Ci costano di più i dazi di Trump o riarmo e green deal della UE?

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Il problema sono le “briciole” chieste da Trump o i “super panettoni” pretesi dalla UE in armi e green?

di Matteo Castagna

Marc De Vos è il co-CEO dell’Istituto Itinera, con sede a Bruxelles e autore di “Superpower Europe: the European Union’s silent revolution”. Ha scritto un editoriale molto interessante sul prestigioso media economico britannico Financial Times, che merita un ulteriore approfondimento.

Scrive De Vos: “l’Europa è entrata nel pieno dell’estate con la prospettiva di un divorzio transatlantico, mentre il futuro dell’Ucraina, della Nato e del commercio rimane in sospeso.

Il presidente degli Stati Uniti, che ha definito la Nato obsoleta, aveva promesso – ricorda l’autore – di porre fine alla guerra in Ucraina entro 24 ore e aveva dichiarato la UE un nemico.

Si è, invece, schierato dalla loro parte, per ora. In cambio, l’Europa ha dovuto inchinarsi e pagare per ben tre motivazioni. In primo luogo, per la Nato, impegnando centinaia di miliardi in ulteriori spese per la difesa e la sicurezza. Poi per l’Ucraina, l’impegno di pagare gli Stati Uniti per le armi di cui l’Ucraina ha bisogno.

E, questa settimana, per il commercio, consentendo agli Stati Uniti di moltiplicare unilateralmente i dazi, anche se l’Europa ha promesso più di 1,3 trilioni di dollari in acquisti di energia, armi americane e investimenti sul loro suolo.

I negoziatori europei possono sottolineare che le tariffe statunitensi per molti altri paesi sono ancora più elevate, che gli standard europei di prodotto e di sicurezza rimangono in vigore, che l’energia statunitense è un’alternativa desiderabile all’energia russa, che gli acquisti di armi sono già prenotati nell’ambito dei piani della NATO, che gli investimenti europei nell’economia statunitense avvengono comunque e che le cifre principali degli acquisti dell’UE sono ambiziose.

L’Europa potrebbe pagare un prezzo accettabile per la stabilità commerciale, a condizione che Trump non cambi idea. Ma l’Europa non può nascondersi dal fatto che l’amministrazione Trump l’ha costretta alla sottomissione.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è persino ridotta a dipingere l’Europa come il cattivo, ripetendo a pappagallo la narrativa di Trump del commercio a somma zero. I paesi europei, insieme, non hanno la forza economica, la potenza militare e una visione del mondo condivisa per difendere collettivamente valori e interessi comuni.

L’Europa non può condurre una guerra commerciale con gli Stati Uniti, perché è divisa. Non può permetterselo perché è debole. Non può giocare l’arte dell’accordo commerciale di Trump, mescolando geopolitica, hard power ed ego, nel processo tecnocratico per il quale l’UE è stata progettata.

L’America lo sapeva. Il resto del mondo lo sa ora. Il sollievo dell’Europa nasce nell’impotenza e nell’umiliazione. Psicologicamente, questo appeasement forzato spingerà finalmente l’Europa a prendersi sul serio come potenza geopolitica, o invece rafforzerà la divisione e la dipendenza?I segnali non sono molto promettenti. I paesi europei si sono impegnati a spendere di più per la difesa e la sicurezza, ma incentivare gli appalti nazionali comuni è il massimo che si possa ottenere. Nel frattempo, a tre anni e mezzo dall’inizio della guerra con la Russia, l’Europa non è ancora in grado di produrre le armi determinanti per l’Ucraina.

L’approfondimento del mercato interno europeo come forza geopolitica gravitazionale nei settori dell’energia, della difesa, delle comunicazioni e della finanza è stato fortemente sostenuto in relazioni influenti, ma sta guadagnando poca trazione politica.

Affrontare il declino industriale sta riportando sempre più alla mente il sostegno statale nazionale del passato, bypassando l’integrazione del mercato europeo. Mobilitare più fondi comuni europei, forse il modo più semplice per procedere, è ancora un tabù, come hanno dimostrato ancora una volta le recenti discussioni sul prossimo bilancio della UE.Il più grande sviluppo europeo dell’anno è il riemergere della Germania come attore militare, con un piano quinquennale di spendere più di 600 miliardi di euro per la difesa e la sicurezza. Ma significativamente, il governo Merz abbraccia una filosofia “Made for Germany”, rinunciando all’opportunità di mettere una nuova Germania al centro di una coalizione che potrebbe costituire il fondamento di una futura unione europea almeno per la difesa.

Allo stesso modo, il recente accordo di Lancaster House, tra Regno Unito e Francia è una vecchia “entente industrielle” bilaterale, che consente a entrambi i paesi di occupare una posizione di forza nazionale in un’Europa di sicurezza e difesa, ma non un elemento costitutivo di un più ampio progetto proto-europeo.

Jean Monnet diceva che “l’Europa sarà forgiata nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per queste crisi”. Il suo collega, padre fondatore dell’UE, Paul-Henri Spaak ha osservato che “ci sono solo due tipi di Stati in Europa: piccoli Stati e piccoli Stati che non si sono ancora resi conto di essere piccoli”. Se l’umiliazione dell’Europa deve finire, le sue nazioni leader devono ricordare Spaak e imparare di nuovo Monnet” – conclude il Financial Times. Sostanzialmente, entrambi hanno espresso in maniera elegante l’impossibilità di un’Europa delle piccole patrie, perché questa UE non è stata concepita a tal fine.

Il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha rilasciato una recente intervista ai media italiani, in cui ha detto che i dazi americani influiranno solamente dello 0,5% sul Pil del 2026, con prospettive di graduale normalizzazione nel corso degli anni successivi. Pare, dunque che i desiderata di Trump non saranno così brutali, come qualcuno vorrebbe far credere.

Al contrario, la Ue della Signora Ursula, sostenuta dai progressisti e dai democristiani europei, impone il riarmo e il Green Deal, che costeranno trilioni di euro ai contribuenti dei 28 Paesi membri, nei prossimi dieci anni.

Se, molti osservatori hanno pesanti dubbi in merito alla necessità di accrescere le spese per la difesa, alla luce del fatto che, al momento, il Vecchio Continente non è minacciato da nessuno, nemmeno dalla Russia, che l’ha pure recentemente ribadito, altri, nel mondo politico conservatore, hanno posto la questione della sostenibilità ecologica come un’autentica “truffa” plurimiliardaria ai danni dei cittadini, costruita su ipotesi fantasiose ma ben lucrative per le casse UE.

Poi, qualcuno ha ricordato che chi, a maggio, sosteneva che avremmo avuto l’estate più torrida di sempre, a causa del riscaldamento globale, cui si sarebbe dovuto iniziare a porre rimedio, con l’acquisto di costosi macchinari eco-sostenibili, ha iniziato ad avere la tremarella per il frescolino del luglio più mite degli ultimi trent’anni…

La conclusione la trovi pure il lettore: il problema sono le “briciole” chieste da Trump o i “super panettoni” pretesi dalla UE in armi e green? I valori condivisi sono quelli woke delle finanziatissime lobby LGBTQI+ o quelli della secolarizzata tradizione classico-cristiana? E’ o non è possibile trovare intese per un’Europa politica, con un esercito comune, se non si sa neppure trovare la quadra in economia, identità e principi condivisi?

 

Fonte: https://www.affaritaliani.it/economia/ruzza-dagli-orologi-di-lusso-alle-case-36-milioni-di-ricavi-e-nuovo-business-nell-immobiliare-981293.html

Pillole di dottrina cattolica tra Cristianesimo e Giudaismo

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di Matteo Castagna

Qual è la dottrina cattolica di fronte al problema ebraico? Cos’è il Giudaismo? Gli ebrei sono deicidi? Il primato salvifico del popolo ebraico, dopo il rifiuto e la crocefissione di N. S. Gesù Cristo, diviene primato di condanna? La posizione di predilezione degli ebrei è uguale prima e dopo il Calvario?

Ci sono verità supreme su questo problema, sulle quali è assurdo sorvolare. E’ crudeltà nasconderle!
L’ insigne biblista Mons. Francesco Spadafora (1913-1997) affronta il tema nel libro “Cristianesimo e Giudaismo” (Ed. Amicizia Cristiana, Chieti, 2012, eu. 11,00)  senza complessi e timori di essere controcorrente, ma avendo come obiettivo la verità. Si tratta di un’opera di grande valore dottrinale e fondata su un’enorme documentazione, che affronta il cuore del problema.

Premetto che, per il cattolicesimo non esiste alcuna pregiudiziale etnica nell’opposizione al giudaismo, che rientra in ottiche antisemite condannate dalla Chiesa, come ogni forma di razzismo biologico.

Mons. Spadafora suddivide l’opera in due capitoli: l’esegesi dei testi, cristianesimo e giudaismo in San Paolo. L’incipit è il Vangelo di San Matteo 11,27: “Ogni cosa a me fu data dal Padre mio, e nessuno conosce il Figliuolo, se non il Padre; né alcuno conosce il Padre, se non il Figliuolo, e colui al quale il Figliuolo voglia rivelarlo”.

“Così l’eretico che nega il Figlio non ha alcuna comunione con il Padre, sebbene lo pretenda. Colui che possiede il Padre ed è in vera comunione con lui è unicamente il fedele che confessa il Figlio” – scrive Mons, Spadafora e continua: “Lo stesso afferma San Paolo dei Giudei persecutori dei cristiani, essi “non conoscono Iddio e non obbediscono all’Evangelo del Signore Nostro Gesù”. (2 Tess. 1,5-8)

Gesù nostro Signore realizza il piano divino di salvezza, preannunziato e preparato da tutto il Vecchio Testamento; compie l’alleanza di Dio con Israele, l’antica alleanza, inaugurando la nuova “nel suo sangue” (1 Cor. 11-25), secondo il vaticinio di Geremia (31,31-33): “Verranno giorni, nei quali stringerò con Israele e Giuda un’alleanza nuova – dice il Signore – . Non come il patto che ho stretto con i loro padri, quando li trassi dall’Egitto, patto da essi violato. Ma, nel nuovo, porrò la mia legge nei loro cuori e nelle loro menti…E tutti, piccoli e grandi mi riconosceranno. Perdonerò la loro niquizia ” (cf. Hebr. 8,6-13).

Ben sintetizza l’esegeta J. Behm: “Nei Sinottici la massima importanza spetta alle parole pronunciate da Gesù nell’ultima cena: Mc. 14,24; Mt. 26,28; che in Paolo (1 Cor. 11,25) suonano “questo calice è la nuova diatéche (alleanza) nel mio sangue” (da cui dipende, Lc. 22,20). (Cfr. Th.W. zNT, alla voce Diatéche, II col. 132s.; nella tras. it. vol. 2, fasc. 4, coll. 1080 ss.) Il sangue, cioè la morte di Gesù instaura la nuova diatéche. La vecchia alleanza è, pertanto, la legge mosaica che è abrogata in conseguenza della ineluttabilità delle sue disposizioni transitorie, sostituita e superata dalla nuova, alla quale è concessa una gloria sovreminente.

Le Sacre Scritture, quindi, ci parlano chiaramente di due “alleanze”: una nel Vecchio Testamento con popolo di Israele, una nel Nuovo, con tutti coloro che riconoscono Cristo come il Messia e rispettano i Suoi precetti, ebrei sinceramente convertiti inclusi. Uno dei più bei miracoli di conversione da parte di un israelita fu quella di Alphonse Marie Ratisbonne (1814-1884).

Il Giudaismo credeva che il libro di Daniele (cc. 2.7-9.12) confermasse il suo sogno di impero, assimilando in tutto il regno “dei santi” agli imperi che nella visione lo precedevano. Il Messia, quale nuovo Alessandro, avrebbe sconfitto, in una grande battaglia, i Romani e avrebbe dato l’impero ai Giudei. Il Messia venne considerato un re guerriero e conquistatore. Furono affatto ignorati il perdono dei peccati, la redenzione e negati in modo deciso i patimenti del Messia (cf. Giov. 6,15 – 18,34 ss.).

“L’interpretazione giudaica non poteva allontanarsi in maniera più stridente – prosegue Mons. Spadafora – dall’opera redentrice del Messia, venuto “non ad essere servito, ma per servire, e a dare la Sua vita in riscatto per tutti gli uomini” (Mt. 20,08). Era invalsa tra i giudei la persuasione che la loro comune credenza sulla venuta di un personaggio straordinario della loro stirpe, che sarebbe intervenuto per conquistare a Iahweh il mondo e reggerlo in Suo nome, derivasse fin dal tempo dei più antichi profeti.

“La rivelazione sul Messia e la sua opera era ricca di vari elementi, non facilmente armonizzabili, per una esegesi non illuminata dalla luce della realizzazione in Gesù Nostro Signore” – rileva p. M. J. Lagrange nella conclusione del suo prezioso volume, “Le Judaïsme ayant Jésus-Christ” (Paris 3, 1931), pp. 587-591. Lo stesso rilevò San Paolo, per esperienza personale (2 Cor. 3,6-18).
E il teologo Karl Prumm in “Diakonìa Pnéumatos”, II Teil (Roma, 1960)  aggiunse: “Ogni nostra capacità viene da Dio. E’ Lui che ci ha resi capaci di essere ministri del Nuovo Testamento (cainé diatéche – nuova alleanza, nuovo patto), non della lettera materiale, ma dello spirito; ché la lettera uccide, lo spirito invece dà vita”.

Eppure, l’opera sublime della Redenzione, il dramma attestato dall’Evangelo, era stato preannunciato dal più grande dei profeti nei suoi Carmi del “Servo di Iahweh”: Isaia 42,1-7; 49,1-8; 50,4-9; 52,16-53,12. Basta leggerli integralmente per dare ragione al grande esegeta M.J. Lagrange, op. cit. pp. 368-381: “E’ talmente impossibile contestare la rassomiglianza tra la profezia e la realizzazione in Gesù Cristo Nostro Signore, che per negare il carattere profetico dell’antico scritto, bisognerebbe poter trovare che la realtà è stata inventata secondo l’abbozzo antico!”

Questa bimillenaria teologia iniziò a cambiare tramite la S. Congregazione dei Riti, cui Roncalli/Giovanni XXIII fece mutare l’Orazione “per la conversione dei Giudei”. Infatti sino a Pio XII (1939-1958) l’Orazione del Venerdì Santo suonava così: “Preghiamo anche per i [perfidi / infedeli, increduli, tolto da Giovanni XXIII, ndr] Giudei, affinché il Signore tolga il velo dai loro cuori ed anch’essi riconoscano Gesù Cristo, Signore nostro. […]. Dio onnipotente, […] esaudisci le preghiere che Ti rivolgiamo per questo popolo accecato, affinché riconoscendo la luce della tua verità, che è Cristo, siano strappati alle loro tenebre. Per lo stesso nostro Signore Gesù Cristo”.

Quindi i Giudei che non hanno accolto e continuano e non accogliere Gesù come Messia e Redentore dell’uomo, per Roncalli, non sono “infedeli/increduli”, ossia non credenti nel vero Messia. Infatti “perfidi” viene dal latino “per / fidem”, che significa “fede falsa e deviata”. La decisione presa da Roncalli nel 1959, perciò, non solo ha cancellato una tradizione antichissima nella Chiesa, ma ha introdotto una novità che sembrerebbe contraria alla divina Rivelazione. Successivamente, ci fu la dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II.

Il Gran rabbino di Israele David Rosen, nel 1994, organizzò un incontro interreligioso a Gerusalemme. Per il Vaticano fu invitato l’allora card. Joseph Ratzinger, che tenne una conferenza dal titolo Israele, la Chiesa e il mondo. Il testo completo della conferenza si trova nel libro, scritto nel 1998 in tedesco e tradotto in italiano nel 2007, di Benedetto XVI, Molte religioni, un’unica alleanza, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2007.

Ratzinger svolse il suo tema a partire dal Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) del 1992, n. 121, che a sua volta riprendeva quanto detto il 17 novembre 1980 a Mainz da Wojtyla/Giovanni Paolo II: “L’Antica Alleanza non è stata mai revocata”.

Ratzinger asserisce che “non esiste colpa collettiva dei Giudei per la condanna a morte di Gesù”. Invece i Giudei (capi e popolo) gridarono unanimemente: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli” (Mt., XXVII, 25), ossia “la responsabilità della sua morte è tutta nostra e dei nostri figli” (Mons. F. Spadafora, Pilato, Rovigo, Istituto Padano di Arti Grafiche, 1973, pp. 129-130), formando essi un popolo che ha una religione, la quale dura ancor oggi e perdura nel rifiuto di Cristo, che “merita ancora la morte perché da uomo si è fatto Dio”.

Se si approfondisce questo tema ci si accorge che nel 1998 Ratzinger, nell’Introduzione al suo libro Molte religioni un’unica Alleanza. Il rapporto Ebrei Cristiani. Il dialogo delle religioni (Cinisello Balsamo, San Paolo, [1998] 2007, p. 5) scriveva: «L’altro grande tema che acquista sempre più rilievo in ambito teologico è la questione del rapporto tra Chiesa e Israele. La consapevolezza di una colpa, a lungo rimossa, che grava sulla coscienza cristiana dopo i terribili eventi dei dodici funesti anni dal 1933 al 1945, è senza dubbio una delle ragioni primarie dell’urgenza con cui tale questione è oggi sentita».

Ratzinger, invece, dopo aver citato il Vangelo secondo Giovanni (IV, 22) afferma: «Questa origine [“la salvezza viene dai Giudei”] mantiene vivo il suo valore nel presente» (ivi), anche se poi aggiunge, contraddicendosi com’è suo costume kantiano: «Non vi può essere nessun accesso a Gesù […], senza l’accettazione credente della Rivelazione di Dio […], che i Cristiani chiamano Antico Testamento» (ivi). La sua frase precedente, però, diceva che la salvezza viene ancora oggi dai Giudei, e non dall’Antico Testamento, il quale non è certamente il cuore dell’odierno Giudaismo post-biblico, poiché l’Antico Testamento è tutto relativo a Cristo e quindi al Nuovo Testamento, che i Giudei di oggi rifiutano ostinatamente come i loro antenati.

Purtroppo, tutto il pensiero di Ratzinger è una “coincidentia oppositorum”.
Nei primi mesi dell’anno 2019 è stato pubblicato il libro La Bibbia dell’Amicizia. Brani della Torah/Pentateuco commentati da Ebrei e Cristiani (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2019) con una “Prefazione” a cura di J.M. Bergoglio.

Verso la Pasqua del medesimo anno è uscito un secondo libro sullo stesso tema, titolato Ebrei e Cristiani, redatto dal “papa/emerito” Joseph Ratzinger (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2019) in collaborazione col rabbino-capo di Vienna Arie Folger.

TOH! ANCHE LA LEGA SI FA IL SUO DDL ZAN…

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 di Raffaele Amato

Dopo oltre un anno dal suo deposito, è stato incardinato in commissione Affari Costituzionali a Palazzo Madama il Ddl Antisemitismo della Lega. La base della proposta è la controversa definizione di antisemitismo, presa come oro colato, formulata dall’ Ihra, Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (qui), organizzazione intergovernativa di 35 paesi.

È un testo breve quanto inquietante e ne raccomandiamo un’attenta lettura. Abbiamo già scritto in queste pagine, quanto il termine “antisemitismo”, pur avendo precise radici storiche, sia fuorviante sia dal punto di vista antropologico che politico (qui).

Il Ddl della Lega consta di 3 articoli. Il primo riguarda la definizione di antisemitismo con rimando al testo Ihra, il secondo prospetta la creazione di banche dati sull’antisemitismo (in pratica una schedatura),  di “misure per contrastare la diffusione del linguaggio d’odio antisemita sulla rete internet…” (quindi altri generi di odio potranno tranquillamente continuare a manifestarsi sulla rete…), di linee guida destinate ai docenti (leggasi indottrinamento per le giovani generazioni), di linee guida per le forze dell’ordine, che dovranno imparare a comprendere quando l’obiettivo di un reato è un ebreo (evidentemente per attribuire maggiore gravità in caso di vittima ebrea.

Ma allora l’uguaglianza dei cittadini dove finisce?), la promozione di campagne mediatiche finalizzate alla conoscenza del fenomeno, anche nel corso delle manifestazioni sportive (quindi pure lo sport diventa occasione di propaganda scientificamente pervasiva). L’art.3 è la ciliegina sulla torta: potrà essere negata l’autorizzazione a manifestazioni in cui sussista “il grave rischio potenziale per l’utilizzo di simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita ai sensi della definizione operativa di antisemitismo adottata dalla presente legge”.

Romeo come Zan

Sanzionare comportamenti sulla base della definizione di antisemitismo dell’Ihra significa pregiudicare non solo il diritto di opinione e di espressione ma anche quello alla ricerca storica (punto 2) e al libero culto (punto 9). Questo sconcertante disegno di legge, con primo firmatario il senatore Massimiliano Romeo, è praticamente sovrapponibile ad un altro ddl, a cui, tra gli altri, proprio Romeo si era opposto con grande tenacia, il ddl Zan contro la cosiddetta omofobia.

Cambia la categoria da proteggere (che, anzi, con questi provvedimenti diventerebbe addirittura privilegiata!), ma lo spirito censorio e repressivo è il medesimo. Che ne è, quindi, della libertà di opinione invocata, giustamente, dai leghisti, che furono determinanti per fare naufragare la proposta Zan? Quella libertà di opinione che aveva spinto in tempi ormai lontani l’attuale Presidente della Camera, il leghista Lorenzo Fontana, a chiedere (ed era ora!) l’abrogazione della famigerata legge Mancino?

Curiose, poi, le coincidenze. Dopo circa un anno dal deposito del Ddl, Salvini riceve il premio Italia-Israele. Senza il minimo dubbio, un riconoscimento meritatissimo. Quindi, nell’imminenza dell’occupazione totale di Gaza da parte di Tel Aviv, il ddl passa in Commissione. Quasi un monito a chi vorrà esprimere il proprio sdegno per la mattanza in atto e la solidarietà ad un popolo martoriato e senza patria.

Vogliamo sperare che la proposta leghista subisca la fine che merita, bocciata al pari del ddl Zan. Ma un merito dobbiamo riconoscerglielo: aver contribuito a confermare che, per un vero patriota, non solo sia legittimo collocarsi altrove rispetto a questo centrodestra. Per un vero patriota è doveroso schierarsi contro.

 

 

Fonte: https://www.2dipicche.news/toh-anche-la-lega-si-fa-il-suo-ddl-zan/

LA CHIESA E LA QUESTIONE EBRAICA: VADEMECUM MAGISTERIALE PER I NUOVI ERETICI: I “CRISTIANI GIUDAIZZANTI”

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di Matteo Castagna

Herman de Vries de Heekelingen (1880-1942) era uno studioso e autore olandese che visse la seconda metà della sua vita in Svizzera. Fu professore di paleografia all’Università cattolica di Nijmegen e ne diresse la biblioteca dal 1923 al 1927.

Antonio Gramsci scrisse che egli “ha collaborato alla «Critica fascista». (Sull’organizzazione di questo Centro cfr le notizie pubblicate nella «Nuova Antologia» del 16 gennaio 1928). Il Centro fa un servizio di informazione per chiunque su ogni argomento che possa avere rapporto col fascismo”. (Quaderni dal Carcere, n. 3 (XX) § (106).

Fu autore cattolico prolifico. Tra le sue fatiche letterarie troviamo “Juifs et catholiques”, Parigi, 1939, e da qui pubblichiamo alcuni degli stralci più attuali e, per alcuni, probabilmente inediti.

“Questo, come altri scritti dello stesso genere, che anche nella terminologia risentono del clima politico di quegli anni, vale unicamente come documento storico”.

Nonostante il fatto che in Italia, la finestra di Overton costruita dai comunisti e dai loro figliocci politici, impedisca la trattazione di questi argomenti con la serietà e la serenità date dal racconto dei fatti, al netto di ideologie o interessi partigiani, ci sono attenti studiosi, che raccolgono documenti e testimonianze, cui la finestra chiude anche le imposte, ma che contengono contenuti chiari e ben difficili da smentire.

Nondimeno, illustrando obiettivamente l’atteggiamento della Chiesa tradizionale nei confronti della questione ebraica, queste pagine di Vries De Heekelingen conservano un interesse ancora maggiore, soprattutto in tempi come i nostri, caratterizzati da deferenza, se non addirittura da servilismo, verso i “fratelli maggiori”.

Ma se un “dialogo” ha da essere, che sia almeno un dialogo fra pari.

Scrive Vries De Heekelingen: “avversari e difensori degli ebrei invocano spesso l’autorità della Chiesa. Fra gli atti dei concili o delle bolle papali ognuno cerca ciò che più gli conviene. Perdendo di vista i princìpi generali, non ci si rende conto che questi atti, ancorché dissimili, non sono affatto contraddittori” (…)

“Così si esagera, nell’uno e nell’altro senso. Si scade nel tifo e si abbandona il rigore per la verità”.

“I giudeofili, ad esempio, in questi ultimi tempi, sono riusciti ad accreditare l’idea che una difesa abbastanza vigorosa contro l’influenza ebraica sarebbe contraria allo spirito della Chiesa (…)

Certo, la Chiesa ha sempre condannato le vessazioni e le persecuzioni. Essa non si è mai sognata di proibire il culto ebraico, ma ha costantemente rammentato ai Capi di Stato che bisognava tenere lontani gli ebrei dalle funzioni pubbliche”.

“La storia, a partire dalla Rivoluzione Francese, ha dimostrato quanto questo atteggiamento avesse fondamento. Cacciando Dio dal governo e aprendo la porta agli ebrei, si è consegnato loro il mondo” – scrive il Prof. Herman de Vries de Heekelingen.

Nella legislazione medievale l’opposizione al giudaismo religioso era accompagnata da una tolleranza basata su una un’altrettanta precisa convinzione religiosa. “Successivamente questa tolleranza per convinzione religiosa si è trasformata in una tolleranza per indifferenza, e si è finito per non distinguere più ciò che bisognava tollerare da ciò che bisognava proibire”.

Balbettando la parola “tolleranza” si pensava di aver fatto il proprio dovere. “Ma la vera tolleranza di fatto esige l’intolleranza di principio, mentre ora si è tolleranti di principio e spesso intolleranti di fatto”. Possiamo riferirci a molti, cosiddetti “Pro-Pal” dei centri sociali o dei circoli anarchici attuali, che hanno fatto della parola “tolleranza” il loro grido di battaglia, ma sono grottescamente smentiti dai loro violenti comportamenti di piazza e dalle loro brutali invettive social.

Essendo ormai scomparso l’antigiudaismo teologico, equilibrato e motivato, governato dalle leggi della Chiesa e degli Stati, ha finito per affermarsi l’antisemitismo razziale (…).

“Taluni, poco al corrente delle dottrine della Chiesa, fanno una distinzione fra i Papi filosemiti e i Papi antisemiti. Questo è un errore. Dalle origini ai giorni nostri la dottrina della Chiesa sul problema ebraico non è mai cambiata – scrive correttamente il docente olandese. Con la dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II (1962-1965) si è trasformata in senso ecumenista, arrivando perfino a sdoganare posizioni condannate dai primi Concili della Chiesa proposte dai cosiddetti “giudeo-cristiani”.

Sia chiaro che “la Chiesa condanna l’odio, le persecuzioni e l’omicidio. La Chiesa condanna le accuse non fondate ed ogni atto contrario alla giustizia e alla carità, si tratti degli ebrei o di altri popoli. Ma la Chiesa ordina di difendere la verità, l’onestà negli affari, i buoni costumi e l’ordine costituito”.

La Chiesa ci obbliga alla difesa dei valori cristiani – incalza il Prof. de Vries de Heekelingen.

“Su tutti questi punti i Papi non hanno mai cambiato, ma si sono sforzati di trovare una soluzione all’eterna questione ebraica. Le loro misure furono adattate all’epoca in cui sono state prese.

“Se un Papa ha usato la dolcezza per giungere ad una soluzione e se il suo successore, constatando il risultato disastroso di certe misure, le ha abrogate e sostituite con altre più severe, non è esatto definire il primo Papa un giudeofilo e il secondo un antisemita”, come la società delle etichette è abituata a fare con tutti.

“Ma per quale ragione i Papi sono costretti a utilizzare metodi differenti?

Essi si sono visti obbligati a proteggere gli ebrei, perché i popoli cercavano di liberarsi dall’oppressione giudaica con la violenza e l’omicidio.

E perché i popoli erano ricorsi a questi mezzi estremi?

Perché essi non avevano seguito le prescrizioni della Chiesa di tenere gli ebrei lontani dal potere e di avere a che fare il meno possibile con loro.

La Chiesa non è mai cambiata nel suo insegnamento. La politica dei Papi verso gli ebrei, malgrado le divergenze apparenti, è di una notevole uniformità.

La Chiesa ha sempre rispettato gli ebrei in quanto individui, ha autorizzato il loro culto, ma li ha tenuti lontani dal potere per impedire che nuocessero ai cristiani e al cristianesimo; ha semplicemente ordinato misure di difesa”. Mons. Delassus riassume in modo felicissimo la regola che ispira la legislazione della Chiesa verso gli ebrei: «Bisogna lasciarli vivere in sicurezza, ma bisogna impedire che i cristiani cadano in loro potere»[1]. L’ab. Joseph Lémann definisce così l’atteggiamento della Chiesa:

«Piena di rispetto, compassione e misericordia, ma anche circospetta e prudente» [2] (…)

In un discorso al Gran Sanhedrin, riunito da Napoleone, Isaac Avidgor ricordava che i Papi hanno sempre protetto gli ebrei contro le persecuzioni e che spesso hanno accordato loro asilo ad Avignone e a Roma. Ricordava Gregorio Magno, che li protesse nel VI secolo[3], Alessandro II, che fece lo stesso nel X secolo, Innocenzo II, Alessandro III, Gregorio IX, che facilitarono agli ebrei i mezzi d’istruzione, Clemente VI, che accordò loro asilo ad Avignone[4].

Si potrebbero aggiungere a questo elenco Onorio III e Urbano V, che proibirono il battesimo coatto degli ebrei, Sisto V, che accordò loro alcuni privilegi, ed altri Papi ancora. Alessandro II e Gregorio IX protessero gli ebrei contro gli eccessi sanguinosi dei Crociati, Clemente VI li protesse contro i Pastorelli, altri Papi li difesero dall’accusa di avvelenare le fonti.

Un’altra prova della loro mansuetudine verso gli ebrei ci è fornita dallo storico protestante Basnage, il quale scrive all’inizio del XVIII secolo:

«Abbiamo voluto conoscere in modo più esatto il numero e l’attuale situazione delle loro sinagoghe nello Stato Pontificio. Se ne contano nove a Roma e diciannove nella campagna, trentasei nelle Marche di Ancona, dodici nel patrimonio di S. Pietro, undici a Bologna e tredici nella Romagna … Questo censimento fa vedere che c’è ancora un numero considerevole di sinagoghe nella parte del mondo in cui la Chiesa romana regna con maggiore autorità» [5].

«Gli ebrei – scrive il p. Weiss – furono trattati con la più grande mitezza fino a quando, per colpa loro, non persero la protezione di cui erano oggetto, per via della loro innata abilità a tagliare le cinghie sulla pelle dei cristiani, protezione di cui godettero nel medioevo troppo spesso a spese e con grande malcontento dei popoli cristiani» [6].

«A Roma più che altrove gli ebrei, quando si sforzavano di essere meno usurai e meno fanatici, furono difesi e protetti» [7], ma ogni volta il loro comportamento obbligò i Papi a ritornare sulle misure prese a loro favore.

Se il loro pontificato era di durata abbastanza lunga, l’atteggiamento degli ebrei li obbligò a fare marcia indietro, a revocare le misure prese nei confronti degli ebrei e a rimanere rigorosamente entro i limiti della giustizia. Se il loro pontificato era breve, furono i loro successori a revocare le misure generosamente emanate dai loro predecessori.

Dopo la liberalità di Martino V, i comportamenti degli ebrei costrinsero Eugenio IV a prendere misure estremamente severe contro di essi. Quando Nicola V e Callisto III si mostrarono tolleranti nella speranza di convertirli, gli ebrei divennero così invadenti che un secolo dopo Paolo IV fu costretto a relegarli nel loro quartiere e ad isolarli dalle loro vittime.

Pio IV fu tollerante e fece loro delle concessioni. Il suo successore, San Pio V, fu costretto a ristabilire i canoni in tutto il loro rigore. Sisto V non fu più fortunato; pochi anni dopo il suo pontificato, Clemente VIII dovette convenire che «tutti soffrono delle loro usure, dei loro monopoli, delle loro frodi; hanno ridotto sul lastrico una moltitudine di infelici: principalmente i contadini, il popolino e i poveri» [8].

Siffatti comportamenti determinarono altresì l’istituzione della “rouelle”, un segno distintivo, generalmente di color giallo, che gli ebrei erano costretti a portare in bella mostra sui loro vestiti.

Nel 1215 il Concilio del Laterano generalizzò questa usanza, già osservata in molte regioni.

La Chiesa non aveva affatto l’idea di imporre agli ebrei un segno infamante, ma voleva semplicemente distinguerli dai cristiani con un qualche tratto particolare del loro abbigliamento. Si voleva avvertire la gente del popolo che aveva a che fare con un ebreo e dunque doveva essere prudente.

San Tommaso d’Aquino spiegava alla duchessa di Brabante, la quale gli aveva chiesto dei consigli, che in ogni regno cristiano e in qualsiasi momento bisognava che gli ebrei di entrambi i sessi fossero distinti dai cittadini con un segno esteriore.

Una misura del genere apparirebbe del tutto singolare in un’epoca come la nostra, dove quasi tutti si vestono allo stesso modo, ma nel medioevo, quando ogni classe vestiva in modo diverso, non c’era nulla di strano in tutto questo.

Le esternazioni di Graetz e Dubnow, che parlano di un trattamento barbaro, di una stigmate di Caino, di un segno d’infamia, sono quanto meno esagerate [9].

Questo segno distintivo dell’ebreo era, peraltro, lungi dall’essere peculiare al diritto cristiano. Già Tolomeo Filopatre ne aveva fatto uso [10].

Nell’VIII secolo, Almanzor obbligò gli ebrei a vestirsi in modo particolare [11].

In Persia gli ebrei furono obbligati a portare un segno distintivo sino alla fine del XIX secolo, quando fu sostituito da un altro, che raffigurava il libro della Legge e due mani intrecciate [12].

Le ragioni che spinsero a queste misure dovevano essere molto serie, se è vero che, in epoche così lontane tra di loro, si sentì la necessità di distinguere gli ebrei.

D’altro canto vediamo che i Papi vi attribuirono una grande importanza, poiché a più riprese richiamarono all’osservanza delle loro ordinanze in materia. Clemente VIII aggiunse ad esse anche quella di portare, nel Contado Venassino, il cappello giallo, misura di cui ancora nel 1704 si esigeva una scrupolosa osservanza. Un editto del 1751 proibiva a chiunque, perfino al vescovo maggiordomo e al cardinale legato, di accordare deroghe a questa norma pena la destituzione e la perdita della propria carica.

Ad ogni modo, è ormai assodato che per lunghi secoli i Papi hanno avvertito la necessità imperativa di distinguere gli ebrei dal loro entourage.

Al tempo stesso la Chiesa si è sforzata di aprire gli occhi degli ebrei di fronte alla verità. Essa non si è limitata a pregare pubblicamente, il Venerdì Santo, perché gli ebrei ritrovino la verità: Oremus et pro perfidis judaeis, “preghiamo anche per gli infedeli giudei, affinché il Signore nostro Dio tolga il velo che copre il loro cuore”.

Pur condannando le persecuzioni, la Chiesa si adoperò attivamente a preservare i cristiani contro l’influenza sia spirituale che materiale degli ebrei. Ricorderemo alcuni esempi attraverso i secoli.

Il primo concilio che si occupò degli ebrei è quello di Elvira, che proibì i matrimoni misti. Altri concili, nei secoli V e VI, ribadirono questo divieto e vi aggiunsero quelli di mangiare con gli ebrei o di assistere alle loro feste. Il concilio di Orléans (538) prese diverse misure per proteggere gli schiavi degli ebrei; un ebreo che traviava uno schiavo era punito con la perdita di tutti i suoi schiavi.

Il concilio di Mâcon (581) vietò agli ebrei tutte quelle funzioni che permettevano loro di comminare pene contro i cristiani. Era il primo divieto di entrare nella magistratura di cui siamo a conoscenza. Lo stesso concilio proibì agli ebrei di possedere schiavi cristiani. Il concilio di Toledo (633) prescrisse che tutti gli schiavi di un ebreo ottenessero la libertà se fra di loro si trovava un cristiano.

Diversi concili vietarono di affidare agli ebrei una carica pubblica, civile o militare; tale divieto fu esteso anche ai figli di ebrei convertiti.

Nel IX secolo Papa Stefano VI richiamava l’attenzione di Carlo il Semplice sulla povertà del clero e sull’opulenza degli ebrei. Un secolo dopo Gregorio VII rammenta ad Alfonso III, re di Castiglia, che è vietato sottomettere i cristiani all’autorità e al potere degli ebrei. «Questo significa svilire la Chiesa di Dio ed innalzare la sinagoga di Satana». Il concilio di Roma rimproverò parimenti al re di aver concesso agli ebrei la parità dei diritti coi cristiani.

Nel XII secolo è vietato abitare con gli ebrei. Alessandro III lamenta che Luigi VII accordi loro troppa libertà.

All’inizio del XIII secolo Innocenzo III segnala al giovane Filippo Augusto i pericoli determinati dalla debolezza di suo padre verso gli ebrei. In una lettera del gennaio 1204 il Papa ricorda al re tutto ciò che gli ebrei si permettono in Francia: bestemmie e attacchi contro la religione, violazione dei canoni dei concili lateranensi, usure e rapine intollerabili. Arrivano, dice, perfino all’omicidio commesso segretamente.

Il Papa lamenta che tutti questi atti restino impuniti e dice che è impossibile per i cristiani farsi giustizia, perché la loro testimonianza non è ammessa, mentre è ammessa quella degli ebrei, in quanto i funzionari reali si fanno corrompere dagli ebrei [15].

Quando, in seguito a queste rimostranze, il re espulse gli ebrei, il Papa non protestò. «Dunque, non trovò eccessiva questa misura» [16]. Lo stesso Papa si lamenta presso Sancho III, re di Castiglia, dei privilegi accordati agli ebrei.

Il quarto concilio lateranense ribadisce diversi divieti, soprattutto quelli relativi all’ammissione degli ebrei alle cariche pubbliche. Peraltro, già nel 1209, in occasione della sottomissione del conte di Tolosa, capo degli Albigesi, Innocenzo III aveva preteso da lui l’allontanamento degli ebrei da tutte le cariche pubbliche.

Il concilio di Vienna, in Austria, presieduto nel 1267 da un legato del Papa, fra le altre prese una decisione che ricorda singolarmente certe misure dei giorni nostri: se un ebreo copula con una donna cristiana sarà punito con la prigione e con un’ammenda di almeno dieci marchi, mentre la donna sarà frustata e cacciata dalla città [17].

Una bolla di Onorio III vieta parimenti agli ebrei di occupare cariche pubbliche. Gregorio IX proibisce loro di impiegare domestici cristiani. Innocenzo IV ribadisce il divieto per i cristiani di impiegare balie ebree. Lo stesso Papa autorizzò San Luigi ad espellere gli ebrei. Fra i numerosi concili del XIV secolo citiamo ancora quello di Avignone del 1337, che dopo una serie di divieti così conclude: «Ogni cristiano deve respingere e disprezzare i fetidi servigi degli ebrei. Costoro, da parte loro, si stanno innalzando troppo al di sopra della condizione servile che è loro propria» [18].

Ricordiamo che questo concilio si tenne negli Stati del Papa, dove gli ebrei, secondo quanto essi stessi ammettono, furono sempre trattati con umanità, cosa che tuttavia non impediva alla Chiesa di metterli al posto loro se era necessario.

Passiamo al XV secolo. Benedetto XIII vieta agli ebrei di Avignone le professioni di medico, chirurgo, sensale e speziale. Eugenio IV vieta agli ebrei di vivere in comune coi cristiani e di esercitare funzioni pubbliche. Callisto III conferma queste misure. Nel secolo XVI le ribadisce anche Paolo IV, il quale vi aggiunge il divieto di esercitare ogni genere di industria, di possedere beni immobili, di lavorare la domenica, di avere domestici cristiani, di farsi chiamare signore dai cristiani poveri, di servirsi nei loro libri contabili di caratteri che non siano quelli latini, di vendere pegni prima di diciotto mesi da quando li hanno ricevuti etc.

Successivamente questo Papa fa alcune concessioni agli ebrei e fra l’altro permette loro di acquistare beni immobili. Ma il comportamento degli ebrei obbligò Pio V a ritornare su queste decisioni ispirate alla moderazione e a ristabilire in tutto il loro rigore le ordinanze di Paolo IV. Infine, nel 1569, li espulse dagli Stati della Chiesa, ad eccezione di Roma ed Ancona.

Gregorio XIII vieta ai cristiani malati di farsi curare da ebrei. Clemente VIII vieta agli ebrei di Avignone di vendere oggetti nuovi. Egli inoltre conferma la bolla di Paolo IV ed osserva che gli ebrei non hanno risposto alla mitezza dei suoi predecessori.

Si dirà che tutto ciò è lontano da noi.

Passiamo allora al XVIII secolo. Benedetto XIII vieta ai cristiani di mangiare con gli ebrei, di giocare o ballare con loro. Proibisce agli ebrei di fabbricare tessuti e di vendere oggetti nuovi. Benedetto XIV ribadisce diversi divieti e riconosce l’omicidio rituale di Andrea da Rinn.

«La Chiesa – scrive l’ab. Joseph Lémann – tanto nel X quanto nel XVIII secolo non ammette che un ebreo possa entrare in possesso o in compartecipazione di ciò che è una funzione essenziale nella società cristiana; che, ad esempio, un ebreo possa insegnare a dei cristiani, sedere su uno scranno di magistrato sotto un crocifisso, contribuire alla formazione delle leggi di uno Stato cristiano. La sua linea di condotta è sempre la stessa: tollerarli, trattarli bene, avere compassione di loro, ma a condizione che vivano fra di loro, a casa loro, e non siano introdotti in seno alla società cristiana, perché una volta entrati nel suo seno arriverebbero subito al cuore della società oppure ostacolerebbero le sue normali funzioni. Per questo il suo “Non possumus” è sempre così energico» [19].

Molte delle decisioni citate sono state inserite nel Corpus juris canonici. Un vescovo austriaco, mons. Kohn, nipote di ebrei battezzati, ex docente di diritto canonico, afferma che tali decisioni non sono state mai abrogate.

Secondo il Corpus juris canonici è vietato abitare con ebrei, partecipare ai loro banchetti, fare il bagno assieme a loro, impiegarli come medici, allattare i loro figli o semplicemente essere al loro servizio come domestici. Si deve vegliare a che gli ebrei non ricoprano alcuna carica pubblica [20].

In un foglio devoto alla causa ebraica si afferma, felicitandosene, che tutto ciò non è più valido: «Se vedere gli ebrei frammischiati a cristiani nelle città e negli edifici pubblici, abitare nella stessa casa, o ebrei che hanno come domestici cristiani di ambo i sessi, ebrei che si dedicano soprattutto al commercio e diventano ricchi poteva essere oggetto di scandalo nel XVIII secolo, non lo è più nel XX secolo» [21]. Senza volerlo, l’autore giudeo-cristiano indica la piaga di cui soffriamo, ci mostra fin dove siamo caduti. Ciò che stupiva nel XVIII secolo, non stupisce più ai giorni nostri (…)

«Queste norme canoniche – scrive mons. Delassus – hanno ispirato un gran numero di ordinanze reali, grazie alle quali, per tanti secoli, la Francia è stata preservata dall’invasione semitica così minacciosa ai giorni nostri» [22] (…)

L’ab. Joseph Lémann osserva parimenti che le ordinanze contro gli ebrei erano emanate per limitare e fermare la loro libertà di conquista.

«Gli accessi che portano al cuore della società cristiana sono chiusi loro accuratamente. La grande regola di prudenza adottata nei loro confronti è la seguente: nessuna carica strettamente connessa con la struttura stessa della società cristiana può essere affidata loro» [23] (…)

 

Fonte: https://www.2dipicche.news/la-chiesa-e-la-questione-ebraica-vademecum-magisteriale-per-i-nuovi-eretici-i-cristiani-giudaizzanti/

 

 

NOTE BIBLIOGRAFICHE:

[1] Mgr. Henry Delassus, La conjuration antichrétienne, Lille, 1910, t. III, p. 1119.

[2] Ab. J. Lémann, L’entrée des Israélites dans la société française, 1886, p. 251.

[3] È curioso osservare che gli ebrei ricordano volentieri che questo Papa biasimò il vescovo di Terracina per aver tolto una sinagoga agli ebrei, ma dimenticano di accennare al fatto che questo stesso Papa si era rifiutato di dare al vescovo di Palermo e a quello di Cagliari il permesso di costruire sinagoghe. Era concesso loro di conservare le sinagoghe già esistenti, ma era proibito costruirne di nuove [Altrove però l’autore sottolinea che le parole di Avidgor non erano sincere, perché dettate al solo fine di accattivarsi la simpatia di Napoleone e dei cristiani di Francia].

[4] J. Crétineau-Joly, L’Église romaine en face de la révolution, 1860 [recte: 1859], t. I, pp. 399-402.

[5] J. Basnage, Histoire des Juifs, 1707, cit. Dall’ab. J. Lémann, op. cit., p. 164.

[6] A.M. Weiss, Apologie du christianisme, Paris, 1894, t. VI, p. 33.

[7] Dominique Roland-Gosselin, in «Roma», 8 luglio 1937, p. 293.

[8] Mons. Delassus, op. cit., t. III, p. 1160.

[9] H. Graetz, Volkstümliche Geschichte der Juden, Wien-Berlin, t. II, pp. 453-454; S. Dubnow, Weltgeschichte des jüdischen Volkes, Berlin 1925-1930, t. V, pp. 12, 22.

[10] Il p. Constant, Les juifs devant l’Église et l’histoire, Paris, 1897, p. 131.

[11] H. Graetz, op. cit., t. II, pp. 453-454.

[12] I due segni distintivi sono stati riprodotti in «Témoignage de notre Temps», settembre 1933, p. 25.

[15] Ch. Auzias-Turenne, La question juive et le droit ecclésiastique, «Revue catholique des institutions et du droit». Octobre 1893, p. 296 [Trad. it.: La questione ebraica e il diritto ecclesiastico, in «La Questione Ebraica», I , Agosto 1998, pp. 89- 104].

[16] Il p. Constant, op. cit., p. 56.

[17] Ch. Auzias-Turenne, op. cit., p. 296.

[18] Ivi, p. 297.

[19] Ab. J. Lémann, op. cit., p. 286.

[20] Ch. Auzias-Turenne, op. cit., p. 198.

[21] Oskar de Férenzy, in «La Juste Parole», 5 gennaio 1938, p. 5.

[22] Op. cit., t. III, p. 1162.

[23] Op. cit., p. 202.

La lezione da apprendere dallo scontro Israelo Palestinese

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di Claudio Verzola

Il 7 ottobre 2023 ha segnato una delle giornate più drammatiche della storia recente di Israele. L’attacco lanciato da Hamas dal cuore della Striscia di Gaza ha colpito in profondità non solo obiettivi militari, ma anche civili, generando un trauma collettivo e costringendo il governo israeliano a una risposta immediata.Da quel momento, la narrativa ufficiale di Tel Aviv si è concentrata su un obiettivo prioritario: smantellare completamente l’organizzazione islamista. La liberazione degli ostaggi – sebbene centrale sul piano umanitario e politico – è apparsa sin dall’inizio come un obiettivo subordinato, sacrificabile rispetto alla distruzione delle capacità militari e amministrative di Hamas. Una scelta discutibile, che ha innescato non poche polemiche all’interno sia della comunità internazionale che della società civile Israeliana: quale scopo si è perseguito con l’azione militare? Annullare la forza militare di Hamas o assecondare l’estrema destra di governo nelle proprie mire espansionistiche territoriali?

Colpevole o negligente che sia stato il governo israeliano nel non prevenire quell’attacco, come è stato riportato dal documento pubblicato dal New York Times 40 pagine arrivate sul tavolo dell’intelligence Israeliana ben un anno prima dell’evento e che le autorità israeliane chiamarono in codice “Muro di Gerico”, documento che descriveva, punto per punto, esattamente il tipo di devastante invasione che ha portato alla morte di circa 1.200 persone. Come se non bastasse tre mesi prima degli attacchi, un analista veterano dell’Unità 8200, l’agenzia israeliana di intelligence, avvertì che Hamas aveva condotto un’intensa esercitazione di addestramento di un giorno che sembrava simile a quanto delineato nel piano.

Ma un colonnello della divisione di Gaza respinse le sue preoccupazioni, secondo le e-mail crittografate visualizzate dal Nyt. “Nego assolutamente che lo scenario sia immaginario”, replicò l’analista negli scambi di posta elettronica. L’esercizio di addestramento di Hamas, osservò, corrispondeva pienamente “al contenuto del piano Muro di Gerico”. “È un piano progettato per iniziare una guerra, non è solo un’incursione in un villaggio”, fù l’ammonimento dell’analista. Ma gli indizi che portano a pensare che qualcuno possa aver atteso un casus belli eclatante che potesse consentire di raggiungere gli obiettivi territoriali previsti nei programmi dei partiti estremisti attualmente al governo, non si fermano qui Shalom Sheetrit, combattente della Brigata Golani in un intervista rilasciata all’emittente nazionalista di destra Israel National News – Channel 7, ha raccontato di uno “strano ordine” trasmessogli dal suo comandante, che a sua volta dichiara di averlo ricevuto dai suoi superiori, in cui si imponeva di fermare le pattuglie nella zona della recinzione di confine con la Striscia di Gaza dalle 5:20 alle 9 del 7 ottobre 2023.

Quello che accadde il 7 ottobre è tristemente noto, la ferocia di Hamas dilagò senza alcuna pietà, uccidendo a sangue freddo innocenti, catturando ostaggi e segnando di fatto un cambio radicale nella politica Israeliana. Gli interrogativi e le zone grigie di questa vicenda appaiono ancor più paradossali se confrontate con le attività poste in essere da parte di Israele nei confronti dell’Iran, successivamente coinvolto nel conflitto, in questo caso l’intelligence Israeliana è apparsa efficiente e all’altezza della propria proverbiale fama, riuscendo a colpire con chirurgica precisione obiettivi mirati. Ma nella vicenda del 7 ottobre nulla sembrerebbe aver funzionato, calcolo machiavellico? Sottovalutazione? Quanto successo il 7 ottobre con tutte le sue ombre ha cambiato i connotati di una regione che sembrava destinata, dopo gli accordi di Abramo a diverso epilogo.Offrendo al Governo Netanyahu in piena difficoltà dopo le proteste dei riservisti e quelle della società civile per le contestate riforme della giustizia un’occasione perfetta per giustificare una strategia militare che, secondo molti analisti, era già in cantiere, e che di sicuro era presente nei programmi elettorali di quelle frange estremiste che in quei mesi tenevano in ostaggio il governo Netanyahu.

Ad oggi, 148 ostaggi sono stati liberati vivi (105 durante la tregua 2023, 5 rilasciati unilateralmente, 8 con operazioni israeliane e 30 nella tregua 2025). 75 sono stati confermati morti o dati per deceduti. Restano 50 in cattività, di cui 27 si ritiene già deceduti.

L’argomento militare per l’occupazione

Sul piano strettamente operativo, l’idea di un’occupazione totale di Gaza e della Cisgiordania trova una sua logica interna direttamente correlata alle politiche portate avanti fino dagli anni 70/80 da Israele che avevano come obiettivo quello di delegittimare ed indebolire le fazioni laiche come l’OLP, furono infatti numerose le iniziative volte a sostenere sia dal punto di vista organizzativo che finanziario gruppi Islamici come Mujama al-Islamiya, precursore di Hamas, che successivamente ha contribuito ad isolare operativamente e politicamente l’autorità nazionale Palestinese delegittimandola agli occhi del proprio popolo. Hamas non è soltanto un gruppo armato: è un sistema radicato nel tessuto urbano e sociale, con un’infrastruttura, e una logistica, che comprende una vasta rete di tunnel, depositi di armi, officine per la produzione di razzi, centri di comando e un apparato amministrativo che fornisce servizi di base alla popolazione. Una popolazione stremata come raccontano le cronache, ridotta alla fame, segnata da lutti e privazioni, che certamente avrebbe difficoltà a riconoscere come amica la divisa israeliana, qualora le intenzioni del Governo Israeliano fossero unicamente quelle della neutralizzazione di Hamas.

Questi terribili mesi hanno fatto emergere un Israele poco conosciuta in occidente, lasciando spazio ad un Israele che sta progressivamente allontanandosi da molti tratti fondamentali di una democrazia liberale “occidentale” di matrice illuminista (separazione delle poteri, primato del diritto, tutela eguale dei diritti individuali e delle minoranze), soprattutto per effetto di politiche di nazionalizzazione etnica, spinte di forze politiche religiose-nazionaliste e dell’espansione dei coloni. Tuttavia non è (ancora) un regime teocratico pienamente consolidato: mantiene elezioni competitive, una società civile vivace e istituzioni che resistono.

Questa valutazione è frutto di una semplice analisi.

Cosa intendiamo per “democrazia illuminista”?

Per farlo ci basta usare alcuni criteri classici:

  • Stato di diritto e indipendenza giudiziaria;
  • Tutela universale dei diritti civili e delle minoranze;
  • Separazione dei poteri e controlli istituzionali;
  • Neutralità laica dello Stato rispetto alle leggi religiose;
  • Pluralismo politico e libertà di associazione/manifestazione.

Le evidenze che mostrano un’erosione di questi criteri, sono molteplici

Partendo dagli attacchi ai controlli e all’indipendenza giudiziaria. Negli ultimi anni ci sono state proposte e tentativi di riforma giudiziaria che mirano a ridurre il ruolo del sistema giudiziario come controllo sul potere esecutivo (limitando la valutazione di “ragionevolezza”, cambiando la composizione delle nomine): osservatori e studi accademici hanno definito queste mosse potenzialmente destabilizzanti per i contrappesi democratici.

Norme di nazionalizzazione e discriminazione istituzionale. La Legge fondamentale sullo «stato-nazione del popolo ebraico» (2018) e altre politiche sono state criticate perché formalizzano la priorità nazionale e mettono in secondo piano l’eguaglianza civile delle minoranze, cambiando il rapporto Stato-cittadino verso una base etno-nazionalista.

Espansione delle colonie e approvazioni governative recenti. Il governo ha continuato ad approvare nuovi insediamenti e legalizzare avamposti in Cisgiordania nonostante le condanne internazionali; decisioni recenti (es. autorizzazioni del 2025) indicano una politica attiva di ingrandimento del controllo territoriale. Questo alimenta un sistema in cui diritti politici e civili dei Palestinesi rimangono subordinati e ineguali.

Crescita della violenza dei coloni e impunità percepita. Organizzazioni internazionali e think-tank hanno documentato un’impennata di violenza dei coloni contro i palestinesi e una percezione diffusa di scarsa responsabilizzazione statale, trasformando gruppi di coloni in attori non statali violenti che operano con tolleranza o sostegno implicito.

Abusi e limiti ai diritti umani in contesti di sicurezza. Rapporti internazionali documentano detenzioni amministrative, condizioni carcerarie e restrizioni che colpiscono gravemente i diritti dei Palestinesi; in tempo di guerra emergono politiche che erodono ulteriormente garanzie fondamentali.

Queste tendenze insieme mostrano che, sul piano pratico, lo Stato esercita con sempre maggiore forza prerogative che privilegiano un’identità nazionale e una maggioranza etnica, a scapito di pluralismo, laicità e tutela universale dei diritti.

Alcune politiche punitive e dichiarazioni di leader nazionalisti mostrano atteggiamenti ritorsivi e collettivi (vedi politiche detentive, limitazioni e risposte militari dure) inoltre la religione soprattutto nei partiti che sostengono l’attuale maggioranza viene utilizzata come fonte di legittimazione politica: forze politiche di ispirazione religiosa usano valori religiosi per giustificare espansione territoriale e trattamenti differenziati, riducendo la sfera della laicità. Questo sposta il baricentro politico verso un ethos meno illuminista ed “Occidentale”

Ma attenzione: non è un passaggio univoco verso una teocrazia formale — è piuttosto l’uso politico della religione come ideologia nazionale che erode principi laici.

E in un simile contesto rimane difficile ipotizzare “soluzioni” vicine a principi di diritto e può risultare più probabile il ricorso a soluzioni più drastiche ed in linea con le affermazioni di molti leader dei partiti estremisti dell’attuale maggioranza.

La visione nazional-religiosa e il progetto territoriale

«E poi Davide tolse la testa a Golia dalle spalle e allontanò l’umiliazione da Israele. Allontaniamo gli arabi da Israele e portiamo la redenzione. Loro devono andare».

Queste furono le parole scritte nel saggio intitolato “Loro devono andare” dal rabbino Meir Kahane negli anni 80, e sulle sue teorie, prima fra tutte quella di far “trasferire l’intero popolo palestinese dal Giordano al mare per consentire la creazione di uno Stato ebraico che si fonda la politica del governo Israeliano degli ultimi 3 anni.Gli stessi ministri del governo di Benjamin Netanyahu non hanno mai fatto mistero delle loro intenzioni, ovvero conquistare Gaza ed annettere la Cisgiordania. Con questo programma nel 2022 sono stati vinti i 14 seggi che consentono alla maggioranza di governare, ma che hanno anche fatto sì che per la prima volta nella storia di Israele, molti paesi occidentali si schierassero apertamente contro le politiche israeliane. Una situazione difficile soprattutto per chi verrà dopo, per le nuove generazioni che si troveranno ad affrontare un’eventuale difficilissima convivenza con i sopravvisuti palestinesi oppure l’onta di aver allontanato un intero popolo dalle proprie terre.

Tuttavia, negli ultimi giorni, resistenze esplicite sono emerse ai vertici delle IDF. Il capo di stato maggiore, generale Eyal Zamir, ha definito l’occupazione una possibile “trappola strategica” che costringerebbe Israele a gestire due milioni di persone, affrontare una guerriglia urbana prolungata e rischiare la vita degli ostaggi ancora prigionieri. Ex vertici militari e dell’intelligence hanno avvertito che, anche distruggendo Hamas, si rischia di produrre una “Hamas 2.0” più piccola ma più fanatica, capace di attrarre nuove generazioni di militanti.

La storia recente suggerisce prudenza. L’occupazione israeliana di Gaza, terminata nel 2005, non portò alla pacificazione: al contrario, contribuì a rafforzare Hamas. Esperienze simili — dall’Iraq all’Afghanistan — mostrano che eliminare un’organizzazione armata non significa estirpare la sua ideologia: il nemico si frammenta, si adatta, si radicalizza, e a pagarne le spese potrebbero essere le popolazioni civili di paesi lontani dalle zone di conflitto, dove sono presenti comunità non ancora integrate e quindi più facilmente inclini a processi di radicalizzazione.

La recente dichiarazione del premier Israeliano

non li stiamo cacciando, stiamo permettendo loro di andarsene… date loro l’opportunità di lasciare, prima dalle zone di combattimento e, se vogliono, anche la Striscia

appare più un’operazione “hasbara” che un’autentica intenzione di ridurre le perdite civili durante l’operazione militare annunciata.

La narrativa del Governo Israeliano stride con quanto avviene sul terreno e con le dichiarazioni dei propri membri oltre ad i pronunciamenti “tecnici” degli stessi apparati di Intelligence Israelani l’obiettivo sembra essere sempre più quello di rimuovere con ogni mezzo la popolazione palestinese da Gaza, al fine di annettere definitivamente e prima che a settembre molti paesi occidentali riconoscano la Palestina come Stato.

La statualità palestinese è già stata riconosciuta da circa 150 dei 193 membri delle Nazioni Unite, la maggior parte dei quali lo ha fatto decenni fa ma la continua sfida del governo Netanyahu al diritto internazionale ha smosso qualcosa sopratutto in occidente portando paesi come l’Australia,Francia, Gran Bretagna e Canada ha dichiarare la propria decisione di riconoscere lo Stato palestinese, riconoscimento che verrà formalizzato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a settembre portando ad oltre ¾ , il numero dei membri ONU favorevoli alla soluzione di due popoli e due Stati.

Quando il 13 ottobre del 2023, a soli sei giorni dal brutale attacco di Hamas, il Ministero dell’Intelligence Israeliano avanzò la proposta di trasferire 2,3 milioni di abitanti della Striscia di Gaza in Sinai, Benjamin Netanyahu minimizzò il rapporto dell’intelligence, definendo la proposta come un “concept paper”.

La soluzione alla problematica Israelo Palestinese sembra volgere sempre più ad una soluzione formale, anche grazie alle pressioni internazionali, pressioni che in passato non hanno impedito ad Israele di portare avanti le proprie politiche incurante delle risoluzioni Internazionali, anche grazie all’esplicito silenzio assenso dei propri alleati occidentali.

Ora qualcosa è cambiato, ma per rendere stabile il cambiamento occorre un cambio anche all’interno della politica Israeliana, i segnali ci sono:

Nel sondaggio di Maariv (2-3 luglio 2025) si è registrato un calo dei consensi verso il partito del Likud che otterrebbe 27 seggi, in calo rispetto alle elezioni del 2022, rimanendo il primo partito. Tuttavia la sua coalizione alla Knesset non raggiungerebbe la maggioranza di 51 seggi. Le proteste inoltre iniziano a diventare sempre più frequenti e numerose, l’ultima manifestazione a Tel Aviv (9 agosto 2025) ha visto la partecipazione di oltre 100.000 israeliani contrari alle decisioni del governo, chiedendo il cessate il fuoco. Un rilevamento del febbraio del 2025 del Israel Democracy Institute – Israeli Voice Index, riporta che 72,5 % degli israeliani ritiene che Netanyahu debba assumersi la responsabilità per gli eventi del 7 ottobre 2023 e dimettersi (48 % subito, 24,5 % dopo la guerra). Allo stesso tempo però va registrato un’altro dato durante la guerra con l’Iran (giugno 2025), Netanyahu ha ricevuto un’inaspettata spinta, accordando sostegno anche da parte di figure critiche come Gantz e Lieberman: l’offensiva è stata sostenuta dall’83 % della popolazione ebraica.

Il conflitto nel dominio cognitivo e tecnologico

Un’ultima riflessione sulla guerra israelo-palestinese combattuta simultaneamente sul piano cinetico, dell’intelligence e del dominio cognitivo. Questa guerra dopo quella in Ucraina a seguito dell’aggressione Russa, ha ampliato e costretto alla revisione nelle operazioni cinetiche e cyber nel ruolo dell’intelligence e dell’importanza del dominio cognitivo. Se pure L’azione militare resta centrale: l’aviazione, le forze di terra e le operazioni di occupazione in corso, con piani e attacchi su Gaza City mirati a sconfiggere Hamas, l’intelligence apparentemente dormiente pre 7 ottobre ha dimostrato il proprio ruolo chiave.

L’unità Gospel (Habsora), un sistema AI sviluppato dall’Unità 8200, si è occupata di generare decine di obiettivi di attacco ogni giorno in base a dati automatizzati. L’Unità 8200 ha addestrato anche un modello di linguaggio in arabo, simile a ChatGPT, con un ampio dataset di comunicazioni palestinesi intercettate per scopi operativi, inoltre, l’impiego di AI da parte dell’IDF — come “Lavender” e “Gospel” — ha ampliato la capacità di identificare obiettivi, alzando il livello tecnologico dei processi decisionali a livelli mai raggiunti prima.

Per quanto concerne invece il dominio cognitivo israele ha attivato una robusta campagna informativa globale (hasbara), mobilitando decine di dipartimenti governativi, coi media internazionali, influencer e campagne sui social per contrastare disinformazione e plasmare l’opinione pubblica a proprio favore, con la creazione di vere e proprie “bolle narrative”: es. incidenti come quello all’ospedale al-Ahli sono diventati terreno di guerra delle narrative, in cui ogni fatto è stato contro-interpretato. Il governo israeliano ha inoltre finanziato campagne tramite AI e “bot farms” per diffondere messaggi pro-Israele, anche influenzando membri del Congresso USA; ciò ha coinvolto account fasulli e chat GPT-like per generare contenuti. Nelle PsyOps militari si è fatto ricorso all’ invio di SMS e volantini per avvisare civili di evacuazioni, con l’obiettivo di limitare vittime ma anche di minare la capacità operativa di Hamas. Le unità dedicate come la Information Operations Branch o Malat hanno operato ed operano come vere e proprie “agenzie pubblicitarie” interne all’IDF, impiegando copywriter, psicologi e creativi per manipolare percezioni e condurre campagne cognitive mirate, ma le operazioni non si sono rivolte esclusivamente verso l’esterno degno di nota è anche il fronte interno con campagne nazionali per rinforzare la resilienza della popolazione israeliana contro il terrorismo e la disinformazione, con supporto mentale, messaggi di solidarietà e rafforzamento dell’ossatura morale dello Stato.

La lezione da imparare dal conflitto Israelo Palestinese e Russo Ucraino è che la dimensione bellica odierna ha attraversato una metamorfosi profonda che ridefinisce i parametri stessi dell’analisi strategica. Non parliamo più di teatri operativi circoscritti geograficamente, bensì di uno spazio conflittuale permeabile che si estende attraverso molteplici domini interconnessi.

Le manifestazioni ostili contemporanee penetrano con crescente sofisticazione negli interstizi dei sistemi sociali, economici e informativi delle società democratiche. Questa evoluzione richiede una rilettura completa delle categorie interpretative tradizionali: il conflitto non si limita più alla dimensione cinetica convenzionale, ma si articola in strategie di erosione sistemica che colpiscono i fondamenti stessi della coesione sociale.

Le democrazie occidentali si trovano esposte a forme inedite di destabilizzazione che sfruttano paradossalmente i principi di apertura e pluralismo che ne costituiscono il DNA. Gli attori ostili hanno sviluppato metodologie raffinate per infiltrare il dibattito pubblico, manipolare le percezioni collettive e amplificare le fratture interne preesistenti.

Questa vulnerabilità strutturale richiede una risposta altrettanto articolata: l’integrazione tra capacità di intelligence, innovazione tecnologica e protezione dello spazio cognitivo emerge come imperativo strategico inderogabile. Non si tratta semplicemente di potenziare singoli strumenti, ma di costruire un ecosistema difensivo capace di operare simultaneamente su più livelli.

La preservazione delle istituzioni democratiche passa necessariamente attraverso la capacità di anticipare, identificare e neutralizzare minacce che si manifestano in forme sempre più ibride e sofisticate. Questo richiede un salto qualitativo nella concezione stessa della sicurezza nazionale: da approccio reattivo a strategia proattiva, da difesa settoriale a protezione sistemica. L’obiettivo diviene dunque la costruzione di una resilienza che non si limiti a resistere agli attacchi, ma che sia capace di adattarsi dinamicamente alle trasformazioni del panorama minaccioso, preservando al contempo i valori fondamentali su cui si reggono le nostre società.

 

Fonte: https://www.difesaonline.it/2025/08/13/la-lezione-da-apprendere-dallo-scontro-israelo-palestinese/

2025 PMI alberghiere Italiane nella tempesta perfetta della cybersecurity

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di Claudio Verzola

In questa torrida estate del 2025 le problematiche legate al turismo non sono solo quelle dell’aumento delle tariffe (l’aumento dei costi si attesterebbe su un + 2,3% rispetto al 2024 che si aggiunge al +9% dell’aumento registrato tra il 2024 e il 2023) (Sole24Ore), ma anche quello legato alla Cyber Sicurezza che minaccia le fondamenta stesse del turismo nazionale. L’80% delle strutture ricettive italiane – prevalentemente PMI familiari – opera con vulnerabilità critiche mentre gli attacchi ransomware sono aumentati del 67% nel 2023, con costi medi per breach che raggiungono i 3,86 milioni di dollari. 

La combinazione di normative stringenti (GDPR e TULPS), investimenti inadeguati (solo il 3% del budget IT destinato alla sicurezza) e un mercato nero fiorente dove i passaporti italiani valgono fino a €4.000 SafetyDetectives crea condizioni perfette per una catastrofe annunciata.

Nonostante l’Italia mantenga la leadership nel turismo digitale europeo, Travel And Tour World le 32.000 strutture alberghiere nazionali – concentrate in destinazioni premium come Venezia, Ischia e la Costiera Amalfitana – rischiano di compromettere decenni di reputazione costruita sul “Made in Italy” turistico. Global Market Insights La soluzione esiste: tecnologie accessibili da €1-3 al mese per dispositivo e €2,4 miliardi di fondi PNRR disponibili, Hotel Tech Report ma richiede un cambio di paradigma culturale e organizzativo immediato. 

Il quadro normativo italiano presenta una stratificazione unica che complica drammaticamente la compliance per le piccole strutture ricettive. L’intersezione tra il GDPR europeo, il Codice Privacy italiano e l’articolo 109 del TULPS crea obblighi spesso contraddittori. Le strutture devono verificare “de visu” l’identità degli ospiti per legge di pubblica sicurezza, ma il Garante Privacy vieta la fotocopia dei documenti, richiedendo la cancellazione immediata dei dati dopo la trasmissione alle questure tramite il portale AlloggiatiWeb.

Le sanzioni del Garante mostrano un’escalation preoccupante: NH Italia ha ricevuto una multa di €200.000 nel 2023 per violazioni multiple del GDPR, Garante Privacy mentre anche piccoli hotel come quello di Bellaria-Igea Marina hanno subito sanzioni di €3.000-5.000 per errori nella videosorveglianza. Garante Privacy L’obbligo di notifica dei data breach entro 72 ore DLA Piper aggiunge ulteriore pressione su strutture che spesso non hanno personale IT dedicato.

La pandemia ha accelerato la digitalizzazione normativa senza fornire adeguato supporto alle PMI. Il Decreto Semplificazioni del 2020 spinge verso il check-in digitale, ma la Circolare del Ministero dell’Interno di novembre 2024 conferma l’obbligo della verifica fisica, creando confusione operativa. Solo una recente sentenza del TAR Lazio di maggio 2025 ha parzialmente chiarito la legittimità del check-in remoto con verifica successiva, Lodgify dimostrando come il sistema normativo sia in costante evoluzione e difficile da seguire per piccoli operatori.

Ed ecco individuata la prima vulnerabilità sistemica del tessuto imprenditoriale del settore

L’analisi della struttura del settore alberghiero italiano rivela vulnerabilità sistemiche profonde. Su 32.000 strutture ricettive totali, l’80% sono hotel indipendenti a gestione prevalentemente familiare, mentre le catene internazionali rappresentano solo il 20,1% del mercato con 2.200 hotel. (https://www.thrends-italy.com/chains-monitor-italy-h2-2023-by-thrends/)

Questa frammentazione, se da un lato costituisce la ricchezza del turismo italiano, dall’altro crea una debolezza strutturale di fronte alle minacce cyber.

I dati sulla digitalizzazione sono allarmanti: mentre l’88% delle strutture utilizza almeno uno strumento digitale, prevalentemente per la distribuzione online, solo il 63% ha implementato un Property Management System completo. Ma il dato più preoccupante riguarda gli investimenti in sicurezza: le PMI italiane investono il 50% in meno delle controparti americane, destinando appena il 3% del budget IT alla cybersecurity e un misero 2% alla formazione del personale.

Il gap di competenze è drammatico: il 43% delle PMI non ha un responsabile della sicurezza informatica, il 72,7% non ha mai implementato formazione sulla cybersecurity e il 73,3% non conosce nemmeno cosa sia un attacco ransomware. Questa situazione è aggravata dalla forte dipendenza da fornitori esterni per la gestione IT, che se da un lato offre accesso a competenze specializzate, dall’altro riduce il controllo diretto sulla sicurezza dei dati. Albergo Magazine

I sistemi di gestione più diffusi – Zucchetti Scrigno per le PMI di fascia alta e Oracle OPERA per le catene – presentano vulnerabilità intrinseche dovute alle multiple integrazioni con channel manager, booking engine e sistemi di pagamento. Gli aggiornamenti di sicurezza vengono spesso posticipati per non interrompere l’operatività durante l’alta stagione, creando finestre di vulnerabilità che i criminali sfruttano sistematicamente.

L’evoluzione delle minacce segue il calendario turistico

Il panorama delle minacce cyber nel settore hospitality mostra un’evoluzione sofisticata e mirata. MDPI I dati del 2024-2025 rivelano un aumento del 53% degli eventi cyber nel primo semestre 2025, con 1.549 eventi registrati e un incremento del 98% degli incidenti con impatto confermato. Le PMI rappresentano l’80% delle vittime di attacchi ransomware, AcropoliumTechMagic confermando come i criminali abbiano spostato il focus dalle grandi catene alle strutture più vulnerabili. 

Gli attacchi seguono pattern stagionali precisi: il 66% dei dirigenti IT si aspetta picchi durante l’estate 2025, quando le strutture operano a piena capacità con personale stagionale meno formato. Il caso MGM Resorts del 2023 è paradigmatico: un attacco iniziato con una telefonata di 10 minuti ha causato perdite superiori ai 100 milioni di dollari e 10 giorni di downtime durante la stagione di punta. Daily Security Review. Il mercato nero dei documenti d’identità rappresenta una minaccia specifica per il settore. I passaporti italiani valgono €200-300 per scansioni digitali e fino a €4.000 per documenti presumibilmente autentici. I documenti di clienti alto-spendenti delle destinazioni luxury italiane sono particolarmente ricercati, con passaporti diplomatici che raggiungono i €70.000. Keesing Platform Questi dati vengono utilizzati per frodi finanziarie complesse, apertura di conti bancari e bypass dei sistemi di autenticazione a due fattori. MDPI

Le tecniche di attacco si sono evolute drammaticamente con l’introduzione dell’intelligenza artificiale. Gli attacchi deepfake sono aumentati del 442% nel 2024, The Hacker News con criminali che utilizzano video e voice cloning per impersonare dirigenti e autorizzare trasferimenti fraudolenti. Il 32,5% dei dipendenti italiani apre email di phishing, il 24,6% interagisce con link malevoli e il 19,6% inserisce credenziali in form predisposti dagli hacker, numeri che dimostrano l’efficacia devastante del social engineering potenziato dall’AI.

L’analisi dell’impatto economico dei data breach rivela conseguenze potenzialmente fatali per le PMI turistiche italiane. LinkedIn

I costi diretti variano da €200.000 a oltre €2 milioni per incidente, includendo incident response, sanzioni GDPR, spese legali e notifiche agli interessati. Per strutture con fatturati medi di pochi milioni di euro, questi costi possono significare il fallimento immediato.

Ma sono i costi indiretti a rivelarsi più devastanti nel lungo termine. Le strutture colpite registrano un calo delle prenotazioni del 15-25% nel primo anno post-breach, con tempi di recupero reputazionale che si estendono a 24-36 mesi. Il 31% dei clienti interrompe definitivamente la relazione commerciale dopo un breach, Cybermagazine mentre il 60% considera seriamente di cambiare fornitore.

L’impatto sulla reputazione online è particolarmente critico in un settore dove l’86% dei turisti legge recensioni prima di prenotare. Legal for Digital Un data breach genera mediamente un aumento del 20-30% delle recensioni negative, con effetti amplificati per le strutture di lusso che subiscono cali di occupancy fino al 30%. Il caso Marriott, con 339 milioni di record compromessi e costi legali di 52 milioni di dollari solo negli USA, DigitalDefynd dimostra come anche i giganti del settore fatichino a recuperare.

Per il turismo italiano di qualità, il rischio è sistemico. Nonostante l’Italia mantenga il primo posto nell’European Tourism Reputation Index 2024 con 115,5 punti, la vulnerabilità delle PMI che costituiscono l’ossatura del settore minaccia questa leadership. Destinazioni premium come Venezia, la Costiera Amalfitana e Ischia, dove si concentra il turismo alto-spendente internazionale, Economia Italia sono particolarmente esposte al rischio reputazionale di breach multipli che potrebbero compromettere l’immagine del “Made in Italy” turistico.

Soluzioni accessibili esistono ma richiedono un cambio culturale

Contrariamente alla percezione diffusa, esistono soluzioni di cybersecurity accessibili e scalabili per le PMI turistiche italiane. Le tecnologie di base partono da €1-3 al mese per dispositivo, con soluzioni entry-level come Bitdefender Ultimate a €359,99/anno per 10 utenti o F-Secure a €119,99/anno per 10 dispositivi. Vendor italiani specializzati come TeamSystem, Cyber4you e Swascan offrono pacchetti specifici per l’hospitality con supporto in italiano e prezzi competitivi.

Il panorama dei finanziamenti è particolarmente favorevole: il PNRR destina €2,4 miliardi alla digitalizzazione del settore turistico, con il Fondo di Garanzia PMI che mette a disposizione €358 milioni specificamente per il turismo.

Il credito d’imposta raggiunge l’80% per la digitalizzazione delle strutture ricettive, mentre sono disponibili contributi a fondo perduto fino a €100.000. PMI.it

Federalberghi ha attivato una rete di partner qualificati attraverso accordi quadro che garantiscono tariffe agevolate per i soci.

Esistono inoltre soluzioni “pubbliche” che aiutano le piccole imprese del mezzogiorno non soltanto ad individuare le vulnerabilità e porvi rimedio, ma anche a finanziare gli interventi con finanziamenti attivabili tramite il Microcredito, è il caso del progetto MicroCyber che si propone come una risposta strategica e strutturata per supportare la digitalizzazione e la protezione delle infrastrutture informatiche delle micro, piccole e medie imprese (MPMI), nonché delle Pubbliche Amministrazioni (PA), con un’attenzione particolare rivolta al Mezzogiorno d’Italia.

I modelli di Managed Security Service Provider (MSSP) permettono di accedere a competenze specializzate con costi mensili prevedibili da €50-200 per PMI di 5-50 dipendenti, includendo monitoraggio H24, backup automatizzati e compliance GDPR. 

La roadmap pratica per le PMI prevede interventi immediati a basso costo: password manager aziendali (€3-5/utente/mese), autenticazione multifattore sui sistemi critici, backup cloud automatizzati (€10-50/mese) e una giornata di formazione base per il personale. Questi “quick wins” possono ridurre dell’80% i rischi legati alle password e del 90% l’efficacia degli attacchi phishing.

L’evoluzione tecnologica promette ulteriori semplificazioni: l’intelligenza artificiale sta rendendo la cybersecurity più accessibile con sistemi di detection automatica delle anomalie, anti-phishing intelligente e chatbot per la formazione continua del personale. SiteMinder Entro il 2027, il modello “Everything-as-a-Service” renderà la protezione cyber completamente gestita e invisibile all’utente finale. Global Market Insights

Metodologie di attacco e tattiche dei threat actor

L’evoluzione delle tattiche di attacco nel 2025 mostra un chiaro shift dal ransomware tradizionale verso il data theft mirato, con particolare focus sui documenti di identità piuttosto che sui dati delle carte di credito. Questo cambiamento strategico riflette il maggior valore a lungo termine dell’identity theft rispetto al fraud finanziario immediato. I passaporti di alta qualità, specialmente quelli di cittadini statunitensi, tedeschi e israeliani, raggiungono valori tra 800 e 20.000 euro sui mercati underground, significativamente superiori ai dati finanziari tradizionali. 

Le tecniche di social engineering dominano il panorama degli attacchi, con un incremento del 442% negli attacchi di vishing potenziati dall’intelligenza artificiale.

Il caso emblematico di MGM Resorts, dove Scattered Spider è riuscito a compromettere l’intera infrastruttura attraverso una singola chiamata all’helpdesk, ReversingLabs dimostra l’efficacia devastante di queste tecniche. Asimily

Il breakout time medio nel 2025 è sceso a soli 48 minuti, con il caso più veloce documentato in appena 51 secondi dalla compromissione iniziale al movimento laterale nella rete.(CrowdStrike)

L’esfiltrazione di grandi volumi di dati, come i 38.000+ file di immagini menzionati negli scenari di attacco, segue pattern tecnici precisi. Gli attaccanti utilizzano script automatizzati per il recursive directory traversal, implementano batch processing per evitare i threshold di detection, e sfruttano servizi cloud legittimi come Amazon S3, Google Drive e Dropbox per mascherare il traffico malevolo. La compressione dei dati avviene tramite archivi RAR o 7ZIP protetti da password e suddivisi in volumi più piccoli per evitare il rilevamento basato sulle dimensioni. Le tecniche anti-forensics includono il timestomping per modificare i tempi di creazione e modifica dei file, la cancellazione dei log tramite comandi wevtutil, e l’eliminazione delle Volume Shadow Copy per impedire il recovery. 

Pattern geografici e targeting strategico del turismo luxury

L’Italia rappresenta un target premium nel panorama globale degli attacchi al settore hospitality, con caratteristiche distintive che la rendono particolarmente attraente per i cybercriminali. Il turismo luxury genera 9 miliardi di euro annui, rappresentando il 3% del PIL nazionale, con una crescita del 9,2% annua rispetto al 5,2% del turismo generale. (QuiFinanza) Il 25% della spesa turistica luxury è internazionale, pari a 25 miliardi di euro annui, con clienti provenienti da USA, Germania, Regno Unito e Svizzera che rappresentano il 65% delle presenze nel segmento alto di gamma.

La frammentazione del mercato alberghiero italiano, dominato da hotel boutique e strutture indipendenti piuttosto che da grandi catene internazionali, crea vulnerabilità sistemiche.

Le PMI del settore, che rappresentano la maggioranza degli hotel di lusso italiani, vengono colpite quattro volte più frequentemente delle grandi organizzazioni secondo il Verizon DBIR 2025. Questi hotel boutique operano tipicamente con budget di cybersecurity limitati, sistemi legacy non aggiornati e servizi IT in outsourcing che introducono ulteriori rischi nella supply chain.

Il timing degli attacchi mostra una correlazione diretta con i periodi di alta stagione e gli eventi premium. Gli attaccanti sincronizzano le loro operazioni con Fashion Week, festival cinematografici e altri eventi che attraggono clientela VIP, massimizzando sia il volume di dati disponibili che il loro valore potenziale. Venezia durante la Biennale, Milano durante le settimane della moda, e le destinazioni esclusive come Ischia e la Costa Smeralda durante l’estate rappresentano target privilegiati per questa tipologia di attacchi mirati.

Implicazioni per la sicurezza nazionale e intelligence

I data breach nel settore alberghiero di lusso sollevano questioni critiche di sicurezza nazionale che vanno ben oltre le perdite economiche immediate. Gli hotel di fascia alta ospitano regolarmente diplomatici, funzionari governativi e business leader internazionali, rendendo i loro dati di valore strategico per operazioni di intelligence. Nei primi mesi del 2025 campagne russe che utilizzano ISP compromessi per spiare diplomatici, e i documenti rubati dagli hotel potrebbero facilitare operazioni di spionaggio attraverso l’assunzione di identità false o il social engineering avanzato. (The RegisterBank)

Il sistema AlloggiatiWeb, progettato come strumento di sicurezza nazionale per il tracciamento dei movimenti sospetti e la prevenzione del terrorismo, diventa paradossalmente un punto di vulnerabilità Garante Privacy quando compromesso. 

La vendita di 90.000 documenti autentici sui mercati underground Zerozone non solo facilita il furto d’identità su larga scala, ma mina anche l’integrità dei controlli antiterrorismo e immigrazione.

documenti di alta qualità scannerizzati negli hotel possono essere utilizzati per creare falsificazioni sofisticate, bypassare i controlli KYC negli exchange di criptovalute, o facilitare il movimento di individui attraverso i confini Schengen.

L’analisi dei pattern di targeting suggerisce possibili coinvolgimenti di attori stato-nazione. La sofisticazione degli attacchi, il targeting selettivo di hotel che ospitano specifiche nazionalità, e le tempistiche coordinate su multiple strutture sono indicatori coerenti con campagne di intelligence piuttosto che con criminalità comune. Gruppi APT come Secret Blizzard (Russia) e Salt Typhoon (Cina) hanno dimostrato interesse particolare per i dati di cittadini americani, diplomatici britannici post-Brexit, e funzionari israeliani, tutti regolarmente ospiti degli hotel di lusso italiani. The Register BankInfoSecurity

Confronto con il panorama internazionale degli attacchi

Il confronto con i breach internazionali nel settore hospitality rivela sia pattern comuni che peculiarità italiane. I casi di MGM Resorts e Caesars Entertainment negli Stati Uniti, entrambi compromessi dal gruppo Scattered Spider attraverso tecniche di social engineering, hanno causato danni rispettivamente di 100 milioni e 15 milioni di dollari. Marriott International ha subito breach multipli tra il 2014 e il 2022, con 500 milioni di record compromessi nel caso Starwood, risultando in settlement da 52 milioni di dollari negli USA e multe GDPR da 23,8 milioni di sterline nel Regno Unito.

L’Europa mostra pattern di attacco differenti, con maggiore focus su supply chain attacks e database exposure. Il breach di Otelier nel 2024, che ha compromesso 7,8TB di dati e 437.000 account email affecting Marriott, Hilton e Hyatt, esemplifica la vulnerabilità delle piattaforme di gestione centralizzate. 

Il caso di Motel One, vittima di AlphV/BlackCat con 24 milioni di file e 6TB di dati esfiltrati, Asimily rappresenta l’escalation delle capacità di esfiltrazione dei ransomware groups moderni.

L’Italia si distingue per la combinazione unica di fattori di rischio: l’alta concentrazione di clientela luxury internazionale, la frammentazione del mercato dominato da strutture indipendenti, l’integrazione obbligatoria con sistemi governativi legacy, e la posizione strategica nel Mediterraneo che attrae sia turismo VIP che interesse di intelligence straniera. Questa convergenza di fattori rende il settore alberghiero italiano un laboratorio naturale per l’evoluzione delle tecniche di attacco nel settore hospitality globale.

Il panorama delle minacce cyber per il settore alberghiero italiano di lusso nel 2025 presenta una complessità senza precedenti che richiede una risposta coordinata e multidimensionale. L’assenza di evidenze pubbliche per i casi specifici di Hotel Ca’ dei Conti, Casa Dorita e Hotel Regina Isabella non diminuisce la gravità delle vulnerabilità sistemiche identificate, che espongono l’intero comparto a rischi esistenziali per la sua sostenibilità e credibilità internazionale.

Le raccomandazioni immediate includono il patching critico della CVE-2023-21932 su tutti i sistemi Oracle Opera, l’implementazione di autenticazione multi-fattore FIDO2-compliant resistente al phishing, la segregazione completa delle reti PMS dall’infrastruttura guest e internet, e l’adozione di backup immutabili con copie offline. 

Il costo stimato dell’impatto dei cyberattacchi sull’economia italiana nel 2025 raggiunge i 66 miliardi di euro, pari al 3,5% del PIL,  rendendo questi investimenti in sicurezza non solo necessari ma economicamente indispensabili.

La sfida per il settore alberghiero italiano è trasformare questa crisi in opportunità, posizionandosi come leader globale negli standard di cybersecurity per l’hospitality di lusso. 

Solo attraverso un approccio che integri tecnologia avanzata, formazione continua del personale, cooperazione con le autorità di sicurezza nazionale, e trasparenza con i partner internazionali, l’Italia potrà preservare e rafforzare la sua posizione privilegiata nel turismo luxury globale, garantendo al contempo la sicurezza dei dati sensibili che le vengono affidati da ospiti di alto profilo provenienti da tutto il mondo.

Intervenire con urgenza per salvare l’eccellenza turistica italiana

Il settore hospitality italiano si trova di fronte a una scelta esistenziale. La combinazione di vulnerabilità strutturali delle PMI, evoluzione delle minacce cyber e stringenza normativa crea una tempesta perfetta che minaccia le fondamenta stesse del turismo nazionale.(LinkedIn)

Non agire significa accettare che il 60% delle PMI colpite da un attacco grave chiuda entro sei mesi, (Agenda Digitale) compromettendo un tessuto imprenditoriale che rappresenta l’essenza stessa dell’ospitalità italiana.

La buona notizia è che le soluzioni esistono e sono accessibili.

Con investimenti minimi e l’utilizzo intelligente dei fondi disponibili, anche la più piccola struttura ricettiva può raggiungere livelli di protezione adeguati. Ma questo richiede un cambio di paradigma culturale: la cybersecurity non è più un optional tecnologico ma un requisito fondamentale per la sopravvivenza nel mercato digitale contemporaneo.

Il futuro del turismo italiano dipende dalla capacità delle sue 32.000 strutture ricettive di evolversi rapidamente. Le associazioni di categoria, le istituzioni e i vendor tecnologici devono collaborare per creare un ecosistema di supporto che renda la sicurezza informatica accessibile, comprensibile e sostenibile per tutti. Solo così l’Italia potrà mantenere la sua leadership nel turismo europeo, (Travel And Tour World) proteggendo al contempo il patrimonio di dati e la fiducia dei milioni di ospiti che ogni anno scelgono il Bel Paese per le loro vacanze.

Fonte: https://www.difesaonline.it/2025/08/11/2025-pmi-alberghiere-italiane-nella-tempesta-perfetta-della-cybersecurity/

Gli italiani, metà medici e metà malati

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di Marcello Veneziani

Trenta milioni di italiani si credono malati. Trenta milioni di italiani si credono medici. Però gli italiani non sono sessanta milioni, ma un po’ meno, direte voi; si, ma tanti si credono sia medici che malati. Mezza Italia si sente malata per statuto, vezzo o vizio, perché ha paura delle malattie, è ipocondriaca e patofobica, oppure più candidamente vuole attenzione, coccole, cerca alibi per la propria vita, si dà malata per imboscarsi o perfino per civetteria. Mezza Italia, invece, ha la sindrome del santone e del risolutore, la vanità del saputello, si sente assistente dell’umanità e soccorritore, consigliere supremo, uomo di mondo, conoscitore della vita e delle sue patologie. Nel mezzo ci sono quelli che si sentono malati e perciò sono diventati medici faidate per autocertificazione; o viceversa credendosi medici si sentono poi addosso tutte le malattie di cui vengono a sapere.

Il bello è che sia quelli che si credono malati che quelli che si credono medici attingono le loro diagnosi, i loro malesseri e le loro malattie navigando su internet. Come il potere politico cambiò volto col suffragio universale e ciascun cittadino si sentì sovrano, così la medicina ha cambiato volto con wikipedia e il web, e ciascun utente si sente medico e paziente, autarchico e sovrano. Il medico è interpellato solo per un consulto, una conferma o una prescrizione ma la diagnosi me la scarico da internet, lui deve solo certificarla o fornire utili supporti. La sovranità faidate è una malattia del nostro tempo e si manifesta in alcuni ambiti particolari: i medici, gli infermieri, ma anche gli insegnanti sono spesso vittime di aggressioni, in ospedale, al pronto soccorso o a scuola. Il sottinteso è che l’utente, il paziente, il parente del malato, o il genitore dell’alunno, crede di saperne più di quel che sanno il dottorino o la professorina, e quindi li incalzano, li minacciano, li menano se non corrispondono al protocollo-selfie dell’utente. E devi vedere come interrogano i medici, come obiettano quando le loro diagnosi e le loro terapie non corrispondono a quel che hanno letto su internet. Un tempo i medici esercitavano un potere magico sulla gente, suscitavano timore, reverenza ed ubbidienza; oggi succede solo se la malattia avanza e lo smartphone non basta.

Al telefono, al bar, a tavola, al lavoro, il gioco preferito degli italiani è al medico e all’ammalato. È un po’ come guardie e ladri o uomini e caporali. I discorsi di contorno sono la cucina, i viaggi, le vacanze, i vestiti; con qualche fastidio si accenna alla politica, alle tasse e ai disservizi, con annesse invettive. Ma dove viene fuori l’interesse vero delle persone è quando confessano i propri malanni, lamentano dolorini, misteriosi disturbi. In fondo è una derivazione di quella famosa gag napoletana: comme me pesa ‘sta capa, ué. Un tempo c’era il pudore di confessare malattie, si arrivava a simulare salute anche quando c’erano problemi, temendo di fare brutta figura o di suscitare malocchio. Ora siamo nell’epoca del vittimismo universale, ed avviene il contrario: cerchiamo di essere compatiti, scusati, amati perché cagionevoli, chiediamo benevolenza, cerchiamo di destare attenzione e moine.

Fino a qualche anno fa, la parola che metteva fine a ogni disturbo, la diagnosi pass partout per chiudere un discorso tra incompetenti, era una: è lo stress, sei molto stressato, sono molto stressata. I più perfidi accusavano dello stress i partner, i figli, le suocere, il capo ufficio. Ora, invece, la soluzione psicologica con risvolto sociologico non basta più, e su internet si trova un campionario ricco di malesseri che esalta la fantasia e la “saputeria”. L’atteggiamento prevalente di chi invoca la patente di malato è però la riluttanza: si denuncia il malessere ma si è restii, svogliati o refrattari ai controlli; piace dichiarare il male, non risolverlo ma crogiolarvisi; si ha paura di andare poi dal medico, o perché si teme di scoprire brutti mali o perché si teme di scoprire che non hanno niente, e perdono così lo ius lagnae, il diritto a lamentarsi e lo statuto-alibi di cagionevoli. A volte c’è chi si vanta perfino di trascurarsi, con grave sprezzo del pericolo. Però non rinuncia alla rappresentazione teatrale del suo malessere; quella non può togliergliela nessuno. Lasciatemi godere delle mie sofferenze.

Dietro queste due categorie, il medico autodidatta e il malato autocertificato, si celano due tipi umani assai diffusi, che in fondo vivono in simbiosi mutualistica, come il paguro e l’attinia: quello che rovescia sugli altri i fatti suoi, sfoga e scarica i problemi suoi sugli altri, perché è narcisista, vittimista ed esibizionista patologico; e quello che non si fa mai i fatti suoi ma ama farsi i cavoli altrui, s’intromette, prescrive cosa devi fare, è invadente ed invasivo, ed è anche lui – in fondo – egocentrico patologico. Insieme sono una coppia perfetta, uno completa l’altro, uno soddisfa l’altro e insieme appaga la sua vanità e la sua vena egotica. Ma i casi in cui combaciano sono statisticamente rari: spesso si incontrano malatini che si rubano a vicenda la scena, o medicuzzi che rivaleggiano sui rimedi, o malatini diffidenti dei medicuzzi e medicuzzi che vedendo i malatini refrattari ai loro consigli, li seppelliscono con una sentenza: se la merita la malattia; se l’è cercata. Amen.

 

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/gli-italiani-meta-medici-e-meta-malati/

Alla larga dallo iettatore

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di Marcello Veneziani

Saremo pure nell’era del digitale, ma alzare l’indice e il mignolo per esorcizzare una sciagura, un malaugurio, un evento infausto, è ancora una pratica vigente nel nostro paese, pur così scettico, ironico e tecnologico. Fare le corna è un rito scaramantico in uso, seppure travestito d’ironia. C’è un piccolo universo parallelo che scorre ancora a fianco e dentro di noi e che chiamiamo superstizione. Se ne sono occupati di recente Elisabetta Moro e Marino Niola in un volumetto uscito da Einaudi: Gatti neri e specchi rotti. Perché siamo superstiziosi.

Di quel piccolo mondo il sovrano indiscusso è lo Iettatore, figura favolosa, semiclandestina ma immancabile nei paesi e nei rioni del sud di un tempo, che suscita timore, ribrezzo e ironia.

Contrariamente a quel che si pensa, la iettatura non è la stessa cosa del malocchio e delle relative magie e fatture. Queste derivano da un fondo arcaico, magico, precristiano, in auge soprattutto ma non solo a sud, che attraversa la fede e l’accompagna come la sua ombra. La iettatura, invece, è un mix tra modernità, magia e ironia, fascinazioni antiche e recenti. Non a caso la parola iettatura nasce a Napoli nel secolo dell’Illuminismo, il settecento, anche se aveva infausti precursori nei secoli passati. Il malocchio è popolare, attiene al mondo arcaico, contadino, pastorale, marinaro, è un’invidia in azione, volta a produrre malevoli frutti, tramite fatture e pratiche rituali; la iettatura, invece, è più in uso nei ceti borghesi e benestanti, ha perfino un’insospettabile matrice illuminista e salottiera, che discende nei ceti urbani, tra artigiani e popolani. È un “sottoprodotto” pseudo-razionalista di quel pensiero magico che attraversò il cinquecento, e si espresse anche attraverso filosofi come il calabrese Pietro Campanella e il campano Giordano Bruno. I trattati sulla iettatura si presentano a volte come poemi comici o “cicalate”, come quella famosa di Nicola Valletta, percorrono sempre la linea tra il serio e il faceto, più che tra il sacro e il profano. Si addentrano in una gustosa aneddotica, ammantata di trattato scientifico, evocano storie deviate dalla iettatura e dal timore di essa; narrano di figure illustri e talvolta regnanti meridionali vittime dei sortilegi iettatori, fino alla morte. In Sud e magia De Martino ritiene che “l’ideologia napoletana della iettatura” nasca dal compromesso “fra l’antica fascinazione e il razionalismo del settecento”. Su quella linea restano tracce importanti fin nel Novecento: dal “non è vero ma ci credo” a cui aderisce perfino un filosofo profondamente disincantato ma profondamente “napoletano” come Benedetto Croce; fino all’ironia letteraria del siciliano Luigi Pirandello con la sua gustosa novella “La patente”, in cui lo iettatore cerca di trasformare, come suol dirsi, la sua cattiva fama da uno svantaggio in una risorsa, e pretende il riconoscimento giuridico del suo status di menagramo (magnificamente tradotto in teatro con Angelo Musco e poi interpretato al cinema da Totò). E tuttavia, a sud, e non solo a sud, la fama di iettatore, pur così vaga e ineffabile, ha rovinato esistenze, ha isolato e compromesso vite, famiglie e carriere, a volte portando fino al suicidio. C’è un paradigma dello iettatore, una specie di foto segnaletica per identificarlo anche quando non ne conosciamo i malefici effetti: “Lo iettatore – così lo descrive Dumas nel suo Corricolo – è di solito magro e pallido, il naso ricurvo, occhi grandi che hanno qualcosa di quelli del rospo, e ch’egli di solito copre, per dissimularli, con un paio di occhiali”. Lenti scure, naturalmente; il rospo è un animale che si ritiene portatore di iettatura; che iettando, cioè gettando il suo sguardo malefico dai suoi occhi prominenti, esoftalmici, uccide l’usignolo che è sul ramo. Un caso malefico di “telepatia” o di “videocidio”. Per Dumas la vita magico-religiosa di Napoli scorreva tra due poli: la devozione a san Gennaro e la iettatura, il santo e il demonio (o meglio la sua vittima) in versione partenopea. Intorno allo iettatore si creava uno spontaneo cordone sanitario, con forte ricaduta sociale.

La credenza nella iettatura ha qualcosa di virale, contagia non solo il sud intero, partendo da Napoli; ma alla fine coinvolge pure chi viene da fuori. “Quando un forestiere arriva a Napoli comincia col ridere della iettatura, poi a poco a poco se ne preoccupa e infine, dopo tre mesi di soggiorno, lo vedete coperto di corni e con la mano destra eternamente contratta” scrive Meyer citato da De Martino. Peraltro, cos’è il carisma di cui sarebbero dotate alcune personalità eminenti, con vocazioni al ruolo di capi, di guide, di maestri, se non il rovescio positivo di quel magnetismo, di quell’aura che si attribuisce in negativo allo iettatore? Magari anche il teorico del disincanto, Max Weber, aveva subito qualche fascinazione quando scriveva del capo carismatico… Dobbiamo solo alzare le spalle e poi scrollarcele in segno di estraneità e rifiuto di questi residui superstiziosi che ancora sopravvivono nella nostra società, o dobbiamo piuttosto cercare di capire da dove nasce questo bisogno di credere e di collegamenti magici tra fatti, persone e riti? Diceva Vico che la superstizione non è un male in sé o una follia ma è quel che resta (è superstite, appunto) di antiche credenze e di antichi legami con il cosmo. E poggiando sull’autorità di Plutarco, diceva che si conoscono civiltà che hanno retto per secoli sulla superstizione, mentre non sono mai esistite civiltà compiutamente atee. Insomma, vedetela di buon occhio.

 

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/alla-larga-dallo-iettatore/

Il Parlamento sta per cedere al suicidio: fermiamolo prima che sia troppo tardi…

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Christus Rex-Traditio con ProVita: No al suicidio!

Stanno scavalcando la Costituzione. Stanno ignorando la volontà popolare. Stanno aprendo la porta alla morte “per legge”.

I media e le potenti lobby radicali spingono per il suicidio assistito. Diverse Regioni italiane hanno promosso progetti di legge incostituzionali per legalizzarlo… 

Lo hanno fatto consapevolmente. Con un piano preciso. Insieme alla Corte costituzionale, i progetti della lobby radicale intendono forzare il Parlamento a legiferare.

E oggi il piano dei radicali sta per compiersi.

Il Parlamento è a un passo dal cedere.

Nel pieno dell’estate, mentre l’Italia si appresta ad andare in vacanza, potrebbero approvare una legge che stravolgerebbe il modo in cui trattiamo i fragili e come definiamo la nostra società.

Una legge che non si limita a depenalizzare, ma legittima e normalizza l’idea che la morte sia una risposta accettabile alla sofferenza.

Sta accadendo adesso: è la deriva più pericolosa degli ultimi anni. Fermiamola prima che sia troppo tardi.

Nessuno ne parla ancora. Ma noi sappiamo cosa significa davvero.

Sappiamo che nei pochi Paesi (solo 14 su 194 nel mondo), dove la morte è stata legalizzata, la realtà è diventata una tragedia sistematica:

  • Disabili, depressi, anziani soli che ricevono offerte di morte invece di sostegno;
  • Malati a cui vengono negate cure salvavita, ma viene offerta l’eutanasia come “alternativa economica”;
  • Giovani traumatizzati che scelgono di morire perché nessuno li ha aiutati a vivere.

Ora vogliono che tutto questo arrivi anche da noi e Pro Vita & Famiglia è già in azione. Non ci fermeremo!

Puoi donare ora con bonifico o bollettino postale usando i dati in fondo alla mail

Mentre molti vanno in vacanza, alcuni ne vorrebbero approfittare per far passare una legge disumana, nel silenzio.

Sperano che d’estate nessuno se ne accorga. Che l’opinione pubblica sia distratta. Che nessuno reagisca.

Davvero possiamo restare a guardare mentre accade una cosa del genere?

La vita delle persone fragili non va in ferie. La dignità umana non si sospende a luglio o ad agosto.

Per questo, abbiamo deciso di agire ora.

Abbiamo preparato un piano chiaro, concreto, incisivo:

  • Il 14 luglio lanceremo una grande campagna nazionale di affissioni, per smascherare la retorica del “diritto a morire”;
  • Il 17 luglio terremo una conferenza stampa pubblica, “Fermate la Legge, non fermate la Vita!”, di fronte al Parlamento, per mostrare che chi soffre ha bisogno di cura, non di morte;
  • A Roma e Milano i nostri camion vela attraverseranno le strade con messaggi forti e diretti, parlando a cittadini, famiglie, politici e media.
  • Incontreremo Senatori per convincerli che oggi la priorità sono le cure, non la morte facile.

Stiamo lavorando duramente. Ogni elemento è stato studiato con precisione. Ogni giorno conta.

Puoi donare ora con bonifico o bollettino postale usando i dati in fondo alla mail

Ma proprio ora, nel momento decisivo, ci scontriamo con un ostacolo enorme.

Le risorse scarseggiano. E il rischio è gravissimo.

Il nostro Direttore Amministrativo ci ha appena comunicato che siamo in rosso.

Siamo pronti a dare tutto. Ma la realtà dei numeri ci mette davanti a una verità scomoda: non abbiamo i fondi sufficienti per coprire questa campagna.

Senza un aiuto immediato, saremo costretti a tagliare o rinunciare a parte delle azioni pianificate.

E questo, proprio mentre stanno cercando di far passare una legge che legittima il suicidio come scelta “normale” anzi “auspicabile” per chi si sente di peso. Devastante!

Circolo, serve il tuo aiuto.

Siamo pronti ad agire, ma senza le risorse rischiamo di dover rinunciare proprio quando la battaglia si fa più dura. Non lasciamo passare questa legge nel silenzio.

 

In questi minuti hai letto cose gravi. Vere.

Ti abbiamo parlato di una legge che rischia di aprire le porte alla cultura della morte in Italia.

Ti abbiamo raccontato il nostro piano: coraggioso, concreto, già in marcia.

E ti abbiamo detto la verità: se consideriamo le spese già previste per la nostra organizzazione, non abbiamo abbastanza risorse per portare avanti il piano fino in fondo.

Ora questa responsabilità è anche nelle tue mani.

Non ti chiediamo di fare tutto. Ti chiediamo solo di non restare indifferente.

Davanti alla verità, ogni coscienza ha il diritto – e il dovere – di rispondere.

Tu puoi essere quella risposta.

Con un gesto concreto. Subito.

Grazie.

Avanti tutta in difesa dei fragili, dei malati e degli anziani!

Antonio Brandi
Presidente Pro Vita & Famiglia
P.S. Il Parlamento potrebbe votare tra pochi giorni. Ogni ora è preziosa. Il momento è ora.

Il Weizmann Institute israeliano stava programmando armi nucleari illegali?

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di Matteo Castagna

 

Ivan Kesic, reporter di Press.tv ha fornito una notizia che è passata sotto silenzio sui media occidentali, ma che merita di essere diffusa, sul fatto che l’Iran non abbia cessato in fuoco.

Gli attacchi missilistici di rappresaglia dell’Iran hanno ridotto in macerie il rinomato Istituto di Scienze Weizmann, affiliato all’esercito israeliano e vicino al Mossad, situato nella città di Rehovot, a sud di Tel Aviv.

Un tempo pietra miliare della ricerca scientifica e militare del regime israeliano, l’istituto, noto per i suoi stretti legami con il complesso militare-industriale israeliano, ora giace devastato e inoperante.

Secondo i media israeliani, l’attacco di precisione è stato “tutt’altro che accidentale” e ha preso di mira un centro di ricerca all’avanguardia, in campi come la fisica, la biotecnologia e l’intelligenza artificiale.

In un’intervista ai media con Channel 13, Alon Chen, presidente dell’Istituto israeliano Weizmann, ha riconosciuto che i missili balistici iraniani hanno colpito edifici chiave all’interno del complesso tentacolare, con estrema precisione, causando danni estesi e irreparabili.

“La distruzione è estesa e le nostre valutazioni iniziali indicano danni che vanno da 300 milioni di dollari fino a mezzo miliardo”, ha detto Chen al canale televisivo israeliano.

Ha spiegato che il complesso dell’istituto è composto da due parti, una residenziale più piccola e una scientifica più grande, aggiungendo che “l’Iran ha preso di mira quest’ultima, il che significa che hanno colpito il cuore dell’istituto, e gli attacchi sono stati estremamente precisi”.

Quando i giornalisti gli hanno chiesto della censura del regime sulle immagini che mostrano l’entità del danno, Chen ha confermato le restrizioni, spiegando che mirano a impedire all’Iran di ottenere informazioni che potrebbero aiutare futuri attacchi a questi siti.

“Bisogna riconoscere che gli iraniani hanno monitorato i luoghi degli attacchi missilistici in Israele, non solo a Weizmann, ma in molte basi militari e siti strategici che finora non abbiamo rivelato pubblicamente”, ha detto.

Channel 13 ha riferito che la situazione è tale che la comunità dei coloni israeliani rimane inconsapevole della precisione e dell’entità degli attacchi iraniani e dei danni in molte località.

Nonostante gli sforzi di censura, sono emersi filmati e fotografie di sorveglianza, che rivelano attacchi balistici sugli edifici e le gravi distruzioni che hanno causato.

Decenni di ricerca perduti

Il 15 giugno 2025, gli attacchi dei missili balistici iraniani hanno inflitto danni significativi all’Istituto Weizmann delle Scienze di Rehovot, situato nei territori palestinesi occupati.

Diverse strutture all’interno del complesso dell’istituto sono state distrutte.

Tra i più colpiti c’è stato il laboratorio del professor Eldad Tzahor, esperto di rigenerazione cardiaca. Il suo laboratorio è stato completamente demolito, distruggendo migliaia di campioni di tessuto cardiaco, raccolte di DNA e RNA, anticorpi personalizzati e virus ingegnerizzati, che rappresentano oltre 22 anni di ricerca.

“In meno di 15 minuti, ho visto le immagini di un incendio che consumava il laboratorio che è stata la mia seconda casa per 22 anni. Tre interi piani sono crollati. Non è rimasto nulla: nessun dato, nessuna immagine, nessuna nota, nessuna storia”, ha detto Tzahor, descrivendo la cancellazione del suo laboratorio.

Circa 45 laboratori di ricerca in tutto l’istituto sono stati danneggiati, colpendo circa 400-500 ricercatori. I laboratori interessati hanno riguardato le scienze della vita, la biologia molecolare e la neurobiologia, con conseguente perdita di materiali insostituibili come vetrini di tessuto e linee cellulari.

L’edificio delle scienze planetarie, che ospita laboratori di geochimica e altri programmi di chimica, è stato gravemente colpito, non da un attacco diretto ma dalle onde d’urto di un missile che ha colpito l’edificio di chimica adiacente. Sebbene non direttamente presa di mira, la struttura è stata resa in gran parte inutilizzabile.

Nel complesso, circa il 90% degli edifici dell’istituto ha subito una qualche forma di danno, che va da colpi diretti di missili a danni collaterali causati da onde d’urto, schegge e incendi, tra cui finestre in frantumi, pavimenti di laboratori crollati, sistemi elettrici distrutti e danni causati dall’acqua dai vigili del fuoco.

I danni fisici sono stimati tra i 300 e i 570 milioni di dollari, con gli sforzi di ricostruzione che dovrebbero richiedere anni. Tuttavia, la perdita di decenni di campioni biologici e dati di ricerca è considerata in molti casi insostituibile.

Un istituto con forti legami militari

Il Weizmann Institute of Science si presenta come un’istituzione scientifica “civile”, con gran parte della sua ricerca pubblicata apertamente su riviste accademiche. Tuttavia, molti dei suoi progetti si sovrappongono alla ricerca militare, anche se queste connessioni non sono sempre divulgate pubblicamente.

Le fonti dei media israeliani e occidentali spesso sottolineano i risultati dell’istituto nelle scienze di base e applicate, come la fisica, la chimica, la biologia e la matematica, minimizzando i suoi legami con le applicazioni militari.

Eppure, il Weizmann Institute mantiene legami chiari e documentati con l’esercito israeliano attraverso collaborazioni con appaltatori militari come Elbit Systems, la ricerca sull’intelligenza artificiale (AI), la tecnologia dei droni, le innovazioni a duplice uso e la ricerca nucleare.

Nell’ottobre 2024, l’istituto ha annunciato una partnership con Elbit Systems, un importante appaltatore militare israeliano, per sviluppare “materiali bio-ispirati all’avanguardia per applicazioni di difesa”, collegando esplicitamente l’istituto allo sviluppo della tecnologia militare.

Inoltre, il Weizmann Institute ha collaborato con Elbit Systems su progetti tra cui lo sviluppo e la fornitura di un telescopio spaziale per il programma Israeli Ultraviolet Transient Astronomy Satellite (ULTRASAT). Sebbene ufficialmente scientifico, questo programma ha riconosciuto le applicazioni a duplice uso.

“Il vicino Kiryat Weizmann Science Park ospita le principali aziende israeliane di armi come Rafael, Israel Aerospace Industries (IAI) ed Elbit Systems, i tre maggiori appaltatori militari del regime israeliano, creando un ambiente di ricerca e sviluppo in cui il lavoro dell’istituto supporta indirettamente le industrie della difesa” – ha specificato Press.tv.

Molti programmi di ricerca presso l’istituto sono finanziati anche dal ministero israeliano per gli affari bellici, consolidando ulteriormente il suo ruolo all’interno del complesso militare-industriale.

L’Istituto Weizmann è riconosciuto come un contributo chiave alle capacità militari israeliane in campi quali l’intelligenza artificiale, la tecnologia dei droni, la sicurezza informatica, la scienza dei materiali, l’informatica quantistica, i sistemi autonomi, il tracciamento e il jamming elettronici e la navigazione GPS alternativa.

Secondo quanto riferito, queste tecnologie supportano le operazioni militari israeliane, tra cui il coordinamento degli attacchi aerei, i progressi medici sul campo di battaglia e le strategie di difesa informatica.

I laureati dell’istituto spesso prestano servizio in unità militari d’élite come l’Unità 8200, la principale divisione di intelligence dei segnali e guerra cibernetica del regime, e il programma Talpiot, che forma i più importanti esperti militari scientifici e tecnologici di Israele.

Laboratori specifici, come quello del professor Eran Segal, sono stati collegati allo sviluppo di sistemi algoritmici per il processo decisionale sul campo di battaglia e la sorveglianza in tempo reale utilizzati nell’aggressione militare israeliana, anche a Gaza e in Iran.

Alcuni ricercatori si concentrano anche sulla protezione dei droni dagli attacchi di intercettazione, contribuendo direttamente alla tecnologia militare.

Le radici militaristiche dell’Istituto

Durante la guerra di pulizia etnica dei palestinesi del 1948, nota come Nakba, l’Istituto Weizmann mise ufficialmente le sue attrezzature e le strutture del campus a disposizione del gruppo paramilitare sionista Haganah, e in seguito dell’esercito israeliano di recente istituzione.

I docenti e gli studenti dell’istituto iniziarono a sviluppare e produrre una varietà di armi, tra cui esplosivi al plastico, razzi alimentati da propellenti sintetici, mortai e proiettili di cannone, nonché meccanismi di accensione per napalm, gas lacrimogeni e mine.

Alla fine della Nakba nel 1948, l’istituto era diventato un pilastro centrale del Corpo Scientifico Militare. Insieme al Technion, è emerso come il principale centro militare-scientifico per il regime israeliano.

Amministratori e docenti di alto livello, sia dell’Istituto Weizmann che del Technion, hanno continuato a guidare lo sviluppo del complesso militare-industriale israeliano. Hanno sostenuto l’idea di stabilire la ricerca scientifica israeliana come fondamento del potere militare, spingendo per lo sviluppo e la produzione locale di armi avanzate.

In questa ricerca, questi scienziati si scontrarono spesso con la leadership militare israeliana, che tendeva a favorire un approccio più conservatore alla ricerca e allo sviluppo militare e preferiva procurarsi armi da fornitori stranieri.

Alla fine, gli scienziati hanno prevalso, guadagnando un’influenza significativa. Il Corpo delle Scienze Militari fu separato dal comando militare generale e trasformato nella Direzione Ricerca e Progettazione, guidata da Ernst David Bergman, uno dei fondatori e amministratori senior dell’Istituto Weizmann.

La mente del programma nucleare illegale israeliano?

L’Istituto Weizmann è stato a lungo collegato al programma nucleare clandestino di Israele, in particolare attraverso Ernst David Bergmann, ex capo dell’istituto e primo presidente della Commissione israeliana per l’energia atomica, istituita nel 1952.

Bergmann è ampiamente riconosciuto come uno degli architetti chiave dello sviluppo illegale di armi nucleari da parte di Israele. Durante gli anni ’50, l’istituto contribuì alle prime ricerche nucleari, tra cui l’estrazione dell’uranio dai depositi di fosfato nel deserto del Negev.

Molti scienziati che lavoravano presso il Centro di Ricerca Nucleare Shimon Peres Negev (Dimona) – la struttura centrale del programma di armi nucleari di Israele – erano laureati o membri della facoltà dell’Istituto Weizmann.

Studi più recenti, come un rapporto congiunto del 2014 dell’Università di Cincinnati e dell’Università di Tel Aviv, indicano che l’istituto ha svolto un ruolo cruciale nella formazione di scienziati con competenze in fisica nucleare, gettando così le basi per le capacità nucleari di Israele.

Le indagini dell’FBI hanno affermato che l’Istituto Weizmann ha condotto ricerche relative allo sviluppo di armi nucleari e convenzionali e potrebbe aver avuto accesso segretamente ai sistemi militari statunitensi.

Per decenni, i media e i funzionari israeliani hanno descritto l’istituto come una “spina dorsale tecnologica” e il “cervello scientifico e militare” del regime, sottolineando la sua importanza strategica.

Dopo il successo dell’attacco missilistico del mese scorso, tuttavia, i funzionari e i media israeliani hanno rapidamente dipinto l’istituto come puramente civile, cercando di deviare la colpa sull’Iran e dipingere l’attacco come una rappresaglia ingiustificata contro i programmi scientifici civili e il personale iraniano.

 

Fonte: https://www.2dipicche.news/il-weizmann-institute-israeliano-stava-programmando-armi-nucleari-illegali/

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