Emergenza a Lampedusa: sbarcano altri 424 clandestini

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La situazione nell’hotspot di Contrada Imbriacola è sempre più drammatica

di Federico Garau

Proseguono senza sosta, ad ogni ora della notte e del giorno, gli arrivi di clandestini nel nostro Paese: tra sbarchi autonomi e salvataggi in mare sono centinaia ad ogni aggiornamento che viene effettuato dalle autorità locali.

Solo nelle ultime ore sono state ben sei le operazioni condotte dalle motovedette della Capitaneria di porto di Lampedusa e della Guardia di Finanza. Al largo della maggiore delle Isole Pelagie le forze dell’ordine hanno recuperato complessivamente 424 immigrati irregolari i quali, dopo esser stati fatti salire a bordo, sono potuti infine sbarcare sul territorio nazionale italiano. I primi 178 clandestini, tutti provenienti dal Bangladesh, sono stati individuati e raggiunti dalle motovedette della Guardia di Finanza al confine fra la Sar maltese e italiana.

Ulteriori 246 extracomunitari sono invece stati soccorsi e quindi assistiti dalla Capitaneria di porto, quando le imbarcazioni a bordo delle quali navigavano verso lo Stivale erano già in vista di Lampedusa. Una volta sbarcati sul molo Favaloro, gli immigrati irregolari sono stati sottoposti a tampone naso-faringeo ed a visita medica. A seguito delle consuete operazioni di identificazione, tutti e 424 sono finiti nell’hotspot di Contrada Imbriacola, che si trova in condizioni sempre più disperate: sono infatti oltre 1400 gli extracomunitari all’interno della struttura, a fronte di una capacità massima di 250 posti.

Le parole di Salvini

“Il tema immigrazione è nei numeri: tra il pomeriggio e la notte sono sbarcati più di 700 immigrati irregolari e altri 800 sono a bordo di due navi, una francese e una tedesca. Non penso che, dopo il Covid, ci si possa permettere 1500 sbarchi al giorno”, sbotta il leader del Carroccio al banchetto di raccolta firme per i referendum sulla giustizia a Milano.

“Mentre si chiede il Green pass per andare in pizzeria, ci sono persone che sbarcano da Paesi non vaccinati che, spesso e volentieri, scappano dai centri e girano. È un problema anche sanitario, oltre che economico, sociale e culturale”, aggiunge ancora l’ex vicepremier.“Non è un problema inventato dalla Lega: se invece di 30mila sbarchi fossimo alla quota dell’anno scorso, il problema non ci sarebbe. In tante periferie milanesi ci sono tanti immigrati regolari che si sono ben integrati, ma ci sono alcune zone con ghetti inavvicinabili anche dalle forze dell’ordine”, conclude.

Fonte: https://www.ilgiornale.it/news/cronache/emergenza-lampedusa-sbarcano-altri-424-clandestini-1966750.html

E’ morto il dottore Giuseppe De Donno

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La notizia ci ha colto con sgomento. Comunque sia andata, una cosa è certa. il dott. De Donno era un uomo coraggioso, che applicava una terapia che già esisteva e funzionava. Il mobbing, di qualunque livello, può arrivare ad esasperare. Se si è veramente suicidato, perghiamo per l’infinita Misericordia di Dio. (N.d.R.)

di Massimo Mazzucco

Fonte: Massimo Mazzucco

«La terapia con il plasma costa poco, funziona benissimo, non fa miliardari. E io sono un medico di campagna, non un azionista di Big Pharma.»
(Dott. Giuseppe De Donno – La Verità, 15 giugno 2020)

Avevo parlato con Giuseppe De Donno nel marzo scorso, mentre completavo il mio video “Covid le cure proibite”, perchè volevo verificare l’accuratezza di alcune informazioni che mi apprestavo a divulgare.
Giuseppe De Donno era un uomo distrutto.
Dopo quasi un anno dagli eventi che lo avevano coinvolto, ancora non riusciva a capacitarsi del perchè la sua cura non fosse stata promossa e sperimentata in tutto il mondo. “Io lo so che funziona – mi diceva – ho visto i pazienti guarire sotto i mei occhi. Eppure sembra che la cosa non interessi a nessuno”. In quella breve telefonata provai in qualche modo a spiegargli che gli interessi economici coinvolti erano troppo forti, e che guarire i malati, in quel momento, non era la priorità di nessuno, ai piani alti del potere. Ma capii che da quell’orecchio non ci sentiva. Ebbi l’impressione di avere di fronte una persona sincera ma profondamente ingenua, totalmente impreparata all’orribile dispetto che gli stava riservando il destino.
Credo che il suo gesto di oggi non sia che la presa di coscienza definitiva di una situazione che inizialmente non riusciva ad accettare.

Immigrazione, giro di vite anche in Svezia: via il permesso permanente

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Roma, 22 lug — Stretta sull’immigrazione in Svezia, stop ai permessi di soggiorno permanenti. Il mese scorso il parlamento svedese ha approvato una legge che renderà limitata nel tempo la permanenza dei rifugiati nel Paese. Il provvedimento andrà in sostituzione della legislazione temporanea introdotta cinque anni fa nel tentativo di ridurre il numero record di richieste di asilo.

Svezia, stretta sull’immigrazione

Prima del 2016, infatti, dal 1984 il paese scandinavo aveva sempre rilasciato permessi di soggiorno permanente a immigrati e richiedenti asilo. Le nuove regole, introdotte dal governo socialdemocratico-verde a fine aprile, ribaltano questa norma. I permessi saranno rinnovati solo se permangono le stesse circostanze in cui sono stati rilasciati. La legge introduce inoltre l’obbligatorietà di sottoporsi a test di lingua svedese e di educazione civica per chiunque desideri rimanere nel Paese più a lungo.

Protestano le Ong

Scontate le proteste di alcuni gruppi pro immigrazione, come Amnesty Sweden. Le nuove norme sull’immigrazione avranno effetto su chiunque entrerà in Svezia con un visto di lavoro, per studio o sulle famiglie in cerca di residenza permanente. I nuovi arrivati ​​dovranno soggiornare in Svezia per almeno tre anni prima di presentare domanda per la residenza permanente.

Gli immigrati che si trasferiscono in Svezia per unirsi a un membro della famiglia riceveranno solo un permesso di soggiorno temporaneo. Devono inoltre dimostrare di potersi mantenere raggiungendo una soglia di reddito di 8.287 corone (circa 809 euro) al mese per l’anno 2021. L’Agenzia svedese per l’immigrazione ha specificato che la legislazione introdotta non è transitoria, quindi gli immigrati che hanno presentato domanda di residenza permanente prima del 20 luglio verranno trattate ai sensi della nuova legge. Il disegno di legge finale non contiene però limiti al numero di richiedenti asilo.

Cristina Gauri

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/immigrazione-svezia-permesso-permanente-202113/

Carlo Nordio punta il dito contro una “magistratura decrepita: giudici alle corde, agire ora o mai più”

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Instancabile lottatore. L’ex procuratore Carlo Nordio da sempre è insofferente alle dinamiche del suo mondo, del quale ha denunciato le storture molto prima di Palamara e con la credibilità, rispetto all’ex capo dell’Anm, di chi non ha mangiato nel piatto delle mele marce. La sua battaglia va avanti da tempo, ma mai come oggi il magistrato ha confidato nel successo finale.

Procuratore, come mai la vediamo in trincea, impegnatissimo in favore dei referendum di Lega e Radicali sulla giustizia?
«Perché questo è il momento giusto, per la prima volta da tangentopoli, per dare uno scossone a una giustizia decrepita. Sulla necessità di queste riforme insisto da oltre vent’ anni: mentre ero in servizio ero considerato un eretico o un disfattista, ora vedo che gran parte dei giuristi e dell’opinione pubblica condivide le mie idee. Sono contento e motivato».

Se non ora quando, parafrasando slogan di altre battaglie?
«È un treno che non si può perdere. Fino ad ora le riforme sono state paralizzate dallo strapotere della magistratura e dall’ignavia della politica. Ora il governo, pur avendo come ho detto un limitato potere, ha un grande prestigio, e soprattutto è inamovibile. Inoltre la magistratura è crollata nella credibilità, e non può più condizionare la politica come ha fatto fino a ieri».

Un quesito del referendum è la separazione delle carriere tra giudici e pm. Da ex procuratore, perché è favorevole?
«Perché la separazione è consustanziale al processo penale accusatorio, cosiddetto alla Perry Mason, che abbiamo adottato nel 1988. In tutto il mondo anglosassone le carriere sono separate, per evitare un’irragionevole confusione di ruoli. Per di più, da noi il pm è un mostro di potenza: gode delle garanzie del giudice ma è anche capo della polizia giudiziaria e monopolista dell’azione penale. È l’unico organo al mondo, con un grande potere senza responsabilità».

Un magistrato che sbaglia deve pagare per i propri errori?
«Un magistrato inetto, incapace o peggio ancora in malafede non va colpito sul portafoglio, ché tanto è assicurato. Va punito nella carriera, e cacciato dalla magistratura».

Non ritiene che i referendum siano un di più e che la riforma Cartabia sia sufficiente per combattere i mali della giustizia?
«La riforma Cartabia è il cosiddetto minimo sindacale per ottenere i finanziamenti europei. Lei è il miglior Guardasigilli dai tempi di Gonella, ma non può far molto perché le riforme le fa il Parlamento, che è dominato da un maggioranza retriva e giacobina. Anche se credo che, per ragioni di sopravvivenza, i grillini si adegueranno alle proposte, importanti ma non certo risolutive, del governo».

Che giudizio dà della riforma, che per non abolire la prescrizione ha introdotto il principio metagiuridico dell’improcedibilità?
«È un compromesso escogitato per non umiliare i grillini. Non potendo incidere sulla prescrizione voluta da Bonafede, si punta a estinguere non il reato ma il processo. Se non è zuppa, è pan bagnato. Il risultato è accettabile, perché comunque il cittadino non starà in eterno sulla graticola giudiziaria. Personalmente avrei preferito una soluzione più lineare: mantenere bassi i termini della prescrizione, ma farli decorrere non dalla commissione del reato ma dall’esercizio dell’azione penale. Comunque, per ora, questo è il massimo che si potesse ottenere».
A cosa è dovuto il tracollo di credibilità della magistratura?
«Il tracollo è dovuto a mille cause remote. Ma la causa prossima è stato lo scandalo di Palamara e quello, assai più grave anche se se ne parla poco, di Milano e della consegna illegittima di verbali secretati. Il Consiglio Superiore della Magistratura fa finta di nulla, ma i cittadini queste cose le intuiscono».

Palamara sostiene che dopo la sua cacciata nulla sia cambiato, se non che l’Associazione Nazionale Magistrati si è spostata ancora di più a sinistra…
«Più che l’Anm, è il Csm che si è spostato a sinistra, perché alcuni dei suoi membri moderati sono stati invitati o costretti alle dimissioni, in quanto le loro chat con Palamara erano state sapientemente divulgate. Ma Palamara non ha parlato solo con loro. Bisogna domandarsi perché le altre siano state omesse, o addirittura siano andate perdute. Ma è un canto del cigno. Se il referendum passa, il Csm cambierà radicalmente, e prima o dopo arriveremo al sorteggio, unica vera riforma efficace per eliminare la degenerazione correntizia».

Si avvererà la profezia del radicale Massimo Bordin, secondo il quale i magistrati finiranno per arrestarsi tra loro?
«No. I più, cioè i bravi e gli onesti, spereranno in una riforma che li affranchi dallo strapotere delle correnti. Gli altri attenderanno che passi la nottata. Ma quando si sveglieranno, se il referendum avrà vinto, vedranno un’alba diversa».

Da magistrato, come mai sostiene la supremazia della politica sul potere giudiziario?
«Perché prima di essere un magistrato sono un cittadino. E in democrazia il potere appartiene agli elettori, non ai magistrati».

Si dice che solo una piccola parte dei magistrati sia politicizzato: perché gli altri non si ribellano?
«La maggior parte dei magistrati pensa a lavorare; non si ribella perché sa che, se alza troppo la testa, entra nel libro nero dei vertici associativi. Questo non compromette la carriera economica, che è automatica, ma impedisce di ambire a qualche carica importante».
Sarebbe auspicabile un ripensamento dell’azione penale obbligatoria, con un’indicazione delle priorità che i pm devono seguire?
«L’azione penale obbligatoria è incompatibile con il nostro processo accusatorio introdotto da Vassalli. Ma d’altra parte è prevista dalla Costituzione. Avrebbero dovuto coordinare i due testi. Comunque, se deve esserci un indirizzo sulle priorità da seguire nelle indagini, questo dovrebbe essere conferito al Parlamento, che se ne assume la responsabilità politica».

L’influenza delle toghe sulla politica segue un disegno preciso?
«La magistratura più conservatrice vedrà sempre un nemico in chiunque voglia le riforme: Berlusconi, Salvini, Renzi. Con Salvini si è toccato il fondo: assolto di qua e rinviato a giudizio di là per fatti identici. Anche se la colpa maggiore è stata del Parlamento: ha preso due decisioni opposte solo perché era cambiata la maggioranza. Una prostituzione della giustizia che mi ha disgustato».

Alla fine Berlusconi è stato vittima delle toghe o di se stesso?
«Berlusconi è stato vittima di entrambe le cose. L’informazione di garanzia notificata a mezzo stampa a Napoli è stata una gravissima violazione di legge, ma nessuno ha mai indagato sui responsabili depositari del segreto violato. Quando però Berlusconi ne ha avuto la possibilità, invece di agire con riforme serie e organiche ha perso tempo con leggi personali, oltretutto inutili per le sue vicende. Una grande occasione perduta».

A proposito di politica, lei ha attaccato la legge Zan: cosa non la convince?
«Da qualsiasi aspetto la si guardi, tecnico, lessicale, sistematico, per non dire etico, la legge Zan è un pasticcio colossale. Per di più è scritta in pessimo italiano, il che la rende oscura e suscettibile di varie interpretazioni. Portata in tribunale creerebbe enormi problemi. Vulnera il Concordato, al quale siamo vincolati dalla Costituzione. La Santa Sede ha ragione nel sollevare obiezioni. E ancora, non mi convince perché vulnera i principi di tassatività, legalità e specificità che costituiscono la struttura della fattispecie di reato. Questo aspetto è stato fatto presente in Commissione da quasi tutti i giuristi. Ma dubito che i grillini li abbiano capiti. Quanto al Pd lo ha capito benissimo, ma il suo è un ragionamento solo politico».

Ritiene che sia necessaria una tutela rafforzata dei gay e delle minoranze?
«Le tutele che già ci sono bastano e avanzano. Io sono il primo a sostenere che chi offende la sessualità altrui è un grossolano cialtrone: ma va trattato come tale, con l’ironia e la polemica civile, non con il carabiniere e il magistrato».

I difensori della legge Zan sostengono si tratta di un’estensione della legge Mancino contro il razzismo e l’odio religioso…
«La legge Mancino aveva una forte connotazione politica, per quei tempi anche giustificata. Ma per conto mio anch’ essa è superata. Le opinioni si combattono con le opinioni, non con la galera».

Quindi per lei i reati d’opinione non sono mai giustificabili?
«No. Tra l’altro, c’è una contraddizione palese. Per combattere la discriminazione, la legge Zan introduce una discriminazione ancora più feroce, perché vuole sbattere in prigione i discriminatori. Combatte l’intolleranza con un’intolleranza ancor più severa».

DA

https://www.liberoquotidiano.it/news/giustizia/27939174/carlo-nordio-magistratura-decrepita-giudici-corde-agire-ora-mai-piu.html

La nuova crociata del politicamente corretto contro le “persone belle”

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Come già detto in altre numerose occasioni, il decadentismo post-moderno è anche amore del brutto. Infatti… (n.d.r.)

di Gerry Freda

L’ennesima crociata liberal è stata promossa dalle colonne del New York Times, con un editoriale firmato giovedì scorso da David Brooks

In America è stata appena lanciata l’ennesima crociata liberal, promossa dal New York Times, quotidiano dichiaratamente progressista; stavolta, il politicamente corretto apre il fuoco contro le “persone di bell’aspetto“, colpevoli di togliere opportunità ai soggetti privi di spiccati pregi estetici. La testata citata si è scagliata contro i presunti vantaggi di cui godrebbero in vari ambiti le persone belle pubblicando on-line giovedì scorso un editoriale, intitolato Perché è ok essere meschini con i brutti? e firmato dal proprio commentatore David Brooks.

Nella sua crociata contro il “lookism“, ossia la tendenza sociale a privilegiare appunto i belli a discapito di chi ha un aspetto ordinario, l’autore denuncia il primo come una nuova piaga sociale e come un’ulteriore sembianza che la mentalità discriminatoria può assumere. Egli si è quindi domandato come mai tale grave fenomeno passi quasi inosservato al giorno d’oggi e come mai i social media restino in silenzio sulla questione nonostante diversi studi, sostiene Brooks, abbiano dimostrato le seguenti umiliazioni sofferte dai brutti: i non belli hanno meno chance di trovare un lavoro, di superare un colloquio di assunzione e di essere promossi a scuola; il loro divario salariale con i belli è pari o maggiore di quello fra i bianchi e gli afroamericani; i brutti guadagnano in media 63 centesimi per ogni dollaro guadagnato dai belli, perdendo complessivamente nel corso della loro vita quasi 250.000 dollari. “Gli effetti discriminatori del lookismo“, accusa Brooks, “sono pervasivi. Una persona poco attraente perde quasi un quarto di milione di dollari di guadagni nel corso della vita rispetto a una attraente“. A detta di altre ricerche citate sempre dall’autore, gli individui più attraenti hanno anche maggiori probabilità di ottenere prestiti bancari e di godere, su questi, di tassi di interesse agevolati. Le persone più attraenti, in aggiunta, sarebbero automaticamente considerate più competenti e intelligenti.

I danni del “lookism” sarebbero anche di natura penale, dato che uno studio del 2004 avrebbe rivelato, dichiara l’autore, che le denunce per discriminazioni sull’aspetto sono maggiori di quelle per la razza e che i criminali non belli che commettono reati minori tendono a essere puniti più severamente dei belli implicati nei medesimi guai giudiziari.

I mali del “lookism” verrebbero taciuti dai grandi mezzi di comunicazione e dal web poiché, ipotizza il commentatore, non esiste un’associazione nazionale dei brutti che faccia campagne di sensibilizzazione o forse perché questa variante di discriminazione è “talmente innata nella natura umana” che nessuno ne percepisce la gravità. Un’ulteriore spiegazione fornita da Brooks riguardo alla natura pervasiva e radicata dell'”aspettismo” poggia sul fatto che la società contemporanea “celebra in modo ossessivo la bellezza” e ignora di conseguenza gli effetti delle discriminazioni basate sugli apprezzamenti estetici.

L’unico possibile rimedio alle molteplici discriminazioni di cui soffrirebbero da anni i brutti e per portare a termine con successo questa crociata liberal è, a detta di Brooks, “cambiare norme e pratiche“, prendendo esempio da aziende famose come Victoria’s Secret, che ha mandato in pensione le sue modelle mozzafiato sostitutendole con sette donne con caratteristiche estetiche le più diverse: “Se è Victoria’s Secret a rappresentare la punta avanzata della lotta contro il lookism, significa che tutti noi abbiamo parecchio lavoro ancora da fare“.

Fonte: https://www.ilgiornale.it/news/mondo/nuova-crociata-politicamente-corretto-contro-persone-belle-1958178.html

Sala sul palco del Pride pressa anche il Pd: “Il tempo è scaduto”

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E dopo la stoccata di Berlusconi ribatte: “Ho deluso? Non si può piacere a tutti”

di Chiara Campo

«Facciamo partire da Milano la spinta finale al Ddl Zan, il tempo è scaduto. Andiamo in Parlamento e andiamoci a contare». Beppe Sala scalda il popolo gay radunato sotto il palco del Pride all’Arco della Pace, si sfila l’orologio arcobaleno e lo regala al deputato Alessandro Zan firmatario del ddl anti omofobia contestato nei giorni scorsi con una nota ufficiale anche dal Vaticano. «Da cattolico non sono in imbarazzo ad appoggiare il ddl – afferma il sindaco -. Penso che la Chiesa abbia espresso un sentimento che c’è anche in tanti cattolici ma personalmente ho due principi fondamentali in politica: uno è che i diritti siano una cosa vera e l’altro è la contemporaneità che ci impone riflessioni su questi temi». Il ddl «non deve essere modificato, ora bisogna prendere posizione». Una sfida al segretario Pd Enrico Letta.

Sala ha partecipato per quattro volte al Gay Pride da sindaco (l’anno scorso l’edizione venne annullata a causa della pandemia) e sfrutta il palco per una promessa elettorale: «Se verrò rieletto – anticipa – creerò immediatamente un delegato o delegata del sindaco contro le discriminazioni sessuali perché voglio che per specifici problemi o opportunità venga da me e non si perda tempo, questa è la prima cosa che faremo. Poi ricominceremo il percorso per il riconoscimento dei figli di coppie omosessuali perché non è arrivato dove deve, quindi continueremo il percorso». Ricorda di aver aperto «due Case Arcobaleno a Milano e qui siamo partiti con le unioni civili prima della legge Cirinnà». E assicura: «Non so se sarà sempre necessario anche in futuro avere il Pride, probabilmente no, ma lo faremo sempre a Milano. Tutti noi dobbiamo fare la nostra parte».

L’eurodeputato di Fratelli d’Italia Carlo Fidanza polemizza: «Per Sala le priorità sono approvare il Ddl Zan e assicurare che il Pride, in futuro, si faccia sempre a Milano. Mentre il sindaco, in piena campagna elettorale, strizza l’occhio alla comunità Lgbt per ottenere qualche voto in più, il fallimento dei suoi cinque anni di amministrazione è sotto gli occhi di tutti. Milano è insicura, visto che dal centro alla periferia ogni giorno si contano risse e atti di violenza, ma è anche profondamente degradata e con una mobilità distrutta dall’ideologia green della sinistra». Fidanza lancia un messaggio al sindaco: «Si preoccupi di usare questi ultimi mesi di mandato per rimediare ai danni compiuti dalla sua giunta, invece di discutere del decreto legge Zan. Noi restiamo contrari a una legge liberticida, che rischia di far condannare una persona solo perché le sue opinioni non sono in linea con quelle del movimento Lgbt». In piazza cartelli con la scritta «fascista» rovesciata e qualche partecipante in mise carnevalesche come un Gesù con la croce o una trans travestita da leopardo.

E il sindaco commenta la stoccata di Silvio Berlusconi durante la telefonata alla kermesse di Fi due giorni fa («ha deluso anche chi aveva riposto aspettative in lui come manager» aveva detto). «Nella politica e nella vita – commenta Sala – non si può piacere a tutti» e poi «sarebbe strano il contrario. Non voglio parlare male di Berlusconi, nè di nessuno».

La Florida manda la guardia nazionale al confine di Texas ed Arizona contro l’immigrazione. Intanto Biden dorme

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Il governatore della Florida Ron DeSantis ha annunciato mercoledì di aver autorizzato l’invio della polizia al confine tra Stati Uniti e Messico in Arizona e Texas, a seguito di una richiesta da parte di questi stati.

DeSantis, un repubblicano, ha affermato che la Florida è il primo stato a rispondere a una lettera dei governi. Greg Abbott e Doug Ducey, entrambi repubblicani, che hanno chiesto aiuto a tutti gli altri stati per controllare il confine. Una accusa indiretta verso il governo Federale, a cui spetterebbe la difesa  dei confini, ma che non sta facendo, oggettivamente, nulla.

“Siamo qui oggi perché abbiamo problemi in Florida che non sono interni  alla Florida,  che siamo stati costretti ad affrontare da molti anni, ma soprattutto negli ultimi sei mesi, a causa del fallimento dell’amministrazione Biden nel proteggere il nostro confine meridionale”, ha detto DeSantis durante un evento mercoledì. “E, in effetti, fare davvero qualcosa di costruttivo su ciò che sta accadendo al confine meridionale”.

Sebbene DeSantis non abbia approfondito la natura dello spiegamento della polizia, ha affermato che ci saranno “maggiori informazioni sui contorni dell’assistenza reciproca” in futuro. “Sono sicuro che in ognuno di questi dipartimenti dello sceriffo, ci sono vice che scalpitano per essere in grado di aiutare”, ha aggiunto.

“Penso che ci siano molte persone del tipo, ‘Amico, vorrei poter fare qualcosa per aiutare’. Beh, hanno l’opportunità di farlo. Penso che vedrai molte mani alzarsi dicendo: “Ehi, mandami, voglio essere utile”, ha aggiunto il governatore repubblicano.

DeSantis ha anche usato la conferenza stampa per criticare le politiche sull’immigrazione dell’amministrazione Biden, affermando che il presidente Joe Biden ha annullato una serie di mandati di successo dell’era Trump progettati per frenare l’immigrazione illegale

Abbott e Ducey, nella loro lettera in cui chiedevano aiuto mettevano in luce come questa richiesta fosse finalizzata a risparmiare problemi e costi anche agli altri stati:

“Con il tuo aiuto, possiamo fermare meglio  questi autori di crimini statali e federali, prima che possano causare problemi nel tuo stato”, hanno scritto i due governatori.

I dati rilasciati questa settimana da Customs and Border Protection mostrano che gli agenti hanno arrestato circa 180.000 persone entrate illegalmente negli Stati Uniti a maggio, che è la cifra più alta registrata in circa due anni. Più di 112.000 di questi immigrati illegali sono stati espulsi ai sensi della disposizione sanitaria del Titolo 42, che è stata autorizzata tramite una dichiarazione di emergenza lo scorso anno a causa della pandemia di COVID-19. Però il flusso sembra inarrestabile, anche per l’effetto attrazione esercitato da Biden.

Fonte: https://scenarieconomici.it/la-florida-manda-la-guardia-nazionale-al-confine-di-texas-ed-arizona-contro-limmigrazione-intanto-biden-dorme/

Come le multinazionali fanno piovere montagne di soldi sulle lobby Lgbt

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Ormai è risaputo che ci siano degli stretti legami tra alcune multinazionali e le lobby gay. Peraltro non si spiegherebbe diversamente come una così ristretta minoranza sia riuscita in pochi anni a dominare di fatto la scena politica, economica e mediatica di gran parte del globo.

La Arcus Fondation è una delle multinazionali in questione, che si fa passare per ente di beneficenza e che, di fatto, sostiene la causa LGBTQ.

Fondata da Jon Stryker, dichiaratamente gay, nipote di Homer Stryker, chirurgo ortopedico, a sua volta fondatore della Stryker Corporation che ha sede a Kalamazoo, nel Michigan. Nel 2018, la Stryker Corporation ha venduto $ 13,6 miliardi di forniture chirurgiche e software. Jon è diventato erede di questa immensa fortuna.

Così ha pensato bene di fondare l’organizzazione in questione e metterla a servizio della comunità LGBT, sfruttando la sua fama. Solo per fare alcuni esempi, Arcus, tra il 2016 e l’aprile 2021 ha investito quasi 74 milioni di dollari in “promozione della giustizia sociale”. In realtà si trattava semplicemente di iniziative dirette alla promozione dell’ideologia gender.

Infatti, già nel 2015, Stryker aveva ideato niente meno che un movimento politico per promuovere l’ideologia gender nel mondo, donando milioni a piccole e grandi realtà. Tra cui, degna di menzione, è sicuramente ILGA, un’organizzazione LGBT impegnata nella diffusione del “verbo” della fluidità di genere, in Europa e in Asia Centrale; ma va citata anche Transgender Europe, che dà voce alle comunità trans in Europa e in Asia. A sua volta, Transgender Europe avrebbe finanziato gruppi più piccoli come TENI, Transgender Equality Network Ireland.

E sì, perché, secondo uno schema “a pioggia”, diversi beneficiari di Arcus sarebbero riusciti a loro volta ad erogare denaro ad altre associazioni, fingendo semplicemente di fare squadra.

Un classico è quando i promotori dell’ideologia trans fingono un’alleanza con alcuni movimenti affini, piuttosto affermati, in modo da sfruttare la loro fama: per esempio i movimenti gayfriendly.

Ma sciami di denaro si muovono anche in direzione dei media, in particolare, verso le organizzazioni coinvolte nel giornalismo o nella produzione di film documentari, ovvio che lo scopo di Arcus, in questo caso è quello di assicurarsi una copertura mediatica adeguata.

Tutto questo per dire che non siamo di fronte ad una “minoranza perseguitata”, come vorrebbe farla passare il mainstream, ma ad un vero e proprio colosso finanziario e ad un’operazione culturale letteralmente “chirurgica”, in quanto studiata, con precisione, nel dettaglio, che si basa su veri e propri meccanismi di manipolazione da parte di un elite, per promuovere una concezione del sesso totalmente ascientifica e talmente falsa, da aver bisogno di ingenti quantità di denaro per essere imposta.

Fonte: https://www.provitaefamiglia.it/blog/come-le-multinazionali-fanno-piovere-montagne-di-soldi-sulle-lobby-lgbt

25 aprile sempre più rosso: la sinistra ci impone Bella ciao

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di Matteo Carnieletto

La sinistra propone di rendere obbligatoria Bella ciao durante il 25 aprile. Ma si dimentica che questo inno non fu mai cantato durante la Resistenza e che l’Italia la liberarono gli americani

La proposta di legge depositata alla Camera dai deputati di Partito democratico, Italia Viva, Movimento 5 Stelle e Liberi e Uguali è semplice: far diventare Bella ciao l’inno istituzionale del 25 aprile, da cantare subito dopo quello di Mameli. Lo riporta l’Adnkronos. In questo modo “si intende riconoscere finalmente l’evidente carattere istituzionale a un inno che è espressione popolare – vissuta e pur sempre in continua evoluzione rispetto ai diversi momenti storici – dei più alti valori alla base della nascita della Repubblica”. E ancora: “Nello specifico, pertanto, con l’articolo 1, comma 1, si prevede il riconoscimento da parte della Repubblica della canzone Bella ciao quale espressione popolare dei valori fondanti della propria nascita e del proprio sviluppo. Il comma 2 dello stesso articolo stabilisce, inoltre, che la canzone Bella ciao sia eseguita, dopo l’inno nazionale, in occasione delle cerimonie ufficiali per i festeggiamenti del 25 aprile, anniversario della Liberazione dal nazifascismo”. E questo è tutto.

Il problema è che i firmatari di questa proposta di legge dimenticano una cosa importante: Bella ciao non fu mai cantata durante la Resistenza. Giorgio Bocca, non certo un pericoloso reazionario, disse: “Nei venti mesi della guerra partigiana non ho mai sentito cantare Bella ciao, è stata un’invenzione del Festival di Spoleto”. Il riferimento è a quando, nel 1964, il Nuovo canzoniere italiano propose l’inno partigiano al Festival dei due mondi, consacrandolo così in maniera definitiva. Certo, c’è chi sostiene, come Alessandro Portelli sul Manifesto, che questa canzone fosse l’inno della Brigata Maiella e che sarebbe stata cantata fin dal 1944. Ma la realtà è un’altra, come ricorda Il Corriere della Sera: “Nel libro autobiografico di Nicola Troilo, figlio di Ettore, fondatore della brigata, c’è spazio anche per le canzoni che venivano cantate, ma nessun cenno a Bella ciao, tanto meno sella sua eventuale adozione come ‘inno’. Anzi, dal diario di Donato Ricchiuti, componente della Brigata Maiella caduto in guerra il 1° aprile 1944, si apprende che fu proprio lui a comporre l’inno della Brigata: Inno della lince“. I canti dei partigiani erano altri, come Fischia il vento, per esempio. Oppure Risaia. Ma Bella ciao proprio no. Ricorda infatti l’AdnKronos che questo inno non compare in alcun testo antecedente gli anni Cinquanta: “Nella relazione vengono anche presentati alcune esempi di raccolte di canzoni (come il Canta partigiano edito da Panfilo a Cuneo nel 1945 e le varie edizioni del Canzoniere italiano di Pasolini) o riviste (come Folklore nel 1946) nei quali il testo di Bella ciao non compare mai. La prima apparizione è nel 1953, sulla rivista La Lapa di Alberto Mario Cirese, per poi essere inserita, proprio il 25 aprile del 1957, in una breve raccolta di canti partigiani pubblicati dal quotidiano L’Unità“.

Chi ha liberato l’Italia

Presentando questa proposta di legge, Laura Boldrini ha affermato che Bella ciao ci ricorda che “la resistenza non fu di parte, ma un moto di popolo, che coinvolse tutti coloro che non ritenevano più possibile vivere sotto una dittatura: un moto eterogeneo. Fecero parte della resistenza comunisti, socialisti, azionisti, liberali anarchici quindi essendo Bella Ciao un canto della Resistenza ed essendo stata questa un moto di popolo è giusto che diventi un inno istituzionale, espressione popolare dei più alti valori alla base della nascita della Repubblica”. Non fu così. La resistenza non fu affatto un moto di popolo. Non si schierarono milioni di italiani contro poche migliaia di fascisti. Entrambi i fenomeni – sia quello della Resistenza sia quello della Repubblica sociale – mossero poche centinaia di migliaia di persone, come ricorda Chiara Colombini in Anche i partigiani però… (Laterza). Alla prima aderirono poco più di 130mila persone, alla seconda poco più di 160mila. In mezzo oltre 40 milioni di italiani. Non si registrò dunque nessun movimento di popolo né dall’una né dall’altra parte. Ha però ragione la Boldrini quando afferma che la Resistenza fu un fenomeno eterogeneo in cui erano presenti diverse anime. Tra queste, quella certamente prevalente era quella comunista che aveva un obiettivo molto chiaro: sostituire una dittatura con un’altra. Lo aveva capito bene Guido Alberto Pasolini, fratello di Pier Paolo, che dopo aver combattuto i tedeschi fu ammazzato dai partigiani rossi: “I commissari garibaldini (la notizia ci giunge da parte non controllata) hanno intenzione di costituire la repubblica (armata) sovietica del Friuli: pedina di lancio per la bolscevizzazione dell’Italia”.

Se ci fermiamo ai numeri, poi, notiamo che essi sono impietosi. Li ricorda Maurizio Stefanini sul Foglio: “Il 18 settembre 1943 i partigiani erano in tutto 1.500, di cui un migliaio di ‘autonomi’: bande di militari nate dallo sfasciarsi del Regio esercito, che si collegheranno poi in gran parte con la Democrazia cristiana o il Partito liberale. Nel novembre del 1943 sono 3.800, di cui 1.900 autonomi. La sinistra diventa maggioritaria nel 1944: al 30 aprile ci sono 12.600 partigiani, di cui 5.800 delle Brigate Garibaldi, organizzate dal Pci; 3.500 autonomi; 2.600 delle Brigate Giustizia e Libertà del Partito d’Azione; 600 di gruppi più o meno esplicitamente cattolici. Per il luglio 1944 c’è la stima ufficiale di Ferruccio Parri che per conto del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (Clnai) stima 50.000 combattenti: 25.000 garibaldini, 15.000 giellisti e 10.000 autonomi e cattolici. Bocca vi aggiunge un 2.000 tra socialisti delle Brigate Matteotti e repubblicani delle Brigate Mazzini e Mameli. Nell’agosto del 1944 si arriva a 70.000 e nell’ottobre a 80.000, che però calano a 50.000 in dicembre. Giorgio Bocca poi conta 80.000 uomini ai primi del marzo 1945, cita una stima del comando generale partigiano su 130.000 uomini al 15 aprile, e calcola che ‘nei giorni dell’insurrezione saranno 250.000-300.000 a girare armati e incoccardati’. Anche di questa massa i garibaldini, ammette Bocca, ‘sono la metà o poco meno'”. Nota giustamente Stefanini che il “dato interessante è che stando a questa stima appena un partigiano su 23 ha combattuto per almeno un anno; 5 su 6 hanno preso le armi negli ultimi 4 mesi; quasi 4 su 5 negli ultimi 2 mesi; e addirittura uno su due negli ultimi 10 giorni!”.

Basterebbero questi numeri a far tornare la Resistenza nella giusta collocazione storica. Ma non è così. Scegliere Bella ciao come inno ufficiale del 25 aprile significa renderlo ancora di più di una parte soltanto, a discapito di tutte le altre. Ma forse è proprio quello che certe forze politiche vogliono. Non a caso, Marco Rizzo, uno dei pochi comunisti ancora degni di questo nome, ha parlato di “antifascismo prêt-à-porter”, che ha come fine quello di richiamare le masse (o almeno così si spera) prima delle elezioni. Difficile dargli torto…

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Fonte: https://www.ilgiornale.it/news/cronache/25-aprile-sempre-pi-rosso-sinistra-ci-impone-bella-ciao-1952473.html

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