Segnalazione di Raimondo Gatto
Il cessate il fuoco entrato in vigore a mezzanotte tra il 29 ed il 30 dicembre in Siria, promosso da Russia e Turchia, ratificato dal governo di Damasco, da diverse sigle armate dell’opposizione (Esercito Libero Siriano, Ahrar al – Sham, Jaysh al Islam e altre sigle minori per un totale di circa 50.000 combattenti) e sostenuto con una risoluzione adottata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, sancisce, nonostante le violazioni già registratesi nelle ultime ore, una nuova fase del conflitto siriano. Esclusi, come prevedibile, il Daesh e Jabhat Fateh al-Sham dall’accordo ma anche le milizie curde dell’YPG, considerate da Ankara un movimento terroristico.
I segnali di quanto concretizzatosi con il vertice di Mosca tra Russia, Turchia e Iran dello scorso 20 dicembre si possono ricercare già in alcune scelte fatte dai principali attori del campo di battaglia lo scorso 18 agosto, quando i raid di Damasco presero di mira le formazioni dell’YPG, sostenute dalle forze speciali americane nella città di Hasakah. L’attacco rappresentava un’inversione di tendenza delle priorità del regime di Damasco che, sin dal 2011, aveva considerato il fronte delle aree popolate dai curdi siriani secondario, rispetto ad altri. Un segnale che anticipava di pochi giorni l’operazione militare condotta da Ankara in territorio siriano, Scudo dell’Eufrate, che aveva come obiettivo l’ISIS ma soprattutto le milizie curde dell’YPG. Un’operazione militare, iniziata il 24 agosto, che di fatto violava la sovranità della Siria e che, al di là di qualche protesta di Damasco, non provocava nessuna reazione militare né del regime né dei suoi alleati iraniani e russi. Continua a leggere