L’Ecodittatura getta la maschera

Condividi su:

di Raffaele Amato, Viceresponsabile Christus Rex

L’Ecodittatura getta la maschera – Arriva tardi, Giorgia Meloni, con il suo progetto presidenzialista.

Arriva tardi perché, seppure non ufficialmente, siamo già in una repubblica presidenziale, in cui il Presidente detta l’agenda della politica e la sua linea.

Avevamo avuto già un assaggio di questo presidenzialismo strisciante ai tempi di Napolitano, non a caso soprannominato “Re Giorgio”.

Ultimamente, con le sue nette prese di posizione sul conflitto in Ucraina, sul gender, sulla commissione Covid, sulla cosiddetta transizione ecologica e molto altro, Mattarella sembra muoversi quasi più da capo politico che come figura super partes. In occasione della Cerimonia del Ventaglio, davanti ai giornalisti parlamentari, si è detto sbalordito del fatto che si dibatta sull’emergenza climatica.

I dogmi green

Insomma, i dogmi proclamati da Frans Timmermans e compagnia green vanno messi in pratica senza discutere e guai a citare dati e fonti che smentiscono, questi sì scientificamente, gli assunti di Bruxelles.

La radicalizzazione delle posizioni in merito ai temi del cambiamento climatico sta conoscendo un improvviso salto di qualità e così emergono atteggiamenti totalitari nemmeno troppo velati.

Ad iniziare le danze più recenti è stato Angelo Bonelli, dell’Alleanza Sinistra-Verdi, a cui non è sembrato vero di poter uscire dalle nebbie dell’inesistenza che contraddistinguono la sua esperienza politica e, sfoggiando un’impostazione sovietica, eccolo proporre il reato di “negazionismo” per chi osa discutere i dettami green.

Negazionista!

Certo, l’Italia è da tempo abituata a vedere il diritto di opinione – sancito dall’art.21 della “Costituzione-più-bella-del-mondo” – ridicolizzato dalle leggi Scelba e Mancino, per cui Bonelli si è sentito supportato da tanta giurisprudenza. Insomma, la finestra di Overton sul “pensa come vuoi, basta che pensi come noi” è già aperta da un pezzo.

Il termine “negazionista”, poi, è il nuovo marchio di infamia da gettare addosso all’avversario quando si vuole escluderlo dal consesso civile e trasformarlo nel peggiore dei mostri. Funziona molto bene.

Quindi ecco il prossimo passo: il pensiero unico -sul green ma non solo, il ricordo del ddl Zan è ancora fresco – imposto a colpi di sentenze e di manette.

Resosi conto di averla sparata un po’ troppo grossa, il deputato verde ha cercato di rimediare affermando di non voler colpire il diritto di opinione – ma quando mai? – bensì la “diffusione di notizie false”.

Ora, in pieno regime di relativismo, a chi spetti decidere la veridicità delle notizie, Bonelli non lo spiega, ma lo accenna soltanto.

La Scienzah, quella con l’”h” finale, quella che non ammette dibattito, ma che pretende di dimostrarsi da sola. Il contrario della vera scienza, in sostanza. Quella comunità -poco- scientifica autoreferenziale, a cui si sono abbeverati i Timmermans e le Grete con il ditino alzato, deciderà cosa è vero e cosa è falso, su cosa si potrà dibattere e cosa invece dovrà essere accettato senza riserve. Stupisce e un po’ diverte che l’area politica da cui partono le proposte più repressive verso la libertà di pensiero, stia ancora festeggiando in pompa magna la liberazione di Patrick Zaki, detenuto per reato di opinione.

Di fronte alle sparate dei Bonelli, l’Egitto di Al-Sisi sembra quasi un’oasi di libertà.

Fonte: https://www.2dipicche.news/lecodittatura-getta-la-maschera/

IL SACCHEGGIO DI UNA NAZIONE: LA STORIA DELLE PRIVATIZZAZIONI

Condividi su:

di Nico Arena e Matteo Castagna

MC – La politica era la passione della mia famiglia, sia per parte paterna che materna. Entrambi ferventi cattolici, impegnati nel sociale, mi crebbero a pane, religione e politica. Nel 1989, quando avevo solo 13 anni, la scuola, i media e, ovviamente mamma, papà e loro amici, discutevano del crollo del Muro di Berlino. Era caduto il comunismo. In una famiglia in cui mio nonno materno veniva minacciato dagli ex partigiani rossi di impiccagione ad un pilone elettrico in Piazza del Popolo a San Michele Extra, quartiere di Verona, mentre i miei genitori si distinguevano assieme a molti altri per il loro viscerale anticomunismo accanto alla mia pro-zia che fece il Consigliere Comunale in città, era praticamente naturale che io seguissi giovanissimo quella strada, mai abbandonata. Nel 1990 mi avvicinavo alla Liga Veneta di Franco Rocchetta, leggevo ogni giornalino ed opuscolo. Ero affascinato da quel mondo, che non era mai appartenuto alla mia famiglia, ma si poneva come una novità politica che mi attraeva sui temi del federalismo e per la storia della Serenissima Repubblica di Venezia: 1.100 anni di vita, che a scuola si liquidava in quattro righe. D’altro canto, il pensiero al nonno paterno, aviatore durante la R.S.I. tornato a casa, nel 1950, dopo 5 anni di deportazione in Russia, quando era già stato seppellito tra i dispersi, mi fece approfondire un ambiente che già frequentavo per motivi di tifo calcistico, che era il M.S.I. ed in particolare alcuni esponenti dell’epoca del Fronte della Gioventù. A loro devo letture importanti che mi hanno formato (Evola, Romualdi, Rauti, Pound ecc.) e l’esempio militante per un ideale mai morto, seppur sconfitto. C’era fermento negli anni di Tangentopoli. Per un sedicenne come me era, assieme agli amici di allora, era un grande momento di ricostruzione nazionale, in cui vedevamo molti aspetti compatibili tra la Lega Nord di Bossi e il M.S.I. di Pino Rauti. Poi arrivarono le liti e il M.S.I. veniva smantellato a Fiuggi da Gianfranco Fini, mentre a Verona nasceva la federazione della Fiamma Tricolore in cui confluirono tutti i miei amici e conoscenti di allora. Nel 1993 avevo fatto la mia scelta: portare nella Lega Nord quanto potevo di un’Idea immortale, adeguandola ai tempi con un federalismo che non dispiaceva nell’ambiente missino scaligero. Ricordo che tutti eravamo dei gran forcaioli nei confronti di quelli che consideravamo dei “ladroni”, in particolare la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista. All’epoca delle monetine a Bettino Craxi fuori dall’Hotel Excelsior tifavamo per i sampietrini. Ma la storia non è mai quella che sembra. Tutto va approfondito e colto in un’analisi razionale non passionale come quella di un manipolo di giovanissimi incendiari.

di Nico Arena col contributo di Matteo Castagna

I veri responsabili della distruzione del sistema economico italiano.
Lo scempio delle privatizzazioni in Italia 
Dopo la seconda guerra mondiale e la nascita della Repubblica, i maggiori partiti italiani dell’epoca, la DC e la sinistra facente capo al PCI, si trovarono a decidere insieme quale struttura economica dare al ri-nascente Stato italiano. Vennero rifiutati entrambi i sistemi dominanti dell’epoca, cioè il liberismo statunitense e il collettivismo sovietico; la nuova forma economica che prese vita fu quella dello stato imprenditore. Con questo modello il potere economico statale si trovava a competere con le leggi del mercato, in concorrenza con i privati, con lo scopo di incoraggiare, anche con l’ausilio privato, l’economia del paese. Questo è il sistema della cosiddetta “terza via”, che aiuterà l’Italia a crescere dal dopoguerra in avanti.
Alla base dello stato imprenditore vi era l’IRI, nato nel 1933 come ente di “salvataggio”, che dopo il 1948 divenne il vero e proprio regolatore dei rapporti statali nel mondo industriale ed economico. Dagli anni cinquanta in poi fu il vero strumento di ammodernamento del paese; il suo campo d’azione era vastissimo. E’ giusto ricordare agli odiatori di professione che l’IRI fu una creatura del Fascismo, così ben riuscita da far da asse per tutto ciò che vedremo dopo, in particolare la sua svendita. E smantellarlo gradualmente, non fu un bene per l’Italia. Probabilmente lo direbbe Mussolini, l’ha detto Bettino Craxi ad Hammamet.
Esso comprendeva: acciaierie, autostrade, telecomunicazioni, settore finanziario, settore alimentare, trasporti, ecc. Sostanzialmente l’IRI fu una delle strutture produttive nazionali complesse, capace di misurarsi e competere con i settori di alta tecnologia e alta produttività sorti nel resto d’Europa. Un altro ente importante per comprendere al meglio la presenza dello stato nell’economia era l’ENI, impegnato nel settore degli idrocarburi. Ente Pubblico Economico nel 1953, sotto la direzione di Enrico Mattei, fascista per la CIA, che fu presidente fino alla sua morte nel 1962 Esso gestiva le partecipazioni statali nel settore dell’industria petrolifera e nei settori della petrolchimica, e fu all’avanguardia nella ricerca, lo sfruttamento e il trasporto degli idrocarburi. Da menzionare per la loro relativa importanza nel campo dell’intervento statale, l’EFIM (ente finanziamento industria meccanica) e l’EGAM (ente gestione aziende minerarie). Al fine di coordinare al meglio lo Stato imprenditore, nel 1956 fu istituito il “ministero delle partecipazioni statali”, che si basava sull’idea dell’azienda pubblica come motore di sviluppo economico e strumento di politiche sociali ed occupazionali.
Fin qui la storia sembrerà sicuramente didascalica e scolastica, però tutto ciò è necessario conoscerlo, per affrontare la parte interessante e “sconvolgente” di questa narrazione avendo acquisito una buona dose di concetti base.
Entriamo finalmente nel vivo, e arriviamo alle avvisaglie di quello sarà poi il grande saccheggio della nostra Nazione.
Anni ’80: qui incontriamo i primi due personaggi chiave: Romano Prodi e Carlo De Benedetti. Il primo venne nominato presidente dell’IRI nel 1982, il secondo, invece, era ed è il proprietario del gruppo Repubblica/Espresso. Prodi, nei 7 anni che sarà alla guida dell’IRI, darà prova di grande ambiguità e scaltrezza, infatti, in qualità di presidente concederà alla società di consulenze finanziarie “Nomisma”, della quale è dirigente, incarichi miliardari (alla faccia del conflitto di interesse). Il primo grande colpo di Prodi alla presidenza dell’IRI fu la vendita dell’Alfa Romeo alla FIAT, dalla quale la sua Nomisma prese grosse somme in tangenti, per soli 1000 miliardi a rate, mentre la FORD offriva 2000 miliardi in contanti (il fiuto per gli “affari” è sicuramente innato!).[3] E’ nel 1986 che Carlo De Benedetti sale in cattedra. Infatti, un anno prima, il governo presieduto da Bettino Craxi decise di privatizzare il comparto agro‐alimentare dell’IRI, la SME, che presentava bilanci in deficit. Il consiglio di amministrazione dell’IRI fu incaricato dell’operazione, anche se la decisione finale spettava al governo.[4] Il buon Romano Prodi si mise subito all’opera. Con accordi privati con la Buitoni (presieduta da De Benedetti), svende il 64,36% della SME a soli 393 miliardi, quando il valore complessivo di mercato era di circa 3.100 miliardi.
Naturalmente, secondo chissà quale visione economica naif, Prodi non prende neanche in esame le offerte maggiori degli altri acquirenti interessati alla SME. Alla fine, comunque, a rompere le uova nel paniere al duo De Benedetti‐Prodi è Bettino Craxi, il quale non diede autorizzazione di vendita e ritenne di mantenere la SME nell’ambito pubblico.[6] Queste sono solo le prime avvisaglie di un “colpo grosso”, che porterà allo smantellamento completo dell’assetto economico italiano.
Anni ’90: si aprirono subito con grandi sconvolgimenti e grandi temi da affrontare: iniziò la stagione di “mani pulite”, furono assassinati i giudici antimafia Falcone e Borsellino, il debito pubblico arrivò ai massimi storici e vi fu un attacco speculativo alla lira e alle altre valute europee, da parte del finanziere George Soros, che portò alla distruzione del “sistema monetario europeo”.
Andiamo con ordine, è il 2 giugno 1992, sul panfilo “BRITANNIA” di sua Maestà la Regina Elisabetta, ci fu un incontro più o meno riservato tra top manager italiani e britannici. Erano presenti i presidenti di ENI, INA, AGIP, SNAM, ALENIA e Banco Ambrosiano, oltre all’ex ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e al direttore generale del Tesoro “Mario DRAGHI”. La discussione fu incentrata sul tema delle “privatizzazioni” del comparto pubblico italiano, e la discussione si basò soprattutto su una critica al sistema italiano, reo di essere “lontano da un vero processo di privatizzazioni per ragioni culturali, di sistema politico e di specificità delle aziende da cedere”, come ebbe a dire sullo “yacht reale” il presidente dell’INA Lorenzo Pallesi.[8] Ad inasprire il dibattito ci pensò il consigliere di Confindustria Mario Baldassarri, che incalzò:” Per privatizzare servono 4 condizioni: una forte volontà politica; un contesto sociale favorevole; un quadro legislativo chiaro; un ufficio centrale del governo che coordini tutto il processo di privatizzazioni. Da noi oggi non se ne verifica nemmeno una”.[9]
Quindi, se in quell’Italia la volontà politica non era propensa alle privatizzazioni, i vari manager pubblici e persone del calibro di Draghi, uomo della finanza internazionale, erano già catapultati verso il nuovo indirizzo economico, e la loro volontà veniva incontro agli interessi degli “amici” britannici, che avevano fretta nel spartirsi una bella torta dal valore di circa 100 mila miliardi di lire.
Torniamo indietro di 5 mesi, andiamo al 17 febbraio 1992, data dell’arresto di Mario Chiesa, che darà avvio alla stagione di “mani pulite”. Da lì a pochi mesi un’intera classe politica sarà spazzata via dalle inchieste di Di Pietro & co. I partiti letteralmente distrutti da questa stagione giudiziaria furono la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista, i quali avevano una caratteristica comune: erano fortemente intrisi di “statalismo”, cioè erano fortemente inseriti nella concezione delle partecipazioni statali, e non avevano scrupoli ad offrire prebende ed elargizioni di Stato per comprare il consenso dei cittadini. Sicuramente, questo era un sistema lontano anni luce da quello degli affaristi della “city” di Londra e dei nuovi liberal/liberisti italiani. Da qui inizia la fase dei cosiddetti “governi tecnici” e nel 1993 il Presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi e il suo governo istituiscono il “Comitato Permanente di Consulenza Globale e Garanzia per le Privatizzazioni”, con presidente Mario Draghi (vedi “Britannia”), e il ministro degli Esteri Beniamino Andreatta (vedi “Britannia”) istituirà accordi con il commissario europeo alla concorrenza Karel Van Miert, affinché le aziende di Stato possano diventare appetibili per il capitale privato.
Avete notato cosa è successo? Ricordate le 4 condizioni per le privatizzazioni del “Britannia”?
Numero 1 (una forte volontà politica): dopo la scomparsa, causa Tangentopoli, dei partiti storici DC/PSI, si avvicendarono al governo vari “tecnici”, tutti fortemente propensi al nuovo corso economico; i nomi e cognomi di questi tecnici sono: Carlo Azeglio Ciampi, Giuliano Amato, Lamberto Dini, i già citati Andreatta e Draghi ed in seguito anche altri protagonisti.
Numero 2 (un contesto sociale favorevole): beh, in quegli anni di grande caos, dove l’indignazione contro una classe politica “corrotta”(e statalista) che veniva spazzata via dalle inchieste(?) era alta, e dove il debito pubblico schizzava alle stelle, anche se non era un reale problema, il contesto era sicuramente favorevole per lasciare spazio alle privatizzazioni.
Numero 3 (un quadro legislativo chiaro): il quadro normativo cominciò ad essere chiaro dal 1993, con il già citato accordo Andreatta/Van Miert, che regolava la ricapitalizzazione del settore siderurgico a patto che lo si privatizzasse e l’azzeramento del debito delle imprese statali. [12] Inoltre, con il cosiddetto “decreto Amato” si trasformarono in società per azioni l’IRI, l’ENI, l’ENEL e l’INA, e con successivi decreti verrà regolamentata la pratica delle privatizzazioni.
Numero 4 (un ufficio centrale del governo che coordini tutto il processo di privatizzazioni): ed ecco anche l’ufficio, cioè il “Comitato Permanente di Consulenza Globale e Garanzia per le Privatizzazioni”, presieduto dal tecnocrate Draghi.
Ecco, ora i tasselli del puzzle sembrano incastrarsi meglio, nel giro di pochi anni gli interessi della grande finanza sono riusciti a mettere tutte le cose in ordine, grazie a: tangentopoli (giustizia a orologeria?) e ad una classe politica completamente asservita (vedi sopra). Vediamo ora il secondo step di questo processo e cioè le privatizzazioni vere e proprie. Nel corso del 1993 ritorna in auge un personaggio che abbiamo già incontrato nella nostra storia: Romano Prodi. Ritornato alla presidenza dell’IRI, dopo esser stato consulente per la Goldman Sachs, Prodi procedette alla svendita del gruppo Cirio-Bertolli-De Rica (comparto SME), alla società Fisvi, la quale non aveva i requisiti necessari per l’acquisto. Ed ecco perché questo giochetto: la Fisvi acquista a due soldi il gruppo, e a sua volta cederà il controllo della Bertolli all’UNILEVER (multinazionale alimentare anglo-olandese). Chi era “l’advisory director” (direttore per le consulenze) dell’UNILEVER?? La risposta è semplice: l’impareggiabile Romano Prodi.[14]
Risale al 1993 anche la prima privatizzazione di una delle grandi banche pubbliche, il “Credito Italiano”. La “Merril Lynch” (banca d’affari americana), incaricata come consulente dall’IRI, valuterà il prezzo di vendita del Credito Italiano in 8/9.000 miliardi, ma alla fine verrà svenduta per 2.700 miliardi, e cioè il prezzo stabilito dalla “Goldman Sachs”(altra banca d’affari americana).
Sempre quell’anno verranno cedute anche le quote della COMIT, che assieme al Credito Italiano e alla BNL detenevano il 95% delle azioni della Banca d’Italia. Come consulenti per la cessione delle banche furono chiamati uomini come Mario Monti, Letta, Tononi e Draghi, tutti gravitanti nell’orbita “Goldman Sachs”.[16]
Nel 1994, dopo le prime elezioni post Tangentopoli, al governo andrà il centrodestra guidato dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, sul quale peserà il sospetto di eccessiva accondiscendenza ad Alleanza Nazionale, che aveva in Antonio Parlato, sottosegretario al Bilancio, e nel vicepremier Giuseppe Tatarella due posizioni fortemente contrarie alle privatizzazioni.[16] Comunque, il governo Berlusconi durò pochi mesi, e alla presidenza del consiglio fu sostituito dal “tecnico” Dini.
Con Dini, nel 1995, cominciò la prima fase di privatizzazione dell’ENI, dove fu dismesso circa il 15% dell’intero pacchetto azionario.[18] Nel 1996, a vincere le elezioni è il centrosinistra guidato dal “santo spirito” Romano Prodi, che cede un altro 16% delle quote ENI ed inoltre privatizzò la Dalmine e la Italimpianti appartenenti al gruppo IRI. E’ nel 1997 che Prodi dà il meglio di sé, infatti, ritorna a “trattare” col suo vecchio amico l’Ingegner Carlo De Benedetti. Sugli “affari” fatti dai due, l’ex segretario del Partito Liberale ed ex ministro dell’Industria Renato Altissimo sentenziò: “Infostrada — cioè la rete telefonica delle Ferrovie dello Stato – fu ceduta all’Ingegnere per 750 miliardi di lire da pagare in comode rate.
Subito dopo De Benedetti vendette tutto per 14mila – ripeto – 14mila miliardi di lire ai tedeschi di Mannesman”.[19] Un vero e proprio regalo si direbbe! Sempre quell’anno Prodi mise sul mercato “Telecom”, con le azioni che furono vendute ad un prezzo irrisorio, infatti, appena un anno dopo le stesse azioni varranno sul mercato 5 volte di più (+ 514%).Dopo la caduta del governo Prodi nell’Ottobre 1998, a prendere il suo posto è Massimo D’Alema, uno dei tanti post-comunisti convertitisi alla causa liberista, che nel Novembre dello stesso anno privatizzerà la BNL, con la consulenza della JP Morgan (altra banca d’affari americana).[21] Nel 1999, dopo il “decreto Bersani” che liberalizzava il settore dell’energia, venne privatizzata l’ENEL e sempre quell’anno venne ceduta la società Autostrade alla famiglia Benetton (quella delle magliette). L’ultima fase di privatizzazione riguarda quel poco che era rimasto all’ENI, infatti, l’onnipresente Goldman Sachs acquisterà l’appetibile patrimonio immobiliare dell’ente per il valore di 3000 miliardi di lire. La cara Goldman farà incetta anche di altri immobili, come quelli della Fondazione Cariplo, mentre la Morgan Stanley (ennesima banca d’affari americana) si catapulterà all’acquisto dei patrimoni di Unim, Ras e Toro. Secondo studi eseguiti dal “Sole 24 ore”, i gruppi esteri oramai posseggono più patrimoni ex-pubblici di quanti ne posseggano gruppi italiani.[22] La fase delle privatizzazioni si può ritenere chiusa nel 2002, con la dismissione e la liquidazione dell’IRI.
Così, in meno di 10 anni, un intero sistema economico viene distrutto e tutto quello che ha reso l’Italia uno dei più grandi paesi a livello internazionale viene ridotto a poco più che uno spezzatino. Grazie allo scempio di queste svendite l’Italia si è giocata il 36% del suo PIL, e cioè della sua ricchezza. I maggiori artefici di questo processo predatorio dello Stato italiano sono gli stessi uomini che ci hanno consegnato nelle mani dell’Europa e nella morsa della moneta unica. Sono gli stessi che oggi vengono pontificati come profeti della buona politica, “grandi statisti”; ma prima o poi arriverà anche per loro, il giorno in cui dovranno rispondere al tribunale della storia e a tutti gli italiani per il loro alto tradimento alla patria. Per gli affaristi, che hanno svenduto l’Italia e gli italiani al peggiore offerente, quel giorno arriverà. “Ridurranno l’Italia in miseria, la venderanno, per poi umiliarla” – diceva Craxi nel lontano 1997. Ci siamo quasi?

L’Assedio dell’Alcàzar di Toledo

Condividi su:

di Matteo Castagna

 

L’uomo della modernità ha perso la Fede e non riconosce più la figura dell’eroe. Mentre nel mondo classico quest’ultima nutriva grande rispetto, se non venerazione, per la sua audacia nel compiere il bene, guidata da una sua fede nella benevolenza degli dèi, in epoca cristiana trovò nei Santi, martiri per la Fede in Gesù Cristo, il suo modello d’eroe da imitare. L’eroe della tradizione combatteva per il prossimo senza un secondo fine. Era il popolo che gli attribuiva la gloria conforme all’azione compiuta. Il cristiano rifuggiva la gloria che gli aumentava l’orgoglio, accrescendo, così, con l’umiltà, il suo spirito eroico.

Come ha detto il fisico Sheldon Cooper: “Il vero eroe non cerca l’adulazione, combatte per la verità e la giustizia solo perché quella è la sua natura”. Oggi gli ideali seguiti dagli “eroi” contemporanei sono tremendamente distorti rispetto all’antichità: tutto si fa, spesso, per fini economici ed encomiastici; eppure, anche se ci sono soggetti come loro, ciò non vuol dire che non si possa scorgere traccia di eroicità in coloro che combattono per una giusta causa.

E’ il caso dello spagnolo José Moscardó Ituarte. Egli nacque a Madrid il 26 Ottobre del 1878, nel periodo del declino dell’Impero di Madrid. Venne descritto come uomo molto religioso e risoluto. Le truppe al suo comando, ad ogni pausa delle battaglie, si raccoglievano in preghiera, si confessavano e assistevano alla Santa Messa celebrata da uno dei diversi cappellani militari.

Il 21 Luglio 1936, a quattro giorni dallo scoppio della Guerra Civile, iniziò l’assedio dell’Alcazar (dall’arabo al-qasr, fortezza) di Toledo, città sotto il comando di Ituarte, che disponeva di un migliaio di soldati e di qualche centinaio di civili per difendere il suo territorio. Il 23 Luglio, le forze armate Repubblicane riuscirono a catturare il figlio di Ituarte, Luis Moscardò, minacciando di fucilarlo, se Josè non si fosse arreso.

Così, egli disse al figlio: “raccomanda la tua anima a Dio, grida “¡Viva España!” e muori con onore”. Luis, con grande compostezza e lo sguardo fiero, si fece fucilare da eroe. La battaglia continuava, i bombardamenti pure, le morti si intensificavano ma all’Alcazar si resisteva. Le truppe repubblicane non riuscivano a sfondare, nonostante i loro ottomila uomini.

L’assedio dell’Alcazar di Toledo fu uno dei momenti più unici della guerra civile spagnola. Durante la rivolta dei generali in diverse città, vi furono rastrellamenti da parte dei comunisti e dei repubblicani che colpirono i monarchici, falangisti, militari, clero, e guardia civil, comprese le famiglie. A Toledo il colonnello Moscardò concentrò la guardia civil, i cadetti e un certo numero di falangisti, con oltre 500 civili, nella vecchia fortezza dell’Alcazar e, spinto da una fede eroica riuscì a resistere fino allo stremo delle forze. Il 22 agosto un SM-81 dell’Aviazione legionaria (ossia italiano) sorvolò l’Alcazar e lanciò degli involti contenenti viveri e volantini con scritto: “L’esercito saluta i prodi difensori dell’Alcazar. Stiamo marciando in vostro aiuto. Le nostre colonne avanzano rompendo ogni resistenza. Viva gli eroici difensori delll’Alcazar! Arrìba España ! Il comandante dell’Armata Africa, generale Francisco Franco”.

Franco, infatti, a capo dell’esercito nazionalista, deviò verso Toledo, mise in fuga i repubblicani e interruppe l’assedio, ricongiungendosi con le truppe di Moscardò. Vittoria!

Salutati i difensori, Franco si rivolse ai giornalisti presenti. «Adesso la guerra è vinta» dichiarò. «La liberazione dell’Alcázar è stata la vittoria più importante della mia vita». Tre giorni dopo, Franco veniva nominato capo del governo e capo dello Stato spagnolo, nonché generalissimo delle forze armate di terra, di mare e dell’aria. Il mito del «Caudillo» sorgeva fra le rovine della ormai celebre fortezza, che all’insaputa degli indomiti belligeranti legittimisti e controrivoluzionari spagnoli, veniva raccontata, giorno dopo giorno, come un’eroica impresa, ai limiti del romanzo epico, dai mezzi di informazione.

 

Onore eterno a Borsellino, il giudice patriota che cercò la verità anche su Ustica

Condividi su:

di Stelio Fergola

 

Roma, 19 lug – Paolo Borsellino non è soltanto un eroe, ma un esempio di difesa della Patria. Andrebbe declinato anche in questo modo il ricordo del giudice assassinato quel 19 luglio del 1992, in quell’esplosione che ormai in molti ritengono non di matrice mafiosa, ma che comunque era stata conseguenza ineludibile della presenza e della forza di Cosa Nostra sul nostro territorio.

Borsellino, il patriota

La storia di Borsellino racconta, fin dall’infanzia, di un’anima votata alla difesa della Patria. È ancora vivo il suo ricordo di bambino, quando gli Alleati sbarcarono in Sicilia nel luglio del 1943. Il giudice ne aveva parlato così: “Al momento dello sbarco mia madre ci vietò di accettare qualsiasi dono dagli americani… la Patria è sconfitta, i sacrifici sono stati inutili, non c’è da essere felici; piansi”. Paolo Borsellino aveva appena tre anni, ma certi eventi, per chi ha determinate sensibilità, rimangono vivi nell’animo, fin nelle viscere.

Chi scrive può confermare l’assoluta plausibilità del suo racconto per esperienza familiare: mio padre aveva cinque anni quando l’Italia crollò. Una volta gli chiesi, spinto dalla curiosità, se ricordasse qualcosa di quei momenti. Ebbene, la sua memoria lucida di bambino mi impressionò, al punto da raccontarmi che proprio quel passaggio definì, fin dall’età della cosiddetta innocenza, il suo pensiero di adulto: “Mi chiesi, ma perché quelli che erano nostri nemici ora sono amici? Com’è possibile un fatto così umiliante?”. Negli occhi innocenti di mio padre si svelava la più banale delle verità, quella che molti adulti non vogliono affrontare per viltà,  per formazione ideologica, o per stupidissimo orgoglio. Ebbene, il ricordo del giudice “bambino” è a llo stesso modo plausibile dei fatti, perché si può essere piccoli quanto si vuole, ma certi traumi non passano inosservati.

Quell’amore per la Patria Borsellino lo ha esercitato combattendo Cosa Nostra fino all’ultimo giorno in cui ha respirato. Con dignità, onore e coraggio. Un coraggio che non comporta l’assenza di paura, come l’immaginario collettivo forse ritiene troppo spesso, ma condivisione con il terrore della morte, condita dalla necessità di affrontarlo a testa alta, spinti dal proprio senso del dovere. Che fare il magistrato fosse l’impiego di Paolo Borsellino non c’è alcun dubbio, che potesse ritirarsi dalla sua attività per salvare la pelle, pure. Non lo fece, e questo va ricordato ogni singolo giorno.

Cercò la verità anche su Ustica

Borsellino amava la Patria e di conseguenza non poteva che amare la collettività. Non poteva che essere stimolato dalla sua difesa, dalla lotta contro le ingiustizie che la opprimono. La strage di Ustica lo interessò e lo spinse all’azione, come è stato sottolineato negli ultimi anni. Non si trattò di un’attivismo da protagonista, questo no. Come tutti, Borsellino non era onnipotente e al centro delle sue attività c’era altro. Ma anche quel piccolo gesto, quella richiesta di ottenere il registro delle presenze nella base di Grazzinise, vicino Caserta ha un significato profondo. Una base militare che poteva spiegare molto sulla tragedia del volo Itavia che il 27 giugno 1980 spezzò le vite di 81 persone innocenti. Quella richiesta, nella sua semplicità, è ricca di complessità emotive. Esprime soprattutto amore per il prossimo. Un amore che non fu sostenuto adeguatamente, visto che nessuno lo ascoltò. Anzi, il giudice fu preso anche in giro, visto che gli fu detto che il registro era sparito, per poi consegnargliene uno falso successivamente. “Se è necessario io in quella base ci entro con l’esercito”, disse. Una frase di frustrazione che definisce meglio di qualsiasi altra cosa sentisse Paolo Borsellino per la sua comunità nazionale.

 

 

Articolo completo: https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/onore-eterno-a-borsellino-il-giudice-patriota-che-cerco-la-verita-anche-su-ustica-267230/

L’Assedio dell’Alcàzar di Toledo

Condividi su:

di Matteto Castagna

 

L’uomo della modernità ha perso la Fede e non riconosce più la figura dell’eroe. Mentre nel mondo classico quest’ultima nutriva grande rispetto, se non venerazione, per la sua audacia nel compiere il bene, guidata da una sua fede nella benevolenza degli dèi, in epoca cristiana trovò nei Santi, martiri per la Fede in Gesù Cristo, il suo modello d’eroe da imitare. L’eroe della tradizione combatteva per il prossimo senza un secondo fine. Era il popolo che gli attribuiva la gloria conforme all’azione compiuta. Il cristiano rifuggiva la gloria che gli aumentava l’orgoglio, accrescendo, così, con l’umiltà, il suo spirito eroico.

Come ha detto il fisico Sheldon Cooper: “Il vero eroe non cerca l’adulazione, combatte per la verità e la giustizia solo perché quella è la sua natura”. Oggi gli ideali seguiti dagli “eroi” contemporanei sono tremendamente distorti rispetto all’antichità: tutto si fa, spesso, per fini economici ed encomiastici; eppure, anche se ci sono soggetti come loro, ciò non vuol dire che non si possa scorgere traccia di eroicità in coloro che combattono per una giusta causa.

E’ il caso dello spagnolo José Moscardó Ituarte. Egli nacque a Madrid il 26 Ottobre del 1878, nel periodo del declino dell’Impero di Madrid. Venne descritto come uomo molto religioso e risoluto. Le truppe al suo comando, ad ogni pausa delle battaglie, si raccoglievano in preghiera, si confessavano e assistevano alla Santa Messa celebrata da uno dei diversi cappellani militari.

Il 21 Luglio 1936, a quattro giorni dallo scoppio della Guerra Civile, iniziò l’assedio dell’Alcazar (dall’arabo al-qasr, fortezza) di Toledo, città sotto il comando di Ituarte, che disponeva di un migliaio di soldati e di qualche centinaio di civili per difendere il suo territorio. Il 23 Luglio, le forze armate Repubblicane riuscirono a catturare il figlio di Ituarte, Luis Moscardò, minacciando di fucilarlo, se Josè non si fosse arreso.

Così, egli disse al figlio: “raccomanda la tua anima a Dio, grida “¡Viva España!” e muori con onore”. Luis, con grande compostezza e lo sguardo fiero, si fece fucilare da eroe. La battaglia continuava, i bombardamenti pure, le morti si intensificavano ma all’Alcazar si resisteva. Le truppe repubblicane non riuscivano a sfondare, nonostante i loro ottomila uomini.

 

L’assedio dell’Alcazar di Toledo fu uno dei momenti più unici della guerra civile spagnola. Durante la rivolta dei generali in diverse città, vi furono rastrellamenti da parte dei comunisti e dei repubblicani che colpirono i monarchici, falangisti, militari, clero, e guardia civil, comprese le famiglie. A Toledo il colonnello Moscardò concentrò la guardia civil, i cadetti e un certo numero di falangisti, con oltre 500 civili, nella vecchia fortezza dell’Alcazar e, spinto da una fede eroica riuscì a resistere fino allo stremo delle forze. Il 22 agosto un SM-81 dell’Aviazione legionaria (ossia italiano) sorvolò l’Alcazar e lanciò degli involti contenenti viveri e volantini con scritto: “L’esercito saluta i prodi difensori dell’Alcazar. Stiamo marciando in vostro aiuto. Le nostre colonne avanzano rompendo ogni resistenza. Viva gli eroici difensori delll’Alcazar! Arrìba España ! Il comandante dell’Armata Africa, generale Francisco Franco”.

Franco, infatti, a capo dell’esercito nazionalista, deviò verso Toledo, mise in fuga i repubblicani e interruppe l’assedio, ricongiungendosi con le truppe di Moscardò. Vittoria!

Salutati i difensori, Franco si rivolse ai giornalisti presenti. «Adesso la guerra è vinta» dichiarò. «La liberazione dell’Alcázar è stata la vittoria più importante della mia vita». Tre giorni dopo, Franco veniva nominato capo del governo e capo dello Stato spagnolo, nonché generalissimo delle forze armate di terra, di mare e dell’aria. Il mito del «Caudillo» sorgeva fra le rovine della ormai celebre fortezza, che all’insaputa degli indomiti belligeranti legittimisti e controrivoluzionari spagnoli, veniva raccontata, giorno dopo giorno, come un’eroica impresa, ai limiti del romanzo epico, dai mezzi di informazione.

 

Anticiclone africano: perché porta caldo rovente

Condividi su:

REALISMO VS TERRORISMO CLIMATICO

La spiegazione del meteorologo Mario Giuliacci sulle ondate di caldo che in questo periodo colpiscono l’Italia

L’attuale ondata di caldo sulla nostra penisola è dovuta alla presenza di un’alta pressione che dal Nordafrica si allunga verso il Mediterraneo. Tale situazione barica è in effetti quella più favorevole per la comparsa di ondate di caldo sull’Italia per i seguenti motivi:

• la serenità del cielo che caratterizza le alte pressioni favorisce una forte insolazione al suolo;

• nelle alte pressioni predominano lenti moti discendenti, dell’ordine di pochi centimetri al secondo – un fenomeno noto come subsidenza – che però impediscono che il calore e il vapore emanati dal suolo possano diluirsi su uno strato più profondo verso l’alto. Di conseguenza, finché l’alta pressione resiste, calore e vapore restano intrappolati in prossimità del suolo in un sottile strato di poche centinaia di metri, con conseguente progressivo accumulo giorno dopo giorno, facendo in tal modo aumentare non solo i valori della temperatura letti al termometro, ma anche la sensazione di caldo aggiuntivo portato dall’aumento di umidità. Ad esempio, con una temperatura termometrica di 32°C e umidità del 40%, il corpo avverte una temperatura effettiva di 33°C. Ma se l’umidità relativa aumenta fino al 60%, la temperatura effettivamente percepita sale a 38°C;

• nelle alte pressioni i venti sono molto deboli e pertanto il calore e il vapore acqueo accumulato in loco al suolo non possono essere nemmeno diluiti orizzontalmente verso le regioni adiacenti;

• nelle alte pressioni con centro sul Nordafrica i venti più veloci a quote superiori a 1000-2000 metri sospingono al di sopra del nostra penisola masse d’aria già inizialmente calde le quali poi, nei lenti moti discendenti da subsidenza, vengono ulteriormente surriscaldate per compressione, contribuendo così ad aumentare ancor più la temperatura in prossimità del suolo.

Colonnello Mario Giuliacci, 22 luglio 2023 (www.meteogiuliacci.it)
www.meteogiuliacci.it 

Zitti tutti parla Draghi

Condividi su:

di Fabio Bonciani

 

Dopo l’austerità espansiva e la siccità piovosa ecco a voi la bassa crescita con alti deficit!

E se a dirlo è Mario Draghi, dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi un massiccio martellamento mediatico su questo assurdo concetto, che solo la diabolica sfacciataggine del Potere e la stupidità di coloro che ancora continuano a non ragionare con la propria testa, potranno renderlo assunto credibile alla maggioranza.

Di questo passo a breve avremo il grasso snello, il cantante muto e l’erezione moscia!

Tanto il popolino, che ormai si beve tutto, è plagiato a tal punto che nemmeno riesce più a cogliere la contraddittorietà di un concetto a livello grammaticale.

Mario Draghi, è tornato a parlare pochi giorni fa e lo ha fatto dagli Stati Uniti durante il discorso di ringraziamento pronunciato nelle stanze del  MIT Golub Center for Finance and Policy  dove è stato onorato del premio Miriam Posen.

E come sempre quando Supermario parla, pontifica quello che di peggiore i poteri profondi hanno in serbo per noi:

La guerra in Ucraina e il ritorno dell’inflazione sono il segnale di un «cambiamento di paradigma» che «può portare a tassi di crescita potenziale più bassi» e che «richiederebbe politiche che possono causare deficit di bilancio e tassi di interesse più elevati». [1]

Sì, avete compreso bene, Mario Draghi ci dice che in conseguenza della guerra in Ucraina e del fenomeno inflattivo in corso, ci dobbiamo rassegnare a non crescere e quindi a ‘tirare ancora di più la cigna’, di quanto non abbiamo fatto fino ad ora. Di di contro – ordina il nostro ex-premier – i deficit dei governi dovranno salire insieme ai tassi di interesse.

E’ bene ricordare per i più distratti che, entrambi gli eventi che Draghi cita come la causa delle nostre ennesime sofferenze, non sono certo origine di disgrazie divine; ma bensì frutto della diretta azione di Supermario-premier uomo delle lobbie, da sempre esecutore fedele dei voleri dei potenti. Sia la decisione di coinvolgere il nostro paese nella guerra in Ucraina che quella di sottoporlo al massacro di una inflazione frutto dell’inerzia del suo stesso governo di fronte alla delinquenziale speculazione energetica, sono due eventi ben inseriti all’interno di quello che è il progetto elitario di controllo e saccheggio dei popoli occidentali, al quale Draghi ha da sempre aderito, sia intellettualmente che nella sua messa in pratica.

Ed ora Draghi, con questo suo intervento ci conferma che la costruzione della piramide di Davos sta andando avanti aggiungendo frode su frodi a livello dottrinale, per tenere in piedi questo progetto predatorio che giorno dopo giorno, sempre più si scontra con gli Dei che governano la scienza economica, i quali paiono essere rimasti gli unici a non avere padroni.

Dopo che per decenni, a discapito della crescita e del benessere comune, i deficit governativi erano identificati come le bestemmie in chiesa, oggi Mr Britannia, ci dice che i deficit saranno necessari per uscire da questa drammatica situazione di stato recessivo perenne, aggravato ancor di più dagli eventi citati e dalla pandemia.

Bene, “finalmente i deficit” e la tanto desiderata crescita, verrebbe da dire!

Ma de ché! direbbero sulla sponda opposta del Tevere…..

Infatti, ghiacciando subito i nostri entusiasmi, le parole esplicite di Draghi ci dicono: “deficit sì…. ma non aspettatevi la crescita!”

Alt! qualcosa non torna, direbbe chi ha un minimo di basi di scienza economica corretta!

Ma se con i surplus governativi – in esecuzione delle politiche di austerità, che ogni nostro governo ha conseguito pedissequamente in questi anni – abbiamo stoppato la crescita; di contro se ora, come ci dice Mario Draghi, sta iniziando l’era dei deficit, finalmente arriverà anche la tanto desiderata crescita con benessere generalizzato al seguito.

Ed invece NO!

“Saranno deficit che porteranno decrescita economica”, dice Draghi!

Tutto questo ha veramente dell’incredibile!

Spero con tutto il cuore che anche i più fessi comincino a capire!

Quindi i deficit ci saranno, come del resto mai hanno smesso di esserci anche in questi anni…. e questo è dimostrabile attraverso la semplice aritmetica, stante il fatto che a livello numerico qualsiasi debito pubblico di tutti i paesi del pianeta Terra, aumenta ininterrottamente da almeno duecento anni.

Ma, non solo i deficit continueranno ad esserci, ma addirittura – in barba ai fondamentalisti del debito – Draghi ci dice che, dovranno persino, essere ancora maggiori.

Ma se i deficit saranno sempre maggiori, il che significa maggiore quantità di denaro immessa nel sistema economico, mi spiegate come fa Draghi, di contro, a prospettare la decrescita economica?

Semplice, molto semplice!

La decrescita che Draghi prospetta sarà sempre per i soliti noti, ovvero la maggioranza della popolazione, mentre gli appartenenti alla medesima e ristretta élite saranno come al solito travolti dallo tsunami di una crescita finanziaria senza fine.

I deficit, come ci confessa Draghi, non saranno per occupazione e consumi, finalizzati a quel benessere comune presupposto essenziale per il quale si possa ritenere di vivere in una buona economia, ma verranno destinati alla spesa militare per un riarmo a livello europeo ed al pagamento di interessi sul solito fantomatico debito.

Niente di nuovo tranne l’affitto però! canterebbe Zucchero…..

I ricchi saranno sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri, verso livelli di sottomissione delle proprie vite al padrone, sempre più assimilabili ad una moderna schiavitù in salsa-digital.

Certo, se continueremo a dedicare il deficit alla sola spesa per interessi, per consegnare denaro al solo 5% degli italiani (di fatto un vero e proprio reddito di cittadinanza per ricchi), come nel nostro paese stiamo ormai facendo da tre decadi, la crescita ed il benessere generalizzato ce lo passiamo scordare… in questo Draghi sa bene quello che dice e fa!

Come detto, riguardo alla destinazione dei deficit del governo, Draghi ci indica anche un’altra precisa destinazione, utile per mantenere il sistema attuale ed ingrassare le tasche di certe lobbie:

«Mentre noi eravamo impegnati a celebrare la fine della storia, la storia stava preparando il suo ritorno», ha detto. «Le conseguenze geopolitiche di un conflitto prolungato al confine orientale dell’Europa sono molto significative», ha aggiunto Draghi. «In primo luogo, l’Ue deve essere disposta a rafforzare le proprie capacità di difesa». In secondo luogo, «dobbiamo essere pronti a iniziare un percorso con l’Ucraina che porti alla sua adesione alla Nato». [1-ibidem]

Vladimir Putin e la Russia fanno paura agli ideatori del progetto europeo. Il mondo multipolare che a Mosca stanno progettando, insieme alla Cina ed i BRICS, rappresenta il pericolo più grande per la sopravvivenza dell’euro e della UE stessa; e sappiamo bene che quando la moneta unica è in pericolo, l’intervento di Draghi è sempre richiesto con estrema urgenza.

Quindi, se oltre oltreoceano oggi l’invio di armi pesanti in Ucraina è quanto meno ambiguo per non dire latitante e con la prospettiva che possa diventare nullo con il ritorno di Donald Trump alla presidenza, risulta estremamente chiara la necessità, espressa da Draghi, di dedicare grandi deficit governativi al riarmo europeo.

L’ormai nota avversione di Trump verso la NATO, dove Draghi punta a far entrare al più presto l’Ucraina, e l’espressa volontà del Tycoon – una volta tornato in sella alla Casa Bianca – di fermare il conflitto cristallizzandolo sulle posizioni richieste da Putin, rischia di far saltare la UE e l’intera élite globalista di stampo massonico, ideatrice del sistema-euro.

Il tempo stringe e Mario Draghi sembra proprio disposto a tutto!

“La brutale invasione russa dell’Ucraina non era un atto di follia imprevedibile” ma “un passo premeditato di Vladimir Putin e “un colpo intenzionale per l’Ue”[2] – afferma Draghi, per giustificare il suo intento guerrafondaio, già pienamente espresso fin dall’inizio del conflitto, quando sedeva a Palazzo Chigi.

“I valori esistenziali dell’Unione europea sono la pace, la libertà e il rispetto della sovranità democratica”, ed è “per questo che non c’è alternativa per gli Stati Uniti, l’Europa e i loro alleati se non garantire che l’Ucraina vinca questa guerra”. [2-ibidem] – ha aggiunto Draghi, ricorrendo persino a quei valori nobili come la pace, la libertà e la democrazia; gli stessi valori che da lunghi anni, Draghi stesso spregia, all’interno di quello che è il progetto predatorio europeo, da lui sostenuto senza il minimo rimorso di coscienza.

Se ancora molti italiani non lo avessero capito, siamo a pieno titolo in guerra contro la Russia ed i suoi alleati da più di un anno. E se saremo vittime di una sempre più probabile escalation, dopo le seguenti parole di Mario Draghi, sapremo anche chi ringraziare.

Deve farci veramente riflettere, come tali fortissime parole siano pronunciate da chi in questo momento, ufficialmente, non ricopre nessuna carica istituzionale nel nostro paese, ma che da tutti è riconosciuto come un uomo appartenente ai poteri forti.

Questo ci certifica che la democrazia ormai nel belpaese è più che una chimera. Se un uomo della strada avesse pronunciato le medesime parole guerrafondaie, che Draghi ha lanciato di fronte ad una platea internazionale; parlando di fatto a nome del paese ed in spregio alla nostra Costituzione – che la guerra la ripudia (come offesa) – sarebbe già stato arrestato e sottoposto ad indagine accurata.

Ma Draghi no! a lui tutto è permesso, anche di parlare a nome del suo governo fantoccio….

 

Articolo completo: Zitti tutti parla Draghi – IdeeAzione

L’ultima croce

Condividi su:

di Alberto Giannoni

 

Il club alpino italiano: “Basta crocifissi in montagna, non indicano più una visione comune”. E i soci protestano

Ascolta ora: “L’ultima croce”

«Anacronistiche». Sulle croci di vetta si abbatte, gelido come la tramontana, il verdetto del Cai, il Club alpino italiano.

La tesi non ha la furia cieca della «cancel culture» quando si abbatte sulle statue; il passo è rispettoso, eppure è spinto dallo stesso vento: il politically correct: «La società attuale si può ancora rispecchiare nel simbolo della croce? Ha ancora senso innalzarne di nuove? Probabilmente la risposta è no».

È solo l’ultima diatriba, l’ultima «croce» di una modernità che tutto mette in discussione, tutto vuol cambiare o liberare.

Ieri la questione è stata sviscerata nel corso di un convegno nell’aula magna della Cattolica di Milano, in occasione della presentazione di «Croci di vetta in Appennino» di Ines Millesimi, volume dedicato a questa usanza antica, che si perde nei secoli nel cuore di un’Europa cristiana che da sempre trova nell’ascesi lo slancio di un rapporto intimo con Dio – basti pensare ai santuari mariani e, più di recente, al «Papa montanaro», Giovanni Paolo II.

Se i monti sono luoghi dello spirito, le croci nel tempo diventano segno di passaggio, richiesta di protezione – anche dalle intemperie – e preghiera, devozione votiva. In ogni caso, frutto di una cristianità che a queste latitudini è cultura condivisa. O forse lo era.

E dunque: ha ancora senso? Domanda, e risposta, sono contenute appunto in un breve articolo comparso su «Lo scarpone», il portale del Cai, autorevole associazione che da 160 anni si occupa di studio e tutela dei monti. «Sbagliato rimuoverle, anacronistico istallarne di nuove» asserisce Pietro Lacasella, curatore del portale, annunciando l’evento di Milano. «La croce non rappresenta più una prospettiva comune, bensì una visione parziale» assicura.

La maggior parte delle croci risale al XIX-XX secolo. A volte sono solo due scarne tavole di legno, altre monumenti veri e propri, che evocano la torre Eiffel e possono superare i 20 metri. Difficile censirle tutte, stabilire davvero quante siano e quando siano comparse. Il Club alpino svizzero attesta che sono documentate dal quarto secolo: «Come si legge in un articolo dello storico Peter Danner – spiega un saggio del Cas – la prima croce sulla cima elevata di una montagna in ambito cristiano sorgeva sull’Olimpo (a quota 1951), a Cipro». Il Concilio di Efeso la adottò come simbolo cristiano ufficiale nel 431. «Poco prima del 1100 – prosegue – i crociati eressero croci in legno e in ferro ovunque fossero passati, per indicare la strada a chi li avrebbe seguiti e anche per mostrare alle popolazioni del luogo dove stesse il vero Dio». Documentata, all’epoca, una croce a Roncisvalle, sui Pirenei. Davanti a quella, come ad altre, i pellegrini di San Giacomo si inginocchiavano, chiedevano protezione divina «rallegrandosi al tempo stesso perché, da quel punto in poi, la via sarebbe stata in discesa».

Le croci di vetta suscitavano anche allora l’irritazione di sparuti contestatori. Liberi pensatori, anticlericali. Nel 1928 – lo ricorda il Cas – l’alpinista e insegnante ginnasiale viennese Eugen Guido Lammer, in un libro diventato di culto si scagliava veemente contro questi simboli. «Cosa ha da dire la croce nella solitudine della montagna? – scriveva – Lasciate che risuoni pura la lingua degli elementi, lasciate che la natura parli inalterata alla vostra anima!».

Voci isolate. Oggi invece è il più noto fra gli enti di alpinismo che, con le dovute cautele, prova a «smontare» questa costruzione dell’immaginario europeo. Non tutti però sono d’accordo». Qualcuno accusa il Cai di essere diventato «divisivo», un altro protesta: «La passione per la montagna dovrebbe unirci invece… Io sono socio dagli anni Settanta ma medito di non rinnovare più se continuate così». C’è chi sottoscrive la tesi del Cai, la considera «equilibrata». Ma un alpinista chiude lapidario: «Si può andare in montagna anche senza tessera».

Articolo completo:L’ultima croce – ilGiornale.it

 

I fattori dietro la (sorprendente) tenuta economica della Russia

Condividi su:

di Giacomo Gabellini

Fonte: l’AntiDiplomatico

L’offensiva militare, economica, finanziaria e commerciale scatenata dal cosiddetto “Occidente collettivo” contro la Federazione Russa nasce da una palese sottovalutazione «della coesione sociale della Russia, del suo potenziale militare latente e della sua relativa immunità alle sanzioni economiche». L’intera campagna sanzionatoria imposta da Stati Uniti ed Unione Europea, in particolare, si fondava sulla previsione che la Russia non sarebbe stata in grado di reggere un lungo periodo di pressione economica e finanziaria esterna, in virtù della debolezza strutturale, dell’arretratezza e degli squilibri che caratterizzano il suo sistema produttivo.

I dati indicano che, alla fine del febbraio 2022, la Russia registrava un debito pubblico corrispondente ad appena il 12,5% del Pil, una posizione finanziaria netta fortemente positiva e riserve auree pari a circa 2.300 tonnellate. L’oro riveste una rilevanza particolare, trattandosi del tradizionale “bene rifugio” che tende sistematicamente a rivalutarsi proprio in presenza di congiunture critiche come quella delineatasi per effetto dell’attacco all’Ucraina. Stesso discorso vale per tutte le commodity di cui la Russia è produttrice di primissimo piano, dal petrolio al gas, dall’alluminio al cobalto, dal rame al nichel, dal palladio al titanio, dal ferro all’acciaio, dal platino ai cereali, dal legname all’uranio, dal carbone all’argento, dai mangimi ai fertilizzanti.

L’incremento combinato dei prezzi delle materie prime e dei prodotti raffinati i cui mercati risultano fortemente presidiati dalla Federazione Russa – la cui posizione si è ulteriormente rafforzata con l’incorporazione dei giacimenti di carbone, ferro, titanio, manganese, mercurio, nichel, cobalto, uranio, terre rare di vario genere e idrocarburi non convenzionali presenti nei territori delle repubbliche secessioniste di Donec’k e Luhans’k – ha per un verso penalizzato enormemente la categoria dei Paesi importatori netti, in cui rientra gran parte dell’“Occidente collettivo”. Per l’altro, ha assicurato alla Russia un volume di proventi talmente imponente da attenuare in maniera sensibile l’impatto dirompente prodotto dal congelamento delle riserve russe detenute presso istituzioni finanziarie estere.

I settori dell’economia russa ad alto valore aggiunto

Le principali categorie merceologiche di cui si compone l’export russo (petrolio, gas, materie prime, prodotti agricoli) delineano i contorni di un’economia non all’avanguardia, ma il discorso cambia completamente se si tengono in debita considerazione sia le punte di eccellenza raggiunte dal Paese in campo nucleare, aerospaziale, informatico e militare, sia il volume assai considerevole di entrate assicurato allo Stato dalla vendita all’estero di macchinari ed equipaggiamenti. Le attuali economie avanzate, strutturatesi nella forma odierna sulla base degli indirizzi strategici affermatisi a partire dagli anni ’80, poggiano soprattutto su attività ad alto valore aggiunto riconducibili al settore terziario, che apportano un contributo alla formazione del Pil di gran lunga superiore a quello assicurato dai comparti ricompresi nei settori primario e secondario. Nelle economie moderne, servizi finanziari e assicurativi, consulenze, nuovi sistemi di comunicazione e design risultano predominanti rispetto ad agricoltura, manifattura, estrazione di idrocarburi e minerali.

Un Paese come gli Stati Uniti può quindi contare sul colossale apporto alla “produzione di ricchezza” fornito dalle spese sanitarie gonfiate a dismisura, dalla crescita esorbitante delle cause legali fittizie che arricchiscono interi eserciti di avvocati, dal sistema carcerario privatizzato che fa lobby al Congresso per ottenere leggi in grado di garantire il maggior numero di detenuti possibile, ecc.

Alcuni economisti sia europei che statunitensi si sono addirittura spinti a sostenere l’integrazione della prostituzione e del traffico di stupefacenti nel paniere dei servizi che concorrono alla formazione del Pil.

I (veri) dati dell’economia russa

Se, come evidenziano i dati della Banca Mondiale, in termini di Pil nominale l’economia russa (1.779 miliardi di dollari nel 2022) risulta paragonabile per dimensioni a quella italiana (2.108 miliardi), sotto il profilo della parità di potere d’acquisto (4.808 miliardi, contro i 2.741 dell’Italia) tende invece ad avvicinarsi a quella tedesca (4.848 miliardi). Ma, evidenzia l’economista Jacques Sapir, neppure il Ppa riflette appieno la rilevanza della Federazione Russa, i cui vantaggi strategici connessi a “stazza”, posizione geografica e struttura economica a trazione agricolo-industriale-edilizia le conferiscono una capacità di resistenza pressoché inconcepibile per ogni altro Paese.

L’economia della Russia, che con una popolazione universitaria di 2,2 volte inferiore rispetto a quella degli Stati Uniti forma il 30% di ingegneri in più, si incardina infatti su produzioni fondamentali, perché necessarie alla soddisfazione dei bisogni primari. Idrocarburi, metalli, cereali, fertilizzanti, mangimi sono risorse imprescindibili per garantire riscaldamento e sicurezza sia alimentare che energetica.

Condizioni assicurate in periodi di stabilità, ma che divengono improvvisamente vacillanti in presenza di congiunture geopolitiche altamente conflittuali, in cui si riscopre il primato di petrolio, gas, alluminio, nichel, grano, ecc. rispetto a tutto il resto. La rivista «The American Conservative» nota in proposito che: «la spettacolare crescita dei settori ad alta intensità di capitale, insieme alla loro ricchezza nominale e produttività, ha portato molti a Washington e in varie capitali occidentali non solo ad abbracciarli, ma anche a preferirli politicamente, culturalmente e ideologicamente. Noi americani siamo particolarmente orgogliosi, ad esempio, del successo dei nostri giganti della tecnologia come motori di innovazione, crescita e prestigio nazionale. Internet e le varie applicazioni per gli smartphone sono considerate da molti intrinsecamente democratizzanti, fungendo effettivamente da canale di diffusione per i valori americani e di promozione degli interessi nazionali statunitensi. Questo amore per i settori dei servizi si traduce in una tendenza a identificare le industrie ad alta intensità di manodopera del passato – energia, agricoltura, estrazione di risorse, produzione – come reliquie del passato. Ma questa prospettiva distorta ci ha lasciato impreparati per un mondo in cui i beni tangibili sono ancora una volta di vitale importanza, come dimostrato plasticamente dalla guerra in Ucraina».

 

 

Il conflitto in Ucraina: i numeri del complesso militare industriale

Come ha dichiarato nel febbraio 2023 il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, lo schieramento atlantista aveva fino a quel momento assicurato all’Ucraina un’assistenza militare, finanziaria e umanitaria senza precedenti, quantificata in 120 miliardi di dollari. Il trasferimento di materiale bellico a Kiev si è rivelato talmente ingente da svuotare letteralmente gli arsenali di molti Paesi membri della Nato. La Danimarca ha consegnato tutti e 19 gli obici semoventi di fabbricazione francese Caesar in proprio possesso. Il Ministero della Difesa tedesco ha ammesso che, qualora si fosse ritrovata a combattere una guerra ad alta intensità come quella russo-ucraina, la Germania avrebbe esaurito le munizioni nell’arco di appena due giorni. Stesso discorso vale per Francia e Gran Bretagna, mentre il Pentagono ha avanzato dubbi circa la capacità degli Stati Uniti di continuare a rifornire l’Ucraina senza distogliere armi ed equipaggiamenti da teatri di primario interesse quali quello del Mar Cinese meridionale. Alla fine del 2022, rilevava il Royal United Services Institute britannico, il Dipartimento della Difesa statunitense aveva ceduto all’Ucraina «circa un terzo delle riserve di missili anticarro Javelin e di quelli antiaerei Stinger: ripianare tali scorte richiederà rispettivamente 5 e 13 anni». Per quanto concerne le munizioni dei lanciarazzi campali multipli Himars, «a fronte di una produzione di 9.000 razzi all’anno, le forze armate ucraine ne consumano almeno 5.000 al mese».

Nemmeno il rapido e imponente incremento (500%) della produzione di proiettili d’artiglieria realizzato dal “complesso militar-industriale” è risultato sufficiente a compensare l’erosione delle riserve strategiche di armi e munizioni a disposizione degli Usa. Al punto da indurre Washington a rivolgersi alla Corea del Sud, il cui governo ha «accettato di fornire in prestito agli Stati Uniti 500.000 proiettili di artiglieria da 155mm che non saranno però forniti a Kiev ma consentiranno all’Us Army di non depauperare troppo le sue riserve di munizioni ridottesi in seguito alle massicce forniture all’Ucraina». Come ha riconosciuto Stoltenberg, «il nostro attuale ritmo di produzione delle munizioni è di molte volte inferiore al livello di consumo da parte dell’Ucraina», che risulta a sua volta enormemente ridotto rispetto a quello della Russia. La quale è riuscita a sparare fino a 50.000-60.000 proiettili d’artiglieria al giorno a fronte dei 5.000-6.000 esplosi dall’Ucraina e – secondo fonti di intelligence britanniche riportate dal «Washington Post» – a produrne nell’arco del 2022 qualcosa come 1,7 milioni di unità, contro le 180.000 fabbricate dagli Usa. Segno di una capacità industriale notevolissima, supportata da catene di approvvigionamento di materiali critici e componentistica solide e perfettamente funzionanti.

Il finanziamento dello sforzo bellico, per di più, non ha comportato alcuna distorsione della struttura economica russa; lo si evince da una stima formulata da una fonte “al di sopra di ogni sospetto” come l’«Economist», secondo cui le spese militari sostenute da Mosca nel corso del primo anno di guerra avrebbero assorbito circa 67 miliardi di dollari, pari ad “appena” il 3% del Pil russo. Una percentuale tutto sommato modesta, specialmente se raffrontata a quelle raggiunte sia dall’Unione Sovietica (61%) che dagli Stati Uniti (53%) nelle fasi più acute della Seconda Guerra Mondiale.

La vera forza dell’arsenale difensivo a disposizione della Russia risiede quindi nelle caratteristiche della sua struttura economica nella centralità che il Paese riveste rispetto al commercio internazionale, oltre che nell’indisponibilità del resto del mondo ad aderire alla campagna sanzionatoria imposta dal cosiddetto “Occidente collettivo”. Nonché dall’attivismo della Repubblica Popolare Cinese; di fronte al deflusso delle multinazionali occidentali dal Paese, Mosca ha reagito non soltanto nazionalizzandone gli asset e affidando la gestione degli stabilimenti sottoposti a confisca ad amministratori esterni secondo una logica di preservazione della continuità aziendale implicante necessariamente anche il sequestro dei brevetti (in assenza dei quali la produzione rimane pressoché impossibile), ma anche schiudendo le porte del mercato nazionale alle società sia pubbliche che private cinesi. Le quali hanno prontamente occupato gli spazi lasciati vuoti – soltanto parzialmente – dalle aziende europee e statunitensi, e costituito allo stesso tempo alleanze strategiche con le imprese locali operanti nei cruciali settori energetico, minerario e metallurgico.

Tutti aspetti, questi ultimi, che politici e specialisti di spicco del cosiddetto “Occidente collettivo”, persuasi che le misure punitive “da fine del mondo” avrebbero condannato la Russia all’isolamento e alla bancarotta nell’arco di poche settimane, non sono stati minimamente in grado di prevedere, nell’ambito di quello che l’economista Patricia Adams considera «il più monumentale errore di calcolo della storia moderna».

Tutti gli interventi per la mitigazione delle alluvioni rimasti solo sulla carta: ecco il modello Pd in Emilia-Romagna

Condividi su:

di Francesca Totolo

 

Roma, 29 mag – Secondo l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), il 5,4 per cento del territorio italiano presenta un elevato rischio alluvioni. Ciò significa che quasi 2,5 milioni di persone sono minacciate da un’elevata pericolosità derivante dal dissesto idrogeologico. L’Emilia-Romagna è la Regione con la più alta pericolosità idraulica. L’11,6 per cento del territorio regionale presenta un rischio elevato di alluvioni, il 45,6 per cento un rischio medio. Quindi, ben il 70 per cento della popolazione deve convivere con questa spada di Damocle sulla testa.

 

Il piano nazionale Italia Sicura di Renzi

Nel maggio del 2014, il governo di Matteo Renzi lanciò il piano nazionale contro il dissesto idrogeologico Italia Sicura, poi smantellato nel 2018 dal governo Conte 1 e sostituito da ProteggItaliaNel 2017, fu presentato dal governo di Paolo Gentiloni il rapporto che elencava i progetti e il piano finanziario della struttura istituita da Renzi: 11.108 cantieri di cui 1.340 con lavori in corso, per un fabbisogno finanziario complessivo di circa 29 miliardi di euro di cui 12,9 miliardi già programmati tra fondi europei, nazionali e regionali. In Emilia-Romagna, fu il presidente Stefano Bonaccini a essere designato come Commissario straordinario delegato per la realizzazione degli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico. Nel 2017, come si legge nel rapporto, i 226 interventi avviati in Emilia-Romagna per la mitigazione delle alluvioni avevano ricevuto il 78 per cento dei finanziamenti necessari per la loro realizzazione, circa 550 milioni di euro. Però, tre anni dopo il lancio di Italia Sicura, solo 5 interventi erano in fase di attuazione, 5 progetti erano arrivati allo stato di progetto esecutivo e 11 a quello di progetto definitivo. Ben 112 interventi erano ancora allo studio di fattibilità, 76 erano fermi al progetto preliminare e 17 alla fase istruttoria.

Rapporto Italia Sicura 2017
Il rapporto dell’Ispra inchioda la Regione Emilia-Romagna

Per verificare lo stato di avanzamento attuale dei progetti nella regione alluvionata, è possibile consultare il Repertorio nazionale degli interventi per la difesa del suolo (Rendis) dell’Ispra che, il 25 maggio scorso, ha censito un totale di 529 interventi per la mitigazioone del dissesto idrogeologico in Emilia-Romagna, dei quali l’85,3 per cento di competenza finanziaria del ministero dell’Ambiente: 379 risultano conclusi, 49 in esecuzione, 55 in progettazione, 33 da avviare e 13 definanziati o sostituiti.

Faenza, il fiume Lamone prima e dopo l’esondazione

Per quanto riguarda le zone colpite dall’ultima alluvione, i progetti riguardanti il fiume Lamone, dalla città Faenza alla sua foce, sono ancora in fase di progettazione. Ad esempio, rimangono ancora sulla carta il “Progetto per la manutenzione straordinaria e messa in sicurezza idraulica” del fiume nel Comune di Bagnacavallo (Ravenna) e il “Progetto di messa in sicurezza delle località Mezzano, Villanova, Traversara”. In queste zone, il Lamone è esondato sommergendo Bagnacavallo e le altre località indicate negli interventi.

Ancora in fase di progettazione, sono le “casse di espansione del torrente Senio nei comuni di Brisighella, Faenza e Riolo Terme”. Questo intervento era stato oggetto nel 2017 di un’interpellanza del gruppo regionale del M5S dove si chiedeva un quadro aggiornato dei finanziamenti e dei tempi di realizzazione vista la situazione di rischio in aumento a causa dell’aumento dei sedimenti depositati nell’alveo del Senio. Nel quinto atto integrativo dell’accordo di programma tra ministero dell’Ambiente e Regione Emilia-Romagna, si legge che, nel 2018, quel progetto aveva già ricevuto un finanziamento da 8,5 milioni di euro dal ministero.

Nella delibera 64 della giunta della Regione Emilia-Romagna datata 24 gennaio 2022, dove figura come vicepresidente Elly Schlein che deteneva la delega alla transizione climatica e al “patto per il clima”, si legge che l’intervento a Forlì riguardante “sistemazione e riqualificazione tra via Emilia e Magliano” del fiume Ronco era stato completamente finanziato. Ancora oggi, secondo Rendis, il progetto è fermo alla fase di progettazione.

Nella stessa delibera, viene evidenziato che un altro intervento aveva ricevuto già la copertura economica necessaria dell’importo di 4,4 milioni di euro erogati dal Mite. Si tratta della “messa in sicurezza e dell’adeguamento a protezione di Cesena” del torrente Cesuola. Il progetto è ancora in fase di progettazione.

Rimane ancora sulla carta il progetto di “adeguamento sezioni di deflusso tramite svasi, con estrazione di materiale e ripristino ambientale” del torrente Idice tra Budrio e Castenaso. Durante l’ultima alluvione, il ponte della Motta che Budrio a San Martino in Argine è crollato a causa dell’esondazione dell’Idice.

 

Anche uno degli interventi riguardanti il torrente Sillaro, responsabile dell’esondazione che ha sommerso Conselice, è ancora nella fase di progettazione. Anche San Prospero è stata invasa dall’acqua: dal 2014, il piano di “ripristino dell’officiosità idraulica del torrente Santerno nel Comune di Imola” è annoverato tra i progetti non ancora eseguiti.

Conselice allagata
Il cambiamento climatico usato come attenuante per non assumersi le responsabilità

Questi interventi mai realizzati dalla Regione Emilia-Romagna, sommati al fatto che soltanto un bacino di laminazione su due funziona e che è la prima Regione in Italia per cementificazione in aree alluvionali, sono i maggiori responsabili dell’alluvione. E non si invochi il cambiamento climatico per scrollarsi di dosso le responsabilità: nel 2018, in Veneto, si registrarono 700 millimetri di pioggia caduta in poche ore, in Emilia-Romagna 300 millimetri, ma la Regione del presidente Luca Zaia ha realizzato opere per proteggere il territorio dalle alluvioni in seguito alle esondazioni del 2010.

 

articolo completo: Tutti gli interventi per la mitigazione delle alluvioni rimasti solo sulla carta: ecco il modello Pd in Emilia-Romagna (ilprimatonazionale.it)

1 3 4 5 6 7 8 9 185