Perché dei sodomiti diventano kamikaze. Islamici. E sterminano in Francia

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Testimoni oculari affermano:    alla testa e alla fine di Promenade des Anglais, quel giorno a Nizza, erano  stati piazzati per ore, prima,  quattro veicoli della polizia di traverso a sbarrare la circolazione – per consentire la parata militare.  Ma poi sono spariti,  qualche ora prima che l’islamista arrivasse col camion. Il presidente della regione, Christian Estrosi, ha fatto sapere di aver protestato perché, il giorno della Bastiglia,   al servizio d’ordine erano stati assegnati solo 45 agenti. Ma come, 45 agenti, per un assembramento  che era facile prevede di almeno 30 mila persone? “Non basta, e non nascondo che mi  sono arrabbiato”. Ha chiesto che ne mandassero di più la sua richiesta è stata rifiutata.

 

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Il crepuscolo della NATO

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di Thierry Meyssan 

Il crepuscolo della NATO

Fonte: Voltairenet

La storia della NATO e delle sue attività attuali permette di capire come l’Occidente ha costruito le sue menzogne e perché ormai ne è prigioniero. Gli elementi contenuti in questo articolo sono scioccanti, ma è impossibile negare i fatti. Al massimo possiamo aggrapparci alle menzogne e continuare ad attenerci ad esse.

Nel corso della riunione di Istanbul del 13 maggio 2015, i leader della NATO terminano un pasto ben innaffiato. Si fanno beffe dei cretini che credono nel loro discorso di pace cantando «We are the world». Riconosciamo in questo video indecente il generale Philip Breedlove, Jens Stoltenberg, Federica Mogherini e numerosi ministri della difesa.

DAMASCO (Siria) – Il vertice dei capi di Stato e di governo della NATO si è appena svolto a Varsavia (7 e 8 luglio 2016). Questo doveva essere il trionfo degli Stati Uniti sul resto del mondo, ma è stato in realtà l’inizio del tracollo.

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Giorgio Napolitano: purtroppo nessun tribunale lo giudicherà

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di Paolo Becchi

Giorgio Napolitano: purtroppo nessun tribunale lo giudicherà

Fonte: Paolo Becchi

Martedì il Presidente (emerito) della Repubblica, intervenendo ad una manifestazione della Cna (la Confederazione nazionale dell’artigianato), in occasione del suo settantesimo anniversario, ha ribadito con forza e determinazione la necessità di un voto positivo sulla revisione costituzionale. Giovedì alla presentazione di un libro-leccata a lui dedicato nella sede della Enciclopedia Treccani di Roma è nuovamente intervenuto per ribadire: “la mia eredità politica è la riforma costituzionale … da cui dipende l’ avvenire del nostro Paese”, manifestando qualche preoccupazione, mannaggia, per il referendum che dovrebbe esserci in un momento non particolarmente felice per Renzi. Era un po’ che Re Giorgio non interveniva in pubblico ma ha voluto utilizzare queste ultime occasioni per ribadire che Renziin fondo è solo un esecutore e di essere lui il vero artefice della revisione costituzionale, confermando così di essere ancora il vero protagonista della scena politica.


Oggi ci siamo quasi dimenticati come e perché Renzi si trovi nel posto che abusivamente occupa dal febbraio del 2014. Sembra che nessuno ricordi più chi in realtà dal 2011 governa in modo del tutto illegittimo il nostro Paese, chi ha reso possibile e voluto l’ascesa di Renzi, chi ha spinto più di ogni altro per lo stravolgimento della nostra Costituzione, utilizzando il giovane rottamatore, dopo averci provato con Letta, vale a dire Giorgio Napolitano.
Ricordiamo ancora una volta cosa accadde alla fine del 2013. Il governo Letta era in difficoltà, e il progetto di revisione costituzionale voluto da Napolitano per soddisfare le istanze del “mostro buono” di Bruxelles, come lo chiama il grande intellettuale tedesco Hans Magnus Enzensberger, stava arenandosi: lo spettro della “crisi” ancora in agguato, un Governo cui tutti continuavano a chiedere di “cambiare passo”, un’opposizione intransigente, quella del M5s, in forte ascesa e convinta di vincere le elezioni europee e di costringere subito dopo Letta alle dimissioni. Forse sarebbe proprio andata così. Forse. Un futuro che Napolitano non poteva in alcun modo accettare: dopo essere riuscito, con un colpo di Stato organizzato con il sostegno della BCE, a costringere alle dimissioni Berlusconi per salvare l’Euro, non avrebbe certo rischiato una sciagura ancora più grande con il M5s. Già aveva faticato non poco ad eliminare Bersani, che sarebbe stato disponibile ad un accordo Grillo e aveva i voti per formare il governo. Ma Napolitano lo fermò, impedendogli di sottoporsi al voto di fiducia. Anche Letta però non funzionava, a causa di un’azione di governo sempre più debole che non faceva altro che far crescere i consensi per il M5s. Da qui la necessità di sostituire anche Letta, rivelatosi incapace di portare a compimento il progetto golpista iniziato nel 2011 e trovare un candidato che potesse concorrere con il M5s. È così che nasce Renzi. La fine del governo Letta non ha conosciuto una forma benché minima, di parlamentarizzazione della crisi. È Napolitano il sovrano che – schmittianamente – ha deciso sullo stato d’eccezione, così come nel caso dell’ ultimo governo Berlusconi.
Nasce così il Governo Renzi, il quale realizza subito il primo obbiettivo con le elezioni europee, nelle quali il Pd raddoppia i voti rispetto al M5s, vero sconfitto di quelle elezioni. Il primo pericolo era così scongiurato e tutte le forze potevano concentrarsi sulla legge elettorale e sulla revisione costituzionale, compito per il quale Renzi era stato chiamato a sostituire Letta da Napolitano. La mia ricostruzione potrebbe forse apparire romanzata, o come si usa oggi dire “complottista”. Eppure, di recente, il Ministro Boschi, rispondendo ad uno studente durante un incontro sulla cosiddetta riforma, non ha fatto che confermare tutto ciò: “L’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dopo l’esperienza del governo di Enrico Letta che sulle riforme costituzionali si era interrotto, nel conferire l’incarico a Matteo Renzi ha chiesto la formazione di un governo che avesse come obiettivo la legge elettorale e le riforme costituzionali”. E le ultime dichiarazioni rese in questi giorni da Napolitano confermano quanto vado ripetendo da tempo: Napolitano dal 2011 ha usurpato il ruolo di Presidente, da arbitro neutrale del conflitto politico è diventato il principale attore politico, e per questo avrebbe dovuto essere messo in stato di accusa per tradimento ed attentato alla Costituzione.
I diversi tasselli della storia stanno, a poco a poco, ricostruendosi. Il primo testo al riguardo apparve proprio su Libero (con il titolo Cronache di un colpo di stato fatto con molta sobrietà) il 12 gennaio del 2012, in un articolo diventato virale. Poi il mio libro sul Colpo di stato permanente uscito da Marsilio e le rivelazioni contenute in quello di Alain Friedman, il quale ha documentato come già nel giugno 2011, Napolitano avesse sondato Mario Monti, chiedendogli se sarebbe stato disponibile a prendere il posto di Berlusconi. La pubblicazione del testo di un’audizione del 7 dicembre 2011 di Paolo Savona (Ministro dell’Industria nel Governo Ciampi, Presidente della Banca di Roma) ha rivelato, inoltre, che nell’agosto 2011 l’allora Ministro Tremonti avrebbe confermato l’esistenza di un piano straordinario del governo per abbandonare l’Euro e tornare alla lira. Che l’Unione europea avesse il massimo interesse ad impedire ad ogni costo questo “piano B”, appare evidente. Non vanno in questo contesto dimenticate neppure le dichiarazioni di Zapatero che ha ricordato come, nel 2011, in occasione del G20 di Cannes, lui andò con «con il timore che potessimo (gli spagnoli) essere nel mirino dei sostenitori dell’austerità, ma l’obiettivo era l’Italia … Berlusconi e Tremonti subirono pressioni fortissime affinché accettassero il salvataggio del Fmi …. loro non cedettero e nei corridoi si cominciò a parlare di Monti». Infine, la Procura di Trani ha cominciato ad indagare sulle manovre di Deutsche Bank per alterare il prezzo dei titoli di Stato italiani, cominciate proprio nei mesi in cui fu avviata la crisi del debito italiano che portò alla caduta di Berlusconi.
Anche sulla “staffetta” Letta-Renzi, è uscita più di una indiscrezione – subito messa a tacere dalla stampa. Esemplari sono le intercettazioni che hanno visto coinvolti Renzi e il generale della guardia di finanza Adinolfi, in cui si dice che «bisogna passare» da Giulio, il figlio di Napolitano, «per arrivare» al Colle.
Sono scenari – che si aggiungono alla storia rimasta irrisolta del coinvolgimento di Napolitano nella “trattativa” Stato-Mafia – evidentemente inquietanti. Ma, al di là di essi, è la stessa attività pubblica di Napolitano a condannarlo: le continue interferenze sull’attività di Governo e Parlamento a partire dal 2011 con la formazione illegittima di “Governi del Presidente”, la predisposizione del programma di stravolgimento della Costituzione da lui imposto, per soddisfare le richieste dell’Unione sovietica, pardon europea, basterebbero a mostrare come il Presidente della Repubblica, abbia assunto un ruolo che la nostra Costituzione non gli attribuisce.
Nessuno è però riuscito a metterlo in stato d’accusa, a parte la farsa tentata dal M5s. Ma quello che più sorprende è che ancora oggi Napolitano continui a tessere la sua trama avvolto nel silenzio e nel mistero delle stanze del potere romano e ogni tanto compaia anche in pubblico per fare capire che è ancora lui il personaggio centrale. Nonostante sia Presidente (emerito) della Repubblica, egli continua di fatto a svolgere lo stesso ruolo golpista di prima: così come abbiamo due Papi, abbiamo anche due Capi dello Stato – uno per la forma, l’altro per il contenuto. E siamo certi che sta già escogitando qualcosa in vista del prossimo referendum che il vecchio comunista prima di tirare le cuoia (neanche lui ahimè è immortale) deve assolutamente vincere. Ma per vincere dovrà darsi da fare: Renzi può pure ignorare i rottamati del suo partito, cadaveri che ancora camminano, ma non potrà ignorare l’ordine di Napolitano: trasformare l’Italicum nel senso indicato a suo tempo dalla “Commissione dei saggi” da lui istituita (premio alla lista e soprattutto niente ballottaggio), per evitare che tutto il lavoro fatto finora finisca nel nulla, con il rischio persino di portare il M5s dopo Roma al governo dell’intero Paese. L’estate è appena cominciata e siamo certi che il “grande Inquisitore” è già all’opera per vincere la nuova sfida, magari aiutato dalla Consulta che potrebbe ad ottobre bocciare il premio di maggioranza e così riaprire i giochi proprio nel senso indicato dalla “Commissione dei saggi” di Napolitano.
Nessun tribunale purtroppo lo giudicherà per tutto quello che ha tramato e sta tramando, per aver tentato di distruggere l’ordine democratico nel nostro Paese, come invece è avvenuto in questi giorni in Germania con l’ultimo nazista sotto processo, Hubert Zafke, 95 anni, ex infermiere nazista di Auschwitz. No, l’ultimo comunista, vada come vada l’ultima sfida, potrà concludere i giorni che ancora gli restano da vivere nelle stanze del potere in cui è nato e da cui non è mai uscito. Ma il tribunale della storia lo ha già condannato: alle pene dell’inferno.
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Nizza, il Front National guadagna terreno

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FRONT NATIONAL

Segnalazione di Raimondo Gatto

Il malcontento trasversale è diffuso, la rabbia anche. “Tutti questi attentati favoriranno il Front National” scrivono alcuni giornali francesi

di Luca Steinmann

“Hollande demission” gridano alcuni contestatori sulla Promenade Anglaise, il lungomare di Nizza, il giorno dopo l’attentato. La commemorazione silenziosa viene alternata di tanto in tanto da momenti di critica alla politica francese sia di destra che di sinistra. Se infatti è innegabile che il principale bersaglio delle proteste sia il presidente della repubblica Francois Hollande, lo è altrettanto il fatto che gli attacchi non risparmiano neanche la destra repubblicana di Nicolas Sarkozy. Il malcontento trasversale è diffuso, la rabbia anche. “Tutti questi attentati favoriranno il Front National” scrivono alcuni giornali francesi. Un concetto, questo, che è stato riscritto e ripetuto ampiamente su tutta la stampa mondiale in occasione di ogni attentato che ha colpito la Francia. Sarà vero? “Non posso dirlo, l’aumento dei voti del Front National precede tutti gli attentati. Certo è però il fatto che i morti sono la conseguenza di una situazione insostenibile che noi denunciamo da tempo”. A dirlo è Philippe Vardon, consigliere regionale nel dipartimento di Nizza-Provenza-Alpi e Costa Azzurra eletto tra le file del partito di Marine Le Pen. Nato e cresciuto a Nizza, fin da ragazzino Vardon ha iniziato la sua militanza politica opponendosi all’immigrazione e all’islamizzazione della sua città. Uomo di fiducia di Marion Le Pen, nipote di Marine e capogruppo del Front National presso il consiglio di questa regione, ha osservato l’avanzata dell’islamismo radicale a Nizza nel corso degli anni. Intervistato da Il Giornale racconta come si sia arrivati alla situazione odierna e quali, secondo lui, siano le misure da adottare per combatterla.

Philippe Vardon, la Francia si ritrova ancora una volta a contare i propri morti. Questa volta il terrorismo colpisce Nizza, e lo fa per mano di un proprio cittadino, seppur di origini straniere. Era immaginabile che questa città venisse colpita?

Non si può dire che ce lo si aspettasse, altrimenti si sarebbe dichiarato lo stato d’emergenza. Quello che però è certo è che negli ultimi 20 anni, e soprattutto negli ultimi 10, è esplosa la presenza islamista, che ha portato con sé un clima che da tempo noi denunciamo essere pericoloso. Per tutta risposta ci veniva detto dalle istituzioni che eravamo razzisti. Sarebbe però bastato analizzare i documenti della polizia e della magistratura per capire come ci fossero tutti gli elementi perché la violenza scoppiasse. Nizza è la città francese dalla quale è partito il numero di foreign fighters più alto d’Europa. Ben 100 ragazzi sono partiti da qui negli ultimi anni per unirsi alle compagini islamiste, soprattutto Isis, in Siria e Iraq. Nessuna altra città francese ha fornito così tanti jihadisti, calcolando che la Francia è il primo Paese europeo per numero di persone partite per combattere il jihad si può dire che Nizza sia la capitale europea di foreign fighters.

Che cosa ha portato all’esplosione dello jihadismo in questa città?

Le responsabilità sono innanzitutto politiche. Christian Estrosi, l’ex sindaco della città che ora è presidente regionale, si è strettamente legato a dei gruppi islamisti che, con il suo appoggio, si sono radicati molto profondamente. In modo particolare Estrosi sì è legato all’UOIF, un gruppo islamista riconosciuto dal ministero degli interni, che è l’espressione in Francia dei Fratelli Musulmani. A questo gruppo Estrosi ha concesso milioni di finanziamenti pubblici e immensi spazi in cui fare propaganda, tanto all’interno delle moschee quanto dei quartieri popolari.

Loro, per contraccambiare, hanno pubblicamente invitato i musulmani a sostenerlo alle ultime elezioni e lo accolgono alle loro feste come ospite d’onore, come avvenuto in occasione della fine dell’ultimo Ramadan solo 10 giorni fa.

Eppure Estrosi è stato un sindaco eletto con la destra, dato che era membro dell’Ump, il partito di Sarkozy. In televisione ha più volte condannato l’immigrazione. Perché si sarebbe legato agli islamisti?

Per una questione di mere tattiche politiche. In primo luogo i musulmani portano voti. Su una popolazione nizzarda di 350mila persone gli islamici sono circa 60mila e rappresentano un bacino elettorale considerevole. Estrosi ha però fatto di più.

Ha deciso di puntare sui musulmani più radicali e organizzati, sperando tramite loro di tenere a bada tutta la comunità. Ha favorito l’ascesa degli imam dell’UOIF perché mettessero da parte gli altri. Ha favorito l’egemonia di una parte degli islamici, quella più radicale, sugli altri per legarsi a loro e avere maggiore facilità nella loro gestione complessiva. L’UOIF è il gruppo più organizzato, i suoi imam hanno preso il controllo di molti quartieri musulmani e delle moschee della città con il benestare dell’amministrazione. Hanno aperto librerie, associazioni culturali e una propria scuola coranica. Oggi si stima che i Fratelli Musulmani controllino l’80 per cento delle 19 moschee di Nizza. Dove hanno per anni predicato una visione radicale e politica dell’Islam che ha contribuito a creare il clima che ha a sua volta portato all’attentato sulla Promenade.

Come ha reagito la popolazione di fronte a questa crescita dell’islamismo? E come pensa reagirà dopo questo attentato?

La gente vedeva il problema prima e oggi lo vede ancora di più. Le reazioni dei nizzardi sono molto più tranquille e meno stupite di quelle dei parigini perché da queste parti la gente è molto più legata alla propria identità e, vedendo l’avanzata dell’islamismo, già da prima si rendeva conto che tutto ciò avrebbe potuto portare all’esplosione della violenza. Le morti sulla Promenade hanno certamente colpito il popolo ma non lo hanno eccessivamente sorpreso. A Parigi è diverso. Parigi è una città ricca di persone progressiste che hanno creduto nel modello multiculturale e che di fronte agli attentati sono rimaste scioccate perché hanno visto con i loro occhi il fallimento delle loro speranze.

Se il popolo vedeva il problema perché non ci sono state reazioni forti contro l’islamismo prima che si arrivasse ai fatti di sangue?

Innanzitutto perché in molti hanno paura. Nei quartieri popolari ad altra presenza islamica il Front National fa il pieno di voti ma non ha quasi militanza. Perché? Perché la gente teme le rappresaglie dei vicini immigrati. Sanno di vivere in quegli stessi luoghi in cui si ricreano delle comunità parallele che sfociano nella criminalità e nell’islamismo violento. Non è un caso che quasi tutti i jihadisti, come anche l’attentatore della Promenade, abbiano un passato criminale. I francesi delle classi popolari lo vivono sulla propria pelle. Non possono ignorare che i propri figli a scuola siano i veri stranieri. Non possono negare che l’immigrazione massiccia porti all’ islamismo, alla criminalità e all’aggressione della nostra identità.

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A tutti gli Schettino di terra, di mare e dell’aria

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Nel raccomandare lo stanziamento per completare la  Transiberiana, il  conte Stolypin, primo ministro dello Zar Nicola II, ne sottolineò la funzione civilizzatrice: “La ferrovia eleva le zone che  attraversa almeno al livello  di competenze necessario alla sua manutenzione”. Se aveva ragione, dobbiamo  concludere che la civiltà del Sud Italia è ormai abbassata al disotto del livello  necessario per gestire una ferrovia. Sarà opportuno  trasformare la linea Bari-Andria in una pista cammelliera, più adatta al grado della zona che attraversa, ovviamente importando le risorse umane competenti dal Maghreb.

Il pianto mediatico sul “binario unico” è semplicemente ridicolo: il binario unico non è la causa dell’incidente. La causa è la sciatteria unita al menefreghismo di certi “lavoratori”.    Il  binario unico  dovrebbe acuire l’attenzione, la serietà, la precisione e lo scrupolo, di chi ne è responsabile, essere l’ossessione della sua vita professionale,  il fuoco della sua capacità di prevedere. Ma dov’era il responsabile? Guardava la partita? S’era fatto timbrare il cartellino da un collega?  Raddoppiate e triplicate la linea, e darete una scusa in più a questi assenteisti, per non fare il loro lavoro.

schettino

Anche l’espressione continuamente ripetuta, “si sospetta l’errore umano”, è insopportabile. Ma quale ‘errore’.  Già   avevamo visto nel caso del comandante Schettino questo tipo di “errore”; stava con la moldava e faceva   il pavore in plancia;  avventata la nave sullo scoglio, ha ordinato macchina indietro, aggravando lo squarcio; ha abbandonato la nave  con i passeggerei dentro;  al processo, ha provato a dare la colpa al timoniere e al secondo. E quando è tornato al paese, i paesani l’hanno festeggiato e  consolato – poveretto…!  E’ l’errore umano ricorrente che fa’ dell’Italia un continuo Otto Settembre. Una falla del carattere che ci appartiene in toto, s’intende; ma che nel Sud è infinitamente più intensa, compiuciuta,   vantata – e  lo  blocca nel sottosviluppo.

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Turchia: il golpe farsa

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ERDOGAN IL FUGGITIVO

Appare tranquillo e sorridente, a tratti ammiccante, e mentre parla alla Turchia subito dopo l’atterraggio e il bagno di folla all’Ataturk airport, il premier Recep Tayyip Erdogan scambia occhiate d’intesa con l’uomo alla sua sinistra:
Berat Albayrak, ministro dell’energia e suo genero. Solo un’ora prima il presidente turco volava in giro per l’Europa chiedendo asilo politico. E andando indietro ancora di un’ora, con i golpisti che bloccavano i ponti sul Bosforo, dividendo l’Istanbul occidentale da quella orientale, che oscuravano la tv di Stato e mettevano in un angolo l’ufficio di Stato maggiore turco, Erdogan – in collegamento audio-video tramite il suo telefono cellulare sulla Cnn turca – incitava il suo popolo a scendere in piazza per opporsi senza armi ai carrarmati. In molti l’hanno fatto, bandiera turca in resta, lasciando un segno nelle fotografie dei corrispondenti della Reuter in Turchia che ricorda la scena di piazza Tienanmen. Per i quotidiani di tutto il mondo la foto del golpe turco sventato in poche ore è quella. La polizia ristabilisce l’ordine e nei video della Bbc gli agenti in tuta nera sfilano per le strade mentre accompagnano i militari golpisti verso le patrie galere. Ha vinto Erdogan. Più forte e incisivo di prima grazie alla “farsa” – così l’ha definita ieri mattina Deniz Baykal, ex segretario del partito repubblicano turco Chp e membro anziano del parlamento di Ankara – che ha destabilizzato la Turchia per poi renderla più stabile in poche ore. Ma come può un golpe che appare subito così bene organizzato fallire dopo poche ore? E prende corpo in Turchia l’ipotesi del bluff? Il leader dell’opposizione sceglie Twitter per accusare Erdogan senza mezzi termini di aver organizzato il tentativo di golpe per poter realizzare la riforma della costituzione e attuare il tanto anelato presidenzialismo. Secondo Baykal, insomma, il tentativo di colpo di Stato sarebbe il mezzo con cui il presidente vuole ampliare le proprie competenze e acquisire così poteri esecutivi. “Quello che non uccide rende più forte”, scrive sul sito T24 Metin Münir, intellettuale turco, nel corso della sua analisi a poche ore dai fatti. Farsa oppure no è evidente che nella dinamica del fallimento del golpe hanno influito anche fattori esterni. “La Turchia è terreno di violento scontro tra Usa e Russia. Non c’è solo Assad a dividerli ma i tragitti delle pipelines. Lo stesso meccanismo che tenne l’Europa in bilico per la posizione antirussa dell’Ucraina”. A sostenerlo è il professore Aldo Ferrara dell’università di Milano, esperto di dinamiche geopolitiche. “È evidente – sottinea Ferrara – che qualcuno ha fatto pendere la bilancia dalla parte di Erdogan”. Ma chi? “Presto per dirlo – precisa Ferrara – ma John Forbes Kerry, segretario di Stato Usa, il giorno del fallito golpe era a Mosca”. Ed era lì per una riunione con il collega russo Sergey Lavrov. Tema dell’incontro: la soluzione al conflitto in Siria. Insomma, secondo Ferrara l’instabilità della Turchia non conviene ai produttori, estrattori e trasportatori di greggio: “Tap (Trans Adriatic Pipeline) e Nabucco (per quel che ne resta) passano da quelle parti. Nessuno vuole che una Turchia, instabile politicamente, si metta a giocare con i rubinetti di petrolio”. Soprattutto dopo la denuncia russa che voleva Erdogan addirittura in affari con l’Isis per l’oro nero proveniente dalla Siria. A golpe fallito Erdogan incassa subito il favore americano. “Gli Stati Uniti sono con il governo democraticamente eletto in Turchia”, afferma la Casa Bianca, sottolineando che il presidente americano, Barack Obama, ha parlato del colpo di Stato in Turchia con John Kerry che, in quel momento è in Russia. Anche la dichiarazione di Angela Merkel, attraverso il suo portavoce, è in favore del governo eletto: “L’ordine democratico deve essere rispettato”. Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, lancia un appello alla “calma e alla moderazione e al pieno rispetto per le istituzioni democratiche della Turchia e per la sua Costituzione”. Il premier turco ora è più forte. Per lui si apre una nuova fase. E per l’Europa?

 

 

 

 

Foto: http://www.rinascita.net/1428/turchia-il-golpe-farsa

I padroni dell’umanità hanno ucciso l’Europa

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Segnalazione Arianna Editrice

 

di Giuseppe Altieri 

I padroni dell’umanità hanno ucciso l’Europa

Fonte: agernova

“Si credono i padroni dell’umanità e purtroppo lo stanno diventando: la politica democratica ha cessato di resistere loro, spianando la strada alla dittatura incondizionata dei poteri forti, economici e finanziari, che ormai dettano le condizioni della nostra vita pubblica”. Parola di Noam Chomsky, considerato il maggior linguista vivente, autore del capolavoro “Il linguaggio e la mente”.

A 86 anni, il professore statunitense dimostra una lucidità di pensiero e di visione che non lascia spazio a dubbi. Nessuna illusione: “Le nostre società stanno andando verso la plutocrazia. Questo è il neoliberismo”, dice Chomsky, in Italia per il Festival delle Scienze di Roma nel gennaio 2014.  Il titolo dell’ultima raccolta di testi inediti tradotti in italiano è estremamente esplicito: loro, gli oligarchi globali, signori delle multinazionali e grandi banche d’affari, sono “I padroni dell’umanità”.

“La democrazia in Italia è scomparsa quando è andato al governo Mario Monti, designato dai burocrati seduti a Bruxelles, non dagli elettori”, afferma Chomsky. In generale, come riporta il newsmagazine “Contropiano”, per Chomsky “le democrazie europee sono al collasso totale, indipendentemente dal colore politico dei governi che si succedono al potere.”

Sono “finite”, le democrazie del vecchio continente – Italia, Francia, Germania, Spagna – perché le loro sorti “sono decise da burocrati e dirigenti non eletti, che stanno seduti a Bruxelles. Decide tutto la Commissione Europea, che non è tenuta a rispondere al Parlamento Europeo regolarmente eletto. Puro autoritarismo neo-feudale: questa rotta è la distruzione delle democrazie in Europa e le conseguenze sono dittature”.

Per Chomsky, il neoliberismo che domina la dottrina tecnocratica di Bruxelles è ormai un pericolo planetario. Il fanatismo del “libero mercato” come via naturale per un’economia sana poggia su di un dogma bugiardo e clamorosamente smentito. In realtà senza il supporto pubblico (in termini di welfare e di emissione monetaria) nessuna economia privata può davvero svilupparsi.

Oggi il neoliberismo si configura come “un grande attacco alle popolazioni mondiali”, addirittura “il più grande attacco mai avvenuto da quarant’anni a questa parte”. Desolante il silenzio dell’informazione, che coinvolge gli stessi “new media”: la loro tendenza è quella di “sospingere gli utenti verso una visione del mondo più ristretta”.

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Pokémon Go, Telefono Azzurro: attenzione ai potenziali rischi per bambini e adolescenti

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pokemon go

Segnalazione di Raimondo Gatto

L’allarme dell’associazione: la combinazione di realtà aumentata e geo- localizzazione potrebbe permettere a malintenzionati di adescare minori, in estate più soli e “connessi”

di Elisabetta Rossi

La nuova app Pokemon Go, che si preannuncia una vera e propria tendenza dell’estate, impone una riflessione sui potenziali rischi per bambini e adolescenti.

In particolare in un momento delicato e critico come il periodo estivo, in cui i più piccoli non vanno a scuola, hanno più tempo libero, sono più soli e quindi sempre più “connessi”.

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Fermo, ora la vedova ritratta: “Emmanuel colpì Mancini col palo”

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I testimoni la smentiscono, così Chiniery fa marcia indietro sulla morte del marito a Fermo: “Non parlo bene italiano”. Rischia incriminazione per calunnia

O almeno nella questione più importante: chi ha usato il palo della segaletica stradale.

I verbali dei 6 testimoni che confermano la versione di Amedeo Mancini, l’ultrà arrestato per omicidio preterintenzionale, hanno messo all’angolo Chiniary. E così davanti ai magistrati avrebbe dovuto correggere le sue dichiarazioni. I pm, infatti, hanno voluto ascoltarla di nuovo martedì. Il motivo? Le testimonianze a favore di Mancini sono ritenute “attendibili” e concordano nel dire che ad aggredire per primo è stato proprio Emmanuel. La vedova, come riportano Libero e il Corriere, si è quindi giustificata così: “Ho problemi con la lingua italiana e quando ho dato le due precedenti versioni ero sotto choc. Mio marito prese il paletto dalla strada dopo le offese e colpì Mancini”.

Bisogna precisare che secondo i legali della donna, la dichiarazione resa ai magistrati non sarebbe una ritrattazione, ma solo un precisazione. Il resto del racconto, quindi, rimarrebbe sostanzialmente immutato.

La morte del nigeriano a Fermo: la ricostruzione

Bene. Partiamo da qui per ricostruire tutta la vicenda, giudiziaria e mediatica. I due dati certi sono la morte di Emmanuel e l’offesa che Mancini ha rivolto alla moglie del nigeriano: “Scimmia africana”. Nella prima versione la vedova sosteneva che a far scattare la rissa fosse stato lo stesso ultrà, che dopo averla insulta avrebbe attaccato il marito picchiandolo, afferrando lei per il collo e scagliando un cartello stradale contro il marito. “Emmanuel – ha sempre spiegato Chiniary – si liberava dalla stretta, si allontanava e nel frattempo l’uomo bianco afferrava un segnale stradale…e con tale arnese colpiva mio marito all’altezza della testa lato posteriore al contempo gli dava calci alle gambe. Quindi Emmanuel è caduto all’indietro”.

I sei testimoni contro la vedova

Ma a contraddirla ci sono ben 6 testimoni, che non si conoscono tra loro, che hanno assistito alla scena e che avvalano la versione di Mancini. Il quale ha sempre sostenuto di essere stato aggredito: “Ho visto gli immigrati armeggiare intorno alla macchina – ha detto l’ultrà – e ho usato quell’espressione offensiva”. Due testimoni hanno visto la rissa dall’inizio e hanno messo a verbale che, dopo l’insulto, hanno visto “Emmanuel afferrare il cartello stradale con base circolare di ferro e lo scaraventarlo contro Mancini colpendolo e facendolo cadere a terra”. Altre due testimoni, due operatrici umanitarie, hanno fatto sapere che mentre Mancini era a terra “l’uomo di colore cercava di colpirlo con i piedi mentre la donna tentava di attingerlo (colpirlo, Ndr) brandendo una scarpa in mano”.

A quel punto, raccontano i teste, l’amico di Mancini ha cercato di riportare tutto alla calma, ma è stato aggredito dalla moglie di Emmanuel con una scarpa. Una delle testimoni chiama la polizia, mentre altri tre immigrati circondano Mancini. “Ho visto l’uomo di colore che indirizzava all’altro calci e manate in faccia e la donna lo aiutava con la scarpa – dicono i testimoni nelle loro deposizioni incrociate – Poi ho visto l’uomo dalla carnagione bianca colpire con un pugno l’uomo di colore che cadeva a terra”.

Il nigeriano batte la testa e, come ha attestato l’autopsia, è proprio il colpo sul marciapiede che lo porta alla drammatica morte. All’arrivo dei vigili, però, Emmanuel è ancora in piedi, urla nella sua lingua, mentre Mancini spiega alle forze dell’ordine di essere stato aggredito e Chiniary di essere stata apostrofata come “scimmia”.

Gli esami clinici: cartello stradale usato dal nigeriano

Ricapitolando. Sei testimoni più l’amico di Mancini sostengono di aver partecipato alla stessa colluttazone. Chiniary, invece, sostiene una ricostruzione differente. Poi ritratta. Senza contare che l’esame clinico svolto su Mancini in carcere: il medico legale ha evidenziato come sul costato dell’ultrà fosse presente un grave ematoma, probabilmente causato proprio da quel cartello stradale che tutti i presenti confermano essere stato usato da Emmanuel. E che invece la vedova “metteva in mano” a Mancini. Ma ora, ascoltata di nuovo dai pm, ha precisato che “mio marito prese il paletto dalla strada dopo le offese e colpì Mancini “. Una confessione che può costargli l’accusa di falsa testimonianza e di calunnia.

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