più ampie e richiedendo più sacerdoti aiutanti. Su questa strada verso Popeşti Leordeni sono stato arrestato, insieme con Sua Eccellenza, il 26 giugno 1949”. Subito dopo l’arresto, l’intenzione del regime comunista era di consegnare il vescovo Durcovici alla Giustizia comunista. Però, considerando che non aveva sufficienti prove accusatorie, il secondo giorno dopo l’arresto, la Centrale della Securità di Bucarest sollecitava alla Direzione Regionale della Securità di Iaşi nuovi dati compromettenti sull’arrestato. Ecco un simile ordine: “In 48 ore inviate dichiarazioni non ritrattabili contro il nominato Anton Durcovici, dalle quali risulti l’attività anti-democratica e anti-sovietica del sopra nominato, il materiale possibilmente ottenuto dai sacerdoti detenuti che fanno parte del complotto cattolico”. Cominciava, il 26 giugno 1949, per il vescovo Durcovici un lungo Calvario che si sarebbe concluso in modo drammatico il 10-11 dicembre 1951 con la sua morte di martire nella prigione di Sighetu Marmaţiei (nella regione Transilvania).
«Mons. Durcovici morì assistito dai topi della prigione». 
La testimonianza di Ioan PloscaruLa Securitate era convinta che il vescovo Durcovici non collaborasse con le autorità comuniste; per questo motivo decise, il 7 settembre 1951, di trasferirlo nella famosa prigione di Sighetu Marmaţiei (la più dura del regime comunista di Romania), dove era imprigionata in quel tempo l’alta società politica, culturale e religiosa di Romania. «Il 10 settembre 1951, il vescovo Anton Durcovici è stato trasportato da Jilava a Sighet, in massima discrezione, decisa dalla Securità. Il capo della prigione di Sighet, Vasile Ciolpan, ha ricevuto una decisione dalla Centrale della Securità di Bucarest di imprigionare, all’inizio, il vescovo Durcovici in una cella comune. Partendo dal caso dello storico Gheorghe Brătianu, del sacerdote romano-cattolico Rafael Friedrich, ma anche di altre personalità imprigionate a Sighet, i cui dossier li abbiamo indagati, possiamo pensare che il vescovo A. Durcovici è stato amministrativamente condannato in assenza, senza essere informato dall’Alta Commissione Militare del Ministero dell’Interno».Particolarmente toccante è la testimonianza diretta del vescovo greco cattolico Ioan Ploscaru, anche lui detenuto nel carcere di Sighetu Marmaţiei, in merito agli ultimi giorni e istanti di vita del vescovo Durcovici. Nel libro Catene e terrore. Un vescovo clandestino greco-cattolico nella persecuzione comunista in Romania (Edb, Bologna 2012, già recensito su «Orizzonti Culturali») Ioan Ploscaru dedica un capitolo dei suoi scritti alla morte del vescovo Anton Durcovici. «La direzione della prigione – scrive Ploscaru – lo aveva messo in isolamento quando si era resa conto che stava per morire. Fu proprio lasciato morire di fame, da solo, perché non se ne avesse notizia. Se il vescovo Durcovici fosse stato in cella insieme agli altri, forse avrebbero potuto aiutarlo, dandogli sollievo negli ultimi momenti di vita. L’11 dicembre 1951 sentii padre Ioan Deliman, che scaricava carbone in cortile, mentre diceva ad alta voce in francese: monseigneur Durcovici est décédé. Dopo che fu portato via, di notte con la carretta che serviva per le immondizie, il giorno seguente bruciarono la paglia del materasso, come si soleva fare; poi misero il suo vestito a righe ad asciugare sul mucchio di legna che c’era nel cortile. Due giorni dopo un poliziotto mi condusse nella cella 13, perché facessi un po’ di pulizia. Era la della dove era morto il vescovo Anton Durcovici. La prima impressione fu dolorosa. Con uno solo sguardo compresi la solitudine e la miseria in cui era morto. Per tanto tempo – conclude Ploscaru – ringraziai nelle mie preghiere mons. Durcovici, perché dopo la sua morte le sue coperte mi avevano riscaldato e un vetro della sua cella preso grazie alla bontà del poliziotto, dal quale potevo godere la luce naturale, aveva trasformato l’ambiente funereo della cella. Mons. Anton Durcovici morì come un martire, assistito solo dai topi della prigione».

Contro il mondialismo è necessaria una alleanza politica tra cattolici, identitari e patrioti

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/01/17/contro-il-il-mondialismo-e-necessaria-una-alleanza-politica-tra-cattolici-identitari-e-patrioti/

LA NUOVA NORMALITÀ: NON TUTTO IL MALE VIEN PER NUOCERE…

Occorre dividere la problematica dell’emergenza pandemica in due parti: il paravento, costituito da vaccini e Green pass e la sostanza, costituita dalla “nuova normalità che ci aspetta”. Il suggerimento è quello di dare al paravento il peso che deve avere un elemento accessorio, funzionale ai programmi del globalismo, ponendo l’attenzione e, laddove possibile, la preparazione, ai cambiamenti che già ci vengono prospettati.

Sono sempre stato un convinto “free vax” che ritiene il lasciapassare uno strumento essenziale per imporre subdolamente il vaccino sintetico a mRna a tutta la popolazione. Si tratta di un paravento robusto, non di tela ma di piombo, perché le implicazioni morali e afferenti le libertà individuali e collettive sono parecchie e non si possono liquidare in due parole.

Del resto, l’attenzione del mondo doveva essere concentrata su qualcosa di importante, come la tutela della propria salute, altrimenti qualcuno avrebbe potuto spostare il plumbeo ostacolo e guardare cosa ci aspetta, quando il paravento sarà abbassato. E’ ciò che, in questi due anni, ho cercato e cerco di fare osservando la realtà alla maniera tomista.

Non credo ci si debba stupire di fronte al caos creato dai televirologi, del tutto e il contrario di tutto di una gestione che ha vari aspetti paradossali, alcuni assurdi, altri grotteschi. Il caos è, infatti, il presupposto del paravento vaccinale perché disorienta e un popolo che non capisce più niente, martellato da una propaganda che parla solo ed esclusivamente di questo, finisce col fidarsi dell’autorità governativa, supportata da quella scientifica e religiosa, convinto che agiscano per il suo bene.

Mentre il cosiddetto “no vax” aderisce in maniera massimalista ed esasperata alla questione dell’immoralità dell’utilizzo di linee cellulari di feti abortiti, ma soprattutto è terrorizzato più dagli effetti avversi che dalla malattia. E’, nella maggioranza dei casi uno strenuo avversario della medicina tradizionale in favore della “scienza olistica” o medicina alternativa, a base di piantine, tisane e altri intrugli, che spopola negli ambienti New age, teosofici ed esoterici.

A mio avviso ha ragione don Francesco Ricossa nella sua recensione al libro del Prof. Roberto de Mattei Sulla liceità morale della vaccinazione (Edizioni Fiducia, Roma 2021, pp. 74): “Stabilito che il problema posto dalle linee cellulari provenienti all’origine da aborto procurato non rende necessariamente intrinsecamente cattiva la vaccinazione (cooperazione materiale remota…)“, posizione che trova sostanzialmente origine dalla teologia morale, ciascuno è libero di scegliere “in scienza e coscienza prendendo evidentemente delle precauzioni per non ammalarsi o non ammalare (nel limite del possibile!)”.

Don Ricossa dimostra di aver compreso perfettamente che la questione vaccinale divide i cattolici (il “divide et impera” nei nemici di Dio?): “mi sembra che si tratti di una deviazione preoccupante dell’attenzione dalle verità di Fede nella lotta antimodernista ad una lotta in materia ancora poco chiara e opinabile” e ricorda che “la questione per eccellenza è quella della Fede, del Papato, della Messa, del sacerdozio, della lotta all’eresia modernista: il resto rientra nel campo dell’opinabile. Quello che vale per la politica politicante, vale anche per questi problemi di ordine sanitario. Non facciamoci distrarre dall’essenziale per dividerci sull’accessorio“.

Nel definire il complottismo “senza dubbio un’aberrazione che prospera a causa della sfiducia nelle “autorità”, don Ricossa cerca di dare una risposta al proliferare delle teorie più strampalate, che allignano perfino in ambienti cattolici, ma mette anche in guardia da esso. Il realismo tomista, che sta nell’osservazione della realtà e nell’uso di intelletto e volontà per interpretare correttamente i segni visibili, smonta ogni delirante ossessione e pone, implicitamente, un chi va là: occhio, perché se le teorie che proponete come fossero Vangeli, poi non si realizzeranno, perderete ogni credibilità, nell’ilarità generale.

Lungimiranza, oggi, è saper guardare oltre e più in là rispetto al paravento di piombo, stando sempre attenti che non ci cada addosso e che qualcuno non ce lo spinga contro, perché schiacciati da esso non ci si rialza più e si perde la rotta della bussola. Perciò il Sistema sappia che portare la mascherina è un po’ fastidioso ma ha anche i suoi aspetti positivi, oltre a proteggere dal contagio, come ad esempio quello di riparare dal contatto diretto con chi non conosce il dentifricio e che aiuta, in molte situazioni imbarazzanti a nascondere sorrisi o smorfie naturali, mandando in tilt chi conosce la comunicazione non verbale.

Veniamo, dunque, al vulnus, che è la “nuova normalità” per colpire i cattolici ed i veri identitari. Ammesso e non concesso che la transizione green porti effetti utili al benessere del pianeta, sarebbe sciocco opporsi al progresso tecnologico, laddove esso non vada in contrasto coi principi morali. La televisione che trasmette il temporale quando, in realtà, c’è il sole, è un problema oggettivo. Ma imparare a non aprire l’ombrello sopra la TV che trasmette pioggia è essenziale.

Oggi, è la stessa tecnologia che ci consente di accedere ad informazioni e fonti impensabili fino a un decennio fa: usiamola per formarci ed informarci a dovere da specialisti ragionevoli, autorevoli ed attendibili. Se non si riesce a discernere, non è obbligatorio credere al maltempo quando c’è bello, ma è opportuno sospendere il giudizio, consultare un buon sacerdote, pregare, vivere il più possibile in Grazia di Dio perché noi non sappiamo né il giorno né l’ora in cui verrà a giudicarci, come insegna negli Esercizi Spirituali sant’Ignazio di Loyola.

La confusione in ambito sanitario ci sarà finché non si creerà un’ omogeneità nel mondo scientifico. Retto discernimento, buon senso e un buon dizionario di teologia morale sono tre risposte alla portata di ciascuno di noi. I social sono utili, in un certo senso, ma anche tremendi, come il web, perché vi si trova qualsiasi cosa. C’è gente che campa postando spazzatura e fake news.

La reazione può essere duplice: chiudere tutto oppure avere la consapevolezza di poter essere ingannato, ma non sull’essenziale, che va preservato a prescindere, perché è e resterà sempre il Fine della vita umana: la salvezza eterna attraverso i mezzi che Gesù ci ha lasciato, tramite la Santa Chiesa. Sacramenti, in primis.

In questo periodo così difficile, l’alleanza politica tra i veri cattolici e tutti coloro che si definiscono identitari e patrioti fa fronte comune nei confronti di quel Leviatano che oggi è la globalizzazione col suo primo tentacolo che è il mondialismo, ed il suo secondo tentacolo che è la società fluida, egualitarista, piatta, desacralizzata, materialista, atea, che trova il principale ostacolo nell’ordine naturale e, quindi nella Famiglia, cellula fondamentale della nostra civiltà. Il prossimo, per il cattolico, è l’affine, mentre l’umanità intera è composta dalle creature di Dio. Anche gli identitari comprendono e lottano per la tradizione e per la difesa dell’identità, perché sono, con noi, parte di un’unica comunità di destino: quella che la “nuova normalità” proverà a toglierci, ma che dovrà trovarci molto ben preparati.

La conversione di Alphonse Ratisbonne per mezzo della Medaglia Miracolosa

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Nonostante fosse stato educato senza alcuna formazione ebraica, Alphonse era fiero di appartenere ad una famiglia di notabili, essendo suo padre presidente del concistoro di Strasburgo. Disse di se stesso: «Ero ebreo di nome, ecco tutto, poiché non credevo nemmeno in Dio» (Ratisbonne, di Jean Guitton, Wesmael-Charlier, coll. «Conversions célèbres», 1964, p.42). Quando suo fratello maggiore Théodore si convertì nel 1827 e divenne sacerdote nel 1830, i rapporti familiari si deteriorarono e il disprezzo di Alphonse verso la religione cattolica aumentò. Aveva programmato di sposarsi non per convenienza ma per amore a 28 anni, nell’estate del 1842, con sua nipote Flora di 16 anni, ma prima, nel novembre del 1841, volle partire in viaggio, con l’intenzione di visitare Napoli, la Sicilia, Malta e Costantinopoli. Alla fine, dopo essere stato a Napoli e prima di recarsi a Palermo, decise di dirigersi verso Roma, temendo di non avere un’altra occasione per visitarla. Dopo qualche giorno di svago trascorso a Roma, alla vigilia della sua partenza per Palermo datata 15 gennaio 1842, andò a trovare un amico di infanzia, Gustave de Bussières, che era protestante. Non trovandolo, fu ricevuto da suo fratello convertito dal protestantesimo, il barone Théodore de Bussières, fervente cattolico e devoto della Medaglia Miracolosa, strumento di tante conversioni.

Ispirato dalla Santa Vergine, questi sfidò Ratisbonne: «Giacché lei detesta la superstizione e professa dottrine tanto liberali, giacché è uno spirito forte tanto illuminato, avrà il coraggio di sottoporsi a una prova innocente?». Questa prova invitò Ratisbonne ad indossare la Medaglia Miracolosa e a recitare mattino e sera il Memorare, il «Ricordatevi» che san Bernardo compose in onore della Vergine Maria, una preghiera molto efficace: «Ricordatevi, o piissima Vergine Maria, che non s’è inteso mai che alcuno che è ricorso alla vostra protezione, che ha implorato il vostro patrocinio e chiesto la vostra protezione, sia rimasto abbandonato. Animato io da tale confidenza, vengo, o Vergine delle Vergini a gettarmi nelle vostre braccia e gemendo sotto il peso delle mie colpe mi prostro ai vostri piedi. O Madre del Verbo, non disdegnate le mie preghiere ma benignamente ascoltatele e degnatevi di esaudirle». Ratisbonne accettò: «Oh! Non importa, esclamò, scoppiando a ridere; voglio quantomeno provarvi che si fa torto agli ebrei accusandoli di ostinazione e di testardaggine insormontabile» (Ratisbonne, di J. Guitton, op. cit., p.22). Promise dunque al barone de Bussières di recitare questa preghiera: «Se essa non mi fa del bene, almeno non mi farà del male!» (op. cit., p.56).

Alphonse Ratisbonne ritornò dal de Bussières per riportargli la preghiera che aveva ricopiata, dal momento che il barone non ne possedeva altre copie. Una forza interiore spinse Théodore de Bussières ad insistere, affinché Alphonse rinviasse la sua partenza, suggerendogli così che se fosso rimasto a Roma avrebbe potuto vedere il Papa. Fece pregare alcuni suoi amici, fra i quali il conte de La Ferronays, per la conversione di un ebreo. Nella notte tra il 19 e il 20 gennaio, Ratisbonne si svegliò di soprassalto: vide davanti a lui una grande croce nera, avente una forma particolare, senza Cristo. Provò, invano, a scacciare questa immagine, dopodiché si riaddormentò. Dopo la sua conversione, qualche ora più tardi, avrebbe riconosciuto in quella visione, la croce coniata sulla Medaglia Miracolosa. Giovedì 20 gennaio 1842, Théodore de Bussières andò nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte poiché doveva far riservare i banchi per la famiglia di de La Ferronays, vecchio ministro di Carlo X, esiliato a Roma dal 1830. Il conte, purtroppo, era morto improvvisamente la sera del 17 gennaio. Nel frattempo, chiese a Ratisbonne di aspettarlo per qualche minuto. Lo ritrovò inginocchiato davanti alla cappella dell’Arcangelo san Michele e san Raffaele, con il viso bagnato di lacrime, dicendo tutto emozionato e riconoscente: «Che Dio buono! Che pienezza di grazia e felicità!». Supplicò Théodore de Bussières di portarlo da un sacerdote poiché, spiega, «quanto ho a dire, non posso proferirlo che in ginocchio. La parola umana non deve tentare d’esprimere l’inesprimibile; ogni descrizione, per quanto sublime possa essere, non sarebbe che una profanazione dell’ineffabile verità. (…) Non sapevo dove mi trovavo; non sapevo se ero Alphonse o un altro; provavo un cambiamento così totale che mi credevo un altro. (…) La gioia più grande si sprigionava dal fondo della mia anima; non potetti parlare; non volli rivelar niente; sentivo in me qualche cosa di solenne e di sacro che mi fece chiamare un sacerdote» (op. cit., p.64).

Théodore de Bussières lo portò al Gesù, convento dei Gesuiti, affinché parlasse a Padre de Villefort. Ratisbonne tirò fuori la sua Medaglia che aveva attaccata al suo collo, l’abbracciò e gridò: «L’ho vista! L’ho vista!». Il Padre de Villefort gli chiese di parlare. Ratisbonne si mise in ginocchio e raccontò che entrando in chiesa aveva visto un cane nero che saltava e abbaiava davanti a lui. In seguito, il cane disparve (il cane sembra essere l’immagine del diavolo). «D’un tratto – dichiarò – mi sono sentito di un turbamento inesprimibile. Tutta la chiesa disparve; la chiesa mi sembrava tutta oscura, eccetto una cappella, quasi che tutta la luce della chiesa si fosse concentrata in quella. Alzai gli occhi verso la cappella raggiante di tanta luce e vidi sull’altare della medesima, grande, maestosa, bellissima, misericordiosa, la Vergine Maria, simile nell’atto e nella forma, all’immagine che si vede nella Medaglia Miracolosa; una forza irresistibile mi spinse verso di Lei, che parve dicesse: “Basta così”. Non lo disse, ma lo capii» (Ratisbonne, di J. Guitton, op. cit., p.30). E aggiunse: «Uscivo da una tomba, da un abisso di tenebre, ed ero vivo, perfettamente vivo… Ma piangevo! Vedevo nel fondo dell’abisso le miserie estreme dalle quali ero stato strappato da una misericordia infinita». Pensando alla sua fidanzata e alla sua famiglia ebrea, li implorò: «A voi dono le mie preghiere! (…) Non alzerete voi gli occhi verso il Salvatore del mondo il cui sangue ha cancellato il peccato originale? Oh, che l’impronta di questa macchia è orribile! Rende completamente irriconoscibile la creatura fatta a immagine di Dio» (op. cit., p.65). In seguito, Ratisbonne si recò con P. de Villefort e Théodore de Bussières a Santa Maria Maggiore e a San Pietro per rendere grazie a Dio. Trovandosi in dette basiliche, esclamò: «Com’è bello qui! Non vorrei uscirne mai (…). Non è più la terra, è quasi il cielo».

Si trovava alla presenza di Dio, ma gemeva sapendo di avere ancora in sé il peccato originale e rifugiandosi nella cappella della Santa Vergine, affermò: «Qui, non posso avere paura; sento che sono protetto da una misericordia immensa» (op. cit., p.31). Quando Théodore de Bussières gli domandò i dettagli di ciò che avesse visto, Alphonse Ratisbonne precisò: «Vidi la Regina del cielo in tutto lo splendore della sua bellezza senza macchia; ma il suo sguardo non aveva potuto sostenere lo splendore di quella luce divina. Aveva provato per tre volte a contemplare nuovamente la Madre delle misericordie; tre volte i suoi inutili sforzi non gli avevano permesso di alzare gli occhi che alle sue mani benedette dalle quali sgorgava, con fasci luminosi, un torrente di grazia» (op. cit., p.33).

Sapeva con certezza assoluta che il de La Ferronays aveva non solo pregato per lui, ma persino offerto la propria vita a Dio per la sua conversione e che essa era ugualmente dovuta alle preghiere rivolte al Signore nel corso di tutto l’anno precedente da suo fratello Théodore, da P. Desgenettes e dai fedeli dell’Arciconfraternita di Nostra Signore delle Vittorie, ai quali P. Théodore aveva confidato questa intenzione.

Alphonse Ratisbonne si fece istruire secondo i dettami della religione cattolica, come già aveva osservato in una delle sue tante lettere, affermando che nel cattolicesimo «intravedeva il senso e lo spirito dei dogmi» (op. cit., p.66). Entrò nel convento dei Gesuiti per un ritiro spirituale sotto la direzione di P. de Villefort e secondo le sue richieste, fu battezzato il 31 gennaio 1842, 11 giorni dopo la sua conversione. Scrisse: «Gli ebrei che udirono la predicazione degli apostoli furono immediatamente battezzati, e voi volete farmi attendere dopo che ho udito la Regina degli apostoli!» (op. cit., p.67).

Il così breve tempo intercorso fra la sua conversione ed il battesimo si giustifica grazie alla conoscenza della dottrina cattolica da lui dimostrata ai sacerdoti incaricati di istruirlo, sebbene non avesse mai aperto in precedenza alcun testo religioso.

Dicendo «la Santa Vergine non mi ha detto niente, ma ho capito tutto», Ratisbonne affermò che Lei gli aveva fatto conoscere le verità del cristianesimo tutte in una volta; l’apparizione fu per lui un centro di luce dal quale tutto s’irradiava, come una formula matematica che spiegava il mondo intero. In seguito, Alfonso e Flora si lasciarono e a tal proposito, egli scrisse che «l’amore del mio Dio aveva talmente preso il posto di ogni altro amore, che la mia stessa fidanzata mi appariva sotto un altro aspetto. L’amavo come un oggetto che Dio tiene nelle sue mani, come un dono prezioso che fa amare ancora di più il donatore» (op. cit., p.66).

È interessante ricordare che il 29 aprile 1918, il P. Kolbe – colui che donò la vita fino alla morte per l’Immacolata – volle celebrare la sua prima messa in Sant’Andrea delle Fratte, proprio sull’altare dove Alphonse Ratisbonne il 20 gennaio 1842 vide la Santa Vergine, Colei che aveva convertito il Nostro Israelita di 28 anni mediante la Medaglia e la preghiera del «Ricordatevi».

Mauriac osserva, nei suoi Bloc notes del maggio 1964: «Ci sono attimi eterni attorno ai quali tutto un destino cristallizza degli istanti che durano fino alla morte, sin quando l’uomo vive» (Rue de Bac ou la superstition dépassée, di Jean Guitton, Ed. S.O.S., coll. «Hauts lieux de spiritualité», 1973, p.94). Qualche giorno dopo il suo battesimo, il 3 febbraio 1842, Ratisbonne è ricevuto da papa Gregorio XVI, il quale gli fece la seguente impressione: «Le maestà del mondo mi sembravano riunite in colui che quaggiù possiede la potenza di Dio (…). Ma (…) non era un monarca, ma un padre la cui bontà estrema mi trattava come un caro figlio» (Mémoire del 12 aprile 1842, éd.1919, p.94, citato da R. Laurentin, in Multiplication des apparitions de la Vierge aujourd’hui, Fayard, 1988, p.125).

L’apparizione privata e la conversione spettacolare di Ratisbonne fecero molto clamore: si aprirono a Roma un’inchiesta e subito dopo un processo canonico. Esso si concluse con il riconoscimento dell’autenticità dei fatti. Il 3 giugno 1842, un decreto del cardinale Patrizi, vicario di Roma, assicurò «che era certo che un vero ed insigne miracolo operato da Dio, ottimo e massimo, per l’intercessione della Vergine Maria, ha generato la conversione istantanea e perfetta di Alphonse Ratisbonne dal giudaismo al cattolicesimo». È grazie a questo Decreto che la Sacra Congregazione dei Riti accordò, il 23 giugno 1894, l’istituzione della Festa della Manifestazione della Vergine Immacolata, detta della Medaglia Miracolosa. Questa festa si celebra il 27 novembre, ricorrenza dell’apparizione di Nostra Signora a santa Caterina Labouré. L’ufficio del breviario, in questa data, racconta proprio la conversione di Alphonse Ratisbonne. In ringraziamento delle preghiere a Nostra Signora delle Vittorie per la sua conversione, nel 1843 Ratisbonne fece benedire da Monsignor Affre una cappella consacrata al Santissimo ed Immacolato Cuore di Maria.

Alphonse Ratisbonne lasciò il suo mestiere di avvocato e il mondo della finanza. Entrò nel noviziato dei Gesuiti il 14 giugno 1842 prendendo il nuovo nome di Marie-Alphonse e fu ordinato sacerdote il 24 settembre 1848. Con l’autorizzazione del Superiore Generale dei Gesuiti, P. Jean-Philippe Roothaan e la benedizione di Papa Pio IX, nel 1852 lasciò la Compagnia di Gesù per entrare nella Congregazione di Nostra Signora di Sion. Votata alla conversione degli ebrei, essa è stata fondata dal fratello Théodore nel 1843, su domanda di Gregorio XVI. I due fratelli, Théodore e Alphonse Ratisbonne, avevano fondato nello stesso anno l’apostolato delle religiose di «Nostra Signora di Sion», e nel 1855 «I Preti Missionari di Nostra Signora di Sion», affinché potessero «lavorare, piangere e soffrire per la redenzione di Israele». Eressero a Gerusalemme e ad Ain Karim, il villaggio natale di San Giovanni Battista a 7 chilometri ad ovest di Gerusalemme, alcuni conventi e monasteri per i religiosi e le religiose di Nostra Signora di Sion, oltre che delle scuole e degli orfanotrofi nei quali si impartiva una specifica formazione al lavoro. Divenuto quasi cieco, P. Marie-Alphonse aveva profetizzato: «Avrò prestò l’età della Santa Vergine, 70 anni: morirò a quell’età». Morì, infatti, a 70 anni, il 6 maggio 1884, ad Ain Karim, dicendo: «Offro la mia vita per la salvezza di Israele» e gridando, pieno di gioia e come rapito: «Maria!». Alcuni testimoni pensano che abbia visto a quel punto la Santa Vergine poiché il suo viso si illuminò e la sua stanza fu investita da una luce soprannaturale. Sulla sua tomba, a San-Giovanni-in-Montana, presso Gerusalemme, dove fece costruire un convento, si legge la seguente preghiera, incisa su sua richiesta: «O Maria, ricordatevi del vostro figlio che è la dolce e generosa conquista del vostro amore!».

L’efficacia della Medaglia Miracolosa risiede nella preghiera che riconosce Maria «concepita senza peccato». Maria, nostra Madre, «Rifugio dei peccatori», risplendente dell’amore di Dio che Ella dona agli uomini, è molto generosa nelle grazie, tra le quali quella della salvezza. È per la nostra consacrazione ai Sacri Cuori, che noi otterremo la nostra santificazione e la conversione dei peccatori. P. Desgenettes ne fece esperienza: la confraternita di Nostra Signora delle Vittorie, che era come morta, rivisse quando egli obbedì ad una voce interiore che il 3 dicembre 1836 gli rivelò: «Consacra la tua parrocchia al Santissimo e Immacolato Cuore di Maria». P. Desgenettes scrisse: «Non sembra forse naturale pensare che Gesù Cristo si interessi alla gloria di questo Cuore che gli ha fornito le prime gocce del Sangue adorabile al prezzo del quale ci avrebbe riscattati? Egli vuole che la gloria di cui ha coronato la sua Santa Madre nel Cielo, si rifletta sulla terra, che tutti gli uomini sappiano che il Cuore di Maria è il serbatoio e il canale delle misericordie divine» (Annales de l’Archiconfrérie de Notre-Dame des Victoires, marzo 1854, p.214, in L’Abbé Desgenettes, serviteur et apôtre de Marie, di Suor Maria-Angelica della Croce, op. cit., p.218).

https://www.madonnadelmiracolo.it/2018/11/28/la-conversione-di-alphonse-ratisbonne-per-mezzo-della-medaglia-miracolosa/

Fonte: https://www.centrostudifederici.org/la-conversione-alphonse-ratisbonne-mezzo-della-medaglia-miracolosa/

Il vaccino è il paravento della nuova normalità

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/01/10/il-vaccino-e-il-paravento-della-nuova-normalita/

IL SISTEMA HA DIVISO GLI ITALIANI

Il Sistema ha diviso gli italiani tra sì vax (la maggioranza) e no vax (la minoranza). E’ un’abitudine piuttosto consolidata, quella di costruire a tavolino il “divide et impera” sulle spalle del popolo. L’abbiamo vista chiaramente nel periodo risorgimentale, in cui il Sistema ha imposto il suo modello di unità nazionale dividendo, nel sangue, legittimisti e rivoluzionari. L’abbiamo visto nel periodo della guerra civile 1943-45 in cui il potere divise, sempre nel sangue, gli stessi connazionali tra fascisti ed antifascisti. Categorie che, sempre i servi del Sistema tirano fuori ancor oggi, alla bisogna, per demonizzare gli avversari. Denominatori comuni: il sangue e l’odio. Ieri come oggi. Con l’unica differenza che, oggi, il sangue non viene sparso, ma inoculato.

Il Sistema è furbo, è retto da persone di mondo, gente dell’alta finanza, cinica e spregiudicata, forse con un’intelligenza superiore alla media, che studia i comportamenti umani, le sue evoluzioni e involuzioni, i suoi appetiti, desideri, tendenze, poi li pilota e li dirige, a seconda delle sue necessità, in una parvenza di democrazia. Bella la trovata della democrazia moderna, cioè la dittatura della maggioranza, accuratamente lobotomizzata dal Sistema comunicativo, come se fossero i numeri a fare la Verità!

Se nel XIX secolo il paravento era instillare nel popolo una sete di emancipazione o libertà (che, in realtà, apparteneva solo ai burattinai del Sistema ed a coloro che si fecero abbindolare dalla sua martellante propaganda) la quale nascondeva la necessità dell’élite massonico-liberale di attaccare la monarchia e colpire la Chiesa, gettando democraticamente il Papa nel Tevere; se, nel XX secolo, il paravento era identico, e nascondeva la volontà di farla finita con il regime autoritario che ebbe la grave colpa di risolvere la questione romana, “ridando Dio all’Italia e l’Italia a Dio” (come disse S.S. Pio XI, dopo la firma dei Patti Lateranensi del 1929) oggi il paravento è costituito dal vaccino, che donerebbe una libertà salvifica, stabilendo il primato idolatrico dello scientismo e, mentre tutti si concentrano su di esso, dividendosi sul colore del paravento, sembrerebbe che pochi si accorgessero che il Sistema ci ha già detto due cose molto importanti: che “nulla sarà più come prima” e che dobbiamo prepararci ad una “nuova normalità”. Inquietante, tanto da dover richiede l’obbligo morale di concentrarsi sull’essenziale e non sui contorni.

A tal proposito, sovviene una frase di grande attualità del grande G.K. Chesterton: “la vaccinazione, nei suoi cento anni di sperimentazione, è stata contestata quasi quanto il battesimo nei suoi circa duemila anni. Ma sembra abbastanza naturale per i nostri politici imporre la vaccinazione, quanto invece sembra loro una follia imporre il battesimo” (“Eugenetics and Other Evils”, cap. VII, 1922).

Vien da chiedersi, dunque, se sia più intelligente e produttivo, rispetto alle imposizioni di un Sistema che non vuole il nostro bene, ma fare solo i suoi interessi, tramite una massa di servi più o meno inconsapevoli, focalizzare le proprie energie sul paravento, ovvero la questione vaccinale, oppure sullo studio e la preparazione nei confronti dei nuovi modelli di vita che ci aspettano. L’ha scritto, recentemente, anche Francesco Giubilei, trovando pochi ma determinati consensi.

A cosa mira una campagna vaccinale che ha dimostrato tutte le sue falle, tanto che persino Marco Travaglio, nel suo editoriale su Il Fatto Quotidiano del 7.01.2021 ha scritto: “…posto che i precedenti 4 decreti anti-Covid in un mese, tutti basati sull’equazione “vaccinati = sani, non vaccinati = malati”, dovevano ridurre i contagi, i ricoveri e i morti, che invece, si sono moltiplicati, possiamo immaginare gli effetti del quinto, che corre dietro ai soliti No Vax (ormai meno del 10%) anziché far qualcosa per i 18 milioni di Sì Vax senza terza dose?” Potremmo pensare che lo scopo sia quello di mantenere ben aperto il paravento, nella confusione generale, per poter costruire, nei tempi che ci vorranno, quella “nuova normalità” che hanno detto di volerci imporre.

In che cosa consiste? Per ora, abbiamo menzione di una “transizione green”, che dovrebbe costruire l’ecologismo di Stato: energie rinnovabili, smaltimento della plastica, auto elettriche, alta velocità ecc.; progressiva digitalizzazione di ogni processo, con tracciamento delle abitudini di ciascuno per il duplice scopo di individuare con precisione i giusti prodotti da vendere a chi effettivamente ne è interessato e di controllo sociale sui comportamenti di ognuno sul piano bancario, fiscale, assicurativo, politico, religioso ecc.

Nella nuova normalità, assolutamente multietnica, dovremmo immaginarci di vivere in un condominio fatto, sostanzialmente, con materiale rigorosamente eco-sostenibile, all’avanguardia sul piano informatico e telematico, nonché tracciato da una centrale operativa controllata dallo Stato o da enti delegati. Tutti gli abitanti saranno muniti di una nuova carta d’identità, che sarà l’ Ultra Green Pass, che diventerà verde solo se ogni obbligazione del Sistema li considererà virtuosi, secondo i parametri di obbedienza. Lentamente, la moneta sarà sostituita da una card, fatta di numeri virtuali. Tutte cose che ci hanno già detto e ripetuto. Non invento nulla, anche perché ho sempre avuto repulsione per il complottismo, da tomista, convinto realista.

I cattolici non ancora secolarizzati troveranno impossibile essere accettati da una società completamente liberal, che esclude il peccato e la morale, derubricandoli come credenze medievali superate, perché in contrasto con l’uguaglianza e la fratellanza universale. La Pietra angolare sarà, umanamente, raddrizzata. Così come l’assistenza alla Messa di sempre verrà considerata progressivamente come un attentato alla parificazione di tutti i credi ed all’obbligatoria accettazione della grande religione universale, senza dogmi e così fluida da essere fatta per coccolare i capricci di ciascuno.

La nuova normalità sarà la ghigliottina per i patrioti e gli identitari, soprattutto per coloro che vogliono vivere, senza compromessi, la fede cattolica. La nuova normalità sarà la vittoria, de iure, del globalismo assolutista sulla tradizione, declinata in ogni sua forma. Vien da chiedersi se non siano tempi maturi per prepararsi agli effetti di questa IV rivoluzione industriale, più che perder tempo ad incaponirsi e dividersi sul paravento, costituito dal vaccino e dall’emergenza sanitaria. Il pericolo, alla portata, è l’esclusione dalla società dei dissidenti nei confronti del Pensiero Unico globale.

Recuperare la lungimiranza che caratterizzò i migliori pensatori cattolici, potrebbe essere utile alla Causa di Cristo Re e della Patria, ma dev’essere disinteressata al lucro ed all’ irrefrenabile desiderio di visibilità di troppi vanesi in cerca d’autore. Sarà una lotta per uomini e donne puri di cuore, scaltri come serpenti, non per tutti. Una lotta di sopravvivenza alla pandemia globalista che si concluderà, non si sa quando, ma col “non praevalebunt”, quindi con la vittoria dell’attuale minoranza creativa, perché così ha promesso Gesù Cristo, luce del mondo, unica Via, Verità e Vita.

Torniamo a vivere da cristiani e offriamo le sofferenze in espiazione dei peccati

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per Informazione Cattolica https://www.informazionecattolica.it/2022/01/03/torniamo-a-vivere-da-cristiani-e-offriamo-le-sofferenze-in-espiazione-dei-peccati/

LA CALAMITÀ, LA PANDEMIA, LE DISGRAZIE, GLI INCIDENTI NON SONO MAI “COLPA DI DIO

 Il 31 dicembre abbiamo cantato il te Deum in ringraziamento al Signore per l’anno trascorso. Il 1° gennaio abbiamo festeggiato la Circoncisione di Gesù, che scelse di versare, fin da subito, un po’ del Suo sangue per noi miseri peccatori e ieri il Santissimo Nome di Gesù, che significa Salvatore, attribuito al Messia, al Figlio del Dio vivente, su indicazione dell’Arcangelo Gabriele alla Santa Vergine Maria, nel giorno dell’annunciazione. Tre grandi misteri, da meditare e contemplare in questo inizio dell’anno liturgico, soprattutto attraverso la preghiera.
Ci sono cristiani che si chiedono cosa mai vi sia da ringraziare per un anno difficile, se non addirittura tragico per molti, come quello trascorso. Non è facile, umanamente parlando, dare una risposta ragionevole e convincente. Sul piano meramente naturale, verrebbe da dire che c’è ben poco da ringraziare. Sul piano soprannaturale, invece, pur apparendo ad occhio superficiale o indifferente alla Fede un assunto assurdo, dobbiamo ringraziare anche per il dolore e per le sofferenze. Partendo dal presupposto che Dio, Somma Potenza, Giustizia e Misericordia, trae sempre un bene anche dal male, del quale, nella nostra limitatezza e finitezza, ci accorgeremo a tempo debito, ogni pena che patiamo in questa valle di lacrime va in espiazione dei peccati personali e del prossimo. Diviene, dunque, una enorme Grazia, se pensiamo che attraverso la sofferenza alleggeriamo il peso delle nostre miserie agli occhi di Dio.
La calamità, la pandemia, le disgrazie, gli incidenti non sono mai colpa di Dio, che non può volere il male per le Sue creature. Altresì lo permette, perché ci ha voluti liberi e noi, troppo spesso, abusiamo di tale facoltà per fare ciò che piace a noi, non ciò che si deve per piacere a Lui. Ci facciamo leggi contro la natura creata da Lui, ci creiamo regole in contrasto con le Sue Leggi ed i Suoi Comandamenti, oltraggiamo la Chiesa, Suo Corpo Mistico, creandoci una religione di comodo, tramite un “fai-da-te” che significa sostituirsi a Dio, decidendo a prescindere da Lui, dal Suo insegnamento e dai Suoi precetti. Dopo il peccato originale, abbiamo continuato a peccare e oggi, a distanza di XXI secoli dall’Incarnazione del Verbo, abbiamo addirittura rinnegato l’essenziale per la salvezza dell’anima, e nella secolarizzazione ci stiamo comportando da pagani. Molti adorano il loro Vitello d’Oro e vivono solo per questo. Siamo nella grande apostasia, foriera di caos, disordine e morte, in ogni ambito della vita. Qualcuno ha forse l’ardire di chiedere un premio per tutto questo? Non sappiamo utilizzare il libero arbitrio indirizzandolo, con un semplice esercizio della volontà, in una vita integralmente cristiana. Quindi offriamo le nostre sofferenze, soprattutto le peggiori, ai piedi di Gesù Bambino perché abbia pietà di noi!
Apriamo questo nuovo anno, accettando ciò che verrà, riscoprendo il significato della preghiera, quotidiana e costante. S. Giovanni Damasceno, nel suo trattato De Fide Orthodoxa, ci ha dato due definizioni della preghiera: “Elevazione della mente a Dio”, oppure “petizione a Dio di cose oneste” (c. 24).

La prima cosa da notare del trattato di Tommaso d’Aquino sulla preghiera è la sua adozione della definizione propria della preghiera: la preghiera è la petizione a Dio di cose oneste. La preghiera per antonomasia per S. Tommaso non è una cosa complicata, ma sommamente semplice: è la preghiera di una madre che accende una candela davanti ad un crocifisso per la salute dei suoi figli; è la preghiera di un eremita nella sua solitudine per la salvezza del mondo; è la preghiera di un drogato che chiede di poter uscire dal ciclo vizioso in cui si è intrappolato: è la preghiera di tutti. Disse Padre Garrigou-Lagrange: «Il più miserabile, dal fondo dell’abisso in cui è caduto, può alzare un grido verso la misericordia, e questo grido è la preghiera».

Dio, nella sua somma sapienza, ha deciso fin dall’eternità che le preghiere degli uomini saranno indispensabili per l’ordine dell’universo, e per ottenere certi effetti. La nostra preghiera, quindi, non ha lo scopo di cambiare le disposizioni divine, ma di impetrare quanto Dio ha disposto di compiere mediante la preghiera (S. Th. II-II, q. 83, a. 2). Pertanto, secondo la disposizione di Dio, la preghiera ha una vera causalità ed efficacia indispensabile, in tal modo che è vano pensare a ricevere alcuni benefici da Dio senza chiederli a Lui nella preghiera.

Perché Dio ha voluto che dobbiamo pregare per ottenere certi benefici? Anzitutto, in senso generale, Dio, nella sua somma Bontà, ha voluto associare a sé l’uomo nel suo governo dell’universo, e così conferire a lui la dignità di causa (S. Th. I, q. 22, a. 3). Poi, l’atto stesso di pregare porta numerosi benefici all’uomo.
Per esempio, pregando per certi bisogni, ricordiamo esplicitamente che abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio. Questo atteggiamento, non solo ci insegna l’umiltà (S. Th. II-II, q. 83, a. 2, ad 1), ma la preghiera stessa diventa una forma di culto a Dio: nella preghiera, Dio è glorificato ed è riconosciuto come fonte di bontà, onnipotente e misericordioso (cfr. S. Th. II-II, q. 83, a. 3). Essendo un atto di riverenza a Dio, essa ci fa tornare anche alla definizione generica della preghiera, in quanto elevazione: «La preghiera è l’elevazione a Dio, come a un superiore, come al supremo superiore, al di sopra del quale non c’è nulla; è l’atteggiamento di venerazione e riverenza, che non può già prescindere dall’umiltà».

Al centro della riflessione sulla preghiera, S. Tommaso inserisce la preghiera del Padre Nostro. Questa preghiera, semplice e conosciuta da qualsiasi buon cristiano, è il modello di tutte le preghiere, in primo luogo, perché è la preghiera che Gesù Cristo, Dio-Uomo, ci ha insegnato. La sua eccellenza si trova, inoltre, nel fatto che «non solo vengono domandate tutte le cose che possiamo rettamente desiderare, ma anche nell’ordine in cui devono essere desiderate: cosicché questa preghiera non solo insegna a chiedere, ma plasma tutti i nostri affetti.» (S Th. q. 83, a. 9). Iniziando con le parole Padre nostro che sei nei cieli, ci ricordiamo della sua cura per noi e la sua onnipotenza: quindi, vengono suscitati in noi sentimenti di fiducia e di speranza. Poi, il Padre Nostro ci insegna tutto ciò che possiamo onestamente desiderare nella vita.

Ri-impariamo a vivere da cristiani e ad instaurare omnia in Christo – come insegna S. Pio X – perché la Sua Gloria sia la nostra prima felicità e la nostra salvezza eterna sia l’unico Fine e obiettivo della vita, da ottenere con le buone opere.

 

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