La versione di Report sui vaccini HPV



Sicuramente queste quattro parole diranno ben poco al Cittadino comune, ma dietro di loro si cela un piano ben congeniato per sostituire i popoli e renderli poveri, togliendo loro sovranità, regole e diritti, oltre che cultura, storia, usi e costumi. Cosa resta di un popolo se si cancellano tradizioni, religione e cultura? Resta una “massa” informe e acritica facilmente governabile.
Dietro il buonismo di facciata, quello che fa credere che aiutando gli immigrati siamo buoni e bravi, c’è un perfetto piano, il “Piano Kalergi” (dal nome del suo ideatore: Richard Coudenhoven Kalergi) , voluto fortemente dal “Nuovo Ordine Mondiale” con Soros grosso sponsor e forte autore di tutto questo. In internet, scrivendo le quattro parole, troverete tutte le spiegazioni certificate di quanto sta avvenendo, a noi interessa spiegarvele con parole semplici e comprensibili a tutti, raccontando però la verità, quella ben nascosta e celata, quella che nessuno mai racconta.
La Corte suprema di Mosca ha vietato ogni attività dell’organizzazione religiosa. Confiscati i beni a favore dello Stato.

“Sono scioccato”, ha detto il portavoce russo dei testimoni di Geova, Iaroslav Sivoulski, annunciando che sarà presentato un ricorso. Già qualche giorno fa la Corte aveva respinto la richiesta dei seguaci dell’organizzazione di essere considerati come “vittime di repressione politica”.
In tutta la Russia i testimoni di Geova sono 175mila. Molti di loro accusano le autorità russe di perseguirli per il loro rifiuto della violenza e di fare il servizio militare.
Segnalazione di F. F. http://m.ilgiornale.it/news/
Fonte: Maurizio Blondet
Sono 95 bambini sui 127 civili uccisi dall’attentato con il camioncino-trappola contro i bus dove i civili aspettavano di giungere in zona sicura, ossia sotto il governo Assad, nel governatorato di Idlib. Non sono abbastanza per far piangere Ivanka, e ancor meno i media occidentali: erano “sfollati pro-regime”, ha detto CNN. Non hanno nemmeno chiarito, i media, chi sono gli autori di questa strage satanica, di palese intento genocida. Non si tratta nemmeno di “danni collaterali” per bombardamento come quelli che produce così generosa l’aviazione Usa. Si è trattato di una strage mirata, premeditata e ben organizzata, che aveva di mira proprio i bambini sciiti.
Raccontiamo per sommi capo la storia che i media hanno taciuto.
Gli uccisi venivano da due villaggi, Foua e Kefraya, nella zona nord di Idlib dove dominano terroristi jihadisti; due villaggi sciiti assediati dai terroristi da due anni, continuamente bombardati da razzi e mortai, che il povero esercito di Assad non riesce a liberare, che rifornisce dal cielo con elicotteri di cibo e di munizioni per i locali difensori sciiti. In situazione speculare, vicino a Damasco, nel sud, sono assediate da mesi due cittadine con dentro sunniti wahabiti ribelli ad Assad, Al-Zabadani e Madaya; assediate da truppe governative, e rifornite a tratti da convogli delle Nazioni Unite e Croce Rossa (notate la differenza). Nell’uno e nell’altro stallo, si trovano bloccate 20-30 mila persone.
Don Mario, parroco di una frazione dell’isola di Sant’Erasmo, nella Laguna, spiega: “A volte non ci sono più di due persone a messa, inutile tenere aperto”. Alle Vignole abitano solo 40 persone
Venezia e le isole della laguna
sono una delle mete preferite a Pasqua, ma chi ci va, evidentemente, non ha la messa del giorno della Resurrezione in cima ai pensieri. E così, don Mario Sgorlon, 60 anni, parroco di Sant’Erasmo, la grande e fuori dal tempo “isola giardino” davanti al Lido di Venezia, in questi giorni ha attaccato al portone della sua chiesa, nella frazione de Le Vignole, un cartello mesto ma eloquente sullo stato della fede: “La messa è sospesa per mancanza di fedeli”. E poi la chiosa: “Don Mario è disponibile su richiesta”, con tanto di numero di telefono.

Why Is Trump Fighting ISIS in Syria?
di Thomas Friedman
The Trump foreign policy team has been all over the map on what to do next in Syria — topple the regime, intensify aid to rebels, respond to any new attacks on innocent civilians. But when pressed, there is one idea everyone on the team seems to agree on: “The defeat ofISIS,” as Secretary of State Rex Tillerson put it.
Due cardinali, di cui uno ai vertici della Curia, e un vescovo appoggiano apertamente il nuovo libro di un noto sacerdote statunitense, che da anni si batte per la normalizzazione dell’omosessualità. L’autore è il gesuita James Martin, e il titolo della sua ultima opera è già tutto un programma: Building A Bridge: How the Catholic Church and the LGBT Community Can Enter into a Relationship of Respect, Compassion, and Sensitivity (“Costruire un ponte: come la Chiesa Cattolica e la comunità Lgbt possono instaurare una relazione di rispetto, compassione e sensibilità”).
APPLAUSI A SCENA APERTA
Il volume ha il sostegno del neo cardinale Kevin Farrell, prefetto del nuovo Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, istituito da papa Francesco il 15 agosto scorso con la lettera apostolica Sedula Mater. Nella fascetta pubblicitaria, Farrell definisce il libro di Martin “benvenuto e davvero necessario”, aggiungendo che “aiuterà vescovi, sacerdoti, collaboratori pastorali e tutti i leader della chiesa ad assistere più compassionevolmente la comunità Lgbt. Aiuterà anche i cattolici Lgbt a sentirsi più a casa in quella che, dopotutto, è la loro Chiesa”.
Ancora più elogiativi i toni di un altro porporato, Joseph Tobin, creato cardinale – assieme a Farrell – nell’ultimo concistoro di novembre e noto per aver manifestato appoggio alle suore progressiste della Lcwr (oggetto di un vasto piano di riforma della Congregazione per la dottrina della fede, a causa delle varie posizioni contrarie al Magistero): “In troppe parti della nostra chiesa le persone Lgbt sono state fatte sentire non benvenute, escluse e perfino biasimate. Il coraggioso, profetico e stimolante nuovo libro di padre Martin segna un passo essenziale nell’invitare i leader della chiesa ad accompagnare con più compassione e nel ricordare ai cattolici Lgbt che sono parte della nostra chiesa come ogni altro cattolico”.
Roberto Maroni ha rivelato che intende lasciare la politica nel 2018, al termine del suo primo mandato da governatore lombardo: “Voglio fare altro nella mia vita”

“Non ho niente da aggiungere a quanto e’ stato detto e scritto”. Cosi’ Roberto Maroni ha risposto, in conferenza stampa a Palazzo Lombardia, alle domande di spiegare il senso del suo annunciato ritiro dalla politica nel 2018. “Non ci sono retroscena, io sono trasparente e limpido come l’acqua”, ha continuato il governatore lombardo. “Questo rende piu’ impegnativo il lavoro che deve concentrarsi in pochi anni”, ha aggiunto. “Il futuro riposa sulle ginocchia di Giove”, ha poi scherzato, con i cronisti.
Roberto Maroni ha rivelato che intende lasciare la politica nel 2018, al termine del suo primo mandato da governatore lombardo. L’ex segretario federale della Lega Nord ed ex ministro dell’Interno lo ha detto pubblicamente venerdi’ sera a Trento e confermato in un colloquio con ‘Repubblica’. “L’avevo gia’ detto che non mi sarei ricandidato” per un secondo mandato, ha sostenuto, “del resto avevo gia’ deciso di chiudere con il Parlamento quando mi sono candidato a governare la Lombardia, fare il presidente ha solo allungato di cinque anni il mio impegno nella cosa pubblica: ma dopo il 2018 basta, ho chiuso. La mia e’ una scelta di vita”.
Nell’intervista a ‘Repubblica’, il governatore lombardo ha spiegato che il suo obiettivo e’ di “far crescere un gruppo di persone che dovranno essere pronte a prendere il testimone”. “Largo ai giovani, io nella vita voglio fare altro – ha affermato Maroni, che, nel 2018, avra’ 63 anni – l’esperienza in Regione e’ molto impegnativa, e penso che ci sara’ l’occasione per dedicarmi a qualcosa di utile e interessante, non necessariamente collegato all’attivita’ politica”. “Il mio sogno – ha concluso – e’ consegnare a chi verra’ dopo di me una Lombardia a statuto speciale”.
Fonte: http://www.affaritaliani.it/
Le spese per gli immigrati ci costano più della manovra. E nel Def vengono stanziati più fondi che ai terremotati e ai poveri

Altro che Brexit, l’Erdoxit. La Turchia diventa un gigantesco frammento dislocato e va per la sua rotta pericolosa e avventurista, e l’Unione Europea, la classe (cosiddetta) dirigente resta senza parole. Angela Merkel, quella che comanda su tutti noi, quella che ci ha fatto sborsare a tutti i 3 miliardi l’anno ad Erdogan per rimediare ad una sua ignobile follia, che fa? Auspica che il sultano apra “un dialogo rispettoso con le altre forze politiche e la società”; invoca Erdogan di “non mettere fine al sogno europeo”, cioè all’aspirazione di farsi ammettere nella oligarchia di burocrazie omologanti e stati de-sovranizzati e castrati: patetico, come se quell’ente che usurpa il nome di “Europa”, oggi prigione dei popoli, avesse ancora chissà quale capacità di attrarre, invece che di suscitare repulsione.
“La Turchia si allontana dall’Europa e si allinea al modo medio-orientale di far politica, a forma di governo autoritario”, riconosce Le Monde: è ancora ottimista, l’ex calciatore punta dritto al despotismo orientale, con in più l’arricchimento sfondato per sé e la sua famiglia. Ma almeno il popolo turco è tornato alla storia che è sua; ha riconquistato la sua identità, radicalmente anti-europea; s’è liberato dalle mascherature del carnevale UE, voterà la pena di morte (finalmente!), darà all’ex calciatore i poteri e prepotenze della Sublime Porta, e farà la sola cosa che sa fare, quella che fa meglio nella storia: distruggere, devastare dove passa.
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