Il più grande inganno del diavolo

Condividi su:

Segnalazione di Federico Prati

di Eamon McKinney
strategic-culture.org

Il più grande inganno che il diavolo abbia mai fatto è stato quello di convincere il mondo che non esiste.” Questa citazione è attribuita allo scrittore, filosofo e poeta francese Charles Baudelaire ed è tratta da un articolo pubblicato su Le Figaro nel 1864. In Francia era un periodo di sconvolgimenti e malcontento, di disordini sociali, di disuguaglianze e di ritorno ad uno status quo aristocratico dopo il fallimento della Rivoluzione Francese. Era un periodo confuso e divisivo. L’articolo di Baudelaire era stato visto come una metafora delle forze malvagie e oscure che governavano il martoriato popolo francese dell’epoca. Il diavolo di Baudelaire non si nascondeva, era in piena vista ed era lì per coloro che avevano gli occhi per vedere. Né si scusava o spiegava la sua malvagità. Questo diavolo, la personificazione stessa di tutto ciò che è malvagio, era protetto dalla bontà intrinseca della maggioranza. Le masse non potevano comprendere il livello di malvagità che dominava e controllava le loro vite, indipendentemente da quanto fossero evidenti queste forze.

Il diavolo aveva infatti convinto la gente della sua non-esistenza. E così il diavolo era rimasto al suo posto. La guerra franco-prussiana del 1871 e le due catastrofiche guerre mondiali erano state opera sua, eppure la gente aveva continuato a negare la sua esistenza. Il diavolo vive ancora oggi, lo si vede a Davos, nel gruppo del Bilderberg, nella City di Londra e a Wall Street. Il diavolo è il Cartello Bancario Internazionale, una congrega che, per secoli, ha finanziato tutti gli schieramenti di ogni grande conflitto. Nessun Paese vince mai una guerra, il costo di ogni vittoria è sempre “di Pirro,” la perdita di sangue e di risorse non può mai giustificare i guadagni. Eppure, i banchieri vincono sempre e traggono profitto dai conflitti, la guerra crea debito e più debito verso i banchieri significa più controllo. Il diavolo ha sempre il suo tornaconto.

Per quanto rilevanti possano essere stati gli scritti di Baudelaire nell’Europa di metà Ottocento, oggi lo sono ancora di più. C’è una dissonanza cognitiva che persiste nelle menti della maggioranza del mondo occidentale. Mentre molti si stanno risvegliando a causa della Covid e del sempre più evidente Grande Reset, c’è ancora una maggioranza che è certamente in grado di riconoscere gli atti di malvagità, ma non il diavolo che vi si nasconde dietro. Questo relativismo morale è il patto faustiano che gli Occidentali sono costretti a sottoscrivere e che riguarda i livelli accettabili del male.

Questo fenomeno di dissonanza cognitiva sembra essere principalmente un’afflizione occidentale. L’Occidente collettivo del dopoguerra, fino a poco tempo fa, ha goduto di elevati standard di vita e di comfort rispetto al mondo in via di sviluppo. Queste fortunate generazioni non hanno mai sofferto le dure realtà dell’era coloniale, come invece hanno dovuto fare i popoli del “Terzo Mondo.” Le nazioni un tempo colonizzate di Asia, Africa e America Latina non hanno bisogno di essere convinte dell’esistenza del male. È nel loro DNA, tramandato attraverso le generazioni dei loro antenati oppressi. Gli Occidentali hanno pochi motivi per mettere seriamente in discussione il sistema che li governa, i colonizzati, invece, lo hanno sempre fatto.

Questo capita anche ai Tedeschi, quelli dell’Ovest sono molto meno propensi a riconoscere il male evidente rispetto a quelli dell’ex Est, che ne erano stati testimoni in prima persona dopo la caduta del Muro di Berlino. La dittatura dei banchieri che ne era seguita aveva distrutto le loro società e spogliato le persone della loro residua dignità. I Tedeschi dell’Ovest, un tempo prosperi, sono più inclini a fidarsi del sistema e del loro governo. Quelli che provengono dall’Est ne sanno qualcosa di più. Idem per i Russi, che hanno vissuto il decennio perduto degli anni ’90, quando la Russia era stata saccheggiata e umiliata dalle forze predatorie del capitalismo occidentale. Putin ha ripristinato la sovranità e la dignità del popolo russo. Putin conosceva il nemico, e questa è la ragione del massiccio sostegno e della popolarità di cui gode presso il popolo russo. Capiscono il nemico che affronta, hanno visto il vero volto del diavolo e sanno che esiste.

Le persone si rendono conto che è nella natura dell’uomo collettivizzarsi e perseguire obiettivi comuni. I lavoratori dell’industria siderurgica, gli infermieri, gli agricoltori, ecc. si uniscono per promuovere e proteggere i loro interessi collettivi. Inoltre, è ampiamente accettato che esiste una “élite” ricca e potente che è favorita in modo sproporzionato dai propri governi e che qualsiasi aspettativa di equità è ormai superata da tempo. Eppure, l’idea che queste stesse persone ricche e potenti si riuniscano per promuovere i propri interessi è considerata una ridicola “teoria della cospirazione.” Gli Occidentali sono arrivati ad accettare le bugie, la corruzione e l’incompetenza dei governi, sono diventati quasi desensibilizzati. Eppure, l’esistenza di un piano, messo a punto da una “Cabala” di potenti che cercano di governare il mondo, è considerata dalla maggior parte degli Occidentali una fantasia tratta dalla fiction.

Tutto lascia pensare che questa cabala si trovi ora in una corsa contro il tempo. Con le economie al collasso in tutto il mondo, la finestra per attuare il loro piano si sta chiudendo, mentre la loro influenza globale si sta rapidamente esaurendo. Il loro sistema ha fatto il suo corso e lo sanno, questo spiega la fretta inusuale con cui stanno cercando di far passare il loro demoniaco Grande Reset. La rabbia sta esplodendo in tutto il mondo, e la gente ha molto di cui essere arrabbiata. Covid, carestie, carenze energetiche, inflazione. Sono tutti problemi che, presi singolarmente, sono devastanti, ma è l’effetto combinato di tutti questi problemi a dar vita ad una tempesta perfetta, che il mondo non aveva mai visto. L’unica cosa che potrà impedire il Grande Reset è una massa critica di persone risvegliate che rifiutano di conformarsi. Affinché ciò possa accadere, è necessario che le persone comprendano che tutti gli attuali problemi mondiali sopra citati possono essere ricondotti ad un’unica fonte. Il cartello delle banche centrali, con sede nella City di Londra.

Controlla per interposta persona il sistema finanziario americano e mondiale almeno dal 1913, quando in America aveva illegalmente creato il Federal Reserve System. Da allora è stato usato come arma di guerra contro l’umanità. Questo cartello ha pesantemente investito in tutte le principali industrie multinazionali, soprattutto nel settore della difesa. Come antecedentemente alla Prima Guerra Mondiale, quando i “Mercanti di morte,” i produttori di armi, erano tutti di proprietà degli stessi banchieri. Tutte le guerre sono guerre di banchieri e il conflitto in corso in Ucraina non è diverso.

È una cabala che prospera sul caos e sulla devastazione. Crea depressioni per poter acquistare beni a prezzi ultraribassati. Rovescia i governi e massacra civili innocenti. Fin dai tempi della Compagnia delle Indie Orientali, più di 300 anni fa, il suo modello di business è il commercio della miseria e della sofferenza umana. È la stessa cabala che, con la truffa della Covid, ha commesso contro l’umanità il più grande crimine della storia. E, ancora una volta, il diavolo non ha nascosto la sua malvagità, ci hanno detto che si trattava di ridurre la popolazione mondiale. E questo stesso obiettivo dichiarato di depopolamento è al centro del loro assurdo “Green New Deal.” Quando il diavolo continua a dirvi che vuole uccidere la maggior parte dell’umanità, è chiaro che dovete accettare la sua esistenza.

Lo scrittore americano Henry David Thoreau aveva detto: “Per ogni mille uomini che tagliano i rami del male, ce n’è uno che taglia la radice.” “I Biden, i Johnson, i Macron e altri sono solo i rami, così come gli Schwab e i Gates. Sono solo i prestanome, i soldati semplici delle forze veramente potenti che li hanno creati e che li possiedono. I crimini contro l’umanità commessi da questi “uomini minori” non hanno precedenti nella storia. Purtroppo non esiste una punizione commisurata ai loro crimini. Tuttavia, la sola rimozione di queste disgustose persone, anche se alla fine saranno chiamate a rispondere del loro operato (possiamo sperare), cambierà ben poco. Non basta tagliare i rami se la radice rimane al suo posto. È il sistema bancario centrale e il potere che esercita che deve essere distrutto, per evitare che attecchisca di nuovo.

Il diavolo non riesce più a convincere un numero sufficiente di persone nel mondo che non esiste. Il male che rappresenta può esistere solo quando gli uomini buoni non fanno nulla, e stiamo vedendo gli uomini buoni di tutto il mondo unirsi nella resistenza contro il nemico comune. È arrivato il momento in cui tutti devono capire cosa sta succedendo e cosa c’è in gioco, altrimenti potrebbe essere il diavolo a decidere il futuro dell’umanità. E questo non può accadere.

 

Fonte: strategic-culture.org
Link: https://www.strategic-culture.org/news/2022/08/03/greatest-trick-devil-ever-pulled/

Il vero pericolo della destra al governo

Condividi su:

di Redazione

La mentalità viziata dalle ideologie o dalle proprie paranoie nei confronti del voto, portano alle elezioni con un grande vizio d’origine: la visione politica dell’ottuso. Soprattutto, molti che sono fuori da ogni questione riguardante le dinamiche dei partiti, giudicano come professorini, senza sapere cosa bolle in pentola e finiscono, generalmente, bolliti. La sindrome del politologo è comune a quella dell’allenatore se si parla di calcio, oppure dello stilista se si parla di abbigliamento. Il problema è che a questi tuttologi, qualunquisti del dissenso o utili idioti del consenso, mancano esperienza e competenze per potersi esprimere con giudizi che abbiano un senso differente da quello che potrebbe dare una persona seduta al bar. Lo specchio dell’inadeguatezza all’analisi politica di troppi si riflette nella classe dirigente, dilettante e incompetente come i suoi elettori. Altro grande difetto dell’italiano medio è quello di considerare la politica come una religione. Poi c’è il frustrato cronico, che è l’eterno indeciso, sempre  pronto a frignare e chi dà troppo peso alla politica, probabilmente perché mancante di altro di molto più importante ed elevato…(n.d.r.)

di Marcello Veneziani

Più del virus tornante, più della guerra, più del pianeta surriscaldato, c’è una disgrazia prossima ventura che le riassume tutte e le travalica; ci aspetta al largo, con una data precisa, 25 settembre dell’anno corrente, tra quaranta giorni giusti. Un tornado chiamato Giorgia, con annessi cicloni Matteo e Silvio, scoperchierà i tetti e sconvolgerà le case, le strade, i paesaggi, la vita della gente; colpirà i popoli, le donne, i migranti, i gay, i gatti, la cultura, la Rai, e chi più ne ha più ne metta.

Non c’è giorno che non venga pronosticata la sventura in tutte le sue conseguenze, sul piano economico e sociale, costituzionale e internazionale, e in ogni altro ambito pensabile. Non c’è parola dei suddetti leader che non venga usata a conferma della sciagura che ci aspetta. Ogni loro discorso è una minaccia, un pronunciamento, una prova tecnica di golpe. Usciremo dalla modernità e dalla democrazia, dall’Europa e dalla Nato, dai diritti e dalla costituzione, temo anche dal Coni e dalla Croce rossa. Una svolta che ci porterà in vagoni piombati nella Russia di Putin e nell’Ungheria di Orban, nella Germania di Hitler e nell’Italia di Mussolini di cui, immagino, col prossimo governo si festeggerà in pompa magna il centenario della Marcia su Roma il prossimo 28 ottobre. Sarà trucidato Mattarella, stuprata Liliana Segre, Draghi farà la fine di Galilei, salvo abiurare la sua agenda; una fatwa colpirà i numerosi scrittori, artisti e cineasti che si sono pronunciati contro il centro-destra. I poveri saranno spalmati sull’asfalto e schiacciati senza pietà dalla tassa piatta (flat tax). La carta costituzionale prenderà il posto dei rotoloni regina nei cessi pubblici per farne l’uso più consono. Romperemo con l’Europa e invaderemo la Svizzera, aderiremo fuori tempo massimo al Patto di Varsavia, e anche al Patto d’Acciaio.

Finita l’horror fiction dei pericoli denunciati dalla Cupola politico-mediatica-intellettuale e a breve giudiziaria, proviamo a trasferirci nella realtà, a partire dalla storia recente. Dunque, il centro-destra, con gli stessi ingredienti di oggi, vale a dire la destra con la fiamma venuta dal Msi, la Lega col guerriero, venuta dalla rustica Padania e Berlusconi con le squinzie, venuto dalla tv e dal bunga bunga, ha già governato tre volte in Italia, con maggioranza assoluta e perfino per intere legislature, come è stato nel quinquennio tra il 2001 e il 2006. Avrebbe ripetuto il pieno mandato dopo le elezioni del 2008, se nel 2011 non si fosse abbattuto il mondo su Berlusconi, che da vero tiranno si dimise senza colpo ferire e votò perfino a favore del governo tecnico che ne seguì e della conferma di Napolitano al Quirinale. È successo qualcosa con quei governi destrorsi, c’è stata qualcuna delle disgrazie che vengono puntualmente paventate a ogni vigilia d’elezioni? Siamo tornati al fascismo, alla barbarie, ai nazionalismi e così via? A me pare il contrario: se dovessi imputare una grave colpa a quei governi, direi che sono stati troppo simili a quelli dei loro avversari, troppo allineati, troppo timidi, hanno riformato davvero poco o nulla, hanno mutato poco gli assetti che dicevano di voler modificare. La Costituzione è rimasta intatta, il Sistema è rimasto invariato, il Paese è stato lasciato praticamente identico a prima. Non hanno lasciato danni e ferite, e nemmeno grandi eredità. Sono scivolati via, come acqua che scorre.

Credo che la stessa preoccupazione dovrebbe caratterizzare i pronostici presenti. Se davvero vincerà il centro-destra, se riusciranno a fare il governo, e se perfino la Meloni dovesse andare a Palazzo Chigi, credo che il “rischio” maggiore sarà semmai opposto a quello che viene paventato: è più probabile che non succeda niente, che cambi poco e niente, non ci sia nessuna svolta. Seguiranno, più probabilmente, l’agenda Draghi, con qualche minima variante, riprenderanno qualcuno dei suoi ministri o comunque oligarchi di comprovata fedeltà all’Establishment; magari si autocensureranno, se non saranno censurati a ogni livello, Quirinale in testa. Da una parte il pressing euro-occidentale, la mobilitazione di tutte le oligarchie, le campagne di terrore mediatico, il boicottaggio sistematico di ogni impresa e di ogni tentativo politico e dall’altro la pavidità, l’opportunismo del tirare a campare, l’insicurezza e l’impreparazione, dall’altra la volontà di durare anche a prezzo di rinunciare a ogni vera riforma, produrranno un governo che con più probabilità sarà più somigliante ai precedenti e ossequioso degli assetti vigenti, in ogni campo, fino ad apparire quasi intercambiabile.

Intendiamoci, non è giusto scrivere la trama del prossimo governo prima che venga prodotto e varato il film. E’ prematuro azzardare previsioni anche se poi ognuno nella propria testa si farà i suoi ragionamenti sulla base dei suoi presentimenti, delle esperienze precedenti, della conoscenza dei soggetti in campo, delle situazioni reali e dell’uso di mondo. Ma se dovessimo avventurarci nel calcolo dei rischi, il primo pericolo per il possibile governo meloniano futuro, perlomeno il più probabile, sarebbe la continuità mentre il meno probabile sarebbe il suo contrario, la discontinuità, la svolta radicale. Un ritorno del “nazi-fascismo” sarebbe più inverosimile di un ritorno del comunismo, del terrorismo rosso, dell’impero austroungarico o della teocrazia medievale.

È davvero penoso vedere persone che un tempo reputavamo serie, come lo stesso Letta, immiserirsi a ventilare questi scenari apocalittici in caso di vittoria dello schieramento avverso, ben sapendo che sono del tutto irreali e impraticabili con i ferrei limiti imposti dalle Vecchie Zie (Ue, Nato, tecnocrazia, burocrazia, alte sfere). Il male del nostro quadro politico non è che le forze antagoniste siano radicalmente opposte e refrattarie; semmai sono maledettamente simili o assimilabili appena vanno al governo. Ad essere ottimisti, cambierà poco, e per chi sa accontentarsi, sarà meglio che niente.

La Verità (17 agosto 2022)

Tutti sotto l’ombrello della Nato

Condividi su:

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

La lotta elettorale si annuncia come una gara a chi è più allineato alla Nato e chi è più rivolto all’Atlantico, inginocchiato come verso la Mecca: destra e sinistra, centri e centrini si contendono la divisa e la livrea di suoi soldati o zerbini, senza un minimo dissenso, distinguo o ritegno. Eppure, se giudicassimo alla luce dei nostri reali interessi geopolitici e strategici, delle esperienze storiche di questi ultimi anni, degli effetti di alcune recenti posizioni assunte dalla Nato, dei profili assai modesti dei leader occidentali, delle culture che ispirano il cosiddetto modello euro-atlantico, e infine della stessa opinione pubblica italiana ed europea tutt’altro che favorevole a questo intruppamento, ci sarebbe uno spazio enorme per rimettere in discussione l’appiattimento militare e militante, senza se e senza ma, della politica e dei poteri che la muovono, alle linee della Nato. Né si può dare minimo credito alla linea grillina di Conte, che da premier si stese come un tappetino davanti ai poteri euroatlantici e ora bamboleggia tra i contrari.

Partiamo dall’argomentazione più forte in favore dello schieramento pro-Nato: le minacce cinesi e russe e il pericolo islamico non consentono di “abbassare la guardia” (frase ossessiva, ereditata dalla pandemia, che ci riduce a cani da guardia o sorvegliati permanenti da guardie mediche e guardie giurate). Non so quanto l’ombrello della Nato ci protegga da queste minacce e quanto invece ci esponga di più a esse. Se la copertura della Nato ci ha evitato pericoli e guerre, in quanti pericoli e in quante guerre ci ha cacciato negli ultimi anni? Le tensioni col mondo islamico, le infiltrazioni nei rivolgimenti dei paesi arabi, la perenne crisi palestinese, il coinvolgimento in sciagurate avventure belliche, anche vicine a noi, dalla Serbia e Kosovo alla Libia, ora le tensioni con la Russia, con la Cina e con mezzo mondo asiatico… Quanto odio verso l’Occidente e verso di noi abbiamo accumulato con l’interventismo militare della Nato, seguendo le politiche muscolari ed egemoniche degli Stati Uniti?

Da tempo scontiamo gli effetti drammatici degli interventi militari della Nato nel mondo: in termini di flussi migratori incontrollati e di crescente islamizzazione e odio anti-occidentale ma anche in termini di crisi economica e sociale e di approvvigionamenti energetici, di costose imprese militari e distrazioni delle risorse per fronteggiare gli effetti della politica interventista in tante aree del mondo. Peraltro questa linea non serve nemmeno ad espandere l’influenza della nostra civiltà e delle sue tradizioni: al contrario, ovunque si arriva con la forza delle armi si scatenano reazioni opposte, si riscoprono in funzione antagonista tradizioni, costumi, attitudini e religioni antitetiche all’occidente. Con la Nato non si tutela la civiltà occidentale ma si esportano merci, tecnologia e libertà come nichilismo. E tanto siamo appiattiti sulla Nato quanto ci vergogniamo delle nostre radici occidentali. Non kultur ma zivilisation, per dirla con Thomas Mann e poi con Oswald Spengler; ovvero espansione del nostro modo di vivere e dei nostri mezzi economici e tecnologici, ma senza una cultura nutrita da un fondamento civile, morale e religioso.

La Nato poteva avere un senso quando c’era un bipolarismo mondiale tra due superpotenze, Usa e Urss; e trovava un senso quando la globalizzazione coincideva con l’occidentalizzazione del mondo. Ma da tempo, ormai, quello scenario è mutato. Le superpotenze del pianeta sono state scavalcate e circondate da altre potenze egemoni come la Cina e da superpotenze tecnologiche e demografiche come l’India, da grandi paesi non allineati come l’Iran, il Brasile, il Sudafrica, e da polveriere ingovernabili come l’Africa, il Sud America, il Sud est asiatico. Senza un Re del mondo, un Potere Universale, nessun Impero del Bene e nessuna alleanza militare può ergersi a custode, arbitro e guardiano del mondo, se non a prezzo di dolorosi conflitti, coalizzando il risentimento di tutti contro l’Occidente. Lo confermano gli effetti prodotti dalle posizioni assunte dalla Nato-Usa in Ucraina.

In questo contesto sarebbe molto più proficuo per l’Europa sganciarsi da questa logica da Occidente contro il resto del mondo, e delineare una sua politica estera autonoma di confronto con il mondo al di là dell’ovest, che preveda anche il contenimento delle mire egemoniche o espansionistiche altrui e anche un intelligente “protezionismo” della nostra economia rispetto alle spericolate invasioni di merci e tecnologie altrui. La stessa cosa aveva intuito Trump quando cercò di disimpegnare gli Usa dal ruolo di gendarme nel mondo, non avviò guerre e bombardamenti, trattò anche a muso duro con singoli dittatori e potenze mondiali, ma senza arrogarsi il ruolo di imperatore del mondo. Lui così smargiasso, aveva i piedi per terra da questo punto di vista, molto più del suo predecessore e del rovinoso successore. Le mobilitazioni armate servono non solo a esercitare un imperialismo morale sul mondo ma anche a polarizzare i consensi in favore dei presidenti in carica, e a smaltire le esigenze dell’industria bellica.

L’ulteriore follia dell’Occidente a guida Nato è di avventurarsi in questa specie di guerra semifredda con l’Asia russo-cinese, senza una leadership ferma, lungimirante e unitaria. La precaria amministrazione Biden non è in grado di reggere le sorti dell’Occidente, l’Europa non è più quella di Kohl e Mitterrand, ma neanche quella della Merkel; l’Inghilterra, da quando ha perso Boris Johnson è priva di una leadership. Se chiami occidente chi risponde, solo il comando Nato?

Insomma se questo è l’ombrello che dovrebbe proteggerci, siamo esposti al diluvio universale. Ma in campagna elettorale tutti a suonare le fanfare per la Nato e a giurare eterna fedeltà alla Mecca Atlantica…

La Verità (14 agosto 2022)

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/in-evidenza/tutti-sotto-lombrellone-della-nato/

Le “virostar” nelle liste Pd, conferma dell’uso politico della pandemia

Condividi su:
L’arruolamento dei virologi sembra un collegio di difesa nel caso in cui il centrodestra al governo volesse far luce sulle ombre nella gestione della pandemia

di 

Molto spesso il sedicente complottista è semplicemente uno che ci ha visto giusto ma con eccessivo anticipo rispetto al senso comune e alla accettabilità sociale di una data idea.

E così, nel corso della pandemia, man mano che particolari sempre meno commendevoli e sempre più altamente discutibili venivano disvelati, unitamente ad una robusta dose di critiche alla gestione dell’emergenza, iniziava ad apparire chiaro come gran parte della vulgata prima rubricata con una certa fretta quale ‘complottistica’ iniziasse ad assumere la coloritura della verità. O almeno, della altissima plausibilità.

La politicizzazione della pandemia

Una delle lezioni più dolorose impartite dalla pandemia è infatti quella della e sulla sua intrinseca politicizzazione e sulla sua capacità di incidere in maniera talmente organica, pervasiva, capillare, sulla società da poterla radicalmente modificare in maniera permanente.

Anche sostenere che le misure di contrasto alla circolazione del virus rispondessero ad una agenda politica e ad una visione del mondo che trascendeva il confine limitato della sfera sanitaria era in genere ritenuta considerazione deplorevole e insensata, appannaggio di picchiatelli assortiti.

E dire che persino quando vennero alla luce le limpide asserzioni di Roberto Speranza, messe nero su bianco nel suo libro, si cercarono giustificazioni di ogni tipologia.

Non bisognava essere troppo cinici o dietrologici, si disse, e in fondo pure se il ministro aveva vaticinato con piglio oracolare che la pandemia avrebbe rappresentato occasione per un cambio di marcia e per un ritorno sulla scena della sinistra politica, c’era da capirlo, aveva affrontato a mani nude un virus fino ad allora sconosciuto.

Fortunatamente, o sfortunatamente perché dipende sempre dai punti di vista, il tempo è galantuomo e rende giustizia.

Le virostar candidate nelle liste Pd

Ed ecco così che nella fatidica, e difficoltosa, compilazione delle liste elettorali in vista della tornata del 25 settembre, la componente virologica, sanitaria e anti-pandemica in quota Pd avanza come un rullo compressore.

Proprio Speranza è divenuto in pochissimo tempo autentica cause célèbre: nonostante appartenga ad un altro partito, è stato letteralmente cooptato dal Pd, che punta forte su di lui e gli ha garantito un posto da capolista al proporzionale in Toscana.

Nonostante i posti disponibili si siano drasticamente ridotti, causa taglio del numero complessivo dei parlamentari e i circoli territoriali storcano comprensibilmente la bocca nel trovarsi paracadutati esponenti di altri partiti, il Pd ha dimostrato di voler fare di Roberto Speranza una sua bandiera.

Caso isolato? Ma nemmeno per sogno! In Puglia, troviamo il virologo Pierluigi Lopalco, ex assessore alla sanità della Giunta Emiliano, mentre è notizia di queste ore la freschissima candidatura nella circoscrizione Estero, in Europa, di Andrea Crisanti.

Gli aspiranti candidati

E a confermare, a contrario, la intrinseca politicità di certe scelte, non dettate dalla presunta fama o attrattività né dalla competenza dei soggetti in questione ma da altre motivazioni su cui ci intratterremo in seguito, ci sono le candidature inizialmente ventilate e poi cassate, su altri fronti partitici.

Ecco così Matteo Bassetti promuovere sul versante centrodestra la sua autocandidatura a ministro, senza nemmeno passare per le urne, e venir respinto ad ora con perdite, mentre sul fronte della calendiana Azione sembra aver perso smalto la sia pur inizialmente ventilata candidatura di Walter Ricciardi: una ipotesi smentita da Calenda, che, come usa dirsi, è uomo di mondo e ha fiutato l’aria.

Per carità, i virologi sono cittadini come tutti e i partiti possono candidarne quanti preferiscono: è però certamente curioso dover rilevare come dopo due anni di profluvio comunicativo, di occupazione manu militari dei palinsesti televisivi e delle pagine dei giornali, di consulenze, di dichiarazioni più o meno in libertà rilasciate nel nome, apparentemente neutro e asettico, della scienza, a capitalizzare tutta questa esposizione arrivi il ‘premio’ della candidatura e la definitiva certificazione di una intrinseca politicizzazione di quanto sul fronte pandemico è stato fatto, detto e proposto.

Significativo in fondo, e palese conferma della politicizzazione di cui si discorre, che ad essere candidati non siano stati virologi in quanto tali, ma virologi assurti a qualche celebrità mediatica. Le virostar.

Ammainata la bandiera draghiana

A meno che non si pensi che l’expertise tecnica di questi virologi possa esser utile a una politica destinata a confrontarsi in eterno con le pandemie, la risultante finale di queste candidature sembra essere la legittimazione piena di limitazioni alla libertà, attenzione ossessiva per il controllo di qualunque comportamento, medicalizzazione e sanitarizzazione del vivere civile, elevazione del principio di precauzione a principio cardine dell’ordinamento.

D’altronde, Speranza non è un medico e la sua presenza al Ministero della salute, nonostante l’entusiastico peana della sinistra che ne ha voluto fare una sorta di eroe civile, ha lasciato dietro di sé una evidentissima scia di polemiche, dubbi, storture che andranno chiariti e accertati.

Il Pd punta fortissimo su di lui, punta cioè elettoralmente fortissimo sull’esponente di un altro partito e per farlo passa sopra le proteste delle sezioni territoriali, espunge ben più meritevoli candidati e cementa una alleanza che rimonta agli anni più cupi della pandemia.

Per fare posto alla legione virologica si fa strame degli esponenti più legati all’agenda Draghi, come ad esempio Enzo Amendola. Eppure, è stato proprio il Pd, orfano di Mario Draghi, a volerne rivendicare strumentalmente l’eredità politica, con tanto di manifesto di dubbio gusto, salvo poi ammainare la bandiera draghiana e far salire sul carro estrema sinistra, verdi, ex 5 stelle e ora i virologi.

Far luce sulle molte ombre

Perché? Una spiegazione potrebbe essere che Speranza e pattuglione di virologi debbano costituire una sorta di comitato politico per rinfocolare certe posizioni liberticide, e, cosa più importante, costituire una sorta di task force per controbattere e resistere alla ipotesi che il centrodestra al potere voglia, auspicabilmente, iniziare a veder chiaro su come la pandemia è stata gestita.

D’altronde di interrogativi ce ne sono tantissimi e andrebbe fatta luce, serenamente ma al tempo stesso inevitabilmente, su ciascuno di essi: dai protocolli di cura, o meglio di mera osservazione del decorso della malattia, alla effettiva indispensabilità di un Green Pass trasformato in strumento tiranno capace di egemonizzare ogni singolo aspetto dell’esistenza, dai parchi giochi per bambini nastrati all’utilizzo ormai grottesco della mascherina, in apparenza indispensabile in alcuni casi e inutile in altri, senza che un chiaro e vero criterio scientifico possa soccorrere.

Più che una pattuglia di parlamentari, questi virologi frettolosamente arruolati sembrano un collegio di difesa per cercare di mettere delle toppe a una gestione che in piana evidenza e al netto della propaganda politica di convenienza è stata tutto fuorché perfetta.

Ciò, appare evidente, è anche un invito al centrodestra nel caso dovesse andare al governo: è tempo di accertare le responsabilità politiche, penali, contabili, amministrative, derivanti dai decisioni e scelte che hanno cambiato, probabilmente per sempre, il modo di stare al mondo di moltissime persone.

Si pensi allo sviluppo psicologico dei più piccoli, cresciuti per due anni tra mascherine e comandi imperativi e divieti molto spesso insensati, o le persone che hanno visto i loro diritti spesso limitati o calpestati.

Eroi veri, falsi e negativi

Condividi su:

di Marcello Veneziani

Piovono sui nostri giorni come angeli ribelli caduti dal cielo, gli eroi negativi. Conquistano la loro sinistra fama, facendo strage di innocenti o sparando sui grandi, La mamma degli eroi maledetti è sempre incinta e la sua figliolanza si moltiplica in modo inquietante. Compiono le loro gesta contro il mondo, a volte appoggiandosi ad una causa; ma si tratta quasi sempre di demoni solitari, pervasi da un apocalittico desiderio di distruzione (cupio dissolvi) e al tempo stesso da un egocentrismo malato che trova alibi ideali e morali in un giustizialismo cosmico. Dietro l’abolizione del mondo c’è anche la sindrome di Erostrato che incendiò il tempio di Artemide a Efeso per passare alla storia e godere di una maledetta celebrità che perdura nel tempo. Dietro queste follie di violenza ci sono pulsioni antiche aggravate dal circo mediatico, aspirazioni frustrate o complessi feroci verso il prossimo. E poi il solito contorno che da un secolo di psicanalisi ci sentiamo ripetere: carenze d’affetto, esclusioni patite, traumi d’infanzia e via dicendo. Perché oggi l’unico modo per essere eroi è quello di esserlo al negativo, cosa spinge uomini e donne, militari e ragazzi, a scegliere la via dell’eroismo del male piuttosto che incamminarsi sulla via di un eroismo positivo, costruttivo, riconosciuto dagli altri? Una fetta cospicua di responsabilità l’ha il sistema dei valori globali, le nostre agenzie di valori, istituzionali e culturali, mediatiche e perfino religiose. Tutte hanno assorbito in modo perverso un’infelice idiozia di Bertolt Brecht: “Beato un popolo che non ha bisogno di eroi”. L’eroismo è considerato fuori luogo e fuori tempo. L’eroe cozza con entrambi perché rifiuta gli standard di vita ed agisce in modo eccezionale; perché rinuncia all’utile e mette a repentaglio, in un atto di gratuità assoluta, il suo bene più prezioso, la vita, sconvolgendo così le categorie su cui è fondata la nostra società mercantile e mercenaria; l’eroe evoca lo sperpero e l’avventura più che l’investimento e il calcolo, mette in gioco se stesso e non proietta la sua vita nella merce o nel consumo. E poi richiama alla memoria principi antichi, legami trascendenti, fedeltà più importanti dei contratti sociali; e mette in discussione l’idea che la vita sia il bene più importante da salvaguardare ad ogni costo. L’eroe crede, al contrario, che quando è in gioco la dignità della vita medesima, allora è necessario spingersi a rischiare. Fatti non fummo per viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza…

Senza eroi le società s’incupiscono e si rattrappiscono in una vile e venale mediocrità; ma quando per gli eroi non c’è posto, sorgono i maligni supplenti, gli eroi negativi. Cosa distingue un eroe dal suo rovescio? Il primo sconta le proprie scelte sulla propria pelle mentre l’eroe negativo le riversa sugli altri; il primo si sacrifica per costruire, custodire, salvare e l’altro invece sacrifica per demolire, violare, condannare; l’eroe agisce nel nome del comune sentire, l’eroe negativo agisce invece per violare il comune sentire.
Ogni popolo, ogni comunità, ha bisogno di eroi. Anche i regimi che amava Brecht, il drammaturgo marxista, hanno fatto ricorso a icone di eroi. Pensate da una parte al mito-gadget di Che Guevara e dall’altra ai pompieri di New York dell’11 settembre. Quando gli eroi sono vietati o ridicolizzati, i popoli li adottano clandestinamente, ricorrono ad antieroi, o addirittura li prendono a noleggio dagli altri popoli (come fanno spesso gli italiani) e perfino dagli altri pianeti. Come quello della fantasia, della fiction, della letteratura.
Salve o popolo d’eroi, cantava esagerando una generazione d’italiani che visse sotto il fascismo (per la verità alcuni vissero sopra il fascismo e poi magari sopra l’antifascismo, ma questa è un’altra storia). Ma non esistono popoli d’eroi. L’eroe è sempre un’eccezione, un modello che torreggia sugli altri.
L’eroe è sempre stato un ponte tra i popoli e gli dei, tra la terra e il paradiso, tra i vivi e i morti, tra i padri e i figli. Gli eroi riannodano le generazioni e la memoria condivisa di una comunità, la voglia di avvenire e il culto del passato. Sono l’esempio vivente della tradizione di un paese. Godono l’apoteosi della mors triumphalis, come nell’antica Roma; ma a volte muoiono cadendo nella dimenticanza. La nobiltà dell’eroe non è data dall’esito ma dall’abnegazione; l’eroe vinto desta ammirazione quanto l’eroe vincente, con un filo di nobiltà in più, se sapeva in partenza di combattere per una causa perduta, che ben si compendia nella letteratura dei vinti, da Leonida alle Termopili fino a El Alamein. Quello spirito si ritrova nella celebre epigrafe: Mancò la fortuna, non il valore. Anche le democrazie, come gli antichi regni e imperi, celebrano i loro padri fondatori e i loro eroi. Persino la nostra disincantata repubblica, sorta sulle rovine della cosiddetta morte della patria, cresciuta nello spirito antieroico e antistorico dell’amnesia e del patriottismo delle patrie altrui, riconosce il suo atto di fondazione attraverso la narrazione mitologica della Resistenza e dei suoi eroi. Si ribellavano alla retorica fascista sugli eroi, ma per dare nobiltà d’origine e fortificare un comune sentire sulle virtù repubblicane, hanno dovuto costruire artificiosamente un’altra retorica e un’altra epica sugli eroi dell’antifascismo. Abbiamo ancora bisogno di eroi; e se non ci sono, ripieghiamo sui surrogati o ce li fabbrichiamo anche con materiali scadenti. Gli eroi dei nostri anni a volte sono pompieri e medici, poliziotti e carabinieri, ricercatori e soccorritori, perfino reporter e magistrati. Rovesciando Brecht: beato un popolo che riconosce di aver bisogno di eroi. E li onora come Dio comanda. Quando non ci sono eroi positivi, allora spuntano come gramigna gli eroi negativi. Perché il diavolo è scimmia di dio; e gli altari in rovina sono abitati da demoni.

(Il Borghese, agosto)

Se vuole governare, il centrodestra deve liberarsi dell’ansia da legittimazione

Condividi su:
Per avere la certezza di governare deve stravincere, ma cullarsi sui sondaggi e “auto-moderarsi” in cerca di patenti (che non avrà) non aiuta la mobilitazione

di 

Ha parlato con grande chiarezza venerdì sera Matteo Renzi a Controcorrente, su Rete4, delineando correttamente la posta in gioco il prossimo 25 settembre e non nascondendo, anzi rivendicando il suo obiettivo.

La partita

“Se vince nettamente la destra, al governo va la Meloni. Se la destra non ha la maggioranza, ci sono le condizioni per riportare Draghi a Palazzo Chigi“. Questa è “la partita” ed “è bene che gli italiani lo sappiano”.

E le cose, inutile negarlo, stanno sostanzialmente in questi termini. Bisogna solo capire se Draghi fa parte o no di questa partita, se cioè sarebbe disponibile a guidare un nuovo governo di larghissime intese. Per ora, ci limitiamo a constatare che l’ex premier sta lasciando che il suo nome venga menzionato e speso in questo senso da alcune forze politiche.

Il presidente Mattarella, che pure aveva lasciato intendere più volte di non essere disponibile per un secondo mandato, vedendo che i voti in suo favore aumentavano chiama dopo chiama lasciò fare, non rinnovando la sua indisponibilità, fino a risultare rieletto.

Ma nello scenario ipotizzato, e auspicato da Renzi, tutto sommato Draghi non è indispensabile. Anche se non fosse disponibile, lo schema potrebbe comporsi ugualmente attorno ad un’altra figura. Sarebbe solo un po’ più faticoso trovare il nome per Palazzo Chigi.

Vincere “nettamente”

Quello che però qui ci interessa sottolineare della frase di Renzi è l’avvertimento implicito al centrodestra che contiene. Da una parola in particolare è stata catturata la nostra attenzione: nettamente. Perché ci sia un governo di centrodestra con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, dice Renzi, non basta che il centrodestra vinca. Deve vincere “nettamente”. Difficile quantificare questo nettamente, essendoci diverse variabili in gioco.

Il criterio del primo partito

Di sicuro, non basterebbe conquistare una maggioranza relativa. Come hanno dimostrato le elezioni del 2018 – quando il centrodestra si fermò al 37 per cento nelle urne e a poco più come seggi parlamentari – in tal caso il presidente Mattarella procederebbe nel tentativo di formare un governo seguendo il criterio del primo partito, non della prima coalizione.

Nel 2018, infatti, anziché partire dalla coalizione di centrodestra, la più vicina alla maggioranza assoluta, ed esplorare le possibilità che un’altra delle forze presenti in Parlamento fosse disponibile a formare un governo con essa, il presidente Mattarella ha compiuto questo percorso con il Movimento 5 Stelle, considerando il partito di maggioranza relativa, e non la coalizione, il soggetto da cui non si poteva prescindere.

Nel primo caso, infatti, avrebbe rischiato di scomporre il centrosinistra. Nel secondo caso, come poi avvenuto, è risultato scomposto il centrodestra.

Tutto lascia intendere, dunque, che nel caso in cui il centrodestra conquistasse anche questa volta soltanto la maggioranza relativa dei seggi, e il Pd risultasse primo partito, il Quirinale seguirebbe lo stesso schema, considerando il partito di maggioranza relativa (il Pd), e non la coalizione, il soggetto imprescindibile da cui partire per costruire una maggioranza di governo.

E questo spiega perché la sfida nella sfida fondamentale di queste elezioni è quella tra Fratelli d’Italia e Partito democratico. Solo in quanto partito di maggioranza relativa in Parlamento, FdI avrà sufficienti garanzie di non essere scavalcato dalle manovre del Colle e del Pd nella delicata fase delle consultazioni.

Ma la parola “nettamente” usata da Renzi potrebbe indicare che al centrodestra non basterebbe nemmeno la maggioranza assoluta per essere certo di governare. Se infatti questa maggioranza fosse risicata, e il Pd risultasse comunque primo partito, la coalizione potrebbe evaporare.

Bisogna considerare che per effetto del taglio del numero dei parlamentari, una maggioranza di seggi del 55 per cento, in apparenza molto solida, dipenderebbe in realtà da 20 deputati e da soli 10 senatori.

L’unica garanzia

Dunque, non sapendo quanto “nettamente” il centrodestra dovrebbe vincere per scongiurare il disegno di Renzi e dell’area Draghi, e avere quindi la certezza di governare, l’unica garanzia della tenuta della coalizione, risicata o ampia che sia la vittoria, sembra essere che FdI risulti primo partito in Parlamento.

In tal caso, infatti, considerando il criterio seguito dal Colle nel 2018 – a meno di ulteriori e sempre possibili forzature che oggi non sappiamo immaginare – sarebbe il partito di Giorgia Meloni a non poter essere estromesso dal governo, come accaduto al Movimento 5 Stelle nella legislatura appena conclusa.

Il rischio astensionismo

Se questi scenari hanno fondamento, appare del tutto fuori luogo il clima da vittoria in tasca che si respira dalle parti del centrodestra.

Innanzitutto, perché il vantaggio registrato oggi dai sondaggi si basa sugli elettori che hanno risposto e il numero degli indecisi è ancora molto alto.

E inoltre, perché, come abbiamo visto, per essere certo di governare il centrodestra dovrà non solo vincere, ma stravincere e, in particolare, uno dei suoi partiti risultare il partito di maggioranza relativa in Parlamento.

Almeno la metà degli italiani è ancora da convincere (1) ad andare a votare e (2) su chi votare. E il problema del centrodestra, come abbiamo visto nelle ultime tornate amministrative, è convincere il proprio elettorato potenziale a recarsi alle urne.

Un elettorato sfiduciato da anni in cui si è rafforzata la percezione che votare è inutile, dal momento che gli indirizzi degli elettori vengono o sovvertiti da dinamiche di sistema, endogene ed esogene, o traditi dagli stessi partiti che ne avevano raccolto il consenso.

Ansia da legittimazione

In questa fase ci sembra di vedere una Giorgia Meloni (ma non solo lei) in piena ansia da legittimazione. Un’ansia comprensibile ma eccessiva, perché i passi necessari sono già stati compiuti. Chi doveva intendere, ha inteso, mentre chi non ha ancora inteso, non intenderà mai.

Non ci sono abiure né rassicurazioni di cui la sinistra o Bruxelles possono accontentarsi, perché le richieste di prendere le distanze dal fascismo, o dal sovranismo, sono puramente strumentali, come spiega benissimo Andrea Venanzoni nel suo articolo di oggi.

Anzi, dandogli corda distoglie energie dalla campagna e regala ai suoi avversari un argomento: se ancora è costretta a raccomandarsi a destra e a manca con video e dichiarazioni, è perché le ombre del fascismo non sono ancora svanite e un problema di “rispettabilità” resta.

Il senso di una rottura

La principale preoccupazione di tutti i partiti di centrodestra, in una campagna molto ristretta nei tempi, dovrebbe essere invece quella di trasmettere ai propri elettori il senso di un voto utile, la percezione che votando centrodestra c’è l’occasione di una svolta, di una “rottura” con il passato, non una versione solo leggermente ammorbidita e “moderata” di ciò che abbiamo avuto nell’ultimo decennio.

È questa percezione che manca e che rischia di allontanare dalle urne gli elettori vicini al centrodestra.

In questo senso, l’uscita di Silvio Berlusconi sul presidenzialismo, o le proposte di flat tax della Lega, vanno nella direzione giusta – due temi su cui paradossalmente l’atteggiamento degli esponenti di Fratelli d’Italia è stato troppo cauto e conservativo, prevalendo in loro la preoccupazione di evitare passi falsi che potrebbero mettere a rischio sia il tesoretto di consensi che i sondaggi gli attribuiscono, sia i faticosi passi di accreditamento.

Ma il rischio di una campagna troppo conservativa, come abbiamo cercato di spiegare, è che giocare in difesa possa non bastare. Perché per governare il centrodestra deve stravincere e, in particolare, FdI deve arrivare primo – esiti nient’affatto scontati, nemmeno secondo i sondaggi più che favorevoli di queste settimane.

Un programma timido

Nell’accordo di programma tra i partiti di centrodestra questo senso di “rottura” non si respira. Su almeno cinque temi ci sono ancora troppe ambiguità.

Non c’è una parola chiara e definitiva sull’abbandono di Green Pass e mascherine, ma ci si limita ad un generico “senza compressione delle libertà”.

Non c’è una parola chiara e definitiva sul reddito di cittadinanza, che andrebbe abolito sic et simpliciter e non “sostituito” con altre mostruosità assistenzialiste e burocratiche.

Non c’è una parola netta e definitiva sull’uscita dalle follie gretine e dalla transizione green imposta a livello europeo e statale.

Non c’è una parola chiara e definitiva sulla flat tax, nel timore che promettere una rivoluzione fiscale possa far arrabbiare Bruxelles.

E in generale, c’è troppa timidezza nei confronti dell’Ue: un conto è escludere di voler uscire dall’euro, tutt’altra cosa è una vera e propria professione di europeismo, mentre il centrodestra dovrebbe a nostro avviso farsi interprete di un euroscetticismo thatcheriano, ovvero rigoroso e non spendaccione ma fermamente contrario a più integrazione, cioè a più Europa.

Chi sono gli 007 che “spiano” la Meloni

Condividi su:

Chi sa leggere tra le righe, capirà cosa il prossimo premier dovrà fare, perché le fonti di intelligence dell’autore sono reali. Sottolineiamo il “dovrà” perché almeno dalla crisi economica del 2008 ogni Presidente del Consiglio dell’Unione Europea deve obbedire all’agenda sovranazionale. Non esiste movimento che si presenti alle elezioni ed ottenga risultati, che possa fermarla, se non “la mano di Dio”. Tutto il resto è propaganda. (.n.d.r.)

 

Missione: “ritorno al futuro”. All’estero, Giorgia premier non lascia indifferenti: entusiasma, inquieta, incuriosisce. Per questo le più influenti intelligence – dalla Cia americana all’inglese MI6 fino alla Siaz, la struttura dei servizi russi che risponde direttamente al presidente Putin e perfino i cinesi del Guojia – sono in Italia in “visita turistica”, in attesa delle elezioni politiche che in prospettiva potrebbero anche terremotare il placido Quirinale di Sergio Mattarella.

L’obiettivo è monitorare innanzitutto Fratelli d’Italia e quei partiti e quei candidati che gravitano nelle zone sensibili dove sono presenti le basi Nato, da Aviano a Sigonella, o nelle piattaforme di trasmissione dati di Tim Sparkle di Catania e di Crotone.

Ma ad analizzare gli orientamenti per capire lo scenario in Italia dopo il 25 settembre ci sono anche i cosiddetti “Centri per le strategie preliminari”, la cui esistenza è nota solo a pochi, e che Cossiga non esisterebbe a definirli la versione “millennial” della nostra Gladio, l’organizzazione paramilitare clandestina aderente a ‘Stay behind’, messa su negli anni ‘50 per prevenire eventuali attacchi sovietici. Si tratta di strutture ascose, sovranazionali e presenti in città strategiche del mondo, tra cui Washington, Mosca, Pechino, Gerusalemme, Teheran, Edimburgo, Berlino. I nostri Servizi, dal Dis all’Aise, da anni cercano di saperne di più.

Creare stati d’emergenza

All’interno di queste unità, personale altamente qualificato (militari, scienziati, economisti, politologi, religiosi, imprenditori, informatici, ecc.) raccoglie informazioni, le analizza e stila strategie per i governi, in stretto coordinamento con vari deep state, grazie anche all’utilizzo di tecnologia avanzata, con potenti server forse già in parte beneficiati dai traguardi della ricerca quantistica. Le loro analisi certificano un sistema di gestione globale (finanziario, politico, sociale, tecnologico) al collasso, non più capace di produrre risultati, quindi da sostituire con un vero e proprio cambio totale di paradigma. Ma come e a quale prezzo? Gli ingredienti sembrano quelli delle teorie definite complottiste: nelle visioni finora trapelate, ancora molto teoriche, si dice infatti che bisogna rompere le regole del “contratto”, creando degli “stati di emergenza”. Ed ecco che, in uno scenario distopico, pandemie, carestie e guerre possono diventare le cause migliori per orchestrare manovre “speciali”.

Il “Great reset”

Già Karl Schwab, patron del forum economico di Davos, come anche il principe Carlo d’Inghilterra, tra gli altri, hanno parlato del “Great reset” e di come realizzarlo attraverso una nuova infrastruttura globale politica, economica, sociale, tecnologica, persino religiosa. Le analisi descrivono la creazione di una piattaforma unica di Stati democratici occidentali (Usa, Europa, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Giappone e di tutti quelli che vi vorranno aderire) con una sola governance compatta a dettare la linea. Senza farneticare, già Papa Bergoglio, nell’enciclica Laudato sí, evidenzia che “è arrivato il momento di costituire un organismo globale che abbia potere economico e politico sui singoli Stati”. Sempre Francesco ha parlato della proprietà privata come di un bene non più indispensabile e ha auspicato un reddito universale per tutti gli abitanti della terra. E ancora: togliere il cash per combattere l’evasione fiscale, il terrorismo e la criminalità e rendere tutto digitale; sì a una valuta digitale unica con cui controllare tutto e tutti e contribuire al progetto di globalizzazione e interconnessione. Le criptovalute private saranno bandite come già stanno facendo alcuni Stati, Cina in testa, dove si ritiene più funzionale controllare e contribuire al processo di globalizzazione, rendendo tutto e tutti interconnessi, manipolabili e orientati dagli algoritmi. Del resto, come si è visto su Raiuno, nel servizio dalla Cina di Marco Clementi per l’innovativa trasmissione “Codice”, le prove generali sono già in corso nella città di Chongqing. D’altro canto, Microsoft ha già preparato la sua valuta digitale così come Amazon, che tra l’altro, con il recente acquisto del robot per le pulizie domestiche Rumba, acquisirà anche le mappe delle nostre case e accelererà i pagamenti biometrici con la semplice scansione del palmo della mano. Con buona pace della nostra privacy.

Esecutori in Italia

Mario Draghi è ancora considerato il diligente esecutore di questa agenda ed il Pd il partito prescelto per eseguire il programma in Italia ma, a parte il Governatore Bonaccini in Emilia-Romagna con il suo Tecnopolo che ospita il Supercomputer europeo, il Nazareno di Enrico Letta naviga nell’inconsapevolezza più totale. Ormai i singoli Paesi contano sempre di meno, non hanno futuro, così come la politica parlamentare: si segue solo un’agenda sovranazionale, cioè globale, come quella Onu 2030.

Ma se in Italia dovesse vincere la destra, come riuscirà questo nuovo sistema orwelliano a rimanere a galla? Una cosa è certa: questa volta, per dirla con Sorrentino, ci vorrà davvero la ‘mano di Dio’ per sistemare le cose. Ed il piccolo mondo antico italiano, con le sue camarille, appare sempre più anacronistico e, nonostante Super Mario Draghi, ancora non si riesce neppure a fare una rete unica. Se il possibile non lo stiamo facendo, almeno per i miracoli di solito sappiamo attrezzarci.

Luigi Bisignani, Il Tempo 14 agosto 2022

Sul funerale in rito tradizionale negato. Qualche domanda

Condividi su:

Riceviamo e pubblichiamo questo articolo del sito di Aldo Maria Valli affinché sempre più persone possano capire cosa sia la “Contro-Chiesa” bergogliana:

di Aurelio Porfiri

Nei giorni scorsi abbiamo letto su Duc in altum  [qui e qui] di una Messa secondo il rito tradizionale negata, nella diocesi di Trento, per il funerale di un uomo di quarantasei anni. In merito è forse il caso di fare qualche riflessione.

La diocesi ha affermato di non aver mai negato la celebrazione della Messa tridentina (con cui il defunto si era sposato e aveva celebrato il battesimo dei figli) ma che la famiglia stessa aveva ventilato l’ipotesi di usare il cimitero come alternativa alla chiesa parrocchiale. La diocesi afferma in un comunicato: “Al parroco di Revò il quale, a fronte della richiesta di celebrare in chiesa con il rito antico, correttamente si rivolgeva all’Ordinario diocesano per una valutazione del caso, gli stessi familiari ventilavano, contestualmente, l’ipotesi di celebrare le esequie presso il cimitero di Revò. Non si è quindi nemmeno posto il problema di autorizzare o meno la celebrazione, che è avvenuta in uno spazio pubblico e secondo il rito richiesto dai familiari. Va peraltro precisato che la celebrazione è stata presieduta da un sacerdote appartenente all’Istituto Mater Boni Consilii, associazione che apertamente non riconosce l’autorità pontificia, collocandosi di fatto fuori dalla comunione con la Chiesa cattolica”.

Ora, ci sono alcune cose poco chiare. Perché i familiari avrebbero ventilato di celebrare al cimitero se non c’era nessun problema per la chiesa? Se il problema fosse stato il sacerdote dell’Istituto Mater Boni Consilii, perché non proporre un sacerdote a scelta del vescovo che poteva celebrare la Messa tridentina in chiesa?

L’istituto ha precisato che il defunto era un caro amico di uno dei loro sacerdoti, don Ugolino Giugni, a cui è stato quindi chiesto di celebrare. In quanto alla loro posizione nella Chiesa, hanno precisato: “In linea di principio, il nostro Istituto (e ciascuno dei suoi membri) crede fermamente nella Chiesa, una, santa, cattolica, apostolica e romana, fuori della quale non vi è salvezza, e crede altrettanto fermamente nel primato di giurisdizione del Sommo Pontefice, Vicario di Cristo e Successore di Pietro”. Allora, qual è il problema? Il problema per la diocesi è che l’istituto segue la tesi di Cassiciaco, redatta da padre Michel Guérard de Lauriers (1898-1988), da alcuni anche chiamata sedeprivazionismo, secondo cui la cattedra di Pietro dal 7 dicembre 1965 sarebbe vacante e coloro che l’anno occupata successivamente (da Paolo VI in poi) sarebbero papi solo materialmente ma non formalmente. (Sulla posizione dell’Istituto Mater Boni Consilii si veda il libro di don Francesco Ricossa e Aldo Maria Valli Non ponti, ma scale. Dialogo sulla Chiesa dalle due sponde di un fiume, edito da Chorabooks).

Quindi, se questo (come immagino) può aver creato problemi alla diocesi, si sarebbe potuto proporre in alternativa un altro sacerdote che poteva celebrare lo stesso rito.

Su questo anche l’istituto risponde al comunicato della diocesi: “In linea di fatto, l’uso della chiesa parrocchiale è stato effettivamente richiesto al parroco di Revò il quale, come ammette la precisazione dell’arcivescovado, si è rivolto all’Ordinario, il quale ha rifiutato detto uso e concesso solo l’uso del cimitero. Se la Curia nega questo fatto, dobbiamo pensare che in un caso analogo verrà concesso, un domani, l’uso di una chiesa, parrocchiale oppure no? In realtà, concordiamo col principio che le chiese cattoliche non devono concedersi in uso ai non cattolici, ma la Curia non osa rammentare questo principio, di cui evidentemente si vergogna, giacché è ormai prassi comune concedere, temporaneamente o anche in maniera permanente, delle chiese ai non cattolici in grazia del cosiddetto ecumenismo, negandole solo ai cattolici che desiderano restare integralmente fedeli alla Tradizione della Chiesa e al rito promulgato da San Pio V, come pure è ormai prassi comune, seppur contrariamente al diritto canonico, concedere la sepoltura ecclesiastica anche ai pubblici peccatori, rifiutandola, come in questo caso, a un buon cristiano e padre di famiglia”.

Ora un’altra domanda si pone: il problema è la Messa o il sacerdote appartenente all’istituto?

Oltretutto il fatto che si sia concesso l’uso del cimitero fa sorgere altri dubbi: la Chiesa è un luogo sacro, ma in un certo modo non lo è anche il cimitero? Forse il fatto che lo stesso è comunale esonera la Chiesa dal sentirsi parte in causa? Se pure si volessero considerare i membri dell’istituto come in situazione irregolare, non è forse vero che è prassi consolidata invitare membri di altre religioni, anche non cristiane a parlare, e pure a predicare, nelle chiese? Un cristiano irregolare vale meno di un aperto non cristiano?

Nella Lumen gentium, parlando dei cristiani non cattolici (e non direi è il caso dell’istituto), viene detto: “La Chiesa sa di essere per più ragioni congiunta con coloro che, essendo battezzati, sono insigniti del nome cristiano, ma non professano integralmente la fede o non conservano l’unità di comunione sotto il successore di Pietro. Ci sono infatti molti che hanno in onore la sacra Scrittura come norma di fede e di vita, manifestano un sincero zelo religioso, credono amorosamente in Dio Padre onnipotente e in Cristo, figlio di Dio e salvatore, sono segnati dal battesimo, col quale vengono congiunti con Cristo, anzi riconoscono e accettano nelle proprie Chiese o comunità ecclesiali anche altri sacramenti. Molti fra loro hanno anche l’episcopato, celebrano la sacra eucaristia e coltivano la devozione alla vergine Madre di Dio. A questo si aggiunge la comunione di preghiere e di altri benefici spirituali; anzi, una certa vera unione nello Spirito Santo, poiché anche in loro egli opera con la sua virtù santificante per mezzo di doni e grazie e ha dato ad alcuni la forza di giungere fino allo spargimento del sangue. Così lo Spirito suscita in tutti i discepoli di Cristo desiderio e attività, affinché tutti, nel modo da Cristo stabilito, pacificamente si uniscano in un solo gregge sotto un solo Pastore. E per ottenere questo la madre Chiesa non cessa di pregare, sperare e operare, esortando i figli a purificarsi e rinnovarsi perché l’immagine di Cristo risplenda più chiara sul volto della Chiesa”.

Se si ha una tale apertura verso questi cristiani perché tanta durezza verso l’istituto? Certo, ci sono questioni teologiche non secondarie in ballo, ma la politica dei gesti di buona volontà e del dialogo non vale anche per loro?

Troppe domande senza risposta.

 

1 75 76 77 78 79 80 81 1.214