L’antichissima devozione alla Madonna del Carmine

Condividi su:

di Teresa Ales

LA VENERAZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA DEL MONTE CARMELO: UNA DEVOZIONE DALLE PRODONDE RADICI BIBLICHE

Siamo soliti sentir parlare di Madonna di Fatima, di Lourdes, Addolorata, di Loreto: tutti appellativi con cui i fedeli cristiani pregano Maria, la Madre di Cristo. Tra questi nomi ce n’è uno molto diffuso con cui la Chiesa Cattolica, invoca la Vergine Maria, la Madre di Gesù e di tutti i cristiani: “Madonna del Carmine” o anche “Beata Vergine del Monte del Carmelo”.

L’etimologia del titolo è da ricercare nel nome stesso del monte “Carmelo”, una catena montuosa lunga circa 39 km sita nella regione di Israele, affacciata sul mar Mediterraneo, dove secondo la tradizione, sostò la Sacra Famiglia tornando dall’Egitto. Il nome “Carmelo” deriva dall’Aramaico “Karmel” che significa “Giardino-Paradiso di Dio”, motivo per cui nella tradizione biblica è da sempre stato considerato “il più bello dei monti”: per tale ragione non è un caso che tutti i conventi Carmelitani abbiano un giardino adiacente. Il Titolo di “Madonna del Carmelo” è uno dei più belli attribuito alla Vergine, proprio perché Lei rappresenta la “realtà” più bella di Dio.

La festa solenne della “Madonna del Carmelo” si celebra il 16 luglio per commemorare un evento particolare. Si narra che, proprio in quella data, il 16 luglio del 1251, la Regina del Cielo, circondata da Angeli e con Gesù Bambino in braccio, sarebbe apparsa in sogno all’inglese Simone Stock (priore generale dell’Ordine Carmelitano). Durante il sogno, la Madonna gli avrebbe consegnato uno “Scapolare” (dal latino scapula, spalla), divenuto più avanti segno distintivo dell’Ordine Carmelitano, rivelandogli i notevoli privilegi connessi al culto. Porgendogli lo scapolare la Madonna gli disse: «Prendi o figlio dilettissimo, questo Scapolare del tuo Ordine, segno distintivo della mia Confraternita. Ecco un segno di salute, di salvezza nei pericoli, di alleanza e di pace con voi in sempiterno. Chi morrà vestito di questo abito, non soffrirà il fuoco eterno». Lo Scapolare, detto anche “abitino”, è composto da due pezzi di stoffa marrone in lana con l’effige della Madonna, legati da cordicelle o nastri che poggiano sulle spalle. Con la Sua rivelazione, la Madonna promise, a tutti coloro che lo avrebbero indossato e portato per sempre e con devozione, la salvezza dall’inferno, la liberazione dalle pene del Purgatorio, la protezione dai pericoli. La consacrazione alla Madonna mediante lo Scapolare è un invito alla preghiera affinché Lei possa operare come mediatrice per la salvezza eterna e a fare ogni cosa come Lei l’avrebbe compiuta.

La storia della devozione della “Madonna del Carmelo” è legata anche al profeta Elia, il più grande profeta dell’Antico Testamento. Nella Bibbia, secondo il racconto del Primo Libro dei Re, nel IX secolo a.C., nella regione di Israele, Gezabele (di stirpe cananea), moglie di Acab, uno dei re del regno di Israele, propagò il culto del dio Baal. Baal era venerato come il dio della fertilità ritenendo che desse alla terra la capacità di produrre raccolti e agli uomini quella di procreare. Con la diffusione del culto a Baal si distolse il popolo dall’adorazione dal vero Dio, il Dio di Israele. Elia, uomo contemplativo e difensore della fede in un unico Dio, per volere di Dio, si stabilì sul Monte Carmelo, radunò il popolo e lo rimproverò per essersi allontanato da Dio, dal loro Padre. Famosa, nella Bibbia, è la sfida lanciata ai profeti di Baal per dimostrare al popolo chi fosse il vero Dio: «Io sono solo, i profeti di Baal sono 450, ognuno offra un sacrificio al proprio Dio e il Dio che risponderà con il fuoco sarà il vero Dio che dovrà essere adorato». La sfida fu impegnativa, ma il fuoco cadde sull’altare di Elia stabilendo senza equivoci che il Dio di Elia, era l’unico Vero Dio, il Dio di Israele.

Con Elia, il Monte Carmelo divenne luogo di profonda preghiera e di ricerca di Dio. Così Elia e gli altri discepoli attraverso la contemplazione e la vita sul Carmelo ispirarono nuove forme di vita monastica. Su questo monte si sviluppò un’intensa attività religiosa, di forma eremitica. Nei secoli successivi, con l’avvento dell’era cristiana, dopo l’approvazione dell’Ordine da parte del patriarca Alberto di Gerusalemme, a seguito delle apparizioni delle Vergine Maria a Simone Stock, sul Monte fu edificata una chiesetta in onore della Vergine Maria. Lì, i monaci presenti, la elessero come patrona e protettrice venerandola sotto il nome di “Santa Maria del Monte del Carmelo”. Quando i monaci carmelitani furono costretti a lasciare il Monte Carmelo a causa dell’invasione saracena l’Ordine Carmelitano si propagò in tutta l’Europa, e in particolare nel meridione d’ Italia. Tra le tante figure di santi e mistici legati all’Ordine Carmelitano ricordiamo Santa Teresa del Bambin Gesù, Santa Teresa Benedetta della Croce, Santa Teresa D’Avila, San Giovanni della Croce oltre al santo Simone Stock.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/?p=45759

Antonio di Padova: il romanzo di una vita

Condividi su:

DAL PORTOGALLO ALL’ITALIA, INSEGUENDO LA PASSIONE DEI MARTIRI FRANCESCANI DEL MAROCCO

A cura di Angelica La Rosa

Sant’Antonio da Padova (in portoghese António de Lisboa), nato a Lisbona nel 1195 e morto a Padova il 13 giugno 1231, cercò a lungo tutta la sua giovinezza la strada indicata dal Signore. Prima fra gli agostiniani e poi fra i francescani, dove finalmente trovò il suo percorso spirituale. Dal Portogallo all’Italia, inseguendo la passione dei martiri francescani del Marocco, senza lasciarsi scoraggiare dall’esperienza di una lunga malattia, ma soprattutto scoprendo, a poco a poco, la forza della Parola di Dio e della predicazione.

Dopo Francesco e Chiara (ripubblicati da Terra Santa Edizioni rispettivamente nel 2018 e nel 2019), “Antonio di Padova – Il romanzo di una vita” (Terra Santa Edizioni, Milano 2021, pp. 208, 16 €) esce in questi giorni il terzo romanzo della trilogia di un grande autore religioso del Novecento, dalla scrittura trascinante, padre Nazareno Fabbretti (1920-1997).

Fabbretti fu frate francescano, scrittore e giornalista, autore di decine di libri, appartenenti soprattutto al genere delle biografie di figure spirituali come i già citati san Francesco e santa Chiara d’Assisi, ma anche di san Bernardino da Siena e di santi pontefici come Giovanni XXIII e Paolo VI. Seguì il Concilio Vaticano II come inviato de La Gazzetta del Popolo di Torino, oltre che per La Stampa, il Corriere della Sera e altre testate, scrivendo articoli sulla Chiesa e sul vaticano, nonché sulla situazione internazionale conducendo inchieste in tutto il mondo.

La raffinatezza narrativa dell’autore trascina in quest’ultimo libro proposto da Terra Santa Edizioni al cuore di una storia affascinante e rocambolesca, un’autentica vocazione mistica, quella di uno dei santi più amati nel mondo, Antonio da Padova, il cui culto è fra i più diffusi nel Cattolicesimo.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2022/06/13/antonio-di-padova-il-romanzo-di-una-vita/

Il mese del Sacro Cuore di Gesù

Condividi su:

Segnalazione del Centro Studi Federici

Io vi saluto, o adorabile Cuore di Gesù, sorgente vivifica ed immutabile di gaudio e di vita eterna, tesoro infinito della Divinità, fornace ardentissima del supremo amore: Voi siete il mio rifugio, Voi la sede del mio riposo, Voi il mio tutto. Deh! Cuore amantissimo, infiammate il mio cuore di quel vero amore di cui avvampate: infondete nel mio cuore quelle garzie di cui Voi siete la fonte. Fate che l’anima mia sia totalmente unita alla vostra, e la mia volontà divenga alla vostra ognora conforme; giacchè io desidero che da oggi innanzi il piacer vostro sia la regola e lo scopo di tutti i miei pensieri, affetti ed operazioni. Così sia.
 
Litanie del Sacro Cuore e Atto di consacrazione: 
 
Cor Jesu Sacratissimum, miserere nobis.
 

Le glorie di Maria Ausiliatrice

Condividi su:

Segnalazione del Centro Studi Federici

Maria Ausiliatrice: l’affresco della Basilica
 
Ogni mattone di questo santuario ricorda una grazia della Madonna. La cupola potrebbe rivendicare il primato della serie. Per almeno due motivi.
 
Don Bosco era povero. Lo fu per tutta la vita. Ma la mancanza di mezzi gli provocò giorni di trepidazione e di pena, soprattutto quando, nel corso dei lavori per la costruzione della Basilica di Maria Ausiliatrice, si vide quasi costretto a sospendere l’innalzamento della cupola progettata dall’architetto Spezia. Un giorno, aveva deciso di rinunciare, sostituendola con una semplice volta; ne diede in realtà ordine al suo economo e al capomastro. Questi, dolorosamente sorpresi, disubbidirono. Don Bosco non insistette; taceva e pregava. 

La Madonna intervenne. Un riccone in fin di vita fece chiamare don Bosco per gli ultimi conforti religiosi. Don Bosco andò e, al termine della visita, disse all’infermo: «Che cosa farebbe se Maria Ausiliatrice le ottenesse la grazia di guarire?». «Prometto, rispose l’infermo, di fare per sei mesi consecutivi una generosa offerta per la chiesa in Valdocco». Don Bosco accettò la promessa; pregò, benedisse l’infermo e ritornò al suo Oratorio. Tre giorni dopo, gli fu annunziata la visita d’un vecchio signore. Era il banchiere Antonio Cotta, Senatore del Regno, di anni ottantatré, perfettamente guarito dopo la promessa fatta e la benedizione ricevuta da don Bosco. «Sono qui, disse lieto e sorridente: la Madonna mi ha guarito contro l’aspettazione di tutti, con stupore e gioia della mia famiglia. Ecco la prima offerta per questo mese». 
E la cupola fu innalzata e coronata dalla grande statua di Maria, solennemente benedetta il 21 novembre 1867 dal nuovo Arcivescovo di Torino monsignor Riccardi di Netro, successo a monsignor Fransoni. Don Bosco avrebbe tanto desiderato, prima di morire, vedere decorato tutto il santuario e particolarmente la cupola. Non fu possibile. Ma la Madonna intervenne di nuovo. 

Alla morte di don Bosco, don Michele Rua, vedendo sorgere gravi difficoltà per ottenere dalle autorità civili il permesso di seppellire don Bosco presso qualcuno degli Istituti salesiani, e temendo di vederlo portato nel cimitero comune, promise che se Maria Ausiliatrice avesse concesso la grazia di poter conservare la tomba di don Bosco a Valdocco, o almeno nel vicino Collegio di Valsalice, si sarebbero subito iniziati i lavori di decorazione del santuario, come ringraziamento del favore ottenuto. 
Neanche a farlo apposta era Capo del Governo il ministro Crispi, che, mentre era esule a Torino, era stato aiutato da don Bosco, e la salma poté essere sepolta nel Collegio di Valsalice. I lavori di decorazione furono iniziati l’anno dopo e inaugurati l’8 dicembre 1891, nella ricorrenza del primo cinquantenario dell’Opera salesiana. 

Il grandioso affresco della cupola è opera del pittore Giuseppe Rollini che, da ragazzo, era stato allievo di don Bosco. Egli lasciò nella chiesa dell’Ausiliatrice un artistico e splendido documento della sua riconoscenza verso don Bosco e la gloriosa Regina del Cielo. Ecco una sintesi dell’opera. 
 
La gloria dell’Ausiliatrice in cielo e l’opera di don Bosco in terra
Per osservare le principali figure di questo gran quadro, bisogna collocarsi a giusta distanza, e guardare innanzi tutto la parte della cupola che è verso l’altar maggiore. È tutta una visione luminosa di Paradiso. 
Nel centro, l’Ausiliatrice, Regina del cielo, siede sul suo trono e tiene ritto sulle ginocchia il Bambino che ha le braccia aperte in atto di richiamo. Sopra il capo della Vergine, la figura maestosa dell’Eterno Padre ha sul petto splendente una candida colomba, simbolo dello Spirito Santo. Intorno alla Vergine si librano a volo e fanno corona angeli e arcangeli; Gabriele inginocchiato e chino presso il trono, come lo pensiamo nell’umile casa di Nazareth il giorno memorando dell’Annunciazione quando rivolse alla Vergine il saluto Ave, gratia plena; Michele in alto, sfolgorante con la spada e con la bilancia. In piedi, con il bastone fiorito in mano, san Giuseppe alla destra di Maria. 
Sotto i cumuli delle bianche nubi si apre un lembo di terra, dove la cara e sorridente figura di don Bosco ci appare in mezzo ai suoi figli, con le opere del suo apostolato nei paesi civili e tra i popoli selvaggi. Monsignor G. Cagliero, Vicario Apostolico della Patagonia, presenta a don Bosco un gruppo di Patagoni, alcuni inginocchiati, uno, di statura gigantesca, in piedi con le braccia aperte in atteggiamento di stupore, di gioia, di riconoscenza verso colui che mandò i Missionari per la loro redenzione. Accanto sono due Suore delle Figlie di Maria Ausiliatrice, che nelle scuole, negli ospizi, negli asili, negli ospedali compiono la loro santa missione fra le povere donne e le fanciulle della Patagonia. 
Più in alto, sopra le Suore, è collocato un gruppo di Santi cari a don Bosco: san Francesco di Sales, san Filippo Neri, san Luigi Gonzaga e dinanzi a loro, inginocchiato, san Carlo Borromeo. Più in alto ancora sono riconoscibili san Giovanni Battista, santa Teresa con la freccia in mano, e, seduti, san Pietro con le chiavi e san Paolo con la spada. 
A destra delle Suore, due Missionari salesiani. A sinistra di don Bosco, sono raffigurati i Salesiani con le loro scuole. 

 
Gli ordini religiosi dei Trinitari e dei Mercedari
Più a sinistra sono raffigurati gli ordini religiosi dei Trinitari e dei Mercedari, che operarono per la liberazione dei cristiani caduti schiavi dei Musulmani. La figura che è più in alto, inginocchiata sulle nubi, con la croce sul petto, le braccia aperte, rapita nella contemplazione della Vergine, è quella di san Giovanni di Matha, che fondò nel 1198 l’Ordine della SS. Trinità, con san Felice di Valois, rappresentato più in basso mentre invita gli schiavi liberati a rivolgere le loro preghiere di ringraziamento alla Madonna. Tra san Giovanni di Matha e san Felice di Valois è collocato san Pietro Nolasco, che nel 1218 fondò l’Ordine dei Mercedari. II personaggio che è più a sinistra, con un povero schiavo inginocchiato ai suoi piedi e nell’atto di pagare la mercede per riscattare alcuni poveri cristiani fatti schiavi e incatenati, è san Raimondo Nonnato, che fu il secondo generale dell’Ordine della Mercede. 
Presso l’Arabo che riceve i soldi, c’è un cartello con la firma del pittore e la data dell’anno in cui fu terminato il lavoro: G. Rollini, 1891. 
 
La battaglia di Lepanto
Nella parte della cupola che è di fronte al trono della Vergine Ausiliatrice, un gruppo di Angeli con le ali spiegate, di mirabile finezza e perfezione, sostiene un grande arazzo sul quale è rappresentata la scena della battaglia di Lepanto, che decise dei destini d’Asia e d’Europa. 
Accanto, a destra, il papa Pio V col braccio teso indica la Vergine Ausiliatrice, per il cui materno intervento fu ottenuta la vittoria. 
A ricordo di questa insigne vittoria, il papa Pio V, fissò nel giorno 7 ottobre la festa del santo Rosario. 
 
I vincitori di Lepanto
A destra della grandiosa rappresentazione della battaglia, il pittore Rollini ritrasse accanto al pontefice san Pio V, i principi cristiani che contribuirono con le loro armate e con il loro braccio, ad ottenere la vittoria di Lepanto. È un gruppo di dieci slanciate figure di cavalieri sfarzosamente vestiti secondo il costume del tempo, raccolti intorno al re di Spagna, Filippo II. 
 
Sobieski e la liberazione di Vienna dall’assedio dei Turchi
Procedendo sempre verso sinistra si presenta sul bianco destriero, il re di Polonia Giovanni Sobieski che liberò Vienna dall’assedio dei turchi. Al suo fianco un altro cavaliere abbassa a terra, in segno di omaggio alla Vergine, la grande bandiera del profeta, strappata ai Turchi. 

 
Pio VII e la festa di Maria Aiuto dei Cristiani
L’ultimo gruppo che completa la decorazione e chiude l’anello del quadro grandioso dipinto dal Rollini nella cupola, rappresenta il Pontefice Pio VII solennemente vestito degli abiti pontificali e con la tiara in capo. Tiene in mano un foglio che è la Bolla con cui egli istituì la festa di Maria Auxilium Christianorum, nel 1815, proprio l’anno in cui nacque don Bosco. Una colonna tronca gli sta accanto con la data «1815», a ricordo dell’avvenimento; da essa pendono le spezzate catene della tirannide napoleonica. 
Il papa Pio VII istituì la festa di Maria Ausiliatrice da celebrarsi il 24 maggio. 
 
 

La festa dell’Ascensione

Condividi su:

Segnalazione del Centro Studi Federici

“Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio” (Mc 16, 19).
 
Auguri per la festa dell’Ascensione di N. S. Gesù Cristo.
 
Catechismo Maggiore di San Pio X – Dell’Ascensione del Signore

 

Perché il Politicamente Corretto è un “peccato mortale”

Condividi su:

L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/05/23/perche-il-politicamente-corretto-e-un-peccato-mortale/

IL “PENSIERO” DEVE ESSERE UNICO (IL LORO) FINO ALL’ASSURDO, OVVERO FINO AL PUNTO CHE DIRE LA VERITÀ È DIVENTATO UN ATTO RIVOLUZIONARIO, COME SOSTENERE CHE LE FOGLIE SONO VERDI D’ESTATE

Tommaso d’Aquino nella Somma Teologica (II-II, qq. 72-75) tratta delle ingiustizie che si compiono con le parole. Troppo spesso si tratta di peccati mortali che, a torto, non vengono presi particolarmente sul serio, ma possono rivelarsi molto gravi. “Ne uccide più la lingua che la spada” – afferma il detto popolare. E, si sa: vox populi, vox Dei. L’ingiuria verbale lede l’onore, la diffamazione o detrazione lede la buona fama, la mormorazione distrugge l’amicizia, e la derisione toglie il rispetto.

San Tommaso spiega che nei peccati di parola bisogna considerare soprattutto con quali disposizioni d’animo ci si esprime, ossia il fine della contumelia, che è disonorare il prossimo nella sua moralità. Se non vi è l’intenzione di disonorare la persona insultata, perché i fatti si danno per veri ed acclarati, rimane peccato l’insulto, ma non vi è contumelia.

La detrazione (q. 73, a. 1) è una maldicenza o denigrazione della fama altrui, fatta di nascosto. Essa consiste nel «mordere di nascosto la fama (ossia la “stima pubblica o notorietà”, N. Zingarelli) di una persona” come si legge nell’Ecclesiaste (X, 11): “Se il serpente morde in silenzio, non è da meno di esso chi sparla in segreto». Poi l’Angelico spiega che come ci sono due modi di danneggiare il prossimo in azioni: apertamente (p. es. la rapina o le percosse in faccia) o di nascosto (p. es. il furto o una percossa “a tradimento” ossia alle spalle); così vi sono due modi di nuocere con le parole: apertamente (la contumelia in faccia, q. 72) o di nascosto (la maldicenza o detrazione, q. 73). San Paolo: “è degno di morte [spirituale o dell’anima] non solo chi commette il peccato di [detrazione], ma anche chi approva coloro che lo commettono” (Rom., I, 32).

Dall’insegnamento di S. Tommaso si evince: 1) il dovere morale di non insultare, denigrare, calunniare o mormorare e deridere il prossimo, soprattutto se costituito in autorità. 2) di riparare il torto fatto alla sua reputazione 3) di difendere chi è denigrato, senza far finta di non vedere. Certamente davanti agli uomini è più comodo “far finta che va tuto ben”, ma davanti a Dio non ci si trova in regola, anzi si sta in peccato grave, quod est incohatio damnationis.

E’, pertanto, nostro dovere denunciare pubblicamente il politicamente corretto, innanzitutto come difesa della nostra dignità e intelligenza dalla sua volontà dolosa di costringerci ad accettare l’errore, fingendo che sia un bene comune. Scrive Mario Giordano nel suo ultimo libro, appena uscito, dal significativo titolo Tromboni (Edizioni Rizzoli): “Bisogna stare attenti alla lingua” al pari di quelli che predicano contro l’odio e insegnano a odiare. L’ipocrisia di costoro, che si annoverano in larga parte nella categoria dei cosiddetti intellettuali o giornalisti, in ultima analisi coloro che si occupano della diffusione dei messaggi su larga scala, aggrava il peccato di lingua della detrazione di coloro che la pensano diversamente, col falso doloso consapevole e remunerato. L’effetto che molti credano alle loro dicerie è conseguenza ancor peggiore, che ci fa trovare nella situazione di crisi morale, ideale, sociale in cui ci troviamo, andando sempre peggio.

“Tromboni” ricorda come odiano quelli della Commissione anti-odio, creata per fermare l’”intolleranza”, “contrastare il razzismo” e “combattere l’istigazione all’odio”. L’idea è stata partorita dal Ministro dell’Istruzione del “governo dei migliori” Patrizio Bianchi, scopiazzando dal suo illustre predecessor* [metto l’asterisco perché secondo la scrittrice Michela Murgia (da L’Espresso del giugno 2021) potrebbe essere offensivo usare la vocale maschile o femminile per indicare il titolo di una persona, che forse potrebbe non sapere se è uomo o donna] Lucia Azzolina. Nella commissione speciale entra il professore associato all’Università Ca’ Foscari di Venezia, Simon Levis Sullam che, fresco di nomina, aveva diffuso sui social una foto a testa in giù dell’ultimo libro di Giorgia Meloni. Chiaro riferimento alla macelleria di Piazzale Loreto. «Quasi un invito a impiccare il testo, se non proprio l’autrice, al palo più alto dell’antifascismo militante». Ma, domanda Giordano: «si può combattere l’istigazione all’odio inneggiando a piazzale Loreto? E alludendo all’impiccagione più o meno simbolica, ma sempre a testa in giù, di un leader politico?».

L’ex Presidente della Camera Laura Boldrini, campionessa di buonismo e inginocchiatoi a senso unico, paladina di tolleranza e rispetto, ultras femminista ad oltranza, genderista e vestale di tutti i presunti diritti richiesti dai desideri di chiunque, «è finita sotto inchiesta perché avrebbe licenziato la sua colf, dopo otto anni di fedele servizio, tirando in lungo per non darle la liquidazione (3.000 euro)». Altro maestro di propaganda tollerante è Roberto Saviano, «che in diretta tv ha sentenziato candidamente: “Sì, la mia contro la Meloni è una campagna d’odio“» (M. Giordano, “Tromboni”, 2022).

Potremmo continuare all’infinito perché esempi simili ne esistono quotidianamente. Ultimi, in ordine cronologico sono coloro che hanno imbrattato le mura di un istituto tecnico di Milano con la scritta: «Tutti i fasci come Ramelli, con una chiave inglese fra i capelli». Nessun solone (o trombone) del politicamente corretto ha detto una parola. Muto Paolo Berizzi, il “Simon Wiesenthal” de La Repubblica, per la quale scrive una rubrica contro Verona e i fantasmi di un fascismo che non esiste. Muto Vauro. Muto Travaglio. Muti tutti. Perché il “pensiero” deve essere unico (il loro) fino all’assurdo, ovvero fino al punto che dire la verità è diventato un atto rivoluzionario, come sostenere che le foglie sono verdi d’estate. Noi continueremo in questa “rivoluzione Green” dell’ovvietà e dell’ordine naturale perché non vogliamo peccare di lingua contro il bene comune.

Esercizi spirituali di Sant’Ignazio 2022

Condividi su:

5 giorni da soli con Dio, per conoscere il Cattolicesimo, amarlo e praticarlo consigliamo a tutti i nostri lettori di frequentare gli esercizi Spirituali di Sant’Ignazio. Utilissimi per una vera riforma di vita e, per chi non ha ancora scelto cosa fare da grande, un grande aiuto per comprendere cosa Dio desidera per ciascuno.

Esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola secondo il metodo di Padre Vallet a Verrua Savoia (TO) predicati dai sacerdoti dell’Istituto Mater Boni Consilii.

Turni estivi

Per le donne: da lunedì 22 agosto alle ore 12 a sabato 27 agosto 2022.

Per gli uomini: da lunedì 29 agosto alle ore 12 a sabato 3 settembre 2022.

Per informazioni e iscrizioni: http://www.sodalitium.biz/esercizi-spirituali/

I Patriarchi Latini di Gerusalemme: Mons. Barlassina

Condividi su:

Segnalazione del Centro Studi Federici

Il sito del Patriarcato Latino di Gerusalemme ha iniziato la pubblicazione di una serie di schede sui patriarchi che si sono succeduti alla guida dell’istituzione a partire dal 1847, quando con la Lettera Apostolica “Nulla Celebrior” il Papa Pio IX decise il ristabilimento del Patriarcato. La serie inizia con mons. Luigi Barlassina, che fu patriarca dal 1920 al 1947. Nella parte finale, evidenziata in rosso, si accenna a uno dei tanti rovinosi cambiamenti seguiti al Vaticano II.
 
Mons. Luigi Barlassina – Patriarca dal 1920 al 1947
 
Note biografiche
 
30 aprile 1872: nascita a Torino
22 dicembre 1894: ordinazione sacerdotale a Torino dal cardinale Ricardi
4 agosto 1918: viene eletto vescovo titolare di Cafarnao e ausiliare del patriarca di Gerusalemme
8 settembre 1918: è consacrato vescovo dal cardinale Pompili
28 ottobre 1918: arriva a Gerusalemme
29 ottobre 1918: nominato vicario generale
16 dicembre 1919: nominato Amministratore Apostolico dopo la partenza del  Patriarca S. B. Mons. Camassei
1919: fonda la missione di Tulkarem
8 marzo 1920: eletto patriarca all’età di 48 anni
17 aprile 1921: riapre il seminario di Beit Jala
Ottobre 1921: affida il seminario a P. Dehon. Benedettini
Maggio 1927: il seminario di Beit Jala viene riportato a Gerusalemme
2 ottobre 1932: affida il seminario ai Padri di Betharram
7 luglio 1936: trasferimento del seminario a Beit Jala
8 settembre 1943: celebrazione del suo giubileo episcopale (giubileo d’argento)
23 dicembre 1944: celebrazione del suo giubileo sacerdotale (giubileo d’oro)
13 marzo 1945: ha subito un grave infarto a Rafat
 27 settembre 1947: muore di angina all’età di 75 anni.
 
Fatti
 
Rimasto orfano di padre, ereditò da sua madre una profonda ammirazione per la Santa Vergine.
Luigi Barlassina è nato il 30 aprile 1872 a Torino, nella regione italiana del Piemonte. Perse il padre in tenera età, quando era ancora un bambino; così sua madre lo educò in un’atmosfera di grande pietà e soprattutto di grande devozione alla Ss.ma Vergine. Come vedremo in diverse occasioni in seguito, questa devozione lo caratterizzerà per tutta la vita: reciterà l’Atto di Consacrazione a Maria nella sua prima Messa e, quando fu nominato Patriarca, non mancò di onorare la Madre di Cristo in modo speciale, erigendo il famoso santuario mariano di Deir Rafat.
 
Ha promesso di non affidare mai la celebrazione delle sue messe in onore della Madonna a nessun altro.
Appena ordinato sacerdote, il patriarca Barlassina promise di celebrare tutte le messe della sua vita con le intenzioni in onore della Beata Vergine in modo assolutamente gratuito ed ha mantenuto la sua parola (v. Monitor diocesano, settembre-ottobre 1957).
 
Era un eccellente predicatore
Mentre studiava Liturgia e Cerimonie dai Padri Oratoriani nella parrocchia di Saint-Philippe (fu proprio lì che sviluppò la sua grande passione per la Santa Liturgia), il futuro Patriarca si interrogò sul futuro della sua vocazione. Ben presto gli fu affidata la direzione della scuola Alfieri-Carrù delle Figlie della Carità tuttavia questo nuovo incarico non fu sufficiente per soddisfare la tutte le sue energie. Nel 1900, su richiesta del Prof. Carlo Olivero, in occasione dell’apertura della chiesa di Nostra Signora del Cuore Immacolato di Maria, cominciò a predicarvi sotto forma di “prediche dialogate”. Il successo fu immediato, e quando fu nominato rettore di Santa Pelagia nel 1901, la chiesa divenne una delle più frequentate di Torino.
 
Ha proclamato la Vergine Maria “Regina della Palestina”
Negli anni ’20, il vescovo Barlassina decise di onorare la Vergine Maria proclamandola “Regina della Palestina” (titolo riconosciuto ufficialmente nel 1933 dalla Congregazione dei Riti). Scrisse una preghiera da recitare dopo il saluto al Santissimo Sacramento, ed eresse un santuario in suo onore a Deir Rafat. Oggi, c’è una statua della Vergine Maria con l’iscrizione Reginæ Palestinæ e il saluto angelico “Ave Maria” in 280 lingue dipinte sulla volta della chiesa. Un dipinto della Vergine che veglia sulla Palestina è esposto nella navata sinistra del santuario.
 
Ha riabilitato il seminario di Beit Jala
Il seminario del Patriarcato latino di Beit Jala fu particolarmente colpito durante la prima guerra mondiale e nel 1921 era in uno stato deplorevole. Il vescovo Barlassina, che era patriarca da un anno, si impegnò a farlo risorgere dalle sue ceneri. Cominciò a rinnovare completamente i locali, che erano stati gravemente danneggiati dalla presenza turca; ricostituì il corpo insegnante affidando ai Benedettini della Dormizione la direzione del seminario (il suo stesso clero, ridotto dalla guerra, non poteva assumersi questo compito) e fece venire giovani seminaristi da Torino, sua città natale. Le sue iniziative non si fermarono qui: continuò a prendersi cura del suo seminario anche dopo la sua rinascita. Nel 1932, per esempio, chiamò i sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù di Betharram a sostituire i benedettini alla guida del seminario, e poi, sempre nel periodo tra le due guerre, creò un libro di cortesia ecclesiastica e un manuale di liturgia per i suoi seminaristi. Inoltre si è sempre preoccupato di visitarli regolarmente e ha dato molte lezioni in seminario.
 
Ha ripristinato la processione della Domenica delle Palme
In occasione del diciannovesimo centenario della Redenzione, Papa Pio XI proclamò un Anno Santo speciale nel 1934. Questa fu l’occasione per il vescovo Barlassina di organizzare grandi cerimonie religiose, compresa la rievocazione della processione della Domenica delle Palme da Bethpage a Gerusalemme. Portando rami di palme sopra le loro teste, i partecipanti sono saliti sul Monte degli Ulivi, hanno camminato fino alla Valle del Cedron per concludere la processione nel cortile del Seminario di Sant’Anna.
 
È stato l’ideatore di molte iniziative giovanili
Fin dai suoi primi anni di sacerdozio, Mons. Barlassina ha mostrato un genuino interesse per la formazione e la guida dei giovani. Nel 1904, fondò la “Fides et Robur”, una associazione per giovani che univa ginnastica e corsi religiosi. Ha anche creato una scuola di lingue e un coro. Più tardi, particolarmente preoccupato per la mancanza di istruzione superiore nella sua diocesi, il Patriarca ebbe l’idea di fondare un gruppo di scuole cattoliche per fornire agli studenti un’istruzione adeguata e di qualità ma questa iniziativa non ebbe felice esito: fu gradualmente abbandonata.
 
Ha passato molto tempo a scrivere
Nessuno conosce veramente i dettagli delle sue numerose lettere, alle quali il vescovo Barlassina ha dedicato molte ore. Inviava costantemente numerosi documenti, spesso in diverse lingue (perché parlava italiano, francese, inglese e tedesco), ai quattro angoli del mondo. La sua macchina da scrivere, che era spesso necessaria fin dall’all’alba ma l’accompagnava ovunque, anche nei suoi viaggi in macchina, che spesso faceva molto velocemente; il suo autista aveva sempre l’ordine di “andare più veloce”.
 
Ha fondato un’istituzione dedicata alla conversione dei non cristiani
Fondata nel 1927, la congregazione si chiamava “Les Ancelles de Notre-Dame de Palestine” fondendosi poi, nel 1936, con la Congregazione di Nostra Signora di Sion. Composta da suore di diversa provenienza, lo scopo di questa istituzione religiosa era quello di porre le basi per la conversione dei non cristiani, soprattutto per gli ebrei della Palestina quando era sotto mandato britannico. Gradualmente, la missione delle suore perse di vista il suo obiettivo primario, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II (1962-1965), e divenne un’istituzione dedicata al dialogo e alle relazioni ebraico-cristiane.
 
 
1 5 6 7 8 9 10 11 106