La guerra elettrica

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di Pepe Escobar

Fonte: Come Don Chisciotte

Eco di passi nella memoria
nei passaggi dove non c’incamminammo
verso la non spalancata porta
sul roseto. L’eco delle mie
parole, nei tuoi pensieri.
Per quale scopo
sollevino polvere da una coppa di foglie di rosa
io non so.
T.S. Eliot, Burnt Norton [*]

Pensiamo per un attimo all’agricoltore polacco che fotografa i rottami di un missile – poi indicati come appartenenti ad un S-300 ucraino. Così un contadino polacco, i cui passi riecheggiano nella nostra memoria collettiva, potrebbe aver salvato il mondo dalla Terza Guerra Mondiale, scatenata da un pessimo complotto architettato dall’”intelligence” anglo-americana.

Questa ignobile bassezza è stata aggravata da un ridicolo insabbiamento: gli Ucraini stavano sparando in una direzione da cui i missili russi non potevano provenire. Ovvero: la Polonia. E poi il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, il venditore di armi Lloyd “Raytheon” Austin, aveva sentenziato che la colpa era comunque della Russia, perché i suoi vassalli di Kiev stavano sparando a missili russi che non avrebbero dovuto essere in volo (e infatti non lo erano).

Il Pentagono ha elevato la menzogna palese al rango di arte piuttosto scadente.

Lo scopo anglo-americano di questo complotto era quello di generare una “crisi mondiale” contro la Russia. È stato smascherato – questa volta. Ciò non significa che i soliti sospetti non ci riproveranno. Presto.

La ragione principale è il panico. I servizi segreti occidentali si sono resi conto che Mosca sta finalmente mobilitando il proprio esercito – pronto a scendere in campo il mese prossimo – mentre, come forma di tortura cinese, mette fuori uso le infrastrutture elettriche dell’Ucraina.

Quei giorni di febbraio in cui erano stati inviati al fronte solo 100.000 uomini – e si lasciava che le milizie della DPR e della LPR, i commando di Wagner e i Ceceni di Kadyrov facessero la maggior parte del lavoro pesante – sono ormai lontani. Nel complesso, i Russi e i Russofoni si erano trovati di fronte ad orde di militari ucraini – forse fino ad 1 milione. Il “miracolo” di tutto ciò è che i Russi se la sono cavata abbastanza bene.

Tutti gli esperti militari conoscono la regola di base: una forza d’invasione dovrebbe essere tre volte superiore alla forza di difesa. L’esercito russo, all’inizio dell’Operazione Militare Speciale (OMS) era una piccola frazione di questa regola. Le forze armate russe hanno probabilmente un esercito permanente di 1,3 milioni di uomini. Sicuramente avrebbero potuto impiegare qualche decina di migliaia di uomini in più rispetto ai 100.000 iniziali. Ma non l’hanno fatto. È stata una decisione politica.

Ma ora l’OMS è finita: questo è il territorio della CTO (Counter-Terrorist Operation). Una sequenza di attacchi terroristici – che hanno preso di mira le condotte del Nord Stream, il ponte di Crimea, la Flotta del Mar Nero – ha infine dimostrato l’inevitabilità di andare oltre una semplice “operazione militare.”

E questo ci porta alla Guerra Elettrica.

Preparare la strada per una smilitarizzazione

La Guerra Elettrica viene gestita essenzialmente come una tattica – mirata all’imposizione finale delle condizioni della Russia in un eventuale armistizio (che né l’intelligence anglo-americana né il vassallo NATO vogliono).

Anche se ci fosse un armistizio – ampiamente propagandato da qualche settimana – questo non porrebbe fine alla guerra. Perché le condizioni russe, più profonde e tacite – fine dell’espansione della NATO e “indivisibilità della sicurezza” – erano state chiaramente illustrate sia a Washington che a Bruxelles lo scorso dicembre, e successivamente respinte.

Poiché da allora nulla – concettualmente – è cambiato, e la militarizzazione dell’Ucraina da parte dell’Occidente ha raggiunto il massimo livello, lo Stavka dell’era Putin non poteva che ampliare il mandato iniziale dell’OMS, che rimane la denazificazione e la smilitarizzazione. Ma ora il mandato dovrà comprendere anche Kiev e Leopoli.

E questo inizia con l’attuale campagna di de-elettrificazione, che va ben oltre la riva orientale del Dnieper e interessa la costa del Mar Nero, fino ad Odessa.

Questo ci porta alla questione chiave della portata e della profondità della guerra elettrica, in termini di creazione di quella che sarebbe una demilitarizzazione – completa di terra di nessuno – ad ovest del Dnieper per proteggere le aree russe dall’artiglieria, dagli HIMARS e dagli attacchi missilistici della NATO.

Quanto in profondità? 100 km? Non sono sufficienti. Meglio 300 km – dato che Kiev ha già richiesto artiglieria con quel tipo di gittata.

L’aspetto cruciale è che, già a luglio, a Mosca se ne discuteva ampiamente ai massimi livelli dello Stavka.

In un’ampia intervista di luglio, il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, aveva, diplomaticamente, fatto uscire il gatto dal sacco:

“Questo processo continua, in modo coerente e persistente. Continuerà finché l’Occidente, nella sua rabbia impotente, desideroso di aggravare il più possibile la situazione, continuerà ad inondare l’Ucraina con armi sempre più a lungo raggio. Prendiamo gli HIMARS. Il ministro della Difesa Alexey Reznikov si vanta di aver già ricevuto munizioni da 300 chilometri. Ciò significa che i nostri obiettivi geografici si allontaneranno ancora di più dalla linea di contatto attuale. Non possiamo permettere che la parte dell’Ucraina, che Vladimir Zelensky, o chiunque lo sostituisca, entri in possesso di armi che rappresentano una minaccia diretta per il nostro territorio o per le repubbliche che hanno dichiarato la loro indipendenza e vogliono determinare il proprio futuro.”

Le implicazioni sono chiare.

Per quanto Washington e la NATO siano ancora più “disperate di aggravare la situazione il più possibile” (e questo è il piano A, non c’è un piano B), dal punto di vista geoeconomico gli Americani stanno intensificando il Nuovo Grande Gioco: la disperazione qui è tutta nel tentativo di controllare i corridoi dell’energia e di fissarne il prezzo.

La Russia non si lascia intimorire: continua ad investire nel Pipelineistan (verso l’Asia), a consolidare il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INTSC) multimodale, con i partner chiave, India e Iran, e a fissare il prezzo dell’energia tramite l’OPEC+.

Un paradiso per i saccheggiatori oligarchici

Gli straussiani/neo-conservatori e i neoliberali-conservatori che permeano l’apparato di intelligence/sicurezza anglo-americano – di fatto virus armati – non si fermeranno. Non possono permettersi di perdere l’ennesima guerra della NATO, per di più contro la “minaccia esistenziale” Russia.

Anche se le notizie dai campi di battaglia ucraini promettono di essere ancora più tristi con l’arrivo del Generale Inverno, si può trovare conforto almeno nella sfera culturale. Il racket della transizione verde, condito in una tossica insalata mista con l’etica eugenista della Silicon Valley, continua ad essere un contorno offerto con il piatto principale: la “Grande Narrazione” di Davos, ex Grande Reset, che, ancora una volta, ha mostrato la sua brutta testa al G20 di Bali.

Questo significa che tutto va bene per quanto riguarda il progetto di distruzione dell’Europa. De-industrializzare ed essere felici, ballare la danza dell’arcobaleno al ritmo delle melodie woke sul mercato, congelare e bruciare legna benedicendo le “energie rinnovabili” sull’altare dei valori europei.

Un rapido flashback per contestualizzare il punto in cui ci troviamo è sempre utile.

L’Ucraina aveva fatto parte della Russia per quasi quattro secoli. L’idea stessa della sua indipendenza era stata inventata in Austria durante la Prima Guerra Mondiale allo scopo di indebolire l’esercito russo – e questo era certamente accaduto. L’attuale “indipendenza” era stata creata per permettere agli oligarchi trotzkisti locali di saccheggiare la nazione, proprio mentre un governo allineato alla Russia stava per muoversi contro quegli stessi oligarchi.

Il golpe a Kiev del 2014 era stato essenzialmente organizzato da Zbig “Grande Scacchiere” Brzezinski per impantanare la Russia in una nuova guerra partigiana – come in Afghanistan – ed era stato seguito da ordini ai petrolieri del Golfo affinché facessero crollare il prezzo del greggio. Mosca aveva dovuto proteggere i Russofoni della Crimea e del Donbass – e questo aveva portato ad ulteriori sanzioni occidentali. Era stata tutta una montatura.

Per otto anni, Mosca si è sempre rifiutata di inviare i suoi eserciti persino nel Donbass, ad est del Dnieper (storicamente parte della Madre Russia). Il motivo: non trovarsi impantanati in un’altra guerra partigiana. Il resto dell’Ucraina, nel frattempo, veniva saccheggiato dagli oligarchi sostenuti dall’Occidente e sprofondava in un buco nero finanziario.

L’Occidente collettivo ha deliberatamente scelto di non finanziare questo buco nero. La maggior parte delle sovvenzioni del FMI sono state semplicemente rubate dagli oligarchi e il bottino trasferito fuori dal Paese. Questi saccheggiatori oligarchici sono stati ovviamente “protetti” dai soliti sospetti.

È sempre fondamentale ricordare che, tra il 1991 e il 1999, l’equivalente dell’attuale intero patrimonio nazionale della Russia era stato rubato e trasferito all’estero, soprattutto a Londra. Ora, gli stessi soliti sospetti stanno cercando di rovinare la Russia con le sanzioni, visto che il “nuovo Hitler” Putin ha fermato il saccheggio.

La differenza è che il piano di usare l’Ucraina come pedina del loro gioco non sta funzionando.

Sul terreno, ciò che è avvenuto finora sono per lo più scaramucce e poche, vere battaglie. Ma, con Mosca che sta ammassando truppe fresche per un’offensiva invernale, l’esercito ucraino potrebbe essere completamente sbaragliato.

La Russia non se l’è cavata poi così male – considerando l’efficacia della sua artiglieria contro le posizioni fortificate ucraine, le recenti ritirate pianificate o la guerra di posizione, tutte cose che hanno mantenuto basse le perdite e distrutto la potenza di fuoco ucraina.

L’Occidente collettivo crede di avere in mano la carta della guerra per procura in Ucraina. La Russia punta sulla realtà, dove le carte economiche sono cibo, energia, risorse, sicurezza delle risorse e un’economia stabile.

Nel frattempo, come se per un’UE suicida dal punto di vista energetico non fosse sufficiente dover affrontare una miriade di calvari, ci saranno almeno 15 milioni di Ucraini disperati e in fuga da villaggi e città senza energia elettrica che busseranno alla sua porta.

La stazione ferroviaria di Kherson, temporaneamente occupata, ne è un esempio lampante: qui la gente fa la fila per riscaldarsi e ricaricare i propri cellulari. La città non ha elettricità, né riscaldamento, né acqua.
Le attuali tattiche russe sono l’esatto contrario della teoria militare della forza concentrata sviluppata da Napoleone. Ecco perché la Russia sta accumulando seri vantaggi mentre “solleva la polvere da una coppa di foglie di rosa.”

E, naturalmente, “non abbiamo ancora iniziato.”

[*] Traduzione di Elio Grasso.

Fonte: strategic-culture.org
Link: https://strategic-culture.org/news/2022/11/23/electric-war/

Scelto e tradotto da Markus per www.comedonchisciotte.org

Fmi: “Metà dell’Ue in recessione nel 2023”. C’è anche l’Italia

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Segnalazione Wall Street Italia

di Mariangela Tessa

Nulla da fare. Il Vecchio Continente non potrà schivare la recessione. Destino che appare inevitabile per almeno metà dei paesi. A ribadirlo è stata la presidente del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), Kristalina Georgieva, in una conferenza stampa a Berlino col cancelliere tedesco Olaf Scholz e i presidenti di principali istituti economici internazionali.

“La metà dell’Unione Europea l’anno prossimo sarà in recessione” ha detto il numero uno dell’istituto di Washington, che ha spiegato come i primi segnali della caduta del Pil saranno visibili già nel quarto trimestre dell’anno in corso. L’Europa sarà in “buona compagnia”. Stessa sorte è prevista per un terzo delle economie mondiali.

Non è la prima volta che il Fondo Monetaria mette in luce il rischio recessione per l’Europa (Italia compresa). A fine ottobre, con la diffusione dell’outlook di un titolo quanto mai emblematico “La nebbia della guerra offusca l’outlook europeo”,  il Fondo Monetario Internazionale aveva anticipato una recessione tecnica per Germania e Italia, che secondo le stime dell’istituto di Washington registreranno “tre trimestri consecutivi di crescita negativa dal terzo trimestre del 2022”. In particolare, per l’Italia il Fondo si aspetta una crescita del 3,2% quest’anno ma una contrazione dello 0,2% nel 2023, sebbene seguita da un rimbalzo dell’1,3% nell’anno successivo, nel 2024.

Fmi pronto a tagliare le stime sulla Cina
Le cose non vanno nel verso giusto anche per la Cina. A causa delle politiche imposte dal governo per fermare l’aumento dei contagi da Covid-19 e dei problemi nel settore immobiliare, Georgieva ha anticipato una possibile revisione al ribasso delle stime sul Pil cinese. “Dato che noi prevediamo una crescita del 3,2% per quest’anno e del 4,4% per il prossimo, è possibile che, in questo periodo di grande incertezza, dovremo rivedere queste proiezioni in ribasso”, ha spiegato durante la conferenza stampa, senza dare alcuna indicazione sul possibile taglio delle le stime.

Pensioni minime, in arrivo un nuovo aumento a dicembre

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Segnalazione Wall Street italia

di Pierpaolo Molinengo

Regalo sotto l’albero per i pensionati italiani: le pensioni minime di dicembre saranno più alte. Nei cedolini arriveranno, infatti, la tredicesima, il bonus 155 euro – anche se saranno in pochi a beneficiarne – la perequazione e i vari conguagli effettuati dall’Inps. Ricordiamo che già le pensioni di ottobre e novembre sono state riviste verso l’alto: è arrivato l’aumento provvisorio del 2% per quanti stessero percependo un assegno previdenziale al di sotto dei 2.692 euro e dello 0,2% per la periodica indicizzazione.

Solo e soltanto per la mensilità di novembre 2022, i contribuenti che percepiscono dei redditi inferiori a 20 mila euro, hanno percepito il bonus 150 euro, che è stato previsto dal decreto Aiuti ter. Buone notizie, comunque, anche a dicembre: le pensioni minime saranno più pesanti. Scopriamo di quanto.

Pensioni minime, ecco cosa succede a dicembre

Così come è accaduto nel corso dei mesi di ottobre e novembre, le pensioni minime di dicembre saranno più alte di 11,52 euro. L’aumento è pari al 2,2%, mentre l’assegno previdenziale toccherà i 535,35 euro. A questo importo dovrà essere aggiunta la tredicesima, sulla quale dovrà essere applicato l’adeguamento del 2,2% e che, calcolata su tutto il 2022, arriverà a quota 535,50 euro. Discorso a parte, invece, per chi è andato in pensione nel corso del 2022: in questo caso riceverà una tredicesima proporzionata al numero di mesi nei quali è stato effettivamente in pensione. Ogni mese corrisponde a 44,61 euro.

I contribuenti che non raggiungono il reddito complessivo di 6.915,55 euro hanno diritto ad accedere a un ulteriore bonus. Questa particolare misura, che è stata introdotta attraverso la Legge di Bilancio 2001 (in quel periodo si chiamava ancora Legge Finanziaria) prevede l’erogazione di un importo pari a 154,94 euro, che viene erogato a quanti stanno percependo una pensione dall’Inps, con l’esclusione di chi riceve assegni sociali o di invalidità civile, o sia un ex dipendente di un ente creditizio o un dirigente d’azienda.

A chi spetta questo particolare bonus

Battezzato anche come bonus tredicesima, il contributo da 154,94 euro viene erogato a quanti abbiano una pensione compresa tra 6.815,55 euro e 6.971,49 euro. Per riuscire ad accedere al bonus tredicesima – oltre ai limiti di reddito pensionistico – è necessario essere in possesso di un reddito personale inferiore a 10.043,87 euro o 20.087,73 se coniugati. Facendo due conti, quindi, sommando la tredicesima al bonus tredicesima, la pensione minima a dicembre sarà pari a 1.225,64 euro.

Pensioni, indice di rivalutazione

Con la circolare n. 120 del 26 ottobre 2022, l’Inps ha definitivamente concluso le attività di rivalutazione delle pensioni. Nel testo di questo documento si legge, infatti, che “al fine di contrastare gli effetti negativi dell’inflazione per l’anno 2022 e al fine di sostenere il potere di acquisto delle prestazioni pensionistiche, il conguaglio per il calcolo della perequazione delle pensioni per l’anno 2021 sarà anticipato, in via eccezionale, al 1° novembre 2022″.

L’Inps ha provveduto a spiegare nel dettaglio che, ai fini del calcolo dell’importo da considerare per quanto concerne la perequazione, devono essere prese in considerazioni le prestazioni pensionistiche, che sono assoggettabili al regime della perequazione cumulata. Queste prestazioni sono memorizzate all’interno del casellario centrale delle pensioni ed erogate da enti diversi dall’Inps.

Orsola Nemi e l’amore per la Messa Romana

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Segnalazione del Centro Studi Federici

“Negare la tradizione significa distruggere la strada che la chiesa, i cristiani come noi, con molto studio e sacrificio, anche della vita, hanno aperto nella vegetazione delle aberrazioni umane” (Orsola Nemi, “I Cristiani dimezzati”).
 
A partire dal 30 novembre 1969, prima domenica d’Avvento, il Santo Sacrificio della Messa fu sostituito in quasi tutte le chiese del mondo con il rito di Paolo VI, definito “la messa di Lutero” da mons. Lefebvre il 15/2/1975 a Firenze (conferenza organizzata dalla prof.ssa Liliana Balotta). Ricordiamo il tristissimo anniversario con un articolo della scrittrice e traduttrice Orsola Nemi (Firenze, 11.6.1903 – La Spezia, 8.2.1985), collaboratrice di diversi quotidiani (L’Osservatore Romano, Il Tempo, La Gazzetta del Popolo) e riviste (Il Borghese e La Torre). Sulle colonne de “Il Borghese” curava la rubrica “Taccuino di una donna timida”, da cui è tratto il presente articolo. Nel 1972 scrisse il libro “Cristiani dimezzati”, in cui criticò il modernismo del nuovo corso “conciliare”. Il presente articolo si riferisce alle Messe celebrate ancora con il rito di San Pio V ma rivoluzionate dalle diverse riforme che precedettero quella del cambio di messale (e di religione).
 
Taccuino di una donna timida (Il Borghese del 2 novembre 1969)
 
LA NUOVA liturgia della Messa, che doveva essere iniziata a novembre col principio dell‘Avvento, per quest’anno ci è stata risparmiala. Forse, le alte gerarchie hanno verificato che le modifiche già imposte non hanno dato risultati soddisfacenti; come, senza sforzo, verifica il semplice fedele che frequenta la Messa domenicale. Le chiese, purtroppo, sono sempre più vuote. La domenica, per colpa dell’automobile; gli altri giorni, la gente deve lavorare. La vita è tutta qui, fra il lavoro e l’automobile. Poi, dopo avere bene o male tessuto i giorni su questo ordito, si muore; finalmente, il silenzio. E che c’è in questo silenzio? Chi ci ha mai pensato? Forse avendo avuto un poco di silenzio anche da vivi, si sarebbe arrivati a questo pensiero; ma non l’abbiamo avuto, questo silenzio, nemmeno in chiesa l’abbiamo trovato. La Chiesa (coloro che la occupano, ndr) ci ha tolto il silenzio durante la Messa, ha tolto la possibilità del colloquio segreto, intimo, di ciascuno con Dio, durante la mezz’ora che per il cristiano è la più importante, la più sacra, la più misteriosa della giornata. Che cosa è, questa cosiddetta partecipazione alla Messa, se non un atto di profonda sfiducia verso l’opera segreta di Dio nelle anime, un intervento dell’uomo fra il credente e Dio? I risultati sono palesi e tristi. Durante la Messa non più con Dio: ci dicono, dobbiamo unirci, ma fra noi. Però la Fede, la Speranza, la Carità sono atti individuali, non possiamo compierli senza la Grazia; non ameremo il prossimo se prima non avremo conosciuto Dio. E Dio si manifesta nel silenzio. Ora, durante la Messa non c’è un attimo di raccoglimento. Ci si alza e ci si siede a comando, si ripetono ad alta voce le preghiere, non so con quale partecipazione, poi si ascolta la predica, infine ci sono i canti; e questo è il momento peggiore. Non si possono onestamente chiamarli canti. I grandi inni che avevano attraversato i secoli, che ci afferravano, si impadronivano di noi con le possenti parole, ci scrollavano come il vento scuote gli alberi liberandoli dal seccume, sono ammutoliti, scomparsi. Si odono cantilenare frasi di questo genere: «…evitiamo di dividerci fra noi, via le liti maligne, eccetera…», espressione da comizio o da giornalismo scadente che per la loro miseria sfuggono a qualsiasi apprezzamento. A questo è ridotta la nostra Chiesa, ricca di un tesoro liturgico e poetico che era di per sé una forza, la sua forza d’attacco, la prima che vinceva gli increduli. Si può essere certi che nessuno si convertirà a sentire le nostre cantilene domenicali. Nemmeno durante la Comunione c’è silenzio. La gente in piedi, in attesa di ricevere l’Ostia, canta; i più zelanti, subito dopo averla ricevuta, riprendono a cantare. Si vorrebbe umilmente chiedere alle alte gerarchie, al Sinodo episcopale, a tutti i preti vescovi e cardinali che si radunano e discutono, di ridarci il silenzio durante la Messa. Si vanno, ricercando innovazioni liturgiche, debitamente commentate da eruditi riferimenti, ma non serviranno a nulla, se non ci sarà restituito il silenzio durante la Messa, se in quella mezz’ora in cui il pane diventa Carne e il vino diventa Sangue, e noi, con disperata umiltà, per essere detti beati, crediamo quello che non vediamo, non potremo ascoltare nel silenzio il nostro Dio e Redentore, riconoscere nel silenzio la Sua Presenza Reale, non fosse che per un attimo. Se non abbiamo questo, possiamo anche spegnere la lampada rossa, sbarrare la porla delle chiese e andare per i fatti nostri. E non ci si venga poi a parlare di unione fra noi, se quella lampada sarà spenta.
 

Cibo sintetico, insetti e altre leccornie.

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QUINTA COLONNA

di Alfio Krancic

Sostiene marco Cappato:

Marco Cappato

Viva la carne sintetica, viva il cibo sintetico. (una volta provata la sicurezza, valutato l’ impatto ambientale e… tutti gli altri aspetti che solo l’ideologia antiscientifica può considerare irrilevanti, come lo sono per il Ministro Lollobrigida)

Sostiene Carlo Cottarelli…

Carlo Cottarelli

·Lollobrigida dice che il governo si opporrà in ogni modo al cibo sintetico perché contrario alla nostra cultura. Capisco l’opposizione per motivi sanitari, ma perché lo stato deve impedirmi di mangiare o bere quello che voglio? Anche la coca cola non era parte della nostra cultura.

Dopo il via libera agli alimenti OMG, agli insetti eccoci ai cibi sintetici, in particolar modo alla carne sintetica. Scrive Carlo Cottarelli: “ma perché lo stato deve impedirmi di mangiare o bere quello che voglio?” Giusto. Perchè impedire agli antropofagi di mangiare carne umana o bere sangue umano? Tranquilli ci arriveremo. Abbiate un po’ di pazienza. “Loro” stanno lavorando per il nostro bene. Non disturbiamoli

https://alfiokrancic.com/2022/11/18/cibo-sintetico-inseti-e-altre-leccornie/

 

Di fronte alla catastrofe?

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di Luciano Lago

L’impressione lasciata dagli avvenimenti relativi alla caduta del missile in territorio polacco è ancora alta, si è sfiorata la guerra tra la NATO e la Russia ma la paura di una guerra nucleare è divenuta concreta. Dai commenti dei media mainstream non si capisce se fosse la paura di fronte alla realtà di una guerra nucleare davanti ai propri occhi o per il contrario se questi commentatori erano entusiasmati per il fatto che la NATO adesso avrebbe avuto le mani libere per distruggere la Russia, visto che affermavano convinti che la NATO sarebbe invincibile.

Intanto ieri Putin ha legalizzato formalmente il fatto che i volontari internazionali possano integrarsi all’Esercito russo e si deduce per sicuro che volontari provenienti dall’Iran o dalla Repubblica della Corea del nord arriveranno ad integrarsi alla battaglia contro i seguaci di Stephan Bandera e i loro patron occidentali. Dei volontari della Corea del Nord si era già molto parlato per i treni avvistati in transito da quel paese verso la Russia. Nessuno sa quale fosse il carico.

Così risulta che il presidente Vladimir Putin ha firmato il decreto che modifica il procedimento per reclutare cittadini stranieri che potranno servire nell’Esercito russo. Il documento modifica il regolamento approvato nel 1999 sul servizio militare e, in accordo con questo, da adesso in poi i cittadini stranieri potranno servire nell’esercito russo,media mainstream sotto contratto, al pari dei cittadini della Federazione Russa.

Inoltre nell’attacco russo dell’altro ieri, attuato con più di cento missili, si è saputo che lo stato Maggiore delle forze ucraine è stato distrutto a Kiev. Questo indica che la guerra è entrata in una nuova fase.

Secondo i rapporti, come risultato dell’attacco uno dei missili ha colpito l’obiettivo a Kiev, lo Stato Maggiore delle forze armate dell’Ucraina è stato distrutto, nonostante i missili antiaerei lanciati, quando nessuno dei missili antiaerei ucraini ha intercettato l’obiettivo e questo a dimostrazione della bassa efficienza del sistema di difesa antiaereo ucraino. Al momento si sa che, come risultato dell’attacco, l’edificio è stato parzialmente distrutto e sembra che questo sia avvenuto mentre era in corso una riunione a cui partecipavano ufficiali di alto rango delle forze straniere che sono coinvolte nelle operazioni in Ucraina.

Il comando della Forze Armate ucraine ancora non si è pronunciato ma questo è uno dei pochi attacchi diretti alla sede centrale del comando. I residenti locali parlano di un fumo nero che si è levato dall’edificio e dall’area dove si è verificata l’esplosione ma nulla si sa sul numero delle vittime.

Tutto è molto confuso in questo momento nei paesi alleati della UE e nelle reazioni scomposte degli USA e della NATO. Sopratutto si nota che c’è una grande preoccupazione che gli USA se ne vengano fuori con una uscita precipitosa e le dichiarazioni rilasciate in proposito sono molto sconcertanti.

In occasione della caduta del missile in Polonia si è visto che Biden non ha risparmiato tempo per smentire che il missile fosse russo e che tutto indicava che la Russia non era la responsabile. Cosa questa che ha rappresentato un secchio di acqua fredda sulle aspettative ucraine di coinvolgere direttamente la NATO nel conflitto con il sostenere che il missile fosse russo. Gli USA conoscono perfettamente la traiettoria del missile e questo mette in dubbio che possa essere stato un errore della contraerea ucraina, visto che gli obiettivi dell’attacco russo erano tutti a oltre 30/40 Km. dal confine polacco.

Potrebbe essere stata questa una provocazione ucraina per ottenere il coinvolgimento diretto della NATO nel conflitto? Il dubbio rimane dalle frettolose accuse lanciate subito da Zelensky e compagnia cantante.

Le notizie che arrivano sono indicative di un qualche cosa che sta avvenendo in questo momento. Il capo del Dipartimento di Sicurezza interna USA, Alejandro Mayorkas, ha dichiarato che se si verifica una esplosione nucleare in Europa questa non avrà conseguenza negativa per la salute degli americani e le minacce radiologiche sono basse; che voleva dire? Inoltre lo stesso ha detto che, mentre gli USA hanno espresso la loro preoccupazione per il fatto che la Russia sta facendo tintinnare le sciabole …non ci sono indizi che una esplosione nucleare in Europa possa avere conseguenze dirette sulla salute negli Stati Uniti, come dichiarato nella sua udienza davanti al comitato del Congresso.

Il presidente Putin ha detto in precedenza che l’Occidente ha lanciato un ricatto nucleare e i rappresentanti della NATO stanno parlando della possibilità di usare armi di distruzione massiva contro la Russia.

Anche l’ammiraglio ritirato Mike Mullen si è pronunciato su questo dicendo che il momento è molto pericoloso e tutto indica che potrebbe verificarsi uno scontro diretto fra Russia e USA. Il conflitto in Ucriana potrebbe produrre una escalation verso una conflagrazione nucleare.

Bisogna far terminare il conflitto senza l’uso di armi nucleari e, se appariranno tali armi, saremo molti vicini ad una guerra nucleare, ha detto l’ammiraglio con molta saggezza. Bisogna riprendere quindi un processo di negoziato per evitare questo rischio.Putin, NATO,

Da notare che Zelensky a minacciato ripetutamente la Russia di un bombardamento nucleare preventivo, anche se più tardi il suo segretario ha voluto rettificare le dichiarazioni (censurate dai media occidentali) per diminuire il significato di queste affermazioni. La natura psicopatica del personaggio sta diventando sempre più evidente e viene nascosta all’opinione pubblica dei paesi occidentali che lo stanno finanziando.

Tutto darebbe l’impressione in apparenza che gli USA non vogliano far precipitare la situazione in un conflitto nucleare.

Il rappresentante russo Dimitry Peskov ha rimarcato che Zelensky con la sua retorica ha chiesto l’inizio di una guerra mondiale. Lo stesso ha raccomandato ai paesi occidentali di prestare attenzione alle dichiarazioni improvvide di questo personaggio e ha ricordato che, in caso di tale conflitto, le conseguenze sarebbero mostruose per tutti.

Anche il ministro Lavrov ha ricordato che i rischi crescenti dell’uso di armi di distruzione di massa sono sempre più forti per effetto delle dichiarazioni del presidente ucraino. Tutti dovrebbero essere messi di fronte alle proprie responsabilità prima di fare dichiarazioni affrettate e prive di riscontro, come accaduto in occasione della notizia del missile in Polonia.

Prevarrà la prudenza fra i leader occidentali? Questo si vedrà a breve scadenza ma le dichiarazioni dei leader occidentali sono molto contraddittorie.

Foto: Idee&Azione https://www.ideeazione.com/di-fronte-alla-catastrofe/

19 novembre 2022

I crimini del Comunismo: il martirio di Istvàn Sándor

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Il comunismo, ideologia intrinsecamente perversa, ha causato la morte di decine di milioni di persone, tra cui moltissimi cattolici. Segnaliamo la bella figura di  Istvàn Sándor, coadiutore salesiano ungherese torturato e poi ucciso all’età di 39 anni dal regime comunista. 
 
Istvàn Sándor, salesiano coadiutore, martire.
 
L’anno 1914 fu tragico per l’Europa: il 28 luglio, dopo l’attentato di Sarajevo, l’Austria dichiarò guerra al regno di Serbia. Iniziava così il grande massacro della Prima Guerra Mondiale. Verso la fine dell’anno precedente, il 6 novembre 1913, erano arrivati in Ungheria, allora parte dell’impero Austro-Ungarico, i primi salesiani, un gruppo di giovani ungheresi che avevano svolto il loro percorso formativo in Italia.
In questo contesto, il 26 ottobre 1914 nasce Istvàn Sándor, nella cittadina di Szolnok, situata a un centinaio di chilometri a sud-est dalla capitale, Budapest, nella Grande Pianura Ungherese.
 
Fanciullezza e giovinezza
Istvàn era il primogenito di tre fratelli. Fin da piccolo, Istvàn era assiduo frequentatore della sua parrocchia, affidata ai Francescani. La comunità dei figli di san Francesco costituiva il baluardo della vita cristiana nella cittadina. Entrato a far parte del gruppo dei ministranti, svolgeva con gioia questo servizio. Più tardi riemergerà in lui questa passione per il culto, quando ormai da coadiutore salesiano si impegnerà, con molta serietà, a formare un gruppo esemplare di ministranti nella scuola e nell’oratorio.
Ragazzo sempre allegro, di umore costante, amante dei giochi, sempre in movimento: così lo ricordavano i compagni. Gli piaceva recitare in teatro, esibirsi sul palcoscenico per far divertire i compagni. Fin da ragazzo preferiva fare da arbitro per far giocare i più piccoli.
Anche in casa badava ai fratelli minori (era lui a dirigere le preghiere), ai pasti e alla sera. Era solito aiutare la mamma nelle faccende domestiche.
I Francescani consigliarono la famiglia di mandare il giovane all’istituto salesiano “Clarisseum” di Ràkospalota, alla periferia della capitale, dove frequentò le scuole professionali. Tornato in famiglia, il ragazzo quattordicenne fu avviato ad un apprendistato metallurgico. Durante tutto questo periodo fu costantemente in contatto con il suo confessore stabile. Questa costante cura della vita spirituale, unitamente alla traccia profonda che aveva lasciato in lui la permanenza nell’opera salesiana di Ràkospalota, lo portavano a riflettere su quel che Dio voleva da lui. E così riconobbe in se stesso, con l’aiu­to della guida spirituale, i segni della chiamata di Dio alla vita religiosa salesiana. Come dirà più tardi, la lettura delle pubblicazioni salesiane lo aveva colpito e l’aveva fatto riflettere. Anche in questo tratto si intravede una motivazione della sua scelta: la sua sensibilità per il lavoro in tipografia e l’amore per la stampa a diffusione popolare.
Giunto all’età di 21 anni, alla fine del 1935, Istvàn mandò la sua richiesta formale al Superiore dei Salesiani, don Jànos Antal. Il 12 febbraio 1936 faceva ritorno al “Clarisseum”, per trascorrervi un periodo di prova. Vivendo in quella comunità, lavorò con entusiasmo come aiuto-tipografo, sagrestano e nell’oratorio. Sereno, nonostante l’età che per quei tempi era parecchio superiore alla media dei novizi, continuò il suo lavoro fino al marzo 1938, quando, all’età di 24 anni, non più apprendista, ma già tipografo professionale, chiese ed ottenne di entrare nel Noviziato.
Istvàn finì l’anno di noviziato con la prima professione dei voti religiosi, come salesiano laico (‘coadiutore’) l’8 settembre 1940. Dalla sua corrispondenza dell’epoca traspare la sua immensa gioia e l’entusiasmo per quella vita. Tornò al “Clarisseum”, al suo lavoro nella tipografia, ora come uno dei responsabili, all’animazione nella chiesa pubblica annessa e nell’oratorio. La tipografia Editrice don Bosco godeva di grande prestigio nazionale. Oltre alle pubblicazioni salesiane (Bollettino Salesiano, Gioventù Missionaria…) pubblicava anche collane prestigiose di opere teatrali per i giovani, libri di spiritualità giovanile, libri di istruzione religiosa popolare.
Proprio in quegli anni in Ungheria, sotto il patrocinio di don Bosco, si era dato vita ad un’Associazione Cattolica dei Giovani Lavoratori (‘kioe’). Al “Clarisseum” il nostro Istvàn fu il promotore e l’anima di questa organizzazione. Il suo gruppo divenne gruppo-modello; egli vi aveva trasfuso l’atmosfera serena e la spiritualità sacramentale ed educativa tipica di don Bosco. Catechismi ragionati, conferenze apologetiche, ore di adorazione, escursioni-pellegrinaggi, sport e gioco, santa allegria caratterizzavano la vita del gruppo. I giovani ne erano attratti e non abbandonarono l’opera, anche quando il loro animatore fu richiamato alle armi. L’Ungheria era entrata in guerra, a fianco della Germania, il 22 giugno 1941.
 
Sul fronte di guerra
Sándor prestò servizio nell’esercito ungherese come appuntato telegrafista. Alcuni suoi commilitoni testimoniano che in reparto non nascondeva di essere un religioso consacrato. Creò attorno a sé un piccolo gruppo di soldati, attratti dal suo esempio, che egli incoraggiava a pregare e ad evitare le bestemmie.
Nel 1944 riprese il suo lavoro a Ràkospalota, per quanto lo permettevano le drammatiche circostanze. Il 13 febbraio 1945, dopo lunghi e aspri combattimenti durati tre mesi, che portarono alla rovina dell’abitato, tutta la città di Budapest era sotto il controllo dell’esercito sovietico. In questo tempo i Salesiani rimasti in città soffrirono terribilmente la fame, l’impossibilità di lavorare, le requisizioni da parte dell’occupante.
Il superiore salesiano ungherese comunicò alla Direzione Generale di Torino: “… Ora non possiamo pubblicare né ‘Bollettino Salesiano’ né ‘Gioventù Missionaria’. Le disposizioni vigenti ci impongono il massimo risparmio di carta”. Era quest’ultimo un mezzo di controllo della stampa da parte del regime: occorreva un permesso specifico per acquistare carta.
A Ràkospalota i gruppi animati dai Salesiani risentono di questi colpi. In modo particolare il nostro Istvàn soffre per lo scioglimento della kioe (corrispondente della joc occidentale) di cui era diventato uno dei dirigenti. Nonostante le proibizioni legali, però, egli proseguì questa attività in modo quasi clandestino, evitando di esporsi e di esporre i suoi allievi ai controlli della polizia politica. Cambiavano ogni volta i luoghi di incontro, simulando scampagnate di piccoli gruppi di giovani, o incontrandosi per feste di notte. Nel 1948 egli animava sei gruppi attivi di giovani, tra cui parecchi exallievi della nostra scuola. I contenuti dei loro incontri non avevano assolutamente nulla di politico. Erano solide istruzioni religiose per dare fondamento alla fede dei giovani, in modo da poter resistere alla propaganda atea che imperversava. Si pregava molto. Lo stesso animatore compose appositamente alcune preghiere.
Nel mese di giugno del 1950 il governo comunista dichiara “soppressi” gli ordini e le congregazioni religiose in Ungheria. A partire dal 7 giugno cominciano le deportazioni di religiosi/e, internati in luoghi di concentramento (generalmente antichi monasteri). Anche i Salesiani vengono dispersi.
Nel 1951 ad un certo momento Istvàn, accorgendosi di essere caduto in sospetto presso la polizia politica, cambiò cognome, alloggio e trovò lavoro come operaio nella fabbrica di detersivi Persil, ma continuando il suo apostolato clandestino con i giovani. Vedendo come la polizia stava pedinando il confratello, i suoi superiori, con cui manteneva rapporti di nascosto, pensarono di farlo espatriare. Quando tutto era già pronto per fargli attraversare la frontiera con l’Austria, Istvàn non volle approfittare di questa occasione, ma decise di rimanere in Ungheria. Pensava che non era giusto andarsene, quando i giovani che egli seguiva stavano correndo il pericolo di essere scoperti e condannati. Per lui era come un fuggire dalle sue responsabilità di educatore cristiano.
 
Arresto e condanna
Istvàn si incontrava regolarmente con i suoi ex-allievi ed alcuni amici di essi al “Clarisseum” o in appartamenti privati. Egli si occupava con grande amore dei problemi spirituali dei giovani.
Ma la padrona di casa di Daniel fece imprigionare Istvàn ed altri salesiani. Il 28 luglio 1952, al mattino si presentò nell’alloggio la polizia politica e arrestò Istvàn.
A causa delle disumane torture e dei procedimenti tristemente noti e usati con i prigionieri “politici” di quel tempo, Istvàn fu costretto ad ammettere i “crimini”di cui lo si incolpava, ben sapendo che tale dichiarazione avrebbe costitui­to per il tribunale militare motivo per una condanna a morte.
Di questi dieci mesi e più abbiamo qualche notizia da compagni di cella che sopravvissero. Ecco una testimonianza: “Durante le settimane trascorse nella cella comune, facevamo di tutto per poter vivere una vita il più possibile spirituale, nel senso più nobile della parola […] Pregavamo insieme e recitavamo il Rosario di nascosto, perché anche tra i compagni di cella vi era un certo controllo interno. Ogni cella aveva un suo “comandante” responsabile che doveva osservare e denunciare ogni irregolarità, che poi non rimaneva impunita. (Il regime infiltrava apposta qualche elemento che, fingendosi incarcerato, cercava di raccogliere confidenze dai detenuti). Il nostro amico Istvàn cercava di dare forza ai compagni per mezzo di preghiere di consolazione e pensieri spirituali”. Malgrado fosse consapevole del suo destino tragico, egli era apportatore di serenità agli altri carcerati.
 
8 giugno 1953: la testimonianza suprema
Dopo la comunicazione ufficiale della sentenza capitale al condannato, questi fu trasferito dalla cella 32 al piano superiore del carcere militare, alla cella dei condannati a morte in attesa dell’esecuzione. Un compagno di cella sopravvissuto, cinquant’anni dopo, confessava di avere ancora impressa nella memoria la triste scena per cui le guardie carcerarie passarono nella cella 32 a ritirare i suoi oggetti personali: uno spazzolino da denti, un pettine e un asciugamano. Per i prigionieri era questo il segno che l’interessato era stato trasferito nella cella di coloro che sarebbero passati direttamente all’esecuzione capitale.
I superstiti affermano che non si poteva sapere con precisione dove avvenivano le esecuzioni. In genere, almeno fino al 1953, venivano eseguite nel cortile del carcere stesso. Per coprire le grida dei condannati si usava portare al massimo il volume di rumore prodotto dallo scappamento del motore del camion usato come palco. Quando dalle celle si udiva tale sinistro fracasso, si intuiva che si stavano eseguendo condanne, soprattutto per impiccagione. Il nostro Istvàn fu impiccato per secondo, come risulta dai verbali.
Il cadavere, insieme a quello degli altri giustiziati, fu poi portato con un camion al cimitero del carcere giudiziario della cittadina di Vàc, dove vennero seppelliti tutti insieme in una fossa comune, senza segni di identificazione. Nonostante parecchie ricerche da parte della famiglia e dei Salesiani, a tuttora non si è riusciti a localizzare con certezza il luogo della sepoltura. D’altra parte, i cadaveri riesumati in seguito, dopo la caduta del regime, presentavano una quantità tale di segni di tortura che ne rendevano difficilissima l’identificazione.
Il martirio è stato la conclusione coerente di tutta una vita di fede semplice e di amore profondo per i giovani, piena sempre di fiduciosa speranza, anche in circostanze non favorevoli. È la disposizione che san Giovanni Bosco ispira ai suoi figli: “Darò la mia vita per i giovani fino all’ultimo mio respiro”.    
 
 

Basta con l’arroganza di Zelensky

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di Massimo Fini

Fonte: Massimo Fini

Adesso l’arroganza di Zelensky ha superato ogni limite: non si accontenta più di dettare l’agenda politica dell’Ue ma vuole cancellare la cultura russa dall’Europa, la stessa pretesa di Putin con l’Ucraina. Come racconta Marco Travaglio sul Fatto di venerdì: “Il console ucraino Andrii Kartysh ha intimato a Sala, a Fontana e al sovrintendente Meyer di cancellare la prima della Scala col Boris Gurdonov di Musorgskij e ‘rivedere’ il cartellone per ripulirlo da altri ‘elementi propagandistici’, cioè da opere di musicisti russi”. Dà ordini perentori ai sindaci, ai presidenti di Regione, ai direttori artistici, vuole decidere lui, attraverso i suoi scagnozzi, quale deve essere il cartellone della Scala. La Scala,  il più grande teatro al mondo di musica classica, di balletto, di operistica, dove sono stati messi in scena i maggiori compositori russi, da Tchaikovsky a Rimsy-Korsakov a Prokofiev a Khachaturian a Stravinsky, dove hanno ballato le più grandi étoile russe, da Rudy Nureyev a Baryshnikov, e, per restare a casa nostra, sempre che rimanga tale, dove sono stati dati tutti i nostri grandi dell’opera, da Puccini a Rossini, da Verdi a Vivaldi, da Monteverdi a Bellini, dove hanno cantato Maria Callas e la Tebaldi. Che cosa ci hanno dato gli ucraini in cambio? Zero, zero.
Volodymyr Zelensky è un filo-nazista, non perché lo ha bollato così Putin, ma perché una parte del popolo, sia pur carsicamente, lo è, non solo i miliziani del battaglione Azov che lo sono apertamente, sono inglobati nell’esercito regolare ucraino e vengono continuamente esibiti e magnificati dal loro Presidente. Infatti due settimane fa, come già l’anno scorso, il suo governo ha votato contro l’annuale risoluzione Onu che condanna l’esaltazione del nazismo: l’aveva già fatto l’anno scorso, insieme agli Usa, mentre stavolta Kiev si è tirata dietro i principali Paesi europei, Italia inclusa.
Quando in Ucraina c’erano la Wehrmacht e la Gestapo, con cui non si scherzava, gli ucraini sono stati attori, in proporzione, di uno dei più grandi pogrom antiebraici.
Volodymyr Zelensky gonfia il petto per la resistenza all’“operazione speciale” di Putin. Ma con le armi che gli hanno dato gli americani e disgraziatamente anche l’Unione europea, che continua a non capire dove sono i suoi veri interessi, pure il Lussemburgo avrebbe resistito al tentativo di occupazione russa. Senza contare che in corso d’opera si è scoperto che l’Ucraina era già zeppa di armamenti sofisticati.
Lo so, lo so che è obbligatorio premettere che qui c’è un aggressore, la Russia, e un aggredito, l’Ucraina. Tutto vero, però queste sottili distinzioni non si sono fatte quando gli aggressori eravamo noi, Germania in parte esclusa, in Serbia 1999, in Afghanistan 2001, in Iraq 2003, in Somalia, per interposta Etiopia, 2006-2007, col bel risultato di favorire gli Shabab che hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico, e infine in Libia, 2011, in una delle più sciagurate operazioni di alcuni Paesi Nato, Stati Uniti, Francia e Italia a governo Berlusconi. Però solo Putin continua a essere massacrato dalla cosiddetta “comunità internazionale” che altro non è che il coacervo di Stati stesi come sogliole ai piedi degli States e che è sì internazionale, ma non è mondiale perché a questa condanna sono estranei non solo la Cina e l’India, circa tre miliardi di persone, ma anche quasi tutti i Paesi sudamericani, tanto più che ora Lula ha cacciato a pedate il ‘cocco’ dell’Occidente, Bolsonaro. Inoltre in questa damnatio memoriae qualche ragione ce l’ha anche la Russia di Putin. Non è rassicurante essere circondati da Paesi Nato e filo-Nato cioè, attraverso gli Stati Uniti, da Stati potenzialmente nucleari, oltre che dai nazisti ucraini.
Pistola alla tempia io scelgo la Russia, anche l’attuale Russia, non l’Ucraina. E forse faccio anche a meno della pistola.

Non finiremo per salvare il liberalismo, come progettano loro

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di Aleksandr Gelʹevič Dugin

Fonte: Antonio Catalano

«NON FINIREMO PER SALVARE IL LIBERALISMO, COME PROGETTANO LORO. FINIREMO PER “UCCIDERLO”, UNA VOLTA PER TUTTE» Aleksander Gelʹevič Dugin

[Il libro “La Quarta Teoria Politica” di Aleksandr Gelʹevič Dugin si conclude con il capitolo sulla guerra alla Russia nella sua dimensione ideologica; articolo pubblicato l’11 marzo 2014. Illuminante come il grande filosofo avesse antivisto il corso delle cose, descrivendo lo scenario che a molti sembra prendere avvio solo il 24 febbraio del 2022. Riporto di seguito alcuni passaggi decisivi dello scritto. Antonio Catalano]

La guerra contro la Russia è attualmente la questione più discussa in Occidente. Per ora è ancora un suggerimento e una possibilità, ma potrebbe diventare realtà, a seconda delle decisioni che prenderanno le nazioni coinvolte nel conflitto ucraino Mosca, Washington, Kiev, Bruxelles.
Nell’Occidente moderno, c’è un’unica ideologia dominante: il liberalismo. Può manifestarsi in molte sfumature, forme e varianti, ma la sua essenza è sempre la stessa. Il liberalismo ha in sé una struttura intrinseca fondamentale: individualismo antropologico, fede nel progresso, tecnocrazia, eurocentrismo, economia come destino, democrazia come governo delle minoranze, classe media come unico attore realmente esistente in campo sociale e unica forma universale, globalismo inclusivista.
Durante il XX sec. il liberalismo ha sconfitto i propri rivali, e dal 1991 è diventata l’unica ideologia dominante nel mondo.
L’unica libertà di scelta nel reame del liberalismo globale è tra liberalismo di destra, di sinistra o radicale, ivi compresi quello di estrema destra e dell’estrema sinistra, e quello più estremo. Di conseguenza, il liberalismo è stato installato come sistema operativo della civiltà occidentale e di tutte le altre civiltà che si trovano nella zona d’influenza occidentale. Perfino il senso comune è divenuto liberale.
C’è un aspetto dell’ideologia liberale che ha in sé il germe di una crisi: il liberalismo è intimamente nichilista. L’insieme dei valori propugnati dal liberalismo è legato a doppio filo alla sua tesi primaria, cioè la primazia della libertà. Ma la libertà, nella visione liberale, è una categoria sostanzialmente negativa: è essere “liberi da”, non “liberi di” o “per”. Il liberalismo avversa ogni forma di identità collettiva e ogni genere di valore, progetto, strategia, obiettivo, metodo che sia collettivista, o meramente non-individualista. Questa è la ragione per cui uno dei più importanti teorici del liberalismo, Karl Popper ha sostenuto, nella sua opera “La società aperta e i suoi nemici”, che i liberali debbano combattere qualsiasi ideologia o filosofia politica (da Platone ed Aristotele a Marx ed Hegel) che suggerisca che la società umana dovrebbe avere un qualche obiettivo o valore o significato comune. (È da notare che Georges Soros considera questo testo la sua bibbia personale).
La Russia, l’avversario geopolitico tradizionale degli anglosassoni, è un nemico molto più serio [di Afghanistan, Iraq, Libia, citati prima]. È perfetta per ricoprire quel ruolo – il ricordo della guerra fredda è ancora fresco negli animi di molti. La russofobia è facile da coltivare, anche con mezzi rudimentali. Ed è per questo che penso che la guerra con la Russia sia una prospettiva concretamente possibile. È ideologicamente necessaria come “extrema ratio” per posporre l’implosione definitiva dell’Occidente liberale. È quel “passo indietro” necessario.
Considerando i diversi piani di questo possibile conflitto con la Russia, sottolineo alcuni punti:
1. Una guerra con la Russia aiuterà a ritardare il caos globale imminente. La maggioranza delle nazioni implicate nel sistema economico liberale e liberal-democratiche, che dipendono o sono direttamente controllate dagli Usa e dalla Nato, faranno un’altra volta “fronte comune” sotto la bandiera dell’Occidente liberale nella sua crociata contro Putin, l’antiliberale.
2. Una guerra contro la Russia rafforzerebbe la Nato e soprattutto i suoi membri europei, che saranno ancora una volta obbligati a considerare l’iperpotenza americana come qualcosa di positivo e vantaggioso, e i vecchi schemi della guerra fredda non sembreranno più obsoleti. Per paura della venuta dei “malvagi russi”, gli europei torneranno leali agli Usa, loro protettori e salvatori.
3. L’Unione Europea sta cadendo a pezzi. La presunta “minaccia comune” dei russi potrebbe prevenirne un’eventuale frammentazione, mobilitando la società e rendendo i popoli europei di nuovo volenterosi di difendere le proprie libertà e i propri valori, minacciati dalle “ambizioni imperiali” di Putin.
4. La Giunta ucraina di Kiev ha bisogno di questa guerra per giustificare e seppellire tutte le malversazioni che risalgono alle proteste di Maitan, sia dal punto di vista giuridico che costituzionale, ratificando la “sospensione della democrazia”, che avrebbe impedito loro di governare nei distretti sudorientali, prevalentemente filorussi, e di stabilire la loro autorità e il loro ordine nazionalistico per via extraparlamentare.
L’unica nazione che non vuole la guerra è ora la Russia, ma Putin non può lasciare che il governo ucraino, radicalmente anti-russo, governi un paese che ha una popolazione per metà russa, e che è composta da molte regioni filorusse. Se lo permettesse perderebbe ogni credibilità a livello interno e internazionale.
La guerra russa non sarà solo a vantaggio degli interessi nazionali russi, ma sarà per la causa di un mondo multipolare più equo, per la dignità e la vera libertà – quella positiva, “creativa” non quella “nichilista”. In questa guerra la Russia darà l’esempio come tutrice della Tradizione, dei valori conservatori connaturati ai popoli, e rappresenterà la vera liberazione dalla società aperta e da chi ne beneficia – l’oligarchia finanziaria globale. Questa guerra non è contro gli ucraini e nemmeno contro una parte della popolazione ucraina, e non è nemmeno contro l’Europa. Non finiremo per salvare il liberalismo, come progettano loro. Finiremo per “ucciderlo”, una volta per tutte.

1 60 61 62 63 64 65 66 1.214