Omicidio di Fermo: i legali di Mancini denunciano la sparizione dei verbali in suo favore, omicidio preterintenzionale, legittima difesa

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MANCINI

Femo 8 ago – I legali di  Amedeo Mancini, il 35enne fermano indagato per omicidio preterintenzionale per la morte del richiedente asilo nigeriano Emmanuel Chidi Nnamdi a seguito di una colluttazione a Fermo il 5 luglio scorso, si sono visti respingere l’istanza di scarcerazione presentata al Tribunale del Riesame. Mancini è difeso dagli avvocati Savino Piattoni e Francesco de Minicis. Quest’ultimo ha così commentato la decisione del Tribunale: “Un provvedimento ingiusto, attendiamo le motivazioni per entrare nel dettaglio, ma siamo anche pronti a ricorrere in Cassazione”. Ma c’è di più.

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Cattiva gestione di 2 milioni di euro: indagato “vescovo” di Sanremo Tonino Suetta

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suetta

Segnalazione di Raimondo Gatto

DIETRO I FATTI DI VENTIMIGLIA

Le mani sui soldi delle cooperative, indagato il vescovo Suetta . “Sorpresa e amarezza” da parte del prelato a capo della diocesi di Sanremo Il cardinale Calcagno finisce nei guai: «Milioni di debiti con i soldi del Vaticano»

Imperia – Il vescovo di Sanremo e Ventimiglia, Tonino Suetta , risulta indagato dalla procura di Savona per associazione per delinquere, appropriazione indebita e malversazione ai danni dello Stato.

L’alto prelato originario di Loano e recentemente al centro dell’attenzione pubblica per il suo fattivo impegno in tema di accoglienza dei migranti al confine con la Francia, sarebbe finito al centro di un’indagine che ha coinvolto, tra gli altri, l’attuale presidente del consorzio delle cooperative sociali Il Cammino di Sanremo, Sergio Oderda. L’accusa: cattiva gestione di un finanziamento da due milioni di euro ottenuti dal Ministero dei beni culturali e da utilizzare per l’acquisto e la ristrutturazione di palazzo Curlo-Spinola di Taggia.

«Apprendo da lei di questo sviluppo – è il commento del vescovo raggiunto ieri sera al telefono – Non so cosa dire e non posso confermare o smentire una notizia che nessuno mi ha comunicato. L’unica cosa strana è sapere dai giornali di essere indagato e non dalle vie dirette». Continua a leggere

Mafie in Veneto, prefetto Mulas: «attenti ai compagni di viaggio»

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…CHI HA ORECCHIE PER INTENDERE, INTENDA…(N.d.r.)

La priorità del capo dell’ufficio governativo nel Veronese é la «sicurezza sociale». Ma con un monito alla classe dirigente locale sulle infiltrazioni, specie della ‘ndrangheta

Salvatore Mulas

Da un anno Salvatore Mulas è a il prefetto di Verona. Nuorese di Macomer, Mulas ha ben poco della fibra ministeriale che invece caratterizza molti suoi colleghi. L’uomo che in mezza Italia, da funzionario di polizia, ha inseguito e arrestato latitanti, mafiosi, appartenenti a bande armate, ha il modo di fare da poliziotto d’una volta, che prima dopo e durante ogni operazione deve conoscere dal profondo «la realtà storica e sociale di un luogo». Spiega che le forze dell’ordine debbono essere vigili su tutti fronti: da quello della criminalità comune al crimine organizzato fino alle possibili minacce terroristiche. «Con il passare dei mesi – spiega l’alto funzionario – ho orientato sempre più il mio incarico alla cura della sicurezza sociale, locuzione questa che comprende diverse declinazione della sicurezza, dalla pubblica sicurezza alla protezione civile, dalla sicurezza del e sul posto di lavoro alla sicurezza partecipata, dalla sicurezza urbana alla sicurezza sussidiaria. Una sicurezza nella sua accezione più ampia».

Il Veronese comunque rimane un territorio difficile, nel quale si è spesso fatto avanti il fenomeno della colonizzazione mafiosa. Il capo dell’ufficio territoriale del governo, parlando delle infiltrazioni e della permanenza nell’economia locale, lancia un monito che sembra pensato per l’intera classe dirigente locale: «Attenzione ai compagni di viaggio. Oggi la ‘ndrangheta è la più pericolosa delle organizzazioni criminali proprio per la sua capacità di intrusione e per la sua attitudine ad essere oltremodo pervasiva».

Dottor Mulas, in dodici mesi i suoi uffici hanno emanato una mezza dozzina di interdittive antimafia. Perché questa accelerata?
A luglio ho firmato l’ottava interdittiva antimafia, un’attività che, come prefetto di Verona, ho voluto da subito inserire tra le priorità del mio ruolo istituzionale. L’interdittiva è evidentemente penalizzante nei confronti di un’azienda in cui si sospetti il potenziale rischio di condizionamento da parte della criminalità organizzata, ma è anche una garanzia di attenzione, da parte dello Stato, nei confronti di un territorio che, come quello scaligero, è ricco e produttivo e, di conseguenza, polo di attrazione per le mafie. Voglio ricordare che non esistono zone franche per la criminalità organizzata e che spesso l’assenza di episodi di cronaca particolarmente eclatanti non esclude affatto il proliferare di situazioni criminogene nel sottobosco dei rapporti imprenditoriali. Voglio pure sottolineare che l’infiltrazione o l’insediamento della criminalità organizzata nel Veronese non deve essere vissuta come un fenomeno di cui è meglio non parlare, perché la denuncia di minacce ricevute, di estorsioni, la richiesta di fatturazioni fasulle consentono alle forze di polizia di contrastare in maniera più efficace una delinquenza che prolifera nell’omertà e nel silenzio dei più.

Verona, come il resto del Veneto, è interessata da alcuni importantissimi progetti infrastrutturali. Qual é il livello di rischio d’infiltrazione mafiosa?
Ogni volta che c’è una betoniera che gira, le autorità devono alzare tutte le antenne e aprire tutti gli occhi. Il rischio delle infiltrazioni c’è sempre.

A Verona e provincia quali sono i fronti caldi? Come li raccorda con il panorama nazionale?
Come prefetto non posso non contestualizzare quanto accade oggi in un mondo sempre più globalizzato. Per questo, come coordinatore del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, ho analizzato la situazione al fine di riconfigurare il sistema.

In che modo?
Con l’implementazione degli operatori di polizia affiancati dai militari dell’Esercito. Verona è la quarta provincia per turismo, un turismo che convoglia migliaia di persone, moltissime straniere, nel territorio scaligero. In tale contesto, l’attività di contrasto nei confronti dei reati cosiddetti comuni, come quelli predatori, è stata pur essa rimodulata, anche alla luce delle ricadute negative che le crisi aziendali possono comportare. A tale proposito, la prefettura ha ospitato numerosi tavoli di mediazione tra i diversi soggetti interessati.

Anche nel Veronese non sono mancate le polemiche politiche sulla questione immigrati che hanno coinvolto anche i suoi uffici. Come mai? Il tema si presta a strumentalizzazioni, ma quanto, nei timori della popolazione, c’è di vero?
Di vero c’è che da circa un lustro i richiedenti protezione internazionale arrivano sulle nostre coste. Finché il fenomeno è stato quantitativamente contenuto, non c’è stato un grosso interesse nei confronti dei cosiddetti profughi; è solo a partire dal 2014 che l’arrivo sempre più massiccio dei migranti si è trasformato in un evento mediatico e politico. Qui a Verona la prefettura ha spesso proposto a tutti i sindaci dei 98 comuni la gestione condivisa del fenomeno. Le proposte sono cadute nel vuoto e così si è stati costretti a ricorrere all’affidamento diretto a quei pochi soggetti, dalle cooperative agli alberghi, che hanno offerto la propria disponibilità ad attivare i Cas, i centri di accoglienza straordinaria. A ciò si deve aggiungere che, in occasione delle cinque gare bandite nel giro di due anni, si sono reperti 480 posti nuovi su un totale annuale di 2.000 profughi. In questo contesto poi ci sono alcune realtà particolari.

Quali?
I Comuni di San Giovanni Lupatoto e di Pastrengo, commissariati nel biennio 2015-2016, hanno realizzato forme giuridiche differenti, che hanno comportato e comporteranno per il bilancio di quegli enti entrate significative nel settore sociale; questo a dimostrazione della possibilità, per i sindaci, di trasformare un iniziale disagio in una risorsa per le collettività amministrate.

Quali saranno le sue priorità per i prossimi dodici mesi?
Da tempo parlo di cura della sicurezza sociale: la mia priorità rimane quella, con una particolare attenzione all’attività di contrasto alla criminalità organizzata ed ai reati predatori, alle sofferenze del mondo del lavoro ed a fronteggiare nel modo più razionale i flussi migratori. A quest’ultimo proposito, auspico una maggiore consapevolezza da parte degli amministratori locali, affinché non sottovalutino le opportunità che può offrire l’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale, così come dimostrato nei casi già noti di San Giovanni e di Pastrengo.

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Cattolicesimo e pena di morte

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foto antica

Tommaso D’Aquino, nella Somma Teologica, asserisce che il potere pubblico non viola il quinto comandamento (“Non uccidere l’innocente”) se condanna a morte il malfattore o i nemici dello Stato ([1]). La ragione è che se è lecito farsi amputare il piede per salvare il corpo intero, assai di più è permesso alla società di sopprimere un cittadino eversore del bene comune e della tranquillità pubblica: “laudabiliter et salubriter occiditur ut bonum commune conservetur” ([2]). Infatti, l’uomo peccando decade dalla dignità prossima di persona, pur restandogli la dignità remota e radicale di natura umana, e si abbassa così al livello del bruto, destinato a servire l’uomo come mezzo utile. Quindi, il delinquente incorreggibile merita di essere trattato come un animale pericoloso, per cui può lecitamente e senza peccato essere ucciso per il bene comune, dalla legittima autorità ([3]). Nella Somma contro i Gentili S. Tommaso approfondisce il tema e scrive: “Siccome alcuni disprezzano le punizioni inflitte da Dio, perché, essendo dèditi alle cose sensibili, badano soltanto alle cose che si vedono, la divina Provvidenza ha ordinato che ci siano sulla terra  degli uomini, che con pene sensibili e presenti obblighino costoro ad osservare la giustizia. Ora, è evidente che tali persone non peccano quando puniscono i malvagi…” ([4]). Lo Stato, perciò, può infliggere la pena di morte al colpevole, senza ledere il quinto comandamento “Non uccidere l’innocente”. Ancora S. Tommaso spiega che “Il bene comune è superiore al bene particolare. Quindi è giusto eliminare il bene particolare per conservare il bene comune. Ma la vita di certi uomini pestiferi impedisce il bene comune che è la concordia della società umana. Quindi, è giusto che codesti uomini siano eliminati, con la morte, dalla società umana. […] Il medico fa una cosa buona e utile quando recide un organo putrefatto, che minaccia d’infettare tutto il corpo. Quindi anche il Capo dello Stato fa uccidere giustamente e senza far peccato, gli uomini malvagi, affinché non sia turbata la pace dello Stato…” ([5]). Inoltre “sin dalle origini dell’umanità la pena di morte è stata sempre in vigore, e nessuno ha mai pensato di ritenerla ingiusta […] solo nel periodo illuministico si cominciò a dubitare della liceità della pena di morte. La reazione, sempre più vivace, fu favorita dalla mentalità liberale che preparò la Rivoluzione francese, e indubbiamente fu provocata dalla facilità estrema con la quale si soleva infliggere quella pena […]. Di fatto i legislatori hanno dimostrato che la pena di morte non può essere né ammessa né esclusa in modo assoluto: Le due tesi peccano – rispettivamente – di eccessivo pessimismo e ottimismo esagerato nei riguardi della natura umana; ossia, non può supporsi che il cittadino sia ovunque e sempre un criminale in potenza, né che ovunque e sempre sia un santo in atto. […] Soggetto ad infinite influenze, abusando dell’arbitrio, si può abbandonare agli eccessi più incontrollati dell’egoismo e quindi risultare pericoloso per la società […]; e, illuminato dalle esperienze più disparate, può non solo rinsavire, ma maturarsi fino ad essere sensibile alle esigenze della vita sociale e rispettarne le leggi […]. Per il diritto naturale, se la società è una persona giuridica perfetta e autonoma, come ha il diritto di vivere, prosperare e conservarsi, così ha quello di difèndersi contro chiunque tenti di sovvertirne l’ordine, minacciando il bene comune. Dunque, se può difèndersi solo sopprimendo il proprio nemico, lo Stato può respingere la sua aggressione infliggendogli la pena di morte. Oppure se la difesa contro l’ingiusto aggressore è ritenuta ovunque e sempre legittima per l’individuo, anche se spinta sino alla violenta soppressione dell’avversario; a più forte ragione è legittima per un’intera Nazione, la quale personifica tutti i cittadini ed è impegnata a tutelarne i diritti. Ora l’auto-difesa dell’individuo […] risponde ad un legge non scritta ma naturale, che non dobbiamo né all’insegnamento, né alla tradizione né alla cultura, ma esclusivamente alla natura […] per istinto; è essa dunque che nel caso in cui la nostra vita venga a trovarsi esposta a qualche agguato oppure alla violenza e ai colpi dei briganti o dei nemici, fa considerare lécito ogni mezzo usato per assicurare la nostra incolumità […]. Perciò se la nazione per difendersi, non potesse punire di morte il cittadino, che minaccia di colpirla sovvertendo l’ordine pubblico: 1° per non far violenza ai violenti, sarebbe violenta contro gli innocenti; 2° renderebbe più insolenti e incorreggibili i criminali, incoraggiati a mal fare dalla debolezza dello Stato; 3° dichiarerebbe il proprio fallimento…” ([6]).

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Olimpiadi 2016. La “Nazionale dei rifugiati” è l’ennesimo assalto all’identità dei popoli

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JC SUPERSAR

Se parliamo di Olimpiadi, il pensiero degli amanti della storia va ai giochi che, per molti secoli, sono stati disputati fra le pòleis greche: confronto fra città, colonie, comunità, che rappresentava il punto di incontro e di confronto fra le diverse anime di un unico ethnos.

Le Olimpiadi antiche, oltre a possedere un’anima marcatamente religiosa, erano caratterizzate da una vocazione eminentemente identitaria. Soltanto atleti di ceppo greco potevano prendervi parte: il rito comune, il patrimonio comune di fede, tradizione e cultura rappresentava lo spartiacque fra il mondo ellenico, ammesso ai Giochi, e l’esterno, il diverso, il barbaro (etimologicamente, questa parola significa proprio “il balbettante”, ossia colui che non parla greco).

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A piedi in tangenziale a caccia di Pokemon…

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PICACIU

Segnalazione di Federico Colombera

Un’impiegata 39enne trevigiana fermata dalla polizia: ha rischiato di venir travolta  di Massimo Guerretta

TREVISO. Chissà cosa pensava di trovare. Forse un Taurus, oppure un Mr. Mime. O magari un “semplice” Vaporeon. E se invece avesse puntato un Pikachu? Fattosta che un’impiegata trevigiana si è messa ad andare a caccia di Pokemon in tangenziale. A piedi.

E’ arrivata in auto, sostando vicino al distributore Vega, sulla corsia d’emergenza. Poi ha attivato la app di Pokemon Go e si è incamminata con lo smartphone in mano lungo la tangenziale di Treviso.

L’incredibile vicenda – che poteva costare carissima sia a lei che a chi viaggiva in tangenziale – coinvolge  un’impiegata trevigiana di 39 anni. La donna è stata raggiunta giovedì sera dopo le 20 da una pattuglia

della polizia stradale, quindi è stata accompagnata in questura e lì è stata multata.

L’allarme era stato lanciato da alcuni automobilisti di passaggio, che avevano sfiorato la donna. E’ stata lei stessa a riferire che stava cercando dei Pokemon. RIschiava di venir travolta

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