La lezione del referendum

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di Marcello Veneziani

Qui Quo Qua senza Quorum. Così Landini, Conte e la Schlein, più frattaglie e fratoianni, restarono largamente sotto il quorum e persero alla grande il referendum. Non ci voleva molto per capirlo che sarebbe finita così. In un paese che a malapena va a votare solo per metà alle elezioni, figuratevi in un referendum, per giunta presentato come divisivo. Se fai un referendum con l’idea di mandare a casa il governo, la gente non è d’accordo che si voti fischi per fiaschi e su leggi che non sono di questo governo. Se fai un referendum che rilancia il padronato e il padrinato asfissiante della Cgil nel mondo del lavoro, vai incontro a una disfatta perché quel sindacato è mal sopportato da molta gente. Se poi cerchi attraverso un referendum di rilanciare l’immagine di una sinistra dalla parte dei lavoratori sei poco credibile agli occhi della maggioranza degli italiani, tanto più che quelle norme furono varate, se non ricordo male, dallo stesso centro-sinistra. E se ai quesiti sui lavoratori aggiungi un quesito che lancia il messaggio di aprire ancor più le porte agli immigrati, è inevitabile che vai incontro alla bocciatura da parte del popolo sovrano. Insomma, il referendum è stato boicottato non dall’informazione pubblica, che obiettivamente ha un’incidenza relativa, ma dal meta-referendum che avete creato voi stessi sui referendum, caricandolo di messaggi e significati impropri e inaccettabili per la maggioranza degli italiani. Prendetevela con voi stessi. Se aveste l’umiltà, prima che l’intelligenza, di capirlo, trarreste lezione dai referendum. Così come la “destra” dovrebbe trarre lezione dalle sconfitte che colleziona nelle tornate amministrative per via dei candidati inadeguati, che sono il frutto di una cosa che non vogliono vedere: l’incapacità di selezionare gente adeguata alla guida delle istituzioni.

Ma il problema per la sinistra è ancora più grave e cerco di spiegarmi meglio. Quando facevano campagna in favore del referendum, accusavano chi annunciava di non andare a votare di essere vile e codardo, asservito al governo. A loro non passa nemmeno per l’anticamera del cervello che ci possa essere gente che più semplicemente ha un’idea diversa dell’Italia e delle cose che servono davvero. Ed esercita il diritto di non andare a votare per dei quesiti voluti da una minoranza. Per loro chi non è d’accordo con le loro tesi del momento (che poi variano secondo i loro interessi contingenti) non è uno che ha idee diverse dalle loro, rispettabili come le loro; no, per loro è solo un vigliacco, un camorrista, un eversore, un nemico della democrazia e del lavoro, un servo della Meloni e dei suoi alleati. Ve lo dico anche per il vostro bene: non potete continuare a pensare che ciò che voi stabilite essere la cosa giusta da fare sia una Verità suprema, un Bene assoluto e indiscutibile. Avete tutto il diritto a esprimere le vostre opinioni e la vostra opposizione, ma non potete pretendere che gli altri abbiano il dovere di pensarla come voi e di adeguarsi ai vostri precetti. Finché non accetterete la differenza di opinioni e continuerete a considerarla un segno della svolta autoritaria, fascista o fascistoide, non riuscirete mai ad essere credibili. Il problema è serio. A differenza vostra, io non pretendo affatto che voi vi adeguiate all’opinione avversaria, che rivediate le vostre idee e i vostri propositi; dico solo che se continuate con la vostra presunzione di rappresentare il Bene e con la vostra idiota arroganza di considerare venduti, asserviti o imbecilli coloro che non condividono le vostre idee, non riuscirete mai a essere davvero democratici, rispettosi della libertà e della diversità, e come preferite dire, inclusivi.

Lo dico non solo ai dirigenti e militanti della sinistra, lo dico pure ai tanti esponenti dello spettacolo e della cultura. Ma è possibile che attori, registi, cantanti, giornalisti e intellettuali esprimano all’unisono sempre la stessa unica e prevedibile opinione, di solito in contrasto col sentire comune popolare? Quando sento, in verità non solo da noi, ma anche altrove – negli Stati Uniti per esempio – che voi esprimete sempre la stessa Opinione, uniforme, conforme, ossessiva e ripetitiva, mi sovvengono due pensieri. Il primo è che non pensate con la vostra testa ma ripetete l’Opinione Unica, Indignata e Prefabbricata, sempre rivolta contro il Nemico Assoluto (che può essere Meloni, Salvini o Trump). Il secondo è che se tra voi non si sente mai un’opinione divergente dal mainstream, vuol dire che chi dissente viene fatto fuori, viene escluso, emarginato. E dunque tace o lo silenziate, comunque gli impedite di dire quel che pensa. Non posso pensare che la gente comune esprima opinioni assai diverse dalle vostre e invece nel vostro mondo, nei vostri circoletti, nella vostra setta, non ci sia mai un’opinione divergente. Tutti sempre allineati a ripetere a pappagallo la stessa pappetta.

Ma torno alla politica e vi dico, dopo questa ennesima dimostrazione, che non siete gli interpreti unici e autorizzati dello Spirito del Tempo; dovete fare uno sforzo di capire che altri pongono altre priorità rispetto alle vostre, hanno altre sensibilità, giudicano diversamente certe scelte per il Paese. E, lo ripeto ancora, questo non vuol dire che dovete adeguarvi; vuol dire solo che dovete accettare di esprimere un’idea come le altre, un’opinione che vale quanto le opinioni opposte, non è una tavola di Mosè, ma solo una vostra opinione come quelle altrui. Siete un Partito, non la Pravda, siete cioè espressione di una visione di parte e non siete i titolari del Giusto Totale.

È così difficile capire questa elementare verità che è poi il sale della libertà e della democrazia? È possibile che non riuscite a liberarvi della vostra superiorità etnica, del vostro razzismo etico, e giudicate razze inferiori quelli che non la pensano come voi?

Mi capita alle volte sui social di leggere commenti in cui se esprimi queste idee diverse vuol dire che sei in malafede, sei al soldo del governo e della Meloni, che non sei un vero intellettuale, e dici solo stronzate. No, idioti, abbiamo solo idee diverse e io continuo a definire idee le vostre, per un elementare rispetto della diversità di opinioni. Poi le critico, le combatto, ma non mi sogno di accusarvi di essere in malafede. E vi considero idioti non per le tesi che esprimete ma per la pretesa di avere il monopolio della verità e di giudicare gli altri come servi in malafede e ignoranti. Non dico che i cretini stiano solo a sinistra, per carità, ne conosco tanti anche dalle altre parti; ma solo voi avete la pretesa di sentirvi i ventriloqui della Verità e i Migliori per diritto divino. Quanto poi a chi dice: “e questo sarebbe un intellettuale, un filosofo, uno scrittore” io rispondo: cretino, se vuoi giudicarmi in quel senso leggi e critica i miei libri. Quelle che esprimo qui sono opinioni di un cittadino, pensieri comuni, non sono pensieri profondi di un filosofo. E poi, non ho nessuna posizione per partito preso. Sono fuori dalla politica e dai suoi ambiti collaterali, non poche volte dissento dalle posizioni del governo e reputo molti provvedimenti strombazzati come risolutivi come dei placebo, acqua fresca, spot. Ma dovendo scegliere tra opposte propagande, preferisco alla fine chi fa propaganda a favore della sicurezza, poniamo, piuttosto che chi fa propaganda contro la sicurezza, a garanzia di chi delinque.

Ma torno alla questione politica generale e vi supplico: se vogliamo rendere accettabile la nostra democrazia e il confronto, e se volete cercare di conquistare la fiducia della gente comune, scendete dal vostro piedistallo e rimettetevi in gioco e in discussione. Siete sullo stesso piano dei vostri avversari, non siete su un piano superiore. Avete bisogno di lezioni di piano, cioè di umiltà.

 

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/la-lezione-del-referendum/

Destra, quella cultura che legge il tempo in profondità

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di Fabrizio Fratus

In un’epoca in cui l’informazione si consuma in tempo reale e il pensiero si misura in caratteri, esiste una corrente culturale che va in controtendenza. Non urla, non rincorre la novità, non cerca like: è la cultura di destra, intesa non come semplice posizione politica, ma come visione del mondo capace di guardare oltre l’apparenza e cogliere le radici profonde della crisi del nostro tempo. È una cultura che, da sempre, diffida dei facili entusiasmi del progresso a ogni costo. Non perché sia nostalgica, ma perché conosce il prezzo della disumanizzazione. Antimoderna? Sì, ma non passatista. La destra autentica non sogna un ritorno al passato, ma difende ciò che di umano rischia di andare perduto: il senso del limite, il rispetto dell’ordine naturale, l’appartenenza a una storia, a una terra, a una civiltà.

Da decenni – con un certo isolamento intellettuale – questa visione ha messo in guardia contro i pericoli dell’omologazione culturale, della dissoluzione dell’identità, del dominio della tecnica sulla politica. E oggi, di fronte al delirio del “postumano” – che promette l’uomo potenziato, l’intelligenza artificiale sovrana, la scomparsa del corpo e del confine – proprio questa cultura si mostra tra le poche ad avere gli strumenti per una vera resistenza antropologica. La destra pensa l’uomo non come un pezzo da aggiornare, ma come essere incarnato, finito, spirituale. In un mondo che confonde la libertà con l’abolizione dei limiti, ricorda che la dignità umana nasce anche dall’imperfezione, dall’eredità, dal radicamento.

Certo, non si tratta della destra dei talk show o delle ricette prêt-à-porter per l’emergenza del giorno. Ma di una destra profonda, profetica, non sempre comoda, che non si accontenta di gestire l’esistente, ma si interroga sulle sue fondamenta. Una cultura che parla di ordine, comunità, identità, sacro, parole oggi spesso fraintese o derise, ma forse proprio per questo urgenti. Per questa visione, il futuro non è una corsa cieca verso il nuovo, ma un ritorno consapevole a ciò che conta. È l’idea che senza radici non ci sia libertà, senza forma non ci sia bellezza, senza verità non ci sia politica. Una voce scomoda, sì. Ma, in tempi di pensiero debole, forse proprio per questo necessaria.

Fonte: https://iltalebano.com/2025/06/09/destra-quella-cultura-che-legge-il-tempo-in-profondita/

La guerra dei leoni

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di Marcello Veneziani

Da quando è stato eletto un Papa che ha deciso di chiamarsi Leone, altri leoni più bellicosi sono scesi in campo per sbranarsi tra di loro. C’è una storia grande che riguarda un Paese grande, Great America. E c’è una storia piccola che riguarda un Paese piccolo, ma solo di statura, l’Italia. Sto parlando del leone Donald Trump e del leone Elon Musk, e da noi, nel nostro piccolo, del conflitto pubblico tra Leoni padre, di nome di Silvio, e Leoni figlio di nome Simone, seguace di un altro più famoso Silvio, defunto. Storie diverse, imparagonabili, le due, sia per le dimensioni che per le motivazioni, ma che in vario modo ci toccano, e ci riguardano.
Dunque, la storia grande, quella stars and stripes, riguarda l’uomo più potente del mondo contro l’uomo più ricco del mondo. Scontro tra Titani. Entrambi leonini, abituati a esercitare il ruolo di re della foresta, esuberanti, un po’ pazzi, e uso la modica quantità nel definirli, per pura cortesia. Prima sodali, e grandi alleati, poi i rapporti sono precipitati, degenerati, fino alla rottura, qualche insulto, poi la probabile tregua. Li vedevi, il Lion President che parlava, seduto o al microfono, e il Lion Magnate che restava in piedi come un passante o un imbucato nella Sala Ovale o sul palcoscenico, spesso con un figlio a cavacece sul collo, cercando di attirare su di sé l’attenzione. Un’immagine spiazzante, che non aveva precedenti, curiosa e assai informale. Però quando li vedevi in faccia, li sentivi parlare, ma soprattutto conoscevi i loro curriculum e i loro temperamenti, la previsione sorgeva spontanea, anche senza bisogno di chetamina: ma quanto potranno durare insieme i due? Da una parte l’uomo che guida il mondo nel nome della Grande America e curiosamente annuncia di volersi dedicare al suo Paese e non al ruolo di arbitro mondiale ma tra paci che non si fanno, guerre che continuano, dazi che si annunciano, oggi più che mai è lui a dare la carte al mondo, e tutti anche magari per litigare devono vedersela con lui. Altro che ritorno a casa, in versione domestic, casereccia.
Dall’altra c’è un uomo che sta cambiando il mondo coi suoi satelliti, che vuole conquistare i pianeti, modificare il cervello umano, l’imprenditore più geniale e inquietante che ci sia sulla faccia della terra e forse nello spazio. Come pensate che potessero sopravvivere a lungo insieme? C’è poi da considerare un altro fattore, sicuramente decisivo. Da quando Musk è sceso in campo politico ha avuto solo guai, odio universale, linciaggi e boicottaggi, mal di Tesla paurosi (dai giganti della concorrenza fino ai Fratoianni). insomma ha capito che la politica non fa per lui, gli procura solo guai, soprattutto nella posizione di parafulmini di Trump. Fosse almeno lui il Presidente della Repubblica… Il mondo tifa perfino contro i suoi razzi, oltre che contro le sue auto e i suoi satelliti, tanto è l’odio planetario che ha accumulato. Poi c’è chi gli morde le caviglie anche nel suo stesso campo, pensate a Steve Bannon che vorrebbe cacciarlo perché extracomunitario, sudafricano e imbucato negli States. Insomma, era inevitabile. Certo, queste alleanze che si rovesciano, fanno molto male, e Trump non solo ha mezzo mondo e tre quarti d’occidente contro, ma persino i suoi presunti amici, Putin, Netanyahu e Musk, gli stanno creando guai a non finire. E magari dovrà rivalutare gli europei, i sudamericani e persino i cinesi e gli iraniani.
Non so come finirà, ma la previsione di molti è che il dissenso clamoroso rientrerà ma poi la freddezza subentrerà e non farà bene a entrambi per risalire la china. Alcuni prevedono o meglio sperano che la vicenda possa persino compromettere Trump e c’è chi invoca il terzo incomodo, il più silenzioso e felpato gattone, che sta lì acquattato nel suo ruolo di vice, J.D.Vance. Però non era possibile pensare che due Titani potessero durare a lungo in amicizia, uno seduto e l’altro in piedi, prima o poi sarebbe avvenuta una collisione.
Ora dopo aver parlato dei Gulliver, trasferiamoci a Liliput, e rientriamo nel piccolo di casa nostra. Dunque, un giovane Leoni fa il suo discorsetto alla kermesse di Forza Italia; un discorsetto che non rispecchia certamente la posizione politica del governo e dei partiti che lo sostengono, e soprattutto dei loro elettori, inclusi quelli di Forza Italia. Ma che magari non dispiace a Marina e Piersilvio Berlusconi, oltre che al nuovo alleato, Fedez. Attacca Vannacci ma in realtà sta attaccando suo padre, che la pensa come il Generale, è paracadutista e si riconosce in Dio, patria e famiglia. Antichi dissapori, conflitti trascinati nel tempo, il ragazzo dice dall’infanzia, si concretizzano in un parricidio appena dissimulato: si parla a nuora per parlare a suocera.
Suo padre decide di esplicitare il conflitto latente e di rispondergli pubblicamente, dalle colonne de Il Tempo; forse fa male, o forse no, non sono in grado di dire. Ma il risultato è che il Leoni padre difende Vannacci e attacca il Leoni figlio a mezzo stampa. Insomma i leoni si sbranano in pubblico senza pietà, il cucciolo attacca il vecchio leone, poi il padre Leone attacca il cucciolo. Parricidio rituale contro sacrificio rituale del figlio, entrambe figure contemplate nella storia sacra e nella mitologia, oltre che nella psicanalisi e in altri ambiti più vicini a noi. Sono conflitti assai frequenti e molti di noi padri ne sanno qualcosa, dolorosamente. Ruotano intorno a famiglie sfasciate, o maltenute insieme, genitori separati, figli coccolati ma sbandati, a volte viziati e soprattutto fragili e perciò aggressivi. Stiamo allevando una generazione di vetro, più trasparente e più frangibile delle precedenti, ma quando i figli vanno in pezzi le loro schegge poi feriscono. Non stabiliamo la regola che i figli progressisti, liberal e radical attaccano i padri conservatori, tradizionalisti e nazionalisti; a volte i conflitti sono a ruoli invertiti, i padri sono vecchi sinistrorsi, i figli sono giovani destrorsi. Ognuno ha diritto alle sue opinioni, anche se quelle del giovane Leoni andrebbero meglio coltivate nel versante opposto a quello in cui milita; mi sembra più vicino alla Schlein che al mite monarchico Taiani o al vecchio missino Gasparri. Berlusconi probabilmente non sarebbe stato con nessuno dei due, né col padre né col figlio ma avrebbe cercato di sedurli, di fare gag e avrebbe invitato il ragazzo a guardare più le ragazze che i Vannacci.
Comunque la partita doppia dei leoni, quella americana e quella nostrana, è una partita interna all’emisfero destro della politica italo-occidentale, e per questo tocca ancor più chi si riconosce in questo versante. Indica che ci sono molti problemi da affrontare, esuberanze di temperamento da smussare con realismo e umiltà, e anche senso autocritico, ci sono molti atteggiamenti da portare a coerenza. Ma se vogliamo trovare un peccato comune e un minimo comun denominatore in questa partita doppia, trovo una chiave di lettura: troppo individualismo, troppe creste alzate, troppo gallettismo (da non confondere col gallismo). Che è una malattia globale, soprattutto occidentale, assai frequente a destra ma in fondo trasversale. Giù la cresta, mettetevi talvolta nella criniera dell’altro prima di attaccare e giudicare. E poi non porta bene il detto Meglio vivere un giorno da leoni che cento da pecora, giustamente Massimo Troisi diceva che preferiva vivere cinquant’anni da Orsacchiotto (ma nemmeno a quell’età poi giunse). Insomma non è detto che si debba vivere da leoni o da pecore, si può vivere da gazzelle, da fenicotteri, da zebre e da giraffe, senza mettere limiti al tempo. Siate più inclusivi, almeno da un punto di vista zoologico.

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/la-guerra-dei-leoni/

Il Fardello dell’Uomo Bianco, e la Cancellazione della Cultura Occidentale

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di Matteo Castagna

di Matteo Castagna 
Il Prof. Paul Craig Roberts, noto economista statunitense, pluripremiato docente universitario, insignito anche della Legione d’onore francese, è stato stretto collaboratore dell’amministrazione di Ronald Reagan.
Ha scritto, sul suo sito, un emblematico editoriale, di cui sembrerebbe molto importante leggere i contenuti principali.

“La cancellazione della cultura occidentale sta avvenendo davanti ai nostri occhi. Rimaniamo sbalorditi a guardare le etnie bianche sradicate che si cancellano da sé”.

Roberts continua: “La cultura occidentale ci ha procurato le vittorie dello stato di diritto, il che significa che il governo è ritenuto responsabile nei confronti del popolo. Questa vittoria storica, frutto di secoli di lotte, è andata perduta.

Il 2 settembre 2021 ho pubblicato i collegamenti a due articoli che discutevano della sostituzione dei bianchi nei Paesi in cui sono ancora la maggioranza. L’indifferenza dei bianchi a diventare una minoranza razziale quando, pur essendo ancora maggioranza, subiscono già discriminazioni razziali e culturali, solleva la questione della loro volontà di sopravvivere. Cosa si aspettano i bianchi dal loro futuro quando saranno una minoranza demonizzata, la razza razzista, sfruttatrice e privilegiata contro la quale la politica dell’identità sta unendo la maggioranza?”

Effettivamente, oggi, il mainstream appare particolarmente attivo nel colpevolizzare di ogni turpitudine il bianco, etero e cristiano.

“I bianchi sono stati sottoposti a lavaggio del cervello per decenni sul loro razzismo – continua il Prof. Roberts – sul bisogno di diversità e multiculturalismo, cioè la necessità che il loro Paese diventi una Torre di Babele e molti di loro sono stati convinti dalla propaganda progettata per indebolirli e accecarli, a loro rischio e pericolo, come razza demonizzata e in declino. I bianchi in America, oggi, sono in una posizione molto più vulnerabile di quanto lo fossero gli ebrei nella Germania nazista. Nessuno erigerà musei dell’Olocausto per le etnie bianche cancellate”.

Il sistema educativo svolgerebbe una funzione di sradicamento. Ecco perché Donald Trump sta cercando di fermare questa deriva tagliando i fondi a Harvard e ad altre università, accusate di fungere da indottrinatrici liberal, woke, LGBTQI+ e BLM.

“Ad esempio – prosegue l’insigne economista americano – la Teoria Critica della Razza e il Progetto 1619 del New York Time, insegnano ai neri a odiare i bianchi e ai bianchi a odiare se stessi e a vergognarsi della loro storia.

La Storia viene riscritta e falsificata per sostenere l’accusa di razzismo bianco. Un’operazione simile è stata fatta da Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger nella colpevolizzazione del cattolico, bianco ed europeo del passato, accusato di razzismo, antisemitismo, integralismo e violenza.

Tornando all’attualità il prof. Craig Roberts scrive: “Robert E. Lee è stato trasformato in un simbolo di ingiustizia razziale. Anche il suo stesso stato, che difese con successo per diversi anni contro gli eserciti invasori dell’Unione, ha accettato di rimuovere la sua statua dalla capitale che difese”.

È un esempio eclatante della “cancel culture” che appartiene alla narrazione Dem.

Per aver difeso il suo stato dall’aggressione, Lee è stato trasformato in un razzista. Lo stesso tipo di trattamento è stato riservato nel Vecchio Continente a Dante Alighieri, a Cristoforo Colombo e a Michelangelo.

Mentre coloro che si dichiarano patrioti o sovranisti o, semplicemente chi, con buon senso, ritiene che di fronte all’ ingiustizia si possa e si debba reagire, è un bianco, etero, di cultura cristiana che dovrebbe vergognarsi di se stesso.

Lee è stato sovrintendente di West Point, un virginiano che non possedeva schiavi.

Disse che non poteva portare la guerra alla sua stessa gente. Eppure la calunnia, che si trova ovunque, è che Lee si sia dimesso dalla sua commissione nell’esercito degli Stati Uniti al fine di “combattere per la schiavitù”. I Confederati hanno combattuto perché il Sud è stato invaso.

“Oggi, un secolo e mezzo dopo, un governatore bianco della Virginia e una Corte Suprema della Virginia bianca hanno dato il via libera alla rimozione della statua di Lee perché ai residenti neri è stato insegnato a vedere la statua come “un monumento che glorifica la schiavitù” – racconta Roberts.

E poi chiede: “perché glorifica la schiavitù invece dell’eroismo e dell’indipendenza? Perché i neri arrivano a dettare il significato di un monumento?

Perché le opinioni di una minoranza nera contano più delle opinioni dei bianchi della maggioranza, in una presunta democrazia? Perché i neri possono essere “offesi” da una statua, ma non i bianchi dalla cancellazione della loro Storia?

Perché le opinioni nere disinformate prevalgono sui fatti? Perché i bianchi si sottomettono alla regola della finzione?

Perché i sentimenti basati su una menzogna storica, indottrinata nella testa della minoranza nera hanno la precedenza sui sentimenti dell’anima maggioranza bianca, la cui storia viene prima falsificata e poi cancellata?

Perché l’establishment bianco della Virginia sostiene questa calunnia contro uno dei migliori uomini prodotti dalla Virginia?

“Se questa non è l’autodistruzione di una razza, che cos’è?”

“George Washington, Thomas Jefferson, Robert E. Lee sono demonizzati e vilipesi, ma un criminale tossicodipendente, George Floyd, che si è suicidato con una massiccia overdose di Fentanyl, è un soggetto di culto” – osserva il Prof. Roberts.

Questa trasformazione – da eroe a cattivo, da cattivo a eroe – è stata fatta dai bianchi stessi. Ai neri manca il potere.

“Quando anche i bianchi del sud non possono sollevarsi in difesa di Robert E. Lee, ciò a cui stiamo assistendo è che i bianchi vengono svergognati da altri bianchi in una totale perdita di fiducia”.

Lo scorso dicembre, l’Accademia militare della Virginia, la base del generale Sudista Stonewall Jackson, ha rimosso la sua statua perché era razzista, per Jackson, resistere a un’invasione del Nord.

Il VMI [Virginia Military Institute], una delle istituzioni più Sudiste del sud, ha gettato via il suo membro più famoso.

“L’eroismo di Stonewall Jackson è stato gettato nel buco della memoria dalla sua stessa istituzione e dal suo stesso Stato per il quale ha gloriosamente combattuto.

Il Prof. Roberts prosegue indignato: “non c’è niente di razzista in un professore che difende il suo Paese dall’aggressione militare. Perché i fiduciari hanno disonorato il membro più famoso di VMI? Perché una persona dotata di integrità dovrebbe frequentare il VMI dopo il disconoscimento da parte del college del suo membro più illustre?

Non contenti di rimuovere solo le statue, i bianchi sradicati della Virginia stanno rimuovendo i nomi associati al Sud da scuole, contee e strade. I bianchi svalutati ad Arlington, in Virginia, hanno ribattezzato la Lee Highway.

Ora è Langston Boulevard. A Richmond vengono cambiati i nomi delle strade. Sono stati cancellati i nomi delle scuole superiori associati ai Sudisti che hanno resistito all’invasione di Lincoln. Mi chiedo quando Washington e la Lee University verranno cancellate…”

“Il Southern Poverty Law Center, anti-bianco e anti-americano, ha un elenco di 2.300 strade, scuole e monumenti in 23 Stati che si presume abbiano connotazioni sudiste e quindi razziste. Suppongo che dovremo trovare una nuova parola per la direzione cardinale o il punto cardinale noto come “Sud”.

Poiché un criminale nero è morto per overdose di Fentanyl, il Congresso degli Stati Uniti, in gran parte un gruppo di uomini bianchi, ha votato il per rimuovere tutti i nomi associati ai confederati sconfitti dalla proprietà federale.

Ecco Lee Barracks che prende il nome dal sovrintendente più famoso di West Point. Questa è l’azione di persone che hanno perso ogni fiducia nella loro razza e sono diventate servi di un’ideologia anti-bianca che le demonizza”.

Non è solo il Sud che viene cancellato, ma i bianchi in generale. Ciò che sorprende è che il Sud se ne sta lì e se la prende. I cinema del Sud hanno persino smesso di mostrare “Via col vento” perché “insensibile”:

Che il Sud accetti la sua cancellazione dopo aver subito i crimini di guerra di Lincoln, Grant, Sherman e Sheridan è equivalente ai palestinesi che accettino la loro espropriazione per essere “terroristi”.

Se il film “Via col vento” è insensibile a qualcuno è ai bianchi del Sud che, insieme alla loro cultura, sono stati distrutti dalla guerra di Lincoln e trasformati in yankee che hanno sempre messo i soldi al primo posto. “Non avrò mai più fame”, dichiara Scarlet O’Hara. Ecco una Southern Lady trasformata in un banale Yankee per il quale il denaro è l’unico valore.

“La guerra di Lincoln, come ha affermato più volte, era per preservare l’impero. Non aveva nulla a che fare con la schiavitù. La secessione del Sud non aveva nulla a che fare con la schiavitù. Era per una questione economica. Il Nord intendeva costruire la propria industria sfruttando economicamente il Sud. La reinvenzione di quella che viene erroneamente chiamata “guerra civile” come una questione sulla schiavitù è stata diretta non solo ai bianchi del sud, ma anche contro tutti i bianchi americani. Se ne dubitate, guardatevi attorno. Sono solo i bianchi Sudisti ad essere chiamati “razzisti sistemici” e “suprematisti bianchi”? Se siete troppo stupidi per conoscere la risposta, chiedete a Megan Kelly che ha tirato fuori i suoi figli dalle prestigiose scuole private di New York dove venivano indottrinati che erano razzisti bianchi. Guardate l’insegnamento obbligatorio degli Stati Democratici e dei distretti scolastici sulla Teoria Critica della Razza anche in tutte le scuole pubbliche bianche. Se sei un americano bianco, il governo Democratico ha ufficialmente posto un bersaglio sulla tua schiena e quella dei tuoi figli e nipoti.

L’intero sistema educativo e politico americano è troppo stupido per comprendere che se una civiltà viene decostruita e c’è un collasso della società, non crollerà solo per i bianchi del Sud.

“Tutti i bianchi, i neri, gli ispanici, gli asiatici andranno giù nel crollo. L’unico modo in cui un Paese multirazziale può esistere è se tutti sono inculturati. Altrimenti non c’è unità. Una torre di Babele, la diversità, non è un Paese”.

“Per decenni l’opera di intellettuali liberali ed ebrei, “marxisti culturali”, è stata la decostruzione dell’America” – afferma Roberts.

La decostruzione dell’America è davvero tutto ciò che è un’educazione liberale. Il prodotto dell’educazione americana sono generazioni di americani bianchi senza radici. Se pensate che avere radici non sia importante, ditelo ad Alex Haley. La serie TV basata sul suo “Radici” ha dato radici ai neri mentre intellettuali ebrei marxisti culturali e gentili liberali bianchi hanno cospirato per rendere gli americani bianchi senza radici e sradicati.

Gli americani di oggi sono stati ridotti a un popolo colpevole che non merita nulla ma ha l’obbligo della restituzione.

Restituzione significa farsi da parte e consegnare il potere alle “minoranze oppresse”. Non è altro che l’ideologia di Schlein, Frantoianni, Soumahoro, don Biancalani, Karola Rakete, Casarini, Mimmo Lucano e dell’ eterna “vittima” del “patriarcato” bianco, etero e “razzista”, Ilaria Salis.

In altre parole, le etnie bianche sono così sottoposte a lavaggio del cervello contro sé stesse che le “minoranze preferite” non devono nemmeno fare lo sforzo di rovesciarle. I bianchi indottrinati si stanno rovesciando da soli.

Ecco perché Donald Trump cerca di limitare la diffusione di tutto questo con misure drastiche e viene attaccato da altri bianchi d’essere un suprematista.

Lo stesso vale in tutto il mondo occidentale. Ovunque i bianchi sono sulla difensiva, principalmente a causa di altri “bianchi anti-bianchi”. Sono stati i bianchi ad aprire le frontiere al superamento dei Paesi bianchi con etnie non bianche.

È l’ex presidente degli Stati Uniti, Biden, che si rifiutò di far rispettare le leggi statunitensi sull’immigrazione e consentì di entrare nel Paese a piacimento ad immigrati invasori.

In Europa – Macron, Merz, la UE – è lo stesso.

“La cittadinanza italiana è uno scherzo. Non ha senso. L’Inghilterra non è più l’Inghilterra. È una Torre di Babele. Il sindaco della sua capitale è musulmano. Solo il 40% della popolazione di Londra è britannica” – afferma Roberts.

“Da nessuna parte in Europa si stanno costruendo chiese cristiane, ma ovunque stanno sorgendo moschee”, incalza il grande economista.

Il famoso Gonville and Caius College dell’Università di Cambridge ha rimosso una finestra in memoria di Sir Ronald Fisher, un ex membro del college e fondatore della statistica moderna”.

Sir Ronald era anche interessato alla genetica, all’epoca un legittimo campo di indagine ma oggi demonizzata come razzista. Studenti di minoranze razziali non qualificati per essere a Cambridge, ma lì a causa del “valore della diversità”, hanno protestato che l’interesse di Fisher per la genetica significava che era un razzista e che il college stava sostenendo il razzismo avendo un memoriale per un famoso fondatore della Statistica.

Anche gli assistenti si sono svegliati, persone senza capacità e di conseguenza assunta per mostrare “l’inclusione” dell’Università hanno protestato e la facoltà, emotivamente, intellettualmente, moralmente e fisicamente debole, ha ceduto e ha rimosso la memoria del fondatore della statistica moderna.

Mentre l’Università di Cambridge rimuove una finestra commemorativa per il fondatore della Statistica, la Cattedrale di Washington, a D.C. installa un criminale condannato e tossicodipendente, George Floyd, che si è suicidato con un’overdose di droga.

L’Università di Oxford è ancora in tumulto sul fatto che l’Oriel College rimuoverà la statua di Cecil Rhodes che ha dotato le prestigiose borse di studio Rhode di Oxford, una delle quali è stata assegnata all’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton. Rhodes era un colono in Africa e quindi un razzista e la sua “statua e tutto ciò che rappresenta” deve cadere, così dicono i destinatari della quota razziale assegnata alle borse di studio Rhode.

Queste persone sono così insensate che non riescono a capire che se Rhodes è razzista e la sua statua viene rovesciata, anche il prestigio delle loro borse di studio viene rovesciato.

“Sono screditate anche tutte le persone che hanno accettato le borse di studio razziste di Rhodes, incluso Bill Clinton. Sono per sempre etichettati come razzisti a causa della loro associazione con Cecil Rhodes”.

In Gran Bretagna sembra che tutto ciò che fa un bianco sia razzista, persino indossare abiti di seconda mano.

“James Watson, co-scopritore con Francis Crick della struttura a doppia elica del DNA e premio Nobel per la scienza è stato dichiarato razzista ed escluso dal laboratorio di ricerca da lui fondato.

Uno degli scienziati più illustri e importanti del nostro tempo è stato spinto nel buco nero orwelliano da punk da quattro soldi assunti in quote universitarie” – asserisce il prof. Roberts.

“Questo è il mondo occidentale di oggi. È folle. La scienza, i fatti, la verità, non hanno autorità alcuna. La civiltà occidentale è stata svuotata. Non ne rimane nemmeno un sacchetto di carta bagnato. Il mondo occidentale è militarmente impotente, non ha leadership, ed è stato sconfitto in Afghanistan da poche migliaia di talebani armati alla leggera ed è scappato dall’Afghanistan in totale disordine, per mano di una semplice milizia. Come il presidente Eisenhower avvertì il disinvolto popolo americano 60 anni fa, il complesso militare/di sicurezza è alla ricerca della vostra democrazia. Vogliono i vostri soldi che otterranno a tutti i costi e voi, essendo stupidi e disinvolti, glieli darete.

Una previsione corretta.

“Gli Stati Uniti ora hanno un esercito femminizzato, omosessualizzato e transgender che costringe i soldati e gli ufficiali bianchi a seguire un “addestramento sulla sensibilità razziale” e ad imparare che sono razzisti e non sono autorizzati a commettere razzismo, disciplinando le truppe nere. Né possono essere misogini se disciplinano le truppe femminili. Né possono essere transgenderfobici disciplinando uomini che affermano di essere donne o donne che affermano di essere uomini.

Questo è l’esercito americano oggi. Come si può essere orgogliosi di servire in un’organizzazione così incasinata?”

Continua Roberts: “È un esercito inutile, ma costa agli americani 1.000 miliardi di dollari all’anno, una somma enorme che drena risorse disperatamente necessarie a molti usi molto più importanti dei profitti del complesso militare/di sicurezza.

L’inevitabile conclusione è che gli americani siano ostaggio della demonizzazione dell’etnia bianca. Tutti i leader e gli eroi americani, come George Washington e Thomas Jefferson, sono razzisti e uomini malvagi che hanno oppresso i neri e le donne e hanno creato una Nazione basata sulla schiavitù. Se non ci credete, consultate il progetto 1619 del New York Times”.

Roberts incalza: “il mondo occidentale è così impotente nella sua totale mancanza di fiducia in se stesso che si lascia invadere da immigrati-invasori”.

Jean Raspail ha descritto la fine dell’Occidente nel suo libro del 1973 “Il campo dei santi”. Stiamo vivendo la sua descrizione.

“Se ne dubitate, pensate al vostro diritto all’autotutela. A St. Louis, nel Missouri, una coppia che ha difeso la propria casa dall’essere invasa da Antifa e Black Lives Matter brandendo armi da fuoco è stata arrestata e accusata di aver difeso la loro proprietà”.

Il decreto sicurezza, tanto contestato dai sostenitori degli Antifa, colpisce direttamente un dogma della post-modernità quale la lotta contro la difesa di ciò che è nostro, che andremmo puniti perché bianchi, etero, cristiani e non schierati a sinistra.

“Per quanto posso discernere, da nessuna parte in Europa o nel Regno Unito è permesso a una persona di difendersi con un’arma da fuoco. Le pistole sono vietate. Se vieni attaccato da una “minoranza preferita” devi subirne le conseguenze o andare in prigione per un crimine d’odio. Oggi difendersi da un non bianco, se si è bianchi, in Europa è un probabile crimine d’odio” – afferma Roberts.

La rimozione dalle etnie bianche del diritto all’autotutela completa lo sradicamento delle etnie bianche. Privi di fiducia e di fiducia in se stessi, le etnie bianche si sono gettate nel cestino della storia.

Fonte: https://www.marcotosatti.com/2025/06/09/il-fardello-delluomo-bianco-e-la-cancellazione-della-cultura-occidentale-matteo-castagna/

Ma il tesoro dei Savoia a chi appartiene?

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di Marcello Veneziani

Tre giorni dopo il referendum controverso che sancì la vittoria della repubblica sulla monarchia, il 2 giugno del 1946, Umberto II di Savoia, re uscente e mai più rientrato, fece depositare dal ministro della Real Casa Falcone Lucifero i gioielli della Famiglia Reale a Palazzo Koch, sede della Banca d’Italia. Era un cofanetto in pelle nere, a tre strati, foderato di velluto blu, come il sangue dei nobili, che tuttora custodisce oltre sei mila brillanti e duemila perle, varie gemme, diademi, bracciali, collane, spille, orecchini. Alcuni risalgono all’epoca del Regno d’Italia, altri sono precedenti, cimeli di Casa Savoia nei secoli.
Sono passati quasi ottant’anni ma i gioielli dei Savoia restano ancora nel limbo, inaccessibili agli eredi ma nemmeno confiscati dallo Stato italiano. L’ultimo tentativo di riaverli risale a tre anni fa, non c’era ancora la Meloni al governo e c’era ancora in vita Vittorio Emanuele IV, affiancato dalle tre sorelle, le Tre Marie- le principesse Maria Pia, Maria Gabriella e Maria Beatrice: intentarono una causa alla Banca d’Italia, alla presidenza del consiglio e al ministero dell’Economia per riavere i gioielli di Casa ma senza riuscirvi.
Nella famosa tredicesima disposizione in appendice alla Costituzione, fu indicato che i beni della Casa Savoia fossero avocati allo Stato repubblicano. Ma i gioielli si possono considerare alla stessa stregua dei Palazzi, delle tenute, delle collezioni confiscate alla casa regnante o rientrano in beni che hanno più una valenza personale, familiare, comunque più attinente alla sfera di pertinenza della dinastia? Un’attenta ricostruzione della vicenda l’ha fatta Fabio Andriola sulla sua rivista Storia in rete, appena rilanciata in edicola. Quando Umberto II consegnò, pare su sollecitazione di Alcide De Gasperi, i tesori della Corona li accompagnò con una lettera volutamente sibillina: “In conseguenza degli ultimi avvenimenti desidero che le Gioie della Corona non vadano immediatamente in mano ad un commissario che potrebbe prendere dei provvedimenti affrettati e magari fare una distribuzione e un’assegnazione non conforme al valore storico. Sono gioie portate dalle regine e dalle principesse di Casa Savoia. Desidero siano depositate presso la Banca d’Italia per essere consegnate poi a chi di diritto» . Già, chi ha veramente diritto? Il paradosso, nota Andriola, è che a difendere la causa dei Savoia e il loro diritto a riavere i gioielli di casa, fu il presidente della Repubblica Luigi Einaudi, monarchico come il suo predecessore, Enrico de Nicola (uno dei paradossi della nostra repubblica: ebbe i primi due presidenti monarchici…). Einaudi usò una formula prudenziale “potrebbe ritenersi che le gioie spettano non al demanio dello Stato, ma alla famiglia reale”. Ai Savoia risposero invece con un secco no due governatori della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, divenuto poi anch’egli Capo dello Stato, e Mario Draghi. Fu perfino negata la richiesta di fotografare i gioielli di Casa Savoia, da parte di Maria Gabriella per farne un libro. Peraltro, il tesoro fu fatto valutare da due gioiellieri famosi, Gianni Bulgari e Roberto Vespasiani, e il loro responso tecnico svalutò i gioielli per la loro foggia antiquata; ma il valore storico, antiquario e simbolico resta intatto. L’arco su cui sembrano attestarsi le valutazioni è molto largo: dai 30 ai 300milioni di euro.
Il tempo è galantuomo, e dopo 56 anni di esilio, fu ammesso il rientro dei Savoia maschi in Italia, interdetto in quelle norme non a caso definite transitorie. L’amara sorpresa per chi aveva per decenni perorato la causa del rientro dei Savoia in Italia, fu che quando fu concessa la possibilità, Vittorio Emanuele IV e la sua famiglia restarono residenti in Svizzera, a Ginevra, e d’estate in Corsica, a Cavallo; ebbero il diritto di rientrare ma vi rientrarono solo da turisti occasionali, per eventi o in barca. Ora l’erede Emanuele Filiberto ricorrerà alla Corte europea dei diritti dell’Uomo ed estenderà la richiesta di riavere anche alcuni immobili. Non abbiamo competenza giuridica per entrare nel merito della controversia; ma è evidente che si tratta ormai di un contenzioso che investe una mera questione privata e patrimoniale, se non venale: l’erede vorrebbe usufruire dei beni della sua Casata sostenendo che appunto appartengano alla Famiglia e non al Regno poi tramutato in Repubblica. Forse, l’unica soluzione di buon senso, prima ancora che giuridica, sarebbe salomonica: distinguere tra beni che restano allo Stato e beni che tornano alla famiglia Savoia. O con un’ulteriore mediazione, disponendo che siano esposti e custoditi in qualche luogo a perenne memoria di una storia e di una dinastia che in fondo regnò sull’Italia in un arco di tempo piuttosto breve, pari alla vita di un uomo: ottantasei anni. Una volta notai che mio nonno, classe 1859, era nato sotto i Borbone, prima che nascesse lo Stato Unitario sotto la Corona dei Savoia. Se fosse morto a ottantasette anni, dopo il fatidico 2 giugno del 1946, avremmo potuto dire che non era nato né morto sotto i Savoia. E questo rende bene l’idea che transitorie non furono solo le norme applicate ai Savoia (e al regime fascista) ma transitorio fu quel regno, soprattutto se paragonato a quello più longevo degli Asburgo a Nord, dei Borboni al Sud, e di altre dinastie in altre città d’Italia. Una Monarchia passeggera anche se in quell’arco così breve, avemmo il Risorgimento e l’Unità d’Italia, le guerre coloniali, il regime fascista, l’Impero, due guerre mondiali. Regno breve ma intenso.

 

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/ma-il-tesoro-dei-savoia-a-chi-appartiene/

Abbiamo bisogno di veri conservatori

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di Marcello Veneziani

Ma c’è ancora da qualche parte un pensatore veramente conservatore o dobbiamo ormai ricordare solo i grandi del passato che non ci sono più? Dopo la morte di Roger Scruton e quella più recente di Alasdair McIntyre, considerati come gli ultimi dei mohicani, sembra che i conservatori, coerentemente con la loro indole, siano ormai solo un ricordo del passato. Si, sul piano politico c’è ancora un partito conservatore in Inghilterra e c’è un raggruppamento conservatore nel Parlamento europeo, ma se cerchi autori di riferimento, una linea di pensiero a cui si ispirano, brancoli nel buio, tra effimeri placebo e vaghi slogan. Dalla vicina Francia sono arrivati in questi ultimi mesi tre pamphlet di stampo conservatore, di tre autori ormai oltre i settant’anni e lontani dall’impegno politico. La prima è Chantal Delsol, scrittrice e filosofa parigina d’ispirazione cristiana, accademica, editorialista del Figaro, che ha recentemente pubblicato da Cantagalli Il crepuscolo dell’universale; un saggio che critica la deviazione del cristianesimo in religione umanitaria, della persona in individualismo sradicato e dell’universalità in globalitarismo. In opposizione a questa tendenza Delsol vede profilarsi nel mondo il ritorno a una visione olistica, comunitaria, organica, in cui il valore del tutto è superiore a quello dei singoli individui. Intanto, nota, la modernità invecchia male, l’Europa diventa come previde Dostoevskij “una necropoli”, l’Occidente vive l’ebbrezza per la cancellazione del passato e delle identità; al posto delle nazioni tra non molto ci saranno solo i marchi di alcune aziende, la Coca Cola, Microsoft e gli altri giganti del web, Nike e Jonny Walker.
Pascal Bruckner, saggista e polemista, da anni polemizza con lo spirito di autodenigrazione dell’Occidente nichilista e progressista, che si vergogna della sua civiltà e delle sue tradizioni e si autocondanna nel nome del razzismo, dell’islamofobia e di tutte le altre ben note fobie di cui si auto-accusa. L’ultimo suo pamphlet, Povero me. Quando le vittime sono i nuovi eroi (tradotto da Guanda) è una critica serrata del vittimismo, la nuova ideologia che ha preso il posto dell’edonismo e dell’ottimismo progressista e che veicola risentimento e spirito di vendetta. Mali antichi, un tempo giustificati dall’odio di classe e oggi invece da questo vittimismo piangente, questuante e risarcitorio.
Il nome di Bruckner in Francia è spesso associato a quello di un filosofo conservatore, Alain Fienkelkraut, ebreo di origine polacca e autore di molti saggi divergenti rispetto al mainstream e al progressismo dominante. Ora è uscito Pescatore di perle, edito da Feltrinelli, un pamphlet schiettamente conservatore, polemico contro la barbarie dello sradicamento, nemica di ogni eccellenza e di ogni legame identitario. Fienkelkraut difende coraggiosamente un outsider cancellato dalla cultura dominante, Renaud Camus, fino a ieri riconosciuto come uno dei più importanti scrittori di lingua francese; ma da quando ha denunciato il pericolo della Grande Sostituzione, a causa dei flussi migratori e della deculturazione di massa, è considerato quasi un eversivo, comunque un autore da silenzare. Anche Fienkelkraut come Bruckner, sottolinea sulla scia di Hannah Arendt la malattia dell’uomo contemporaneo: il risentimento verso la vita, la realtà, la natura, verso tutto ciò che ci è dato. Il contrario di un conservatore, che invece difende l’essere in quanto tale e accoglie il proprio destino (amor fati). A suo parere il trans è la figura emblematica del nostro tempo, colui che sostituisce l’essere con l’io voglio, che rifiuta “gli arresti domiciliari” in un’identità, e vuole abolire il fato, la natura, la realtà. Conclude il suo libro con un prontuario di riflessioni di un conservatore che non teme l’accusa di retrotopia (Bauman) e non si vergogna di ritenere migliori molte cose del passato rispetto a quelle presenti. Per esempio, cogliendo fior da fiore: “il mondo reale era meglio dello schermo totale”, “L’uniforme era meglio dell’uniformità”, “Le mucche, le galline e i maiali vivevano meglio che negli allevamenti intensivi”, “i paesaggi erano migliori prima delle pale eoliche”, “Il passato era migliore quando veniva studiato e non incriminato”, “Il presente era migliore quando non parlava da solo”, “Il progresso era migliore quando non era un processo automatico”, “L’università era migliore prima del fanatismo woke”, “La nostalgia era migliore prima della sua criminalizzazione”, “Essere in lutto era meglio che elaborare il lutto”, “L’intimità era migliore prima che si riversasse su Facebook o su Instagram”, “Città, teatri, musei, luoghi di culto erano migliori prima della McDonaldizzazione universale”, “Gli occhi vedevano meglio quando c’erano i poeti”. E la citazione finale di Holderlin: “Molto però è da conservare. È necessaria la fedeltà”. Che fa il paio con una citazione iniziale da Milan Kundera: “Europeo: colui che ha nostalgia dell’Europa”. Come dire che l’UE non è Europa, ma la sua caricatura svuotata di senso. Infine la confessione di uomo all’antica: “abitando il mondo di un tempo, ho scritto a penna”. E all’ecologista che si chiede: “Che mondo lasceremo ai nostri figli?”, egli replica con un’altra domanda: “A quali figli lasceremo il mondo?”.
Voi direte che si tratta di pur pregevoli lamenti di un vecchio che rimpiange il passato e vive ormai di ricordi e di rancori: è questa l‘essenza del conservatore? No, semmai quella è l’indole, l’intima tendenza del suo carattere, soprattutto quando la sua vita è nella fase conclusiva; ma quando pensa, il conservatore pratica l’arte preziosa della comparazione e della compensazione e lo fa con lucido realismo prima che con rimpianto: paragona le epoche, nota le differenze e dopo aver sottratto il passato all’obbligo di attenersi al presente, sottrae il futuro all’obbligo di adeguarsi al presente. Per difendere il passato dagli artigli dell’attualità, finisce col difendere il futuro dalla maledizione di proseguire automaticamente le tendenze presenti.
Certo, una società equilibrata ha bisogno sia di sani principi conservatori che di sani precetti innovatori. Se il verbo nobile del conservatore è salvare, il verbo nobile del progressista è migliorare. Abbiamo bisogno di ambedue. Invece la malattia del primo è la paura del futuro e dell’ignoto, mentre la malattia dell’altro è l’odio del passato e di ciò che preesiste. Oggi le due malattie si sono coalizzate e fuse, sicché l’atteggiamento prevalente è la paura del futuro congiunta all’odio del passato. Abbiamo smesso di gioire sia per ciò che nasce che per ciò che perdura. Eppure in una società armoniosa la tensione verso il passato e verso il futuro sono come sistole e diastole del cuore, una trae forza dall’altra. Chi ben conserva può progredire bene e viceversa. Se l’idea del progresso è precipitata nel nostro tempo che teme il futuro con angoscia, l’idea conservatrice viene condannata come un’imperdonabile ottusità di chi vive col retrovisore. E invece in un’epoca malata di rapidità, cancellazione e sradicamento abbiamo bisogno di una sensibilità conservatrice. Uno scrittore che non era un conservatore, Albert Camus, diceva che ogni generazione si crede destinata a rifare il mondo; ma a noi tocca un compito più grande: “impedire che il mondo si distrugga”. Mettere in salvo, la missione del conservatore.

 

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/abbiamo-bisogno-di-veri-conservatori/

Non solo Pma. Anche aborto, fine vita e unioni civili: tutte le ingerenze della Consulta sui temi etici

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di Luca Marcolivio

Una delle ultime sentenze della Corte Costituzionale, la 68/2025 dello scorso 22 maggio – ovvero quella che ha aperto alle “due mamme” in caso di procreazione medicalmente assistita all’estero – è stata soltanto l’ultima di una lunga serie di veri propri interventi a gamba tesa, con i quali il massimo organo giudiziario italiano ha portato avanti quelle che a parer nostro sono delle indebite ingerenze nei confronti della politica e del normale iter legislativo. In particolare sui temi etici.

Proprio su questioni come abortounioni civiliPma e fine vita, infatti, la Consulta ha spesso fatto fughe in avanti anche e soprattutto per spingere le maggioranze di turno – alcune volte riuscendoci, altre volte no – a legiferare o comunque demolendo leggi già esistenti (vedi caso della n. 40/2004 sulla procreazione assistita). Assistiamo così ad una subalternità del potere legislativo al giudiziario, che, non essendo espressione diretta della volontà popolare, più che recepire un vero o presunto cambiamento socio-antropologico, lo impone a suon di sentenze ideologiche. Vediamo quali

Pma e Legge 40

Sulla procreazione medicalmente assistita, come già accennato, c’è stato in oltre quindici anni un vero e proprio smantellamento dell’originaria legge 40. Innanzitutto con la Sentenza n. 151 del 2009: la Corte dichiara incostituzionale l’art. 14, comma 2, della Legge 40/2004, nella parte in cui imponeva il limite massimo di tre embrioni da produrre in vitro e l’obbligo del loro impianto simultaneo. Secondo la Corte, tale limite «si pone in contrasto con la tutela della salute della donna, riducendo irragionevolmente le possibilità di successo del trattamento di procreazione medicalmente assistita, impedendo al biologo di selezionare, tra quelli formatisi, gli embrioni più idonei a svilupparsi in un feto e di crioconservare quelli in eccesso per un futuro trasferimento, e costringendo la donna a sottoporsi a nuovi interventi di stimolazione ovarica e di prelievo chirurgico degli ovociti. D’altra parte», si legge nella sentenza, «si evidenzia nella memoria di costituzione il rischio opposto, quello, cioè, di successo del processo di fecondazione, con possibile insorgenza di una gravidanza plurigemellare, che, a sua volta, comporta rischi per la salute della donna e del concepito».

Poi con la sentenza n. 162 del 2014 viene dichiarata l’incostituzionalità del divieto di fecondazione eterologa stabilito originariamente dalla Legge 40/2004. «La formazione di una famiglia, che include la scelta di avere figli, costituirebbe un diritto fondamentale della coppia, rispondente ad un interesse pubblico riconosciuto e tutelato dagli art. 2, 29 e 31 Cost.». Nella misura in cui, obiettivo della legge 40 è quello di ridurre la sterilità e l’infertilità nella coppia, vietare la fecondazione eterologa «recherebbe vulnus a detti parametri, perché discriminatorio ed irragionevole». La più recente sentenza n°69/2025 ha tuttavia confermato il medesimo divieto per le donne single.

Con la sentenza n. 96 del 2015, invece, viene esteso l’accesso alla diagnosi preimpianto anche alle coppie fertili portatrici di malattie genetiche trasmissibili. Viene così riconosciuto a queste coppie il diritto di evitare la trasmissione di gravi patologie ai figli. In questo caso, la Corte rileva «il mancato rispetto del diritto alla salute della donna. Senza peraltro che il vulnus, così arrecato a tale diritto, possa trovare un positivo contrappeso, in termini di bilanciamento, in una esigenza di tutela del nascituro, il quale sarebbe comunque esposto all’aborto».

Nello stesso anno, con il pronunciamento n. 229, viene dichiarato incostituzionale il divieto di selezione degli embrioni affetti da gravi malattie genetiche. La malformazione di tali embrioni «non ne giustifica […] un trattamento deteriore rispetto a quello degli embrioni sani». In questa circostanza, la Corte ammette: «L’embrione, infatti, quale che ne sia il, più o meno ampio, riconoscibile grado di soggettività correlato alla genesi della vita, non è certamente riducibile a mero materiale biologico».

Infine la decisione di qualche giorno fa, con la quale è stata sostanzialmente riconosciuta la genitorialità alle coppie omosessuali femminili. La donna che non porta avanti la gravidanza (ottenuta tramite Pma ottenuta all’estero, con nascita in Italia) viene definita «madre intenzionale».

Fine Vita

Anche sui temi del suicidio medicalmente assistito e dell’eutanasia la Corte Costituzionale ci ha abituato – ahinoi – a vere e proprie fughe in avanti, soprattutto con quella che fu – come vedremo – la storica sentenza sul caso di Dj Fabo. Ma prima ancora, già nel 2008, con la pronuncia n. 438 e in riferimento all’altrettanto famoso caso di Eluana Englaro, la Corte stabilisce il “diritto” al rifiuto dei trattamenti sanitari (anche salvavita) e la legittimità dell’interruzione delle cure, qualora il paziente lo manifesti espressamente, anche tramite terzi.

Circa un anno dopo, con la sentenza n. 253 del 2009, viene decretata la legittimità costituzionale delle Disposizioni Anticipate di Trattamento (Dat), spianando la strada alla loro approvazione legislativa, arrivata otto anni dopo con la legge 219/2017. La Corte stabilisce che il cittadino ancora dotato di capacità, in merito ai propri futuri trattamenti sanitari, può esprimere la propria volontà, purché questa sia libera, consapevole e «verificabile».

E si arriva, dieci anni più tardi, appunto, al caso Cappato-Dj Fabo. Con la purtroppo storica sentenza n. 242 del 2019, i giudici costituzionali dichiarano parzialmente incostituzionale l’art. 580 del Codice Penale, dunque escludendo la punibilità dell’aiuto al suicidio per persone che devono avere quattro requisiti, ovvero: essere affette da una patologia irreversibile; soffrire di sofferenze fisiche o psicologiche che reputano intollerabili; essere tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale; essere capaci di prendere decisioni libere e consapevoli. Questa sentenza fu di una gravità particolare, avendo dato la stura a numerose iniziative legislative a livello regionale atte a legalizzare il suicidio assistito nell’ambito dei sistemi sanitari regionali: a tal proposito, va ricordato che la Toscana è, al momento, l’unica Regione ad aver approvato una simile normativa, laddove in Emilia-Romagna l’iter è in stand-by, mentre in Basilicata, Lombardia, Piemonte, Umbria e Veneto, il suicidio assistito è stato respinto.

La stessa Corte è poi tornata sul medesimo tema aperto con la vicenda di Dj Fabo con una successiva sentenza, quella n. 135 del 2024. Viene ribadita la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale come requisito essenziale per la non punibilità dell’aiuto al suicidio. Il riferimento è a trattamenti non necessariamente somministrati dal personale sanitario ma comunque fondamentali affinché il paziente rimanga in vita. Alla luce della già menzionata sentenza n° 242/2019, la Corte ritiene «irragionevole» la sanzionabilità del suicidio assistito.

Aborto

E sull’interruzione volontaria di gravidanza? Ebbene, anche su questo tema la Consulta iniziò a pronunciarsi molto tempo fa, addirittura anche prima della legge 194 del 1978. Già tre anni prima, infatti, con la sentenza n. 27 del 1975, dichiarò parzialmente incostituzionale l’art. 546 del Codice Penale, che puniva l’aborto anche nei casi in cui la prosecuzione della gravidanza comportasse un grave pericolo per la salute della madre. Fu stata una sentenza “apripista” che ha di fatto legittimato giuridicamente il concetto di “aborto terapeutico”, spingendo il Parlamento a colmare un vuoto legislativo portando così alla legge 194/1978 (poi confermata dal referendum del 1981). La svolta del 1975 avvenne anche sulla spinta di un cambiamento culturale, deformato dalla propaganda radicale, che trasmetteva il messaggio (falso) di un aumento esponenziale degli aborti clandestini: un fenomeno che, nell’ottica progressista, poteva essere attutito soltanto con una depenalizzazione della pratica.

Dopodiché, dopo oltre 35 anni, la Corte Costituzionale tornò in modo importante sulla questione aborto con la sentenza n. 126 del 2012 e in particolare in riferimento all’autorizzazione del giudice tutelare per l’interruzione di gravidanza da parte di una minorenne. In quell’occasione la Corte ha confermato che la minore può abortire anche senza informare i genitori, se ci sono motivi seri che lo sconsigliano. Il giudice tutelare può dunque autorizzare la gestante valutando solo la sua scelta, come infatti stabilito dall’art 12, secondo comma, della legge 194/1978. Tra le motivazioni: il «contesto socio culturale» è «profondamente cambiato, in quanto l’evoluzione del costume ha fatto sì che ormai una gravidanza fuori da quelli che un tempo erano i canoni sociali non è più avvertita quale grave fonte di discredito, tale da indurre la minore alle pratiche dell’aborto clandestino, pur di non informarne neanche i genitori». Al contempo «il fenomeno dell’aborto clandestino (lungi dallo scomparire, purtroppo) è comunque un fenomeno ormai circoscritto a tristi realtà di forte illegalità collegate allo sfruttamento della prostituzione e dell’immigrazione clandestina, e alla tratta di esseri umani, laddove si evita il ricorso alle procedure di legge non certo per impedirne la conoscenza ai genitori, ma per impedire che emergano tali situazioni di turpe illegalità».

Unioni civili

Infine, ma non per importanza, l’altro tema cruciale – ed etico – che ci interessa e che la Corte ha toccato è quello delle unioni civili, dunque con ovvie e importanti ricadute sulla famiglia e sulla società. Sono in particolare due – entrambe dello scorso anno – le sentenze più incisive su questo argomento. In primis la n. 66 del 2024, con la quale la Corte ha dichiarato incostituzionale l’art. 1, comma 26 della Legge n. 76/2016. Di conseguenza è ora previsto, per le coppie unite civilmente, la possibilità di sospendere gli effetti dello scioglimento automatico dell’unione civile per consentire la celebrazione del matrimonio nel corso del procedimento di rettificazione di sesso da parte di uno dei due partner. La sentenza, pur non equiparando formalmente unioni civili e matrimonio, introduce una possibilità di continuità giuridica tra i due istituti in caso di transizione di genere di uno dei partner. «L’individuo», motiva la Corte, «non deve essere altrimenti posto, in modo drammatico, nella condizione di dover scegliere tra la realizzazione della propria personalità, di cui la perseguita scelta di genere è chiara espressione ed alla quale si accompagna l’automatismo caducatorio del vincolo giuridico già goduto, e la conservazione delle garanzie giuridiche che al pregresso legame si accompagnano, e tanto a detrimento della piena espressione della personalità».

Dopodiché, con la sentenza n.148 del 2024, i giudici costituzionali hanno dichiarato incostituzionale l’art. 230-bis, terzo comma, c.c., nella parte in cui non includeva il convivente di fatto tra i familiari dell’impresa familiare. Ha inoltre dichiarato incostituzionale l’art. 230-ter c.c., in quanto prevedeva una tutela inferiore per il convivente di fatto rispetto a quella garantita ai familiari. La Corte prende atto che «dall’evoluzione della società, della legislazione e della giurisprudenza costituzionale e sovranazionale, emergerebbe ormai che la famiglia va considerata sia nella versione tradizionale, composta da due membri di sesso diverso uniti in matrimonio, sia nella versione moderna costituita da coppie non unite in matrimonio, ma semplicemente conviventi, siano esse di sesso diverso o dello stesso sesso». Secondo i giudici «nessuna situazione espressiva della scelta di un differente modello familiare può restare priva di tutela e che con l’introduzione dell’art. 230-ter cod. civ».

Fonte: https://www.provitaefamiglia.it/blog/non-solo-pma-anche-aborto-fine-vita-e-unioni-civili-tutte-le-ingerenze-della-corte-costituzionale-sui-temi-etici

C’era una volta il sud ma ora non c’è più

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di Marcello Veneziani

Ma come ti salta in mente di dedicare un nuovo libro a un racconto di pensieri, sentimenti e immagini intitolato “C’era una volta il sud”? Il mondo ha altro per la testa che i ricordi del passato, per giunta del sud e della provincia; il mondo è in preda a troppe cattiverie per mettersi a fare l’elegia del tempo andato, è tempo di attaccare o difendersi, di azzannarsi prima che ti azzannino… E poi siamo nel tempo dell’Intelligenza artificiale. Ma sì, certo, avrete ragione voi, però non vogliamo concederci una pausa, pensare ad altro, lasciarci visitare da immagini, figure e memorie che ci ristorano la mente e riaprono le braccia ai nostri cari?
È un libro di immagini e scritti dedicato al sud ma sono convinto che anche chi non è del sud si troverà a casa: perché si parla di un tempo passato che non fu solo a Mezzogiorno, perché si parla di provincia e non c’è cosa più universale che il mondo provinciale, il piccolo paese, il piccolo rione, la località che ci avvolse nella sua calda prossimità, a nord come a sud, e ovunque. È un libro in formato grande, illustrato (in libreria, edito da Rizzoli) in cui si può seguire il filo delle fotografie, tutte in bianco e nero perché riportano a un passato mitico, diverso dal presente; o si può seguire il filo del racconto di pensieri e di ricordi che si intreccia all’album fotografico. Ma cosa dici, di che parli? È un passeggio, anzi uno struscio nel tempo, un viaggio multisensoriale tra gli odori, i sapori, le voci, le figure, i pensieri di un mondo che viene descritto come chiuso, piccolo, asfittico e locale e invece non è vero. Quel mondo era molto più grande nel suo piccolo rispetto al mondo globale di oggi che è solitario, virtuale, introverso: c’era il paese, c’era la campagna, c’era il mare (o per altri la montagna), c’erano gli animali, c’erano i vecchi e i bambini, tanti bambini, c’era la comunità, c’era l’antichità, c’era il favoloso, c’erano altri mondi oltre quello presente. Ed era un mondo aperto, corale, altro che chiuso; le case erano un via vai di famigliari, tanti figli, tanti cugini, le nonne e le zie “vacantine” che vivevano nella stessa casa, e altrettanti amici, vicini di casa, persone che uscivano ed entravano di continuo dalle porte, parlavano dai balconi e dalle finestre; era un insieme aperto, e all’aperto. Si viveva la vita gratis, nel senso che si pagava solo poche cose perché pochi erano i soldi, ma quasi tutto era gratis, per natura, cortesia, come l’acqua delle fontane, le panchine del giardino, il mare in cui bagnarsi, i frutti appesi da cogliere per le strade, i giochi. Vuoi dire che vivevano nel paradiso terrestre e non lo sapevano? Ma no, che dite. Quel mondo era anche duro, crudele, classista, affamato, malvestito, inclemente. Non puoi rimpiangerlo, tantomeno è possibile ritornarvi, e anche se volessi e potessi farlo non ci torneresti, non riusciresti più a vivere in quel modo.
E allora perché raccontarlo? Perché ci fa bene, ci fa stare bene, ci restituisce fette di vita, angoli di paese, ricordi e care presenze ora assenti; perché incuriosisce, diverte, fa pensare, e suscita pure qualche sentimento, magari ci aiuta a non perdere la nostra sensibilità, a non diventare automi o umanoidi artificiali. Il mondo non era racchiuso nello smartphone.
C’era una volta il sud narra con testi e immagini un mondo favoloso, un’epoca che non è più la nostra da decenni: il sud della civiltà contadina e delle famiglie numerose, il sud devoto e superstizioso, arcaico e “fatigatore”, il sud delle processioni, dei matrimoni, dei funerali, del lutto prolungato, della vita di campagna, della vita ai bordi del mare, dei circoli, delle sale da barba o dello struscio di paese. Ci sono innumerevoli scorci, quadretti di vita, immagini e figure di quel tempo, modi di dire e di fare, di quel mondo arcaico che non fu l’età dell’oro semmai l’età del pane come la chiamò Felice Chilanti. Un mondo comunitario, povero e aspro ma ricco di umanità. Figure mitiche e fenotipi, come il ciaciacco, o sgalliffo, lo sparamiinpetto, lo speranzuolo, e poi il barbiere di compagnia, la prostituta, la masciara, la bizzoca, il sacrestano. Mondi cancellati, o in via di scomparsa, di cui cerchiamo di mettere in salvo la memoria e le sue ultime tracce, prima che cali la notte e la frettolosa dimenticanza. Le foto non riguardano personaggi famosi, eventi celebri, non sono foto d’arte o di eventi storici, ma sono immagini della vita quotidiana, della gente comune; foto ricordo, in prevalenza amatoriali, private e personali, tratte dagli album di famiglia e dai ricordi paesani.
A questo viaggio ho voluto aggiungere in fondo al testo alcune riflessioni sul significato della fotografia nella nostra epoca, cercando di smentire luoghi comuni o di vedere lati nascosti di quel mondo: la fotografia è il diorama del ritorno, nasce da una forma di nostalgia preventiva, la volontà di salvare l’attimo fuggente e le vite in transito. Non è vero che l’era della riproducibilità tecnica dell’arte uccide l’aura che un tempo riguardava l’opera d’arte. A dircelo è proprio colui che teorizzò in un famoso saggio quella morte dell’aura: in quelle stesse pagine Benjamin scrisse – in un passaggio trascurato da tutti – che quell’aura resta nelle fotografie che ritraggono volti, anche se sono immagini seriali, perché sprigionano a rivederle, quel ricordo affettivo, quell’atmosfera, quella magia indicibile di figure care perdute nel tempo. Se il tempo per Platone è l’immagine mobile dell’eterno, la fotografia è l’immagine immobile di ciò che è passato. La fotografia trasforma in mito il passato. Il poeta Coleridge sognò di trovarsi in paradiso, e qualcuno gli donò un fiore. Al suo risveglio, il sognatore si trovò con quel fiore in mano. Così è la fotografia, come i fiori venuti in sogno e poi portati nella realtà. A me capitò un’esperienza analoga: sognai che ero bambino e mio padre mi dava una delle sue caramelle all’orzo. Quando mi svegliai trovai davanti a una fila di libri, appena traslocati, una caramella all’orzo che poi tenni per anni in vista. Nel libro consiglio pure un esercizio particolare con le foto, per rianimarle e vederle rivivere. Scopritelo se vi interessa.
Giorni fa sono tornato nella piazza del mio paese, detta il Palazzuolo, dove giocavo da bambino e dove un tempo si faceva lo struscio: la piazza è un quadrato vuoto al centro e circondato come da una cornice senza quadro, da due file di alberi e una serie di panchine, cinque per ogni lato, in tutto venti. Era la controra e mi sono accorto che su ciascuna di queste panchine c’era una persona sola, e non i gruppi, come succedeva un tempo. Sarà stato un caso momentaneo, ma ho avuto la percezione che i venti di solitudine e le venti solitudini sulle venti panchine della piazza, dicano davvero che il sud c’era una volta e ora non c’è più, è solo una periferia del mondo globale, sempre più devitalizzata, denatalizzata, svuotata, in declino sociale e demografico. Ho scritto questo libro per ripopolare almeno virtualmente quelle panchine.

 

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/cera-una-volta-il-sud-ma-ora-non-ce-piu/

Libertà e Verità

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di Matteo Castagna

La rivista Sodalitium n. 43 dell’Aprile-Maggio 1996 ha pubblicato un’omelia dal grande contenuto teologico, di Mons. Michel Guérard de Lauriers, O.P. (1898-1988), il cui contenuto è attualissimo, soprattutto perché una certa predicazione tomista non è facile da ascoltare.

La libertà non esclude forse ogni restrizione? Non è questo un fatto evidente? E, soprattutto, non è alquanto seducente questo modo di vedere? È un fatto che vi sono cristiani oggi che la pensano proprio così e, quel che più conta, conformano la loro vita a questa concezione, anche se a sostegno di essa accampano argomenti apparentemente solidi. “Dove c’è lo Spirito del Signore, là è la libertà” (II Cor. III, 17); “Il vento soffia dove vuole e la sua voce è bene udibile… e così egualmente accade a chiunque è nato nello Spirito” (Gv. III, 8). “Popolo di Dio”, “popolo di profeti”, “popolo di adulti mosso dallo Spirito, per te la libertà non consiste nel togliere di mezzo ogni restrizione e ogni legge?”; “Ama e fa quel che vuoi”; S. Agostino, il Dottore della Grazia non si è forse espresso cosi?

Ma questo è solo il primo aspetto della questione. Ve n’è infatti un secondo: “Voi siete stati chiamati alla libertà cristiana. Ma fate in modo che la libertà non finisca col divenire un pretesto per soddisfare la carne” (Gal. V, 13). E, sempre S. Paolo, raccomanda poi di praticare, attraverso la carità, l’aiuto scambievole che è, inevitabilmente, e per tutti, oneroso e vincolante. Del resto, il comportamento manifestamente pregiudizievole per tutti, di rigettare ogni regola, che si vorrebbe giustificare con il diritto di essere liberi, mostra a sufficienza che questo preteso diritto è fondato sopra una falsa concezione della libertà. “Ama e fa quello che vuoi”;

“Se ami, tu non puoi fare quello che vuoi”. È mai possibile che S. Agostino abbia contraddetto S. Paolo? Chi allora dei due ha ragione? Insomma l’uomo, il cristiano, è libero o non lo è? Esiste oppure no un’altra alternativa fra il dovere e la libertà, fra il conformismo e la contestazione? Prima di tutto cerchiamo di non cadere in uno stato di sovreccitazione. Solo così la Grazia, che non viene negata mai a nessuno, può portare i suoi frutti. “Bisogna imparare direttamente dallo Spirito in che cosa consiste la libertà, che si trova appunto solo dove lo Spirito è presente” (II Cor. III, 17). Lo “Spirito del Signore”, che garantisce “questa libertà della quale gode il cristiano, perché Cristo lo ha affrancato” (Gal. V, 1), è evidentemente lo “Spirito di Gesù Cristo” (Fil. I, 19); è lo “Spirito del Figlio, che grida dentro di noi Abba Pater” (Gal. IV, 6). Si tratta quindi dello “Spirito di Verità” (Gv. XV, 26), poiché procede non soltanto dal Padre, ma anche dal Figlio “che è la Verità” (Gv. XVI, 13). E “lo Spirito della Verità conduce alla pienezza della verità” (Gv. XVI, 13).

La libertà del cristiano, essendo quindi frutto dello Spirito, è regolata dalla Verità per la imperativa ragione che lo Spirito non può essere che Spirito di Verità, dato che Esso procede dal Figlio che è, Lui stesso, la Verità. È necessario insistere su questo punto. Lo Spirito è Verità per sua intima essenza. Procedendo infatti il suo essere “dal Figlio”, come “dal Padre”, niente è a Lui più intrinsecamente proprio che essere la Verità per il fatto stesso che Egli viene “da Colui che è la Verità”.

Se dunque il cristiano è costituito in modo da poter “andare dove vuole, perché egli segue il soffio dello Spirito”, questo può però avvenire alla sola condizione che la libertà di cui gode consiste per lui nell’essere integrato nello Spirito, nello sposare – se è possibile esprimersi così lo Spirito integralmente, sia nella Sua Sorgente, sia nei suoi frutti. E siccome lo Spirito, ovunque ci conduca, non può condurre che alla Verità perché è Spirito di Verità, così la libertà, che risiede nello Spirito, procede dalla Verità.

Questa libertà, proprio in virtù di questa sua permanente genesi, è intimamente conforme alla Verità. Pertanto, a causa di quanto comporta la sua intima essenza, la libertà, in chiunque ne rivendichi il privilegio, deve essere assolutamente conforme alle esigenze della Verità. E se il cristiano (quello cioè) che viene liberato dal Figlio, “è libero nella verità” (Gv. XVI, 39), ciò avviene perché lo Spirito, che dà questa libertà, conduce alla pienezza della Verità (Gv. XVI, 13). La conclusione, di necessità, è una sola: la vera libertà è regolata dalla Verità.

E si tratta – bisogna chiaramente precisarlo – di un principio essenziale: principio incluso – in diritto – nell’essenza stessa della libertà, principio facente parte concreta della natura di questa, e principio che gioca, di conseguenza, un ruolo immanente nell’evolversi stesso della vita. E bisogna denunciare come pernicioso errore l’opinione corrente, seconda la quale la libertà non è ancorata a regole, quando non consisterebbe addirittura, arrivando logicamente al limite, proprio nel fatto di rifiutare ogni regolamentazione.

Queste riflessioni teologiche danno al Cristiano, alla luce della Fede, una profonda convinzione, anzi la convinzione più profonda. Tali riflessioni non contrastano affatto con i cosiddetti “argomenti di ragione”, anche quando questo rapporto fosse sottinteso. È estremamente opportuno ricordare – con S. Tommaso – che la libertà sta nel libero arbitrio soltanto come derivazione. L’atto del libero arbitrio infatti consiste nello scegliere. Ora, appunto l’esercizio di questo atto è fondato sull’affinità che esiste in maniera positiva fra colui che sceglie e la cosa da lui scelta. La cosa scelta viene infatti considerata come “il bene” ed “il fine” mentre ciò che rimane escluso dalla scelta è appunto quello che non viene assimilato alla finalità scelta.

Il “bene” è esattamente l’oggetto della volontà, ed il “fine”, che nel pensiero di ciascuno definisce il “bene”, è, in concreto, la legge immanente della volontà. Ne segue che l’atto del libero arbitrio, lungi dal ridursi ad una pura opzione incondizionata nella quale si vorrebbe far consistere la libertà, è in effetti l’espressione della volontà, la quale è essa stessa, in un giuoco spontaneo, conforme al “bene” ed al “fine”. La libertà sta originariamente nella volontà e vi è regolata dal rapporto fra la stessa volontà e la natura, vale a dire da ciò che fa, della creatura ragionevole e della sua stessa volontà, in maniera divina, una sola cosa.

La libertà è regolamentata dalla verità. È altrettanto necessario in questo tempo di “crisi”, ricordare che la libertà, secondo S. Agostino, consiste nello scegliere quanto non può essere eliminato. La definizione è certamente transrazionale, ma perfettamente rispondente dal punto di vista esistenziale. L’esigenza di libertà, che vibra nell’intimo di ciascuno, deve in effetti essere soddisfatta, perché essa è sanzionata “…dalla nostra santa vocazione, che ha la sua origine non nelle opere nostre ma nel decreto di Dio e nella Sua Grazia” (II Tim. 1, 9). E questa esigenza è così assoluta che essa esclude ogni contrasto esterno.

Ciò comporta, come necessario presupposto, che il desiderio non deve essere frustrato e ciò, a sua volta, presuppone che l’uomo non desideri che quanto non può essere eliminato. S. Agostino ammette dunque chiaramente che la libertà non sopporta costrizioni; ma, d’altra parte, l’assoluto della libertà è, secondo lui innestato in un desiderio che vede solamente beni quei che non possono essere eliminati, e cioè in un desiderio regolato da Leggi superiori.

E siccome i beni che non possono essere eliminati, sono soltanto i veri beni, i beni validi per una creatura dotata dell’immortalità, ne segue ancora che la libertà ha spazio soltanto nella Verità. L’opposizione creata fra il “dovere” e la “libertà”, la necessità di optare che discende da questa opposizione, i comportamenti pratici che esprimono questa opzione e spesso vanno bene al di là di essa, tutto ciò ha per origine una vera confusione: “Parvus error in principio, fit magnus in fine”.

La confusione deriva dal non saper distinguere due tipi di necessità. Una si impone ad un essere autonomo cominciando dal punto in cui lui cessa di essere se stesso, l’altra è immanente alla natura della quale non fa altro che esprimere la determinazione. Correlativamente, per ogni operazione, ci sono due tipi di leggi. Quelle che la circoscrivono dall’esterno e sono sottoposte a restrizioni, e quelle che sono concomitanti al principio stesso dell’operazione e sono, nei confronti di questa, metro di misura.

Se si confondono questi due tipi di legge e di necessità, se si osserva – non senza ragione – che restrizione e libertà sono termini incompatibili, la logica conclusiva non può essere che una sola: la libertà deve essere priva di regolamentazione. La conclusione è giusta, senonché, essendo falsa la prima premessa ne segue che egualmente è falsa la conclusione cui si giunge. La libertà non è priva di regolamentazione; è priva di una regolamentazione esterna, perché ha in se stessa la valida regolamentazione. S. Tommaso esprime magnificamente Mons. Guérard des Lauriers o.p., durante una predica questo concetto, con queste parole: “Lex nova est instinctus Spiritus Sancti”, “la nuova legge è istinto dello Spirito Santo”.

Non crediamo ci sia bisogno di ricordare che per S. Tommaso, come per tutti i cristiani, lo Spirito Santo è lo Spirito di Verità. La libertà dunque, e particolarmente la libertà cristiana, che è “quella della Gerusalemme celeste” (Gal. IV 26 ) e della Nuova Legge, la libertà, dunque, come dicevamo, è regolata dalla Verità, da tutta la Verità.

E tutti quelli che, rifiutando ogni restrizione, rifiutano anche la Verità come regolatrice della libertà, sono nell’errore: essi non sono affatto liberi, dato che come è provato dall’esperienza essi aspirano continuamente a divenire tali. Essi aspirano – inconsciamente senza dubbio – ad essere “liberati dal peccato” (Rom. VI, 22), ad essere “liberati dal male” (Mt. VI, 13 ), da ogni male, ed in particolare dalla “corruzione” (Rom. VIII, 21) mentale che consiste nel misconoscere la natura della creatura spirituale e, di conseguenza, la natura stessa della libertà.

Questi poveri esseri smarriti non potranno essere soddisfatti nel loro legittimo desiderio che convertendosi; non potranno essere soddisfatti se non volgendosi a questo suggerimento che lo Spirito Santo (non si può fare a meno di sperarlo) loro silenziosamente dà” (Giov. 14, 26). Allora “essi conosceranno la Verità e la Verità li farà liberi” (Giov. 8 32). E noi, i cristiani, siamo liberi? Certamente non lo siamo tanto da non doverlo divenire ancora di più. Infatti la libertà, che è “la gloria dei figli di Dio” (Rom. 8 21) è infinita come il desiderio ed assoluta come la Verità. La sua non offuscabile grandezza sta nell’essere regolata dalla Verità ma soltanto dalla Verità e dal non avere altri metri di misura. Doppia esigenza alla quale dobbiamo, per intima vocazione, soddisfare in tutte le circostanze.

In questo tempo di “crisi”, e come in tutti i tempi, essere libero vuol dire essere lo strumento attraverso il quale Dio realizza il suo disegno, vuol dire essersi conformati a questo disegno e pertanto essere regolati dalla Verità: essere liberi, in pratica, vuol dunque dire sottomettersi a tutto ciò che Dio manifesta essere la Sua volontà. In tempo di “crisi”, come sempre e dovunque, ma in maniera tutt’affatto particolare quando questa crisi proviene dal fatto che è l’autorità stessa a non essere più regolata dalla Verità, esser liberi significa non chiedere come un favore ciò che è soltanto un sacro diritto, diritto del quale il principio necessitante è la Verità stessa.

Sarebbe infatti soltanto una adulazione alle Autorità, riconoscerle indirettamente che essa ha il diritto di forgiare leggi false, contrarie alla Verità; in ultima analisi si tratterebbe di riconoscere, come fatto legittimo, che la Verità non è l’unica regolatrice della libertà, ma può essere sostituita da una qualunque costrizione: e questo sarebbe peccato contro la Verità, e rinunciare alla libertà. In tempo di “crisi” e particolarmente nella crisi attuale, è la Verità che rende liberi.

La libertà “di favore” può ingannare la fame di coloro che cenano con “il padre della menzogna” (Giov. VIII, 44); ma non può assolutamente soddisfare tutti coloro che “Dio ha chiamato dalle tenebre per condurli alla Sua impareggiabile Luce” (1 Pt. 2, 9), e che, sotto pena “di essere gettati fuori, debbono rimanere in Colui” (Giov. XV, 6) “che è la Verità” (Giov. XIV, 6).

Non c’è altra Libertà vera da quella di “conoscere la Verità” (Giov. VIII, 3), non c’è altra libertà che quella di far brillare in tutto il suo fulgore la Luce, facendo trionfare la Verità.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/
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