La Banca e la Sinagoga
Dall’opera monumentale di Mons. Umberto Benigni, Storia Sociale della Chiesa (Casa Editrice Vallardi Milano, 1922, riportiamo anche qui su Radio Spada un capitolo tratto dal terzo volume, La crisi della società antica. Dalla caduta alla rinascita dell’Impero Romano, dedicato a Israele, dove l’autore parla della questione della Banca. Monsignor Umberto Benigni, fondatore del Sodalitium Pianum, è stato uno delle più eminenti personalità del Pontificato di San Pio X, studioso insegne e uomo d’azione nella lotta contro il modernismo. Precisiamo che tutte le espressioni polemiche contenute nell’articolo devono essere inquadrate nel contesto di una lettura appassionata e veridica della Storia della Chiesa e nelle secolare polemica tra Chiesa e Sinagoga, polemica assai lontana da qualunque manipolazione politica delle ideologie novecentesche.
Un ringraziamento al Centro Studi Giuseppe Federici per la preziosa segnalazione. (http://www.centrostudifederici.org/)
Israele
La guerra implacabile mossa dalla Sinagoga contro la Chiesa fin dal tempo degli Apostoli, a base di denunzie al governo pagano e di assassinii tumultuarii, deve cambiare di tattica dopo il trionfo politico e sociale degli aborriti Nazareni.
I popoli non ebbero ad attendere di farsi cristiani per apprezzare la Sinagoga come pericolo etico ed economico per la società delle «genti». Gli attacchi antisemiti che si trovano negli autori pagani bastano a provarlo. Ma quando la romanità divenne la cristianità, l’odio della Sinagoga raddoppiò contro di essa per il motivo religioso, giacché quello spirito, che oggi si chiama talmudico, odia più il cristianesimo che non il paganesimo. Questo rappresenta per la Sinagoga un gregge da domare, da spogliare, da trarne schiavi; quello è l’insieme dei seguaci di Gesù ai quali va l’eredità dell’odio specialissimo del Sinedrio contro il Crocifisso.
Onde vedemmo la nascente società cristiana, sorta al potere, costretta a preservarsi dallo speciale pericolo ebraico che incrudeliva specialmente sugli schiavi cristiani, oltre il costante pericolo morale e materiale che proveniva naturalmente dall’ebraismo contro tutta la società civile.
Degli infelicissimi giorni del diluvio barbarico e della dominazione barbarica in Occidente e quelli anche più tristi dell’invasione saracena, noi troveremo spesso le tracce della nuova tattica della Sinagoga. La Chiesa aveva dovuto crescere nelle catacombe; all’uscirne di questa, la Sinagoga si fece delle catacombe morali, nascondendo, mentre le rinforzava, le sue fila attraverso il mondo occidentale ed orientale (1), facendo sempre del meritato abominio dei goim verso di essa, un nuovo titolo di maggior odio contro di loro. Dominò fin d’allora il tipo dell’ebreo ossequioso, adulatore di tutti i potenti, specialmente di quelli ai quali stava per giuocare qualche brutto tiro, spia politica di tutti contro tutti purché ci fosse da guadagnare e ne nascessero pericoli e danni pei cristiani, pronto a farsi battezzare anche parecchie volte per scampare dalla pena meritata e per fare dello stesso battesimo una trincea entro cui prepararsi a maggiori colpi contro la Chiesa. Vi è insomma in questo periodo intermedio il tipo iniziale di quell’ebreo del medioevo cristiano e islamitico, lebbra dolorosa e vergognosa da cui invano le due società cercano di liberarsi con rimedi empirici e spesso contraddittori. Noi troveremo già in questo periodo i nuovi re che debbono occuparsi della «questione ebraica» per la salute dei loro Stati, mentre già le plebi esacerbate si danno a violenza intermittenti che fanno torto alla civiltà cristiana e nulla rimediano al danno e allo scorno subito dalla religione e dalla società civile.
La grande forza ebraica, la banca, già potentissima nella Roma classica fin dai tempi di Giulio Cesare, è mirabilmente salvata dalla Sinagoga in mezza all’immane catastrofe dell’impero occidentale e, presto, di tanta parte dell’impero bizantino. Basta questo tratto per mostrare l’ammirabile organizzazione e tattica della Sinagoga in quei tempi, in cui una grande civiltà non riusciva a salvarsi. Con la forza del denaro, Israele è padrone dei padroni. Ci sono degli aneddoti che ci mostrano negli oscuri tempi dei merovingi e dei visigoti, tratti di vita pubblica e privata da fare stupire. Fra i tanti vediamo a Clermont d’Alvernia il prete Eufrasio che, morto il vescovo Cautino, vuol succedergli; il modo è semplice: «si fece dare dagli ebrei somme ingenti e per mezzo del proprio cognato Beregesilo le mandò al re».(2) Ed il morto Cautino non era stato da meno: l’indegno pastore era amato molto più dagli ebrei che dai cristiani; a quelli egli era molto ligio perché assaporava le smaccate adulazioni dei mercanti del ghetto e ne li ricompensava pagando ad essi il doppio per le merci che gli vendevano (3).
Così la forza e la debolezza dell’odio ebraico è nel denaro. I manigoldi che martirizzarono sant’Atanasio persiano (nel periodo che ci riguarda) erano ebrei, ed il loro odio anticristiano si sfogò anche sul presule morto, non volendo che il suo cadavere fosse distinto da quelli degli altri. Ma vennero dei ricchi cristiani con delle monete in mano, e i manigoldi vendettero loro la salma venerata. (4)











