La democratica Parigi processa un revisionista

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di Matteo Castagna

La rivista francese Rivarol n° 3664 del 4 giugno 2025 racconta del processo svoltosi mercoledì 28 maggio 2025 presso la diciassettesima Camera Correzionale di Parigi, Porte de Clichy, perché rimarrà, senza dubbio, negli annali del Tribunale. In Italia non c’è traccia della notizia, ma forse scriveranno qualcosa dopo l’11 luglio, e capirete perché, continuando la lettura.

Vincent Reynouard è perseguito per «contestazione di crimini contro l’umanità» in relazione a uno dei suoi video del 7 ottobre 2019, che presentava il suo libro “Perché Hitler era antisemita?”

Di fronte a lui, tre avvocati hanno discusso a nome di quattro associazioni costituitesi parti civili: la LICRA, l’Observatoire Juif de France (OJDF), l’Organisation Juive Européenne (OJE) e il Bureau National de Vigilance contre l’antisémitisme (BNVCA). Vincent Reynouard era già stato condannato a sei mesi di carcere per aver contestato crimini contro l’umanità per questo testo il 22 gennaio 2021 dalla 17a Camera Penale del Tribunale Giudiziario di Parigi, ma poiché era stato processato in contumacia (era allora in esilio in Gran Bretagna), ha potuto presentare ricorso contro la sentenza.

“Da qui il nuovo processo, in primo grado, il 28 maggio 2025. Il suo interrogatorio ha messo in completa confusione gli accusatori.

Reynouard ha risposto a tutte le domande con franchezza e immediatezza, con cortesia, senza provocare o apparire sprezzante, ma senza nemmeno eludere le domande, e ha reagito a tutte le accuse con un aplomb ferreo” – racconta Rivarol.

Quando, ad esempio, il presidente del tribunale ha affermato che la legge Gayssot proibisce le dichiarazioni revisioniste, l’imputato ha risposto:

«la legge non proibisce nulla, avverte che se fai queste dichiarazioni, sarai punito. Lo accetto. Mi assumo la piena responsabilità, sto violando la legge Gayssot, ne sono consapevole e non chiedo alcuna clemenza al tribunale».

«Quindi lei è recidivo?», ha replicato il presidente. Vincent Reynouard ha presentato quindi un manuale scolastico, utilizzato durante la Terza Repubblica [1]: «A quel tempo», ha detto, «agli studenti veniva insegnato questo: “Quanto più una verità ci sembra fondamentale e importante per la condotta della vita, tanto più dobbiamo cercare di diffonderla, con l’insegnamento, con la scrittura, con la dimostrazione, mai con la forza. La libera discussione è assolutamente necessaria nell’ordine delle prese di posizione, che vengono dimostrate e discusse”. Credo che sarebbe bene tornare a questo sano principio. Ecco perché chiedo un dibattito. Finché non mi verrà concesso, sarò recidivo».

Il giudice ha, quindi, risposto che il dibattito si era svolto durante i processi di Norimberga. Conoscendo l’argomento, Vincent Reynouard non ha avuto difficoltà a rispondere: «ho letto tutti i 21 volumi dei dibattiti. Per organizzare questo processo, i vincitori avevano sequestrato gli archivi dei vinti. Selezionarono i documenti ritenuti più compromettenti, senza dare alla difesa il diritto di estrarre, a sua volta, documenti per replicare. La sentenza sarebbe stata definitiva: non sarebbe stata soggetta ad appello o revisione [2]. Il 26 luglio 1946, il procuratore capo, il procuratore statunitense Jackson, rivelò la vera natura del processo. Dichiarò [3]: “gli Alleati sono ancora tecnicamente in guerra con la Germania […] Come tribunale militare, stiamo continuando lo sforzo bellico delle nazioni alleate”. No, signor Presidente, a Norimberga non ci fu alcun dibattito. Fu un linciaggio giudiziario».

Il pubblico ministero ha chiesto all’imputato: «Perché è così interessato a questo periodo?».

“L’obiettivo era chiaro – scrive Rivarol: far sì che Vincent Reynouard dichiarasse di essere interessato alla questione per accusare gli ebrei di mentire. Ma la manovra è fallita per due motivi”. Inizialmente, l’imputato ha sottolineato che il suo principale contributo all’edificio revisionista era il suo lavoro sull’affare di Oradour-sur-Glane”.

«Indago su questa tragedia da oltre vent’anni. Eppure, gli ebrei non vi hanno alcun ruolo. È una tragedia franco-tedesca. È la prova che non sono ossessionato dagli ebrei».

Poi ha aggiunto: «Perché mi interessa questo periodo? Semplicemente perché sono un attivista politico nel campo nazionalista. Tuttavia, i miei avversari si affidano alla storia scritta dai vincitori del 1945 per contrastare la destra nazionale.

Prosegue Rivarol: “Questo uso politico della storia è evidente. Apra il rapporto della Conferenza sulla lotta contro l’antisemitismo del 28 aprile 2025. Recita: “L’introduzione della Storia nel curriculum scolastico […] alla fine degli anni ’80 era dotata di una forte dimensione civica e politica: la conoscenza e la memoria del genocidio degli ebrei avevano lo scopo di contrastare […] l’ascesa elettorale dell’estrema destra”. È chiaro! I miei avversari hanno scelto il terreno della storia per la lotta politica. Non ho fatto altro che seguirli, scendendo su questo terreno»”.

Uno degli avvocati delle parti civili ha chiesto all’imputato se ha una formazione da storico: «Nessuna», ha risposto. «Come formazione, sono un ingegnere chimico, laureato presso l’Istituto superiore della materia e delle radiazioni». «Eppure», ha ribattuto il presidente, «sul suo sito web si presenta come uno storico». «Faccio ricerche storiche, ma il mio sito web sottolinea che lo faccio per riabilitare il nazionalsocialismo. È quindi chiaro che agisco come un attivista politico».

Ma dov’è l’odio e il rifiuto di ogni dibattito? Vincent Reynouard è stato parimenti interrogato sui suoi guadagni. Ha spiegato di vivere di lezioni private, che gli fruttano qualche centinaio di euro al mese, il che gli basta, visto che alloggia gratuitamente presso Jérôme Bourbon, che chi scrive ha conosciuto personalmente nel 2010, a Parigi, a partire dalla sua estradizione in Francia, il 2 febbraio 2024.

Interrogato sui libri che vende tramite il suo blog, ha sottolineato che i proventi di questa attività vanno interamente al gestore del blog, di cui non ha voluto rivelare l’identità. “Chi conosce Vincent Reynouard sa che le sue risposte su questo argomento riflettono la verità. Privo di qualsiasi appetito per il commercio, interamente dedito alla causa che difende e agli studenti che sostiene, ha come uniche distrazioni il ciclismo e gli acquerelli. L’attivista revisionista è di alimentazione moderata e vive in modo molto modesto” – continua l’articolo della rivista francese.

L’udienza è proseguita con le tre requisitorie degli avvocati.

Tutti si sono offesi nel vedere Vincent Reynouard «utilizzare il tribunale come una tribuna», in presenza del suo «fan club». Il loro attacco si articolava essenzialmente su tre fronti: incolpare l’imputato dell’ascesa dell’antisemitismo, negargli qualsiasi competenza in materia storica e accusarlo di agire per “odio”.

Sottolineando l’esplosione dell’antisemitismo negli ultimi due anni, un avvocato ha invocato la «tossicità del signor Reynouard» e lo ha accusato di rappresentare «un pericolo pubblico». L’avvocato Oudy Bloch dell’OIE ha rincarato la dose. Dopo aver presentato Vincent Reynouard come un «insegnante di matematica caduto in disgrazia» che «vomita odio contro gli ebrei tutto il giorno», ha affermato che il revisionismo è «un’intrapresa di menzogne» e che, negando un genocidio rivendicato o ammesso dai nazisti, l’imputato si è rivelato «più nazista dei nazisti».

La sua collega dell’accusa ha aggiunto che Vincent Reynouard non è uno storico, ma «si è solo laureato in fisica… a quanto dice». Pertanto, non si può assolutamente concedergli il dibattito da lui richiesto. Ella ha precisato: «Questa pagina di storia non può essere riletta o rivisitata. Questa pagina di storia è la Storia!».

A seguito di ciò, il pubblico ministero ha dichiarato che, in quanto ingegnere chimico di formazione, l’imputato non ha alcuna legittimità accademica per scrivere libri di storia. Poi ha dichiarato: «questo periodo è oggetto di studio, non di dibattito o discussione».

Nulla, quindi, è cambiato dalla dichiarazione dei 34 storici che, nel febbraio 1979, risposero al professor Robert Faurisson [4] che chi scrive intervistò ed ebbe modo di consultare buona parte del suo enorme archivio nel seminterrato della sua dimora di Vichy, nel 2010: «Non dobbiamo chiederci come, tecnicamente, un simile omicidio di massa sia stato possibile. Era tecnicamente possibile, dal momento che è avvenuto. Questo è il punto di partenza necessario per qualsiasi indagine storica su questo argomento. Stava a noi semplicemente ricordare questa verità: non c’è, non può esserci alcun dibattito sull’esistenza delle camere a gas».

La domanda che, infatti, poneva continuamente il Prof. Faurisson della Sorbona di Parigi, anche dopo aver subito 12 attentati, era: «fornitemi una sola prova di un solo morto di Zyklon B nella baracca di Auschwitz, ed io vi crederò». Tale insetticida cianogenetico fu sviluppato negli anni venti da Fritz Haber, un ebreo tedesco, vincitore del premio Nobel per la chimica nel 1918, impiegato della Bayer. Lo Zyklon B si presentava in forma di granuli composti di polpa di legno o terra diatomacea.

Tali granuli, di colore bluastro, erano impregnati di acido cianidrico, di uno stabilizzatore e di gas lacrimogeno o irritante che aveva lo scopo di segnalare la presenza del gas prima della sua evaporazione. Una volta estratto dai suoi contenitori ermetici, l’acido cianidrico contenuto nei granuli evaporava a una temperatura di 26 gradi Celsius. Secondo il Prof. Robert Faurisson la potenza di tale composto gassoso sarebbe stata tale, che se utilizzato, avrebbe provocato la morte di chiunque vi entrasse a contatto, osservando, anche, la tenuta molto poco ermetica delle fessurazioni di quelle baracche di legno. In sede giudiziaria e storica, queste affermazioni sono state rigettate.

“Per giustificare la violazione della libertà di ricerca, espressione e pubblicazione – sostiene Rivarol – i censori giungono dunque all’ odio, che animerebbe la persona che vogliono condannare. L’avvocato della LICRA ha definito l’imputato un «negoziante dell’odio». Il pubblico ministero, da parte sua, ha preferito l’espressione «fomentatore d’odio professionista» e ha aggiunto: «Il signor Reynouard fa dell’odio il suo mestiere». Da qui le richieste di pena detentiva. L’avvocato Bloch ha espresso la speranza che il tribunale punisca Vincent Reynouard con la pena massima: una multa di 45.000 euro e un anno di carcere. La sua collega ha aggiunto cinicamente: «Almeno dietro le sbarre, non potrà fare opera di propaganda»”.

Il pubblico ministero ha chiesto otto mesi di carcere.

A questo si aggiungono le sanzioni pecuniarie. Per gli avvocati delle parti civili, non c’è dubbio: Vincent Reynouard vive lautamente dei profitti del revisionismo. La prova? Interrogate, le autorità fiscali francesi hanno risposto di aver perso le tracce dell’imputato nel 2015. Questo equivale a dimenticare che in quel periodo Vincent Reynouard andò in esilio in Inghilterra (il 16 giugno 2015), dove creò un’attività individuale di tutoraggio privato, per la quale pagava le tasse ogni anno.

Ma cosa importa agli avvocati?

“L’imputato è un «negoziante dell’odio» che si arricchisce con proventi clandestini. Da qui la necessità di colpire «dove fa male», ovvero nel portafoglio. Ogni associazione ha chiesto diverse migliaia di euro di danni, oltre alle spese legali. La LICRA si è distinta chiedendo di più.

La motivazione addotta era che l’aumento dell’odio aveva costretto l’associazione ad assumere più personale, che doveva essere retribuito. L’avvocato che rappresentava l’associazione ha chiesto 10.000 euro di danni e 3.000 euro di spese legali” – continua il pezzo della rivista francese.

Da parte sua, il pubblico ministero ha chiesto una multa di 5.000 euro (la pena massima era di 45.000 euro) e una «pena aggiuntiva per informare il pubblico della sua condanna durante questo processo». Questa pena consisterebbe nel finanziamento, a sue spese, della pubblicazione su tre importanti quotidiani nazionali di un inserto per informare il pubblico della sua condanna. Ciò ammonterebbe a ulteriori 15.000 euro, con un costo di circa 5.000 euro per ogni inserto.

Si pensava che l’udienza fosse terminata. Ma il giudice che presiedeva il processo ha invitato l’imputato a riassumere, sul banco degli imputati, la memoria difensiva depositata all’inizio dell’udienza. In circa venti minuti, con una presentazione chiara, precisa e concisa, Vincent Reynouard ha affrontato una per una le accuse delle parti civili.

Alle accuse di usare il tribunale come una tribuna, ha risposto: «Non ho mai chiesto di comparire qui. Sono queste associazioni che continuano a trascinarmi qui. Se vado in esilio per sfuggire alla giustizia, mi chiamano codardo; se mi presento, mi accusano di difendermi. Quale impudenza!». Alle accuse di avere dei fondi segreti, Vincent Reynouard non ha avuto nessuna difficoltà a dimostrare il suo tenore di vita semplice: «non ho né domicilio, né automobile, né beni di valore. Sono un morto-vivente sociale che non ha nemmeno la tessera sanitaria. Reynouard ricco? Altri lo sono…».

Al rimprovero di non essere uno storico di formazione, Vincent Reynouard ha portato l’esempio di Jean-Claude Pressac, elogiato fino alle stelle nel 1993 da tutta la stampa per la sua opera “Les crématoires d’Auschwitz”, che avrebbe dovuto «mettere a tacere i revisionisti» fornendo la «prova definitiva» dell’esistenza delle camere a gas omicide. «Ebbene!», ha detto, «Jean-Claude Pressac non era uno storico, ma un farmacista».

In risposta alle accuse di antisemitismo, l’imputato ha citato diversi estratti di video pubblicati a partire dal 2015, nei quali spiega la sua “giudeo-indifferenza”, di cui è l’unico responsabile.

Ha aggiunto: «D’altra parte, sono accusato di spiegare l’emergere del mito delle camere a gas con un complotto ebraico. Al contrario, ho sempre spiegato che, in questa vicenda, gli ebrei hanno avuto un ruolo secondario. La responsabilità degli Alleati è stata schiacciante. Sono stati loro che hanno sfruttato dei rumori per giustificare la loro crociata di annientamento del Terzo Reich e per nascondere i loro crimini di guerra. I sionisti hanno solo sfruttato una situazione che non hanno creato.

Ma è un fatto: dal 1944, hanno usato la propaganda alleata per giustificare la creazione e il mantenimento di Israele». Vincent Reynouard ha poi citato autori sionisti, tra cui lo stesso Chaïm Weizmann. Ha concluso: «Non credo che un complotto ebraico o di altro tipo governerebbe il mondo. Il mondo è troppo complesso per questo…».

“Infine – afferma Rivarol – in risposta alle accuse di contribuire all’aumento degli atti antisemiti, Vincent Reynouard, anche se purtroppo bisogna deplorare la sua evoluzione sul piano filosofico-religioso, con la sua adesione al buddismo, ha dato il colpo di grazia, ristabilendo due fatti ampiamente passati sotto silenzio dall’accusa:

Dopo trent’anni che egli diffonde il revisionismo, non è stato possibile attribuirgli, direttamente o no, nessun atto giudicato antisemita.

La crescita dell’antisemitismo in Francia si spiega con gli avvenimenti nel Vicino Oriente, ben più efficaci dei suoi video o dei suoi articoli per generare degli atti o delle affermazioni ostili agli ebrei”.

Ha poi citato un recente sondaggio dell’IFOP, che ha interrogato i membri della comunità ebraica sulle cause dell’aumento dell’antisemitismo: «I risultati sono eloquenti», ha detto. «Il 73% degli ebrei interpellati pensano che l’aumento dell’antisemitismo sia dovuto al rifiuto, all’odio verso Israele; il 56% alle “idee islamiste”, il 42% alle “idee di estrema sinistra” e solo il 10% a quelle dell’estrema destra. Questa è la prova che Vincent Reynouard non esercita nessun ruolo nell’aumento dell’antisemitismo. D’altronde, le parti civili mi accusano senza nessuna prova».

Vincent Reynouard ha così concluso: «Io chiedo un dibattito. Per questo dibattito, ci si recherà a Birkenau, sul tetto della “camera a gas” del crematorio 2, e si osserverà se ci sono dei fori, mediante i quali le SS avrebbero versato lo Zyklon B». Mentre l’imputato tornava tranquillamente al suo posto, il Presidente del Tribunale ha annunciato che la sentenza verrà pronunciata il venerdì 11 luglio 2025 alle ore 13 e 30. Sarà memorabile.

[1] Henri Marion, Leçons de Morale, Paris, Armand Colin, 1882, p. 240.

[2] Articolo 26 dello statuto del Tribunale militare internazionale.

[3] TMI, serie blu, vol. XIX, p. 415.

[4] Le Monde, 21 febbraio 1979, p. 23.

 

 

Fonte: https://www.2dipicche.news/la-democratica-parigi-processa-un-revisionista/

Il prof Giulio Tremonti sta lavorando ad un “nuovo mondo” con i cinesi e gli americani “La follia dei dazi viene, oggi, bilanciata dalla follia della finanza”

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di Matteo Castagna

Guerre (con le armi, morti, feriti e profughi) e poi guerre economiche (quelle dei dazi e delle sanzioni) sono al centro della vita internazionale.

Esiste una combinazione di fattori conflittuali, in questa età delle “poli-crisi”, che ha sorpreso moltissimi osservatori. L’interdipendenza economica non ha prodotto la pace, come riteneva una lunga tradizione di pensiero, da Kant in poi.

Ha aumentato le fonti di vulnerabilità. La domanda che dobbiamo porci è se stiamo vivendo una fase eccezionale ma breve e transitoria, oppure un profondo cambio di paradigma che deve ancora dispiegare i suoi effetti peggiori. E’ l’analisi, sempre puntuale, intelligente e verosimile, che il Prof. Giulio Tremonti propone sulla rivista Aspenia n. 2/2025.

Egli riprende quanto scritto nel suo recente libro “Guerra o pace” (Ed. Solferino, 2025), che dovrebbe essere letto da tutti, per avere una visione d’insieme della nostra attuale situazione, senza cadere in facili allarmismi, o passare per visionari di improbabili scenari apocalittici.

Di fronte al realismo dei fatti ed alla lunga esperienza economico-politica, uno dei più lucidi interpreti italiani della geopolitica contemporanea, pone riflessioni di facile comprensione, che non devono essere viziate da pregiudizi, quanto dall’osservazione della realtà e dal ragionamento induttivo.

“La novità è che è finita la “globalizzazione”, l’ultima utopia del Novecento. L’altra, prima, era stata il comunismo” – dice il Presidente della Commissione Affari Esteri alla Camera dei Deputati, già ministro dell’Economia nei governi di Silvio Berlusconi. “La cifra politica della globalizzazione era racchiusa nella triade “globalité, marché, monnaie” che trent’anni fa si è sostituita all’altra secolare triade “liberté, égalité, fraternité””

La globalizzazione sosteneva che il mercato sta sopra, mentre tutto il resto, ovvero popoli, governi, politica, sta sotto. Essa era concepita “per l’uomo che ha un futuro, ma non un passato”. Lo sradicamento, in quest’ottica, viene facilitato da un’immigrazione di massa, con alta natalità, che nel meticciato guarda solo al futuro, per forza di cose. I progressisti vorrebbero questo, come ha detto Ilaria Salis, e come tutti i leader dem non nascondono di ambire.

Sicuramente si è trattato di un cambiamento profondamente intenso, in un tempo così breve, se consideriamo i trent’anni che vanno dall’inizio alla fine della globalizzazione: dal WTO nel 1994 fino alla crisi attuale.

“La crisi non è venuta all’improvviso”, secondo Tremonti. Era in qualche modo prevedibile e prevista, eppure troppi, che ora ne parlano, prima ne negavano l’esistenza, anzi, la possibilità”. Questi stessi che, oggi, nella loro miopia, annaspano nel caos dell’incertezza, della paura di fronte a una potente reazione identitaria che, per quanto, a tratti scomposta e contraddittoria, sta rallentando il progetto globalista, mondialista, cosmopolita, elitario e iperliberista.

“Tra questi, il Prof. Giulio Tremonti sostiene che “i più sprovveduti ricordano i “Borboni”, che ricordavano tutto, ma non avevano capito niente. I più provveduti tentano, oggi, disperatamente, di convertire gli impianti, formulando ricette salvifiche”.

Possiamo fare l’esempio del G20 italiano a Roma nel 2021. La formula che lo sintetizza era “people planet prosperity”. Quando i capi di governo e di stato si recano alla Fontana di Trevi per la foto di rito si ritrovano in 18 e non in 20. Mancano il russo e il cinese. “Quattro anni dopo sarebbe venuta la guerra, trasformando i nostri “statisti” in turisti della storia” – sentenzia con la consueta ironia il Prof. Tremonti.

Ci sono due modi per rappresentare quello che sta succedendo. Uno è elegante e uno meno sofisticato. Il primo consiste nell’utilizzo delle parole che Shakespeare fa dire ad Amleto: “time is out of joint”.

L’altro è questo: “sei sul Titanic, vai al bar, ordini un whisky con ghiaccio…arriva l’iceberg. Ogni riferimento alle politiche “rock and troll” che si stanno sviluppando, contestando la globalizzazione, è puramente casuale.

“In effetti – prosegue, con sagacia, l’economista su Aspenia: è curiosa la tesi secondo cui il costo della globalizzazione sarebbe stato sostenuto dall’America, così, che, oggi tutti gli altri beneficiari ne dovrebbero pagare il conto”.

In altri due libri: “Il fantasma della povertà” del 1994 e “Mundus Furiosus” del 2016, il cui titolo è stato copiato da quello di una cronistoria scritta dal cartografo Jansonius, alla metà del Cinquecento, Tremonti sostiene che “sono già più che evidenti tre cose essenziali:

la prima è che, con la caduta del Muro di Berlino (1989), è finita la ‘guerra fredda’. In realtà è finita quella che oggi possiamo dire essere stata più una pace che una guerra;

la seconda è che, subito dopo (1994), è venuta la “pace mercantile” basata sul WTO e sul ruolo guida degli Stati Uniti d’America. Un tipo di pace che ha funzionato finora, ma che non può funzionare per sempre e dappertutto. Ed è proprio questa crisi sistemica che lo palesa, nonostante vi siano settori della politica e dell’economia che rifiutino l’evidenza;

la terza è che oggi, per effetto dell’instabilità geopolitica prodotta dai conflitti in aree del mondo che coincidono ancora con i vecchi “luoghi della storia” (Balcani, Medio Oriente, Mediterraneo, Corno d’Africa, ecc.), di nuovo si gioca la partita degli spazi esterni, quella dell’energia, del petrolio e del gas. E poi, ancora, la partita per le materie prime cosiddette “rare”. Di riflesso, è cominciata la lotta per la sovranità sui mari, la lotta per il controllo e per l’accesso alle acque “strategiche”.

Acutamente osserva il Prof. Tremonti: “è per questo che nuove tensioni si stanno sviluppando e si svilupperanno lungo linee di forza e di rottura che andranno anche oltre i vecchi luoghi della storia, anche oltre i vecchi passaggi strategici.

Dall’Africa fino all’atmosfera, dal fondo del mare fino alle calotte polari, le “nuove” esplorazioni strategiche, fatte per acquisire diritti di sfruttamento sul fondo marino o ai poli o nei deserti, le conseguenti pretese di riserva di proprietà “nazionale”, non sono già tutti questi segni sufficienti per capirlo?”

Al di là delle assonanze sul mundus furiosus, esistono delle tendenze che rendono utile la comparazione tra oggi e il Cinquecento? Il discorso ci riporta a Shakespeare e a un secolo caratterizzato da quattro fatti rivoluzionari: la scoperta dell’America, l’invenzione della stampa, il primo default finanziario, la guerra da est.

“Oggi – osserva l’economista – è più o meno lo stesso: la “scoperta” della Cina, la rete, la pecora finanziaria impazzita, la guerra da est: dall’Ucraina al Mar Rosso. Con una sola differenza, di non poco conto perché i cambiamenti così radicali non sono un’abitudine per noi esseri umani. Quelli del Cinquecento erano fatti che si sono sviluppati nell’arco di un secolo, mentre quelli di oggi sono avvenuti in appena trent’anni.

Nel suo “Il fantasma della povertà”, il professore ricorda che “il WTO è stato istituito il 1° gennaio 1995. La visione dominante era allora globalista, positiva e progressiva. Secondo la sua previsione, invece, “i capitali sarebbero andati in Asia alla ricerca di manodopera a basso costo e l’Occidente avrebbe importato ricchezza verso l’alto (da Wall Street alla Silicon Valley), ma povertà verso il basso” (posti di lavoro persi e salari livellati dalla competizione internazionale).

Per avere un’idea di questi effetti, leggere “Elegia americana” dell’attuale vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance potrebbe essere molto utile. “Quello che è successo è che il fantasma si è svegliato, ha votato repubblicano e ha espugnato la Casa Bianca: sono i fattori politici fondamentali che spiegano il Liberation Day del 2 aprile 2025 e la vicenda dazi”.

Dal Liberation Day alle minacce, alle tregue, ai compromessi al ribasso… fino alla prima sentenza, attualmente sospesa, della US Court of International Trade, che giudica sostanzialmente illegale il ricorso di Donald Trump all’ International Emergency Economic Powers Act del 1977.

Dal 3 aprile a oggi la scena si è sviluppata ad alta velocità: dalla tabella esposta alla Casa Bianca, nel Liberation Day, fino alle minacce, passando per le trattative e possibili compromessi. Sulla tabella vediamo 350 milioni di persone versus 8 miliardi di persone. Uno Stato versus 70 Stati. E fra quei 70, è giusto notarlo, l’Unione Europea è trattata come un unicum!

Ciò che è rilevante notare è che nelle schede paese presentate dalla Casa Bianca, non si parla solo di dazi ma anche e soprattutto di regole che funzionerebbero come barriere e ostacoli al commercio internazionale. Ed è questo, più ancora dei dazi, il punto più complicato nelle trattative diplomatiche in corso.

Calcolare gli effetti di queste regole, capire se e come ridurne l’impatto sono incognite. “In ogni caso – prosegue Tremonti nel ragionamento – ciò che è evidente è che gli effetti dei dazi e delle regole non sono solo “fiscali”, ma sono anche esterni: l’impatto sui tassi di cambio, sui tassi di interesse, sulle strutture dei bilanci pubblici. In generale, sulla struttura della finanza su cui tutto questo insiste.

Ai primi annunci di dazi, ha fatto seguito il crollo della finanza, dalle borse al mercato dei titoli pubblici. Ora questi, nonostante le minacce, si sono quasi stabilizzati e questo ci riporta al principio di quello che ci siamo detti, “ossia che è in corso una politica di imprevedibile prevedibilità”.

Infatti – prosegue Tremonti – “la follia dei dazi viene, oggi, bilanciata dalla follia della finanza. I dazi di per sé destabilizzerebbero. Ma sono stabilizzati da una finanza che è in grado di farlo perché è a sua volta instabile. Non a caso, questa età della poli-crisi viene definita l’età dell’incertezza”.

Ha prevalso l’idea del Financial Stability Board, con effetti strani, ossia una stabilità molto limitata.” Forse è tornato il momento di completare il progetto di Bretton Woods, aggiungendo alla parte monetaria la parte commerciale e di mercato”. Su questo progetto, il Prof. Tremonti ed i suoi collaboratori stanno lavorando sia con i cinesi che con gli americani.

Fonte: https://www.affaritaliani.it/politica/giulio-tremonti-sta-lavorando-ad-un-nuovo-mondo-con-i-cinesi-e-gli-americani-976901.html

USA e UE Tagliano il Welfare. La UE si Riarma per Miliardi di Euro, ma contro Chi?

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di Matteo Castagna

Chris Stein è un giornalista politico senior per il Guardian US, con sede a Washington. Ha scritto un editoriale molto interessante su The Guardian del 4 luglio, che merita di essere affrontato.

Per decenni, i repubblicani hanno sostenuto che gli Stati Uniti starebbero meglio se le tasse fossero basse e i programmi per aiutare gli americani a basso reddito avessero un’ accessibilità inferiore. Con il disegno di legge di Donald Trump sulle tasse e sulle spese, ora pronto a diventare legge, il paese scoprirà cosa vuol dire vivere in questo tipo di sistema.

La massiccia legislazione tycoon trasformerà le promesse elettorali in realtà, estendendo i tagli alle tasse emanati durante il primo mandato Trump e ampliando le detrazioni per gli elettori della classe operaia che hanno sostenuto la sua rielezione.

Il provvedimento riguarderà anche il sociale, tagliando i finanziamenti e imponendo nuovi requisiti di lavoro che, secondo stime non di parte, faranno perdere benefici a milioni di persone. Gli effetti a catena – dicono gli esperti – si faranno sentire in tutto il Paese, non solo per i poveri.

“A volte alle persone piace pensare che questo sia un problema di “noi contro loro”, ma in realtà tutti siamo coinvolti. Sono le persone con cui i tuoi figli vanno a scuola, è il tuo vicino, le persone con cui giochi a calcio” – ha detto Lelaine Bigelow, direttore esecutivo del Georgetown Center on Poverty and Inequality ed ha aggiunto a The Guardian: “questo avrà un effetto enorme, su molte persone, in tutto il paese”

Il “grande e bellissimo disegno di legge” – come lo chiama Trump – ha ottenuto l’approvazione finale della Camera dei Rappresentanti giovedì, in tempo per la sua firma il 4 luglio, festa del Giorno dell’Indipendenza degli Stati Uniti. Oltre ai tagli alle tasse, catalizzerà decine di miliardi di dollari per l’applicazione della re-migrazione e la costruzione di un muro lungo il confine messicano.

Per ridurre i costi, i repubblicani hanno incluso disposizioni per porre fine agli incentivi del cosiddetto green, voluti da Joe Biden. La maggior parte dei risparmi proverrà dalle modifiche a due programmi: Medicaid, che fornisce assistenza sanitaria agli americani a basso reddito e disabili, e il Supplemental Nutrition Assistance Program (Snap), che aiuta gli americani a basso reddito ad ottenere il cibo.

Secondo The Guardian, “entrambi i programmi saranno caratterizzati da requisiti di lavoro più severi e ristretti, sicché, per la prima volta nella storia, gli Stati dovranno condividere parte del costo dello Snap”. Inoltre “il Congressional Budget Office (CBO) stima che le modifiche al disegno di legge su Medicaid potrebbero costare l’assistenza sanitaria fino a 11,8 milioni di persone, e il Center on Budget and Policy Priorities prevede che circa 8 milioni di persone, cioè un beneficiato su cinque, potrebbero perdere i benefici Snap”.

Ma il GOP smentisce, sostenendo che il disegno di legge non taglierà Medicaid o Snap, ma eliminerà “sprechi, frodi e abusi”, rendendo così i programmi più efficienti. A un certo punto, il presidente della Camera Mike Johnson ha fatto circolare una ricerca dell’American Enterprise Institute che ha scoperto che, “dopo aver dormito, il modo in cui i beneficiari disoccupati di Medicaid trascorrono la maggior parte del loro tempo era giocare ai videogiochi”.

Se non avessero agito – hanno avvertito i repubblicani – i tagli fiscali del 2017 sarebbero scaduti quest’anno, molti americani sarebbero stati costretti a pagare di più e la crescita economica ne avrebbe risentito. “Tuttavia – osserva The Guardian – le analisi della legge hanno rilevato che sono stati i redditi più alti a percepire la maggior parte dei benefici derivanti dal regime fiscale”.

Bigelow avverte che i tagli ai sussidi saranno l’effetto più diffuso del disegno di legge. La ricerca del suo centro ha rilevato che il 34% della popolazione del Paese sarà influenzata negativamente dal disegno di legge, principalmente attraverso i tagli a Snap e Medicaid, mentre poco meno del 2% dei contribuenti si trova nella fascia di reddito che otterrà la maggior parte degli sgravi fiscali.

Stein osserva, inoltre, che “anche gli americani che non interagiscono con i programmi federali di sicurezza potrebbero sentire gli effetti economici del loro ridimensionamento”. Un minor numero di iscritti a Snap potrebbe significare meno affari per i negozi di alimentari, mentre gli ospedali rurali potrebbero essere duramente colpiti dai tagli di Medicaid.

Robert Manduca, professore di sociologia all’Università del Michigan, ha previsto un colpo di 120 miliardi di dollari all’anno per le economie locali a causa dei tagli ai sussidi. I dipendenti e gli imprenditori, ha avvertito, “potrebbero vedere il loro lavoro diminuire perché la domanda, nella loro economia locale, si sta riducendo”.

Paradossalmente, il conto è ancora enormemente costoso. Il CBO prevede che aggiungerà 3,3 trilioni di dollari al deficit, fino al 2034, principalmente a causa dei tagli fiscali. Per i falchi fiscali preoccupati per la sostenibilità del deficit di bilancio del Paese, che è aumentato negli ultimi anni, mentre Washington DC ha combattuto la pandemia di Covid-19 con massicci stimoli fiscali, c’è poco di bello nel disegno di legge di Trump.

“Sì, l’economia potrebbe godere di un picco di benefici nei prossimi due anni, poiché l’indebitamento stimola i consumi a breve termine”, ha detto Maya MacGuineas, presidente del Comitato per un bilancio federale responsabile, che sostiene la riduzione del deficit.

“Ma uno sforamento non sarà sostenuto, farà danni reali, e spesso questo precede il crollo. La salute a lungo termine della nostra economia, delle famiglie americane e dei nostri figli starà peggio a causa di questo disegno di legge, finanziato dal debito”.

Potremmo osservare che i tagli alla Sanità sono utilizzati anche in Europa e, in particolare, in Italia. Stanno già producendo da decenni alcune crisi che appaiono irreversibili, colpendo le fasce più fragili della popolazione, ma anche erodendo lentamente il ceto medio. Ciò che spendono gli USA per la difesa e il 5% del PIL entro il 2035, che spenderà ogni Paese della NATO, provocano preoccupazioni, sia da un lato, che dall’altro, dell’Oceano.

E’, altresì, evidente che se a Obama e Trump siamo parsi degli “scrocconi” delle risorse statunitensi, negli anni dei precedenti governi, la riduzione del welfare non sembra la miglior risposta, così come non lo è il cosiddetto riarmo, che, in soldoni, è la cambiale per la conversione di parte dell’industria meccanica tedesca in industria bellica.

Ci sono analisti che, sottovoce, fanno capire quanto queste cifre enorme siano, in realtà, un bel po’ di fumo negli occhi, per giustificare il maggior disimpegno degli USA nel Vecchio Continente.

Fatto sta che in Italia tutto sembra andare verso una sanità privata, senza aumenti in busta paga, perché le trattenute sanitarie sarebbero già bloccate, per coprire un buco che si aggirerebbe attorno ai 18 milioni di euro.

Un “riarmo di propaganda”, che non si concretizzerà mai, potrebbe apparire più credibile, dal momento che dovremmo spendere cifre da capogiro, ma nessuno ha capito contro quale presunto o supposto nemico alle porte.

Fonte: https://www.marcotosatti.com/2025/07/04/usa-e-ue-tagliano-il-welfare-la-ue-si-riarma-per-miliardi-di-euro-ma-contro-chi-matteo-castagna/

L’attentato mancato che avrebbe potuto cambiare la storia italiana

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di Angelo Paratico

Nell’autunno del 1944 qualcuno architettò un attentato che avrebbe potuto decapitare il governo italiano, mutando radicalmente la storia della nostra repubblica. Questa notizia non era mai uscita sui giornali ed era stata dimenticata dai pochi che ne vennero a conoscenza e, se non fosse stato per un rapporto dei servizi segreti britannici in Italia, il SOE (Special Operations Executive), non ne sapremmo nulla.

Questa vecchia pratica è stata ritrovata da due infaticabili esploratori degli archivi di guerra britannici, Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella. Una volta lette quelle carte ingiallite, ne hanno pubblicato un sunto nel loro ultimo libro intitolato La Maledizione Italiana. La guerra di Churchill contro De Gasperi, le trame per il controllo del Medio Oriente e del Canale di Suez, la lunga storia di una rivoluzione stroncataFuori Scena edizioni, 2025. Tutte le informazioni contenute nel loro libro, che è stato distribuito il mese scorso in accoppiata con il Corriere della Sera, sono davvero strabilianti, proprio perché basate su documenti.

 

Il governo di Ivanoe Bonomi, denominato Bonomi II (essendo già stato Primo ministro prima dell’arrivo di Benito Mussolini) s’insediò il 18 giugno 1944 e rimase al suo posto sino al 19 giugno 1945, nonostante Re Vittorio Emanuele III non lo avesse in simpatia. La sua nomina era stata promossa dal generale inglese Noel Mason Macfarlane, che prima forzò il Re, assai recalcitrante, a farsi da parte, nominando suo figlio Umberto come proprio Luogotenente e poi Badoglio a dimettersi, nonostante godesse del favore di Winston Churchill. Questi grossi contrasti con Churchill lo portarono poi alla sua destituzione.

La storia del mancato attentato sepolta negli archivi del War Office

Il 5 ottobre 1944 giunse al Presidente del Consiglio, Ivanoe Bonomi, un avvertimento secondo il quale in alcune ambienti stessero tramando per mettergli una bomba. Lui avvisò i carabinieri che svolsero delle ricerche ma non trovarono nulla. Bonomi, una vecchia volpe, non si fidò, forse perché la sua fonte era molto credibile e allora chiese al capo della polizia, Luigi Ferrari, di fare una discreta ricerca e, quindici giorni dopo, trovò la bomba.

Stava al Viminale in un armadio proprio dietro al tavolo dove si riuniva il governo. La scoperta venne fatta poche ore prima di una riunione ministeriale. Era una bomba notevole, ben sessanta chili di tritolo che avrebbe polverizzato tutti: Bonomi, Togliatti, De Gasperi, Sforza, Saragat, Croce, Gronchi e Mancini.

Non si è mai saputo chi pose tutto quell’esplosivo ma un maggiore italo-americano fu incaricato di indagare. Si chiamava Mario Emanuel Brod e operò nel più assoluto riserbo, giungendo alla conclusione che i possibili colpevoli potevano essere tre: filonazisti, l’estrema sinistra contraria alla collaborazione di Togliatti con le forze democratiche e, infine, l’estrema destra monarchica, con una collaborazione del SOE.

Questi ultimi, secondo Brod erano i responsabili, ma la sua indagine fu improvvisamente bloccata da James Jesus Angleton (1917-1987), responsabile della sezione Z della contro-intelligenza e il fascicolo venne chiuso in fretta e furia con la denominazione Top Secret e mandato a Londra, dove è rimasto per oltre 50 anni presso agli archivi del War Office. Angleton rimane una figura oscura, nel dopoguerra fu molto vicino al Mossad ma prese grossi granchi con il KGB, che lo surclassò.

Fonte:https://www.giornaleadige.it/2025/06/18/attentato-mancato-storia-italiana/

L’atomica israeliana, questa sconosciuta

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di Raffaele Amato

Da anni la propaganda occidentale prende di mira l’Iran, sia per la sua natura teocratica, con le limitazioni ai diritti delle donne e degli omosessuali, sia perché avrebbe in cantiere la costruzione della bomba nucleare.

Come se non ci fossero altri Stati che hanno l’atomica da decenni e che non sono esattamente dei promotori di pace.

Ma l’Iran deve essere considerato l’incarnazione del male e viene accusato di sviluppare un programma nucleare per scopi bellici, oltre che civili. La ricerca nucleare persiana iniziò nel 1957, ai tempi dello scià Reza Pahlavi, con il supporto degli Stati Uniti e l’adesione al Trattato di Non proliferazione nel 1970. Il contributo statunitense cessò con la rivoluzione Komheinista, ma il programma proseguì.

Nel 2002 alcuni oppositori del regime rivelarono l’esistenza in Iran di due impianti nucleari segreti, mai denunciati alla Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) e questo procurò pesantissime sanzioni internazionali al paese degli ayatollah, con gravi ripercussioni sulla sua economia.

Nel frattempo, molto più astutamente, un’altra potenza della regione, Israele, portava avanti il suo programma nucleare, ma segretamente. Il progetto ebraico nacque nel 1948, quasi contestualmente alla fondazione di Israele, con scopi principalmente militari, su ispirazione del padre della nazione Ben Gurion. A metà degli anni ’50 Tel Aviv riuscì ad ottenere il supporto tecnico della Francia e sembra che la prima bomba atomica israeliana sia stata ultimata già nel 1967.

Le guerre arabo-israeliane furono vinte rapidamente dallo Stato ebraico, con il semplice ricorso alle armi convenzionali. Il programma degli armamenti atomici proseguì, quindi, in gran segreto finché, nel 1986, Mordechai Vanunu, israeliano, ex tecnico del programma nucleare, ne rivelò al Sunday Times lo stato dell’arte, pubblicando una ricca documentazione fotografica delle 200 testate atomiche già realizzate.

Immediatamente il Mossad, a cui tutto è sempre concesso, lo rapì a Roma, dove si trovava – d’altra parte perché perdere tempo prezioso con le inutili procedure che discendono dal diritto internazionale? – e, dopo averlo drogato, lo portò, all’interno di una grossa valigia, a Tel Aviv, dove fu processato e condannato a 18 anni di carcere. Attualmente vive in Israele, con pesantissime limitazioni alle libertà personali, tra cui quella dell’uso del telefono cellulare, di contatti con cittadini non israeliani, del rilascio di interviste, dell’accesso a Internet, etc.

Dai tempi dell’arresto di Vanunu il programma nucleare di Israele, che si è sempre ben guardata dal sottoscrivere il Trattato di Non Proliferazione e che quindi non è sottoposta ad alcun genere di controllo, è andato avanti spedito e attualmente si stima che siano circa 400 gli ordigni ultimati.

Ad oggi, non ne è stato accertato nemmeno uno per il terribile Iran, e tanto accanimento nei suoi confronti non può non richiamare alla memoria il pretesto delle “armi di distruzione di massa” che sarebbero state nelle mani di Saddam, la famosa “pistola fumante” di Colin Powell, una menzogna che consentì agli Stati Uniti di giustificare la guerra all’Iraq.

Il metodo è sempre lo stesso, consolidato e ancora in grado di abbindolare gran parte dell’opinione pubblica occidentale e della comunità internazionale.

Si crea il mostro, gli si attribuiscono i progetti più apocalittici verso l’Umanità, si mettono insieme prove che, quasi sempre, tali si riveleranno non essere, lo si colpisce fino a ridurre il suo paese ad un cumulo di macerie con a capo un governo fantoccio.

Insomma, contrariamente a quanto ci ripete la propaganda mainstream, non è che gli israeliani siano più “buoni”, più civili, più evoluti degli iraniani.

Sono, semplicemente, più furbi.

 

Fonte: https://www.2dipicche.news/latomica-israeliana-questa-sconosciuta/

Non è Tempo, per ora, di Terze Guerre Mondiali.

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di Matteo Castagna

Nel commentare la rassegna stampa su Canale italia, inerente la possibilità di una reale preoccupazione per una terza guerra mondiale, che si potrebbe scatenare dal conflitto fra Israele e Iran, ho risposto no, perché non ne vedo, almeno per ora, i presupposti.

So di aver colpito più di qualcuno, che ritiene, invece, essere imminente e che si aspettava da me una narrazione apocalittica. Accadde lo stesso nel biennio 2020-2022, quando in piena pandemia, alcuni si attendevano la stessa cosa. Ebbene, pur avendo ampiamente criticato la folle gestione “Conte-Speranza” e, riconoscendo l’evidenza di una grave collusione fra politica UE e multinazionali farmaceutiche, poi suffragata anche dall’indagine scandalosa sui rapporti opachi tra Ursula Von der Leyen e Pfizer, non ho mai creduto alla narrazione complottista

Non ho mai ritenuto che i vaccini servissero a governanti psicopatici per ucciderci tutti, né altre amenità simili. La gente si ammala al cuore o di neoplasie per le più svariate cause, ma i dati non confermano picchi esponenziali nell’aumento di queste malattie, smentendo un certo pensiero, che ha ingrassato alcuni portafogli e preoccupato, oltre misura, diverse persone.

La popolazione mondiale è ancora qui e le vittime di effetti avversi sembrerebbero essere sulla via dei risarcimenti.

Non ho mai creduto che il “green pass” sarebbe diventato uno strumento di controllo perpetuo di ogni nostra azione e, infatti, è morto con la pandemia.

Ho sempre ritenuto più plausibile l’analisi del Prof. Giulio Tremonti, che, sia della pandemia che della guerra ha parlato, utilizzando un nuovo termine: la “policrisi”, ossia “più crisi”, derivanti dal declino della globalizzazione. Scrive acutamente l’attuale Presidente della Commissione Esteri della Camera, noto docente di economia e già Ministro dei governi Berlusconi:

“le piaghe d’Egitto sono state dieci e la salvezza e la salvezza è stata l’Esodo. Finora sette sono state le piaghe della globalizzazione: il disastro ambientale; lo svuotamento della democrazia sversata nella repubblica internazionale del denaro; le società in decomposizione nel vuoto della vita; la spinta verso il transumano; l’apparizione dei giganti della Rete; la pandemia; la guerra. Ma è un numero destinato a salire: inflazione e recessione, crisi finanziarie, carestie, migrazioni, altre guerre. Tutti sconnessi anelli di una stessa catena, perché non è la fine dell’inizio e non è neppure l’inizio della fine” (Globalizzazione. Le piaghe e la cura possibile, edizioni Solferino, Milano, 2022).

Sono realisticamente d’accordo col Prof. Tremonti, quando aggiunge che “se il futuro che verrà non è ancora scritto, non è necessario e non è fatale che questo sia tutto negativo: dipende da noi” (Guerra o Pace, ed. Solferino, Milano, 2025). Infatti, dobbiamo avere sempre molto chiaro che gli errori non possono essere visti come soluzioni e le soluzioni non possono replicare gli errori.

Dunque, tornando alla guerra in corso, iniziata venerdì scorso dal governo Netanyahu contro la Repubblica Islamica dell’ Iran, ritengo che l’accordo sul nucleare possa evitare l’escalation. “In qualche modo, la diplomazia internazionale riprenderà il filo del conflitto Israele-Iran – sostiene Luigi Toninelli, giovane ricercatore di ISPI, specializzato nella politica internazionale di Iran e Libano. Anche le ultime sollecitazioni degli Stati Uniti vanno in questa direzione”.

Mentre la CNN racconta che “Trump teme una crescente ingerenza degli Stati Uniti nell’escalation del conflitto tra Israele e Iran. Gli Stati Uniti hanno privato l’Ucraina dei mezzi per combattere i droni, che sono stati inviati in Medio Oriente. Il Pentagono ha notificato al Congresso degli Stati Uniti il trasferimento di tecnologia anti-UAV, precedentemente destinata alle esigenze delle Forze Armate ucraine, alle forze statunitensi in Medio Oriente.

Questa mossa riflette un cambiamento nelle priorità di difesa degli Stati Uniti, sotto la presidenza Trump. La decisione è stata presa dopo che l’Ucraina ha condotto un attacco terroristico con l’impiego di droni in Russia e dopo che altri Paesi hanno espresso preoccupazione per l’impiego di tattiche simili in successivi conflitti in tutto il mondo”.

Forse non è un caso che l’attenzione mondiale sia stata dirottata sul Regime degli ayatollah, il giorno successivo al fallimento delle trattative sul nucleare con gli Stati Uniti e, neppure, che due giorni dopo, il più grande alleato degli americani in Medio Oriente abbia sferrato un attacco contro un Paese che, al momento non ha la bomba nucleare e, stando alle fonti AIEA, ossia dell’organismo di controllo, sarebbe ancora lontano da questo obiettivo.

Infatti, il Presidente dell’Iran Pezeshkian ha cercato, subito, di gettare acqua sul fuoco, rassicurando che “l’Iran non intende sviluppare armi nucleari”, anche se, probabilmente, non vede perché Israele, Russia, Cina e USA ce l’hanno, mentre loro, al contrario, non possono averla. Il Presidente iraniano ha proseguito dicendo che il suo Paese “perseguirà il suo diritto all’energia nucleare e alla ricerca”.

Di fronte alla domanda del Quotidiano Nazionale online del 16.06.25, secondo cui l’offensiva israeliana potrà far cadere il regime degli ayatollah, il dott. Toninelli ha risposto: “se la situazione sul campo precipitasse, nulla può essere escluso. Ma non è l’esito su quale scommetterei. L’Iran ha 90 milioni di abitanti e un tessuto sociale complesso. Una transizione al buio sarebbe molto complicata. Nessuno ha interesse a promuoverla, tanto meno adesso, in un momento di grande instabilità internazionale”.

Inoltre, aggiunge, a ragione, come ho avuto modo di dire anche io a Canale Italia di domenica 15 giugno: “è interesse di tutti che l’Iran torni al tavolo dopo i precedenti cinque round negoziali. Anche perché di notizie certe sui danni reali provocati dai bombardamenti israeliani alle centrifughe di arricchimento dell’uranio ancora non ce ne sono”. Siccome non sembrerebbe intenzione di Trump quella di bombardare le centrifughe dell’Iran, che si trovano 80 metri sotto terra, protette da cemento armato, la permanenza dell’Iran dentro al Trattato di non proliferazione nucleare potrebbe rivelarsi la soluzione più pratica.

…”Tutti i principali attori geopolitici hanno interesse a contenere il disordine mediorientale – sostiene oggettivamente Toninelli. Si va da Trump, che pensa a grandi business per gli Stati Uniti in tutta l’area, all’Arabia Saudita, alla Turchia e all’Egitto, Paesi musulmani sunniti che almeno formalmente devono condannare l’unilateralismo israeliano. Allo stesso modo, l’Iran è partner privilegiato di Russia e Cina, con rapporti di reciproca convenienza. E anche l’Unione europea ha un’ambizione esplicita alla chiusura dell’attuale conflitto per poter restare concentrata sul fronte ucraino e sulla nuova Nato”.

Eric Voegelin ha scritto: “se dietro la politica ci sono sempre realtà religiose (legami concettuali, storicità), allora la verità della politica sta nella teologia, non importa quanto brutale sia stata la secolarizzazione” e questo concetto potrebbe essere associato all’Islam di Kahmenei, rendendo l’escaletion una possibilità concreta, che vada oltre i proclami e le minacce. Ma il leader iraniano è anche una persona intelligente, che conosce bene i rapporti di forza e la complessa situazione di quei martoriati territori, per cui una certa dose di pragmatismo potrebbe mitigare e, non poco, la voglia di Sharia.

 

Fonte: https://www.marcotosatti.com/2025/06/17/non-e-tempo-per-ora-di-terze-guerre-mondiali-matteo-castagna/

La soluzione dei due stati è un’illusione

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di Matteo Castagna

Rabea Eghbariah è un avvocato per i diritti umani, dottoranda presso la Harvard Law School.

In un interessante editoriale pubblicato il 12 giugno su The Guardian, il più prestigioso giornale britannico, annuncia che “le Nazioni Unite stanno convocando una conferenza di alto livello per discutere la soluzione pacifica della questione palestinese”, pur nel contesto infuocato della guerra in atto tra Israele e Iran.

Si potrebbe supporre che, di fronte alla carestia e carneficina a Gaza, gli Stati si stiano riunendo per organizzare una risposta decisiva e coordinata, per costringere Israele a cessare il fuoco e consentire l’ingresso di aiuti nella Striscia.

Invece, la comunità internazionale si sta riunendo per rilanciare il quadro stanco della soluzione dei due Stati.

Co-presiedute da Francia e Arabia Saudita, le parti convocate riaffermano l’idea che la soluzione dei due Stati è “l’unica strada percorribile per una pace giusta, duratura e globale”.

Ma la Francia stessa si è ritirata dal suo piano di riconoscere uno Stato palestinese ancor prima dell’inizio della conferenza. La soluzione dei due Stati è diventata poco più di un teatro diplomatico, un incantesimo ripetuto senza intenzione, anche secondo i suoi sostenitori più appassionati” – scrive l’avv. Eghbariah.

Mentre i palestinesi stanno subendo un genocidio, la rinascita del linguaggio dei due stati si legge come una cortina fumogena.

L’anno scorso, nel mezzo di un crescendo di richieste per la soluzione dei due Stati, Israele ha approvato il più grande furto di terra degli ultimi trent’anni in Cisgiordania, frammentando ulteriormente i territori occupati e cancellando qualsiasi prospettiva significativa per uno Stato palestinese sovrano in esso.

La soluzione dei due Stati non solo si è distaccata dalla realtà, ma per troppo tempo ha allontanato la discussione dalla realtà stessa.

Dall’avvio del cosiddetto processo di pace a metà degli anni ’90, gli insediamenti israeliani, in continua espansione e sempre con la violenza dei coloni, si sono moltiplicati a una velocità vertiginosa. Proprio il mese scorso, Israele ha approvato un piano per 22 nuovi insediamenti in Cisgiordania.

“La verità è che la soluzione dei due Stati è diventata un’illusione, un mantra ripetuto per mascherare una realtà radicata di uno Stato unico. Dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo, Israele controlla la vita di tutti i palestinesi, senza uguali diritti, senza uguale rappresentanza e con un sistema costruito per preservare la supremazia ebraica” – scrive The Guardian.

Questo sistema ha costituito, a lungo, l’apartheid, ora affermato come tale dalla corte internazionale di giustizia per aver violato i divieti di segregazione razziale.

Eppure, l’illusione dei due stati persiste. Questo mantra continua a sostenere l’illusione che l’occupazione israeliana sia sull’orlo della fine – se solo più stati riconoscessero lo stato palestinese e se solo palestinesi e israeliani si parlassero. Ma tre decenni di cosiddetti negoziati di pace non hanno prodotto altro che un più profondo radicamento dell’occupazione israeliana, il furto sistematico di terre e la crescente sottomissione dei palestinesi.

“Nonostante ciò, la maggior parte degli Stati – compresa l’Autorità Palestinese non eletta – si aggrappa all’illusione dei due Stati come se fosse dietro l’angolo, e come se potesse finalmente garantire giustizia e pace. Non lo farà”, dichiara l’articolo.

È tempo che la comunità internazionale affronti la semplice verità: la soluzione dei due Stati non è solo una fantasia, è sempre stata una diagnosi errata. Se i leader mondiali sono seriamente intenzionati a risolvere la questione della Palestina, devono affrontare le cause profonde della crisi.

Secondo l’avvocato, “queste cause iniziano con la Nakba”.

In arabo, “catastrofe”, la Nakba si riferisce al processo culminato nel 1948, quando le milizie sioniste sfollarono più di 750.000 palestinesi dalle loro case e distrussero più di 530 villaggi per insediare lo Stato di Israele.

“Ma 77 anni dopo, è chiaro che la Nakba è stata l’istanza di una nuova struttura” – dichiara l’editoriale inglese.

In parole povere, la Nakba non è mai finita. La Nakba del 1948 ha inaugurato un regime che continua a distruggere, frammentare e riconfigurare la vita palestinese. Si tratta di un processo basato sullo sfollamento e l’espropriazione in corso.

“Oggi, quello che può essere definito “il regime della Nakba” non solo sostiene la più lunga crisi di rifugiati al mondo dalla Seconda guerra mondiale, ma stratifica anche i palestinesi in un sistema legale di caste: cittadini di Israele, residenti di Gerusalemme, abitanti della Cisgiordania, abitanti di Gaza e rifugiati, ognuno soggetto a un diverso tipo di violenza, tutti progettati per ostacolare l’autodeterminazione palestinese”.

Essa porta in superficie questioni legali, morali e storiche vitali e irrisolte: lo status delle terre conquistate nel 1948, il diritto al ritorno per i rifugiati, lo status inferiore dei cittadini palestinesi di Israele e il diritto universale dei palestinesi all’autodeterminazione, indipendentemente da dove vivono o dalla categoria giuridica in cui rientrano.

Per decenni, i governi mondiali hanno schivato queste domande a favore delle illusioni dei due stati. “Ma il progresso richiede chiarezza, non solo comodi mantra”.

Durante le manifestazioni di protesta, le persone spesso cantano “No justice, no peace”, per ricordare che questi concetti non sono sinonimi. In Palestina, questo slogan parla di una verità più profonda: con o senza statualità, la causa palestinese continuerà ad essere irrisolvibile, se non si affrontano le sue origini.

Ecco perché l’avv.  Rabea Eghbariah conclude: “fare i conti con la Nakba è un prerequisito per la giustizia, per non parlare della pace. Fino a quando gli Stati non affronteranno questa premessa di base – e non agiranno di conseguenza – la realtà sul terreno continuerà a sfidare qualsiasi riunione diplomatica di alto livello. La soluzione dei due Stati rimarrà quella che è sempre stata: un’illusione”.

 

Fonte: https://www.2dipicche.news/la-soluzione-dei-due-stati-e-unillusione/

Il predicatore di benignità

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di Marcello Veneziani

Vi ricordate Roberto Benigni? Nello scorso millennio fu un comico, attore e regista veramente divertente, spiritoso, e pure commovente. Lo ricordo esilarante in coppia con Massimo Troisi, lo ricordo irresistibile nei panni di Jonny Stecchino, del Piccolo Diavolo e del Mostro, lo ricordo irruente e irriverente in alcune gag televisive in cui metteva in croce Baudo e la Carrà; lo trovai tenero, allegro e struggente ne La vita è bella, dove riuscì a raccontare l’orrore dei campi di sterminio con l’umanità di un buon cristiano e di un buon italiano che vuol proteggere la sua famiglia. Lo fece con delicatezza e amor paterno, da padre che vede il mondo con gli occhi di un bambino. Lo avevo amato da ragazzo perfino nel pur dissacrante Pap’occhio di Renzo Arbore e poi da grande nella magica Voce della Luna di Federico Fellini, con Paolo Villaggio.

Poi non so cosa gli successe col nuovo millennio. Smise di essere uomo e diventò burattino, il contrario di Pinocchio a cui dedicò un film un po’ infelice. Smise di essere clown e si fece clone. Volle diventare Vate e Profeta, Prefica Istituzionale e Padre Costituente, infine Precettore d’Europa e Predicatore di Benignità. Cominciò imitando Dante poi è finito a imitare Prodi. Non è una bella carriera.

Vedevo il suo ologramma da Bruno Vespa quando la sera gli prendono i cinque minuti: sembrava quasi vero, Benigni, almeno nel tono e nella risata, imitava alla perfezione il suo antico euforico repertorio, simulava allegria, esultanza e buoni sentimenti. Vespa godeva come un pazzo a ogni suo pistolotto, sbavava come fa davanti a papi e presidenti, anche se alla fine del duetto sbaciucchioso si aspettava di essere preso in braccio come l’austero Berlinguer per restare nella mitologia pop.

Ma dov’è finito Benigni impertinente, irriverente, divertente? C’è un piccolo santo che sparge melassa, lancia messaggi che sembrano commissionati da pubblicità-progresso.

Ancora più imbarazzante è stato l’altra sera a Propaganda live; Zoro stesso, Diego Bianchi, non sapeva che pesci pigliare, non sapeva che dire, come stare, se chiudere o trascinare ancora la benigna apparizione. Era troppo finto il suo ardore, inattendibile il suo progressismo da scuola materna, ridicolo il suo ottimismo cosmico, la sua visione così falsamente puerile e così smaccatamente manichea, da mettere in difficoltà anche i compagni di sacrestia.

Da qui tutto è buono è bello è felice è allegro; di là tutto è cattivo è male è brutto è triste. Nel futuro vincerà per forza il bene, la pace, la felicità: Benigni recita la poesia del progressismo ad uso dei bambini, dall’asilo alla seconda elementare; poi anche un bambino in terza elementare si accorge che la fiaba di Benigni è farlocca, perché ormai ha smesso di credere alle tre b: Befana, Babbo Natale e Benigni. Per Benigni non c’è niente da capire, tutto è così evidente, anche se lo vede solo lui: i buoni sono lui e loro, mischiati all’umanità; i cattivi sono Trump, i nazionalisti e i sovranisti. I buoni sono con i bambini, i cattivi sono contro. I buoni vogliono la pace, i cattivi fanno la guerra. I buoni guidano le istituzioni europee, i cattivi guidano i governi europei: come dire che Ursula van der Lewen è una santa benefattrice, mentre Macron, Merz & Melòn, cominciano con la emme di Male.

Sa Benigni che persino Stalin prese il premio internazionale per la Pace e Obama ebbe il Nobel per la pace prima di guidare gli Stati Uniti: fecero bene a darglielo prima, perché dopo le migliaia di bombardamenti sotto la sua presidenza pacifista sarebbe stato più difficile. Sa Benigni quanti milioni sono morti nei gulag e nelle persecuzioni nel nome della pace, del bene dell’umanità e di un mondo migliore? Quante bombe umanitarie e progressiste sono state sganciate negli ultimi decenni, dall’Atomica in poi? E continuano… L’inferno è lastricato di pie intenzioni.

Ma tu lo senti col suo fervorino, che finge di agitarsi, si passa il fazzoletto sulla fronte, concitato ed eccitato per il suo predicozzo. Che gli vuoi dire di fronte a tanta banalità finto-naïve? E quando dice che il suo libro è bellissimo, anche se pare di capire che i veri autori siano altri due, lui si è limitato a mettere incenso, miele e acqua santa. Ma lui non promuove il libro, macché, il libro è solo un mezzo per promuovere l’Europa…

E quando dice che l’Unione Europea è la più bella cosa che sia successa in duemila anni, ha presente che in questi due millenni in Europa c’è stata la civiltà romana e la cristianità, c’è stato il Sacro Romano Impero e il Monachesimo, l’Umanesimo, il Rinascimento e mille altre cose, oltre le guerre e i massacri? Ma davvero Ursula vale più di Carlo Magno e Federico II di Svevia messi insieme? E quanto alla circolazione europea, lo sa che prima dell’Erasmus le università medievali furono già – pur nelle difficoltà di mezzi di quel tempo – molto più europee di oggi e parlavano una lingua internazionale che era il latino?

Mi ricorda un’altra sciocchezza che disse anni fa: la nostra Costituzione è la più bella del mondo. Premesso che una Costituzione dev’essere giusta ed efficace e non deve partecipare a un concorso di bellezza; e premesso che se vogliamo parlare di bellezza a proposito di Costituzioni nostrane, beh, la Carta del Carnaro, la Costituzione di Fiume, riveduta e chiosata da Gabriele d’Annunzio, è decisamente più bella, io chiedo a Benigni: ma per fare questa affermazione quante costituzioni del mondo ha letto, cento, cinquanta, almeno dieci? Se non ne ha letta nessuna, anche perché reputo difficile che abbia passato così tanto tempo a gustarsi gli articoli della costituzione di mezzo mondo, come fa a dire che è “la più bella”? Ma no, è la solita iperbole, la solita gag da clown che ormai spande virtuosi sermoni.

Quando divulgò la Divina Commedia, nonostante non fosse un dantista, un poeta o un critico letterario, io lo benedissi, anche se ne dava una lettura tendenziosa troppo piegata ai giorni nostri. Ma era un’operazione benemerita. Poi da Dante volle passare a Mosé e ci spiegò le Tavole dei Comandamenti, e lì accentuò il suo manicheismo e alla fine lanciò una bibbia per i dem. In mezzo venne la Costituzione, per cui divenne Menestrello Ufficiale della Repubblica Italiana; ma le sue prediche in Rai non erano gratuite, erano fatte, si, col core ma col core-business, con lautissimo rimborso a pie’ di lista. Ora, invece abbiamo Euro-Benigni (euro, guarda caso, è pure la Moneta), che ci dice che con l’Europa unita non avremmo avuto più guerre nel mondo, anche quelle di ora non ci sarebbero state. Benigni forse è rimasto al suo film ambientato nel 1492, Non ci resta che piangere; perché nel frattempo deve sapere che l’Europa è solo una piccola parte dello scacchiere mondiale, ci sono paesi come l’America, di sopra e di sotto e tutto il nuovo mondo, oltre che la Cina, l’India, la Russia, l’Africa e il Medio Oriente. L’Europa è solo la sedicesima parte del pianeta. 500 milioni su 8 miliardi di abitanti. Lui dice che bisogna stare attenti a tutti quelli che vogliono fare più grande la propria nazione, ma quell’ambizione si giudica dai frutti: se porta guerre e massacri è un male, ma quante civiltà, quante età dell’oro, quanto “progresso” sono nati da quell’idea di grandezza? A questo punto sono io a dire a lui che bisogna stare attenti a chi dice di volere un mondo migliore: quanti annunci di paradisi hanno portato gli inferni? Accontentati di dire che la vita è bella, perché chi sogna il mondo migliore, genera incubi (o più spesso vende fuffa).

Infine ripensi al Benigni divertente di una volta, e dici: ma perché un comico così brillante deve ridursi a fare la macchietta di un Messia? Non gli bastava l’Oscar del cinema, vuole l’aureola del santone?

 

Fonte:  https://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-predicatore-di-benignita/

La guerriglia urbana è un pianificato metodo di lotta politica in USA e in Europa?

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di Matteo Castagna

Dietro le proteste radicali negli USA si nasconderebbero strategie organizzate della sinistra estrema e il supporto di potenti gruppi progressisti, con lo scopo di destabilizzare il paese e sfruttare il caos a fini politici

Proteste o strategia sovversiva? Il caos come strumento politico negli USA e in Europa

Il Deep State sta dietro alle rivolte di Los Angeles. I Democratici hanno mutilato la nazione americana, promuovendo peccati, perversioni e abusi fisici su bambini innocenti e ancora immaturi. Hanno scatenato guerre e colpi di Stato ovunque. I Democratici hanno inondato gli Stati Uniti di immigrati clandestini e ora stanno iniziando una ribellione. I Democratici sono una banda criminale”. Così scrive Alexandr Dugin, il filosofo russo considerato molto vicino a Vladimir Putin.

Fox News, in un editoriale di Jason Rantz del 13 giugno, appare sulla stessa lunghezza d’onda. Preparatevi per l’estate dell’amore 2.0. I raduni “No Kings” del 14 giugno potrebbero diventare l’ultimo caso di studio su come la sinistra radicale arma le proteste, manipola le narrazioni dei media e consente il caos organizzato con il pretesto della resistenza pacifica.

Se avete vissuto la “Summer of Love” come l’ho vissuta io a Seattle, guardando la mia città crollare nell’illegalità nel 2020, dovreste già conoscere il progetto. Inizia sempre con una manifestazione di base apparentemente non violenta, ma finisce con Antifà e anarchici mascherati, che brandiscono martelli, lanciano assalti e incendiano proprietà. E i media? Faranno finta che siano solo “per lo più pacifici”.

Le proteste del fine settimana “No Kings” sono state organizzate da “Indivisible” e dalle sue organizzazioni partner, tra cui l’American Federation of TeachersACLUGreenpeace e la Human Rights Campaign.

Indivisible” è un finto gruppo spontaneo, che dal 2016 si presenta come un’organizzazione no-profit amante della democrazia, creato esplicitamente per resistere alla presidenza di Donald Trump. Come molti di questi gruppi di estrema sinistra, è sostenuto da grandi somme di denaro da mega donatori progressisti, tra cui George Soros e la sua Open Society Foundations” – scrive Rantz su Fox.

Indivisible” vuole farvi pensare che i suoi raduni siano solo un gruppo di americani appassionati che si presentano per la giustizia. In realtà, stanno gestendo una rete tentacolare di gruppi di attivisti interconnessi, molti dei quali sono solo bracci rinominati della stessa macchina. Noterete gli stessi messaggi, le stesse insegne, le stesse facce – e sì, le stesse tattiche – che si presentino alle proteste, che la causa sia l’aborto senza restrizioni, il taglio dei finanziamenti da parte della polizia, gli interventi chirurgici di genere per i bambini o l’apertura delle frontiere.

È un tappeto erboso travestito da drag. Ma i gruppi “Indivisible” e che la pensano allo stesso modo non si sporcano le mani. Ecco a cosa servono i loro alleati militanti.

Anche se la maggior parte dei manifestanti questo fine settimana potrebbe non presentarsi con l’intenzione di appiccare incendi o lanciare proiettili contro i poliziotti, forniranno assolutamente copertura a coloro che lo faranno, se scoppierà la violenza. Questa è la strategia. Attivisti professionisti – e intendo letteralmente professionisti, alcuni sul libro paga di attivisti no-profit o comitati di azione politica – organizzano questi eventi sapendo benissimo che gli agitatori radicali sfrutteranno la folla.

“È lo stesso copione che abbiamo visto nel 2020 durante le rivolte di Black Lives Matter e Antifà, qualcosa che ho trattato in dettaglio nel mio libro “What’s Killing America: Inside the Radical Left’s Tragic Destruction of Our Cities“. Sono andato sotto copertura, infiltrandomi tra gli Antifa per esporre ciò che stavano realmente facendo, e ho visto le stesse tattiche dispiegate a Los Angeles e in tutto il paese.

A quel tempo, gli attivisti organizzavano una protesta apparentemente pacifica e riempivano le strade di persone emotive, per lo più ben intenzionate, che credevano alla falsa narrativa dei media sulla brutalità della polizia e l’ingiustizia razziale. Poi gli Antifà e le cellule anarchiche piombavano in picchiata, mascherati, armati e pronti al combattimento. Usavano la folla come scudo umano, aggredivano gli agenti, distruggevano le proprietà e scomparivano di nuovo nella massa. Non si tratta di speculazioni. Questo è quello che fanno” – dice Fox News.

Infatti, proprio lo scorso fine settimana a Los Angeles, la polizia ha arrestato diverse persone che portavano armi in un centro di “protesta”: martelli, torce elettriche e soffiatori di foglie, questi ultimi utilizzati per disperdere gas lacrimogeni durante gli scontri con la polizia. Chi porta questo alle proteste? Rivoltosi. Questi sono gli strumenti dei rivoltosi.

E i media? Non hanno del tutto torto quando riferiscono che la maggior parte delle persone a queste manifestazioni non sono violente. Ma non stanno nemmeno riportando in buona fede. Sanno benissimo cosa sta succedendo e si rifiutano di dirlo. Perché? Perché simpatizzano con gli obiettivi, anche se possono disapprovare le tattiche.

È una relazione simbiotica. La sinistra radicale dà ai media le immagini che desiderano: filmati emotivi di “resistenza”. I media danno alla sinistra radicale la copertura di cui ha bisogno: “la protesta pacifica diventa violenta dopo che Trump ha inviato inutilmente la Guardia Nazionale“. È sempre lo stesso copione.

Il conduttore di KABC-TV Los Angeles Jory Rand ha minimizzato la rivolta, dicendo che la scena “potrebbe diventare molto esplosiva se si spostano le forze dell’ordine nel modo sbagliato e si trasforma quello che è solo un gruppo di persone che si divertono a guardare le auto bruciare in un enorme scontro e alterco tra agenti e manifestanti”.

Nel frattempo, KREM-TV Spokane, Washington ha affermato che la polizia “ha distribuito gas su un gruppo di manifestanti pacifici fuori dall’ufficio ICE di Spokane“, senza notare che quei “manifestanti pacifici” stavano disobbedendo agli ordini di dispersione e bloccando illegalmente il traffico.

I media sembrano incapaci di denunciare direttamente la violenza e l’illegalità. E non fatevi ingannare, la violenza non riguarda nemmeno direttamente Trump. Non si tratta nemmeno dell’ICE o dell’applicazione dell’immigrazione. A questi anarchici e teppisti Antifa non interessa il vero problema. Si preoccupano del caos e hanno obiettivi molto più grandi.

Anche se la maggior parte dei manifestanti questo fine settimana potrebbe non presentarsi con l’intenzione di appiccare incendi o lanciare proiettili contro i poliziotti, forniranno assolutamente copertura a coloro che lo faranno, se scoppierà la violenza. Questa è la strategia, che, peraltro, somiglia molto a quanto avviene in Italia.

Sono rivoluzionari anticapitalisti, anti frontalieri, anti polizieschi e antiamericani che cercano di destabilizzare il paese. Odiano questa nazione, la sua fondazione e i suoi principi. Desiderano ardentemente la distruzione e il collasso – e si nascondono dietro i corpi di ingenui liberali bianchi istruiti all’università e di mamme annoiate di periferia che portano cartelli con la scritta “equità“.

Fa tutto parte del gasdotto dell’azione diretta”: organizzare, radicalizzare e agitare. Ma a breve termine, i legislatori democratici vedono questo come politicamente vantaggioso.

Hanno detto il minimo indispensabile per condannare la violenza, prima passando giorni a fingere che non stesse accadendo prima di cambiare marcia e incolpare l’amministrazione Trump per aver ispirato la violenza. E il loro messaggio? Il modo migliore per fermare la violenza è che l’amministrazione Trump fermi le incursioni della Immigration and Customs Enforcement.

“Questo deve finire. Il presidente deve richiamare questi agenti dell’ICE. Devono ritirarsi in modo che la gente del posto abbia l’opportunità di ristabilire l’ordine, perché questo è ciò che stiamo chiedendo in questo momento”, ha spiegato la rappresentante democratica della California Norma Torres su MSNBC, rivelando la strategia dei democratici di usare la violenza per realizzare la propria agenda politica anti-ICE.

Abbiamo visto cosa succede quando ignoriamo questi segnali di avvertimento. Le aziende sono bruciate. Agenti feriti. Città dirottate da criminali mascherati che svaniscono nella notte, mentre MSNBC la definisce una “protesta per lo più pacifica”. Preparatevi. Perché “No Kings” è solo l’ultima scusa. L’obiettivo è sempre lo stesso: distruggere, distruggere e smantellare tutto ciò che questo paese rappresenta.

Fonte: https://www.affaritaliani.it/esteri/la-guerriglia-urbana-e-un-pianificato-metodo-di-lotta-politica-in-usa-e-in-europa-973921.html

Papà arrestato per aver detto NO alla transizione della figlia. Succederà anche qui?

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di Antonio Brandi

Ciao Circolo,
se dicessi in pubblico che:

  • un bambino nasce solo da un padre e da una madre;
  • l’utero in affitto è una pratica disumana;
  • un uomo non può essere una donna, anche se si cambia i suoi connotati;
  • i bambini non vanno spinti a “cambiare sesso”;
  • la famiglia è una realtà naturale (uomo e donna), non un’opinione, e che sono contrario al matrimonio e alle adozioni gay;
  • la dottrina cattolica condanna l’atto dell’omosessualità ma non la persona che lo compie e considera l’ideologia gender “uno sbaglio della mente umana”…

… potrei essere accusato di “incitamento all’odio”?

Sembra folle, lo so, ma è la domanda che mi sono posto dopo aver letto l’ultima preoccupante proposta della Commissione Europea: la Strategia LGBTQ 2026-2030, voluta dalla presidente Ursula von der Leyen.

Una strategia che rischia di trasformarsi in un progetto ideologico di rieducazione socialein cui chi non si adegua rischia di essere emarginato, censurato, persino punito.

Per questo ti scrivo con urgenza oggi, per chiederti di unirti a me e alzare la voce insieme.

Se anche tu pensi che la libertà di opinione, di espressione e di religione non possa dipendere dall’agenda ideologica del momento, allora non puoi restare in silenzio. Firma ora per dire NO all’imposizione ideologica di Bruxelles e della von der Leyen.

Ecco cosa vorrebbero approvare tramite questa strategia nei prossimi quattro anni: 

  • L’inserimento dell’ideologia gender e dell’agenda LGBTQ (tra cui matrimonio e adozioni gay) in tutte le politiche pubbliche europee – dalla scuola alla sanità, dai media alla cultura.
  • Il divieto di quelle che loro chiamano “terapia di conversione”, ovvero qualunque forma di aiuto per chi soffre di una disforia di genere, cioè un disagio psicologico causato dal non riconoscersi nel proprio sesso biologico.
  • L’uso di fondi europei per finanziare solo chi promuove l’agenda LGBTQ, mentre chi difende la famiglia, la vita o la fede non riceverà nulla e verrà escluso da ogni confronto.
  • E – ancora più grave – l’estensione del concetto di “crimine d’odio”, con il serio rischio che chi difende la famiglia o afferma semplici verità biologiche venga perseguito.

Non è la prima volta che ci provano, Circolo.

In Italia lo abbiamo già visto con il DDL Zan.

Quel disegno di legge voleva punire penalmente chi diceva che un bambino ha diritto a una mamma e un papà, o che l’identità sessuale non è un’opinione.

Grazie alla mobilitazione di migliaia di cittadini, è stato fermato.

Ma ora lo stesso progetto arriva da Bruxelles, con più potere, più soldi e meno limiti.

Aiutami a fermarlo!

Chiediamo con forza alle istituzioni europee – alla Commissione, ai Commissari, al Parlamento e al Consiglio – di bloccare questa pericolosa strategia e difendere la libertà di espressione, di opinione e di religione dei cittadini europei.

La cosa che deve preoccuparci fortemente è l’ambiguo concetto di “crimine d’odio”, appositamente non definito.

E senza confini certi, tutto può diventare odiouna predica, un versetto della Bibbia, l’obiezione di un padre o di una madre.

E questo è già accaduto:

  • In Finlandia, la parlamentare cristiana Päivi Räsänen è sotto processo per aver citato le lettere di San Paolo.
  • In Irlanda, un sacerdote è stato arrestato mentre leggeva la Bibbia in strada.
  • Robert Hoogland, un papà del Canada, è finito in carcere per essersi opposto alla transizione della figlia.
  • Negli Stati Uniti, i coniugi Cox hanno perso la custodia della loro figlia per aver rifiutato – per motivi religiosi – il “cambio di sesso”.

Se non fermiamo questa strategia ora, casi di questo genere si moltiplicheranno in tutta Europa, e nelle peggiori delle ipotesi, anche in Italia…

Firma ora contro la Strategia LGBTIQ 2030.

Spero che anche tu, Circolo, come me, non voglia vivere in un’Europa che minaccia la nostra libertà.

Un’Europa in cui dire che un bambino ha diritto a una mamma e a un papà può portarti a essere accusato di “crimini d’odio”.

Un’Europa in cui chi afferma che un uomo non potrà mai essere una donna viene bollato come omofobo.

Un’Europa in cui i nostri figli e nipoti vengono trattati da cavie per esperimenti ideologici nelle scuole.

Un’Europa in cui chi professa una verità scientifica, una fede religiosa, o semplicemente il buon senso… viene guardato come un pericoloso estremista.

Per un’Europa libera, vera, umana… agisci ora, firma adesso la petizione e alza con me la tua voce per dire NO a tutto questo!

Avanti tutta, per la libertà!

Antonio Brandi
Presidente Pro Vita & Famiglia

P.S. La Strategia LGBTIQ 2030 è in fase di approvazione… Ora cercano solo conferme. Facciamo sentire il nostro dissenso: firma ora e condividi la petizione con almeno 10 dei tuoi contatti Whatsapp.




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È un gesto semplice e gratuito: basta indicare nella dichiarazione dei redditi il Codice Fiscale: 94040860226Scopri di più qui.


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