
Segnalazione di Federico Prati
di Francesco Meneguzzo
Aumento esplosivo della popolazione nei paesi meno sviluppati.
Se le strade che portano all’inferno sono lastricate di buone intenzioni, quella lungo la quale si è radicata la convinzione che tutti hanno il diritto di stabilirsi ovunque alla ricerca di migliori opportunità di vita ne è forse l’esempio più calzante.
Oltre a tutto quanto scorre sotto i nostri occhi, e quanto abbiamo spesso ricordato su queste colonne – dai costi diretti alle inefficienze di lungo termine, fino allo sconvolgimento delle comunità omogenee – un contributo della pensatrice americana Alice Friedemann, appenariproposto in italiano da quello che è probabilmente il maggior esperto nazionale di crisi sistemiche e declino delle risorse, Ugo Bardi, offre un punto di vista ancora più generale sul suicidio auto-imposto dell’immigrazione.
Il ragionamento parte dal senso di colpa terzomondista, originario del pensiero comunista e in particolare trozkista, secondo il quale i problemi strettamente connessi dell’esaurimento delle risorse, dell’inquinamento dell’aria e del clima, e infine (in ordine cronologico) della crisi economica – che è crisi della domanda e non di sovrapproduzione – sarebbero da imputarsi quasi esclusivamente ai paesi ricchi. Basterebbe notare che le nazioni più avanzate sono popolate da circa un miliardo di abitanti, contro i sei miliardi e mezzo di tutte le altre, per mettere in dubbio questa tesi.
La Friedemann però articola meglio, identificando tra gli impatti primari delle popolazioni meno sviluppate il disboscamento massiccio delle foreste pluviali, l’estinzione di massa di innumerevoli specie animali, l’eccesso di pesca che impoverisce i mari, la desertificazione per l’uso dissennato delle terre, l’inquinamento delle acque per la mancanza di sistemi di depurazione.
Più fondamentali e devastanti sono tuttavia altri fattori la cui causa è davvero da imputare ai paesi più sviluppati e alla loro miopia e autoflagellazione.
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