Se Vladimir Putin ci guarda negli occhi

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di Marco Bordoni

Fonte: lettere da Mosca

“Russia, dove stai volando, dà una risposta! Non dà risposta.” diceva a suo tempo Gogol. Non è proprio così. La risposta la dà eccome. Certo, non è una risposta che ci piace, quella di Putin. Ma il fatto che non siamo disponibili a considerarla seriamente non la rende meno chiara. Capire le intenzioni dei Russi è facile. Basta ascoltarli ed osservarli con attenzione. “Sappiamo che la disintegrazione del nostro stato è una possibilità e ne stiamo discutendo apertamente”, dice Sergej Karaganov, presidente del Consiglio di Difesa e Politica estera russo, e prosegue: “gli obiettivi [dei nostri avversari] sono cambiati: prima erano la deterrenza e il contenimento, ora il collasso della Federazione”. Il primo dato è, quindi, che le elite russe sono consapevoli della natura esistenziale dello scontro in atto.
Secondo: la Russia si prepara alla guerra almeno dal 2020. Letta retrospettivamente, la riforma costituzionale, specialmente nella sua componente ideologica, ha un senso chiaro: fornire lo strumento tecnico-politico necessario alla svolta securitaria e alla translazione del campo politico verso la blindatura patriottica indispensabile alla guerra. Anche la narrativa di Vladimir Putin, concentratasi in maniera quasi ossessiva sulla storia del Paese (non solo sulla Grande Guerra Patriottica, il cui culto civile è stato addirittura costituzionalizzato, ma anche sui grandi statisti e condottieri che ne hanno segnato le fortune, come Aleksandr Nevsky, Pietro, Alessandro III, Caterina…) è eloquente: si tratta di un appello alla nazione perché attinga alle esperienze e alle forze morali del passato per affrontare una prova decisiva.
Terzo: la Russia di oggi, politicamente parlando, è letteralmente un altro
Paese rispetto a quello che siamo stati abituati a conoscere dal 2000 ad oggi: l’equilibrio storico fra siloviki e oligarchi è rotto e il consenso della dirigenza si è ricomposto sulla scelta “epocale” dello scontro con gli ex partner occidentali: “L’era della cooperazione con l’Occidente è finita”, ha comunicato il ministero degli Esteri il 3 agosto scorso, “non ci sarà mai un ritorno alla situazione come era prima del 24 febbraio nelle relazioni con gli Stati Uniti e l’Europa”. Ponti bruciati alle spalle per esorcizzare lo spettro del ripensamento che potrebbe far vacillare una decisione coraggiosa ma anche azzardata. Forse temeraria.
Dopo il 24 febbraio il patriottismo è diventato mainstream e andare contro corrente per un funzionario è un suicidio politico. In una monografia uscita l’ anno scorso per ISPI, Andrey Kolensnikov (Carnegie Institute di Mosca) scorreva la lista degli esponenti liberali “superstiti” in posizioni potere in Russia (i cosiddetti sys-lib) dal titolo significativo: who is dead, who is alive? La rassegna comprendeva i soliti nomi che si fanno in questi casi: Elvira Nabiullina, governatrice della Banca Centrale; Aleksej Kudrin, presidente della Corte dei Conti; Sergey Kirienko, primo vicecapo dell’ Amministrazione Presidenziale (addetto alla supervisione del sistema politico), e il vicepresidente del Consiglio di Sicurezza Dmitry Medvedev. L’ analista concludeva sfiduciato che, pur ricoprendo incarichi di altissima responsabilità, questi “liberali” non avrebbero potuto esercitare un influsso (secondo lui) positivo sul corso politico russo essendo vittime della “trappola tecnocratica”: avendo accettato un ruolo puramente tecnico in un sistema di potere illiberale, hanno le mani legate.
Nel giro di pochi mesi l’analisi è diventata materiale di interesse archeologico. Oggi gli ex “campioni” liberali non si limitano certo a un ruolo passivo ma, con la sola possibile eccezione di Kudrin, sgomitano per conservare il posto e rilanciare la carriera nel nuovo clima politico, non senza gettare un’occhio alla carta di identità del Capo. A cominciare da Elvira Nabiullina, che “non fa quello che va fatto, ma quello che dice Putin”, osserva sconsolato l’economista Konstantin Sonin. Sonin, dalla sua cattedra di Chicago, discute con Radio Svoboda se la collega meriterebbe (dopo la caduta del “regime”, ovviamente) un processo come quello di Norimberga (risposta: sì perché, argomenta il docente, lei ora lavora attivamente per far funzionare l’economia di guerra russa).
L’ ex Presidente Dmitry Medvedev, logorato da anni di governo contrassegnati da crisi e stagnazione, sembrava finito non più tardi di sei mesi fa, ma ora cerca una seconda giovinezza politica reinventandosi falco. Per come la vede lui, la vicepresidenza del Consiglio di Sicurezza non è una casa di riposo dorata ma un trampolino dal quale rilanciarsi, postando sul canale Telegram e sui social dichiarazioni al vetriolo: dalla minaccia di risposta militare al blocco di Kaliningrad, alle mappe futuribili dell’ Ucraina dopo il conflitto (Kiev e dintorni),  alle vere e proprie invettive rivolte contro gli esecrati (ex) partner occidentali (“li odio, sono bastardi degenerati”). Era portato in palmo di mano da Biden e Brzezinski, che speravano in un suo secondo mandato, osserva maligno Aleksandr Dugin, ora “scarabocchia instancabilmente post ultra-patriottici e smaccatamente imperiali sui social network” concludendo: l’archeomodernità  del nuovo conservatorismo trionfa.
Quanto a Kinder Surprise (aka Kirienko Sergey), il protetto di Boris Nemtsov, l’uomo che da Primo Ministro nominò un certo Vladimir Putin a capo dell’ FSB e che in seguito (2005) venne salvato dal naufragio del cartello liberale Unione delle Forze di Destra da una mano (nemmeno tanto) invisibile che lo sollevò per porlo a capo di Rosatom: dal 2016 quest’uomo che tutti descrivono come gentile, preciso, efficiente e capace di creare gruppi di lavoro, che dà del tu a Putin quando parlano della comune passione per le arti marziali, questo funzionario apparentemente grigio ma segretamente ambizioso, ingegnerizza il consenso del corso putiniano nella veste di Primo Vicecapo dell’ Amministrazione Presidenziale con delega agli Affari Interni. È stato lui ad offrire al Sovrano il doppio + 70% (affluenza – approvazione) della Riforma Costituzionale. Oggi è il moderno Potemkin: sta a lui trasformare in Russia i territori ucraini occupati.
Oggi il Carnegie Institute di Mosca, per cui lavorava Andrey Kolensnikov, non esiste più. Kolesnikov continua a lanciare strali contro l’invasione su Foreign Affairs mentre il Direttore Dmitry Trenin si è schierato della parte delle autorità, attaccando “I russi che se ne sono andati e quelli contrari alla guerra” che “hanno scelto di opporsi al loro Paese, contro il loro popolo, in tempo di guerra”. Aggiungendo con rammarico: se Washington avesse acconsentito alle richieste di Putin di promettere che l’Ucraina non avrebbe mai aderito alla NATO, sostiene Trenin, la guerra avrebbe potuto essere evitata. Ora, il conflitto tra Russia e Occidente “probabilmente continuerà per il resto della mia vita“.
Tutto questo potrebbe stupire gli ingenui e i distratti che non abbiano notato quanto gli indirizzi politici generali siano potenti nel condizionare le traiettorie individuali. O non si sono forse visti, dalle nostre parti, dirigenti già “comunisti” e “rivoluzionari” tessere, dopo pochi anni, le lodi della “mano invisibile del mercato” e sindacalisti passare con disinvoltura della difesa dei lavoratori a quella, anche più appassionata, dei vituperati capitalisti? Gli uomini si chinano al soffiare del vento della Storia e il vento impetuoso della guerra ha trasformato in pochi mesi la Russia indurendo e impoverendo il panorama politico.
Tornando alle intenzioni russe, che stiamo ricostruendo. Resta da trattare il quarto e ultimo punto, che riguarda l’Ucraina. La posizione di Mosca è stata non solo teorizzata nella famosa “enciclica” del luglio 2021 ma anche ripetutamente illustrata (ne ho parlato qui) nelle sue più prosaiche implicazioni: “Se una repubblica” (è Putin che parla) “entrando a far parte dell’URSS, avesse ricevuto un’enorme quantità di terre russe, tradizionali territori storici russi, e poi avesse deciso di lasciare questa Unione, avrebbe dovuto andarsene con quello con cui è entrata. E non portarsi via i regali del popolo russo!”. In sostanza: Ucraina è l’Etmanato nei confini del Seicento, non le regioni meridionali e orientali strappate ai Turchi dagli zar. Quelle sono Russia.
Vanno evidenziati due dettagli molto importanti. Il primo: invadendo il Paese vicino la Russia non ha creato un Governo fantoccio. Nei primi giorni si parlò di riesumare Yanukovich, o di creare un governo provvisorio a Melitopol’ con a capo qualche figura di secondo piano come Oleg Zarev, e magari un “esercito ucraino” che si affiancasse alle forze russe. La propaganda avrebbe potuto lanciare al popolo ucraino il messaggio: non abbiamo nulla contro la vostra identità nazionale. Il nemico non siete voi, è il vostro Governo.
Come sappiamo, nulla di tutto questo si è realizzato. Non c’è una “Ucraina pro russa” nei piani di Putin. C’è (lo si è visto nella breve tornata negoziale di marzo) un’Ucraina sconfitta, ridimensionata territorialmente e militarmente. Ma quanto al Governo di quello che rimarrà a Kiev, Lavrov lo ha detto e ripetuto: non sono affari nostri. Secondo dettaglio: il referendum. Ormai sono troppi gli indizi  che indicano la volontà di tenere questa consultazione destinata a fornire una precaria cornice legale per la successiva annessione. Evgeny Balitsky, il “governatore” della parte controllata dai Russi della regione di Zaporozhye, ha già annunciato che il referendum si terrà, anche se non ha fissato la data.
Se le regioni del Sud verranno davvero annesse, questo porrà un macigno sulle possibilità di negoziare qualsiasi restituzione, essendo la cessione di territori nazionali vietata dalla riforma costituzionale del 2020. Inoltre, la necessità stessa di forzare Kiev alla resa ed all’accettazione del fatto compiuto indurranno Putin e i suoi a tentare ulteriori espansioni (ho cercato di spiegare questo meccanismo lo scorso marzo),  che allo stato non paiono possibili, ma che potrebbero divenire tali (nei calcoli russi) in seguito all’atteso collasso ucraino nella guerra di attrito: Kharkov e Odessa. Anche su questo punto, basta ascoltare i Russi, segnatamente Lavrov: “Non sono solo Donetsk e Luhansk, sono Kherson, Zaporizhzhia e una serie di altri territori. E questo è un processo continuo, coerente e costante”.
Manca un tassello importante, ed è: come convincere gli Ucraini delle zone occupate a farsi Russi. E qui la risposta può essere identificata in un programma più semplice a dirsi che a farsi: invertire il processo di “nazionalizzazione” portato avanti, prima timidamente, poi a marce forzate, dai Governi dell’Ucraina indipendente. La pratica di “acculturazione forzata, imposta da una società dominante a una più debole, la quale in tal modo vede rapidamente crollare i valori sociali e morali tipici della propria cultura e perde, alla fine, la propria identità e unità” ha un nome in antropologia: etnocidio. Ed è precisamente quello che abbiamo visto succedere in Ucraina negli ultimi anni. Putin ha torto (e, da giurista, non può non esserne consapevole) quando accusa gli Ucraini di genocidio  ma parlare, per il periodo 2014 – 2022 di tentativo di etnocidio dei Russi di Ucraina (e di bombardamenti terroristici a Donetsk) non è fuori luogo.
I valori di riferimento di chi si sentiva russo sono stati banditi da  ogni aspetto della vita pubblica (toponomastica, memorialistica, festività etc…) nell’istruzione e nel discorso pubblico: le espressioni culturali e politiche represse con efficienza, talvolta con brutalità. Menzione particolare, per la profondità dei sentimenti scossi, la creazione in vitro, da parte di Poroshenko, della chiesa “autocefala” nazionale, con tanto di “santa coercizione” per condurre all’ovile nuovo di zecca le pecorelle smarrite. Le comunità russofone sono state sottoposte ad uno shock culturale con appelli a (frase idiomatica) “uccidere il russo in loro” e politiche tese a “formattarle” per installarvi coordinate identitarie, politiche, etiche ed estetiche diverse. A chi non concordava una sola possibile alternativa: “valigia, stazione, Russia” (altra espressione idiomatica). Ora, nei territori occupati, la musica si inverte: i simboli non solo dei battaglioni “punitivi” ma anche della stessa statualità ucraina sono platealmente rimossi, sostituiti da statue di Lenin, bandiere “della vittoria” e russe, araldica dei tempi dello zar. Non c’è nemmeno bisogno di invitare i dissidenti ad andarsene, “valigia, stazione, Kiev”: ci hanno già pensato, a far terra bruciata, le bombe e la paura, ben fondata, per i patrioti ucraini, dell’arrivo dei Russi. Restano nelle retrovie unità di sabotatori, che creano alle truppe di Mosca non pochi problemi.
In un ambiente di frontiera permeabile come quello del Sud-Est ucraino, in cui l’humus cultural-identitario è neutro e fertile, in cui il senso di appartenenza nazionale è un costrutto recente, che interseca le linee di separazione sociali, linguistiche e religiose, e in cui solo una parte minoritaria della popolazione ha una identità ben polarizzata mentre la maggioranza “si adatta” per tirare a campare, facendo buon viso a cattivo gioco, il condizionamento ha funzionato tanto bene che alla fine i Russi (intesi come Stato) si sono sentiti costretti ad una scelta estrema: o perdere per sempre territori che considerano, a torto o a ragione, un loro retaggio ancestrale, o riprenderne il controllo con la violenza per (tentare di) invertire il processo. E pazienza se, nel tentativo, il pomo della discordia dovesse restare schiacciato.
All’ attuazione pratica di questa seconda guerra di conquista, diretta ai cuori e alle menti, deve pensare Sergey Kirienko, il manipolatore, che sta portando nella Novorussia l’approccio tecnocratico con il quale si è guadagnato la fiducia di Putin: uomini nuovi, specialisti, insegnanti russi, portati nelle terre controllate da Mosca dalle più remote regioni, assieme ad adeguati investimenti, in un clima di mobilitazione nazionale, per gestire la ricostruzione materiale ma soprattutto identitaria dei nuovi territori.  E l’odio della guerra? Le guerre si dimenticano, pensano (e dicono) i Russi. Si pensi ai Ceceni: venti anni fa nemici irriducibili, oggi in prima linea a fianco a noi. Si pensi a Giapponesi, Tedeschi, Italiani: a suo tempo bombardati dagli Americani, oggi vassalli fedeli. È un approccio brutale, che ricorda i tempi dell’assolutismo: “Gli uomini non meritano la verità”, scriveva Federico il Grande a Voltaire, proseguendo: “Sono un branco di cervi nel parco di un grande nobile, che non servono ad altro che a riprodursi, per popolare il parco”. Ma se vogliamo essere onesti fino in fondo dobbiamo ammettere che è la medesima logica messa in atto dai governi maidanisti e dai loro sponsor occidentali.
Identificate in questo modo, con pochi margini di errore, le caratteristiche e le modalità del programma russo, ci sarebbe da definire e calibrare le nostre possibili risposte. Nostre, dei Governi cosiddetti “occidentali”, fronte eterogeneo che comprende, ovviamente, chi i conti non sa o ha rinunciato a farli e altri che, invece, li sanno fare da tempo, e molto bene. Comunque è chiaro che alle iniziative russe ci opporremo. John Kirby lo ha già detto: le annessioni non rimarranno impunite. Benissimo. Del resto, in tutta questa faccenda, quando mai, da parte occidentale, si è vista un’ apertura?
Il 21 febbraio 2014 abbiamo rifiutato di ripristinare il quadro delle istituzioni democratiche ucraine, costringendo gli insorti a rispettare l’accordo con Yanukovich. L’inchiostro dell’accordo era ancora fresco, le firme dei garanti (Polonia, Francia, Germania), pure. Sarebbe stato un piccolo sacrificio, visto che l’ opposizione avrebbe comunque, di lì a poco, vinto le elezioni in un quadro legale, come era successo nel 2004. Poi abbiamo rifiutato di riconoscere i diritti all’autodeterminazione della comunità russa della Crimea e i diritti della Russia sulla penisola (che pure erano giuridicamente ben più fondati di quelli, da barzelletta, che Putin accampa per i nuovi territori occupati oggi). Sempre nella primavera del 2014 Mosca iniziò a soffiare sul fuoco della guerra civile in Donbass e chiese che venisse consentito il decentramento dell’Ucraina, una versione molto più blanda e incruenta di quello a cui aspira oggi. Richiesta respinta, non si sa bene perché.
Poi abbiamo rifiutato (“fermamente” come si dice in questi casi) di costringere Kiev ad applicare gli Accordi di Minsk, fingendo che fossero solo i Russi a violarli. La prima cosa da fare, trattato alla mano, dopo il cessate il fuoco, erano negoziati diretti fra Governo e separatisti. Kiev ha detto quasi subito che non ci pensava nemmeno. Eppure per anni i nostri politici hanno continuato a invitare Putin ad applicare gli accordi.
Ci avviciniamo ai giorni nostri. Poco prima dell’ inizio delle operazioni militari russe, quando già la diplomazia pattinava su un ghiaccio assai sottile, abbiamo respinto le richieste di Putin di accantonare la politica delle “porte aperte” per la NATO e di “finlandizzare” l’Ucraina (anzi, poco dopo l’inizio della guerra, praticamente senza alcun dibattito, abbiamo “ucrainizzato” la Finlandia). E oggi stiamo, nei fatti, assecondando le ardite speranze di Zelensky di vincere la guerra con Mosca, respingendo come folle questa soluzione “Coreana” che la Russia sembra preparare in punta di baionetta. Comprensibile, per carità: quello che stanno facendo i Russi non è uno spettacolo per stomaci delicati. Ma si noti: a ogni salto dell’escalation il prezzo (politico, economico e morale) del compromesso è sempre più alto. L’interlocutore sempre più ostile. Non ci piaceva parlare con la Russia del 2014, ancor meno ci piace farlo con quella di oggi. Ma non siamo a una festa, in cui si può parlare solo con quelli che ci stanno simpatici. Il tema è: non parliamo oggi perché pensiamo che la Russia di domani sarà più amichevole? Su quali basi? Oppure pensiamo si possa continuare a tirare dritto ignorando le loro richieste?
Gli Americani pensano di riuscire a controllare il processo, e pensano che fino a che non si va troppo in là, la cosa può anche fargli gioco. E va bene. Ma noi? Diseducati alla politica estera, avendo vissuto tutte le nostre vite sotto tutela, in un mondo in cui nessuna potenza ha mai avuto la forza di presentare all’alleanza occidentale il conto della sua intransigenza  e dei suoi errori, siamo diseducati all’ascolto e al compromesso. Ci facciamo spingere per inerzia verso il momento terribile in cui potremmo trovarci davanti alla prospettiva di un coinvolgimento diretto o a quella di una resa disonorevole in una guerra in cui abbiamo investito troppo, e perso moltissimo, senza nemmeno aver discusso se valesse la pena combatterla, e senza prendervi parte.
Eppure le dinamiche dei rapporti di potenza ci suggeriscono che almeno su questo punto Putin potrebbe aver ragione: la supremazia del “miliardo d’ oro” è agli sgoccioli. L’epoca delle scelte senza conseguenze, dell’intransigenza gratis come posa, dell’obbedienza docile e irriflessiva all’alleato, nella cieca fiducia del suo ombrello protettivo, sta per finire per sempre.

Il necroforo dei suicidi

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di Antonio Catalano

Il necroforo dei suicidi

Fonte: Antonio Catalano

Noi in Italia abbiamo un signore, Marco Cappato, che orgogliosamente rivendica di accompagnare in Svizzera persone dove legalmente accedono al “servizio” di suicidio assistito. Missione di Cappato: garantire il “diritto assoluto di morire”. A prescindere dall’esistenza stessa di una malattia. Secondo Cappato lo Stato deve garantire il diritto di uccidersi o di essere ucciso in modo “degno”, cioè secondo certi protocolli medico-sanitari. L’ultimo caso (2 agosto) riguarda una paziente malata di cancro, non una persona dipendente da “sostegni di trattamento vitale”, condizione posta dalla Corte Costituzione dopo il caso Fabo. Cappato ritiene che questa condizione sia “discriminatoria” verso quei malati che non dipendono da alcun sostegno di trattamento vitale. Cappato quindi, con questo ultimo viaggio in Svizzera, ha voluto fissare l’asticella un po’ più in alto: perché si reinterpretino le condizioni della Corte Costituzionale perché, anche IN ASSENZA DI DIPENDENZA DA TALI SOSTEGNI VITALI, si possa aspirare al suicidio assistito. Cappato fa parte di quel partito che, molto giustamente, Gianluca Marletta definisce il più iniquo fra tutti i partiti italiano: il Partito Radicale.
Andiamo in Canada. Abbiamo qui a disposizione il rapporto annuale che riguarda l’applicazione della legge sulla morte medicalmente assistita. I dati sono inquietanti. Nel 2021 si sono registrati 10.064 decessi assistiti. Di questi 1.740 riguardano persone che hanno chiesto e ottenuto l’eutanasia o il suicidio assistito solo perché soffrivano di solitudine e isolamento. Faccio presente che il Canada l’anno scorso (2021) ha approvato la nuova legge con un emendamento per aprirla anche a depressi e malati mentali. “Uccidiamoli così non dovranno suicidarsi”. I malati di mente già possono accedere alla morte assistita.
In questo nostro mondo, nel quale avanza la disgregazione delle forme associate, nel quale la famiglia, cellula primaria della comunità umana, è letteralmente aggredita perché non consona alle transumane leggi del capitalismo della sorveglianza, l’individuo deve sballarsi e divertirsi finché fa mercato, finché è prestante, poi deve semplicemente togliersi dai coglioni; e se si sente solo, depresso o escluso sappia che può tranquillamente levare il disturbo: ci pensa lo Stato-Cappato.

Il Centrodestra si organizzi come partito dei conservatori senza ambiguità

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/08/15/il-centrodestra-si-organizzi-come-partito-dei-conservatori-senza-ambiguita/

LA FORTUNA DEL PD È IL NON VOTO

ll paradosso del Pd è nel nome. Il Partito Democratico riesce a vincere le elezioni quando la democrazia è a bassa intensità. Il suo più grande alleato non è il “campo largo”, con lo sguardo che abbraccia i grillini in frantumi, o con le scorribande verso un centro radical chic con Calenda e Di Maio in cerca d’autore. La fortuna del Pd è il non voto. È la fuga di chi non sa più a che santo votarsi, la disillusione, lo scetticismo, la sfiducia.

Oggi il Pd è erede del Partito Comunista Italiano, senza che nessuno chieda mai pubbliche scuse per i finanziamenti dalla Russia di Stalin, per l’appoggio all’invasione sovietica di Praga, per i 90 milioni di morti prodotti nel mondo in nome del comunismo, per la strage delle foibe. Al contrario, FdI è sempre sotto processo e deve, come un mantra, chieder perdono per il Fascismo, morto da 80 anni, ed esistente solo nella mente di Paolo Berizzi. Il bello è che Meloni lo fa, Letta no. I padri costituenti, riunitisi a Regime terminato da poco, furono di gran lunga più onesti intellettualmente nel porre la questione fascista come “disposizione transitoria”.

L’arroganza della plutocrazia l’ha trasformata, di fatto, in definitiva, ma nel 1946 si pensava che bastasse una clausola a tempo determinato, probabilmente a reduci deceduti. Lo spauracchio serve, invece, alla sinistra per sbandierare la paura del fantasma, ad ogni campagna elettorale.

Sarebbe sacrosanto non abbassare mai, nonostante le pressioni, il proprio livello alla sudditanza politica e culturale nei confronti di una sinistra, che soprattutto in passato, non fu certamente esempio di tolleranza e democrazia, e che, ad oggi non ha mai sentito la necessità di scusarsi per il torbido passato delle collusioni, anche economiche, col Maresciallo Tito e con i sovietici di Stalin.

Che fine ha fatto il dossier Mitrokin? Di chi furono le responsabilità? Chi ha pagato di fronte alla giustizia per quei fondi illeciti? E’ un po’ come Tangentopoli. Nessuno si è mai scusato per le ruberie di quegli anni; l’unico sostanzialmente illeso fu il PCI, poi PDS, che il pool di Di Pietro non toccò, come fosse la verginella del Parlamento.

Oggi il Pd è più atlantista di Biden, laddove l’atlantismo pare una professione di fede verso un dogma religioso. Servirebbe un po’ di coraggio per saper criticare gli USA e la loro creatura, soprattutto quando inventano guerre in giro per il mondo a spese dei Paesi dell’alleanza. L’unico sussulto di sovranità nazionale l’ebbe Bettino Craxi, a Sigonella, nel 1985. Nella NATO si può stare con un ruolo determinato oppure subordinato o da servi. Perché l’Italia deve sempre professare il suo asservimento alle decisioni di altri?

Se il sovranismo diventa servilismo a stelle e strisce, l’elettore non capisce che differenza passi tra Letta e il centrodestra. Un’altra importante questione riguarda l’orizzonte valoriale del centrodestra, che se assomiglia a quello di Sinistra italiana o di +Europa, confonde e dunque diventa difficile rispondere alla domanda dove sia la differenza tra Berlusconi e Emma Bonino.

Su aborto, eutanasia, utero in affitto, “matrimoni” omosex, insegnamento gender nelle scuole, la coalizione dei conservatori si vorrebbe solida e compatta sull’adesione all’identità cristiana e, per conseguenza alla Dottrina Sociale della Chiesa. Ecco che allora, un serio centrodestra di governo non può essere cristiano e liberale allo stesso tempo. L’hanno capito (meglio tardi che mai) i vari Brunetta, Carfagna, Gelmini, Elio Vito ed altri, che, infatti, si sono trasferiti a sinistra, dove l’area liberal è a casa. Con una vera e marcata differenziazione, che già in parte c’è sul piano economico, sebbene la marginalizzazione di Giulio Tremonti non faccia il bene del centrodestra né del Paese, si andrebbe al voto dando la chiarezza a tutti quegli elettori di centrodestra delusi, che pensano di optare per i cosiddetti partiti “antisistema”. (operazione politica delle Sinistra, che, infatti, ha piazzato in ogni lista dei capibastone di area progressista, così da recuperare in Parlamento il cosiddetto voto no vax, no green pass ecc.)

In questa Italia in perenne crisi, la coalizione dei conservatori che non professa principi fondamentali comuni, tenute conto le regole della legge elettorale, e osservando il “mucchio selvaggio” che stanno costruendo i progressisti, può permettersi di lasciare almeno un 3% dei voti di protesta ai nuovi grillini improvvisati, privi di idee, uomini esperti e programmi?

Uno sguardo sulla politica, un’occhiata sulla società e sulla Chiesa

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LA RECENSIONE

di Angelica La Rosa

ARRIVA “PATRIA E IDENTITA’”, IL NUOVO LIBRO DELL’AVVOCATO GIANFRANCO AMATO E DI MATTEO CASTAGNA

Per le Edizioni Solfanelli di Chieti è uscito ieri “PATRIA E IDENTITÀ” (152 pagine, € 12), il nuovo libro dell’avvocato Gianfranco Amato. Presidente dei Giuristi per la Vita, e di Matteo Castagna, Responsabile nazionale del Circolo “Christus Rex”.

Gianfranco Amato e Matteo Castagna sono due cattolici militanti che, con lo studio, la preghiera e l’azione, vogliono contribuire a mantenere viva la fiaccola della Tradizione e rilanciare l’Identità classico-cristiana dell’Europa contro i dogmi del Pensiero Unico.

Nella Primavera del 2021 è nata l’idea di questo libro che si divide in tre parti: “Uno sguardo sulla Politica”, “Un’occhiata sulla Società”, “Una sbirciata sulla Chiesa”.

Gianfranco Amato e Matteo Castagna alternano i capitoli inerenti le tre parti, firmando ciascuno il suo. Ne esce un testo controcorrente rivolto a tutti, credenti e non, per riflettere sull’attualità, sul ruolo della Religione, sulla fondamentale necessità del pensiero integralmente cattolico per smontate i falsi miti di una post-modernità che ha sostituito Dio con il denaro, la patria con il mondialismo globalista contro l’interesse dei popoli e la famiglia con la società fluida, priva di identità.

Accessibile a tutti, per scorrevolezza e semplicità, “Patria e identità” è un testo controcorrente, politicamente scorretto, che nelle sue 152 pagine, che si avvalgono della presentazione dell’avvocato Andrea Sartori, offre saggi snelli e chiari dei due pensatori cattolici italiani controcorrente.

I due autori, come detto, si alternano nei capitoli che compongono le tre parti del testo. Pur essendo entrambi cattolici, fedeli alla Tradizione, in questo modo hanno voluto sottolineare la differenza di sensibilità su temi importanti, lasciando al lettore la piacevolezza della meditazione su tematiche non ancora definite o definitive, ma anche la concordanza di vedute sulla maggioranza degli aspetti trattati.

Amato e Castagna, talvolta con ironia e talvolta con implacabili stoccate, tipiche loro caratteristiche, smontano i falsi miti della post-modernità e cercano di fornire anche la medicina ai mali del tempo presente, che non si compra in farmacia ma si costruisce pian piano attraverso il metodo di San Filippo Neri…

Il testo, fino al 15 Agosto, è disponibile su ordinazione presso il sito web della casa editrice o tramite la mail della stessa edizionisolfanelli@yahoo.it  Poi sarà ordinabile anche presso le migliori librerie, sulle piattaforme internet o contattando gli autori.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2022/08/06/uno-sguardo-sulla-politica-unocchiata-sulla-societa-e-una-sbirciata-sulla-chiesa/

L’Occidente collettivo è sull’orlo del precipizio

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di Alexei Zotiev

Fonte: controinformazione

Negli ultimi anni molte persone, assolutamente sconnesse e seguaci
di piattaforme ideologiche completamente diverse, hanno la sensazione che tutto quello che sta accadendo, anche di scala seria, sia solo un precursore di qualcosa di più globale. Mentre le prime previsioni di una guerra mondiale su vasta scala erano percepite con più che scetticismo, oggi un potenziale “super-conflitto” non sembra più impossibile.

Il desiderio stesso di trascinare la Russia in un conflitto a tutti gli effetti sul territorio dell’Ucraina era già irto di un grande pericolo, poiché le possibilità che forze piuttosto serie sarebbero state trascinate in questa “guerra locale” erano massime. In linea di principio, questo è ciò che è successo.

Oggi, nonostante l’assenza di un contingente ufficiale di truppe della NATO, i rappresentanti di tutti i paesi del blocco occidentale sono presenti sul territorio ucraino e l’equipaggiamento europeo e americano viene utilizzato abbastanza apertamente sui campi di battaglia e viene persino utilizzato per bombardare città pacifiche nelle repubbliche del Donbas. In linea di principio, oggi nessuno ha paura di dire ad alta voce che la Russia e l’Occidente “democratico”, che cerca di rimodellare lo spazio post-sovietico a sua somiglianza, si sono uniti in una battaglia sul territorio della longanime Ucraina.

Il conflitto in Ucraina può trasformarsi in uno scontro su vasta scala tra i due mondi? Teoricamente, ovviamente, una tale possibilità esiste, poiché la Russia viene spinta a fondo in uno scenario del genere, ma la prudenza della leadership del nostro paese è ancora il principale ostacolo allo scoppio di una guerra mondiale su vasta scala. Sebbene, in linea di principio, in un diverso insieme di circostanze, potremmo ragionevolmente lanciare attacchi su quei territori dai quali armi, munizioni e mercenari vengono forniti all’Ucraina. Ma gli obiettivi dell’operazione militare speciale sono stati chiaramente definiti e negli ultimi cinque mesi Mosca non si è discostata da essi per gradi, per quanto chiunque lo desideri.

Missili USA in Ucraina

Dal punto di vista della logica mondana e attuale, l’Occidente collettivo deve essere felice di un tale scenario di sviluppi. La Russia è coinvolta nelle ostilità, non sono europei e americani ma ucraini a morire sul campo di battaglia, e tutto ciò che sta accadendo sta mettendo a dura prova l’economia russa, che ipoteticamente dovrebbe causare se non una profonda depressione, quindi abbastanza stabile e stagnazione persistentemente pronunciata. Non è lo scenario migliore per scoraggiare e logorare un potenziale avversario geopolitico?

Ma nonostante gli sviluppi positivi, in linea di principio, in Ucraina per l’Occidente, la minaccia di uno scontro su vasta scala tra due mondi, con la Russia come centro convenzionale dell’uno e gli Stati Uniti come l’altro, rimane più che realistica. E il motivo delle tensioni piuttosto stabili è proprio l’America e la sua politica difficile da analizzare.

Inondando l’Ucraina di armi e spingendola ad azioni più attive sui “fronti”, compresi quelli di natura offensiva, l’Occidente collettivo per qualche ragione ha spostato nettamente la sua attenzione verso l’Asia, sul cui territorio sta cercando di innescare un conflitto che in futuro, sia nella sua portata che nelle sue conseguenze, metterà in ombra il confronto tra Mosca e Kiev che si sta svolgendo sul territorio dell’Ucraina.

La guerra Cina-Taiwan, che gli alti funzionari statunitensi hanno cercato di provocare negli ultimi giorni, sarà più globale e distruttiva dell’operazione militare speciale della Russia in Ucraina. E sembra che questo conflitto, come quello tra Corea del Sud e Corea del Nord, che pure non sembra più improbabile, sia nei piani immediati del Campidoglio.

È difficile vedere come, in caso di scontro tra Cina e Taiwan, o addirittura tra Corea del Nord e del Sud, l’America possa restare in disparte e limitarsi all’assistenza militare, economica e consultiva in un territorio che la Cina considera suo possedimento. L’economia statunitense potrebbe essere in grado di resistere alla tensione di due grandi conflitti, ma chi può garantire che Russia e Cina si sentiranno a proprio agio in uno scenario in cui lo stato che ha innescato il conflitto globale non è un partecipante diretto?

Missili russi Iskander

Cercando di testare il potenziale militare ed economico di Russia e Cina, cercando di legarle ai conflitti locali, l’Occidente collettivo in generale, e gli Stati Uniti in particolare, stanno letteralmente camminando sull’orlo di un precipizio, non rendendosi conto che nell’attuale realtà sia Russia, Cina e Corea del Nord possono colpire punti decisionali, che non si trovano affatto sul territorio di Ucraina, Taiwan e Corea del Sud.

Il fatto che l’Occidente collettivo abbia deciso di alzare la posta e accendere qualche altro fuoco sulla mappa del mondo suggerisce che l’avventura in Ucraina non ha avuto i risultati prevedibili. Ma non è ovvio che questo gioco non sta andando secondo le regole inizialmente dichiarate dalla dirigenza statunitense? Non è ovvio che tali azioni conducano alla formazione di un nuovo blocco economico e militare che non è in alcun modo inferiore nella sua potenza alla coalizione filoamericana che, pur rivendicando il dominio del mondo, di fatto ha sopravvalutato le proprie capacità e collocato il mondo sull’orlo di un nuovo conflitto globale che sarà sicuramente vinto da una sola parte?

Segodnia. Ru (News Front)

Come il Pentagono usa un programma segreto di guerre per procura

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di Nick Turse e Alice Speri

Piccole Squadre delle forze delle operazioni speciali statunitensi sono impegnate in un programma di guerra per procura di basso profilo su scala molto più ampia di quanto precedentemente noto, secondo documenti esclusivi e interviste con più di una dozzina di funzionari governativi attuali e precedenti.

Mentre The Intercept e altri organi di stampa hanno precedentemente riferito dell’uso da parte del Pentagono dell’istruzione segreta 127e in diversi paesi africani , un nuovo documento ottenuto attraverso il “Freedom of Information Act” offre la prima conferma ufficiale che almeno 14 programmi 127e erano attivi anche nel Medio Oriente e regione Asia-Pacifico nel 2020. In totale, tra il 2017 e il 2020, i comandi statunitensi hanno condotto almeno 23 programmi 127e separati in tutto il mondo.

Un altro ex alto funzionario della difesa, che ha chiesto l’anonimato per discutere di un programma riservato, ha confermato che una versione precedente del programma 127e era stata schierata anche in Iraq. Un programma 127e in Tunisia , nome in codice Obsidian Tower, che non è mai stata riconosciuta dal Pentagono o precedentemente identificata come un uso dell’autorità 127e, è risultata in un combattimento da parte delle forze statunitensi insieme a delegati locali nel 2017, secondo un’altra serie di documenti ottenuti da The Intercept. Un terzo documento, una nota segreta che è stata redatta e declassificata per la pubblicazione su The Intercept, fa luce sulle caratteristiche del programma, compreso l’uso dell’autorità per fornire accesso ad aree del mondo altrimenti inaccessibili anche alle truppe statunitensi più elitarie.

Guerra per procura globale

Le origini del programma 127e possono essere fatte risalire ai primi giorni della guerra degli Stati Uniti in Afghanistan, quando i commando e il personale della CIA cercarono di sostenere l’Alleanza del Nord afghana (il Fronte islamico unito per la salvezza dell’Afghanistan, conosciuto in Occidente anche come Alleanza del Nord) nella sua lotta contro i Talebani. Il Comando per le Operazioni Speciali dell’esercito si rese presto conto di non avere l’autorità per fornire pagamenti diretti ai suoi nuovi alleati e fu costretto a fare affidamento sui finanziamenti della CIA.

Questo ha spinti il Socom  a garantire la capacità di sostenere le forze straniere nelle cosiddette missioni, come corollario militare dell’uso da parte della CIA dei gruppi di miliziani. Conosciuta inizialmente come Sezione 1208, l’autorità è stata utilizzata anche nei primi anni dell’invasione dell’Iraq, secondo un ex alto funzionario della Difesa. Alla fine è stata inserita nella legge degli Stati Uniti sotto il titolo 10 § 127e del Codice degli Stati Uniti.

Il 127e è una delle numerose autorità praticamente sconosciute concesse al Dipartimento della Difesa dal Congresso negli ultimi due decenni, che consentono ai commando statunitensi di condurre operazioni ai margini della guerra e con una minima supervisione esterna. Mentre il 127e si concentra sull’”antiterrorismo”, altre autorità consentono alle forze d’élite – tra cui i Navy SEAL, i Berretti Verdi dell’Esercito e i Marine Raider – di condurre operazioni clandestine di intelligence e controspionaggio o di assistere forze straniere in guerre irregolari, principalmente nel contesto della cosiddetta competizione tra grandi potenze. In aprile, i vertici delle Operazioni Speciali hanno presentato un nuovo progetto di “Visione e Strategia” che sembra sostenere la continuazione del concetto di 127e, facendo leva su “partenariati per la condivisione degli oneri per raggiungere gli obiettivi con un livello di rischio accettabile”.

Il generale Richard D. Clarke, attuale comandante delle Operazioni Speciali, ha testimoniato al Congresso nel 2019 che i programmi 127e “hanno portato direttamente alla cattura o all’uccisione di migliaia di terroristi, hanno interrotto le reti e le attività terroristiche e hanno negato ai terroristi lo spazio operativo in un’ampia gamma di ambienti operativi, a una frazione del costo di altri programmi”.

Le affermazioni di Clarke non possono essere verificate. Un portavoce del SOCOM ha dichiarato a The Intercept che il comando non dispone di dati sulle persone catturate o uccise durante le missioni 127e. Non si sa nemmeno quante forze straniere e quanti civili siano stati uccisi in queste operazioni, ma un ex funzionario della difesa ha confermato a The Intercept che ci sono state vittime statunitensi, anche se tradizionalmente le truppe americane dovrebbero rimanere dietro “le ultime protezioni e coperture” durante le operazioni di un partner straniero.

I documenti ottenuti da The Intercept sottolineano l’importanza che tale autorità riveste, in particolare nel fornire agli operatori speciali statunitensi una via d’accesso a zone di difficile penetrazione. Secondo un memorandum, un programma 127e forniva “l’unico accesso fisico umano alle aree”, con i partner locali che “si concentravano sulla ricerca, gli attacchi e l’eliminazione” delle forze nemiche. Un altro programma 127e, rivolto ad Al Qaeda e ai suoi affiliati, ha permesso ai commando di allargare “il raggio d’azione ai rifugi precedentemente inaccessibili delle organizzazioni estremiste violente (VEO)”.

Alcuni documenti ottenuti tramite il Freedom of Information Act – FOIA sono così corposamente oscurati che è difficile identificare i Paesi in cui si sono svolti i programmi e le forze con cui gli Stati Uniti hanno collaborato. The Intercept ha precedentemente identificato il BIR, o Battaglione di Intervento Rapido, la famigerata unità militare camerunense con cui gli Stati Uniti hanno gestito un programma 127e. The Intercept ha ora identificato un’altra partnership precedentemente sconosciuta, la G2 Strike Force, o G2SF, un’unità speciale d’élite dell’esercito libanese con cui gli Stati Uniti hanno collaborato per colpire gli affiliati dell’ISIS e di Al Qaeda in Libano.

Votel ha confermato che il 127e in Libano aveva il nome in codice Lion Hunter. Ha anche confermato la presenza di programmi 127e precedentemente sconosciuti in Siria, Yemen, noto come Yukon Hunter, ed Egitto, nome in codice Enigma Hunter, dove le forze per le Operazioni Speciali statunitensi hanno collaborato con l’esercito egiziano per colpire i militanti dell’ISIS nella penisola del Sinai. Ha dichiarato che il capo dei servizi segreti militari egiziani ha fornito “un forte sostegno” a Enigma Hunter e che le truppe americane non hanno accompagnato i loro partner locali nei combattimenti, come è invece accaduto in altri Paesi africani.

Gli Stati Uniti hanno una lunga storia di assistenza alle forze armate egiziane e libanesi, ma l’uso delle forze egiziane e libanesi come proxy per le missioni antiterrorismo statunitensi ha segnato uno sviluppo significativo in queste relazioni, hanno osservato diversi esperti.

Due esperti di sicurezza libanese hanno osservato che la G2SF è un’unità d’élite e segreta, incaricata per lo più di svolgere attività di intelligence, e che non sorprende che sia stata scelta per il programma 127e dalle Operazioni Speciali statunitensi, con le quali intratteneva già una forte relazione. Uno ha osservato che, a differenza di altri elementi delle forze di sicurezza del Paese, l’unità è “molto meno politicizzata”.

La situazione è più complessa in Egitto, dove l’esercito ha fatto per decenni affidamento su miliardi di dollari di assistenza alla sicurezza statunitense, ma resiste agli sforzi degli Stati Uniti di monitorare il modo in cui tale assistenza viene utilizzata.

Mentre il Sinai è soggetto a un blackout mediatico quasi totale, i gruppi per i diritti umani hanno documentato abusi diffusi da parte dell’esercito egiziano, tra cui “arresti arbitrari, sparizioni forzate, torture, esecuzioni extragiudiziali e attacchi aerei e terrestri probabilmente illegali contro i civili”.

“Ci sono problemi legittimi nel fatto che gli Stati Uniti collaborino con alcune unità dell’esercito egiziano”, ha dichiarato Seth Binder, direttore dell’advocacy del Project on Middle East Democracy. “Amnesty e Human Rights Watch hanno documentato numerose violazioni dei diritti umani nel Sinai da parte dell’esercito egiziano. Sono le stesse unità con cui collaboriamo per portare avanti le operazioni? È una vera preoccupazione”.

L’ambasciata egiziana negli Stati Uniti non ha risposto a una richiesta di commento, ma in una dichiarazione congiunta dello scorso autunno, funzionari statunitensi ed egiziani si sono impegnati a “discutere le migliori pratiche per ridurre i danni ai civili nelle operazioni militari” – una tacita ammissione che i danni ai civili rimangono un problema. Le richieste di interviste con le ambasciate di Iraq, Tunisia e Yemen, nonché con il Ministero della Difesa libanese, sono rimaste senza risposta.

Nessun controllo, nessuna supervisione

Sebbene i documenti ottenuti da The Intercept offrano indizi sulla portata e sui contorni del programma 127e, molto rimane sconosciuto sia al pubblico che ai membri del Congresso. I rapporti rilevanti richiesti dalla legge sono classificati a un livello tale da impedire alla maggior parte del personale del Congresso di accedervi. Un funzionario governativo che ha familiarità con il programma, e che ha richiesto l’anonimato per discuterne, ha stimato che solo una manciata di persone nei comitati dei servizi armati e dell’intelligence del Congresso leggono tali rapporti. Le commissioni affari esteri e relazioni del Congresso – anche se hanno la responsabilità primaria di decidere dove gli Stati Uniti sono in guerra e possono usare la forza – non li ricevono. E la maggior parte dei rappresentanti e del personale del Congresso che hanno l’autorizzazione ad accedere ai rapporti non sanno nemmeno come richiederli. “È vero che ogni membro del Congresso potrebbe leggere uno qualsiasi di questi rapporti, ma non sanno nemmeno che esistono”, ha aggiunto il funzionario governativo. “È stato progettato per impedire la supervisione”.

Ma non è solo il Congresso ad essere tenuto all’oscuro del programma: anche i funzionari del Dipartimento di Stato con le competenze necessarie sono spesso all’oscuro. Sebbene il 127e richieda l’approvazione del capo missione nel Paese in cui il programma viene attuato, raramente i diplomatici condividono informazioni dettagliate con i funzionari di Washington.

La mancanza di controllo a tutti i livelli del governo americano è in parte il risultato dell’estrema segretezza con cui i funzionari della Difesa hanno protetto la loro autorità sul programma – e delle scarse pressioni subite. “È lo Stato che non conosce quello che non sa, quindi non sa nemmeno cosa chiedere. Gli ambasciatori sono come impressionati da questi generali a quattro stelle che arrivano e dicono: ‘Se non ci lasciate fare questo, moriranno tutti’”, ha detto il funzionario governativo. Il Dipartimento della Difesa lo considera un programma piccolo, minuscolo, che non ha implicazioni di politica estera, e quindi: “Facciamolo e basta. Meno persone ci ostacolano, più è facile”.

Sarah Harrison, analista senior dell’International Crisis Group e in precedenza consigliere generale associato presso l’Office of General Counsel, International Affairs del Dipartimento della Difesa, ha fatto eco a questa valutazione. “L’HASC e il SASC sembrano contrari ad aumentare la supervisione della 127-echo. Non sono propensi a modificare lo statuto per rafforzare la supervisione dello Stato, né condividono adeguatamente i documenti relativi al programma con il personale [del Congresso]”, ha detto, usando gli acronimi della House Armed Services Committee e della Senate Armed Services Committee. “Può sembrare una questione arcinota e burocratica, ma è davvero importante per la supervisione del programma 127-echo e di tutti gli altri programmi gestiti in segreto”.

Questi programmi includono un’autorità, nota come Sezione 1202, che è apparsa per la prima volta nel National Defense Authorization Act del 2018 e fornisce “supporto a forze straniere, forze irregolari, gruppi o individui” che partecipano a guerre irregolari e sono esplicitamente focalizzate sui cosiddetti near-peer competitors. Il Congresso ha inoltre autorizzato il Segretario della Difesa a “spendere fino a 15.000.000 di dollari in qualsiasi anno fiscale per attività clandestine per qualsiasi scopo che il Segretario ritenga opportuno per preparare l’ambiente a operazioni di natura riservata” ai sensi del 10 USC § 127f, o “127 foxtrot”. L’autorità della sezione 1057 consente analogamente attività di intelligence e controspionaggio in risposta a minacce di “natura riservata, straordinaria o di emergenza”.

“Questa è stata la storia di molti programmi gestiti dal Dipartimento della Difesa”, ha dichiarato Stephen Semler, cofondatore del Security Policy Reform Institute, un think tank di politica estera statunitense sovvenzionato da associazioni civili. “La comunità delle Operazioni Speciali ama molto l’autonomia. Non amano la burocrazia, quindi inventano sempre delle autorità, cercando di trovare un modo per evitare che le loro operazioni vengano ritardate per qualsiasi motivo”.

“Il problema è che queste cose sono così normalizzate”, ha aggiunto. “Dovrebbe essere prestata maggiore attenzione a queste autorità di addestramento ed equipaggiamento, sia che si tratti di forze speciali che di forze regolari del Dipartimento della Difesa, perché è davvero una sorta di modo di vendere una guerra senza fine, senza troppe cerimonie”.

Traduzione a cura di Luciano Lago

Foto: Idee&Azione

7 agosto 2022 https://www.ideeazione.com/come-il-pentagono-usa-un-programma-segreto-di-guerre-per-procura/

Meloni Presidentessa del Consiglio

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di Alfio Krancic

Pare ormai fatta. La Giorgia, almeno dai sondaggi che la danno in testa, potrebbe benissimo diventare la prima “presidentessa” del Consiglio italiana. Come ho detto altre volte, la Giorgia andrebbe a dirigere il governo proprio mentre la barca Italia sta per infilarsi nella “tempesta perfetta” che ci attende in Autunno. Notizia ufficiale sentita ieri ad un Tg: le bollette gas-luce aumenteranno del 100%. Praticamente raddoppieranno. Ma naturalmente la cosa non finisce qui: abbiamo la macchina del fango, oliata a dovere e che già inizia a dare i suoi risultati; la guerra in Ucraina che continua e tutto , dicasi TUTTO il Cdx si schiera compatto con l’occidente la Nato e la gerontocrazia americana di Biden e della Pelosi la Pazza; non ci sarà gas per l’inverno, nonostante le fantagigantesche forniture di gas che il Mozambico ha promesso a Matt*rella e all’ Ape Di Maia; i prezzi dei generi alimentari aumenteranno, fame e miseria dilagheranno e last but not least, una nuova pandemia o una nuova ondata di Covid o di Vaiolo delle Scimmie, che costringerà il governo a durissime restrizioni, obblighi vaccinali, superGreen Oass e quant’altro; i disagi sociali che sorgeranno saranno gestiti dalla sinistra, dai sindacati resuscitati dal lungo sonno e dagli antifa. Indovinate a chi sarà data la colpa di tutto questo disastro? Naturalmente al governo fascista della Meloni, Salvini, Berlusconi che in pochi mesi sarà travolto dalle proteste interne e internazionali, dallo spread e costretto alle dimissioni e alla fuga. A questo punto Matt*rella scioglierà le Camere. Il Cdx ne uscirà distrutto e al governo sarà richiamato il Salvatore Draghi. Il quale per evitare che il disastro in corso ricada anche su di lui, porterà l’Italia in guerra. E si sa, in guerra tutti i sacrifici sono accettati nel nome della difesa dei sacri valori dell’occidente, della democrazia, dei diritti LGBT, della UE etc etc.

Fonte: https://alfiokrancic.com/2022/08/05/meloni-presidentessa-del-consiglio/

O con noi o con Putin

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di Marcello Veneziani

Ma davvero alle prossime elezioni il candidato più forte da battere sarà Vladimir Putin? È la voce che corre su tutti i giornaloni nostrani e tra i sostenitori del Partito Dragocratico, in sigla Pd, che comprende pure molti centristi di varia provenienza. Matteo Renzi ha detto che col voto bisognerà battere l’area Putin; Enrico Letta e altri suoi potenziali alleati disegnano a loro misura la contrapposizione tra filo-occidentali e filo-putiniani e perfino un politologo serio come Angelo Panebianco in un editoriale del Corriere della sera ha ritenuto Putin il convitato di pietra delle prossime votazioni italiane. Sappiamo che in campagna elettorale si usa ogni colpo basso e ogni slogan propagandistico ad effetto pur di demonizzare l’avversario. Contro il centro-destra si passa dall’accusa di fascismo e di statalismo sovranista a quella di essere la longa manus di Putin in Italia. Ma se guardiamo alla realtà delle posizioni assunte, l’identificazione del centro-destra con l’area Putin è grottesca, infondata e smentita ampiamente dalla realtà.

Giorgia Meloni, che è la leader in pectore del partito di maggioranza nel nostro paese, ha sposato totalmente sul conflitto russo-ucraino le tesi della Nato, dei Dem di Biden e di Letta, dei conservatori britannici e atlantici e le stesse posizioni assunte da Draghi. Ed è corsa negli Stati Uniti per sottolineare la posizione filo-occidentale e filo-Nato del suo partito. L’assurda caccia ai putiniani d’Italia, con relative liste di proscrizione sui giornali, ha avuto come sponda proprio il Copasir presieduto da un esponente di Fratelli d’Italia, Adolfo Urso, che denuncia infiltrazioni putiniane nella politica nostrana.
Silvio Berlusconi ha portato Forza Italia nel Partito Popolare europeo, ed è sempre stato con le sue reti mediaset un veicolo di americanizzazione nella vita italiana; da sempre Berlusconi colloca il suo partito nell’area euro-occidentale, e si definisce liberale. Non si può confondere la sua amicizia personale con Putin e il suo ruolo di “paciere internazionale” tra la Russia putiniana e gli Stati Uniti di Bush, come una dichiarazione di putinismo. Resta solo la Lega di Salvini, che nelle sue molteplici variazioni, ha sposato in una fase politica precedente alla guerra una posizione filo-putiniana che poi si è interrotta con l’invasione dell’Ucraina.

Insomma il centro-destra è tutt’altro che identificabile con l’area Putin, a cui forse guarda con favore solo Alessandro Di Battista e un’ala minoritaria di quel che resta del Movimento 5Stelle. Diversi, semmai, sono gli umori popolari del Paese meno allineati agli Usa. Ritenere poi che schierarsi a favore della pace e del negoziato piuttosto che puntare sulle sanzioni e sull’interventismo militare, sia un’adesione al putinismo, significa ritenere putiniani tutti i pacifisti, dal Papa Bergoglio alla sinistra arcobaleno.
Si deve peraltro ammettere che il pronunciamento bellicoso dell’Italia di Draghi e dell’Europa contro la Russia finora non ha portato il minimo giovamento all’Ucraina e ha prodotto il massimo danno all’Italia e all’Europa stesse che si trovano impelagate negli effetti nefasti delle sanzioni e nei contraccolpi economici, sociali ed energetici per la posizione assunta. Ridicola, se non fosse tragica, la posizione di chi aveva minacciato a gran voce di rifiutare il gas russo e ora denuncia la Russia che annuncia restrizioni nei nostri confronti sulla fornitura del gas. Ma non era esattamente quello che volevano fare?
L’idea di non radicalizzare il conflitto con la Russia ma di cercare una trattativa, accomuna le grandi nazioni europee, come la Germania e la Francia, che hanno capito la follia e i gravi danni di appiattirsi sulla posizione americana e sulla linea di un presidente malfermo e poco lucido come Biden. Chi non vuole assumere una posizione da falco nel conflitto russo-ucraino non mira certo a favorire Putin ma è preoccupato di tutelare l’Europa, i suoi popoli, la sua economia, le sue risorse energetiche. Peraltro la linea muscolare dei falchi è estranea alla nostra tradizionale politica estera, voluta da Moro, da Andreotti, da Craxi, che ha cercato sempre la mediazione e mai il muro contro muro.

Insomma, lo schema putiniani o liberali d’Occidente non regge alla prova della realtà. E inverosimile appare il paragone di Panebianco tra il voto del 25 settembre e le elezioni del 18 aprile del 1948, quel voto-spartiacque in cui l’Italia liberal-democratica, cattolica, occidentale e filo-atlantica si schierò contro il fronte popolare filo-sovietico e comunista. Un paragone insensato in cui i bolscevichi sarebbero Berlusconi & C e i filo-occidentali sarebbero i Fratoianni & C. Si dimentica che gli eredi dello schieramento filo-sovietico di allora sono tra le fila del Partito Democratico e dei suoi alleati (si chiamavano comunisti).
Attribuire poi al presidente ungherese Orban il ruolo di cavallo di Troia di Putin in Europa è dimenticare da un verso il peso minimo del piccolo stato di Budapest nell’intera Unione Europea, e dall’altro attribuire intenzioni opposte a un leader che ha fatto dell’amor patrio, della difesa della civiltà cristiana ed europea e della memoria storica di un paese invaso dai russi sovietici la sua bandiera. (L’accusa di essere filo-Orban è la terza imputazione ai danni della Meloni, dopo il ducismo e il putinismo).
In realtà trattare con i dittatori o gli autocrati è sempre stato necessario: i democratici americani trattavano con Stalin e i regimi comunisti, perfino Nixon il repubblicano aprì alla Cina comunista di Mao dopo la sanguinosa “rivoluzione culturale “ che costò decine di milioni di morti. Si chiama realpolitik.
Ma putiniano, si sa, è la nuova versione propagandistica della surreale diceria che col centro-destra tornerà il nazifascismo.

(Panorama, n.32/2022)

Charles Coughlin profeta della destra sociale americana

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REX

Inizia oggi la collaborazione con il nostro Circolo Christus Rex il giovane dott. Fabio Fioresi, laureato in giurisprudenza. Gli articoli sono di www.agerecontra.it ma è possibile riprendere in tutto o in parte citando la fonte.

di Fabio Fioresi

Quando si parla di destra sociale si pensa subito all’Italia con il fascismo ma spesso ci si dimentica che anche negli States naque un movimento similare che univa un’impostazione  nazionalista-cristiana con una marcata vena sociale: questa è la storia in breve di padre Charles Coughlin.

Nato in Canada nel 1891 divenne prete negli anni 20 ed poi venne trasferito nell’arcidiocesi di Detroit allora centro industriale dell’automobile del Nord America.

Iniziarono subito contrasti con I gruppi di potere della città, tra I più famosi ci fu il ku klux klan che più volte tentò d’intimidire il sacerdote dalla sua lotta contro il razzismo imperante; creò la prima radio per I suoi sermoni domenicali ma ben presto passo ad analisi economiche ed politiche; benchè fosse un cattolico integrale filomonarchico (filodittatoriale) era molto vicino alle istanze dei lavoratori ed arrivo ad chiedere la nazionalizzazione delle banche e delle grandi industrie.

Inizialmente sostenitore del New Deal ne divenne presto un’acerrimo oppositore date le riforme troppo timide.

Negli anni 30 si alleò con Huey Long meglio noto come il Mussolini americano, storico governatore della Lousiana, noto per aver vinto contro I Rockfeller in tribunale.

Entrambi critici verso l’imperialismo americano ed il sistema finanziario capitalistico, furono una vera spina nel fianco di Roosvelt ed dei super capitalisti americani, fino alla morte di Long assassinato a Baton Rouge nel 1935; Coughlin cercò di far rimanere il partito attivo ma perse sempre più di significato fino alla sua morte negli anni ’70.

Quali erano le proposte di Long e Coughlin che spaventarono cosi tanto l’establishment americano:

1) Nazionalizzazione della Federal Riserve

2) Nazionalizzazione del Sistema sanitario.

3) Nazionalizzazione delle grandi riserve di capitale finanziario.

4) Se possibile abolire la democrazia ed instaurare una dittatura sul modello italiano (Papale secondo le idee di Couglin)

5) Combattere il giudaismo internazionale

6) Combattere il Ku Klux Klan, I comunisti ed I sostenitori di eugenetica ed liberati capitalisti

7) Se possibile mettere il cristianesimo cattolico come religione di Stato (da parte di Coughlin)

8) Desegregare le città

9) Piano quinquennale di industrializzazione, costruzione d’infrastrutture in tutto il paese.

10) Conversione delle aree desertiche degli States in zone fertili.

11) Amicizia con il Giappone imperiale ed isolazionismo negli affari internazionali.

12) Fiat money su base d’argento.

1 76 77 78 79 80 81 82 1.214