Gaza è meglio di Auschwitz

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di Israel Shamir 

Fonte: Comedonchisciotte

Come una ragazzina rapita e chiusa in una cella da un maniaco pedofilo gli graffierebbe la disgustosa faccia con le sue unghie affilate, così Gaza invia i suoi missili fatti in casa a Tel Aviv. Non possono fare gran danno; sono solo pezzi di ferro arrugginito, pericolosi solo nell’improbabile evento di un impatto diretto, ma hanno risvegliato la bestia dentro al mostro. Ha meticolosamente allontanato ogni oggetto tagliente dalla sua portata, l’ha costretta per anni alla fame, così da farla diventare inerme e compiacente, si è assicurato che non avesse alcuna possibilità di vedere o di ottenere la libertà; ed ecco d’improvviso quel terribile dolore, quei graffi così profondi! Io ho il diritto di difendermi, grida lui mentre scatena i suoi jet F-16 per bombardarla fino a farla regredire all’età della pietra; e la sua spalla destra, il senile Presidente degli Stati Uniti, ripete a pappagallo: lui ha il diritto all’autodifesa! Fino a che lei lo graffia, lui può e deve colpirla! Non ci sarà alcun cessate il fuoco fino a che lei non sarà riportata con la forza all’obbedienza; e gli Stati Uniti hanno posto il veto sulla risoluzione del Consiglio di Sicurezza, supportata da 15 dei 16 Paesi membri. Per non sbagliarsi, la Casa Bianca ha approvato una vendita di armi ad Israele per una somma totale di 735 milioni di dollari, cosicché potranno rifare l’11 settembre a qualsiasi grattacielo di loro gradimento, e non solo a New York. E hanno usato quelle armi con ottimi risultati.

La risoluzione del Consiglio bloccata dagli Stati Uniti dice ciò che dovrebbe essere fatto subito: Israele dovrebbe cessare i bombardamenti su Gaza, astenersi dall’interferire nei luoghi sacri, smetterla di impossessarsi delle case e delle terre dei Palestinesi. Ma questa è ben lungi dall’essere una soluzione esaustiva: la ragazza stuprata dovrebbe essere liberata dalla sua prigione. Cioè, i Palestinesi dovrebbe essere autorizzati a muoversi liberamente nella loro terra. L’esercito israeliano dovrebbe andarsene dai territori palestinesi. Il blocco di Gaza dovrebbe essere rimosso. Un goy e un ebreo dovrebbe avere pari diritti, come negli Stati Uniti. Qualsiasi legge basata sull’apartheid dovrebbe essere annullata. La dignità umana rispettata. E, infine, alla ragazza dovrebbe essere concesso di vivere in pace. Terre e case rubate restituite ai loro legittimi proprietari. I rifugiati dovrebbe tornare, elezioni libere. Ma siamo molto lontani da tutto questo.

Amici e colleghi ritengono che i Palestinesi di Gaza possono sconfiggere Israele o, almeno, causare un dolore lancinante al maniaco. Ahimè, non per ora. I Palestinesi stanno migliorando la loro capacità di risposta: durante la prima Intifada (1987) contro l’esercito avevano usato le pietre; nella seconda (2001) le armi da fuoco; all’inizio di questa terza Intifada (2021) stanno lanciando missili. Però, ogni volta, vengono sconfitti e, ad ogni sconfitta, la loro vita diventa sempre più difficile. Prima della prima Intifada, i Palestinesi si potevano muovere liberamente; prima della seconda Intifada, avevano la loro autonomia in Cisgiordania; ora non hanno più nulla e staremo a vedere ciò che verrà tolto loro. Questa è la ragione per cui, nonostante la posizione dei Palestinesi sia decisamente terribile, i Palestinesi vicini alla Cisgiordania non hanno molto interesse nell’entrare in un conflitto armato contro il loro formidabile nemico. I giovani disperati, senza futuro, invece entrano in un tale conflitto. E Gaza, questa prigione a cielo aperto gestita dagli stessi prigionierii, è intervenuta. Perchè per gli abitanti di Gaza, la differenza tra una vita che è un inferno in Terra e una morte che potrebbe essere migliore è assai piccola. Stanno pagando caro il loro coraggio. Continua a leggere

Cina, arrestati ​​vescovo, sette sacerdoti e dieci seminaristi

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Leonardo Motta

In soli due giorni, quasi tutto il personale ecclesiastico della Prefettura apostolica di Xinxiang (che conta 100.000 fedeli.) è stato “eliminato” con un’operazione delle forze di polizia della provincia
di Hebei. Il 21 maggio il vescovo Zhang Weizhu è stato arrestato; il giorno prima erano stati arrestati sette sacerdoti e dieci seminaristi.
Il 20 maggio, nel primo pomeriggio, circa 100 poliziotti della provincia di Hebei – da Cangzhou, Hejian e Shaheqiao – hanno circondato l’edificio adibito a seminario diocesano a Shaheqiao, Hebei.
Xinxiang utilizzava come seminario una piccola fabbrica di proprietà di un cattolico dell’Hebei. La polizia è entrata nell’edificio e ha arrestato quattro sacerdoti, professori di seminario e altri tre sacerdoti che svolgono attività pastorale. Insieme a loro hanno arrestato 10 seminaristi che stavano frequentando le lezioni in fabbrica.

A seguito delle direttive del Nuovo Regolamento sulle attività religiose, la fabbrica è stata chiusa e il direttore dell’azienda è stato arrestato.
La Prefettura Apostolica di Xinxiang non è riconosciuta dal governo cinese. Per questo tutte le attività di sacerdoti, seminaristi e fedeli sono considerate “illegali” e “criminali”.
Dopo il raid, la polizia ha sequestrato tutti gli effetti personali di sacerdoti e seminaristi.
Dato l’enorme dispiegamento di forze di polizia, si ritiene che il raid fosse pianificato da molto tempo. Le autorità civili ritengono che ci siano alcuni seminaristi (che sono riusciti a scappare) “latitanti” e li stanno cercando nella zona (le forze di polizia vanno di casa in casa per trovarli).
L’arcivescovo Joseph Zhang Weizhu, 63 anni, è stato ordinato vescovo nel 1991 ed è stato incarcerato più volte.
Da quando è stato firmato l’accordo interinale tra Cina e Santa Sede, è aumentata la persecuzione contro i cattolici, soprattutto quelli non ufficiali. L’accordo si riferisce solo alla nomina di nuovi vescovi, ma la premessa era che il resto della situazione della Chiesa sarebbe rimasto in sospeso fino a quando i problemi non sarebbero stati affrontati attraverso il dialogo tra le due parti. Al contrario, le forze dell’ordine hanno posto agli arresti domiciliari vescovi, inflitto multe altissime ai fedeli, espulso parroci dalle chiese e arrestato sacerdoti e seminaristi. Molti fedeli ritengono che “l’accordo sia stato tradito”.
Basta essere scoperti con segni legati alla fede cattolica (croci, statue, immagini sacre, fotografie del Papa, ecc.), per essere rapiti, arrestati, ricevere la distruzione degli oggetti e delle multe salate.
Questo si chiama Comunismo! Ma qualcuno in Italia, vorrebbe andare a braccetto con il PCC!

La maschera della “democrazia liberale” crolla con un BANG

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di Pepe Escobar

Fonte: Comedonchisciotte

Nakba, maggio 2021. Gli storici del futuro segneranno questo giorno come la data in cui la cosiddetta “democrazia liberale” aveva emanato il suo proclama visivo: noi bombardiamo le agenzie di stampa e distruggiamo la libertà di stampa in un campo di concentramento a cielo aperto, mentre, proprio come fossimo in stato d’assedio, proibiamo manifestazioni pacifiche nel cuore stesso dell’Europa.E, se vi ribellate, noi vi cancelliamo

Gaza come Parigi. I bombardamenti alla torre di al-Jalaa (un edificio residenziale che ospita gli studi di al-Jazeera e AP, solo per citarne alcuni) compiuti dall’”unica democrazia nel Vicino Oriente” sono direttamente connessi al “verboten” pronunciato dal Ministro degli Interni del presidente Macron.

In pratica, Parigi ha avallato le provocazioni della potenza occupante a Gerusalemme Est: l’invasione della moschea di al-Aqsa, completa di gas lacrimogeni e granate stordenti; bande razziste sioniste che molestavano e gridavano “morte agli Arabi“; coloni armati che aggredivano famiglie palestinesi minacciate di espulsione dalle loro case a Sheikh Jarrah e Silwan; una campagna di bombardamenti a tappeto le cui vittime, in media, sono per il 30% bambini.

La folla di Parigi non si è fatta intimorire. Dal Boulevard Barbes fino a Piazza della Repubblica, ha marciato per le strade al grido di “Israele assassino, Macron complice.” Intuivano che Le Petit Roi, un impiegatuccio dei Rothschild, aveva appena distrutto l’eredità storica nazionale, quella che aveva dato vita alla Declaration Universale des Droits de L’Homme.

La maschera della “democrazia liberale” cade e ricade in continuazione, con gli imperialisti del Big Tech che diligentemente cancellano la voce dei Palestinesi e dei difensori della Palestina, a braccetto con un teatrino diplomatico kabuki che ingannerebbe solo i cerebrolesi.

Il 16 maggio, il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha presieduto una riunione online dell’UNSC (Concilio di Sicurezza delle Nazioni Unite), il cui link è stato bloccato, senza interruzioni, da Washington per tutta la settimana. Ricordiamo che la Cina, nel mese di maggio, ha la presidenza dell’UNSC.

Non è stato nemmeno possibile per l’UNSC arrivare ad almeno una dichiarazione congiunta, di nuovo perchè è stato vigliaccamente bloccato dall’Impero del Caos.

Hua Liming, l’ambasciatore cinese in Iran, ha sintetizzato così: “Gli Stati Uniti non vogliono cedere alla Cina il ruolo di mediatore nel conflitto tra Israele e la Palestina, specialmente quando è Cina ad avere la presidenza dell’UNSC.”

La procedura standard usata dalla Casa Bianca in queste situazioni è quella del “dialogo:” “ti faccio un’offerta che non puoi rifiutare,” in puro stile mafioso, portato avanti con entrambe le parti e sotto banco; come d’altronde aveva già dimostrato il Manichino alla Casa Bianca, un dichiarato sionista, con uno sconcertante tweet in cui “ribadiva il diritto di Israele ad autodifendersi.”

E Hua, giustamente, enfatizza “Questa è la ragione principale per cui ogni soluzione o cessate il fuoco tra Israele e Gaza o altre forze nella regione, sarebbe solo temporaneo.”

Il Sud globale è costantemente bombardato dalla retorica imperiale dei “diritti umani,” da Navalny, l’ imbroglione condannato, ai falsi reportage sullo Xinjiang; ma quando è veramente in atto una catastrofe dei diritti umani scatenata dai bombardamenti a tappeto dell’alleato colonialista, Hua Liming sottolinea come “l’ipocrisia e gli ambigui standard degli Stati Uniti vengano di nuovo a galla.”

Una telefonata può fermare tutto

Amos Yadlin, capo dell’intelligence militare dell’esercito israeliano e consigliere militare diplomatico israeliano negli Stati Uniti, in un meeting con gli Sionisti del Sud Africa, ha ammesso l’ovvio: la carneficina sionista contro Gaza può essere fermata dal Manichino, rivelatosi nient’altro che un pupazzo dei Sionisti.

Yadlin ha dichiarato che l’amministrazione del Manichino, o meglio l’orchestrina che lo dirige, starebbe diventando “impaziente” e che “non sarebbe sorpreso se tutto questo terminasse in 48 ore.” E ancora, “se l’Egitto chiedesse ad Israele di fermarsi, Israele non si fermerebbe. Ma se gli Americani chiedessero ad Israele di fermarsi, Israele dovrebbe stare a sentire.”

L’Impero adotta sempre il suo particolare, ambiguo linguaggio quando si interfaccia con la “comunità internazionale,” in teoria riunita attorno alle Nazioni Unite. La sua propaganda però viene bevuta solo da quell’accozzaglia di partner criminali, tirapiedi, lacchè, barboncini e vassalli, che, In nome dell’Impero ignorano o pisciano sulla testa dell’80% della popolazione del pianeta. Confrontato con la realtà dell’Afghanistan, dell’Iraq, della Libia, della Siria, dello Yemen, dell’Ucraina e di tanti altri, “l’ordine mondiale basato sul diritto” non sembra neanche un gioco per ritardati mentali.

Quindi, la prossima volta che sentirete un esemplare sub-zoologico portare avanti l’argomentazione che “Israele ha diritto all’autodifesa,” l’unica possibile risposta è di scatenare i fatti come se fossero missili.

Ogni essere senziente che si ricordi di avere una coscienza, sa che la Palestina sta combattendo contro un progetto razzista coloniale, dotato di un esercito armato di tutto punto, di bombe nucleari e abituato a praticare il terrorismo di stato.

Gaza ha 8 campi profughi, alcuni vengono bombardati proprio in questo momento. Non dimenticate che Israele ha governato direttamente Gaza dal 1967 al 2005 e ha fatto meno di zero per migliorare le spaventose condizioni della popolazione.

Ci sono solo 22 ambulatori medici, 16 uffici per i servizi sociali e 11 centri di distribuzione alimentare, che servono circa 1 milione di persone. Nessun aeroporto o porto, entrambi distrutti da Israele. Il tasso di disoccupazione è del 50%, il più alto di tutto il pianeta. L’acqua potabile è disponibile solo per il 5% della popolazione.

Ma poi c’è la Resistenza. Elijah Magnier ha mostrato come abbia già perforato la pretesa aura di invulnerabilità e di “prestigio” di Israele – e non ci si può sbagliare, perché la velocità, la precisione, la portata e la potenza dei razzi e dei missili possono solo migliorare.

Parallelamente, con una saggia mossa strategica, Hamas e la Jihad islamica hanno detto chiaro e tondo che preferiscono che Hezbollah non si faccia coinvolgere direttamente, per ora, permettendo così all’intero Sud globale di concentrarsi sulla carneficina perpetrata contro Gaza.

“Un paesaggio di ferro e desolazione”

Sociologie de Jerusalem di Sylvaine Bulle, è un libro breve ma alquanto illuminante, che mostra come la battaglia di Gerusalemme Est sia importante per il futuro della Palestina quanto la tragedia di Gaza.

Bulle sottolinea il “razzismo interno” di Israele, direttamente collegato all’egemonia dell’élite di estrema destra sionista, che ha portato, come diretta conseguenza, alla marginalizzazione di Gerusalemme Est, costretta ad una situazione di “dipendenza forzata” dalla occidentalizzata Gerusalemme Ovest.

Bulle dimostra come Gerusalemme Est esista ora solo come un “paesaggio di ferro e desolazione,” con una giustapposizione di zone abbandonate e zone ad alta densità demografica. I Palestinesi che vivono in queste zone non sono considerati o rispettati come cittadini.

La situazione è molto peggiorata dopo il 2004 e la costruzione del muro, che ha impedito la mobilità quotidiana dei Palestinesi che vivono nei territori occupati e dei Palestinesi di Gerusalemme. Questa è stata una frattura in più, con parti di Gerusalemme Est isolate dal muro e moltissime persone che ora vivono in una vera e propria terra di nessuno. Pochissimi nell’Occidente “liberal-democratico” hanno idea di cosa significhi veramente una situazione del genere.

I Palestinesi che vivono a Gerusalemme Est non hanno nazionalità israeliana, molti hanno passaporto giordano. Ma ora anche i Palestinesi con nazionalità israeliana, le nuove generazioni, non vedono più alcun motivo per ritenersi cittadini israeliani e si stanno ribellando, in molti casi in poveri villaggi nel centro del paese.

Per quanto riguarda gli Israeliani della sinistra storica, sono stati neutralizzati e non hanno più alcun potere politico, proprio perchè non sono stati in grado di integrare le masse dei lavoratori, catturate invece dagli estremisti religiosi.

La conclusione di Bulle, espressa con fin troppa diplomazia (questa è la Francia, dopo tutto) è inevitabile: lo stato di Israele è sempre più ebraico e sempre meno democratico, un regime sionista di fatto. Bulle crede che sia possibile ricreare una connessione tra identità nazionale ebraica e democrazia, che includa anche i diritti delle minoranze palestinesi.

Spiacente, ma non succederà, come dimostrano tutti gli orrori della tragedia che è iniziata a Gerusalemme Est.

La via dolorosa continua,  e tutti noi vi assistiamo con orrore. Immaginate solo che livello intergalattico di isteria verrebbe a crearsi se Russia o Cina bombardassero, lanciassero granate e missili e uccidessero bambini in aree residenziali. Non c’è da stupirsi che l’Impero del Caos e delle Bugie, che vorrebbe apparire come una democrazia liberale mentre favorisce il mortale progetto sionista, si stia sempre più avvicinando al bidone dei rifiuti della storia.

 

Fonte: unz.com
Link: https://www.unz.com/pescobar/the-mask-of-liberal-democracy-falls-with-a-bang/

Tradotto da Robin per comedonchisciotte.org

Israele si nasconde dietro la Shoah per umiliare i palestinesi

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Di certo questo articolo non è tacciabile di antisemitismo, visto chi lo scrive, con una certa onestà intellettuale… (N.d.R.)

di Moni Ovadia 

“Isaia, capitolo 1, versetto 17.  Imparate a fare il bene; cercate la giustizia, rialzate l’oppresso, fate ragione all’orfano, difendete la causa della vedova”. Moni Ovadia – attore, musicista e scrittore di origini bulgare e di cultura ebraica – cita a memoria un passo della Bibbia per commentare l’ennesima aggressione dell’Esercito Israeliano ai danni dei cittadini palestinesi cacciati – dai coloni israeliani – dalle loro case a Gerusalemme Est, poi bombardati da una delle aviazioni più potenti del mondo nella Striscia di Gaza. Intervistato da Fanpage.it, Ovadia non ha dubbi sul dove schierarsi: “Dalla parte dei palestinesi, cioè dalla parte degli oppressi. Essere ebrei, e io lo sono, significa stare dalla parte dei più deboli”.

Da questa parte del mondo quello di questi giorni viene descritto come uno “scontro”, addirittura come una “disputa immobiliare” su alcune case a Gerusalemme Est. Cosa ne pensa?
È una narrazione completamente distorta. Non c’è nessuno scontro, perché non c’è paragone tra la forza dell’esercito israeliano e quella della resistenza palestinese. Parliamo di un’aggressione vera e propria e di una superiorità soverchiante da parte di Tel Aviv. Da anni Israele occupa illegalmente le terre dei palestinesi e sottopone a continue e quotidiane umiliazioni quel popolo nell’indifferenza della comunità internazionale. Quello di Israele è un governo razzista e segregazionista; se non fosse per le elezioni direi anche fascista. Vogliono cacciare i palestinesi dalle loro case, cancellare la loro identità culturale, e lo stanno facendo forti della compiacenza di gran parte delle potenze mondiali, compresi paesi arabi come Egitto, Giordania e Arabia Saudita. Quello palestinese è il popolo più solo e indifeso del mondo.

Anche in questo caso la comunità internazionale sembra distinguersi per equilibrismo… Si fanno appelli al “cessate il fuoco”, si condanna il lancio di razzi dalla Striscia di Gaza, ma non si entra mai nel cuore del problema, l’occupazione militare di Gerusalemme Est.
I governi di USA e UE, salvo rare eccezioni, sono composti da ipocriti perché accettano il ricatto degli israeliani sulla Shoah. Io sono ebreo, so cosa è stata la Shoah, e per questo mi domando come si possa legittimare la politica cattiva e sadica del primo ministro Benjamin Netanyahu nei confronti dei palestinesi. Israele continua a giocare il ruolo del povero, piccolo paese indifeso, ha invece uno degli eserciti più potenti del mondo e l’appoggio incondizionato di USA  e UE, mentre la Cina se ne lava le mani. Uno dei suoi pochi nemici storici, la Siria, sarà fuori gioco per 50 anni. Dell’Iran non parliamo: ogni volta che alza la voce, Israele la fa pagare ai palestinesi.

Il suo giudizio sul governo israeliano è molto duro, ma qual è quello sulla società civile israeliana?
Ho solo fonti israeliane, per scelta non uso fonti arabe né palestinesi. C’è in Israele una minoranza coraggiosa che tiene in vita i valori dell’ebraismo e denuncia da anni i crimini di Israele. Parlo di personalità come Gideon Levy, firma storica del quotidiano Haaretz, che accusa il governo di praticare politiche di apartheid nei confronti dei palestinesi. Parlo della sua collega Amira Hass, che racconta i soprusi praticati ai palestinesi. E parlo di un politico moderato come Avraham Burg, ex presidente della Knesset (il parlamento israeliano), che ha chiesto formalmente di non essere più designato come ebreo nel registro della popolazione israeliana. Lui dice: ‘Se gli ebrei sono padroni di Israele non voglio essere ebreo’. Cito: ‘Non smetterò di sentirmi un ebreo ma non voglio più far parte della collettività ebraica in Israele, non voglio percepirmi come un privilegiato rispetto ai non ebrei, chiedo di essere un cittadino israeliano e basta’. Sa perché questa scelta?

No.

La legge sullo stato nazione prevede che in Israele siano titolari di pieni diritti solo i cittadini ebrei, ovvero i figli di madre ebrea. I palestinesi, invece, no. Eppure sono almeno 1,8 milioni. Quella del governo israeliano nei confronti dei palestinesi è, come rilevato di recente anche da Human Right Watch, una politica di apartheid sotto alcuni punti di vista non troppo diversa da quella praticata in Sudafrica.

Si arriverà mai alla pace tra Israele e palestinesi? E a quale pace?
L’importante è che non sia la pace del più forte imposta al più debole. La pace si può fare solo tra eguali: finché gli israeliani non si ritireranno dalle terre occupate, finché cioè non verrà ristabilita la legalità internazionale, non si potrà iniziare nessun vero negoziato di pace.

continua su: https://www.fanpage.it/attualita/moni-ovadia-a-fanpage-it-israele-si-nasconde-dietro-la-shoah-per-umiliare-i-palestinesi/
https://www.fanpage.it/

La devastazione dei luoghi di culto cristiani in Francia

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Leonardo Motta

In Francia si perde un luogo di culto cristiano ogni due settimane.
Sebbene i luoghi di culto cattolici continuino ad essere la maggioranza degli edifici di culto, in Francia viene eretta una moschea ogni 15 giorni, mentre un edificio cristiano viene distrutto allo stesso ritmo.
Le ultime statistiche mostrano che più di due monumenti cristiani vengono attaccati ogni giorno, e più della metà degli incidenti finisce con la profanazione.
L’Osservatorio del patrimonio religioso di Parigi, in un comunicato presentato dal presidente dell’istituto, Edouard de Lamaze, ha avvertito della progressiva escalation di violenza che ogni due settimane fa sparire un edificio religioso.

Dopo lo sfortunato incendio nella cattedrale di Notre-Dame, l’ostilità contro la religione è aumentata. La maggior parte degli attacchi sono stati perpetrati su edifici cattolici.
Il comunicato afferma: “Nonostante i monumenti cattolici siano ancora avanti, in Francia viene eretta una moschea ogni 15 giorni, mentre un edificio cristiano viene distrutto allo stesso ritmo. Ciò crea una svolta nel territorio di cui tenere conto. Durante il 2018 nella sola Francia, 129 chiese sono state vittime di attacchi, ma il numero totale di attacchi a luoghi di culto cattolici è stato un totale di 877. Queste cifre sono quintuplicate in soli dieci anni. All’inizio degli anni ’70 lo scrittore e giornalista Michel de Saint Pierre pubblicò un libro dal titolo “Chiese in rovina, Chiesa in pericolo di estinzione”, in cui era già suonato l’allarme. Ma da allora la situazione è decuplicata o addirittura centuplicata.

Cinquemila edifici cattolici rischiano di scomparire nei prossimi anni. La causa di questa scomparsa, però, va oltre la crescente ostilità a cui sono sottoposti. Questi siti religiosi sono anche profondamente trascurati dalle autorità pubbliche. Questi edifici non sono mai stati sottoposti a lavori di restauro o a misure di protezione contro incendi o furti”, conclude il comunicato. Va ricordato che la legge in vigore dal 1905 ha reso i comuni proprietari dei propri edifici religiosi e molti sono caduti in stato di abbandono da parte dello Stato.

Uno scrittore a-ideologico, cattolico e, quindi, assolutamente libero

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI di MATTEO CASTAGNA per INFORMAZIONE CATTOLICA

EDUCAZIONE CATTOLICA

IL MESE DI MAGGIO SI È APERTO CON L’ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI GIOVANNINO GUARESCHI, IL GIORNALISTA ITALIANO PIÙ TRADOTTO E PIÙ LETTO NEL MONDO

di Matteo Castagna

Il mese di Maggio si apre con l’anniversario della morte di Giovannino Guareschi, il giornalista italiano più tradotto e più letto nel mondo. Grande umorista, caricaturista, non ha eguali né è facile trovare somiglianze con autori contemporanei. Eppure, sono pochissime le persone, sia tra i colleghi che nel mondo della cultura, che si ricordano di lui e delle sue opere, il primo maggio, giorno che gli diede i natali.

Fu l’unico giornalista della storia repubblicana a finire in galera per un attacco al leader democristiano Alcide De Gasperi, rifiutando, persino, di fare ricorso in appello. Quando morì, i comunisti tirarono un sospiro di sollievo e, anche a destra, dove generalmente si trovano i più permalosi, si atteggiarono con distacco. Probabilmente perché era uno scrittore a-ideologico, cattolico e, quindi, assolutamente libero. In America, la rivista Life gli dedicò ben 9 meritatissime pagine, mentre il Time scrisse che per capire l’Italia e gli italiani occorre leggere Machiavelli, Mussolini e Guareschi.

Questi fatti dimostrano che il processo di inculturazione della gioventù è iniziato col dopoguerra, non certo negli ultimi anni. Quando lessi “il Mondo Piccolo” mi chiesi, con l’ingenuità di allora, come mai non me l’avessero fatto studiare a scuola. Poi ricordai che sui sussidiari ove studiai io negli anni ’80, Guareschi non era neppure nominato.

Aveva il “difetto” di essere libero, di criticare il Concilio Vaticano II e la riforma liturgica, di essere anticomunista, non fascista, e particolarmente allergico all’ipocrisia tipica della politica centrista, sempre prona ai poteri forti e sempre pronta a sottomettere la verità al compromesso. Giovannino era ed è tanto scomodo quanto letto. E questo dà un gran fastidio a tutte le fazioni. Non agli uomini liberi come lui, ai cattolici sinceri, legati alla Tradizione ed alla Messa di sempre, a coloro che amano la loro terra ed il fiume che l’attraversa, le usanze, i pregi e i difetti dei propri compaesani in nome della fede e del comune buon senso che attuano quel bene comune cui tutti dicono di voler attendere ma pochi, veramente, realizzano.

Il suo concetto di libertà può essere riassunto nella sua celebre frase: “pensar non nuoce”, che non è per tutti, soprattutto per coloro che, con dolo, dimenticano che la testa non serve solo a sostenere il cappello né le mani a sostenerlo perché qualcuno gli getti i denari per agire e, quindi, è sempre di un’ attualità disarmante.

Maggio è, soprattutto, il mese mariano per eccellenza. E Giovannino Guareschi ci ha lasciato un racconto molto bello, che può essere utile a ridare speranza (con la “s” minuscola…), nei momenti difficili che stiamo vivendo. Il 20 settembre 1943 si trova a camminare per le vie di Czestochowa, preceduto da nove compagni e scortato dal capitano della Gestapo che, chissà perché, ha scelto qualche prigioniero per accompagnarlo in una passeggiata fino al Santuario della Madonna Nera, sotto il cielo della Polonia, tra i profili delle case di una città piegata dai bombardamenti, dalla fame e dalla guerra. Ma non è così ovunque. Qualcosa riesce a salvarsi dalla povertà e dal silenzio, palpabili in quell’aria fresca di primo autunno e Giovannino lo scopre appena mette piede nella basilica: sì, dentro quella chiesa, al deportato 6865 tutto pare cambiare: “Dopo un mese di vita in ambienti in cui tutto trasuda sporcizia e disperazione, dove ogni parola è un urlo, ogni comando è una minaccia, trovarsi d’improvviso in quell’aria serena, in mezzo a quel barbaglio d’oro, a quella calda onda di musica! …”.

Sentendo i monaci cantare, vedendo centinaia di fedeli ascoltare con devozione la celebrazione delle funzioni, Guareschi continua: “Si leva un canto dalla folla pare la voce stessa della Polonia: un dolore dignitoso di gente usata da secoli ad essere schiacciata e a risorgere. Di gente che viene uccisa sempre e non muore mai”. Giovannino si ferma: “I prigionieri scendono verso la città e io penso a quelle campane che da quattro anni sono mute. Sentirò suonare le campane di Polonia?”, respira profondamente, riapre gli occhi e si vede comparire davanti un bambino polacco dal viso sottile che gli tende una mela: “sulla corteccia rossa e lucida della mela vedo l’impronta dei dentini del bimbo e penso a mio figlio. Lo zaino non mi pesa più, mi sento fortissimo. Lo debbo rivedere, il mio bambino: il primo dovere di un padre è quello di non lasciare orfani i suoi figli. Lo rivedrò. Non muoio neanche se mi ammazzano!”.

Giovannino senza rendersene conto urla quella frase a voce così alta e ripetendola così tante volte che non solo il capitano della Gestapo non riesce a farlo tacere, ma i suoi compagni si uniscono al coro. La voce “del suo prigioniero” ha parlato, continuerà a parlare fino alla sua liberazione e sarà così forte da scandire ogni suo passo di andata e di ritorno dal lager, così insistente che pervaderà ogni muscolo e ogni pensiero, tanto da tenerlo vivo per davvero.

Ma Guareschi non sopravvivrà semplicemente al lager: in un luogo dove sarebbe istintivo pensare che l’uomo sia stato lasciato solo, lui ci trova il Buon Dio e con la fede riscoperta aiuterà a tenere vivi decine e decine di compagni. Tiene vivi anche noi, il nostro Guareschi, generazioni di lettori salvati dalla desolazione, riportati alla speranza grazie a una matita e un blocco di appunti.

Pentimento Grande Aracri, terremoto giudiziario in caso di conferma delle dichiarazioni

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di AMDuemila

Se le dichiarazioni del boss Nicolino Grande Aracri venissero riscontrate da parte degli inquirenti si scatenerebbe un vero e proprio terremoto giudiziario, non solo contro la ‘Ndrangheta ma anche nei confronti di quel “mondo di mezzo” composto dai cosiddetti “colletti bianchi”, professionisti e funzionari infedeli compiacenti.
Sopratutto le sue dichiarazioni potrebbero andare a incidere su molti filoni investigativi e processuali in corso o conclusi in assoluzione, in virtù del ruolo apicale ricoperto per molto tempo all’interno della consorteria criminale.
Ma se la sua decisione di collaborare con la giustizia da un lato potrebbe portare notevole beneficio all’azione giudiziaria, dall’altro solleva molte domande. Andiamo per ordine.
Nicolino Grande Aracri oltre ad essere stato condannato a molteplici ergastoli per essere stato il mandante di sette delitti che insanguinarono il Crotonese negli anni tra il ’99 e il 2000 e per l’omicidio di Giuseppe Ruggero, commesso a Brescello nel ’92 ed eseguito da un commando di killer travestiti da carabinieri, ha anche subito diverse altre condanne detentive ed è tutt’ora implicato in numerosi processi penali su cui potrebbero piovere come macigni le sue presunte confessioni. Come ad esempio, il processo Scacco Matto, nel quale Aracri è stato condannato a 17anni di carcere (ormai esauriti) per associazione mafiosa e in cui si è sancito come la famiglia Grande Aracri si era legata con i Nicoscia di Isola Capo Rizzuto per scalzare il comando dei Dragone a Cutro e degli Arena a Isola Capo Rizzuto, è direttamente collegato ad un altro un altro processo, denominato Kyterion – in cui si è scoperto che il boss della famiglia Dragone, Raffale, venne ucciso da Grande Aracri – citato nel maxi processo “Rinascita Scott” in corso a Lamezia Terme. Vedremo quindi il boss Grande Aracri testimoniare davanti ai pm dell’aula bunker?
Sarà in grado di dirci qualcosa in merito anche ad altri avvenimenti in cui è implicato? Come ad esempio sull’assoluzione decisa dalla corte di appello di Bologna per i suoi presunti sodali, Angelo Greco, Antonino Ciampà e Antonio Lerose finiti sotto processo per l’uccisione di Nicola Vasapollo, compiuto a Reggio Emilia; o anche in merito ai quattro omicidi commessi nei primi anni novanta dal pentito Salvatore Cortese, suo ex braccio destro; c’è poi il processo Grimilde contro le “nuove leve” della cellula emiliana di ‘Ndrangheta e l’inchiesta FarmaBusiness, in cui i suoi familiari (di Grande Aracri n.d.r) sono stati accusati di aver messo le mani sullo smercio e la vendita dei farmaci e di aver cercato un accordo con l’ex presidente del consiglio regionale Domenico Tallini.
Poi ancora c’è l’inchiesta Thomas contro i presunti colletti bianchi del clan e le indagini più recenti contro la cosca di San Leonardo di Cutro, ritenuto organico della “provincia” di ‘Ndrangheta fondata da Grande Aracri, E sulla faida scoppiata in Emilia negli anni di piombo? Continua a leggere

Speranza tradito dal suo libro. “Covid? Sapevo da dicembre”

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Il ministro rivela di aver appreso di focolai da Wuhan. “A novembre vidi un ministro cinese ma era tranquillo”

di Felice Manti e Edoardo Montolli

Il libro mai uscito del ministro della Salute Roberto Speranza Perché guariremo gira ormai tra le redazioni come un nuovo virus. Ma già a pagina 28 si resta davvero colpiti. Scrive il ministro: «Il 31 dicembre, le autorità (della Cina, ndr) hanno segnalato all’Oms molti casi di una malattia che somiglia alla polmonite, nella provincia di Wuhan». Ma subito l’esponente Leu aggiunge: «Era tutto il mese che si rincorrevano le voci su nuovi focolai virali in quella provincia e che consultavo le notizie con più attenzione del solito, vagliando quelle provenienti da Oriente». Ma notizie su focolai virali prima del 31 dicembre noi non le abbiamo mai trovate. Tanto è vero che Taiwan chiude le frontiere solo quando capta la prima voce di un focolaio di polmonite a Wuhan: e ad oggi l’isola, che conta quasi 24 milioni di abitanti, piange solo 11 morti per Covid.

Dice Fabrizio Gatti, autore del libro L’infinito errore: «L’indagine (farsa) Cina-Oms che certifica l’esistenza di più focolai attivi già a inizio dicembre a Wuhan e in Hubei (quindi con contagi a metà novembre) è di qualche settimane dopo». Da dove arrivano allora queste informazioni? E da chi? Le frasi immediatamente successive stupiscono ancora di più: «Il 7 novembre avevo ospitato a Roma il ministro della Salute del governo cinese, Ma Xiaowei. Avevamo sottoscritto un accordo tra i due servizi sanitari (…) Non mi era sembrato che nutrisse particolari preoccupazioni sul suo Paese». Ma per quale ragione il 7 novembre il ministro cinese doveva essere preoccupato? Perché Speranza dà per scontato che il suo collega cinese ne sia addirittura informato due mesi prima?

Non basta. L’accordo Speranza-Xiaowei è un Piano d’azione di cooperazione sanitaria focalizzato su cinque punti. Il terzo è dedicato alle malattie infettive e ad eventuali pandemie. E recita, in proposito, che Italia e Cina dovranno «sviluppare e sostenere strategie di prevenzione» contro «la vulnerabilità del sistema di risposta alle emergenze infettive» e «sviluppare collaborazioni in risposta alle più importanti emergenze di salute pubblica», per esempio «la pandemia di malattie infettive come l’influenza». Sembra un dettaglio, e una coincidenza. E forse lo è. Ma il ministro aggiunge: «A gennaio 2020 mi rendo conto che il Servizio sanitario nazionale sta andando verso una tempesta che lo metterà a dura prova». E allora per quale ragione il 15 febbraio l’Italia dona alla Cina sedici tonnellate di materiale medico-sanitario di protezione personale tra mascherine, tute e occhiali protettivi, guanti e termometri? Perché questa enorme privazione già sapendo che eravamo sguarniti?

Peraltro, per tutto il libro – come notano molti colleghi tra cui Francesca Nava di La7 – non viene mai citato lo strumento principe per contrastare una pandemia: il piano pandemico. «Mentre invece l’ex sottosegretario alla Salute Sandra Zampa a Omnibus ne rivendicava l’applicazione. Ma il piano del 2006 era utile o era inutile come ha sempre detto Speranza perché il Covid non è un’influenza», scrive la Nava su Facebook.

E sul piano pandemico Il Giornale ha scovato un’altra prova che sbugiarda il ministro. Il 21 aprile il direttore dell’Ufficio di Prevenzione del ministero Francesco Maraglino, in nome del viceministro della Sanità Pierpaolo Sileri, scrive che lo stesso piano pandemico è da considerarsi «un piano di carattere strategico a cui devono seguire dei piani operativi». Insomma, è carta straccia, come diceva il report Oms fatto sparire il 13 maggio da Ranieri Guerra perché inchiodava l’Italia ai suoi errori, report di cui il ministro Speranza era al corrente già dal 14 aprile e che lo aveva «deluso».

E mentre al Senato venivano depositate tre mozioni di sfiducia di Fratelli d’Italia, ex grillini e il gruppo di Gianluigi Paragone Italexit, il leader della Lega Matteo Salvini ribadisce che non le voterà: «Preferisco una commissione parlamentare». In realtà basterebbe leggersi il libro di Speranza…

Fonte: https://www.ilgiornale.it/news/politica/speranza-tradito-suo-libro-covid-sapevo-dicembre-1940549.html

Draghi apre: vince la Lega, perde Speranza

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La svolta del premier: contagi ancora alti ma serve un segnale contro il malcontento

A Palazzo Chigi allarme per le tensioni sociali I timori di Gabrielli: preoccupati dalle piazze

di Adalberto Signore

L’accelerazione arriva in tarda mattinata, quando durante la cabina di regia sulle aperture in corso a Palazzo Chigi va in scena l’ennesima sfida tra «rigoristi» e «aperturisti». Con Mario Draghi che alla fine ribalta le previsioni della vigilia, visto che giovedì sera da entrambi i fronti si dava per «altamente improbabile» un allentamento delle misure restrittive. Il premier, invece, decide di sposare la linea portata avanti dai ministri di Forza Italia e Lega, Mariastella Gelmini e Giancarlo Giorgetti, supportati per l’occasione dalla renziana Elena Bonetti. Con buona pace del titolare della Salute Roberto Speranza, costretto peraltro ad illustrare le novità seduto in conferenza stampa a fianco del premier. Tra gli sconfitti anche il ministro M5s Stefano Patuanelli e, in parte, il dem Dario Franceschini. Il titolare dei Beni culturali, infatti, pare che durante la cabina di regia di ieri sia stato meno granitico del solito, preoccupato di riuscire a concedere qualcosa al mondo dello spettacolo che non ha gradito di rimanere chiuso mentre il governo dava il via libera al pubblico per le quattro partite dell’Europeo che si giocheranno allo stadio Olimpico di Roma dall’11 giugno.

In privato, Draghi definisce la sua una «mediazione». E in pubblico sottolinea come la cabina di regia abbia deciso «all’unanimità e non a maggioranza», perché si parte da «punti di vista che non sono uguali» ma «la strada è comune». Ma è di tutta evidenza che nei fatti la linea che passa è sostanzialmente quella di Forza Italia e Lega. Per non dire della percezione complessiva del messaggio, un’indicazione generica in chiave di normalità. Una ripartenza che inizierà il 26 aprile e non il 3 maggio, come ipotizzato fino a giovedì. Ma che Draghi sceglie di annunciare con dieci giorni di anticipo, perché l’obiettivo è quello di sminare il malcontento che va montando nelle piazze in queste ultime settimane. Il premier, infatti, è rimasto molto colpito dalle manifestazioni di protesta di questi giorni. Come dalla relazione fatta mercoledì scorso davanti al Copasir da Franco Gabrielli, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con la delega ai Servizi. L’ex capo della Polizia, infatti, ha relazionato il Comitato di controllo non nascondendo la sua preoccupazione per le tensioni sociali di questi giorni. Che, nel caso le chiusure delle attività economiche dovessero continuare ancora, potrebbero subire una vera e propria escalation ed arrivare a diventare focolai di rivolta. Un campanello d’allarme, quello di Gabrielli, che ha molto preoccupato il presidente del Consiglio. Che ha dunque deciso di «dare un segnale» per cercare di spegnere le polemiche e togliere tensione al Paese. E questo nonostante i numeri che monitorano l’andamento della pandemia non siano oggi «particolarmente differenti» rispetto a «quelli di un anno fa». Questo, almeno, ha detto il premier incontrando nel tardo pomeriggio la delegazione di Forza Italia, guidata da Antonio Tajani. Non è un caso, dunque, che in conferenza stampa Draghi abbia parlato di «rischio ragionato» mentre annunciava l’inversione di rotta sulle riaperture. Un «rischio» che va di pari passo alla «scommessa» fatta sull’economia con il Def: accumulare negli anni a venire altro «debito buono» così da spingere la crescita del Paese.

Politicamente, la via intrapresa dal presidente del Consiglio si porta dietro vincitori e sconfitti. Una riflessione, questa, che deve fare i conti con il fatto che il centrosinistra – non si comprende bene con quale ragionamento di prospettiva – ha sempre ergersi a paladino delle chiusure. A perdere, infatti, è soprattutto il ministro della Salute Speranza. Che non solo nelle ultime settimane ha messo in atto una sorta di conversione a «U», iniziando per la prima volta a parlare con toni concilianti delle varie ipotesi di riaperture. Ma che ieri era al fianco di Draghi in conferenza stampa, a mettere – suo malgrado – la faccia a una linea aperturista che fino a poche ore prima considerava scellerata e inconcepibile.

Fonte: https://www.ilgiornale.it/news/politica/svolta-premier-contagi-ancora-alti-serve-segnale-contro-1939472.html

Baffino tirato in ballo su più fronti nei pasticci Covid 19

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Che questa volta Baffino D’Alema, il politico più sottile della sinistra, finisca veramente in trappola? Ieri è passato dai margini della politica e da un dorato esilio, al cuore della cronaca, e per due fatti non positivi.

Prima di tutto la vicenda, narrata da La Verità,  dei 140 ventilatori cinesi Aeonmed vg70 per terapia intensiva acquistati da Borrelli quando era ancor commissario alla protezione civile nel 2020 e risultati non idonei, privi dei marchi di conformità,  e quindi ritirati dalla Regione Lazio. L’azienda che li ha venduti alla Protezione Civile ha esibito necessaria raccomandazione da parte di un membro noto della sinistra, in questo caso D’Alema, senza la quale è impossibile fare affari con lo stato, il tutto sotto forma di lettera:

Carissimi”, scrive in inglese il fornitore, “abbiamo appena ricevuto informazioni dall’onorevole D’Alema Massimo che il vostro governo acquisterà tutti i ventilatori nella lista che ho allegato a questa e-mail. E accettiamo i termini del pagamento che avete concordato. Quindi acquisteremo tutti i 416 set di ventilatori per voi il prima possibile. Grazie per la vostra fiducia in noi. Faremo del nostro meglio per servire i vostri interessi”. In Germania diversi deputati CDU han dato le dimissioni per meno.

Però non è finita: ieri sera a Report viene reso noto un tentativo di D’Alema per intervenire sul OMS e nascondere le malefatte del ministro Speranza e dei suoi predecessori nella nota vicenda che vede coinvolti Speranza , Ranieri Guerra, Brusaferro ed il capo di gabinetto Zaccardi sui piani pandemici. Il tutto per evitare che l’Italia “De Sinistra” mostrasse la sua vera faccia di superficialità ministeriale e d’inadempimento dei propri doveri.

D’Alema e la sinistra “Sottile” in trappola? Il nostro si è dimostrato politico molto abile, e finora è sopravvissuto a innumerevoli vicende, dimostrandosi inattaccabile quanto il mitico “Teflon” Rutte, il politico olandese passato quasi indenne in mezzo a miriadi di scandali. Però questa volta potremmo essere giunti a fine corsa. L’Italia ha vermente bisogno un cambiamento, ed il primo passo dovrebbe essere la fine del “Mi manda Picone”, che così tanti disastri addusse al nostro Paese. Iniziamo mandando Baffino in una definitiva pensione e con lui i vari amici suoi, Arcuri compreso.

 

 

DA

https://scenarieconomici.it/baffino-in-trappol-dalema-tirato-in-ballo-su-piu-fronti-nei-pasticci-covid-19/

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