Green pass, i portuali sfidano Draghi: “Blocchiamo tutto”

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Comunque la si pensi, i portuali dimostrano di essere una categoria di lavoratori compatta e coraggiosa, in grado di trattare, proprio grazie a questo binomio di caratteristiche, direttamente col Governo, avendo anche la forza di poter dettare le condizioni. Un loro comunicato spiega come stiano arrivando loro migliaia di messaggi di sostegno da parte di lavoratori e famiglie italiane che ritengono ingiusto il Green Pass. Le azioni concrete di seria protesta sono queste, e si differenziano di gran lunga da proclami, libelli, scontri e raduni, facilmente strumentalizzabili e/o palesemente inutili (N.d.R.)

Se le trattative non andranno in porto, saranno guai seri. Non solo per il sistema portuale italiano, che non può certo fare a meno di Trieste. Ma anche per l’economia nostrana, in un periodo in cui la filiera della logistica mondiale è in subbuglio. E soprattutto per il governo, che si trova sul piatto una grana enorme che rischia di esplodere nel giorno del battesimo del green pass obbligatorio.  I lavoratori portuali di Trieste lo hanno detto chiaro e tondo: il 15 ottobre ci sarà il “blocco delle operazioni del porto” se “non sarà tolto l’obbligo“ del lasciapassare verde, non solo per loro “ma per tutte le categorie di lavoratori”.

Un ultimatum a Draghi in cui non sembrano esserci spazi di mediazione. Ieri il Viminale aveva provato a trovare una soluzione, chiedendo alle aziende di pagare i tamponi ai dipendenti sprovvisti di green pass. Una sorta di “privilegio” rispetto al resto dell’Universo mondo, visto che la linea Draghi è sempre stata quella di non avvallare le tesi “no vax” a suon di test molecolari gratuiti. Infatti, i portuali hanno respinto al mittente pure questa ipotesi. Niente da fare. Neppure le paventate dimissioni del presidente dell’Autorità, Zeno d’Agostino, li ha scalfiti. I 950 operai triestini non scendono a patti: se anche un solo lavoratore italiano dovesse essere escluso dal lavoro, si metteranno a braccia conserte fermando – di fatto – l’intera macchina organizzativa del porto. Il 40% di loro non è vaccinato, e dunque è sprovvisto del pass, in una città in cui il movimento 3V dei No Vax ha sfiorato il 5% dei consensi. In città le manifestazioni anti green pass vanno avanti da settimane. Mentre gli occhi d’Italia erano puntati sugli assalti romani alla Cgil, qui sfilavano 15mila persone capitanate proprio dai portuali. “Siamo venuti a conoscenza – ha scritto il leader della protesta  Stefano Puzzer – che il Governo sta tentando di trovare un accordo, una sorta di accomodamento riguardante i portuali di Trieste, e che si paventano da parte del Presidente Zeno D’Agostino le dimissioni. Nulla di tutto ciò ci farà scendere a patti fino a quando non sarà tolto l’obbligo di green pass per lavorare. Non solo noi, ma tutte le categorie di lavoratori”.

Una guerra senza esclusione di colpi, che dimostra come il governo si sia presentato impreparato all’appuntamento col green pass. Non solo i portuali, infatti. I poliziotti da giorni sono sul piede di guerra perché la possibile esclusione dal servizio di 15-19mila divise non vaccinate rischia di paralizzare il sistema di sicurezza italiano. Chi occuperà i turni dei colleghi rimasti a casa, vista la cronica mancanza di organico? E se la durata del tampone dovesse “scadere” in mezzo al servizio, il poliziotto che fa: lascia scappare il ladro? Draghi ora dovrà trovare una soluzione. Non semplice. I portuali triestini gli hanno lanciato il guanto di sfida. E per ora hanno loro il coltello dalla parte del manico: la ripresa italiana non può permettersi di perdere un porto. Col rischio che la protesta contagi anche gli altri scali. A partire da Genova.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/green-pass-i-portuali-sfidano-draghino-green-pass-o-blocchiamo-tutto-i-portuali-sfidano-draghi/ 

Immagini tagliate, frasi decontestualizzate. È credibile l’inchiesta di Fanpage?

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Qualcosa sembra non tornare nella ormai celeberrima inchiesta di Fanpage sulla “lobby nera”. In attesa che la magistratura si pronunci ufficialmente, e nonostante presunte fonti della procura di Milano parlino di “inchiesta fedele al girato”, ieri sera, a Quarta Repubblica, un servizio a firma di Claudio Rinaldi ha mostrato in maniera inequivocabile come la stessa frase del “barone nero” Jonghi Lavarini sia stata inserita e montata due volte, vale a dire in entrambe le puntate della video-inchiesta e riferita dunque a due contesti differenti. 

Vedi il Video del servizio su: https://www.nicolaporro.it/immagini-tagliate-frasi-decontestualizzate-e-credibile-linchiesta-di-fanpage/

Come spiega bene il servizio, nella prima puntata in cui l’inchiesta punta i riflettori su Fdi e Carlo Fidanza, il barone nero si esprime così: “Se vogliamo riprenderci il governo di Milano, ci deve essere spazio anche per noi”. Pronuncia queste parole stando in piedi, con alle spalle delle vetrate scure e alla sua destra un uomo, seduto, che rientra nell’inquadratura. 

Ecco, se si osserva attentamente le immagini di entrambe le video-inchieste, non potrà non risultare evidente come la seconda porzione di frase, vale a dire “ci deve essere spazio anche per noi”, viene riproposta paro paro anche nella secondo puntata quando, però, ad essere messi in mezzo sono il partito di Salvini e due esponenti lombardi del Carroccio, Angelo Ciocca e Silvia Sardone. “In un grande partito come la nuova Lega – dice il barone nero – ci deve essere spazio anche per noi”. E non vi è alcun dubbio che le immagini siano le stesse. Identica postura, stesse vetrate scure alle sue spalle, stesso uomo alla destra. Insomma, è proprio la stessa frase utilizzata due volte. E a confermarlo ci sono anche i tagli del montaggio che vengono effettuati prima della parola “ci”. Il primo netto e visibile, per quanto ben fatto e il secondo nascosto con un’immagine di copertura.

Dunque, anche non avendo visionato tutto il girato, come chiedeva Giorgia Meloni, che temeva proprio furbate di questo tipo, una prima certezza sembra esserci già: quella frase, con tutta probabilità, è estranea ad almeno uno dei due contesti. E non è la prosecuzione naturale delle due frasi precedenti dati i tagli.

Questa operazione sarà stato fatta in buona fede o no? Avrà in qualche modo alterato il significato di una delle due situazioni o anche solo presentato sotto una luce utile a qualcuno alcuni eventi, oppure può essere ritenuto un fatto di poco conto nell’ambito totale dell’inchiesta? Questo non lo possiamo sapere.

Quello che invece sappiamo è che anche nella seconda puntata una frase dell’europarlamentare leghista, Angelo Ciocca, sembra esser stata in qualche modo decontestualizzata. E più precisamente questa: “C’è solo un modo per difendere la nostra patria, uno non ce n’è un altro: fare quello che hanno fatto i nostri militari nella prima e nella seconda guerra mondiale”, dice il politico nel video mostrato da Fanpage. Peccato che sia stata tagliata la parte finale del suo ragionamento che, come sostiene lo stesso Ciocca, avrebbe rivelato senza ombra di dubbio come non vi fosse alcuna correlazione tra quelle parole e il fascismo. Tant’è che il leghista è stato ripreso anche altre volte mentre sosteneva il medesimo concetto, come mostra subito dopo il servizio di Quarta Repubblica. E proprio in quei filmati si può cogliere il senso reale del discorso di Ciocca, che lo utilizzava anche in campagna elettorale.

In ultimo, un’altra stranezza: la donna che ritira i soldi (in realtà dei libri) per conto di Lavarini, che è vestita con un outfit invernale mentre tutte le altre persone sono a maniche corte. È così che si dovrebbe fare per non farsi notare mentre si sta facendo un’operazione losca? Anche questo appare francamente un po’ strano.

Tre indizi fanno una prova? Forse no, però era giusto rendere pubbliche queste incongruenze che siamo certi, non sorprenderanno minimamente la leader di Fratelli d’Italia. Ora, palla alla magistratura.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/immagini-tagliate-frasi-decontestualizzate-e-credibile-linchiesta-di-fanpage/

Violenza manifestazione No Green Pass, “sembrava preordinata”: cosa non torna

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di Redazione

Da sabato, anziché parlare dell’oggetto della manifestazione, ovvero le motivazioni di protesta contro questo utilizzo del Green Pass, l’attenzione generale è stata deviata su un presunto 2pericolo fascista2 che non esiste nell’Italia di oggi. A fascismo morto da 76 anni, viene riesumata l’ammuffita e bolsa retorica “fascismo-antifascismo”, che fa il gioco della Sinistra e produce solamente un effetto: l’inasprimento della repressione di Stato nei confronti di tutti e la predisposizione di un decreto che limiti le manifestazioni è già pronto. Osserviamo come, da un lato vi sia un’azione “intellettuale” portata avanti, solitamente, da personaggi in cerca d’autore, visibilità o vendita di prodotti editoriali che soffiano sul fuoco della protesta e dall’altro un braccio “movimentista”, in parte sicuramente in buona fede, che non ha capito cosa sia effettivamente il Sistema e quanto potente possa essere e diventare la sospensione dei diritti costituzionali, durante il periodo di emergenza, soprattutto se oggetto di continue provocazioni. Certo, 10.000 persone e più possono apparire tante, in Piazza del Popolo, e fanno notizia e rumore, ma la realtà è che oltre l’80% degli italiani si è vaccinato e la maggioranza della popolazione italiana è d’accordo con le misure prese dal governo e col decisionismo di Draghi. Premesso questo, ci appare interessante il pezzo sottostante, con foto e video correlati, inoltratoci da Antonio Amorosi.

Scritto e segnalato da Antonio Amorosi

Quella di sabato scorso, 9 ottobre a Roma, contro il Green Pass può essere derubricata a manifestazione violenta o fascista ma c’è qualcosa ce non torna nella gestione dell’ordine pubblico. Con tutto il rispetto per chi doveva farlo rispettare, colpiscono le incongruenze di troppi eventi, così come le immagini singolari riprese dai videomaker del gruppo Local Team e dai manifestanti.

Primo fra tutti la posizione di uno dei leader di Forza Nuova, Giuliano Castellino, tra gli arrestati il giorno dopo l’assalto alla sede della Cgil in Corso Italia.

Il 30 gennaio di quest’anno Castellino finisce su tutti i giornali perché diventa un sorvegliato speciale, in seguito alla degenerazione delle manifestazioni in Italia contro la gestione della pandemia. Il Tribunale, nell’applicare la misura di prevenzione per 2 anni con l’obbligo di soggiorno nel Comune di residenza, gli impone il divieto di partecipare a pubbliche riunioni senza il preventivo assenso dell’autorità competente. I sorvegliati speciali si ritrovano i diritti politici principali sospesi eppure Castellino era sul palco nella manifestazione di sabato scorso, a parlare, sotto gli occhi di tutti, e di fianco (fatto ancora più grave per un sorvegliato speciale) davanti all’ingresso della Cgil, poi invasa, anche ad altri pregiudicati (come Roberto Fiori e Luigi Aronica anche loro poi arrestati). Sono state emesse misure preventive per evitare la sua partecipazione alle manifestazioni o la si è consentita? E perché? Come è possibile sia accaduto, con tutta l’organizzazione dell’evento che si è mossa? Chi ne ha la responsabilità?

Secondo. In una delle riprese trasmesse si vede distintamente un infiltrato delle forze dell’ordine o presunto tale che partecipa al “blocco” di un blindato della polizia, in transito tra i manifestanti. O almeno non si oppone al “blocco” (è un uomo alto, calvo, con una maglia grigia e occhiali neri). Poco dopo, forse in seguito ad una caduta perché colpito, picchia a terra con brutalità un manifestante o presunto tale. Il manifestante viene portato via anche da altri agenti, tra cui una con una camicia a quadrettoni bianchi e neri (si scoprirà dopo essere un’agente donna).

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Il manifestante trattenuto da più poliziotti scompare dietro dei blindati. In serata lo stesso manifestante, lo stesso volto, gli stessi vestiti, le stesse scarpe, rispunta nella folla e viene fermato una seconda volta dalla stessa agente con la camicia a quadrettoni bianchi e neri (se ne sente la voce). I due accadimenti avvengono a distanza di 100 metri. E’ improbabile che un manifestante fermato con tanta brutalità venga immediatamente rilasciato e rifermato dallo stesso agente poco dopo. Inspiegabile ma va così.

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Terzo. Si vedono diverse aggressioni a manifestanti inermi, colpiti anche alle spalle, che scatenano arresti o di punto in bianco risse che improvvisamente alzano la tensione su una piazza in quei momenti pacifica. Poi ci sono altre immagini di manifestanti o presunti tali che armati di mazze inseguono persone nella folla e poi ritornano in mezzo a questa, circondati da altri personaggi muscolosi e “palestrati”. Tutti eventi che apparentemente sembrano non avere senso ma che sicuramente alzano la tensione, inscenano o scatenano scontri.

 

 

Quarto. Diversi manifestanti con i quali abbiamo parlato descrivono i fatti relativi alla Cgil in modo diverso da quanto si sostiene sui media mainstream.

Dopo il concentramento in Piazza del Popolo parte una lunga trattativa con le forze dell’ordine. Ai manifestanti veniva impedito di uscire dalla piazza. Poi cambia il quadro. Una parte dei manifestanti si muove e arriva fin sotto la sede della Cgil in Corso Italia, dopo aver superato un cordone dei carabinieri che la presiedeva. Chiedono a chi è lì un incontro con il segretario Maurizio Landini che essendo sabato pomeriggio non è in sede. La richiesta dei manifestanti, tra provocazione e rivendicazione simbolica è di far annunciare alla Cgil lo sciopero generale contro il Green Pass. Improvvisamente mentre questi eventi si sviluppavano alcuni dei presenti, senza apparente motivo, rompono le finestre ed entrano nella struttura, aprendo le porte alla folla. La Cgil verrà poi invasa e sottoposta a danneggiamenti.

Chi sabato è venuto a Roma per protestare contro il Green Pass, aveva in mente un’altra capitale, Washington, ha scritto qualche giornale, adombrando un rifacimento dell’assalto a Capitol Hill negli Usa. Ma parlando con alcuni manifestanti la ricostruzione sembra del tutto deformata e pro governativa. I responsabili dell’ordine pubblico hanno più volte detto che si aspettavano a Roma solo un migliaio di manifestanti quando anche da una superficiale navigazione in rete si capiva che ne sarebbero arrivati almeno 10 o 20 volte tanti.

Tra questi Silvana Adami, una impiegata con due figli della provincia di Verona, che ha accettato di testimoniare quanto accaduto. Adami: “Non ho mai partecipato a manifestazioni in vita mia ma quello che ho visto a Roma è indescrivibile. Prima siamo stati presi in ostaggio dalla polizia in Piazza del Popolo. Non ci facevano uscire. Ma c’erano famiglie con bambini nei passeggini, persone anziane, donne inermi. Gli scalmanati sono ovunque ma non erano lì con noi. Se vuoi fare delle violenze non ti porti i bambini nei passeggini. Ho visto lacrimogeni sparati contro mamme spaventate che stringevano i loro bambini o contro anziani. Poteva succedere l’irreparabile e le persone calpestarsi. Purtroppo era impossibile trasmettere in diretta video e foto perché non partivano, forse per eccesso di persone collegate o per un qualche blocco della rete. Eravamo pacifici. Se tutte quelle persone fossero state violente ci sarebbero stati danni immani. Non era così. Siamo stati ripetutamente aggrediti, senza motivo in varie zone della città. Era come se tutto fosse preordinato ad alzare lo scontro. I manifestanti No Green Pass non sono violenti. Il racconto fatto dai media è totalmente deformato”.

Come mai il Viminale, dopo chiusure di ogni tipo, ha permesso al corteo di assaltare i blindati della polizia, le irrazionali aggressioni di piazza e di arrivare anche alla sede della Cgil? Che potessero prendere le redini della manifestazioni i pochi di Forza Nuova non è una novità ma come mai ci sono riusciti così facilmente su una massa di persone tanto estesa, senza che le forze dell’ordine abbiano fatto nulla per impedirlo?

I quesiti restano aperti.

Qualche anno fa nella sua sottile strategia di disvelamento del funzionamento del potere l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga spiegò come andavano gestite le manifestazioni più pericolose“La gente deve odiare i manifestanti”. Bisogna cioè creare situazioni in cui cresca fra la gente “la paura dei manifestanti e con la paura l’odio verso di essi e i loro mandanti”. “Per il consenso serve la paura… Un’efficace politica dell’ordine pubblico deve basarsi su un vasto consenso popolare e il consenso si forma sulla paura, non verso le forze di polizia, ma verso i manifestanti”.

“L’ideale sarebbe che di queste manifestazioni fosse vittima un passante, meglio un vecchio, una donna o un bambino, rimanendo ferito da qualche colpo di arma da fuoco sparato dai dimostranti: basterebbe una ferita lieve, ma meglio sarebbe se fosse grave, ma senza pericolo per la vita”. Come “vittima” o trappola predestinata la sede della Cgil sembra un obiettivo perfetto.

Acquistano un valore rilevante, nella condanna all’assalto alla Cgil e per le immediate critiche al Viminale nella gestione dell’ordine pubblico, le parole della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni: “È sicuramente violenza e squadrismo poi la matrice non la conosco. Sarà fascista, non sarà fascista non è questo il punto. Il punto è che è violenza, è squadrismo e questa roba va combattuta sempre”.

Fonte: https://www.affaritaliani.it/politica/roma-cosa-non-torna-nelle-violenze-della-manifestazione-no-green-pass-761712.html

La strategia della distorsione di chi invoca “scioglimenti” e caccia alle streghe

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di Eugenio Palazzini

Roma, 10 ott – “Sciogliere Forza Nuova e le formazioni che si richiamano al fascismo”. A sinistra è il leitmotiv delle ultime ore, dopo l’assalto – chiaramente condannato da tutte le forze politiche – alla sede della Cgil a Roma. Un mantra ripetuto fino alla nausea e copiato dallo stesso spartito tirato fuori a ogni piè sospinto, come una letargica litania. Potremmo chiamarla strategia della distorsione, dei fatti e degli intenti reali. Perché questa rinnovata campagna antifascista sarebbe utilissima a compattare il fronte di certa sinistra sul solito tema del pericolo nero, se quest’ultimo non fosse fantascienza.

La strategia della distorsione

A chi invoca la pericolosa avanzata del fascismo va riconosciuta d’altronde una fervida immaginazione, maturata da un punto di osservazione ben distante dalla piazza in cui si muove la contestazione. La stragrande maggioranza delle migliaia di persone che hanno manifestato ieri contro il green pass, molto semplicemente non ha nulla a che fare neppure con movimenti etichettati da omnia media come di estrema destra. Anzi, a giudicare da certi striscioni e slogan ricorrenti, è probabile che una parte dei manifestanti fosse pure dichiaratamente antifascista.

D’un tratto però ecco che qualcuno ha deciso di offrire su un piatto d’argento il pretesto per far invocare la più cruda repressione a chi già la pretendeva quando Salvini era al governo e semmai venivano assaltati i gazebo della Lega. Davvero a questo pensa il sindacalismo che ha abdicato da tempo al proprio ruolo precipuo, consistente nella difesa dei lavoratori? Rabbia e rivendicazioni di chi ieri è sceso in piazza vengono così del tutto ignorate. Come affatto considerate – da tempo immemore – sono crisi sociale, disoccupazione, sicurezza sul lavoro. Non si indicono allora manifestazioni nazionali per gridare a gran voce “basta morti bianche”, altresì ci si mobilita per ripetere a pappagallo un vetusto “mai più fascismi”. Il tutto apparirebbe surreale, non fosse che davvero certuni sono convinti di ridestarsi – risultando credibili dopo aver perso totalmente la propria credibilità – muovendosi in tal modo.

Una triste pantomima

Si procede così sul piano del fantastico, chiedendo lo scioglimento di movimenti che sulla carta si sono già sciolti da soli – come Forza Nuova – e buttando nello stesso calderone dell’inverosimile illegalità altri movimenti che ieri neppure erano in piazza (ad esempio CasaPound). Si passa poi dalla pura irrealtà alla grottesca lettura del reale nel momento in cui si ritiene sensato eliminare formalmente un’organizzazione politica, senza mettere in conto che i componenti della stessa potrebbero tranquillamente riformarne un’altra sulla carta edulcorata. Suvvia, anche la distrazione di massa può avere una sua logica. Nel caso di specie siamo però di fronte alla mera pantomima.

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/politica/strategia-distorsione-di-chi-invoca-scioglimenti-caccia-alle-streghe-210286/

Russia: legge che limita la libertà religiosa dei protestanti e dei testimoni di Geova

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LA NOTIZIA

di Leonardo Motta

Dallo scorso 3 ottobre è entrato in vigore in tutta la Federazione Russa uno degli emendamenti recentemente introdotti alla legge “Sulla libertà di coscienza e le organizzazioni religiose”, approvata il 5 aprile scorso.
Il provvedimento richiede la verifica della “formazione religiosa ricevuta” dai servitori di culto di tutte le religioni. In particolare saranno valutati coloro che hanno compiuto parte o tutti gli studi teologici all’estero.
La legge era stata approvata dopo lunghe consultazioni dei rappresentanti delle diverse comunità con la commissione per gli affari religiosi della Duma (la camera bassa del parlamento), guidata dal comunista Sergei Gavrilov. Tuttavia, i redattori non sono riusciti a rimuovere le restrizioni e i controlli, che sono diventati ancora più astrusi con la formulazione finale della legge. La nuova Duma avrà il potere di approvare o meno “l’attività dei servitori di religione e del personale religioso che per la prima volta partecipano a celebrazioni e riti, allo svolgimento di compiti missionari o all’insegnamento nel territorio della Federazione”.
Se ritiene che la formazione ricevuta sia “insoddisfacente”, il neoconsacrato dovrà partecipare a “corsi di formazione integrativa presso enti autorizzati, i cui programmi siano debitamente accreditati, secondo la normativa statale”. Migliaia di comunità protestanti sono a rischio, poiché l’educazione religiosa è in gran parte gratuita. Inoltre, in ambito teologico e spirituale non c’è una chiara distinzione tra clero e laici, né tra educazione “patriottica” e internazionale.
La nuova legge sostituisce anche la nozione di “membro” di una comunità con quella di “partecipante” , senza ulteriori precisazioni. Ciò attribuisce ancor più responsabilità ai capi delle associazioni religiose per il comportamento di tutti i ‘partecipanti’. Con questa sfumatura, i legislatori hanno attribuito ai gruppi dei Testimoni di Geova una serie di comportamenti “estremisti”, dichiarati poi illegali con il “decreto Jarovoj” – che porta il nome del deputato responsabile delle modifiche introdotte nel 2016.
Nelle ultime settimane altre associazioni religiose in Russia sono state condannate e bollate come estremiste. Spicca il caso di quattro comunità pentecostali fondate in Lettonia e Ucraina con il nome di “Nuova Generazione”, ora bandite in tutta la Federazione. Sotto i riflettori ci sono tutti i gruppi evangelici russi, già pesantemente vessati per la loro allergia ai “registri statali”. Il 16 settembre, un tribunale della città siberiana di Kemerovo ha condannato un libro del fondatore dei gruppi New Generation, definendolo estremista. L’autore è Aleksej Ledjaev, e il suo testo, intitolato The New World Order, che esprime visioni escatologico-spirituali che costituiscono “un’ideologia estremista molto pericolosa”, secondo le autorità.
La Corte ha invece condannato Ledjaev per ribellione, nonostante l’uomo fosse incluso nell’elenco delle persone a cui è impedito l’ingresso nel territorio della Federazione. Pertanto, l’autore lettone non ha avuto la possibilità di difendersi direttamente, né di impugnare la sentenza. Non è stato nemmeno ufficialmente informato della procedura giudiziaria, né all’estero, né ai suoi rappresentanti nel tribunale di Kemerovo.

Ennesima follia BLM: “Abbattete le statue di Cristo bianco. E’ simbolo della supremazia “

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Segnalazione M.T.

di Pietro Sighel

Sembra si alimenti sempre di più l’odio scellerato della sinistra americana e dei Black Lives Matter verso le statue occidentali.

Il gruppo che si potrebbe definire anti monumentalista, si è da tempo prefissato l’obiettivo di distruggere qualunque monumento che rappresenti l’occidente. Per loro, l’occidente è simbolo di rovina e di distruzione.

Nel mirino dell’associazione anti razzista questa volta è finito nientemeno che l’onnipotente. Cristo.

Secondo costoro, ed in particolare a parere dell’attivista scrittore Shaun King, tutte le statue di Cristo bianco dovranno essere distrutte.

Gesù, da ora in poi, in America dovrà essere solamente nero. King si è scagliato contro le statue su Twitter.

Lo scrittore ha infatti specificato  quanto sia acclarato che il figlio di Dio avesse la pelle olivastra e l’aspetto da meridionale. La sua raffigurazione da uomo occidentale sarebbe infatti solamente una forma di supremazia bianca.

Penso che anche le statue del cristo raffigurato come un europeo bianco dovrebbero essere buttate giù, sono una forma di supremazia bianca- scrive nel tweet lo scrittore- Nella Bibbia quando la famiglia di Gesù voleva nascondersi e mimetizzarsi, indovinate dove sono andati? In Egitto e non in Danimarca. Abbatteteli”.

Naturalmente da tutti gli Stati Uniti sono piovute critiche e condanne di queste frasi che fanno riflettere quanto in là si sia spinto l’accanimento verso qualunque cosa sia occidentale e non nera.

(SP)

Fonte: https://www.lavocedeltrentino.it/2021/10/06/ennesima-follia-blm-abbattete-le-statue-di-cristo-bianco-e-simbolo-della-supremazia/

La nuova frontiera del giornalismo d’inchiesta

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https://www.camerepenali.it/cat/11145/la_nuova_frontiera_del_giornalismo_dinchiesta.html

Pubblichiamo il documento dell’Osservatorio sull’Informazione Giudiziaria, Media e processo penale.

Venerdì scorso il programma Piazza Pulita ha dato voce e spazio alla rivista on line Fanpage.it mandando in onda un filmato girato con una telecamera nascosta da un giornalista che per tre anni si è finto un uomo d’affari a cui interessava finanziare un gruppo politico italiano al fine di ottenere vantaggi per il proprio business e ha iniziato a frequentare personaggi della destra milanese.

Tale divulgazione pare abbia suggerito, ieri, l’apertura di un fascicolo di indagine con le ipotesi provvisorie di condotte di finanziamento illecito ai partiti, riciclaggio e apologia di fascismo.

Non ci interessa entrare nel merito, né tornare a parlare dell’uso strumentale delle indagini giudiziarie per contrastare quello o quell’altro avversario politico e neppure, una volta tanto, di populismo giudiziario.

Il tema, o meglio dire, il fenomeno che ci interessa è questa nuova forma di “giornalismo d’inchiesta”.

Mentre il Parlamento è impegnato nella ‘traduzione’ legislativa della Direttiva Europea in materia di presunzione d’innocenza, ove centrale è il tema affrontato in relazione alle ricadute anche sul versante mediatico, lo ‘strepitus’ connesso al risalto offerto dalla stampa ad una vicenda dai connotati ‘penalmente’ rilevanti trova infatti un’ulteriore modalità espressiva.

In questo caso non si assiste più alla ‘ricerca’ di informazioni correlate alla vicenda sottostante un’indagine giudiziaria in corso o alle solite, impunite violazioni del segreto istruttorio.

Questa volta siamo al cospetto di un reporter che, dissimulando il proprio status personale, stimola proposizioni e comportamenti penalmente rilevanti, sino a determinare il momento genetico della notitia criminis, all’esito della pubblicazione del reportage.

Il percorso ‘informativo’ subisce così una drammatica inversione ad U nel suo ‘fisiologico’ sviluppo informando il cittadino con la notizia di un fatto innescato e non con l’approfondimento di un fatto già accaduto.

Questo non è giornalismo di inchiesta così come lo si vuol definire.

È piuttosto il frutto di una vera e propria attività investigativa, sottratta a qualunque forma di controllo dell’Autorità Giudiziaria ed alle regole che presidiano la genesi e lo sviluppo delle vicende processuali.

Siamo giunti ad un crocevia estremamente pericoloso, nel quale le persone sono offerte in pasto all’opinione pubblica sulla base di informazioni raccolte nel corso di una vera e propria ‘indagine privata’, che addirittura precede e ‘genera’ la vicenda procedimentale propriamente intesa.

Un’indagine che non conosce termini da osservare, autorizzazioni da chiedere, contraddittori da rispettare, che si avvale dei mezzi più invasivi della privacy, di intercettazioni ambientali, telecamere nascoste e agenti provocatori, i cui risultati vengono divulgati senza alcun controllo.

Altro che direttive sulle conferenze stampa, garanzie e presunzione di innocenza.

La domanda sorge spontanea: si tratta di un’attività lecita?

Il primo precetto che appare violato è quello di cui all’art. 494 c.p. (sostituzione di persona), poi, dietro fila, entrano in gioco l’art 167 Codice Privacy (trattamento illecito dei dati tramite diffusione delle conversazioni, l’art. 615-bis c.p. (interferenze illecite nella vita privata, l’art. 617-septies c.p. (diffusione di riprese e registrazioni fraudolente).

Dunque, la punibilità per la violazione di quest’ultima norma è espressamente esclusa (scriminata) allorquando la diffusione si commetta per l’esercizio del diritto di difesa o di cronaca.

Nel parametrare la scriminante del diritto di cronaca al reato di sostituzione di persona, la Corte di Cassazione in un primo momento ha avuto modo di affermare che il giornalista non può realizzare un inganno tale da sostituirsi ad altra persona per carpire informazioni alla fonte, nè, in generale, deve ritenersi che egli possa commettere reati strumentali, prodromici e funzionali alla acquisizione della notizia, sia pur di interesse pubblico, contando sull’effetto “salvifico” della scriminante dell’esercizio del diritto ad informare.

Per poi affermare di recente come “l’interpretazione convenzionalmente orientata della causa di giustificazione dell’esercizio di un diritto alla luce dell’art. 10 della convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali impone di ritenere configurabile la scriminante del diritto di cronaca non soltanto in relazione ai reati commessi con la pubblicazione della notizia, ma anche con riguardo ad eventuali reati compiuti al fine di procacciarsi la notizia medesima, salva la valutazione della violazione o meno degli eventuali limiti estrinseci del diritto.”

In altre parole, spetterebbe al giudice valutare nel merito il bilanciamento tra gli interessi in gioco e verificare se la pubblicazione della notizia abbia apportato un contributo ad un dibattito pubblico su un tema di interesse generale e se nelle circostanze del caso concreto l’interesse ad informare la collettività prevalga “sui doveri e sulle responsabilità ” che gravano sui giornalisti.

Siamo dunque al cospetto di una nuova pericolosa frontiera del processo mediatico, che non possiamo non segnalare, perché essa è posta oltre confine ed è in grado di oltrepassare qualsiasi limite, tra quelli finora ipotizzati dal legislatore, al fine di salvaguardare il principio della presunzione di innocenza.

Se non si porranno sanzioni effettive alla violazione del segreto istruttorio e limiti alle interpretazioni estensive delle norme sovranazionali in contrasto con la nostra costituzione (come del resto è accaduto in tema di mafia e di prescrizione), il “giornalismo d’inchiesta” si sostituirà alla magistratura inquirente, con l’unico impellente target di raggiungere lo scoop, senza trovare alcun freno inibitore, neppure le sanzioni penali.

Oggi è successo ad un partito politico, domani potrà accadere ad altri schieramenti, ed ancor peggio, a qualsiasi cittadino, al di là della personale visibilità o notorietà.

Sarà sufficiente che il caso che si vorrà scoprire o creare sia idoneo a promuovere un dibattito pubblico che, come al solito, assumerà più importanza di un eventuale, successivo procedimento penale.

Roma, 7 ottobre 2021

L’Osservatorio sull’informazione giudiziaria

Tremila bambini palestinesi uccisi da Israele dalla Seconda Intifada

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Segnalazione di Redazione Il Faro sul Mondo

di Yahya Sorbello

Il ministero dell’Informazione palestinese ha sottolineato la brutale violenza contro i bambini palestinesi da parte dell’esercito israeliano, affermando che più di tremila minori hanno perso la vita per mano delle truppe israeliane dalla Seconda Intifada.

Il ministero ha affermato in una dichiarazione che almeno 3.100 bambini palestinesi sono stati uccisi, mentre decine di migliaia hanno riportato ferite dall’inizio della Seconda Intifada, scoppiata il 28 settembre 2000 contro l’occupazione del territorio palestinese da parte del regime di Tel Aviv.

La dichiarazione riporta che 123 minori palestinesi sono stati uccisi e molti altri feriti da quando l’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha riconosciuto ufficialmente Gerusalemme come capitale israeliana nel dicembre 2017. Più di 17mila bambini palestinesi sono stati arrestati durante questo periodo.

Secondo le statistiche del Palestinian Prisoners Club e dell’Autorità palestinese per gli affari dei prigionieri, le forze israeliane hanno arrestato oltre 300 bambini tra l’inizio dell’anno in corso. Il numero di minori palestinesi attualmente detenuti nelle carceri israeliane è di 155.

Settemila bambini palestinesi arrestati dal 2015

Più di settemila bambini palestinesi sono stati arrestati dalle autorità israeliane dal 2015 e alcuni sono stati condannati a dieci anni di prigione o all’ergastolo, ha affermato la Palestinian Prisoners ‘Society (Ppd) in una dichiarazione rilasciata alla stampa. La società ha sottolineato che la maggior parte dei bambini detenuti proviene da Gerusalemme.

Il Pps ha invitato le istituzioni internazionali per i diritti umani, e in particolare il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef), a compiere seri sforzi per proteggere i bambini palestinesi e ad obbligare le autorità israeliane a rispettare una serie di accordi sulla protezione dei bambini detenuti.

Più di settemila prigionieri palestinesi sono attualmente detenuti in circa 17 carceri israeliane, dozzine di loro stanno scontando condanne all’ergastolo.

di Yahya Sorbello

Fonte: https://ilfarosulmondo.it/tremila-bambini-palestinesi-uccisi-israele-seconda-intifada/

Spionaggio e denunce dietro il crash di FB, Instagram e WhatsApp

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Ma chi avrebbe lanciato l’attacco informatico?

di Leopoldo Gasbarro

Ecco cosa è successo: Un tecnico interno ha accusato il gigante dei social media di dare priorità al profitto. Quelli di FB, secondo le memorie, non si occuperebbero di reprimere l’incitamento all’odio e la disinformazione. I suoi avvocati hanno presentato almeno otto denunce alla US Securities e Commissione di cambio contro Zukeberg e soci.

Frances Haugen, così si chiama la talpa che ha lavorato come product manager nel team di Facebook, è apparsa domenica nel programma televisivo della CBS “60 Minutes”, rivelando la sua identità di informatore che ha fornito i documenti che hanno sostenuto un’indagine del Wall Street Journal. Haugen testimonierà davanti a una sottocommissione del Senato proprio oggi, in un’audizione intitolata “Proteggere i bambini online”, sulla ricerca  sull’effetto di Instagram sui giovani utenti.

“C’erano conflitti di interesse tra ciò che era buono per il pubblico e ciò che era buono per Facebook”, ha detto durante l’intervista. “E Facebook più e più volte ha scelto di ottimizzare per i propri interessi come fare più soldi”.

Haugen, che in precedenza ha lavorato presso Google e Pinterest, ha affermato che Facebook ha mentito al pubblico sui progressi compiuti per reprimere l’incitamento all’odio e la disinformazione sulla sua piattaforma.

Ha aggiunto che Facebook è stato utilizzato per aiutare a organizzare la rivolta al Campidoglio il 6 gennaio, dopo che la società ha disattivato i sistemi di sicurezza in seguito alle elezioni presidenziali statunitensi.

Insomma davvero una vicenda tutta da spiegare e riportata da un’agenzia di stampa prestigiosa come Reuters. Il giorno dopo la trasmissione è arrivato il Blocco…una coincidenza?

La versione di Facebook sui blocchi di ieri

Facebook non ha fornito alcuna informazione specifica sulla natura del problema né ha detto quanti utenti erano stati interessati dall’interruzione.

Diversi dipendenti di Facebook che hanno rifiutato di essere nominati, hanno, invece affermato di ritenere che l’interruzione sia stata causata da un errore interno ad un dominio Internet. L’errore sarebbe stato aggravato dai guasti degli strumenti di comunicazione interna e di altre risorse che dipendono dallo stesso dominio per funzionare.

Gli esperti di sicurezza, invece, hanno dichiarato che l’interruzione potrebbe essere il risultato di un errore interno, anche se il sabotaggio da parte di un insider sarebbe teoricamente possibile Insomma si rimanda tutto al mittente. Così, nell’ attesa che qualcuno ci capisca qualcosa veramente. Troppe le contraddizioni, troppe le incertezze di comunicazione. Se davvero si fosse trattato di un processo di routine andato in tilt, proprio l’esistenza di una routine avrebbe previsto anche la soluzione.

La reazione dei mercati. Facebook, che è la seconda piattaforma pubblicitaria digitale più grande al mondo, ha perso circa 545.000 dollari di entrate pubblicitarie. Le azioni di Facebook, che ha quasi 2 miliardi di utenti attivi ogni giorno, sono scese del 4,9%,  il loro più grande calo giornaliero dallo scorso novembre.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/articoli/spionaggio-e-denunce-dietro-il-crash-di-fb-instagram-e-whatsapp/?utm_source=nicolaporro.it&utm_medium=link&utm_campaign=economiafinanza

Greta canta “Bella Ciao”. La paladina green alza bandiera rossa

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di Redazione www.nicolaporro.it 

Fa un certo effetto sapere che la quasi totalità dei leader mondiali continui a prostrarsi di fronte a una ragazzina svedese che canta e balla sulle note di “Bella Ciao”. Sì, perché ci fa capire, oltre ogni ragionevole dubbio, in che direzione sta andando il mondo. Quale sarà, volenti o nolenti, il nostro futuro. Non ci credete? Guardate questo video in cui Greta e i suoi adepti si divertono mentre in sottofondo si innalza potente il canto della Resistenza. 

Video Player alla fonte
sistema capitalistico

Pensate forse che quello di Milano possa essere un episodio isolato? Che Greta sia stata in qualche modo contagiata dall’aria rossa della città meneghina? Tutt’altro. Ecco un altro video, risalente a due anni fa, in cui la Thunberg e “compagni” cantano un inno ambientalista a Torino utilizzando, ancora una volta, la base melodica di “Bella Ciao”.

#GretaThunberg DAL PALCO DI TORINO GRETA THUNBERG CANTA BELLA CIAO

Questo il testo integrale della canzone cantata dagli attivisti green o, per meglio dire, red:

We need to wake up
We need to wise up
We need to open our eyes
And do it now now now
We need to build a better future
And we need to start right now

We’re on a planet
That has a problem
We’ve got to solve it, get involved
And do it now now now
We need to build a better future
And we need to start right now

Make it greener
Make it cleaner
Make it last, make it fast
and do it now now now
We need to build a better future
And we need to start right now

No point in waiting
Or hesitating
We must get wise, take no more lies
And do it now now now
We need to build a better future
And we need to start right now

“Dobbiamo costruire un futuro migliore”. Questo il succo della canzone. E in effetti questa è sempre stata l’utopia delle ideologie di stampo marxista. L’arrogante pretesa di sapere quale sia il futuro migliore per tutti. E ancora: “La Terra ha un problema, dobbiamo risolverlo”. La lotta per il clima è l’odierna lotta di classe. E chi la pensa diversamente diventa l’equivalente del vecchio borghese.

E’ inutile che ci prendano in giro. L’ambientalismo declinato in questa maniera, non è nient’altro che un mezzo politico molto furbo per attaccare il fondamento dell’odierna società occidentale: il sistema capitalistico. Anche perché, se così non fosse, i paladini dell’ambiente eviterebbero di utilizzare simboli politici divisivi, come appunto Bella Ciao. E magari potrebbero concentrarsi sull’andare a protestare là dove serve davvero, come ad esempio in Cina, paese in cui l’inquinamento negli ultimi anni è aumentato molto più che all’Ovest.

L’aspetto più preoccupante, però, è che queste sono le nuove leve. Sono coloro che vengono incoraggiati da Papa Francesco. Sono quelli al cospetto dei quali il nostro premier Mario Draghi e il nostro ministro Cingolani si cospargono il capo di cenere, e magari fossero solo loro. Sono i volti puliti che servono alla sinistra mondiale per portare avanti le narrazioni utili alla causa politica e che vengono quindi spinti da tutti i media mainstream.

Ma noi la verità la conosciamo: cambiano i tempi, cambiano i mezzi e i messaggi, ma non gli uomini e i loro obiettivi. Inutile prendersela con Greta e i ragazzi. Il problema è chi c’è dietro. Chi, sconfitto innumerevoli volte dalla storia, ha purtroppo ancora in mano il potere di scriverla. E prova a farlo con mezzi molto più subdoli rispetto al passato. In questo aveva ragione da vendere Berlusconi. Sono ancora, oggi, come sempre, dei poveri comunisti!

Altro che Fridays 4 Future, pray 4 future…

Fonte e Video: https://www.nicolaporro.it/greta-canta-bella-ciao-la-paladina-green-alza-bandiera-rossa/

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