Esattamente vent’anni fa, il mondo Occidentale fu scosso dalla tragedia di Srebrenica, in Bosnia. Si era dissolta la Jugoslavia ed era scoppiato un sanguinoso conflitto in cui più di una nazione nutriva il proprio tornaconto, compresa l’Italia. Troppi misteri, tante verità ancora da fare emergere. L’argomento è spinoso.
Resta il fatto storico che nel luglio del 1995, in quella zona montuosa che in lingua serbo-croata significa miniera d’argento, si consumò il massacro di civili bosniacchi. Srebrenica era un’enclave bosniaca circondata da territori abitati da serbi bosniaci; la Forza di protezione dell’Onu (Unprofor) la considerava un cuscinetto di sicurezza e aveva delegato al controllo i Caschi blu olandesi.
Quando l’area venne occupata dalle truppe serbo-bosniache, gli stessi Caschi blu rimasero inoperosi, trincerandosi dietro al fatto che le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu fino a quel momento votate, non davano alla Forza mezzi ed autorizzazione ad agire. Alla fine, rimasero uccisi circa ottomila uomini e ragazzi bosniaci musulmani.
L’ex parlamentare del Partito di azione democratica (Sda) della Bosnia Ibran Mustafic, ha pubblicato un libro “scomodo” proprio su quella strage, confermando che allora, tra le vittime, vi furono anche dei serbi.
Il titolo è emblematico – “Il caos pianificato” -, le pagine dimostrano come quei morti furono il tragico risultato dell’errore dei politici bosniacchi e dei vertici militari, che ordinarono all’esercito bosniacco – che si trovava in una zona demilitarizzata sotto controllo dell’Onu -, di colpire l’esercito e i civili serbi.
Mustafic sostiene infatti che lo stesso Naser Oric, comandante del secondo corpo dell’esercito della Bosnia e Erzegovina, ha confermato di aver ucciso il giudice serbo di Srebrenica Slobodan Ilic, con una coltellata negli occhi e tagliandogli la gola. Tuttavia, il Tribunale dell’Aja ha condannato Oric a soli due anni di carcere. Riportando dettagliatamente i nomi dei colpevoli e delle vittime, il libro spiega ad esempio, che l’infermiera Rada Milanovic è stata uccisa da un certo Zulfo Tursunovic, mentre Emir Halilovic è stato l’assassino di vittime anziane.
Almeno mille musulmani bosniaci di Srebrenica sarebbero stati uccisi dai loro connazionali, perché c’erano liste di coloro a cui “deve essere impedito di raggiungere la libertà, a qualsiasi costo”, ha spiegato Mustafic.
Secondo Mustafic, l’elenco sarebbe stato compliato dalla mafia di Srebrenica, che comprendeva la leadership politica e militare di Srebrenica dal 1993. “I padroni della vita e della morte nella zona” , proprio come lo stesso Oric , assassino conclamato di più di 3000 serbi.
“Il genocidio di Srebrenica è stato concordato tra la comunità internazionale e Alija Izetbegovic (allora presidente della Bosnia ed Erzegovina, N.d.R.), tra Izetbegovic e l’allora presidente Usa Bill Clinton. E per quanto mi riguarda, il loro accordo è un crimine più grande di tutto quello che è successo nel luglio 1995. Il momento in cui Bill Clinton entrò nel Memoriale di Srebrenica è stato il momento in cui il cattivo torna sulla scena del crimine”, ha detto Mustafic.
Insomma, quella storia è inquietante soprattutto anche per il comportamento dell’Italia, che pur avendoli come vicini non ha mai alzato la voce per impedire il massacro. Anzi, Massimo D’Alema ci ha messo del suo.
Mustafic ha inoltre evidenziato come ci siano grandi mistificazioni con i nomi e il numero delle vittime di Srebrenica: “So di un padre che ha perso suo figlio, ma il figlio non è mai stato tra quelli uccisi o dispersi. Allo stesso modo, un uomo che è morto nei Paesi Bassi è stato messo nell’elenco delle vittime di Srebrenica. Molti bosniaci musulmani hanno deciso di dichiararsi vittime perché non avevano alcun mezzo di sostentamento ed erano senza lavoro, così hanno usato l’occasione. Un’altra cosa che non torna è che tra il 1993 e il 1995. Srebrenica era una zona smilitarizzata. Come mai improvvisamente abbiamo così tanti invalidi di guerra di Srebrenica?”.
Mustafic ha scritto un libro che mai come oggi è di estrema attualità. Per tanti motivi.
Quella storia è inquietante perché prima ci hanno provato con la nostra Resistenza e ci stanno provando ancora, da Mani pulite in poi: creano i mostri (la classe politica) e una finta opinione pubblica, facilmente manipolabile. Ma i burattinai rimangono sempre fuori.
Ogni guerra negli ultimi decenni ha visto lo zampino americano che ha creato false flags e mostri da abbattere, talebani e miliziani dell’Isis compresi. Il tutto ha due scopi finali: indebolire l’Europa e isolare Cina e Russia.
E c’è anche uno scopo intermedio, basti pensare alla creazione artificiale dello stato del Kosovo: fornire delle basi logistiche per il narcotraffico e premiare le criminalità organizzate che hanno permesso le conquiste di questi nuovi satelliti. È sempre lo stesso schema degli Usa dalla Seconda guerra mondiale (con la nostra mafia), e ciò spiega meglio di ogni altro discorso che cosa intendano per democrazia negli States.
Nel suo numero di ieri, il New York Times, il più conosciuto quotidiano del mondo, ha aperto in prima pagina con la foto qui riprodotta che mostra due turisti adulti ed una in erba, che passeggiano, si fa per dire, tra le montagne di rifiuti accumulate lungo i fatiscenti vicoli di Trastevere, nel cuore del centro di Roma, vicoli che fino a qualche tempo fa erano descritti come “caratteristici e pittoreschi” ed erano meta imperdibile di ogni visitor della capitale. Nell’articolo titolato : “The Mayor’s Honest, but Is That Enough to Halt the Eternal City’s Decline?”, cioè “Il sindaco è onesto, ma basta questo ad arrestare il declino della Città Eterna?” si sottolineano tutti i pressanti problemi che stanno rendendo Roma una città ingovernabile, in mano alla mafia delle cooperative rosse, ed in cui non si riesce a far funzionare più nulla.
L’articolo esordisce affermando che : “Le erbacce arrivano alle ginocchia, i dipendenti della metropolitana sono esasperati e reagiscono rallentando il servizio alla velocità di chi nuota, il principale aeroporto della città è stato reso superaffollato e caotico da un incendio, la pletora di arresti di funzionari pubblici rende sempre più evidenti le infiltrazioni criminali nel governo della città. A tutto questo si aggiunge quello che i romani chiamano “degrado”, il degrado dei servizi, degli edifici, della qualità della vita e la sensazione generale che la loro antica città stia cadendo a pezzi più di quanto fosse mai avvenuto in precedenza”.
Lo stesso articolo è proposto anche sul sito del giornale, ma con un titolo differente, “Romans Put Little Faith in Mayor as Their Ancient City Degrades”, cioè “I romani ripongono poca fiducia nel sindaco mentre la loro antica città si degrada” col quale si punta a sottolineare come, posto che esiste un mare di problemi da risolvere anche se non tutti per colpa di Marino, il sindaco abbia completamente perso di credibilità e che nessuno lo ritiene più in grado di poter fronteggiare la situazione di estrema e quasi irrecuperabile gravità che si è venuta a creare dopo la sua elezione a primo cittadino voluta dal PD. L’articolo è corredato da un video e da una serie di foto dello stesso tenore di quella mostrata sopra che hanno subito fatto, e più volte, il giro del mondo. Uno spot negativo di cui non si avvertiva la necessità, e che getta fango a palate sull’immagine di una città incolpevole che è il faro del cattolicesimo, che è considerata un museo a cielo aperto della storia dell’arte e che vanta una civiltà plurimillenaria ed un patrimonio di monumenti come nessun’altra al mondo.
In effetti il NYT appare sin troppo tenero nei confronti di un sindaco che non riesce a far funzionare nulla, neppure quello che prima di lui aveva sempre funzionato abbastanza bene, come la raccolta dei rifiuti o le metropolitane; che perde quasi quotidianamente consenso persino all’interno della sua giunta i cui membri se ne stanno andando uno alla volta prendendo le distanze da lui. Un sindaco che ha reso introvabili i vigili urbani e che ha preso decisioni spesso incomprensibili con risultati disastrosi, come nel caso della viabilità cittadina, o la cacciata dei “romani” da intere e vaste aree del centro ora affidate alle “cure esclusive” di abusivi, rom, sinti, camminanti, clandestini, ladri, scippatori ed assassini, quindi non più fruibili nè dai cittadini, nè dai turisti. Però l’uscita del NYT sembra quasi una risposta agli elogi che Bill De Blasio, primo cittadino “razzista al contrario” di New York, aveva rivolto al collega di Roma in occasione della due giornate svoltasi in Vaticano, un workshop sul tema “Modern Slavery and Climate Change” ( Schiavitù moderrna e cambiamento climatico) voluto dal Papa ed a cui hanno partecipato i sindaci delle 70 maggiori città del mondo.
Il sindaco di New York aveva elogiato Marino per il cambiamento (sì, in peggio, ndr) che ha promosso, per la sua leadership e per il “coraggio mostrato nel contrastare la corruzione dilagante”. Coraggio? Qui è ora che De Blasio e tanti altri in Usa ed Italia che compongono la cricca di popolar-demagoghi demo-piddini si decidano e che poi si comportino coerentemente con la loro decisione. Delle due l’una: o Marino nulla sapeva del sistema mafioso che le coop rosse avevano costruito in Campidoglio attorno a Buzzi, ed allora è un eroe involontario ed inconsapevole, senza merito alcuno, ma con la grossa responsabilità di essere uno sprovveduto, incapace di gestire il governo della città e di accorgersi di quanto accadeva attorno a lui; oppure Marino sapeva…
Il sindaco di Roma Marino ovviamente ha ringraziato De Blasio, quasi commosso ed incredulo che ci possa essere ancora qualcuno che mostri di averlo in una qualche considerazione, sia pure di facciata. E come è solito fare, ha subito colto l’occasione per esternare cose che gli passavano per la testa e che nulla avevano a che fare con i temi in discussione. Ha spiegato il sindaco che “è stato recentemente
approvato il nuovo Piano Generale Urbano Traffico, che ridurrà i movimenti quotidiani di autovetture fino al 14%, aumentando del 20% il trasporto pubblico…Inoltre, stiamo promuovendo nuove misure per rafforzare i sistemi di condivisione e l’utilizzo delle bici. Vorrei citare il Grande raccordo Anulare delle Biciclette che permetterà a cittadini e turisti di godere la città da una diversa prospettiva”.
Insomma, Marino si ripropone di migliorare la mobilità di una città costruita 2000 anni fa, congestionata e senza corsie preferenziali, e quando ci sono nessuno le tiene sgombre, favorendo il ricorso al trasporto pubblico fatto di mezzi di superficie impossibilitati a muoversi e che non passano mai e di metropolitane che hanno la frequenza dei treni della Transiberiana, senza introdurre drastiche ed efficaci misure per rendere tali mezzi più rapidi e capaci. In compenso vagheggia una più larga diffusione delle biciclette nella città dei Sette Colli, che però nell’area metropolitana ne conta almeno una cinquantina, alcuni dei quali con pendenze di tutto rispetto, nella speranza che i cittadini romani si trasformino in campioni del pedale alla Nibali. E’ con soluzioni insulse come queste che Marino, nato a Genova e cresciuto a Palermo, che si è formato anche negli Usa come ricorda il NYT, cosa che aveva fatto sbocciare nei romani la speranza, subito dissolta, di essere amministrati con lo stile e la lungimiranza degli anglo-sassoni (ma Marino neanche lo parla l’inglese, figuriamoci), pensa di affrontare i problemi che angosciano la capitale, di accogliere le decine di milioni di turisti previsti per l’Anno Santo straordinario, di sostenere in modo credibile la candidatura di Roma ad ospitare le Olimpiadi del 2024. Se non lo mandano subito a casa, c’è da ritenere che ne scriverà tanti di articoli su Marino il New York Times.
Ungheria: Orban, immigrazione illegale mette a rischio l’identità culturale europea
Baile Tusnad, Romania, 26 lug – L’immigrazione illegale è una “minaccia per l’Europa” e l’Unione europea non fa nulla per difendersi dalle “masse di clandestini” che contribuiscono “a far prosperare terrorismo, disoccupazione e criminalità”. Una colpevole inerzia che – prospettiva ancora più grave – mette a rischio l’Europa di “perdere la propria identità culturale”. Parole che vorremmo sentir pronunciare da qualcuno del governo italiano e che invece dobbiamo accontentarci di ascoltare dalla voce del premier ungherese Viktor Orban, intervenuto a una scuola estiva di Baile Tusnad, in Romania. Parole che testimoniano una visione e una statura di livello europeo del leader della piccola nazione dalla tradizione grande e orgogliosa, consapevole del fatto che la ricchezza del nostro continente consiste prima di tutto nei valori e tradizioni, nell’intelligenza e nella volontà dei propri abitanti, un patrimonio insostituibile da difendere a ogni costo.
Parole, inoltre, tutt’altro che vuote, anzi piene di significato perché associate ad azioni coraggiose e incisive. A partire dal “muro” – un reticolato in filo spinato alto quattro metri – lungo i 175 km di frontiera tra il paese magiaro e la Serbia, recentemente approvato a schiacciante maggioranza dal Parlamento di Budapest e la cui costruzione, già in corso, “sarà ultimata entro il 31 agosto”, secondo le parole dello stesso Orban.
Quanto poi al presunto “scandalo” dei treni a porte chiuse – apparentemente di qualità superiore rispetto a qualsiasi treno per pendolari in Italia, né più affollati, a giudicare dalle immagini – utilizzati per trasportare gli immigrati clandestini dalla frontiera meridionale ai campi allestiti presso la capitale, la misura è stata presa semplicemente per evitare che gli illegali ospiti, appena registrati, potessero scendere e far perdere le proprie tracce.
Sorprende non poco, allora, l’orrore suscitato nella stampa allineata con l’ideologia dell’accoglienza a prescindere, la stessa stampa che – conformandosi alla sempiterna reductio ad hitlerum, vera panacea in assenza di argomenti razionali – si spinge oltre il ridicolo paragonando gli eleganti treni ungheresi senza fermate intermedie ai vagoni piombati del 1944. Ma tant’è in questo mondo a rovescio.
E anche sul bilancio dell’accoglienza l’Ungheria di Orban, Fidesz (partito di maggioranza) e Jobbik (il partito ancora più nazionalista e identitario) detiene un primato invidiabile, essendo l’unico paese Ue a non aver accolto nemmeno un immigrato, nonostante gli oltre 80 mila richiedenti asilo nel 2015 (erano 43 mila in tutto il 2014 e appena duemila nel 2012). Il vice-premier magiaro Janos Lazar ne va giustamente fiero: “Questa gente doveva essere fermata e registrata già in Grecia, perché sono entrati in Ue da lì. A quel che mi risulta, nei Balcani non c’è attualmente alcuna guerra. Hanno pagato dei trafficanti, in Serbia, e vengono trasportati a bordo di autobus fino al confine ungherese. Costruiamo una barriera proprio per farla finita con tutto questo”.
Gli ungheresi, le cui proteste anti-governative devono essere particolarmente flebili se nemmeno i media europei allineati ne danno notizia, devono essere fatti di una pasta particolare, quella che probabilmente noi Italiani abbiamo smarrito, se senza battere ciglio accettiamo il fatto che nella sola giornata di ieri non meno di duemila nuovi immigrati sono sbarcati tra Sicilia (1500), Puglia (400, a carico della Marina militare italiana) e Calabria, quasi tutti maschi e quindi automaticamente non profughi ma semplicemente illegali.
“Caro Blondet, la foto che allego è di guerriglieri del Sud Sudan nella prima guerra di indipendenza. Individui in zona di guerra e di carestia hanno questo aspetto. Delle foto scattate questa è l’unica rimasta non cancellata dalle muffe tropicali.
I guerriglieri mi avevano pregato di non pubblicarle per non fare vedere agli Arabi del Nord Sudan in che condizioni fossero. Infatti, ho fatto vedere solo foto di guerriglieri piuttosto in carne, almeno all’epoca degli scatti.
Mangiavamo al giorno una ciotola di manioca, o di durra, provenienti dall’Uganda, condita con una sugo di arachidi al peperoncino rosso. Mai insalata e verdura e carne. I pochi appezzamenti coltivati venivano individuali dai soldati del Nord e bruciati dagli elicotteri sovietici col napalm.
Io integravo la mia alimentazione con un po’ di latte in polvere e con ottima carne in scatola della Nuova Zelanda, (che ricordavo come la stessa che ci davano i Polacchi dopo il passaggio del fronte nelle Marche), che spartivo con i due ufficiali del mio gruppo.
Oggi, osservo che i fuggitivi dalle guerre e dalla carestie (quali guerre e quali carestie? non ce lo dicono) sono in carne, come lo sono i bambini che salviamo.
Pure al mio amico Tullio Moneta, alto ufficiale del 5 Commando anglosassone in Congo contro i Simba, e successivamente nell’intelligence sudafricana e occidentale anticomunista, operante per cinquanta anni in tutto il territorio africano, nei Balcani, in Medio Oriente, Afghanistan, eccetera, l’aspetto dei clandestini appare piuttosto sospetto.
Sono troppo in carne. Per cui pensa, come lo penso io, che gatta ci cova. Forse molti di questi Africani già stavano il Libia all’epoca di Gheddafi.
Altri ci arrivano oggi, sapendo per passaparola che in Italia si è accolti bene e si mangia a sbafo. Li stiamo ingannando. Da giovane sentivo la parola d’ordine “l’Africa agli africani”, e “ora dateci con una mano ciò che ci avete rubato con l’altra”. Hanno avuto indipendenza e aiuti. Purtroppo la democrazia non si esporta e la formazione di una classe dirigente non la si inventa a tavolino.
Lo sapeva bene John Garang, che non ho conosciuto, ma Tullio Moneta sì, che avrebbe voluto un Sud Sudan confederato con il Nord, in quanto il Sud non era pronto ad avere una benché minima forma di amministrazione. Perciò è stato fatto fuori con un attentato all’elicottero che lo riportava nel Sud dall’Uganda. Abbiamo creato miti come Mandela, astutissimo nell’abbandonare il potere per non fare la fine di un Nyerere o, peggio, di un Mugabe, per diventare così padre della patria. Ma, delle carneficine di immigrati dello Zimbabwe da parte dei neri sudafricani non si parla. Delle ricchezze accumulate da Zuma e dai nipoti di Mandela e da un altro milione di neri sudafricani, mentre tutti gli altri neri sono nell’indigenza, non si parla.
Abbiamo sbagliato a dare l’indipendenza a quelle popolazioni tribali senza prima pensare a formare una classe politica e amministrativa.
Me ne accorsi in Congo, all’epoca della ribellione Simba: avevamo dato l’indipendenza a povera gente incapace di gestirsi oltre la visione tribale. Quindi, pronta a cadere in mano ad astuti opportunisti, ladri e sanguinari.
Lo stesso sta avvenendo nel Sud Sudan indipendente: la fazione Dinka contro la fazione Nuer, per prendere i potere e i proventi del petrolio. I miei amici Ferdinando Goi, Joseph Oduho, padre Saturnino Lohure, e il carissimo capitano Manasse Atot, che mi salvò la vita portandomi a spalla per chilometri, sono morti invano… E, ciò che è peggio, noi Occidentali siamo incapaci di rimanere un faro verso cui indirizzare le popolazioni del pianeta bisognose di aiuto.
Esiste qualcuno che riesce a spiegare cosa nasconde effettivamente questo esodo africano e musulmano verso l’Italia?
La gente comune sta mordendo il freno e non vorrei che il branco scaricasse la rabbia su immigrati, mentre la responsabilità è di questa politica inetta e sottomessa.
Cordialmente, Giorgio Rapanelli.
Sono piuttosto in carne
Adesso, caro Maurizio, siamo nel bel mezzo di una guerra sotterranea, non dichiarata, ma esistente. Leggo sul Foglio di Ferrata una articolo in apertura di Giulio Meotti dal titolo “Sei contro le nozze arcobaleno? Rischi il posto e l’obbrobrio morale.
Arriva la dittatura morbida della gay colture”.
Siamo all’inizio di una Grande Persecuzione. A cosa serve la proposta di legge Scalfarotto? A tapparci la bocca.
Io sono alla base della gente e ascolto ogni giorno la disperazione della gente, che non ci capisce più nulla. Ma, lei, che è in ambienti di cerniera, può aiutare a trovare una strada, a svelare qualcosa di nascosto?
Caro Maurizio, ho l’impressione che stiamo sulla piana di Armagedon. Ciò che avveniva in Alto, adesso si è sposato in Basso. Non siamo più alla Rivoluzione Protestante, né al Nazismo. Siamo a qualcosa di troppo esteso. Toccherà a noi bere l’amaro calice che ci siamo preparati. Va bene, siamo in ballo e balliamo.
Sa quale è lo stato d’animo che porta quella povera gente sui barconi, rischiando la vita? E’ il fatalismo. Rischiano; sanno di rischiare; forse per volere di Dio ce la faranno. E’ ciò che si prova stando in Africa. In Congo stavo per essere fucilato, insieme a due missionari e ad un belga ferito, e non provavo nulla. E’ come se non riguardasse te. Ne parlavo con Tullio Moneta proprio stasera. Mi diceva che quando arrivavano ad ondate i Simba e li abbattevano a venti metri da loro, egli e i suoi soldati non pensavano a ieri e al domani, ma all’attimo fuggente. Se era destino che un colpo di kalashnikov li colpisse, voleva dire che così doveva andare. Lo stesso avviene per quelli dei barconi. Ma io mi getterei in mare per salvarli, perché forse affogare insieme potrebbe rappresentare per entrambi la salvezza.
Chi mi ha scritto questa lettera è Giorgio Rapanelli, classe 1937. Uno che è stato iscritto al PCI, che ha passato decenni in Africa prima come documentarista, e poi – visti gli orrori, il caos e le violenze seguiti alla de-colonizzazione – come combattente. In Congo, negli anni 1964-66, ha visto la rivolta d ei “Simba” (leoni in swaili), giovanissimi guerriglieri fanatizzati dai loro stregoni, che li convincevano di essere invulnerabili alle pallottole che si abbandonavano ad ad inenarrabili orrori, eccidi, stupri ed atti di cannibalismo. Il Tullio Moneta di cui parla, è stato un comandante del 5 Commando, un corpo di contractors – militari veri – inquadrati nella Armée Nationale Congolaise, che debellò l’orrore dei Simba. Moneta, nativo di Fiume, passaporto sudafricano, oggi ha 78 anni.
Rapanelli ha sostenuto attivamente la causa dei sudanesi del Sud massacrati dal governo di Khartoum fino a diventare il rappresentante in Italia dell’Azania Liberation Front; nel 1970, è stato con i combattenti del Southern Sudan Liberation Front (guerriglieri anya-nya) del colonnello Joseph Lagu.
Sono nomi, eventi e tragedie che ai giovani non diranno nulla, e che si stingono nella memoria anche degli anziani come me; eventi che restano marchiati a fuoco nella memoria dei bianchi che “ci sono stati”, con le armi in mano, mossi – molto più di quanto si voglia far credere – da uno strano miscuglio di avventura ed idealismo, di mal d’Africa e di volontà di fare qualcosa, di arginare l’orrore demoniaco degli inenarrabili tribalismi, crudeltà senza nome, carestie e morti che l’abbandono dell’Africa da parte dell’uomo bianco aveva prodotto. Quel miscuglio è stato ben reso nel film “I Quattro dell’Oca Selvaggia”, con Richard Burton, ispirato proprio alle imprese del 5 Commando.
“Mi son reso subito conto”, rievoca Rapanelli, “che concedere l’indipendenza alle popolazioni africane, impreparate a gestire il potere in forme democratiche occidentali, è stato un crimine”.
E’ dunque uno che conosce l’Africa da dentro, Rapanelli. Uno che vi è affondato dentro per anni, e non l’ha vista da un hotel Hilton. Io sono affondato molto meno in quell’orribile buco nero. Non ho molti ricordi. Una intervista sul fiume Giuba al “generale” Aidid che parlava di politica internazionale in politichese italiano, e tutt’attorno bambini prossimi alla morte per denutrizione, vecchi sccheletrici dai piedi piagati perché avevano fatto decine di chilometri per la razione di pappa dell’Onu, e il corpo di una nonnetta tutta ossa, che i cani avevano già cominciato a rosicchiare. Un campo profughi di angolani nello Zambia ridotto alla fame per quella che il funzionario delle Nazioni Unite chiamò “the donor’s fatigue”, dopo tanti anni i “donatori” occidentali si stancano di dare, e le razioni in questi campi profughi si riducono a nulla – alla fame. Ricordo le bambine cacciate dalla famiglia perché avevano “fatto il malocchio” allo zio infettandolo di AIDS (lo zio le aveva violentate), e raccolte da suore francesi che le salvavano dalla fame – nessuno nutriva delle “streghe”. Ricordo la popolazione di Luanda abitare su montagne, vere e proprie montagne di spazzatura marcita e incancrenita, stratificata nei decenni – e Luanda era famosa nelle statistiche per essere la città più cara del mondo, dove la vita era più costosa, perché le major petrolifere erano tutte lì coi loro bianchi in bungalows e compound, a fare la bella vita.
In questi ricordi c’è un denominatore comune, per cui mi associo alla domanda di Giorgio, il vero esperto:
Perché gli africani che arrivano sui barconi sono così in carne?
Perché non sono come i guerriglieri che Giorgio ha ritratto nel 1970 ad Adodi, Sud Sudan?
Ci dicono che fuggono da guerre e carestie: quali guerre? Quali carestie?
Guardate la foto scattata da Giorgio ai guerriglieri del Sud Sudan. Quelli sono gli africani che ho visto nel buco nero. Gente che mangia una volta al giorno una ciotola di qualche polenta innominabile condita con peperoncino, che non vede mai verdura, mai carne. Dico mai. Sono africani del tipo che, nemmeno con la colletta tra i familiari della famiglia più allargata, sono in grado di raccogliere i 3 o 4 mila dollari per pagarsi il passaggio lungo il Sahara su autocarri, né tantomeno gli scafisti in Libia.
Come mezzo di trasporto hanno solo le loro gambe; e come vedete, sono così filiformi che non li portano tanto lontano.
Questo è l’africano che ha bisogno di aiuto. L’africano che appena scoppia qualche guerra civile, o qualunque altro scontro tribale, subito si vede ridotta la ciotola dell’unico pasto quotidiano, già insufficente, della metà; che non ha una gallina ovaiola, che non ha altro che salsa di arachidi col peperoncino per condire la polenta di kassava, di valore nutritivo zero..questo è l’Africa, questo è il buco nero.
Non questi giovanotti con lo smartphone, non queste belle mammine in carne con bambini pasciuti. Perché ci dicono che sono “siriani” quando sono eritrei, e ancor più spesso africani equatoriali, gabonesi, ivoriani? Il presidente d ella Costa d’Avorio, si chiama Ouattara, in 4 anni di potere ha ammassato 27 miliardi di dollari.. il Buco Nero è anche questo ed evidentemente non è cambiato. D’accordo, ma se ne occupino i francesi; è amico di Sarkozy.
Per questo odio e mi rivolta lo stomaco la “cultura dell’accoglienza”, il pietismo bavoso sugli “Immigrati” che rischiano la morte sui barconi e vanno curati, vestiti, alimentati, forniti di scheda SIM perché possano telefonare a casa…perché non è solo falso, ma malvagio. Quelli che “accogliamo” non sono i poveri; sono gli intraprendenti, e persino – sulla misura africana – ricchi. In questa nostra “carità”, non comprendiamo mai quegli africani con le gambe filiformi, che non hanno smartphone né tremila dollari, anzi nemmeno mezzo – che dico – nemmeno dieci centesimi per comprarsi un uovo. E che hanno veramente bisogno, loro, che basterebbe solo mezzo euro per migliorare la loro razione. A casa loro.
Li ho visti e lo so. Odio la nostra pelosa e viscida “carità” mediatica, clericale, sinistrista.
Al meditare la frase di Gesù “Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?” (Lc 18, 8), ci si trova davanti a due certezze. Infatti, essa rimanda al tempo della fine di un mondo e alle difficoltà crescenti, che si potrebbe dire fatali, per la sopravvivenza di quella fede per cui l’uomo è stato creato.
Sono ormai ridotti all’osso, non hanno idea di come pubblicizzare la loro festicciola. Sarà che evitano, a causa delle politiche che silenziosamente approvano, ma moralmente, dentro le proprie menti, con la loro coscienza sono convinti di non condividere, che oggi, in stile A.Moretti sono obbligati anche ad evitare i simboli, a cercare di neutralizzare un’idea che nasceva da salde radici, ma che a causa di politiche buoniste hanno dovuto lasciare, colorare la propria bandiera di quel rosso sbiadito che ambisce alla politica della prima repubblica, quella che amava gli amici degli amici, la stessa del “mangiamo e beviamo”, la politica che i giovani adolescenti italiani stanno pagando sulla propria pelle, quello sporco gioco che porta tanti giovani a studiare e lavorare all’estero. A loro non interessa la socialità e la solidità di uno stato, non guardano affatto al welfare, ma solo alla vita privata di qualcuno, non potendo ambire a gradini più alti della classe politica italiana, da sotto la piramide, cercano di aggrapparsi alle “brache” di alcuni, vorrebbero strapparle e togliere dai giochi, solo per orgoglio personale, quell’immagine che tutto il mondo conosce e quella personalità che il resto del continente rispetta.
È chiaro che questa non può essere la Chiesa Cattolica:
In un volume pubblicato dalla Santa Sede la proposta di un percorso penitenziale per i risposati. I teologi che hanno partecipato al seminario a porte chiuse: “Non è un cedimento ma il riconoscimento di un nuovo inizio”
di PAOLO RODARI
CITTÀ DEL VATICANO. Un percorso penitenziale ad-hoc, chiamato “via discretionis”, che consenta di far accedere i divorziati-risposati ai sacramenti dell’eucarestia e della riconciliazione. È la proposta emersa durante un seminario internazionale di tre giorni a porte chiuse convocato dal Pontificio Consiglio per la Famiglia in vista del prossimo Sinodo dei vescovi di ottobre. Tre giorni di lavoro, nel febbraio e marzo scorsi, i cui risultati sono stati pubblicati dalla Libreria Editrice Vaticana all’interno di un corposo volume intitolato “Famiglia e Chiesa. Un legame indossolubile” e curato da Andrea Bozzolo, Maurizio Chiodi, Giampaolo Dianin, Pierangelo Sequeri e Myriam Tinti. Al seminario hanno partecipato teologi, moralisti, giuristi ecclesiastici e laici italiani ed esteri che da sempre si dedicano agli studi del matrimonio e della famiglia. Nessun vescovo, dunque, ma soltanto studiosi che hanno espresso posizioni eterogenee e insieme concrete, molte in difesa dell’indissolubilità del matrimonio e, in scia alle ultime udienze generali di Francesco, dell’importanza della famiglia fondata sul matrimonio stesso. Insieme, anche posizioni più aperte, con l’ipotesi di una strada che possa andare a lenire, per quanto possibile, le sofferenze di chi ha fallito. Il tutto assecondando quanto già emerso nella sessione straordinaria del Sinodo dello scorso ottobre quando Francesco, chiudendo i lavori, chiese di “trovare soluzioni concrete a tante difficoltà e innumerevoli sfide che le famiglie devono affrontare”.
Scandalo in Argentina: il “cardinal” Ravasi partecipa attivamente ad un rito di adorazione della divinità pagana Pacha Mama, la dea Madre Terra: un atto di idolatria ed apostasia
“Colui che offre un sacrificio agli dèi, oltre al solo Signore, sarà votato allo sterminio” (Es. 22, 19)
“… i sacrifici dei pagani sono fatti a demòni e non a Dio. Ora, io non voglio che voi entriate in comunione con i demòni; non potete bere il calice del Signore e il calice dei demòni; non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demòni” (1 Cor. 10, 20-21)