Povia, il Covid e Cartabellotta: quando i dottori fanno oh

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Generalmente non abbiamo molto in comune con Gramellini. Però quanto scrive sulla sua rubrica “Il Caffè” di oggi, sul Corriere della Sera, ci sembra pienamente condivisibile e, quindi, lo riproponiamo ai nostri lettori

Mai nella vita avrei immaginato di poter prendere le difese di Giuseppe Povia, il cantante ostile ai vaccini che si è ammalato di covid, fortunatamente in forma lieve. Ma non avrei mai nemmeno immaginato che un uomo di scienza come Nino Cartabellotta, autorità assoluta in materia di dati sulla pandemia, arrivasse a sbeffeggiare un malato in pubblico. Invece lo ha fatto, indirizzando a Povia la versione strafottente della sua famosa «Quando i bambini fanno oh», trasformata per l’occasione in «Finché i cretini fanno boom». Cartabellotta è il presidente della fondazione Gimbe, «Gruppo italiano per la medicina basata sulle evidenze», ed è di tutta evidenza che credeva di essere spiritoso. Ma la questione è: si può dare del cretino a uno che sta male, anche se sta male per qualcosa di cui nega l’esistenza? Sarebbe come sbeffeggiare un pedone appena finito sotto un’automobile perché aveva sempre sostenuto che le automobili in realtà fossero delle farfalle metallizzate.

Esistono codici di opportunità che chi occupa certi ruoli dovrebbe osservare più di ogni altro e che servono a preservare la civiltà dalla rissa e a distinguere un salotto da un saloon. Non sarà un caso che lo sfottò del chirurgo abbia provocato la reazione piccata di tanti no vax, alcuni dei quali sono arrivati ad augurargli la morte. Per cui, dopo quelle di Povia spernacchiato da Cartabellotta, adesso ci tocca pure prendere le difese di Cartabellotta minacciato dai no vax. Capirete che è una vitaccia.

 

DA

https://www.corriere.it/caffe-gramellini/21_dicembre_14/quando-dottori-fanno-oh-66450b4a-5c50-11ec-bffd-a5b591fe54d1.shtml

L’UE STA CONDUCENDO UNA GUERRA CULTURALE CONTRO L’EUROPA

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Segnalazione di Federico Prati

In atto la “colonizzazione ideologica” dell’Europa

di Frank Furedi

Sta diventando sempre più chiaro che l’ Unione Europea sta lottando per imporre la sua ideologia di sveglia ai suoi stati membri.

Ad esempio, alla fine di ottobre, il Consiglio d’Europa ha lanciato una campagna per promuovere il rispetto per le donne musulmane che scelgono di indossare il velo. I poster mostravano una donna che indossava un velo accanto alla didascalia: “La bellezza è nella diversità come la libertà è nell’hijab”.

I politici francesi si sono affrettati a contestare, il che non è certo una sorpresa, dato che la Francia ha vietato l’uso del velo islamico integrale nei luoghi pubblici nel 2011. Una settimana dopo il lancio della campagna, il ministro della gioventù francese Sarah El Haïry si è lamentato del fatto che la pro- La campagna del velo era contraria ai valori laici della Francia. Molti commentatori conservatori hanno visto nel poster anche un tentativo di svalutare i valori tradizionali europei e cristiani.

Tale era la protesta che la campagna è stata rapidamente ritirata. Non che il Consiglio d’Europa pensasse che la campagna fosse sbagliata. Per come l’ha vista il consiglio, è stato un momento sbagliato. Ha promesso di “riflettere su una migliore presentazione di questo progetto”.

Ancora più sorprendente è stata la guida di 30 pagine della Commissione europea per il personale sulla “comunicazione inclusiva”, pubblicata all’incirca nello stesso periodo della campagna per l’hijab.

Questa guida ha effettivamente esortato il personale dell’UE a dissociare l’Europa dalla sua tradizione cristiana. ‘Non tutti celebrano le feste cristiane’, si legge, ‘e non tutti i cristiani le celebrano nelle stesse date’. Ha pertanto consigliato ai dipendenti dell’UE di sostituire i riferimenti a “periodo di Natale” con “periodo delle ferie” e di evitare la frase “nome cristiano” a favore di “nome” o “attribuzione”. C’erano molte altre raccomandazioni scristianizzanti da dove provenivano.

Natale e cristianesimo non sono stati gli unici bersagli di questo sfacciato tentativo di reinventare linguaggio e valori. Il personale dell’UE è stato inoltre esortato a evitare pronomi e parole di genere, nonché frasi come “presidente”, “signore e signore” o “creato dall’uomo”. La guida ha anche fatto di tutto per promuovere un’etichetta di genere sveglia, suggerendo ai funzionari di chiedere alle persone quali sono i loro pronomi e di fare attenzione a usare termini come “gay”, “lesbica” e “trans” come nomi.

Il tono arrogante e imperioso della guida alla comunicazione dell’Ue ha suscitato una reazione anche da parte di coloro che abitualmente acconsentono ai diktat di Bruxelles sulla diversità. Tra questi c’era Papa Francesco, che era così indignato da paragonare l’UE a una “dittatura” per il suo tentativo di vietare la parola “Natale” e ha avvertito Bruxelles di non seguire la strada della “colonizzazione ideologica”.

Questo ultimo tentativo di colonizzazione ideologica è stato eccessivo anche per alcuni dei sostenitori più entusiasti dell’UE. La scorsa settimana un funzionario dell’UE, che ha voluto rimanere anonimo, ha denunciato Helena Dalli , la commissaria per la parità responsabile delle linee guida. ‘La commissaria Dalli compensa la sua totale mancanza di peso nel Collegio [dei Commissari] tirando fuori dal cilindro “linee guida inclusive” che decostruiscono le regole più elementari’.

Proprio come il Consiglio d’Europa ha dovuto ritirare la sua campagna per il velo, la Commissione è stata costretta a fare marcia indietro. Definendo le linee guida un “lavoro in corso”, Dalli ha twittato la scorsa settimana che la Commissione, dopo aver ascoltato le preoccupazioni sollevate, stava ora lavorando a una “versione aggiornata delle linee guida”.

In entrambi i casi, tuttavia, l’UE e il Consiglio d’Europa non vedono alcun problema con il contenuto o il messaggio dei progetti in questione, sia che si tratti di incoraggiare l’uso di un linguaggio inclusivo o di sostenere l’uso del velo. Vedono solo un problema con la presentazione e la tempistica. In altre parole, sia le linee guida che la campagna a favore dell’hijab torneranno probabilmente, solo in forme diverse.

In effetti, la guida linguistica inclusiva dell’UE è parte integrante dei piani del presidente della Commissione Ursula von der Leyen di attuare un ‘”Unione dell’uguaglianza” . Questa unione è progettata per garantire che “ognuno sia apprezzato e riconosciuto in tutto il nostro materiale, indipendentemente dal genere, dalla razza o dall’origine etnica, dalla religione o dalle convinzioni personali, dalla disabilità, dall’età o dall’orientamento sessuale”.

No al Gender manifestazione

L’obiettivo della Commissione è istituzionalizzare la politica dell’identità in tutta l’Unione europea. Il primo passo di questo progetto è cambiare la lingua usata dalle persone. Il secondo passo è disaccoppiare la società dalla sua eredità culturale e storica. Ecco perché i funzionari sono incoraggiati a smettere di usare nomi “cristiani” e ad adottare l’uso di pronomi di genere neutro.

In effetti l’UE sta conducendo una guerra culturale contro i cittadini europei . In tal modo, sta copiando gli attivisti risvegliati negli Stati Uniti, che sono stati in grado di portare avanti i loro progetti di riprogettazione sociale all’interno e attraverso le istituzioni di istruzione superiore e cultura.

Per fortuna, le cose sono più complicate in Europa. Nonostante i migliori sforzi dell’UE, il continente è ancora un’Europa di nazioni. La maggior parte delle nazioni europee possiede ancora un forte senso delle proprie tradizioni nazionali e culturali. Detto questo, è improbabile che la tattica e la strategia che hanno funzionato all’interno delle istituzioni culturali anglo-americane abbiano successo.

Tuttavia, l’UE tornerà più e più volte con nuovi argomenti per cambiare lingua e comportamento. Si tratta, come afferma la Commissione, di un “work in progress”. Dobbiamo garantire che i tentativi dell’UE di colonizzazione ideologica siano più che accompagnati da una ferma opposizione contro coloro che vogliono decostruire l’eredità della civiltà europea.

Fonte: Spiked

Traduzione: Luciano Lago

https://www.controinformazione.info/lue-sta-conducendo-una-guerra-culturale-contro-leuropa/#comments 

Arriva in Aula il Testo Unico sul Suicidio assistito. Si può ancora fare marcia indietro

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Segnalazione di ProVita & Famiglia

C’è una data che i pro life devono assolutamente segnare sul calendario: è quella di lunedì 13 dicembre. Quel giorno, infatti, salvo imprevisti, arriverà in Aula alla Camera il Testo Unico sul suicidio assistito. Si tratta di una norma elaborata con un testo base dei relatori Alfredo Bazoli (Pd) e Nicola Provenza (M5s) e che, nelle intenzioni dei proponenti, recepisce i quattro criteri indicati dalla Corte per accedere al suicidio assistito: il richiedente deve essere in grado di intendere e volere; essere affetto da patologia irreversibile; dipendere da sostegno vitale; avere delle sofferenze fisiche o psichiche ritenute intollerabili.

Per l’arrivo in Aula della norma si è fissata la data del 13 dicembre dopo che, nel pomeriggio di mercoledì 1 dicembre, le commissioni Giustizia e Affari sociali della Camera hanno iniziato ad approvare gli articoli del testo e dopo che tutti i gruppi hanno concordato di concludere l’esame del testo entro il giorno 9. Questo accordo sull’iter della norma, attenzione, non implica però che esso si rifletterà anche in Parlamento. Anzi, è più che probabile che assisteremo ad un dibattito piuttosto acceso sull’argomento.

Rispetto a questo, pare verosimile che il centrosinistra, dalle cui fila – come poc’anzi ricordato – provengono i citati relatori del testo, lo appoggerà convintamente. Non a caso il segretario del Pd, Enrico Letta, ha pubblicamente elogiato quest’iniziativa legislativa come «la soluzione più avanzata, in linea con la sentenza Corte costituzionale», dicendosi «fiducioso che si riesca a coprire un vuoto normativo». Il segretario dem considera questa partita fondamentale, a differenza invece del mondo radicale, che guarda con maggiore favore allo scenario referendario.

«Il referendum sull’eutanasia, se non passa, lascia un vuoto», ha invece dichiarato Letta, subito aggiungendo: «Noi cosa stiamo facendo? Noi siamo riusciti ad ottenere che il 13 dicembre vada in aula alla Camera il testo sul suicidio assistito e quel testo è, secondo me, la linea giusta». D’accordo, ma esisterà un’opposizione parlamentare a questo disegno di legge? La risposta, fortunatamente, è affermativa.

C’è infatti da immaginare che il centrodestra, sia di governo sia all’opposizione, non appoggerà con convinzione – o non appoggerà affatto – il testo unico sul suicidio assistito, che non viene visto come una priorità in questa fase di pandemia, campagna vaccinale, rincari di bollette e così via. Tuttavia, e questa è senza dubbio una nota dolente per il mondo pro life, difficilmente assisteremo a quel grande scontro che abbiamo visto sul ddl Zan. Per più motivi. Anzitutto, perché come pretesto per questa legge i loro promotori hanno un argomento forte, per così dire, ossia il pronunciamento della Consulta citato da Letta.

Inoltre, sappiamo che anche nel centrodestra esiste – per lo più, e non da oggi, in Forza Italia – una componente, per quanto minoritaria, liberal e che guarda con favore a molte battaglie del mondo radicale. Non solo. Se gli oppositori del ddl Zan hanno potuto contare sul supporto, più o meno esplicito, di tante anime interne allo stesso centrosinistra – dalle femministe guidate da Marina Terragni fino al senatore Pd Tommaso Cerno -, con la legge sul suicidio assistito le cose si fanno più complesse. Questo non vuol dire però che la battaglia sia già persa. Guai a pensarlo.

Significa però che sul mondo pro life grava, oggi più che mai, una enorme responsabilità, vale a dire quella di far comprendere tutte le pesanti insidie e i catastrofici scenari che si aprono in un Paese che introduca nel proprio ordinamento il cosiddetto “diritto di morire”. Basta raccontare quel che è accaduto e accade in Olanda, Belgio, Canada, ovunque il presunto diritto di farla finita sia stato codificato. Non occorre dunque inventare nulla, perché una società che perde di vista il dovere di tutelare la vita fino all’ultimo è già spaventosa di suo. Speriamo che se ne rendano conto anche i nostri parlamentari.




Firma la petizione per bloccare il testo unico sul suicidio assistito!

 

Fonte: https://www.provitaefamiglia.it/blog/arriva-in-aula-il-testo-unico-sul-suicidio-assistito-si-puo-ancora-fare-marcia-indietro

Nessuno stop per “Fuori dal coro” e “Dritto e Rovescio”. La smentita di Mediaset

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Roma, 1 dic – Niente stop per Fuori dal coro di Giordano e Dritto e Rovescio di Del Debbio Giordano su Mediaset: arriva la smentita dell’azienda, che mette a tacere i rumors sulle motivazioni dell’interruzione delle due trasmissioni. Non ci sarà alcuno stop, di nessun programma, durante le festività nella programmazione Mediaset. Lo apprende l’Adnkronos da fonti del gruppo, che chiariscono così ogni dubbio sulle trasmissioni condotte da Mario Giordano e da Paolo Del Debbio. Nelle prossime ore è atteso un comunicato di chiarimento di Mediaset, in cui verrà illustrata anche la programmazione d’informazione durante il periodo natalizio.

Nessuno stop per Fuori dal coro e Dritto e Rovescio

Molto rumore per nulla, dunque. Alla notizia del possibile stop di 50 giorni i dietrologi si sono scatenati sul fatto che le due trasmissioni in questione danno voce spesso a posizioni non ortodosse rispetto alla vulgata mainstream. Soprattutto su vaccini, green pass e gestione della pandemia in generale. Una vetrina per le voci fuori dal coro, che forse poteva ostacolare in qualche modo la corsa di Berlusconi al Quirinale, si ipotizzava. Ora, al di là del fatto che il Cav ha la strada sbarrata dal centrosinistra, a quanto pare le due trasmissioni “incriminate” andranno avanti senza interruzioni particolari o “punitive”. Anche perché un conto sono le vacanze di Natale, un conto zittire Del Debbio e Giordano fino a febbraio, quando si voterà per il prossimo presidente della Repubblica.

Del Debbio: “Io non occhieggio a nessuno”

In effetti qualcosa non tornava, sul presunto stop delle trasmissioni. A sentire uno dei diretti interessati, Del Debbio, la pausa citata dai media sarebbe stata inspiegabilmente troppo lunga. “Sui siti hanno scritto che io e Mario Giordano ci fermiamo per troppo tempo, ma io l’ordine di servizio non l’ho ancora ricevuto…”, ha fatto presente Del Debbio. In ogni caso, “se dovesse essere confermato questo lungo stop, sarebbe innaturale perché di solito si finiva a metà dicembre come tutti e si ricominciava dopo l’Epifania”, precisa il conduttore di Dritto e Rovescio. Circa la possibile punizione per le posizioni su green pass e vaccini, Del Debbio chiarisce: “Io non occhieggio a nessuno, i no vax mi attaccano violentemente spessissimo, ultimamente anche su WhatsApp. Ho fatto la terza dose, sono assolutamente favorevole al vaccino. Io faccio un dibattito e per farlo bisogna esser in due, non si può fare un talk show con una sola voce. Faccio parlare tutti ma poi a casa ognuno si fa la sua opinione. Io faccio così, se non vogliono che faccia così lo fa un altro, ci sono tanti conduttori in Italia”, conclude.

Adolfo Spezzaferro

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/nessuno-stop-per-fuori-dal-coro-e-dritto-e-rovescio-la-smentita-di-mediaset-216551/

 

Del Debbio e Giordano finiscono in castigo. Ecco come la tv silenzia le voci contro il green pass

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A Mario Giordano e Paolo Del Debbio va la nostra incondizionata solidarietà. Siamo persone che seguono i vostri programmi con interesse. Non è necessario esser sempre d’accordo con i contenuti, ma le domande e i ragionamenti che avete condotto in questi mesi sull’applicazione del green pass e sui vaccini sono, a nostro avviso, il minimo sindacale per chi ha un cervello che non serva solo a sostenere gli occhiali. Questa censura è, a nostro avviso, incredibile perché pietra tombale sulla libertà d’informazione. Finché c’è chi sogna modelli comunicativi che restringano la democrazia, chi è fuori dal coro è destinato al bavaglio. E’ questa l’Italia nata dalla Resistenza? Sentiti alcuni “toni rossi” particolarmente entusiasti per controlli e restrizioni, non c’è da stare allegri…(N.d.R.)  

A proposito, questo pezzo è sul sito di Gianluigi Paragone. Ci è parso scritto bene, in linea col nostro pensiero. Ma non siamo “no vax” né seguaci di Paragone. In Italia è sempre bene specificare per evitare fraintendimenti di menti un pochino disturbate che, poi, fanno danni…(N.d.R.)

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Mario Giordano e Paolo Del Debbio in ‘castigo’ per cinquanta giorni. Sia Fuori dal coro e Dritto e rovescio andranno infatti in paura rispettivamente il 7 e il 9 dicembre per rientrare solo il 25 e 27 gennaio 2022. In sostanza è un mese e mezzo di stop che sappiamo bene come in tv corrisponda più o meno a due secoli e che corrisponde ‘casualmente’ con l’entrata in vigore del ‘super green pass’ e con quella che, in teoria, dovrebbe essere la fine della validità del certificato verde. Non solo: né Giordano né Del Debbio potranno, questo modo, commentare le fasi propedeutiche all’elezione del nuovo presidente della Repubblica.

Piazzapulita, al contrario, saluterà il pubblico il 16 dicembre ma tornerà onda in onda, con molta probabilità, il 13 gennaio (stando a quanto riferisce TvBlog). Stesso calendario varrà per Cartabianca e Di MartedìQuarta Repubblica di Nicola Porro si congederà il 6 dicembre, e il 10 gennaio sarà di nuovo operativo.

Controcorrente terminerà il 19 dicembre per riprendere il 9 gennaio, con Veronica Gentili. Prima ancora riapparirà in schermo Gianluigi Nuzzi con Quarto Grado (17 dicembre – 7 gennaio). Zona Bianca di Giuseppe Brindisi, invece, non conoscerà soste: dall’aprile scorso, non ha saltato neanche una settimana, e intende mantenere questo record. Restano comunque da capire le cause dei due esclusi eccellenti: certo è che visto il periodo ‘prescelto’ per la pausa a pensar male si fa peccato, ma raramente ci si sbaglia …

Fonte: https://www.ilparagone.it/attualita/del-debbio-e-giordano-finiscono-in-castigo-ecco-come-la-tv-silenzia-le-voci-contro-il-green-pass/

Green pass, in Svizzera decidono i cittadini: domenica il referendum

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di Alessandro Della Guglia

Roma, 24 nov – Mentre in Italia il governo sta per varare il super green pass, con luoghi ricreativi di conseguenza off limits per i non vaccinati, in Svizzera domenica saranno i cittadini a votare sul certificato verde. Un referendum apposito dunque, con il popolo elvetico chiamato alle urne per pronunciarsi sulle diverse modifiche proposte dall’esecutivo ai provvedimenti anti Covid, tra cui appunto il lasciapassare.

Svizzera, nuovo referendum contro il green pass

La Svizzera è primo Paese al mondo in cui tramite referendum i cittadini potranno pronunciarsi sul green pass, ma non è la prima volta che gli elvetici votano sulle misure restrittive adottate dal governo durante la pandemia. Già il 13 giugno scorso il green pass venne sottoposto a voto popolare e accettato da oltre il 60% dei cittadini. Il primo referendum si è insomma rivelato un boomerang per i promotori, anche se in questo caso i comitati del No contestano la base legale del certificato verde e auspicano in un risultato diverso. Sostengono cioè che il green pass non sia contemplabile in base alla legge svizzera, in quanto palese discriminazione nei confronti di ha scelto di non vaccinarsi. Oltre a presentare un preoccupante tracciamento dei contatti che garantisce alle autorità “una sorveglianza di massa”.

“Preferibili i test”

In prima linea sul fronte del No al green pass, c’è ad esempio Piero Marchesi, deputato ticinese dell’Udc: “Diciamo no a chi vuole imporre la disciplina sanitaria al Paese. Il Covid è la scusa per non affrontare i problemi reali”, ha dichiarato Marchesi in un’intervista rilasciata a La Verità. “Il Covid pass non è una misura sanitaria ma disciplinare, che categorizza i vaccinati e i non vaccinati. Si opti piuttosto per i test, che garantisco davvero che la persona non è infetta e non contagia, quello che invece non può fare il Covid pass”, sostiene il deputato ticinese.

In Svizzera al momento il green pass è obbligatorio per accedere a bar, ristoranti, strutture culturali e manifestazioni al chiuso. Il governo, comunque vada il referendum, non sembra puntare a un “super pass” sulla falsa riga di quanto sta accadendo in Italia. Il tasso di vaccinazione è inoltre nettamente inferiore a quello italiano: 65% della popolazione.

Alessandro Della Guglia

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/green-pass-svizzera-decidono-cittadini-domenica-referendum-215776/

Come cambierà la democrazia dopo il Covid

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di Corrado Ocone

L’OCCIDENTE INVIDIA IL MODELLO CINESE? LE CONSEGUENZE POLITICHE DELLA PANDEMIA

Abituati a vivere la quotidianità pandemica, e immersi nelle polemiche sui vaccini e il green pass, poco riflettiamo sulle conseguenze storico-politiche di più ampia durata delle politiche di contrasto messe in opera, indipendentemente da come le si possa giudicare. In questo senso, si può veramente dire che Covid-19 abbia accelerato dei processi in corso già da un po’ di tempo, almeno dalla crisi finanziaria del 2007-8.

Il sistema occidentale in crisi

Con l’efficacia che può essere di un titolo di copertina, è The Economist a parlare questa settimana di The triumph of big government e a chiedersi quale dovrebbe essere, di fronte a una così forte espansione dello Stato, la risposta del liberalismo classico. In effetti, quello che non si dice, o che viene semplicemente occultato, è che un sistema basato quasi esclusivamente sula spesa pubblica, e quindi su una forte tassazione, non può reggere a lungo. Non solo per motivi economici, ma anche culturali. Quello che non può reggere, più propriamente, è il complicato sistema delle libertà istituzionali e costituzionali che l’Occidente ha costruito nei secoli e decenni scorsi, e soprattutto quella sana e caotica anarchia della società civile che ha permesso di liberare energie e spiriti vitali che alla fine ci hanno garantito, e ancora ci garantiscono, una rispettabile qualità della vita.

La Cina, il modello alternativo

La qualità della democrazia liberale è qualcosa che ci deve stare a cuore se teniamo alla qualità delle nostre vite. Inutile dire che il convitato di pietra, in questo mio discorso, è la Cina, che da partner commerciale strategico dell’Occidente quale era stato nei primi anni della globalizzazione (che hanno coinciso con la sua escalation come potenza globale) è diventato, almeno per l’America (e qui Trump o Biden fa poca differenza), un temibile avversario politico di sistema, cioè con modello alternativo di politica e vita civile del tutto poco rispettoso delle libertà personali. 

Per mesi, osserva il settimanale inglese, mente la vaccinazione in Europa procedeva  molto  lentamente, “la Cina ha potuto celebrare la sua risposta al virus come una vittoria del modello dello Stato forte”. È emersa perciò, anche nelle nostre democrazie, una sorta di volontà di emulazione, che ovviamente si è realizzato in forme edulcorate e più controllate. Stessa però l’impostazione del problema: “la strategia dello zero-covid ha esemplificato l’inflessibilità di un potere centralizzato e incontrollato”.

La nuova “dittatura preventiva”

Che l’Occidente invidi sotto sotto il modello cinese? Questa domanda se la poneva ieri  Le Figaro nel recensire il libro appena uscito di un ex diplomatico. L’Occidente ha invidia e paura al tempo stesso della Cina, spiegava l’articolista, non certo per la repressione degli Uiguri (certamente esecrabile) ma per la strana mescolanza che lì sembra essersi realizzata “fra la prosperità organizzata del capitalismo cinese, che garantisce una forma di armonia sociale, e una ‘dittatura preventiva’, fondata sul controllo sociale dei dati, che rende obsoleta la “dittatura repressiva” del XX secolo”. La Cina, sulla lunga scorta di un confucianesimo ben integratosi con il marxismo e il progresso tecnico-informatico, sembra quasi proporci un nuovo equilibrio fra benessere individuale e benessere collettivo. “Il successo cinese, senza che noi osiamo ammetterlo, diventa la tentazione dell’Occidente”. Il discorso, a ben vedere, è sempre quello di Tocqueville: un individuo atomizzato e alla ricerca di piaceri effimeri è ben disposto a svendere la sua libertà a un sistema che lo protegge e lo rassicura dalla culla alla bara.

Devo dire la verità: il dibattito su no vax e no pass non mi appassiona più di tanto, soprattutto quando è urlato, fazioso, piazzaiolo, violento. Né mi sembra intelligente la retorica del “noi” contro “loro”, ove il loro che vorrebbe controllarci e sottometterci non si sa bene chi sia. E, pur avendo non pochi dubbi sul green pass, credo che la sua introduzione, in quanto legge di uno Stato democratico come il nostro, vada assolutamente rispettata. Porsi però anche in Italia, con la postura giusta e nelle sedi giuste, queste questioni di fondo, che la stampa e il dibattito esteri non occultano, credo sia importante e “salutare” (tanto per restare in tema).

Corrado Ocone, 21 novembre 2021 https://www.nicolaporro.it/come-cambiera-la-democrazia-dopo-il-covid/

La vita perde, se si perde la fede

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Segnalazione di Corrispondenza Romana

di Mauro Faverzani

Merita una riflessione la dura condanna espressa lo scorso 11 novembre dall’Europarlamento contro la sentenza con cui la Corte Costituzionale polacca un anno fa vietò l’aborto in caso di malformazioni fetali, limitandolo ai casi di stupro, incesto e grave rischio per la salute della madre.

Innanzi tutto, val la pena partire dai dati. Ed i dati parlano di 300 bambini salvati in un anno in Polonia, grazie a questo verdetto, dalla morte certa loro altrimenti inflitta dall’aborto. All’Europarlamento dispiace forse che questi piccoli, futuri cittadini europei, siano vivi? Altra valutazione: la sentenza a morte per questi bimbi sarebbe stata pronunciata solo in quanto malformati. Ma la Corte Costituzionale polacca ha stabilito ch’essi hanno i medesimi diritti di tutti gli altri, compreso quindi il diritto di nascere, il diritto alla vita. All’Europarlamento dispiace forse che non si applichino discriminazioni eugenetiche?

Secondo quanto riportato dall’agenzia InfoCatólica,la condanna dell’Europarlamento ancora una volta ha avuto il voto in massa anche degli esponenti del Partito Popolare europeo. Si può sapere cos’abbia ormai a che fare questo Ppe col proprio programma, con la propria carta dei valori, pubblicata online? Leggiamola. In essa si dice di voler puntare sulla «dignità umana». Stroncare la vita di creature indifese nel grembo materno corrisponde davvero alla tutela della loro «dignità umana»? In essa si dice di voler puntare sull’«uguaglianza». Votare un testo, in cui si chiede che vengano abortiti i bimbi malformati, corrisponde davvero a volerli considerare «uguali» agli altri? In essa si dice di voler riconoscere «i valori giudaico-cristiani come fondamento». Promuovere l’aborto corrisponde davvero a tali valori ed alla Dottrina della Chiesa? Ovviamente a tutte queste domande la risposta è «no». Ed allora v’è da chiedersi se sia onesto mentire con sé stessi e con gli elettori, mistificare la realtà, illudere chi vota di sostenere un gruppo in linea con la morale cristiana, ma, in realtà, di essa nemico. Una condotta imbarazzante, mortificante, vergognosa.

L’attacco alla vita è stato sferrato anche nello Stato del Vermont, negli Usa, dove una nuova legge, appena entrata in vigore, ha imposto che in tutte le scuole medie e superiori pubbliche vengano distribuiti i preservativi, forniti gratuitamente dalla multinazionale dell’aborto Planned Parenthood, a tutti gli studenti dai 12 anni in su, che ne facciano richiesta, anche contro il parere dei loro genitori. La normativa, firmata dal governatore Phil Scott, repubblicano pro-choice, definisce questo un «diritto» degli studenti, benché implichi, come tragico costo sociale, un inevitabile aumento del tasso abortivo presso la popolazione scolastica.

La persecuzione contro la vita si è ormai scatenata però anche in Spagna, dove il governo socialcomunista intende introdurre una riforma nel codice penale con l’art. 172 quater, che prevede il carcere da tre mesi ad un anno per quanti si riuniscano pacificamente davanti alle cliniche abortiste, organizzando veglie o momenti di preghiera. Le accuse nei loro confronti sono quelle di «atti persecutori», «molestie», nonché quella di ostacolare i «diritti sessuali e riproduttivi» delle donne. L’iter parlamentare del disegno di legge, che ha già affossato alla Camera due emendamenti presentati dai Popolari e da Vox, prosegue ora senza più ostacoli: «Questa iniziativa andrà avanti, chiunque si pari dinanzi ad essa», ha sentenziato perentoria la deputata socialista Laura Verja, dimostrando uno strano concetto di “democrazia”.

Ora, anche qui val la pena condurre una riflessione. La china anticristiana intrapresa dalla Spagna è iniziata al convergere di tre fattori. Il primo fattore riguarda la presa di potere da parte dei socialcomunisti, atei e secolarizzati, accelerata dalla contemporanea ignavia morale e politica dei Popolari. Il secondo fattore riguarda una presenza cattolica ridotta sempre più al lumicino in Spagna, tanto da aver toccato il proprio minimo storico assoluto, secondo quanto riportato nell’ultimo rapporto del Cis, il Centro di Indagini Sociologiche iberico. Ora i fedeli sono il 57,4% della popolazione ovvero ben l’1,8% in meno dell’anno scorso. I praticanti sarebbero però solo il 13,8%, quindi meno di quanti si proclamano atei, pari al 14,6%.

Quando mancano la fede e la fiducia nel futuro, le conseguenze sono pesanti. Non a caso, secondo l’Istituto nazionale di Statistica, sempre in Spagna si registra il più alto tasso di suicidi della storia – ed è questo il terzo fattore -: + 7,4% dall’inizio della pandemia (lo scorso agosto addirittura + 34% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente), in valore assoluto ben 3.941 casi, in media 11 al giorno. Tra questi, 2.930 sono gli uomini e 1.011 le donne. Ciò ha reso il suicidio negli uomini la prima causa di morte non dovuta a cause naturali, nelle donne e nei giovani la seconda. Su questi dati certamente ha inciso, dal punto di vista sanitario, la pandemia. Ma, trattandosi di un trend da tempo in crescita, questa non può essere l’unica risposta. La realtà è che in una società, in cui manchino fede, fiducia nel futuro, speranza e libertà, ai più fragili il suicidio può sembrare l’unica via di fuga possibile. È questo l’avvenire, che vogliamo per la nostra società, per noi e per i nostri figli?

“Siamo contrari all’aborto, in ogni sua forma”: Signorini finisce nel tritacarne progressista

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Augurandoci che le pressioni di un determinato ambiente non lo costringano a una clamorosa retromarcia, come Circolo Christus Rex ci complimentiamo per la frase pronunciata da Alfonso Signorini davanti a milioni di telespettatori. Quando una persona dice cose giuste va applaudita, al di là del fatto che siamo e restiamo divisi su moltissime cose.

di Cristina Gauri

Roma, 16 nov — «Siamo contrari all’aborto, in ogni sua forma»: ieri sera un temerario (o suicida?) Alfonso Signorini si è così pronunciato contro la pratica dell’interruzione della gravidanza durante la diretta di lunedì sera del Grande Fratello Vip. La frase ha scatenato un polverone social infernale: il conduttore ha toccato uno degli argomenti più spinosi e difesi — spesso con la bava alla bocca — da tutto l’establishment politicamente corretto di tv e spettacolo.

Signorini temerario contro l’aborto

Il contesto nasce da uno scherzo architettato ai danni di Giucas Casella, a cui gli autori del programma stanno facendo credere che la sua cagnolina potrebbe essere rimasta incinta. Eventualità rifiutata dal mago e mentalista, che è contrario a una eventuale gravidanza del suo animale da compagnia. Da qui la presa di posizione del conduttore («Siamo contrari all’aborto, in ogni sua forma tra l’altro. Anche quello dei cani»), che ha fatto rizzare i capelli a tutto il mondo progressista.

La pasionaria Lucarelli alla riscossa

Alla Lucarelli, ad esempio, non è parso vero di poter risfoderare le vesti della pasionaria dei diritti femminili. «Caro Alfonso Signorini, non so a nome di chi credi di parlare, ma NOI abbiamo votato a favore dell’aborto con un referendum che ha la mia età, quindi fammi questo favore: parla per te e per il tuo corpo, visto che non rappresenti né il Paese né il corpo delle donne».

Così ha scritto su Instagram invitando Signorini a ripetere la frase incriminata «a chi è costretto all’aborto terapeutico, alle vittime di stupri etnici, alle donne che scelgono in piena libertà e a chiunque abbia una storia un po’ più complessa da raccontarti che “Bettarini ha bestemmiato al Grande Fratello, espulso!”». Poi chissà per quale motivo, la correttissima Lucarelli sente il bisogno di sottolineare l’omosessualità di Signorini, come se questo avesse qualcosa a che fare con l’argomento dibattuto. «Il moralismo ortodosso urlato al megafono del reality dal conduttore omosessuale pro life, ci mancava solo questo».

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/siamo-contrari-allaborto-in-ogni-sua-forma-signorini-finisce-nel-tritacarne-progressista-214662/

La libertà religiosa in Pakistan

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LA NOTIZIA

di Leonardo Motta

La questione delle conversioni religiose forzate è fonte di grande preoccupazione per le minoranze religiose in Pakistan, soprattutto cristiani e indù, e manca la volontà politica di risolvere un tale problema, a causa anche dell’instabilità politica e alle pressioni dei gruppi religiosi estremisti.
Il governo pakistano non presta alle minoranze religiose la dovuta attenzione, sia che si tratti di discriminazione nei programmi scolastici e universitari, lavoro, matrimonio e divorzio, sia che riguardi l’abuso della legge sulla blasfemia o le conversioni forzate.
Secondo i musulmani non dovrebbero esserci limiti di età per la conversione all’Islam, rapitori e abusatori di ragazze usano questo tipo di leggi per compiere rapimenti e matrimoni forzati con ragazze adolescenti di altre religioni.
Anche certe sentenze dei tribunali incoraggiano gli autori del rapimento di ragazze minorenni non musulmane, soprattutto quando i giudici dei tribunali superiori dettano sentenze influenzate dalla sharia piuttosto che difendere la legislazione in vigore nel paese, come la legge sulla restrizione del matrimonio infantile (del 1929), che criminalizza i matrimoni delle ragazze di età inferiore ai 16 anni.
Inutile dire che i tribunali pakistani continuano a ignorare anche gli standard internazionali.
Purtroppo la maggior parte dei musulmani pakistani è contraria a stabilire un’età minima per la conversione all’Islam perché credono che una legge contro la conversione forzata andrebbe contro il Corano e la Sunnah e potrebbe creare disordini pubblici.
“In una situazione così difficile, è necessario utilizzare tutte le piattaforme e le alleanze a livello nazionale e internazionale per fare pressione e ricordare al Pakistan i suoi obblighi internazionali in materia di diritti umani, in particolare per quanto riguarda i bambini, le donne e le minoranze”, ha detto Nasir Saeed, Direttore della ONG CLAAS, organizzazione no-profit che opera per il raggiungimento della libertà religiosa in Pakistan.

 

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