Dieci mesi di guerra in Ucraina: cosa aspettarsi nel 2023 e il paradosso cinese

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I possibili scenari, i costi, le incertezze dell’Occidente. Mosca scommette sulla nostra mancanza di pazienza strategica e coesione politica per una lunga guerra

Sono passati circa dieci mesi da quando la Russia ha invaso l’Ucraina. Al momento l’unica cosa su cui concordano i governi nordamericani, europei, russi e ucraini è il desiderio di una guerra breve.

Tutti vogliono una guerra breve

A Mosca, il regime di Putin vorrebbe una breve guerra vittoriosa per sostenere la sua posizione politica e conseguentemente mantenere il potere in modo “pacifico”. L’Occidente vorrebbe una guerra breve a causa delle spaventose sofferenze del popolo ucraino e dei costi altrettanto spaventosi della crisi energetica.

Tuttavia, nessuno in Occidente, inclusi gli americani, sembrerebbe disposto a fornire a Kiev il tipo di supporto militare che potrebbe consentire agli ucraini di respingere le forze russe fuori dal loro Paese, almeno dai confini pre-24 febbraio.

Gli ucraini vorrebbero continuare le loro recenti offensive che hanno visto le forze russe respinte ma mancano del “peso militare” per far ritirare tutte le forze russe dall’Ucraina orientale.

La probabilità di una guerra lunga

Di conseguenza, si prospetta la tragica probabilità di una lunga guerra. I russi si sono impegnati in una guerra che potrebbe protrarsi nel tempo perché è a questo a cui il Cremlino ha tradizionalmente fatto ricorso e gli ucraini continueranno a combattere per tutto il tempo necessario rafforzati dalla rabbia per l’occupazione delle forze russe.

La vera incognita è l’Occidente, è l’ampiezza del suo sostegno all’Ucraina. Conseguentemente il 2023 sarà l’anno in cui la guerra si concluderà perché ci sono chiaramente dei limiti al sostegno che americani, canadesi o europei sono disposti a offrire all’Ucraina.

In caso contrario, il conflitto diventerebbe una guerra “congelata” con gran parte della linea del fronte tra Kharkiv nell’Ucraina nord-orientale e Kherson nell’Ucraina sud-orientale che già oggi assomiglia sempre più al fronte occidentale della Prima Guerra Mondiale.

Gran parte dell’azione diplomatica sarà quindi dedicata a convincere Cina Popolare e India a fare pressione su Mosca affinché rinunci all’escalation, a tenere unita la coalizione a sostegno dell’Ucraina e a trovare una formula per porvi fine.

La domanda centrale a questo punto riguarda questa formula. Qualsiasi cessate-il-fuoco a breve termine sarebbe semplicemente una pausa che i due combattenti esausti sfrutterebbero per tentare di ricostruire la loro rispettiva capacità di combattimento, ma ad un certo punto la “pace” dovrà essere concordata e la probabilità è che tale pace debba essere una soluzione soprattutto europea.

Uno scontro di volontà

La battaglia sul terreno è una prova di resistenza tra il popolo ucraino e le sue forze armate contro le forze armate della Federazione Russa. La battaglia geopolitica è uno scontro di volontà tra il Cremlino e la coalizione occidentale (euro-atlantica) che sostiene l’Ucraina.

Il 2023 non vedrà solo una nuova fase sul campo, ma anche una nuova sfida interna nella coalizione perché è palese che crescono le tensioni tra i cosiddetti falchi e colombe in Occidente. Mosca cercherà di sfruttare tali divisioni. Molto, come sempre, dipenderà dalla posizione assunta dall’amministrazione Usa.

Obiettivi e condizioni

L’obiettivo generale deve rimanere la “fine militare” delle forze russe in Ucraina, consentendo così a Kiev di negoziare da una posizione di forza, con i partner occidentali che garantiscono sostegno totale. Fondamentale decidere ora se fornire supporto aggiuntivo a Kiev e di che tipo perché mantenga l’offensiva, sia durante i mesi invernali (per quanto possibile) sia nel 2023.

Qualsiasi strategia per porre fine alla guerra dovrebbe basarsi sul principio, in primo luogo, che l’aggressione russa non deve essere ricompensata in alcun modo. Poi, la Russia deve risarcire i danni che ha inflitto all’Ucraina. Stabilire che non ci possa essere alcun veto russo sulla dimensione territoriale Nato e infine, la revoca delle sanzioni, da implementare solo come conseguenza dell’azione “riparatoria” russa e solo nel tempo.

L’alternativa sarebbe, appunto, una guerra “congelata”, con la Russia che detiene il controllo (annette) su una parte significativa dell’Ucraina.

La posizione di Mosca

Invitando l’Occidente a riconoscere alla Russia i territori occupati come precondizione per i colloqui, il Cremlino ha fatto capire di non essere interessato alla pace e di essere impegnato in una lunga guerra di cui l’Ucraina è il principale, ma non unico, campo di battaglia.

È improbabile che la posizione di Mosca cambi a breve termine. Il presidente Putin è sostenuto da un gruppo sempre più intransigente sia al Cremlino sia nella Duma, che vuole che distrugga la capacità industriale ucraina, rompa il sistema bancario ucraino e ne paralizzi il sistema ferroviario e dei trasporti.

La posizione dell’Occidente

Pare oramai assodato che l’Occidente (i Paesi Nato) non entrerà in guerra con la Russia per salvare l’Ucraina dall’aggressione. Piuttosto, l’Occidente sta cercando di costringere la Russia a fare concessioni attraverso il suo sostegno diretto e indiretto a Kiev, con l’obiettivo finale di ripristinare l’integrità territoriale e la sovranità dell’Ucraina.

La ritirata russa da Kherson e il lancio di attacchi missilistici contro le infrastrutture ucraine segnano probabilmente la fine di una fase della guerra caratterizzata dai progressi tattici ucraini e l’inizio di una fase più statica nel prossimo inverno.

Le richieste ucraine

I sistemi d’arma occidentali che hanno fatto pendere temporaneamente la bilancia del conflitto verso l’Ucraina includono le armi anticarro leggere di nuova generazione (NLAW), i sistemi missilistici a lancio multiplo (MLRS) e il sistema missilistico di artiglieria ad alta mobilità M142 (Himars). Tuttavia, Kiev chiede più sistemi di difesa aerea e artiglieria, più MLRS, carri armati e molti altri droni di vario tipo.

I costi umani

Il costo umano della guerra è spaventoso. Al 27 novembre 2022 l’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani (OHCHR) stimava che 6.655 civili avessero perso la vita e altri 10.368 fossero i feriti. Alcune fonti hanno anche indicato che 100 mila militari russi e circa 60 mila ucraini sarebbero stati uccisi o feriti.

L’OHCHR ha anche registrato 7.891.977 rifugiati ucraini in tutta Europa, di cui 4.776.066 registrati per la protezione temporanea. Secondo un rapporto Reuters del 13 novembre, il presidente Zelensky ha affermato che l’Ucraina avrebbe scoperto più di 400 crimini di guerra.

La presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen ha chiesto l’istituzione di un tribunale speciale sostenuto dalle Nazioni Unite per indagare su tali crimini, affermando che 20 mila civili ucraini e più di 100 mila membri del personale ucraino avrebbero perso la vita dallo scorso febbraio.

I costi economici

Il costo economico non è meno grave. Secondo la Banca mondiale l’economia ucraina crollerà del 45 per cento entro la fine del 2022. Kiev perderà 5 miliardi di euro al mese secondo alcune fonti attendibili, mentre l’economia russa dovrebbe ridursi di circa l’11 per cento.

Anche l’impatto sull’economia globale è stato profondo. È probabile che i prezzi del petrolio rimangano sopra o intorno ai 100 dollari al barile e i prezzi del gas almeno del 50 per cento più onerosi per un periodo prolungato se il conflitto continuerà.

La Russia e l’Ucraina esportano il 25 per cento del grano mondiale e il 28,9 per cento dell’olio di girasole, la cui perdita ha portato a profonde carenze e scarsità di cibo nel resto del mondo (tutto questo si aggiunge alla carenza mondiale dei fertilizzanti prodotti in Russia).

Nel marzo 2022, Usa e Ue hanno annunciato severe sanzioni alla Banca centrale russa (CBR), bloccando il trasferimento di 643 miliardi di dollari alla Russia. Ciò ha avuto un impatto sulle valute globali poiché il dollaro si è rivalutato, ma alcune valute più fragili si sono svalutate notevolmente.

L’impatto sulle rotte commerciali

C’è stato anche un grave rallentamento, quando non interruzione, delle catene di approvvigionamento globali. La Cina Popolare è stata particolarmente colpita dall’impatto sulle rotte commerciali terrestri tra Europa e Asia.

La Turchia avrebbe chiuso il Bosforo al transito, anche se Mosca sembra ancora in grado di schierare navi da guerra nel Mar Nero che sembrerebbero contravvenire alla Convenzione di Montreux del 1936 (ma con Erdogan al potere ad Ankara non c’è da stupirsi).

L’Ucraina ha interrotto i movimenti commerciali di trasporto marittimo, mentre la sospensione delle rotte aeree sulla Russia ha notevolmente ostacolato i viaggi aerei. Le previsioni 2022-2023 dell’Organizzazione mondiale del commercio suggeriscono un calo della crescita economica dal 3 al 4 per cento in un momento in cui l’economia globale sta lottando per riprendersi dalla pandemia da virus cinese.

La forza di combattimento della Russia

La più grande preoccupazione di Mosca è per la perdita del “ponte di terra” tra la Russia occidentale e la Crimea, che ha assunto un’importanza crescente sulla scia dell’attacco al ponte sullo Stretto di Kerch.

Va considerato che la Russia ha ancora riserve significative di combattimento convenzionale e quindi continuerà l’invasione voluta dal presidente Putin. Tuttavia, le forze armate russe sono state chiaramente sbilanciate dalle offensive ucraine contro Kherson, Kharkiv e Luhansk Oblast e ci sono dubbi che i mesi invernali consentiranno ai comandanti russi di riconquistare il potere di combattimento perduto.

In contrasto con quanto indicato vale sottolineare la perdita del potere di combattimento strategico russo che si è evidenziata nel numero di sortite effettuate dall’aeronautica della Federazione Russa. Nel maggio 2022 c’erano oltre 300 sortite al giorno. All’inizio di dicembre 2022 ci sono molto meno di 100 sortite al giorno.

Data quindi per certa una perdita di potere di combattimento, e ipotizzato che la Russia sia in una brutta situazione, non c’è, però, motivo di credere che Mosca cercherà un accordo di pace degno di questo nome a breve termine e qualsiasi richiesta di cessate-il-fuoco non farebbe altro che consolidare le conquiste russe.

La strategia missilistica

Piuttosto, la Russia cercherà di costringere sia l’Ucraina alla sottomissione sia di sconfiggere i suoi partner occidentali che Mosca ritiene manchino della pazienza strategica e della coesione politica per una lunga guerra.

L’adozione di una “strategia missilistica” per colpire le infrastrutture civili dell’Ucraina è la prova del cambiamento della strategia russa. Il dispiegamento di una nave da guerra che trasporta missili da crociera nel Mar Nero suggerisce anche che l’assalto alla rete elettrica dell’Ucraina è destinato a continuare.

L’Ucraina ha reagito il 4 dicembre colpendo le basi aeree di Engels e di Dyagilyaevo a circa 700 km a est del confine russo-ucraino.

Il consenso alla guerra

In Russia ci sono poche prove che Putin stia affrontando un malcontento pubblico coordinato e diffuso. Fonti affidabili, suggeriscono che il sostegno alla guerra rimane relativamente alto con circa il 73 per cento dei russi intervistati a ottobre a sostegno delle azioni delle forze armate russe in Ucraina, ma c’è anche un dato che indica, in contrapposizione, che il 55 per cento dei russi è favorevole ai colloqui di pace.

L’ipotesi di escalation nucleare

Mosca ha chiaramente preso in considerazione l’escalation utilizzando armi biologiche, chimiche, radiologiche e persino nucleari e ci sono state molte speculazioni sulle opzioni nucleari a sua disposizione.

Un attacco nucleare tattico che utilizza un’arma a bassissimo rendimento potrebbe includere uno o più bersagli, a seconda di ciò che Mosca ritenga sia necessario per forzare la capitolazione di Kiev.

Un attacco contro una città dell’Ucraina occidentale non può essere del tutto escluso e mirerebbe a spaventare l’opinione pubblica europea, e in particolare quella tedesca, in modo che la pressione pubblica venga esercitata sui leader per porre fine al loro sostegno all’Ucraina e convincere così Kiev ad accontentarsi dei termini russi.

Tuttavia, è da ritenersi poco probabile e le altre opzioni/ipotesi includono l’uso di una bomba sporca, un massiccio attacco informatico, un limitato attacco con gas contro le truppe ucraine, la distruzione di una grande diga o attacchi più pesanti nei pressi di una centrale nucleare ucraina.

Possibili risposte dell’Occidente

Secondo una linea di pensiero di alcuni analisti strategici ci sono alcune risposte occidentali possibili. Le misure che punirebbero la Russia con un rischio limitato di un’ulteriore escalation nucleare potrebbero includere la ricerca di una condanna diplomatica unanime per l’uso nucleare presso le Nazioni Unite; rimuovere la Russia dalle organizzazioni internazionali; rimuovere completamente la Russia dal sistema di messaggistica finanziaria SWIFT; imporre un embargo commerciale e finanziario completo alla Russia (con il sostegno di Cina Popolare e India); utilizzo di beni finanziari russi sequestrati per la ricostruzione dell’Ucraina; concordare una data per l’adesione dell’Ucraina all’Unione europea.

Tale risposta potrebbe includere anche un aumento della fornitura di armi convenzionali avanzate all’Ucraina.

Altre misure che “punirebbero” la Russia con un certo rischio di ulteriore escalation, e sono quindi poco probabili a breve termine, potrebbero includere: revocare i limiti taciti alla fornitura all’Ucraina di armi a lungo raggio o più offensive come i sistemi missilistici tattici, aerei da combattimento di ultima generazione e moderni carri armati; consentire all’Ucraina di utilizzare armi a lungo raggio della Nato per prendere di mira alcune aree della Russia occidentale da cui vengono lanciati attacchi contro l’Ucraina (qualcosa di simile è già avvenuto con droni “ucraini”); l’invio di alcuni consiglieri militari della Nato in Ucraina per missioni di combattimento e non solo di addestramento; concordare una data per l’adesione dell’Ucraina alla Nato.

Ci sarebbero poi misure che “punirebbero” la Russia con un rischio maggiore di ulteriore escalation, e sono quindi altamente o praticamente improbabili, che includerebbero: la possibilità che la Nato conduca con sue unità attacchi alle forze russe in Ucraina, ad esempio distruggendo il sito da cui era stato lanciato un attacco (anche nucleare) russo; attaccare la flotta russa del Mar Nero; rispondere con un ipotetica azione nucleare della Nato contro un obiettivo militare russo in Ucraina.

Europa divisa

L’Europa sembrerebbe al momento divisa. Francia e Germania si preparano ad una possibile iniziativa diplomatica che potrebbe spezzare il fragile consenso occidentale sull’Ucraina.

Durante la sua visita di stato negli Usa del novembre 2022, il presidente francese Emmanuel Macron ha osservato che “… uno dei punti essenziali che dobbiamo affrontare, come ha sempre affermato il presidente Putin, è il timore che la Nato si avvicini alle sue porte e il dispiegamento di armi che potrebbero minacciare la Russia”.

Non è stata fatta menzione delle armi sviluppate dalla Russia che minacciano l’Europa, inclusi missili da crociera, droni sottomarini e sistemi spaziali, molti dei quali sono stati sviluppati illegalmente durante l’ormai abrogato Trattato sulle forze nucleari intermedie.

Per alcuni analisti la dichiarazione di Macron si avvicina pericolosamente a “premiare” la Russia per la sua aggressione. In secondo luogo, la Russia deve essere sufficientemente affidabile perché il controllo degli armamenti sia credibile.

La strategia di difesa Usa

Comunque si veda la crisi in atto, ancora una volta il Paese più importante per la sicurezza e la difesa europea è quello con capitale Washington. La guerra in Ucraina ha rivelato profonde carenze strutturali nelle relazioni euro-atlantiche causate da un crescente bisogno degli americani di alleati più capaci, ma un rifiuto da parte di molti di essi di investire adeguatamente nel budget della difesa sta creando, quantomeno, perplessità.

La strategia di difesa nazionale 2022 rivela le priorità americane, in particolare se inserita nel contesto della guerra in Ucraina. Mentre la Russia è ancora considerata una “minaccia importante” per gli Stati Uniti, per la prima volta dal 1949 uno stato diverso dalla Russia è considerato il principale sfidante: la Cina Popolare.

Pechino ha il potenziale per sfidare sistematicamente gli Stati Uniti su tutti i fronti: militare, economico, tecnologico e diplomatico. Di conseguenza, sia la Nuclear Posture Review che la Missile Defense Review sono state incorporate nell’NDS 2022 per garantire l’idoneità dell’America alla futura competizione strategica con il Paese comunista.

Nello specifico, le minacce sub-strategiche, come la Corea del Nord, l’Iran e l’estremismo violento devono ora essere “gestite”, mentre le minacce “transfrontaliere”, come il cambiamento climatico e le pandemie, devono essere “adattate”.

Gli europei devono fare di più

Per la Nato il messaggio della NDS 2022 è chiaro: mentre l’importanza di alleati e partner per gli Stati Uniti è più grande che mai, se la garanzia di sicurezza americana per l’Europa deve essere mantenuta in modo credibile in futuro, gli europei dovranno condividere gli oneri della propria difesa in modo molto più equo con gli Stati Uniti.

È ragionevole presumere che dovranno generare almeno il 50 per cento di capacità della Nato entro il 2030.

Se così non fosse, l’Alleanza potrebbe andare in crisi e sarebbe qualcosa che sia la Cina Popolare che la Russia apprezzerebbero. Pertanto, è particolarmente importante che la strategia militare della Nato 2022 sia realizzata perché contiene tutto ciò di cui l’Alleanza ha bisogno per essere credibile in questa nuova era

Il prossimo ingresso di Finlandia e Svezia che nell’Alleanza non cambierà significativamente questo aspetto.

Il ruolo di Pechino

Nessuna analisi della guerra in Ucraina può aver luogo senza considerare il ruolo della Cina Popolare sia nella guerra in Ucraina sia nella più ampia minaccia che rappresenta per l’Europa.

La Cina Popolare è indubbiamente un “concorrente strategico” a livello mondiale e l’esistenza stessa delle democrazie rappresenta una sfida al governo sempre più totalitario e stravagante del presidente Xi Jingping.

Il consolidamento del potere totale da parte di Xi al recente XX Congresso del Partito, insieme alla pubblica umiliazione dell’ex presidente Hu Jintao, implica una Cina Popolare con una crescente tendenza alla follia del controllo geopolitico, rappresentata dalla minaccia a Taiwan.

Il peso economico

Tuttavia, alla Cina manca il peso economico che le sue gigantesche ambizioni strategiche implicano. Utilizzando le statistiche economiche più favorevoli alle economie cinese e russa combinate – parità di potere d’acquisto – le loro economie combinate valgono circa 27 trilioni di dollari nel 2022. Utilizzando gli stessi dati, per i Paesi del G7 il totale è di 39 trilioni. Aggiungendo Australia e Corea del Sud si arriva a 42 trilioni.

Se si confronta il Pil nel 2022, il contrasto è ancora più evidente: Cina e Russia 20,2 trilioni di dollari, Paesi del G7 combinati 45,2 trilioni, che diventano 48,8 trilioni aggiungendo Australia e Corea del Sud.

Dato cruciale, il commercio della Cina Popolare con le democrazie è oltre dieci volte maggiore di quello con la Russia, mentre nel 2020 il surplus commerciale di Pechino con il resto del mondo ammontava a 535 miliardi di dollari, gran parte di quella cifra è dovuta ai deficit commerciali sia con gli Stati Uniti sia con l’Europa.

Il paradosso del potere cinese

Il paradosso del potere cinese è che conta sulle democrazie occidentali per ottenerlo attraverso le esportazioni. Nel contempo la Russia potrebbe offrire alla Cina Popolare una fonte energetica e un utile canale per il trasbordo di merci verso l’Europa, se e quando l’Europa aprirà le sue porte a Mosca, ma offre poco altro alla Cina Popolare in termini di futuro sviluppo dell’economia e della società cinesi.

Piuttosto, è molto più probabile che la Russia di Putin trascini la Cina Popolare in conflitti che non sono nel suo interesse. Questo sembra essere implicito nella dichiarazione congiunta di Xi con il presidente Macron al vertice del G20, in cui entrambi hanno chiesto il rispetto della sovranità dell’Ucraina.

Limiti dell’amicizia con la Russia

La Cina potrebbe riconsiderare le sue opzioni. Sulla guerra in Ucraina, ha chiaramente anteposto i propri interessi al mantenimento del suo rapporto di “amicizia senza limiti” con la Russia. Mentre Pechino era a conoscenza in anticipo della “operazione militare speciale” che Mosca stava per lanciare in Ucraina, Putin ha tenuto segreta ai cinesi la portata delle sue ambizioni.

Alle Olimpiadi invernali Putin aveva detto a Xi che la campagna avrebbe solo cercato di recuperare una provincia russa perduta, il che suggerisce che l’amicizia sino-russa ha limiti molto chiari.

Allo stesso modo, sebbene una garanzia segreta di sicurezza reciproca fosse stata concordata nell’incontro di “amicizia senza limiti” di febbraio, la Cina Popolare ha introdotto alcune disposizioni secondo cui Pechino avrebbe aiutato militarmente la Russia solo in caso di invasione straniera del territorio russo.

L’affermazione di Mosca secondo cui sia la Crimea che il Donbass fanno ora parte della Federazione Russa è stata di fatto ignorata da Pechino… ma c’è stata!

Preoccupazione per l’escalation

La minaccia di Putin di usare armi nucleari ha causato tanto allarme a Pechino quanto altrove e c’è preoccupazione per il pericolo di un’escalation.

C’è qualche indicazione che all’inizio della guerra la Cina Popolare abbia parlato con gli Stati Uniti del pericolo di un’escalation e abbia convinto Washington a porre il veto al trasferimento suggerito di aerei d’attacco MiG-29 polacchi in Ucraina.

Pechino sembra anche aver usato la sua influenza, da militare a militare, per convincere lo Stato maggiore russo a ribadire la politica tradizionale della Russia di utilizzare armi nucleari solo se la Russia stessa viene attaccata.

Nessun aiuto militare a Mosca

L’aiuto militare della Cina Popolare alla Russia è stato degno di nota per la sua assenza. E ha costretto il Cremlino ad acquistare droni iraniani a basso costo e cercare di riacquistare elicotteri, missili e armi di difesa missilistica già venduti a clienti in tutto il mondo.

Mosca è stata persino costretta a rimuovere i chip dei computer dagli elettrodomestici per compensare l’impatto delle sanzioni occidentali su tali tecnologie. Infine, la minaccia di sanzioni occidentali alle imprese e alle banche statali cinesi che operano in Russia ha visto molte di esse ritirare le linee di credito ai russi, sospendere le joint venture e persino ritirarsi dalla Russia.

In conclusione, politici Usa ed europei si lamentano del fatto che Putin sia bloccato nel passato con il suo sogno di ricostruire la vecchia Russia zarista ma, purtroppo, c’è la possibilità che i governi e le diplomazie continuino a parlare e i giovani uomini e donne continuino a morire. È ora di agire perché il futuro della libertà e delle democrazie dipende da questo.

DA

https://www.nicolaporro.it/atlanticoquotidiano/quotidiano/esteri/dieci-mesi-di-guerra-in-ucraina-cosa-aspettarsi-nel-2023-e-il-paradosso-cinese/

Quanto vendono (poco) i giornaloni in Italia

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Continuano a diminuire le vendite dei giornali italiani cartacei. Il tracollo riguarda soprattutto La Repubblica

Il tramonto, o meglio, il tracollo dei giornali. Ebbene sì, non è una novità: con l’avvento del digitale e della notizia a portata di click, ormai si punta più sulla velocità elettronica, piuttosto che alle lunghe paginate di quotidiani cartacei. Eppure, se il fenomeno non aveva ancora toccato pienamente i grandi giornaloni, i dati sulle vendite dell’ultimo anno cominciano a destare numerose preoccupazioni, soprattutto nella redazione di Repubblica.

Il quotidiano diretto da Molinari, infatti, ha conosciuto un vero e proprio tracollo nell’ultimo anno (i dati che andremo a riportare riguardano un arco temporale che va da ottobre ’21 fino ad ottobre ’22), anche se rimane saldamente al secondo posto della classifica dei giornali più venduti in Italia. Nonostante tutto, la forbice con il Corriere della Sera continua ad aumentare.

Se, ad ottobre ’21, il deficit di Repubblica era di circa 78mila copie, oggi è arrivato a 112mila. Rispetto all’anno scorso, il Corsera cresce del 3,44 per cento, mentre Repubblica perde il 17,22 per cento, il peggior dato tra i sedici principali quotidiani italiani. Ma il fenomeno interessa la stragrande maggioranza dei giornali, fatta eccezione per tre casi, quelli di Libero, La Verità ed Il Fatto Quotidiano, che incrementano i propri dati di vendita rispettivamente del 4,40 per cento, del 7,37 per cento e del 4 per cento. Male anche Stampa, Giornale Sole 24 Ore, in calo di quasi l’11 per cento.

Questi dati, però, sembrano coincidere con i risultati elettorali del 25 settembre. I giornali in crescita, infatti, sono proprio quelli rappresentativi dell’area conservatrice, da cui attinge maggiormente Fratelli d’Italia, mentre Il Fatto Quotidiano rappresenta soprattutto il mondo pentastellato, che ha ottenuto consensi al di sopra delle aspettative nelle scorse elezioni, e che oggi si attesta secondo partito del Paese.

L’area progressista della stampa, invece, subisce un vero e proprio tracollo, che guarda caso coincide con quello del Partito Democratico, movimento di riferimento dei lettori de La Repubblica e de La Stampa. Un forte ridimensionamento dei numeri si nota anche dalla vendita delle copie digitali dei due quotidiani. Rispetto allo scorso anno, infatti, il giornale di Molinari è in calo di 8mila copie, mentre quello diretto da Giannini di circa 3mila, rispettivamente con un -25,9 per cento e un -21,1 per cento.

DA

https://www.nicolaporro.it/quanto-vendono-poco-i-giornaloni-in-italia/

Clamoroso Qatargate: eurodeputati pagati dalle spie del Marocco

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Roma, 15 dic – Il Qatargate non si ferma ai quattro arrestati e fa tremare l’Ue. È quanto emerge dagli ultimi aggiornamenti pubblicati dall’Agi, per un’inchiesta che comincia a dare segnali preoccupanti per le istituzioni di Bruxelles. La bomba viene direttamente da Francesco Giorgi, che incalzato dagli investigatori ha confessato di aver fatto parte di un’organizzazione utilizzata dai servizi segreti del Marocco e dal Qatar per interferire e condizionare gli affari europei, come riporta l’Ansa.

Qatargate, la corruzione Ue potrebbe essere molto più ampia

I quattro arrestati potrebbero essere soltanto la punta dell’iceberg di un sistema molto più complesso e ampio. Le ipotesi della procura di Bruxelles, infatti, si stanno estendendo alla possibilità che molti altri rappresentanti dell’europarlamento possano essere stati indotti a “moderare” le loro posizioni sull’emirato del Golfo, con l’ausilio di “incentivi” non esattamente leciti (per usare un ironico eufemismo). Non solo Antonio Panzeri, Eva Kaili, Francesco Giorgi, quindi. Soprattutto vista la confessione di quest’ultimo, il quale non solo ammette di aver gestito direttamente i contatti tra fonti esterne all’Ue e i politici coinvolti, in un contesto senza mezzi termini di natura organizzativa, ma fa anche altri nomi, come quelli di Andrea Cozzolino e Marc Tarabella, europarlamentari del gruppo S&D, che avrebbero ricevuto denaro con il tramite di Panzeri. Il Marocco, in particolare, sarebbe coinvolto nella vicenda di sospetta corruzione, grazie al suo servizio di informazione esterna, la Dged. Il quale avrebbe a sua volta versato altri “pagamenti”.

servizi segreti belgi, insieme alle intelligence di altri cinque Paesi, avevano del resto scoperto tutto già nel 2021, quando nel corso di un’operazione segreta avevano già trovato il denaro in casa di Panzeri. Ora l’ipotesi che prende sempre più quota è quella di altri europarlamentari a “libro paga” qatariota. Ovvero, senza giri di parole, un’organizzazione strutturata, voti comprati in via sistematica e relative “retribuzioni”. Tutto da verificare, chiaramente, ma gli investigatori stessi si stanno concentrando sui documenti e, soprattutto, sui tracciamenti bancari.  Non casualmente, in casa nostra, la Procura di Milano guidata da Fabio De Pasquale “segue i soldi” di Panzeri e della sua famiglia in Italia, setacciando ben sette conti correnti che potrebbero essere utili a fare ulteriore luce sulla faccenda.

L’immagine di Bruxelles distrutta

La questione non riguarda solo il Parlamento europeo, ma tutta l’Ue, considerando che per i cittadini dell’Unione non è che ci siano distinzioni tra assemblea, Commissione o Consiglio: un terremoto del genere rischia di distruggere una reputazione già compromessa per altri motivi ma che ora potrebbe subire anche l’erosione dell’immagine “onesta” che Bruxelles ha sempre esibito. D’altronde, perfino nella super-europeista Italia, l’inchiesta ha generato sgomento. Se perfino Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, ne rileva il peso, vuol dire che la questione è potenzialmente deflagrante. I dubbi di Bonomi, espressi durante l’Assemblea di Confagricoltura, sono del resto espliciti: “Quello che è successo a Bruxelles ci deve far riflettere, a parte l’elemento legato alla corruzione se verrà riscontrato e verificato, mi chiedo se alcuni provvedimenti siano stati presi perchè influenzati da economie straniere. Pongo il tema se le scelte su automotive sono scelte consapevoli o le abbiamo fatte spinte da pressioni esterne?”. Ovviamente, precisando sempre che “non si tratta di mettere in dubbio l’Europa, assolutamente”. Quello, per carità, giammai.

DI ALBERTO CELLETTI

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Cina sempre più vicina all’Arabia Saudita, e non solo per la fame di petrolio

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di Chiara Masotto*

NON È PIÙ SOLO IL PETROLIO A LEGARE QUESTI DUE PAESI: CI SONO INVESTIMENTI PER SVILUPPARE I TRASPORTI MARITTIMI E PER INSEGNARE LA LINGUA CINESE NELLE UNIVERSITÀ. OGGI A LEGARLI SONO LO SVILUPPO ECONOMICO, LA SICUREZZA DELLE SUPPLY CHAIN, LA CULTURA E LA VICINANZA DI OPINIONI SUL TEMA DEI DIRITTI UMANI. INTANTO AUMENTA IL GELO TRA STATI UNITI E REGNO ARABO…

La visita del Presidente Xi a Riyadh è l’apice di un percorso di avvicinamento tra i due Paesi in corso da anni. Le relazioni tra i due Paesi sono sempre state di natura principalmente transazionale: il Regno dell’Arabia Saudita e la Repubblica Popolare Cinese hanno stabilito relazioni diplomatiche ufficiali il 1^ luglio 1990, più di dieci anni dopo il riconoscimento da parte degli Stati Uniti di Pechino (1979) e la sostituzione della Repubblica di Cina, nome ufficiale di Taiwan, con la Repubblica Popolare Cinese alle Nazioni Unite nel 1971.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale Taipei manteneva relazioni diplomatiche con poche nazioni arabe, e una di questa era il Regno dell’Arabia Saudita. Alla base della relazione c’era la collaborazione nel campo dell’agricoltura, ma presto Riyadh ottenne un posto speciale nel cuore di Taipei per due motivi, il suo status di maggior fornitore di petrolio – la Chinese Petrolium Company di Taiwan importava il 40% del greggio da Riyadh – e il continuo riconoscimento e sostegno dato alla Repubblica Di Cina fino agli anni ’90.

Il game changer nel triangolo Pechino – Riyadh – Taipei furono le riforme economiche di Deng Xiaoping, che se da un lato resero la Repubblica Popolare un partner economico irrinunciabile, dall’altro amplificarono una debolezza strutturale del Paese: le difficoltà di approvvigionamento energetico. Con una Pechino costretta a cercare nuove fonti energetiche, la postura di Pechino si fece molto più aggressiva – basta pensare alle dispute nel Mar Cinese Meridionale e Orientale, che passarono dall’essere dispute prettamente politiche combattute a suon di dichiarazioni e proteste formali ad un continuo susseguirsi di azioni anche militari per ottenere il controllo fattuale delle acque e dei fondali. La fame di petrolio avvicinò Riyadh, la cui economia si basava (e si fonda tuttora) principalmente sulle esportazioni di idrocarburi, e Pechino, il cui bisogno di petrolio cresceva alla stessa velocità della sua economia.

Partner irrinunciabili, ma solo dal punto di vista economico: la prima visita ufficiale tra capi di Stato fu nel 1999, quando Jiang Zemin visitò il Regno per concludere il Strategic Oil Cooperation Agreement, il primo di una lunga serie di accordi per la cooperazione nel settore energetico in cui Pechino offre il capitale e Riyadh offre petrolio e la possibilità agli investitori cinesi di accedere al mercato.

È nei primi anni 2000 che le relazioni si fanno più profonde: nel 2004 la Repubblica Popolare e il Regno furono impegnati in una serie di incontri diplomatici che culminarono nell’accordo tra Sinopec, la State Owned Enterprise che si occupa di importare e raffinare petrolio, e il Regno per l’esplorazione congiunta e lo sviluppo del sito di Rub’ Al Khali) e nel 2005 ai primi colloqui ufficiali tra Pechino e l’OPEC.

Nel 2006 il re Habdullah fu il primo capo di Stato del regno a visitare la Repubblica Popolare, e firmò cinque accordi di cooperazione in campo energetico ma colse anche l’occasione per discutere ulteriori possibili accordi commerciali, tasse e dazi doganali e requisiti tecnici dei beni venduti e finalizzare un prestito della Saudi Arabia Development Bank nello Xinjiang. La visita fu un successo, al punto tale che il Presidente Hu dichiarò che “si sta scrivendo un nuovo capitolo nella cooperazione amichevole tra Arabia Saudita e Cina nel nuovo secolo”.

L’entusiasmo non calò nei mesi successivi: durante la sua visita nel Regno ad Aprile dello stesso anno il Presidente Hu fu il primo leader straniero a cui fu data la possibilità di tenere un discorso di fronte al Consiglio Legislativo. Le visite sono continuate negli anni a venire e hanno coinvolto un numero sempre maggiore di ufficiali – nel 2019 il Principe Muhammad Bin Salman incontrò il Presidente Xi e numerosi ufficiali tra cui il Ministro degli Esteri.

Non è più solo il petrolio a legare questi due Paesi: nel 2019 il Principe e il Presidente Xi discussero della possibilità di investire congiuntamente nella ricerca per sviluppare i trasporti marittimi e il Principe aprì la possibilità di insegnare la lingua cinese nelle università del regno. Oggi a legarli sono lo sviluppo economico, la sicurezza delle supply chain (catene di approvvigionamento), la cultura e la vicinanza di opinioni sul tema dei diritti umani.

La relazione tra i due non ha l’ufficialità di una partnership strategica, ma è altrettanto, se non più, funzionale: ciò che la rende così apprezzabile per entrambi è il fatto che non ci siano vincoli sgraditi. A Riyadh sta stretta l’insoddisfazione americana per il suo ruolo nella guerra in Yemen e le violazioni dei diritti umani, sentimento condiviso da Pechino per quelle che considera interferenze interne nell’amministrazione dello Xinjiang, regione a maggioranza musulmana dove le politiche portate avanti da Pechino sono accusate di violazione dei diritti umani e genocidio.

I due partner si spalleggiano apertamente: il Regno ha inviato alle Nazioni Unite una lettera in cui difende le azioni di Pechino nello Xinjiang, e nel discorso congiunto tra il Presidente Xi e il Principe Bin Salman il Presidente cinese ha asserito che “la Cina supporta fermamente l’Arabia Saudita nel mantenere la propria sovranità, sicurezza e stabilità, e supporta il Regno nel perseguire le strategie più adatte ai suoi bisogni nazionali”.

In termini profani, il Regno sa cosa serve al Regno e nessuno ha il diritto di dettare condizioni o esigere cambiamenti di rotta, in particolare Washington. Sia Pechino che Riyadh sono incastrate nel difficilissimo esercizio di equilibrio che è il bilanciare aperture e riforme economiche con il mantenimento di uno Stato autoritario in cui sono i diritti collettivi ad avere la precedenza su quelli individuali, sforzo intellettuale e pratico che non potrebbe essere più distante dal mondo occidentale.

Cosa portare a casa da questa visita? Entrambi cercano maggiore spazio di manovra nella scena internazionale: il gelo tra il Regno e gli Stati Uniti è reale, anche se negato nelle dichiarazioni ufficiali, portato a galla dal mancato supporto di Riyadh alle sanzioni. Inoltre il Regno si è rifiutato di pompare più greggio sul mercato per sopperire ai deficit creati dalle sanzioni a Mosca, costringendo l’Occidente a continuare a comprare gas russo e dalla richiesta di risolvere la crisi politicamente, senza condannare l’invasione.

La promessa di collaborare in fora come il G20 ha un grande potenziale politico: come fornitore di petrolio con grande influenza nella regione e seconda economia del mondo, i due avrebbero abbastanza influenza economica da far riconsiderare a molti le loro posizioni, e se la collaborazione tra la Belt and Road, la Saudi Arabia Vision 2030 e la Middle East Green Initiative funzionasse nel modo immaginato tra i due, le ricadute economiche sarebbero enormi e trascenderebbero la mera prosperità materiale.

Ad oggi, Huawei porterà interner nelle zone rurali del Regno e le compagnie cinesi costruiranno le infrastrutture che il Principe desidera, dando un mercato al surplus di materiale da costruzione made in China. Il futuro di questa partnership non è però scritto nella pietra: al momento permette al Principe di realizzare il suo sogno di essere lo zar Pietro il Grande d’Arabia e al Presidente di portare avanti il suo progetto per una Cina potente, ricca e influente ma, come dicono i due, il mondo è sempre più multipolare e mutevole. Ovvero, oggi questa alleanza conviene, ma converrà in un ambiente geopolitico diverso? Federico il Grande di Prussia avrebbe detto che le alleanze sono fatte per essere rotte, i suoi aspiranti eredi moderni preferiranno parlare di interessi divergenti.

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Cina sempre più vicina all’Arabia Saudita, e non solo per la fame di petrolio

Qatargate, le ombre sulle Ong: “Quelle fanno girare soldi”

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Roma, 14 dic – Il Qatargate ha generato un fiume di denaro illegale puntando anche sulle Ong. Dopo i ritrovamenti addirittura nelle case dei diretti interessati, a seguito delle perquisizioni a tappeto degli ultimi giorni, un altro elemento viene fuori, come riportato da Affari Italiani.

Qatargate e Ong: “Fanno girare soldi”

Soldi, tanti soldi. Mazzette con cifre che la maggior parte delle persone non si sogna di guadagnare in una vita. Tutti lì, messi in vila, forse nelle classiche valigette da film, ma anche le borse vanno bene. Ma questo non è un film, è la cruda realtà: quella che inchioda l’Ue e il suo Parlamento, per anni ammantati di chissà quale superiorità morale e democratica (con la seconda caratteristica, diciamolo pure, spesso oggetto di ironie e sfottò piuttosto frequenti, come è logico che sia vista la struttura sostanzialmente antidemocratica delle istituzioni di Bruxelles). Ora ciò che viene fuori è riportato dalle parole di Francesco Giorgi, compagno dell’ex-vicepredisente Eva Kaili e uomo di fiducia di Antonio Panzeri: “Le Ong? Ci servono per far girare i soldi”. Così si legge negli atti dell’indagine. E la questione quadra quasi perfettamente. Del resto, la Ong coinvolta si chiama “Fight Impunity”. Ironia della sorte o solita strategia?

L’avvocato di Kaili: “Non sapeva nulla”

Scontata la dichiarazione di estraneità ai fatti da parte della stessa Kaili. Il suo legale, Michalis Dimitrakopoulos, ha dichiarato infatti che la ex-vicepresidente non ha “nessuna relazione con il denaro trovato a casa sua (…) non sapeva dell’esistenza di questo denaro“. Ovviamente, la dichiarazione di partenza è una sola:”Innocente”. Come è logico che sia, saranno le indagini a stabilirlo. Certo è che il fatto ha prodotto un clamore inevitabile, lasciando un danno di immagine enorme per il già non certo brillante Parlamento Ue, che ha confermato la destituzione di Kaili, votandola con una maggioranza di oltre due terzi (625 voti).

ALBERTO CELLETTI

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Qatargate, le ombre sulle Ong: “Quelle fanno girare soldi”

Le origini del movimento “no-vax” pre-Covid

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Del prof. Roberto De Mattei

TRA LA FINE DELL’OTTOCENTO E I PRIMI DEL NOVECENTO UN ORIZZONTE TEOSOFICO E NATURISTA CARATTERIZZÒ LA GERMANIA E L’INGHILTERRA E FU ALLE ORIGINI DEL MOVIMENTO ANTIVACCINISTA

Una delle ragioni del successo delle teorie del complotto sanitario è il sostegno che hanno ricevuto dal movimento “no-vax” o “anti-vax” che ha a sua volta il suo retroterra culturale in una visione del mondo che da una parte pone il benessere psico-fisico come esigenza primaria dell’uomo e dall’altra attribuisce le malattie ad un’ignoranza dei poteri spirituali dell’uomo.

Due studiosi francesi, Françoise Salvadori e Laurent-Henri Vignaud, rintracciano le origini del movimento antivaccinista in quell’orizzonte teosofico e naturista che caratterizzò soprattutto la Germania e l’Inghilterra tra la fine Ottocento e primi del Novecento (cfr. Antivax – Résistance aux vaccins du XVIIIe siècle à nos joursVendemiaire, Paris 2021). Tra i nomi che essi ricordano sono quelli della presidente della sezione inglese della Società Teosofica Anna Kingsford (1846-1888), del fondatore dell’Antroposofia Rudolf Steiner (1861-1925) e di esponenti del movimento völkisch, come Richard Ungewitter (1869-1958).

Anna Kingsford, occultista e “animalista” antelitteram, collegava la vaccinazione alla vivisezione e si propose di uccidere, attraverso le arti magiche, gli scienziati che compivano esperimenti contro gli animali, in particolare il fisiologo Claude Bernard (1813-1878), il suo allievo Paul Bert (1833-1886) e il fondatore della microbiologia Louis Pasteur (1822-1895), contro i quali preparò “fatture di morte” attraverso appositi rituali. Dopo essersi vantata della morte di Bernard e di Bert, Anna Kingsford nel 1887 si recò a Parigi per concentrare i suoi sforzi sul “vaccinista” Pasteur. «Ho ucciso Paul Bert, ho ucciso Claude Bernard e ucciderò Louis Pasteur e dopo di lui l’intera tribù dei vivisezionisti, se vivrò abbastanza» scrisse nel suo diario (cfr. Edward Maitland, Anna Kingsford: Her Life, Letters, Diary and Work, George Redway, London 1896, vol. II, p. 268). Però, dopo aver passato cinque ore sotto la pioggia nei pressi dell’Istituto Pasteur, fu colpita da una grave polmonite, che la condusse alla morte.

In quegli stessi anni si svolse una “guerra occulta” a colpi di malefici tra Josef-Antoine Boullan, un sacerdote occultista che praticava riti osceni e sacrilegi e il satanista Stanislas de Guaita (1861-1897), gran maestro dell’Ordre Kabbalistique de la Rose-Croix. La morte di Boullan, il 4 gennaio 1893, fu attribuita dagli occultisti a un omicidio magico perpetrato da Guaita, che morì a sua volta di una overdose di droga.

Antivaccinista fu Rudolf Steiner che, dopo essere stato segretario della sezione tedesca della Società Teosofica e dirigente del Rito di Memphis-Misraïm in Germania, fondò nel 1913 l’Antroposofia, una società teosofica dissidente, con sede a Dornach, in Svizzera. Coadiuvato dal medico olandese Ita Wegman (1876-1943), Steiner fondò la “medicina antroposofica” che avversava la vaccinazione, nella convinzione che essa ostacolasse l’evoluzione spirituale dell’uomo e i cicli della reincarnazione.

Richard Ungewitter fu uno degli apostoli dell’antivaccinismo, ma anche uno dei primi organizzatori del movimento nudista, che ai primi del Novecento divenne una pratica popolare in Germania. Al suo nome si possono aggiungere quelli del naturopata Adolf Just (1859-1936), fondatore del sanatorio di Jungborn; di Willibald Huntschel (1858-1947), che si proponeva di rinnovare la razza ariana attraverso la poligamia praticata nelle colonie agricole degli Artamani da lui fondate; di Edgar Dacqué (1878-1945) un evoluzionista che capovolge il darwinismo, affermando la discendenza delle scimmie dall’“uomo primordiale”. Tutti furono fautori della Nacktkultur, la “cultura del nudismo” collegata all’adorazione del sole, simbolo del ritorno alla mistica della natura. Ungewitter, nazista della prima ora, era convinto che la vaccinazione fosse «un complotto di medici ebrei, mirante ad avvelenare il sangue della razza tedesca».

ulius Streicher (1885-1946), uno dei capi del partito nazionalsocialista tedesco e direttore del settimanale Der Sturmer, fu come Ungewitter un grande propagatore del nudismo e l’autore di una violenta campagna contro i sieri e i vaccini, considerati come invenzioni ebraiche per corrompere il sangue tedesco. Streicher faceva parte del Germanorden e della Associazione Thule e, come Rosenberg ed altri gerarchi nazionalsocialisti, fu condannato a morte a Norimberga nel 1945 per crimini contro l’umanità.

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Le origini del movimento “no-vax” pre-Covid

La separazione tra Stato e Chiesa viola i diritti della libertà umana?

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Di Matteo Castagna

NON ESISTE ALCUNA NAZIONE CHE ABBIA APPLICATO IL SISTEMA LAICISTA DELLA “SEPARAZIONE” TRA STATO E CHIESA SENZA ARRECARE UNA MANIFESTA OFFESA ALLA LIBERTÀ DI TUTTI I CITTADINI

La libertà è il più bel dono ricevuto da Dio. L’uomo, grazie ad essa, acquisisce coscienza dei propri atti, assume piena responsabilità verso di loro, frena le passioni, regola le tendenze, dirige le azioni, indirizza tutta la sua vita verso una meta precisa, determinata e concreta. La libertà è il primo di tutti i diritti, che funge da base per tutti gli altri. Lo Stato ha, dunque, il dovere di preservarla e proteggerla, di assecondarla e favorirla con ogni mezzo.

Più d’uno, negli ultimi due anni ha avuto modo di dubitare, spesso in maniera fondata e molte volte con fanatico eccesso, dello Stato, che anziché promuovere la libertà è parso calpestarla, talvolta col cinico compiacimento dei suoi elementi più discutibili. Lo Stato che disprezza o schiaccia la libertà compie il più orribile dei delitti. Ciò avviene ogni volta che lo stesso pretende di attuare il sistema della separazione del potere laico dal potere ecclesiastico.

Il culto che si rende a Dio abbraccia atti esterni privati e atti interni, perché Dio tiene il supremo dominio su tutta la natura; inoltre, l’uomo, essendo un essere socievole, ha il bisogno di palesare pubblicamente la Fede, unendosi ai propri fratelli nella Sua manifestazione. Nell’esercizio di questo suo diritto e dovere vuole essere protetto e difeso.

I liberali, anche quelli che si dicono cristiani, aboliscono la religione ufficiale della società e, quindi, priva i cittadini dell’appoggio giuridico della legge nell’esercizio del più sacro e sublime diritto, quale è la professione pubblica e sociale della fede cattolica. Soppressa la religione di Stato, ogni blasfemia si è resa possibile e priva di qualsiasi intervento da parte dello Stato, atto a punirla e reprimerla.

A Bologna, l’8 dicembre girava una squallida locandina che rappresentava la Madonna con la scritta oscena “Immacolata Contraccezione“. Lo Stato ha risposto col silenzio, mentre avrebbe dovuto intervenire e porre fine all’empia carnevalata. Il problema di fondo è che, applicato il sistema della separazione, la libertà dei cattolici viene annullata.

Se i genitori vogliono che nelle scuole si insegni la dottrina cristiana ai loro figli, lo Stato può rispondere propinando la dottrina gender. Se i cattolici desiderano tenere un pubblico raduno religioso per pregare contro il peccato, lo Stato può ritenere buono il peccato proibire l’assemblea perché divisiva, discriminatrice, pericolosa per l’ordine pubblico. Se le famiglie chiedono allo Stato di porre un freno ai media perversa o a spettacoli di cattivo gusto con abominevoli scandali, lo Stato risponde che non può perché la libertà di coscienza lo vieta. In questo modo i diritti del cattolico vengono calpestati, offesi, derisi.

La storia è maestra di vita, quindi si applica anche alla separazione tra Stato e Chiesa, dal momento che non esiste alcuna nazione che abbia applicato l’empio sistema, senza arrecare una manifesta offesa alla libertà dei cittadini. Alzare la testa e far valere i propri diritti religiosi è un dovere morale del cattolico del terzo millennio, che deve riconoscere la protervia liberale come il peggiore dei mali che insidiano la sua libertà.

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La separazione tra Stato e Chiesa viola i diritti della libertà umana?

George Orwell nel 1943 scrisse che Mussolini lo avrebbero ucciso gli inglesi, ma senza processarlo

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Segnalazione di Angelo Paratico

 

Nel 1943 uscì una lunga recensione al best seller The Trial of Mussolini (Il processo a Mussolini) sul quotidiano britannico TRIBUNE. L’autore era il socialista (assai scettico dopo la guerra civile in Spagna) George Orwell (1903-1950). Divenne celebre come autore, di “La fattoria degli Animali” (1945) e di “Millenovento-ottantaquattro” (1949).

La sua recensione era intitolata “Chi sono i Criminali di Guerra?”. Giustamente Orwell dice che difficilmente Mussolini potrà essere processato e si chiede chi ne avrebbe il diritto e la dirittura morale per farlo? Lo riproduciamo qui, in una nostra traduzione, il suo lucidissimo saggio.

Chi sono i criminali di guerra?

George Orwell

In apparenza, il crollo di Mussolini pare una storia uscita dal melodramma vittoriano. Finalmente il Giusto ha trionfato, il malvagio è stato sconfitto, i mulini di Dio stavano facendo il loro dovere. A pensarci bene, però, questo racconto morale è meno semplice e meno edificante. Per cominciare, quale crimine ha commesso Mussolini, se ne ha commesso uno? Nella politica del potere non ci sono crimini, perché non ci sono leggi. E, d’altra parte, c’è qualche caratteristica del regime interno di Mussolini che potrebbe essere seriamente contestata da qualsiasi gruppo di persone che potrebbero giudicarlo? Infatti, come l’autore di questo libro (The Trial of Mussolini by ‘Cassius’) dimostra abbondantemente – e questo è in effetti lo scopo principale del libro – non c’è una sola mascalzonata commessa da Mussolini tra il 1922 e il 1940 che non sia stata lodata fino al cielo proprio da coloro che ora promettono di portarlo in giudizio.

Ai fini della sua allegoria, “Cassio” immagina Mussolini incriminato davanti a un tribunale britannico, con un Procuratore Generale come pubblico ministero. L’elenco delle accuse è impressionante e i fatti principali – dall’omicidio di Matteotti all’invasione della Grecia, dalla distruzione delle cooperative di contadini al bombardamento di Addis Abeba – non vengono negati. Campi di concentramento, trattati violati, manganelli di gomma, olio di ricino: tutto è ammesso. L’unica domanda fastidiosa è: come può qualcosa che era lodevole al momento in cui fu fatto – dieci anni fa, per esempio – diventare improvvisamente riprovevole ora? A Mussolini viene concesso di chiamare testimoni, sia vivi che morti, e di dimostrare con le loro stesse parole stampate che, fin dall’inizio, i responsabili dell’opinione pubblica britannica lo hanno incoraggiato in tutto ciò che ha fatto. Per esempio, ecco Lord Rothermere nel 1928:

Nel suo Paese (Mussolini) è stato l’antidoto a un veleno mortale. Per il resto dell’Europa è stato un tonico che ha fatto a tutti un bene incalcolabile. Posso affermare con sincera soddisfazione di essere stato il primo uomo, in una posizione di influenza pubblica, a mettere nella giusta luce lo splendido risultato di Mussolini. È la più grande figura della nostra epoca”.

Ecco Winston Churchill nel 1927:

Se fossi stato un italiano, sono sicuro che sarei stato con voi con tutto il cuore nella vostra lotta trionfale contro gli appetiti e le passioni bestiali del leninismo… (L’Italia) ha fornito il necessario antidoto al veleno russo. In futuro nessuna grande nazione sarà sprovvista di un mezzo di protezione definitivo contro la crescita cancerosa del bolscevismo.

Ecco Lord Mottistone nel 1935:

Non mi sono opposto (all’azione italiana in Abissinia). Volevo dissipare la ridicola illusione che fosse una bella cosa simpatizzare con i perdenti… Ho detto che era una cosa malvagia inviare armi o fare in modo che venissero inviate a questi crudeli e brutali abissini e ancora negarle ad altri che stanno facendo una parte onorevole.

Ecco il Duff Cooper nel 1938:

Per quanto riguarda l’episodio dell’Abissinia, meno si dice ora meglio è. Quando vecchi amici si riconciliano dopo un litigio, è sempre pericoloso per loro discutere le cause originarie.

Ecco il signor Ward Price, del Daily Mail, nel 1932:

Persone ignoranti e piene di pregiudizi parlano degli affari italiani come se quella nazione fosse soggetta a una tirannia di cui si libererebbe volentieri. Con quella commiserazione un po’ morbosa per le minoranze fanatiche che è la regola per certi settori imperfettamente informati dell’opinione pubblica britannica, questo Paese ha a lungo chiuso gli occhi sul magnifico lavoro che il regime fascista stava facendo. Ho sentito più volte lo stesso Mussolini esprimere la sua gratitudine al Daily Mail per essere stato il primo giornale britannico a mettere in chiaro i suoi obiettivi davanti al mondo.

E così via. Hoare, Simon, Halifax, Neville Chamberlain, Austen Chamberlain, Hore-Belisha, Amery, Lord Lloyd e vari altri entrano nel banco dei testimoni, tutti pronti a testimoniare che, sia che Mussolini stesse schiacciando i sindacati italiani, o intervenendo in Spagna, spargendo gas mostarda sugli abissini, gettando gli arabi dagli aerei o costruendo una marina da usare contro la Gran Bretagna, il governo britannico e i suoi portavoce ufficiali lo sostennero in ogni momento. Ci viene mostrata Lady Austen Chamberlain che stringe la mano a Mussolini nel 1924, Chamberlain e Halifax che banchettano con lui e brindano “all’Imperatore dell’Abissinia” nel 1939, Lord Lloyd che adula il regime fascista in un opuscolo ufficiale nel 1940. L’impressione netta lasciata da questa parte del processo è semplicemente che Mussolini non sia colpevole. Solo in un secondo momento, quando un abissino, uno spagnolo e un antifascista italiano testimoniano, inizia a delinearsi il vero caso contro di lui.

Ora, il libro è fantasioso, ma questa conclusione è realistica. È estremamente improbabile che i conservatori britannici mettano Mussolini sotto processo. Non c’è nulla di cui possano accusarlo, se non la sua dichiarazione di guerra nel 1940. Se il “processo ai criminali di guerra” che alcuni si divertono a sognare avverrà mai, potrà avvenire solo dopo le rivoluzioni nei Paesi alleati. Ma l’idea di trovare capri espiatori, di incolpare individui, o partiti, o nazioni per le calamità che ci sono capitate, solleva altre riflessioni, alcune delle quali piuttosto sconcertanti.

La storia delle relazioni britanniche con Mussolini ha illustrato la debolezza strutturale di uno Stato capitalista. Ammesso che la politica di potere non sia morale, il tentativo di comprare l’Italia per farla uscire dall’Asse – e chiaramente questa idea era alla base della politica britannica dal 1934 in poi – era una mossa strategica naturale. Ma non era una mossa che Baldwin, Chamberlain e gli altri erano in grado di realizzare. Si sarebbe potuta realizzare solo essendo così forti che Mussolini non avrebbe osato schierarsi con Hitler. Questo era impossibile, perché un’economia governata dal profitto non è semplicemente in grado di riarmarsi su scala moderna. La Gran Bretagna iniziò ad armarsi solo quando i tedeschi erano a Calais. Prima di allora, infatti, erano state votate somme piuttosto ingenti per gli armamenti, ma queste scivolavano tranquillamente nelle tasche degli azionisti e le armi non si materializzavano. Non avendo alcuna intenzione di ridurre i propri privilegi, era inevitabile che la classe dirigente britannica portasse avanti ogni politica a metà e non si rendesse conto del pericolo imminente. Ma il collasso morale che questo comportava era qualcosa di nuovo nella politica britannica. Nel XIX e all’inizio del XX secolo, i politici britannici potevano essere ipocriti, ma l’ipocrisia implicava un codice morale. Era stata una novità quando i deputati Tory esultavano alla notizia che le navi britanniche erano state bombardate da aerei italiani, o quando i membri della Camera dei Lord si prestavano a campagne diffamatorie organizzate contro i bambini baschi che erano stati portati qui come rifugiati.

Se si pensa alle menzogne e ai tradimenti di quegli anni, al cinico abbandono di un alleato dopo l’altro, all’ottimismo imbecille della stampa Tory, al rifiuto categorico di credere che i dittatori volessero la guerra, anche quando lo gridavano dai tetti delle case, all’incapacità della classe ricca di vedere qualcosa di sbagliato nei campi di concentramento, nei ghetti, nei massacri e nelle guerre non dichiarate, si è portati a pensare che la decadenza morale abbia giocato il suo ruolo oltre alla semplice stupidità. Nel 1937 circa non era possibile avere dubbi sulla natura dei regimi fascisti. Ma i signori conservatori avevano deciso che il fascismo era dalla loro parte ed erano disposti a ingoiare i topi più puzzolenti purché la loro proprietà rimanesse sicura. Nel loro modo maldestro stavano giocando al gioco di Machiavelli, al “realismo politico”, a “qualsiasi cosa sia giusta per far progredire la causa del partito” – il partito in questo caso, ovviamente, era il Partito Conservatore.

Tutto questo “Cassius” lo mette in evidenza, ma si sottrae al suo corollario. In tutto il libro è sottinteso che solo i conservatori sono immorali. Eppure c’è ancora un’altra Inghilterra”, dice. Quest’altra Inghilterra detestava il fascismo fin dal giorno della sua nascita… era l’Inghilterra della sinistra, l’Inghilterra del lavoro”. È vero, ma è solo una parte della verità. Il comportamento effettivo della sinistra è stato più onorevole delle sue teorie. Ha combattuto contro al fascismo, ma i suoi pensatori rappresentativi sono entrati altrettanto profondamente dei loro avversari nel mondo malvagio del “realismo” e della politica di potere.

Il “realismo” (una volta si chiamava disonestà) fa parte dell’atmosfera politica generale del nostro tempo. È un segno della debolezza della posizione di ‘Cassius’ il fatto che si potrebbe compilare un libro simile intitolato Il processo a Winston Churchill, o Il processo a Chiang Kai-shek, o ancora Il processo a Ramsay MacDonald. In ogni caso, i leader della sinistra si contraddirebbero quasi altrettanto grossolanamente del leader dei conservatori citato da “Cassius”. Perché la sinistra è stata anche disposta a chiudere gli occhi su molte cose e ad accettare alcuni alleati molto dubbi. Oggi ridiamo nel sentire i Tory che maltrattano Mussolini quando cinque anni fa lo adulavano, ma chi avrebbe previsto nel 1927 che la sinistra avrebbe un giorno accolto Chiang Kai-shek nel suo seno? Chi avrebbe previsto, subito dopo lo sciopero generale, che dieci anni dopo Winston Churchill sarebbe stato il beniamino del Daily Worker? Negli anni 1935-9, quando quasi ogni alleato contro il fascismo sembrava accettabile, la sinistra si trovò a lodare Mustapha Kemal e poi a sviluppare tenerezza per Carol di Romania.

Sebbene fosse in ogni modo più perdonabile, l’atteggiamento della sinistra nei confronti del regime russo è stato decisamente simile a quello dei conservatori nei confronti del fascismo. C’è stata la stessa tendenza a scusare quasi tutto “perché sono dalla nostra parte”. Va bene parlare di Lady Chamberlain fotografata mentre stringe la mano a Mussolini; la fotografia di Stalin che stringe la mano a Ribbentrop è molto più recente. Nel complesso, gli intellettuali di sinistra difesero il Patto russo-tedesco. Era “realistico”, come la politica di appeasement di Chamberlain, e con conseguenze simili. Se c’è una via d’uscita dal porcile morale in cui viviamo, il primo passo è probabilmente quello di capire che il “realismo” non paga, e che svendere i propri amici e starsene con le mani in mano mentre vengono distrutti non è l’ultima parola in fatto di saggezza politica.

Questo fatto è dimostrabile in qualsiasi città tra Cardiff e Stalingrado, ma non sono in molti a vederlo. Nel frattempo, è dovere di un libellista attaccare la destra, ma non adulare la sinistra. È in parte perché la sinistra è stata troppo facilmente soddisfatta di sé stessa che si trova dove è ora.

Mussolini, nel libro di “Cassio”, dopo aver chiamato i suoi testimoni, entra in scena lui stesso. Si attiene al suo credo machiavellico:

“La forza è giusta, vae victis!”. È colpevole dell’unico crimine che conta, quello del fallimento, e ammette che i suoi avversari hanno il diritto di ucciderlo – ma non, insiste, il diritto di incolparlo. La loro condotta è stata simile alla sua e le loro condanne morali sono tutte ipocrisie. Ma poi arrivano gli altri tre testimoni, l’abissino, lo spagnolo e l’italiano, che sono moralmente su un altro piano, dato che non hanno mai avuto a che fare con il fascismo né con la politica di potere; e tutti e tre chiedono la pena di morte.

La chiederebbero nella vita reale? Succederà mai una cosa del genere? Non è molto probabile, anche se le persone che hanno il vero diritto di processare Mussolini dovessero in qualche modo metterlo nelle loro mani. I conservatori, naturalmente, anche se si sottrarrebbero a una vera inchiesta sulle origini della guerra, non sono dispiaciuti di avere la possibilità di far ricadere l’intera colpa su alcuni individui famosi come Mussolini e Hitler. In questo modo la manovra Darlan-Badoglio sarà facilitata. Mussolini è un buon capro espiatorio finché è in libertà, anche se sarebbe scomodo in prigionia. Ma come la mettiamo con la gente comune? Ucciderebbe i suoi tiranni, a sangue freddo e con le forme della legge, se ne avesse la possibilità?

È un dato di fatto che nella storia ci sono state pochissime esecuzioni di questo tipo. Alla fine dell’ultima guerra le elezioni sono state vinte in parte con lo slogan “Impiccate il Kaiser”, eppure se si fosse tentato di fare una cosa del genere la coscienza della nazione si sarebbe probabilmente ribellata. Quando i tiranni vengono messi a morte, dovrebbero essere i loro stessi sudditi a farlo; quelli che vengono puniti da un’autorità straniera, come Napoleone, vengono semplicemente trasformati in martiri e in leggende.

L’importante non è far soffrire questi gangster politici, ma far sì che si screditino. Fortunatamente in molti casi ci riescono, perché in misura sorprendente i signori della guerra, in una armatura lucente, gli apostoli delle virtù marziali, tendono a non morire combattendo quando arriva il momento. La storia è piena di fughe ignominiose di grandi e famosi. Napoleone si arrese agli inglesi per ottenere protezione dai prussiani, l’imperatrice Eugenia fuggì in una carrozza con un dentista americano, Ludendorff ricorse a degli occhiali blu, uno dei più impronunciabili imperatori romani cercò di sfuggire all’assassinio chiudendosi nel gabinetto, e durante i primi giorni della guerra civile spagnola un importante fascista fuggì da Barcellona, con squisita disinvoltura, attraverso una fogna.

È un’uscita di questo tipo che ci si augura per Mussolini, e se sarà lasciato a sé stesso forse ci riuscirà. Forse anche Hitler. Di Hitler si diceva che quando sarebbe arrivata la sua ora non sarebbe mai fuggito o si sarebbe arreso, ma sarebbe morto in qualche modo operistico, come minimo suicidandosi. Ma questo accadeva quando Hitler aveva successo; nell’ultimo anno, da quando le cose hanno cominciato ad andare male, è difficile pensare che si comporterà con dignità o coraggio. Cassius termina il suo libro con il riassunto del giudice e lascia il verdetto aperto, sembrando invitare i lettori a decidere.

Ebbene, se fosse lasciato a me, il mio verdetto sia su Hitler che su Mussolini sarebbe: non la morte, a meno che non sia inflitta in qualche modo frettoloso e non spettacolare. Se i tedeschi e gli italiani hanno voglia di sottoporli a una corte marziale sommaria e poi a un plotone di esecuzione, che lo facciano. O, meglio ancora, che i due fuggano con una valigia di titoli al portatore e si sistemino come accreditati di qualche pensione svizzera. Ma niente martirizzazioni, niente Sant’Elena. E, soprattutto, nessun solenne e ipocrita “processo ai criminali di guerra”, con tutto il lento e crudele sfarzo della legge, che dopo un po’ di tempo ha uno strano modo di mettere una luce romantica sull’accusato e di trasformare una canaglia in un eroe.

 

George Orwell

DA

https://giornalecangrande.it/george-orwell-nel-1943-scrisse-che-benito-mussolini-lo-avrebbero-ucciso-gli-inglesi-ma-senza-processarlo/

12 dicembre ore 23.30 Rai 1: la storia di Sergio Ramelli

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Segnalazione di Angelo Paratico

Lunedì 12 dicembre, su Rai 1 alle 23.30, nella sesta puntata di “Cronache criminali” lo lo scrittore e sceneggiatore, già magistrato, tra i massimi esperti di crime, Giancarlo De Cataldo, affronta il decennio più controverso della storia italiana contemporanea: gli anni 70.

Lo farà attraverso la ricostruzione degli omicidi di Sergio Ramelli a Milano nel 1975, e di Walter Rossi a Roma nel 1977.

Per la storia di Sergio Ramelli una nuova occasione di essere narrata al grande pubblico. Sarà un occasione che farà conoscere una storia che fa ancora paura e che, da martedì, a certi personaggi, farà ancora più paura.

Non mancate all’appuntamento lunedì prossimo alle 23,30 su Rai 1 e se non riuscite a vedere la puntata potrete guardarla in differita su RaiPlay

 

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