“O Franza o Spagna, purché se magna”. Uno studio del Censis fotografa un Paese
politicamente ancora immaturo, che si è sempre visto imporre le scelte – che dovrebbero
essere proprie – dal vincitore di turno
Ecco che con il suo solito fare Alessandro Orsini rivela che la maggior parte degli italiani sono schierati dalla parte della Russia contro la Nato e dalla parte di Putin contro Zelensky.
Il sondaggio
A conforto di questa affermazione vengono riportate le conclusioni di uno studio del Censis, del dicembre 2024, secondo cui il 66,3 per cento degli italiani sono convinti che la responsabilità della guerra in Ucraina non sia della Russia, ma dell’“Occidente” ed in particolar modo degli Stati Uniti. Lasciamo perdere la legittima domanda su cosa è l’Occidente e non gli “Occidenti”, quantomeno se si legge Toymbee, Spengler e compagnia bella.
Questa “verità”, come la chiama Orsini (Quid est veritas? risponderebbe Ponzio Pilato), non deve stupire. È certamente noto che qualunque sondaggista può influenzare il risultato del sondaggio, a seconda di come sono poste le domande. Non vi è motivo, comunque, per ritenere questo dato falso. Semmai sollevano qualche amara perplessità le motivazioni che l’autore adduce a sostegno di quel dato riportato dal Censis. Egli, mai sobrio e completo nelle sue argomentazioni, si dichiara convinto che “gli italiani hanno occhi per vedere e cervelli per pensare” – nonostante tutta l’informazione “drogata”, “atlantista” – perché “ricordano la storia”.
Magari fosse così! Vi sono non infondati dubbi che in un Paese dove si legge pochissimo e si studia ancora meno si possa formare una coscienza civile e politica matura che sappia andare oltre l’informazione mainstream, alla quale Orsini, indubbiamente, fa parte. In una epoca in cui la divulgazione d’accatto la fa da padrona chi conosce la storia? Basta un Barbero qualunque ed ecco che si pensa di aver capito tutto del fluire delle humans actiones (per dirla con Spinoza).
Sostanzialmente neutralisti
L’informazione fornita da Orsini trova sponda (più che risposta) in una analisi, solida e composta, di Lucio Caracciolo che – sempre su dati Censis – riferisce che, sulle necessità di difendere la propria patria, solo il 16 per cento degli italiani si dichiara disposto a fare la guerra. Dato di per sé netto, che – comunque – stride con la rilevazione che il 38 per cento dei concittadini sarebbero disposti a correre in soccorso dei groenlandesi nel caso in cui gli americani li invadessero.
Bagatelle per un massacro! In fondo, commenta il direttore di Limes: “Noi apparteniamo all’Allenza Atlantica ma siamo sostanzialmente neutralisti”. Sostanzialmente gli italiani preferiscono esporsi il meno possibile, rispetto alla politica del proprio Paese. Quindi ben venga l’analisi di Orsini.
Longanesi, che amava i paradossi, diceva che gli italiani sono “estremisti per prudenza”. La prova provata di questa verità è che la fronda filorussa, tanto rumorosa, quanto priva di proposta, affolla gli oscuri sentieri della rete, molto più del mondo reale. Lo stesso Orsini – all’inizio del 2023, se ricordo bene – disse che sarebbe stato opportuno, nel caso che la Russia avesse attaccato la Nato e/o l’Unione europea, autosospendersi dall’alleanza e dalla Ue, fino a ché fosse perdurato il conflitto, per poi rientrare a giochi fatti. Che alta posizione morale!
“O Franza o Spagna, purché se magna”, è una espressione attribuita al fiorentino Francesco Guicciardini, che fu ambasciatore presso la corte di Spagna, diplomatico e condottiero al servizio del Papato, infine grande storico. Non è dato sapere se abbia veramente pronunciato quelle parole, ma il loro spirito aleggia nella politica dell’uomo prima alleato della Spagna, poi della Francia, allo scopo di salvaguardare le signorie dell’Italia, compresa la sua Firenze.
Ciò non toglie che quella weltanshauung ha sempre contraddistinto gli italiani negli ultimi cinque secoli. “La vocazione a dividerci sempre e su tutto per il nostro ‘particulare’, come lo chiamava Guicciardini, noi italiani – ricorda Montanelli – ce la portiamo nel sangue, e non c’è legge che possa estirparla”.
Senza memoria
La proposta di Orsini, per quanto sarà frutto di una sofisticata analisi inarrivabile per la maggior parte degli accademici italiani, ricorda il conio dell’espressione de “i giri di valzer” con la quale il cancelliere tedesco von Bülow fece riferimento (nel 1902) all’avvicinamento, ritenuto “innocuo”, dell’Italia ai Paesi della Triplice Intesa, quando era ancora all’interno dell’alleanza con la Germania e la Doppia monarchia.
Cifre e stili di politica che si protraggono nel tempo. Siamo poi sicuri che gli italiani “conoscano la storia”? Di parere contrario era l’uomo di Fucecchio per il quale “gli italiani non imparano niente dalla storia, anche perché non la sanno”. D’altronde Ojetti diceva dell’Italia che era “un Paese di contemporanei, senza antenati né posteri… perché senza memoria”.
Vassalli degli Usa
Nella vulgata proposta viene esposto al ludibrio dell’Homo orsinicus la constatazione che l’Italia è un Paese vassallo degli Stati Uniti. Che novità sconvolgente! Lo è da ottant’anni ed Orsini lo scopre ora? Per quale ragione l’America avrebbe affrontato gli investimenti del Piano Marshall? Per quale motivazione essa si è dissanguata, per decenni, nelle proprie economie e nelle proprie risorse umane per garantire una certa “sicurezza”, consentendo ai vassalli di crearsi un welfare mai raggiunto in secoli di Storia?
L’Italia è un Paese vassallo, ma – al momento – ha avuto più guadagni che perdite ad esserlo. Se un tempo era dalla sponda occidentale dell’Oceano Atlantico che le menti migliori venivano a studiare in Europa, dagli anni Cinquanta il movimento è stato da Est ad Ovest e questo è un moto irreversibile.
Attrazione per l’uomo forte
Vi è, però, qualcosa di più nell’analisi del sondaggio del Censis. L’attrazione “omoerotica” che molti italiani hanno verso l’uomo “forte”. Mussolini governò per vent’anni, senza una vera opposizione e solo quando la performance del capo ebbe indice negativo – ecco – la sfiducia verso di lui e la caduta, nata da un colpo di Stato all’interno del regime.
Il messaggio subliminale è l’offerta di una fuga dalla libertà, come evidenziò Fromm. Nonostante (e forse proprio per questo) il continuo parlare di antifascismo, altro non è che un mantra che nasconde l’anarchico, ma impotente, desiderio di un governo che rassicuri, anche attraverso una estetica volitiva del messaggio politico.
L’uomo che non fa pensare è uomo vincente, in fondo, sempre. Il dubbio è quanto di più difficile da sostenere. Certo è che l’uomo forte, il Putin della situazione, deve essere sempre fedele a sé stesso, deve essere una maschera, spesso grottesca. La crisi di questa immagine è la crisi del sistema. Commentando la deposizione di Mussolini si dice che Churchill abbia detto: “In Italia c’erano 45 milioni di fascisti; dal giorno dopo, 45 milioni di antifascisti. Ma non mi risulta che l’Italia abbia 90 milioni di abitanti”. Una frase impietosa, ma che fotografa con esattezza il cambio di casacca di una nazione, quella italiana.
Un Paese immaturo
Lo studio del Censis, che non vi è ragione di non ritenerlo veritiero, fotografa un Paese politicamente ancora immaturo, che si è sempre visto imporre le scelte – che dovrebbero essere proprie – dal vincitore di turno. L’unità nazionale? Frutto di un abile gioco tra le cancellerie europee. La liberazione? Altri ce l’hanno donata. La Costituzione? Debitrice delle logiche dei vincitori. L’Alleanza occidentale? Un vassallaggio semi imposto e molto ben pagato.
In fondo l’ultimo prodotto politico autenticamente italiano fu il fascismo. Che Orsini si balocchi pure con le sue teorie. Come diceva ancora Montanelli? “Per fortuna che il ridicolo non uccide perché altrimenti in Italia ci sarebbe una strage”.
Ricordiamo ai nostri lettori che la posizione tenuta dal nostro Circolo Christus Rex-Traditio durante e dopo la Pandemia di Covid-19 è analoga a quella espressa nei comunicati ufficiali dei principali istituti religiosi tradizionali, in particolar modo quello dell'Istituto Mater Boni Consilii (www.sodalitium.biz). Noi siamo per la piena libertà di coscienza a riguardo della vaccinazione, contestualizzata nei metodi utilizzati per imporla come obbligo da parte dello Stato (col placet del Vaticano), che ci sono parsi assurdi perché tali farmaci non solo non immunizzavano (il Covid si prendeva anche con tre dosi di vaccino) ma provocavano effetti avversi, anche gravi e mortiferi, nelle persone il cui organismo ne rigettava le sostanze. Ritenevamo e riteniamo scellerata la gestione della pandemia, anche alla luce degli scandali che stanno emergendo, col senno di poi. La libertà di scelta avrebbe salvato da danni permanenti o dalla tomba molte persone, se avessero potuto fare accertamenti preventivi o, semplicemente, se per mille motivi non desideravano sottoporsi all'iniezione. Per noi questi sono i fatti. Ma non siamo mai stati né siamo "no vax", tanto che molti di noi hanno optato per la vaccinazione e stanno tutti bene.
Il Circolo Christus Rex-Traditio
del dott. Alberto Enrico Maraolo* – articolo ne “Gli Appunti – di Stefano Feltri”
Il ministro della Salute Schillaci ha prima nominato e poi revocato medici no-vax in un organismo che si occupa di vaccinazioni. Ma il problema del rapporto tra scienza e politica è più complesso
Sarà Orazio Schillaci il secondo ministro del governo Meloni a “saltare”, a un anno esatto di distanza da Gennaro Sangiuliano? Se per il giornalista napoletano al comando del dicastero della Cultura fino al 2023 galeotto fu un affaire sentimentale alquanto tragicomico, per l’ex rettore di Tor Vergata potrebbe risultare esiziale il mezzo pasticcio delle nomine relative al nuovo NITAG (National Immunization Technical Advisory Group, ossia il Gruppo Tecnico Consultivo Nazionale sulle Vaccinazioni), organismo la cui istituzione è richiesta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per le interlocuzioni del caso.
Il 16 agosto infatti Schillaci ha annullato il decreto da lui stesso firmato dieci giorni prima con cui si definiva la nuova composizione di questo organo consultivo, che non produce documenti vincolanti, ma in linea teorica dovrebbe essere frequentemente consultato dal ministero per informare raccomandazioni solide in tema di politiche vaccinali, che tuttavia risentono anche della grande autonomia delle Regioni con ampie differenze tra l’una e l’altra.
Il problema era la nomina di due medici con idee alquanto controverse sui vaccini: Paolo Bellavite ed Eugenio Serravalle, verosimilmente “spinti” nel NITAG da vicinanza politica ad ambienti nella maggioranza, come desumibile dalla difesa accorata dei due (ormai ex) consulenti da parte di esponenti di Fratelli d’Italia e Lega in nome della “democrazia” e della “libertà d’espressione” in ambito scientifico.
Paolo Bellavite è un ematologo, ex docente universitario di patologia generale in pensione, nemmeno più iscritto da anni all’Ordine dei medici, famoso per affermazioni secondo cui “i vaccini contro il Covid-19 avrebbero causato effetti avversi gravi più di tutti i vaccini della storia umana e un numero di vittime paragonabile a quelle del virus stesso”.
Eugenio Serravalle è un pediatra che risulta tra gli elementi di spicco di note associazioni di forte contrasto all’immunizzazione attiva, come il Coordinamento del Movimento italiano per la libertà di vaccinazione (Comilva) e l’Associazione di studi e di informazione sulla salute (Assis).
Entrambi sono molto vicini al mondo dell’omeopatia. Nessuno dei due ha un curriculum con pubblicazioni scientifiche solide sul tema vaccinale.
Contro di loro si è sollevata la protesta pressoché unanime della comunità scientifica a livello individuale e di società rappresentanti le varie discipline: Schillaci avrebbe chiesto loro un passo indietro, e al loro rifiuto ha sciolto la commissione per la spinta a un certo punto insostenibile del mondo da cui proviene, quello accademico, a quanto pare attirando le ire dei piani alti del governo che sembrava tenere molto a queste nomine.
La strana democrazia applicata alla scienza
In foto il ministro della Salute Orazio Schillaci
E’ noto che la Sanità in Italia sia pesantemente influenzata dalla politica. Dunque, al fianco di illustri esponenti del mondo medico-scientifico in Italia non è infrequente trovare personaggi con un curriculum molto meno solido, la cui selezione risponde a logiche politiche.
In questo caso, si vellica una potenziale fetta d’elettorato (no-vax, esitanti, scettici, complottisti) che può fare comodo mobilitare specialmente in un contesto come quello attuale a bassa affluenza elettorale: una quota di elettori piccola, ma agguerrita e motivata, può fare comodo.
Uno dei ragionamenti richiamati dai stessi diretti interessati è quello della necessità della pluralità d’opinioni in nome della democrazia. C’è chi risponde che è come mettere mafiosi negli enti anti-mafia o terroristi nelle squadre anti-terrorismo e che “la scienza non è democratica”.
Tuttavia, questo tipo di risposta finisce paradossalmente con il rafforzare i bersagli che si vuole colpire. La scienza è democratica per definizione, perché permette a chiunque di poter contribuire all’avanzamento in un determinato campo dello scibile.
La premessa è che ciò deve avvenire in un perimetro di regole ben definito: il quadro epistemologico in cui ci si muove da tempo è quello descritto dal filosofo Karl Popper con il famoso principio di falsificabilità, che in ambito medico si declina da oltre tre decenni secondo i dettami della “medicina basata sulle evidenze” (quest’ultimo termine sarebbe meglio traducibile con “prove d’efficacia”).
La scienza è dunque democratica ma allo stesso tempo elitaria, nella misura in cui occorrono anni di studio e preparazione per padroneggiarne le regole, per cui è implausibile che, per esempio, un dotto studioso di papirologia, per quanto eminente nel suo campo, possa parlare la stessa lingua di un epidemiologo con decenni di lavoro sul campo e con un curriculum ricco di numerosi articoli scientifici su riviste prestigiose.
Rimanendo poi in ambito sanitario, considerando il grado di iper-specializzazione che ormai ogni settore ha raggiunto, appare curioso conferire una patente di esperti di vaccini a personaggi che, al di là delle loro idee, hanno un curriculum che nemmeno ricomprende i temi legati all’immunizzazione.
Dunque il problema non è la “democrazia” ma la competenza. Nel reparto di ingegneria di un’azienda privata che produce microchip nessuno metterebbe un laureato in papirologia. Purtroppo, nella sanità italiana ciò in un certo senso succede.
Anti-vaccinismo: una vecchia storia
Viviamo in tempi di polarizzazione. Alcuni traggono vantaggi dall’alimentare il complottismo e dal ventilare l’esistenza di una realtà “altra”, nell’evocare grandi burattinai e piani perversi di controllo delle masse tramite “l’inoculazione” (dei vaccini).
Tuttavia, la paura dei vaccini non nasce certo oggi ma è connaturata alla nascita stessa della pratica vaccinale, anzi, della sua antesignana: la variolizzazione, consistente nell’inoculare deliberatamente in un individuo sano una piccola quantità di materiale infetto prelevato da un malato di vaiolo in forma lieve..
Lo storico statunitense Stephen Coss nel suo The Fever of 1721, purtroppo non tradotto in italiano, racconta in maniera incisiva e incalzante di come l’epidemia di vaiolo che colpì il New England, all’epoca ancora colonia britannica, nell’anno del titolo cambiò per sempre la storia nordamericana e dunque del mondo.
La società e la politica del New England si infiammarono su come rispondere alla pestilenza, e uno dei primi magazine nordamericani, il New England Courant, fu fondato come settimanale da James Franklin, fratello del più famoso Benjamin.
Il Courant ebbe come prima ragione di vita quello di contrastare con ogni mezzo la variolizzazione, in realtà già effettuata in tempi antichissimi in Cina, India e Africa.
Poiché era una pratica importata dagli schiavi africani, ebbe una violenta opposizione, generando schieramenti che si scontrarono non solo in senso metaforico. In quell’humus si formò l’embrione della futura dirigenza della rivoluzione americana, secondo Coss.
Il figlio di Benjamin Franklin alcuni anni dopo morì di vaiolo: il padre, preso da mille dubbi, non aveva sottoposto il figlio a variolizzazione. Dopo la tragedia, divenne un fervido sostenitore della pratica.
Nel 1900 un influente medico statunitense, James Martin Peebles, molto prolifico come autore di testi sconfinanti nello spiritualismo e nello psichismo, scrisse un libro intitolato Vaccination: A Curse and a Menace to Personal Liberty, with Statistics Showing Its Dangers and Criminality in cui si affermava che “la pratica della vaccinazione… non solo è diventata la minaccia principale e il pericolo più grave per la salute delle nuove generazioni, ma anche l’oltraggio supremo alla libertà personale del cittadino americano”. Nel XIX secolo nel Regno Unito erano fiorite pubblicazioni del tipo “AntiVaccinator” o “The National AntiCompulsory Vaccination Reporter”.
Immagine con licenza Creative Commons – Questa vignetta del 1802, creata dal celebre satirico inglese James Gillray, rappresenta in modo caricaturale la somministrazione del vaccino contro il vaiolo bovino. Ambientata all’Ospedale di St. Pancras, l’illustrazione mostra l’angoscia dei pazienti, raffigurando giovani donne terrorizzate mentre ricevono il vaccino e altre persone dai cui corpi spuntano delle mucche. L’artista in questo modo ridicolizzava ed esasperava le tesi diffuse dagli oppositori della vaccinazione, i quali paventavano il rischio che le persone vaccinate potessero manifestare tratti fisici simili a quelli dei bovini
La paura dei vaccini
Dunque, il problema non è legato alle nomine di Schillaci, né ai vaccini anti-COVID-19 né tanto meno al farlocco legame tra vaccinazione e anti-morbillo e autismo, purtroppo al centro di uno degli scandali scientifici più grandi della storia della medicina, mix gravissimo di dati falsificati e conflitti d’interesse.
Un bell’excursus sulle ragioni profonde della paura nei confronti dei vaccini, che in realtà può assumere varie forme e sfumature (dal rifiuto totale dei no-vax all’esitanza), è fornito da un libro del 2016 dello storico della medicina Andrea Grignolio, intitolato Chi ha paura dei vaccini?.
Grignolio attinge grandemente da neuroscienze e psicologia cognitiva, citando abbondantemente il premio Nobel per l’economia Daniel Kahneman, il quale fu insignito nel 2002 dell’onorificenza “per avere integrato risultati della ricerca psicologica nella scienza economica, specialmente in merito al giudizio umano e alla teoria delle decisioni in condizioni d’incertezza”, nonché un altro celebre psicologo ed economista quale Herbert Simon, che coniò il concetto di “razionalità limitata”.
In sintesi, a causa di un’evoluzione secolare avvenuta in un ambiente molto diverso da quello odierno, in cui per millenni la sopravvivenza giornaliera era l’orizzonte per tutti i cacciatori-raccoglitori, la mente umana non è strutturata per valutare correttamente le proiezioni future.
Questo retaggio evolutivo spiega perché, di fronte a decisioni complesse che includono elementi di rischio e incertezza, il nostro cervello non segue percorsi puramente razionali. Il cortocircuito tra il sistema intuitivo e quello razionale del nostro cervello provoca le più frequenti distorsioni cognitive alla base dell’anti-vaccinismo.
Infatti, il processo decisionale umano è influenzato da due tendenze psicologiche principali: una forte avversione alle perdite e una stima eccessiva degli eventi poco probabili. In ambito economico, la prima significa che il dolore di perdere una somma di denaro è percepito come più intenso della gioia di guadagnarne una uguale.
Di conseguenza, le persone sono più propense a correre dei rischi per scongiurare una perdita che per realizzare un profitto.
In ambito vaccinale, la nostra mente è predisposta a dare eccessiva importanza alle informazioni su rischi elevati, anche se statisticamente improbabili, mentre tende a sminuire o ignorare i dati sui benefici e sulla sicurezza, persino quando provengono da fonti scientifiche autorevoli.
Chi teme i rarissimi effetti collaterali gravi dei vaccini finisce per accettare un rischio molto maggiore, usando e abusando di farmaci come gli antinfiammatori (FANS) per disturbi di lieve entità, i cui effetti avversi sono centinaia di volte più probabili.
Si ha una più alta accettazione di rischio di effetto avverso per curare un problema, anche se modesto come un attacco di cefalea, piuttosto che di rischio di reazione indesiderata per ottenere un beneficio futuro che può essere percepito come sfuggente, ovvero l’evitare di contrarre malattie della cui pericolosità sovente non c’è più contezza proprio in ragione dell’abbattimento dell’incidenza grazie ai vaccini.
Pesano infine anche i fattori sociali: l’innalzamento dell’età della maternità e il contestuale crollo del tasso di fecondità fanno sì che l’ansia derivante dai rischi di una gravidanza in età avanzata, e dalla consapevolezza di avere meno opportunità future, spingano i genitori a eludere argomenti percepiti come stressanti. Ne consegue che, nel rapporto con i medici, le raccomandazioni sulle vaccinazioni sono tra i consigli più frequentemente disattesi.
La speranza per il NITAG del futuro
I vaccini sono farmaci, dunque con i loro benefici ma anche effetti collaterali. Come ogni intervento medico, implicano un fisiologico rapporto rischio-beneficio. Storicamente sono stati il mezzo di maggiore successo della storia della medicina, tuttavia vi sono ragioni ancestrali, cablate nei nostri cervelli, per cui attecchiranno sempre suggestioni e idee contrarie al loro utilizzo, spesso mascherate da appelli alla prudenza o dal richiamo alla libertà di scelta.
Purtroppo su queste ragioni da decenni alcuni speculano, sia in ambito medico che politico. Serravalle e Bellavite sono solo i protagonisti del momento della scena anti-vaccinista, altri verranno fuori, verosimilmente facilitati anche da ciò che succede oltreoceano: negli Stati Uniti l’amministrazione Trump tramite il controverso ministro RFK junior ha già profondamente impattato sulla versione locale del NITAG, l’Advisory Committee on Immunization Practices (ACIP), che peraltro ha un potere molto superiore e non meramente consultivo.
Al di là di Serravalle e Bellavite, che hanno monopolizzato il dibattito, hanno lasciato perplessi anche nomine di specialisti lontani dal mondo dei vaccini, afferenti a branche come chirurgia e ortopedia. La speranza per il NITAG del futuro è quella di avere non solo esponenti di spicco, di indiscusso valore scientifico sul piano nazionale e internazionale, delle branche più coinvolte (malattie infettive, immunologia, igiene e medicina preventiva, pediatria, epidemiologia…), possibilmente scevri da conflitti di interesse, ma anche figure quali psicologi cognitivi, economisti (e farmaco-economisti), divulgatori scientifici, il cui know-how sarebbe quanto mai prezioso per vincere la battaglia sul piano culturale e per fornire raccomandazioni che possano avere un’elevata probabilità di essere ben accolte dalla popolazione.
Sarebbe infine utile anche avere a bordo rappresentanti delle associazioni dei pazienti, visto che la stessa “evidence-based medicine” (EBM) enfatizza l’importanza dei “valori e delle preferenze” dei soggetti a cui le linee guida sono indirizzate.
L’EBM è la cornice epistemologica in cui da trent’anni si muove la medicina occidentale, definita come l’integrazione delle migliori prove di efficacia clinica (ricavate da studi rigorosi) con la esperienza e l’abilità del medico nonché appunto i valori del paziente, teorizzato e formalizzato da un gruppo di medici e accademici della McMaster University in Canada, ma il cui padre spirituale è l’epidemiologo scozzese Archibald Cochrane.
Vero è che i vaccini hanno tra i principali target, specialmente per quelli obbligatori, i bambini, ma ve ne sono tanti altri che hanno un potenziale spazio nei cosiddetti “pazienti fragili”, come gli anziani e gli immunodepressi di varia natura (pazienti per esempio ematologici, oncologici, reumatologici).
Per questo sarebbe utile un organo consultivo veramente plurale nel senso che metta insieme esperti di numerose discipline la cui pratica clinica possa implicare la proposta di un programma di vaccinazioni, non quello che mette vaccinisti e anti-vaccinisti sullo stesso piano.
*Alberto Enrico Maraolo è ricercatore in Malattie Infettive presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”; consigliere nazionale SIMIT, la Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali; fellow dell’ESCMID, la Società Europea di Microbiologia Clinica e Malattie Infettive.
Disclaimer: l’articolo esprime esclusivamente il parere personale dell’autore e non rappresenta in alcun modo la posizione della Società scientifica (la SIMIT, Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali) del cui consiglio direttivo fa parte.
di Paul Craig Roberts (articolo segnalato da F.P.)
Una menzogna palese e palese è stata trasformata in verità in tutto il mondo occidentale. La menzogna è che la Russia abbia invaso l’Ucraina. Vi fornirò la storia fattuale, facilmente verificabile.
Quando Washington rovesciò il governo ucraino nel 2014 e insediò un fantoccio, si affidò ai banderiti per spingere il governo all’ostilità con le aree dell’Ucraina abitate dai russi, come la Crimea e il Donbass, che originariamente facevano parte della Russia. Che i banderiti, seguaci di Stepan Bandera, siano o meno neonazisti, sono certamente ostili ai russi.
Il conflitto in Ucraina è iniziato nel 2014 con aggressioni di strada contro i russi nel Donbass e i tentativi del governo di vietare l’uso della lingua russa e di imporre altri divieti nelle aree russe. Queste aggressioni di strada si sono presto trasformate in attacchi di artiglieria contro le città del Donbass e nell’occupazione del territorio del Donbass da parte di milizie ucraine con insegne naziste. Per proteggersi, il Donbass si è diviso in due repubbliche indipendenti – Luhansk e Donetsk – e ha formato gruppi paramilitari per difendersi.
Nel 2014 Donetsk e Luhansk votarono a stragrande maggioranza per essere riassorbite dalla Russia come la Crimea, ma Putin rifiutò. Putin si affidò invece all’Accordo di Minsk, firmato dall’Ucraina e dalle repubbliche indipendenti e che Germania e Francia avrebbero dovuto far rispettare. L’accordo, sponsorizzato dalla Russia, manteneva il Donbass in Ucraina ma garantiva una certa autonomia, come una polizia e tribunali indipendenti per proteggere i diritti degli abitanti russi. Putin si affidò ingenuamente all’Accordo di Minsk, che il cancelliere tedesco e il presidente francese in seguito dichiararono essere stato utilizzato per ingannare Putin mentre gli Stati Uniti costruivano ed equipaggiavano un grande esercito ucraino.
Entro la fine del 2021, questo esercito era pronto a invadere il Donbass, gran parte del quale era già sotto occupazione ucraina, e a reintegrarlo forzatamente nell’Ucraina senza alcuna autonomia. Di fronte agli abusi e al possibile massacro del popolo russo, Putin e il suo ministro degli Esteri Lavrov hanno tentato, tra dicembre 2021 e febbraio 2022, di ottenere un accordo di sicurezza reciproca con l’Occidente che escludesse l’Ucraina dall’adesione alla NATO e contribuisse alla sicurezza reciproca normalizzando le relazioni tra Russia e Occidente. Il regime di Biden, la NATO e l’UE hanno categoricamente rifiutato. A questo rifiuto è seguito il conflitto .
Vedendo il destino segnato e non potendo evitarlo, la Russia ha riconosciuto ufficialmente le repubbliche del Donbass. Ciò ha permesso a Donetsk e Luhansk di chiedere alla Russia di intervenire in loro aiuto, cosa che Putin ha fatto all’ultimo minuto, con otto anni di ritardo. Nonostante l’invito a entrare nel Donbass, la Russia non ha nemmeno invaso il Donbass, tanto meno l’Ucraina.
Putin ha definito l’intervento russo un'”operazione militare speciale”, limitata allo sgombero delle truppe ucraine dalle aree russe. Dopo sette mesi dall’intervento militare, il 30 settembre 2022, la Russia ha reincorporato alla Russia le aree russe di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson. I combattimenti terrestri si sono limitati allo sgombero delle truppe ucraine dal territorio che è tornato a far parte della Russia.
Chiedetevi come e perché la verità è stata sostituita da una menzogna. La risposta è che coloro che traggono profitto dalla guerra forniscono la propaganda bellica.
Ora chiediamoci perché è importante. La risposta è che la propaganda è un ostacolo alla comprensione e a una soluzione diplomatica pacifica a un conflitto che può facilmente degenerare in una guerra più ampia.
La propaganda secondo cui l’invasione dell’Ucraina da parte del malvagio dittatore-criminale di guerra-Putin sarebbe il primo passo per la ricostruzione dell’Impero sovietico limita la capacità di Trump e Putin di mettere le relazioni Est-Ovest su un piano meno rischioso. I media occidentali, puri e corrotti, stanno già urlando che Trump sta svendendo l’Ucraina, che Trump sta svendendo l’Europa, che Trump è creta nelle mani di Putin. Questi e altri slogan ignoranti simili saranno usati dai neoconservatori sionisti e dal complesso militare/di sicurezza statunitense per creare divisioni tra Trump e i suoi sostenitori. Gli americani sono stati indottrinati a considerare la Russia come il nemico per 75 anni. Questa convinzione è istituzionalizzata.
Il progresso verso relazioni pacifiche richiede un’informazione veritiera e la correzione di convinzioni consolidate che sono false. È possibile raggiungere questo obiettivo quando i sostenitori neoconservatori ben piazzati dell’egemonia statunitense difendono i propri interessi e il complesso militare/di sicurezza è determinato a proteggere il proprio potere e i propri profitti? Trump può aspettarsi scarso aiuto dai media. Gli ingenui russi non dovrebbero lasciarsi trasportare dalle loro speranze di un accordo con l’Occidente. Forti barriere si frappongono alle speranze russe e i russi non hanno i mezzi per rimuoverle. È improbabile che Trump ne abbia.
Ora ponetevi un’ultima domanda: perché è il PCR a sostenere il buon senso e la verità? Perché non lo fanno la comunità di politica estera statunitense, il Cremlino, i media cinesi, russi, occidentali, il governo tedesco, il governo britannico, il governo indiano? Perché i sostenitori di Trump non lo sostengono? Io sono solo una voce facilmente taciuta come “agente/fedele di Putin” dal Washington Post, dalla CNN, da Fox News, da NPR, dalla BBC, dalla MSNBC, dal NY Times, dal Wall Street Journal, dal Guardian e dal resto dei media disonesti e da una pletora di siti internet sponsorizzati da guerrafondai. La normalizzazione delle relazioni tra Occidente e Russia richiederà molte voci. Dove sono queste voci?
Nota: le prostitute della BBC e il resto dei media prostituzionali riportano erroneamente che il ripristino della cittadinanza russa da parte della Russia per Crimea, Donbass, Zaporizhia e Kherson è illegale. Il ripristino della cittadinanza russa è del tutto legale secondo le norme internazionali di autodeterminazione. Non vi è alcun tentativo da parte di Crimea, Donbass, Zaporizhia e Kherson di tornare all’Ucraina.
di Nicola Arena, vicepresidente dell’associazione “I SENTIERI DI GRIMOALDO”, attiva da anni nella promozione di comunità solidali e modelli economici locali ispirati a giustizia, reciprocità e partecipazione. (e-mail info@isentieridigrimoaldo.it sito web dell’associazione: www.isentieridigrimoaldo.it )
Negli ultimi 10 anni il numero degli artigiani presenti nel Bel Paese ha subìto un crollo verticale: ben 400mila unità in meno. Se nel 2014 se ne contavano circa 1,77 milioni, nel 2024 la platea è scesa a 1,37 milioni.
Significa che, in soli dieci anni, quasi un artigiano su quattro ha chiuso bottega. Le cause? Principalmente il sistema in cui la moneta nasce come debito e non come strumento di proprietà condivisa dei cittadini. Un altro fattore determinante è conseguenziale al sistema del debito è la crescente pressione fiscale, aumento dei costi fissi, burocrazia opprimente, calo del potere d’acquisto dei consumatori e un mercato sempre più spietato dominato da multinazionali e colossi del web.
In un simile scenario, la frammentazione sociale e l’isolamento economico diventano la norma. Per questo serve un’inversione di rotta: un ritorno alla dimensione comunitaria, al legame tra persone, alla fiducia reciproca. È qui che interviene il nostro impegno concreto, radicato nei territori e fondato su valori umani profondi e di giustizia sociale.
L’associazione I SENTIERI DI GRIMOALDO promuove comunità solidali ispirate alla Dottrina Sociale della Chiesa.
Vuol dire dare vita a realtà fondate sulla dignità della persona, la giustizia, la solidarietà e il bene comune. Significa riscoprire il valore della reciprocità, del lavoro onesto e del rispetto per ogni essere umano. Questo progetto è aperto a tutti, credenti e non credenti, perché i suoi principi parlano al cuore della coscienza umana. Chiunque desideri una società più giusta e umana può partecipare. Insieme, possiamo ridare forza alle nostre comunità e dignità al lavoro.
Siamo attivi in tutta Italia con sette realtà territoriali impegnate nel rilancio dell’economia locale.
Agiamo in trasparenza, legalità e spirito volontario, senza fini di lucro.
Promuoviamo un modello basato sulla proprietà diffusa, sull’aiuto reciproco e sul riconoscimento della dignità di ogni persona.
A tal proposito ricordiamo che nel nostro Statuto è citata espressamente la Rerum Novarum, la quale afferma il diritto naturale di ogni persona ad accedere alla proprietà, come strumento di dignità e libertà.
Un principio rafforzato anche dall’articolo 42 della Costituzione italiana, che riconosce la funzione sociale della proprietà e ne promuove la più ampia diffusione.
Da oltre cinque anni, l’associazione I Sentieri di Grimoaldo opera con dedizione e trasparenza in diverse regioni d’Italia. Le sette realtà territoriali attive, da Trento a Brescia, Bologna, Fermo, Aprilia e Piana del Tauro, testimoniano la solidità e l’efficacia del progetto. Non cerchiamo interessi personali né profitti speculativi, ma perseguiamo un autentico impegno per la giustizia sociale e la solidarietà tra famiglie, lavoratori, imprese e istituzioni locali. Vogliamo essere un punto di riferimento per le comunità, promuovendo unità e benessere collettivo in tempi di grande sfida.
Il Progetto Auri si inserisce perfettamente in questa visione, restituendo al popolo la proprietà del valore monetario attraverso un bene patrimoniale: gli Auri.
Si tratta di un’iniziativa concreta per invertire la rotta, aiutando artigiani, commercianti, piccoli produttori e tutta l’economia locale a risollevarsi grazie a strumenti semplici, legittimi e radicati nella comunità.
Inoltre, aderire al Progetto Auri significa ottenere maggiore visibilità, attrarre nuovi clienti e beneficiare di un importante ritorno d’immagine. Quando il tessuto sociale si riduce, aumentano l’isolamento, la sfiducia e la frammentazione, mentre la solidarietà tra le persone si affievolisce.
Testate giornalistiche, TV locali e social media stanno iniziando a raccontare questa umana economia solidale, che non crea competizione sleale, ma ricuce legami e ricostruisce il tessuto sociale.
Il sistema monetario attuale, basato sull’emissione a debito e sul corso forzoso, contribuisce proprio a questo processo di disgregazione.
Il Progetto Auri nasce in risposta a questa deriva: non è uno strumento speculativo, non arricchisce pochi a danno di molti, ma restituisce alla comunità il valore che essa stessa genera. Così rafforza i legami sociali, la fiducia reciproca e la collaborazione, alimentando una crescita condivisa e radicata nel territorio.
La situazione socio-economica in Italia e nel mondo sta rapidamente deteriorandosi: chiusure di attività, abbandono dei borghi, giovani costretti a cercare futuro altrove e famiglie senza certezze.
Se non si agisce con urgenza, il rischio è quello di un declino irreversibile.
Serve un’organizzazione sana, fondata su valori autentici, giustizia sociale e strumenti legittimi, che rimettano al centro le persone e le comunità.
Il Progetto Auri è una risposta concreta: un modello che unisce, rilancia l’economia locale e restituisce speranza. Ripartire non solo è possibile, ma diventa una scelta obbligata.
Gli Auri non sono una moneta alternativa, ma beni patrimoniali di proprietà del portatore, garantiti da un fondo reale in euro di proprietà collettiva di tutti i soci. Ogni Auri speso attiva valore reale, rafforza i legami comunitari, promuove il lavoro locale e sostiene l’identità culturale ed economica del territorio.
Il Progetto Auri è già una realtà concreta: sette associazioni territoriali attive (Trento, Brescia, Bologna 1 e 2, Fermo, Aprilia, Piana del Tauro) operano in Italia, sostenute da cittadini onesti, responsabili e competenti e che credono nella giustizia. Tutto si svolge nel pieno rispetto della legge, con l’obiettivo di costruire reti solidali, circolari e durature.
Tutto il sistema Auri è costruito nel pieno rispetto della normativa vigente: ogni transazione è tracciabile, documentata e fiscalmente regolare. Gli Auri non essendo moneta e non avendone le caratteristiche di generalità, universalità e obbligatorietà di accettazione – non hanno spendibilità generalizzata in quanto la circolazione avviene all’interno di un sistema predeterminato e predefinito. Trattasi, pertanto, di fattispecie negoziale riconducibile al contratto per adesione come tale aperto alla futura accettazione di successivi aderenti. Nessuna evasione, nessun escamotage: solo trasparenza, serietà e piena conformità alla legge.
Le attività economiche che aderiscono restano perfettamente in regola con le normative fiscali, possono emettere regolare scontrino o fattura con sconto applicato e, in caso di necessità, convertire gli Auri in euro in modo chiaro e responsabile. L’associazione supporta ogni passaggio con consulenti competenti, disponibili a chiarire ogni dubbio e fornire assistenza continua.
Uno degli aspetti più concreti e vantaggiosi del Progetto Auri riguarda chi accetta i pagamenti in Auri. Facciamo un esempio semplice: un prodotto che normalmente costa 100 euro viene venduto a 90 Auri. Il cliente risparmia subito il 10%. Il commerciante emette regolare scontrino o fattura da 90 euro, pagando meno tasse in modo del tutto legale, con un risparmio fiscale stimabile attorno al 10%.
Ma il vantaggio non finisce qui: i 90 Auri ricevuti restano un credito d’acquisto nel circuito e permettono al commerciante di ottenere beni o servizi del valore reale di 100 euro. In pratica, il commerciante beneficia sia di un vantaggio fiscale, sia di un incremento del potere d’acquisto. Il risultato? Un guadagno netto del 20%, in piena trasparenza e legalità.
Aderire al Progetto Auri significa molto più che partecipare a un semplice circuito di scambio: vuol dire diventare parte attiva di una rete comunitaria che rimette al centro la persona, il lavoro, la fiducia e la solidarietà. Significa comprendere che l’economia non è solo questione di numeri, ma nasce dalle relazioni, dai volti, dalle famiglie, dalle piccole scelte quotidiane che possono trasformare il presente e gettare le basi per un futuro più giusto, stabile e umano.
Ogni associazione territoriale della comunità I SENTIERI DI GRIMOALDO che adotta il Progetto Auri organizza incontri pubblici, percorsi di formazione, supporto legale e contabile, coinvolgendo cittadini, commercianti, artigiani, liberi professionisti, amministratori locali e giovani. L’obiettivo è costruire comunità vive, solidali e operative, capaci di riconoscere e “monetizzare” il valore umano, sociale e professionale che troppo spesso il mercato tradizionale ignora o svaluta.
Aderire è semplice, gratuito e perfettamente legale. Non si tratta di evadere o di eludere le regole, ma di esercitare consapevolmente il diritto alla proprietà del valore, come affermato dalla Dottrina Sociale della Chiesa e da studiosi come il professor Giacinto Auriti. È infatti l’accettazione convenzionale da parte della comunità che conferisce valore al simbolo monetario: se viene riconosciuto e utilizzato, quel valore diventa reale, concreto, misurabile e utile alla vita quotidiana.
Il Progetto Auri non fa promesse miracolose né propone facili guadagni o investimenti rischiosi. Offre invece una via concreta, fondata sulla responsabilità reciproca, sulla trasparenza e sul buon senso. È un patto etico tra chi compra e chi vende, tra chi produce e chi consuma, tra chi sceglie di restare e chi vuole costruire, passo dopo passo, una società più giusta, coesa e a misura d’uomo.
In un’Italia sempre più disgregata, dove le piccole attività chiudono e le periferie si svuotano, gli Auri rappresentano una possibilità concreta di rinascita: uno strumento per restituire dignità economica, relazioni autentiche e speranza. Una via alternativa che non si basa su finanziamenti esterni o debiti imposti, ma sulla responsabilità condivisa, sulla fiducia tra le persone e sul valore reale creato dalla comunità stessa.
Non possiamo più attendere che altri decidano per noi. Il Progetto Auri si compone di due strumenti distinti ma complementari: il Progetto Auri Comunale, rivolto alle amministrazioni pubbliche, e il Progetto Associativo Territoriale, attivabile direttamente dai cittadini. Entrambe le vie offrono soluzioni pratiche, legali e trasparenti.
Ora la scelta è nelle mani delle persone e dei loro rappresentanti locali: possiamo restare fermi ad aspettare che la crisi peggiori, oppure possiamo iniziare subito a costruire un’alternativa concreta, fondata su fiducia, collaborazione e responsabilità.
Se la politica non vuole – o non può – intervenire, tocca ai cittadini unirsi per proteggere il proprio futuro e quello delle comunità locali.
«Unendo le nostre forze e radicandoci nei valori cristiani che ci guidano con fermezza, possiamo insieme scrivere una nuova pagina di storia, fatta di solidarietà vera, speranza concreta e un futuro migliore per tutti.»
di Francesca Romana Poleggi* (sul sito di ProVita del 14/08/2025)
C’è stato fino a poco fa un video virale su internet di due uomini che baciavano il loro bambino comprato al mercato dell’utero in affitto ogni mese durante il suo primo anno di vita. Poi si è saputo che uno dei due era stato condannato per pedofilia.
Allora Katy Faust, dell’associazione pro famiglia “Them Before Us”, ha interpellato l’Intelligenza Artificiale: ha ragione la propaganda Lgbt a insegnare che “basta l’amore” e che i bambini che crescono con coppie dello stesso stesso hanno le stesse probabilità di essere sani e felici di quelli con un padre e una madre?
Grok, il robot di intelligenza artificiale di X, molto diligentemente – in base a quello che ha trovato in rete – ha risposto che gli studi scientifici dicono che non c’è differenza nel crescere con una coppia omosessuale o con due genitori naturali.
COMUNICATO STAMPA DEL CIRCOLO CHRISTUS REX-TRADITIO
Leggiamo, con amarezza, che il “cattolico” sindaco di Verona, Damiano Tommasi, ha registrato una quindicina di bambini, per coppie dello stesso sesso. Osserviamo un fronte compatto del centrodestra di governo nella condanna e nell’indignazione. Al buon intervento dell’On. Maddalena Morgante, si è allineato quello del Sen. Paolo Tosato, che ha a cuore soprattutto la tutela dei minori.
“In linea con la Dottrina sociale della Chiesa Cattolica è l’intervento del Prefetto della Biblioteca Capitolare e direttore di Telepace Bruno Fasani, che, di fatto, “scomunica” la decisione del “chierichetto” di Palazzo Barbieri, usando le recenti parole di Robert Francis Prevost, Leone XIV:“per creare società civili armoniche e pacificate si deve investire sulla famiglia, fondata sull’unione stabile tra uomo e donna, società piccola ma vera, e anteriore a ogni civile società” “- incalza il Coordinatore di Christus Rex-Traditio ing. Raffaele Amato.
“Questa compattezza, sui temi etici, ci fa ben sperare per il futuro. Noi cattolici tradizionalisti, facenti parte della civile società, storicamente combattiamo battaglie a difesa del diritto naturale e – siamo pronti a farlo, anche stavolta, sul piano legale, attraverso un esposto in Procura e una lettera al Viminale, dal momento che, a nostro giudizio, il provvedimento è nullo“!
Continua il portavoce dei Tradizionalisti, Avv. Andrea Sartori: “L’ordinamento italiano, in caso di coppie dello stesso sesso, – spiega l’ultima sentenza della Cassazione – mantiene fermo il divieto di maternità surrogata e, non intende assecondare tale metodica di procreazione, rifugge da uno strumento come la trascrizione. A Milano, infatti, il sindaco Sala, del Pd, ha bloccato da due anni le trascrizioni”.
“Soprattutto, è lesivo del diritto dei figli ad avere mamma e papà, nonostante i desideri moralmente molto discutibili di due mamme o due papà, che è quello di crescere in un ambiente che si avvicini il più possibile a quello della famiglia naturale che non hanno. La sinistra fa, da sempre una squallida confusione ideologica tra diritti e desideri, per far passare le sue istanze più folli” – sostiene, con determinazione, il Coordinatore di Christus Rex, Raffaele Amato.
L’Ing. Raffaele Amato conclude: “non possiamo far pagare ai bimbi le “marchette” politiche del sindaco ai gruppetti omosex, perché significherebbe destinarli a crescere, come scriveva nel “Dialogo della divina Provvidenza” Santa Caterina da Siena, patrona d’Italia, con coloro che “…commettendo il maledetto peccato contro natura, quali ciechi e stolti, essendo offuscato il lume del loro intelletto, non conoscono il fetore e la miseria in cui sono…”
Mentre proseguono i colloqui su come porre fine alla guerra in Russia, l’amore di Trump per il teatro politico ha mietuto un’altra vittima: il guardaroba del presidente ucraino.
Cercasi: più bastoni, meno tute. Fotografo: Bloomberg (commento ironico di Bloomberg, n.d.r.)
Giocare bene
“Trova le differenze”. Ecco la prima foto, scattata ieri e la seconda scattata a fine febbraio 2025.
Cosa hai notato per primo? Forse sei rimasto accecato dai fronzoli dorati che ricoprono la mensola del camino nella prima foto. O forse è stato il linguaggio del corpo. Nella seconda immagine, entrambi sono curvi e Zelensky sembra rassegnato, mentre Trump appare combattivo. Nella prima, entrambi si danno la mano e hanno un atteggiamento fiero. Ma la differenza più sottile è forse la più simbolica : nella sua ultima visita alla Casa Bianca, Zelensky ha cambiato la sua polo a maniche lunghe in maglia con un abito completamente nero .
L’abbigliamento in stile militare del presidente ucraino è motivo di contesa per Trump, quindi il fatto che abbia rinunciato al suo solito abbigliamento per qualcosa di più formale la dice lunga su quanto possano essere delicate – e assurde – le trattative geopolitiche. Tuttavia, simili teatralità potrebbero non sorprendere, considerando come è andato il viaggio di Trump in Alaska.
Sebbene non sapremo mai esattamente cosa Trump e il presidente russo Vladimir Putin si siano detti a porte chiuse (in auto) , Marc Champion sostiene che “molto si può dedurre dalle due parole mai pronunciate durante la conferenza stampa congiunta, pesantemente coreografata e senza domande, che l’ha conclusa: ‘cessate il fuoco’ e ‘sanzioni’. … Putin, un criminale di guerra incriminato, ha invece ottenuto un tappeto rosso, una pacca amichevole sulla spalla e un giro privato nella Bestia, la limousine presidenziale degli Stati Uniti”.
Tim O’Brien afferma che è esattamente così che Trump preferisce condurre i suoi affari. ” L’ho già detto e lo ripeto , ma le lenti più utili per capire perché Trump fa quello che fa sono l’autoesaltazione e l’autoconservazione”, scrive. “È quasi sempre motivato da almeno una di queste cose, e spesso da entrambe. Tutta l’energia spesa a speculare sui suoi grandi progetti o sulla sua filosofia è una distrazione. Lui lo fa per se stesso”.
Putin, ovviamente, lo sa. E lo sa anche l’Europa: Zelenskiy è stato raggiunto da diversi leader europei alla Casa Bianca perché, come dice Tim, “capiscono che costringere Zelenskiy a fare concessioni con la forza potrebbe semplicemente rimandare ulteriori conflitti, non porvi fine”.
Per chiudere definitivamente il capitolo di questa guerra, l’ex comandante supremo alleato della NATO, James Stavridis, afferma che “sembra che servano più bastoni per convincere Putin a raggiungere un accordo”. La Casa Bianca, insieme ai suoi alleati europei, dovrebbe valutare l’idea di aumentare la pressione per costringere Putin a tornare al tavolo delle trattative. Sembra che stiano andando in quella direzione. Secondo Bloomberg News, i colloqui trilaterali con Putin potrebbero iniziare dopo l’incontro di oggi. Se gli Stati Uniti e l’Europa sosterranno le loro parole con i fatti – più aerei, armi e intelligence – è oggetto di dibattito.
“C’è ancora tempo per rimediare al disastro che Trump ha combinato in Alaska”, scrive James. Ma ci vorrà molto più di un cambio d’abito a Zelenskij e qualche foto alla Casa Bianca per mettere in ginocchio la Russia.
Lettura bonus sull’Ucraina : i mercati delle scommesse non sono rimasti turbati dal vertice Trump-Putin. L’Europa e l’Ucraina potrebbero fare la differenza? – John Authers
Crollo della grande città
Ecco una domanda di Allison Schrager : ” L’era delle grandi città è finita?”
Allison riconosce il cliché in tutto questo pessimismo: “Il necrologio per la grande città è stato scritto più e più volte negli ultimi anni”, ammette. Ma il problema della vita in città non può più essere ridotto al fatto che l’affitto è dannatamente alto.
“Non si tratta solo di alloggi più economici”, spiega. “Vivere in una grande città potrebbe non essere più fondamentale per una carriera di successo. Sia le opportunità professionali che i servizi culturali sono molto più accessibili grazie alla possibilità di lavorare da remoto, di utilizzare l’intelligenza artificiale per tenersi aggiornati e di collaborare e fare networking sui social media. Esistono anche reti reali di persone talentuose e ambiziose in tutto il paese”. Basta guardare a tutte le persone che si sono iscritte volontariamente agli Hoosiers negli ultimi anni:
Racconto di due città del Midwest
Entrambe hanno subito perdite di popolazione durante la pandemia, ma Chicago si è ridotta nell’ultimo decennio mentre Indianapolis è cresciuta
Fonte: US Census Bureau
“Non è che non sia mai successo prima”, afferma Allison. “Le città tendono a seguire cicli, basati su cambiamenti sia nella leadership che nella tecnologia. Nel corso del XX secolo , mentre una governance inefficace ha permesso a molte grandi città statunitensi di diventare più pericolose e indesiderabili, i miglioramenti nelle automobili e nei telefoni hanno reso le periferie più attraenti e accessibili. La tecnologia e una leadership migliore all’inizio del XXI secolo hanno portato al rinnovamento urbano di molte città”.
Ma le cose potrebbero cambiare ancora una volta con l’avvento dell’intelligenza artificiale. O, più specificamente, dei cloni di intelligenza artificiale, che Parmy Olson ci informa essere già qui : “Sempre più persone usano l’intelligenza artificiale per creare repliche digitali di se stesse e svolgere il proprio lavoro su larga scala”, scrive. “L’influencer di destra Dave Rubin ha persino un clone di intelligenza artificiale che presenta il suo show su YouTube mentre è in vacanza questo mese”.
Immagino che questo ci lasci con una nuova domanda: se i cloni dell’IA svolgono per noi il lavoro nelle grandi città, chi ha bisogno di vivere in una grande città?
Lettura bonus sulle grandi aziende tecnologiche : la tiepida accoglienza di GPT-5 e la svendita di CoreWeave potrebbero rappresentare un punto di svolta per l’intelligenza artificiale , o semplicemente un ostacolo lungo il cammino. — Dave Lee
Grafici rivelatori
Immaginate questo: uno stadio di football da 62 milioni di dollari pieno di energia. Gruppi di uomini d’affari che si aggirano intorno a una dozzina di suite aziendali . Migliaia di tifosi chiassosi che applaudono dagli spalti. Un tabellone segnapunti all’avanguardia di 330 metri quadrati che svetta nel cielo. “È lo sfondo perfetto per una partita universitaria”, scrive Adam Minter . Ma ecco il punto: “Lo stadio non è stato progettato per un istituto di istruzione superiore. È stato costruito per il football della Buford High School , e non è nemmeno la sede universitaria più costosa del paese”. Nel suo ultimo articolo , Adam sostiene che il football universitario di alto livello abbia completamente corrotto il gioco delle scuole superiori. “Ciò che resta è uno spettacolo commerciale, ben lontano dallo spirito di dilettantismo e di comunità che dovrebbe essere preservato nello sport giovanile”, scrive.
Questo è uno stadio di una scuola superiore costoso
I programmi di calcio giovanile si sono trasformati in uno spettacolo commerciale
Fonte: Front Office Sports
L’IPO di Saudi Aramco del 2019 sembra un lontano ricordo per la maggior parte, ma per chi è intrappolato negli affari della famiglia reale saudita, le ferite finanziarie sono ancora fresche. Quando il più grande produttore di petrolio al mondo è quotato in borsa prima della pandemia, Javier Blas afferma che aveva molto da perdere , e ha perso. “Negli ultimi cinque anni e mezzo, le azioni di Aramco hanno sottoperformato tutte le sue concorrenti. Ora, sta contraendo debiti per coprire il dividendo; le sue azioni sono scese al minimo degli ultimi cinque anni e il volume sta diminuendo, segno che gli investitori locali e stranieri stanno evitando il titolo”. Col senno di poi, Javier afferma che gli investitori statunitensi hanno fatto bene a ignorare completamente il titolo: “Wall Street non ha comprato, e non ha perso l’occasione”.
Saudi Aramco riceve un pollice verso
Sin dalla sua IPO nel 2019, il colosso petrolifero saudita ha faticato ad attrarre investitori stranieri, scoraggiato dall’elevata valutazione ricercata dal regno
Fonte: Bloomberg
Foto rivelatrice
Non vorrei niente di più che cancellare per sempre dalla mia mente la controversia sullo “jean-gate” di Sydney Sweeney. Ma il dibattito si rifiuta di morire, nonostante American Eagle Outfitters abbia lanciato la sua campagna pubblicitaria a fine luglio – “una vita fa, in termini di internet”, afferma Stephen Mihm . Nonostante i commenti a catena di Lizzo , Dr. Phil e persino del Presidente Trump , Sweeney era rimasta in silenzio sulla questione. Finché non ha rotto il silenzio sui social media durante il fine settimana con un carosello su Instagram in cui indossava un paio di (cos’altro??) blue jeans mentre cantava al karaoke – musica per le orecchie di Fox News :
Credito fotografico: @sydney_sweeney su Instagram
“È facile leggere questo episodio come l’ennesima prova del nostro degrado del discorso civico”, scrive Stephen, ma in realtà “questo è solo l’ultimo fronte della battaglia decennale sul significato dei blue jeans”. Leggete l’articolo per scoprire dove abbiamo sbagliato tutti quegli anni orsono.
Questa rubrica riflette le opinioni personali dell’autore e non riflette necessariamente l’opinione del comitato editoriale o di Bloomberg LP e dei suoi proprietari.
Lo stesso vale per la redazione di Agerecontra.it e il Circolo Christus Rex-Traditio.
Israele, in 2,5 milioni contro il piano di Netanyahu. La manifestazione che può far cambiare tutto
Erano oltre 2,5 milioni gli israeliani che ieri sono scesi in piazza in tutto il Paese per dire “no” al piano di Benjamin Netanyahu sull’occupazione di Gaza, per chiedere la fine della guerra a Gaza e la liberazione degli ostaggi. Questa è la gigantesca cifra fornita dagli organizzatori secondo quanto riportano i media israeliani. Si tratta della più imponente protesta dopo quella seguita all’omicidio di sei ostaggi in prigionia l’anno scorso. Un’enorme bandiera israeliana ricoperta dai ritratti degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas è stata srotolata proprio nella ‘Piazza degli Ostaggi’ di Tel Aviv, punto chiave delle proteste durante tutta la guerra.
La polizia ha dichiarato che più di 30 manifestanti sono stati arrestati. Il gruppo di attivisti del Forum degli Ostaggi e delle Famiglie Scomparse ha affermato che i manifestanti avrebbero “chiuso il Paese oggi con un appello chiaro: riportare indietro i 50 ostaggi e porre fine alla guerra”.
Dopo la manifestazione oceanica per la liberazione degli ostaggi a Tel Aviv, centinaia di persone si sono spostate verso la vicina sede del partito Likud del primo ministro Benjamin Netanyahu, dove hanno acceso un falò e si sono scontrati con la polizia. Lo riporta il Times of Israel. La polizia ha impedito ai dimostranti di raggiungere l’ingresso dell’edificio Metzudat Ze’ev. I video pubblicati sui social media mostrano gli agenti che si scontrano violentemente con i dimostranti.
Il Concilio di Trento, indetto da Papa Paolo III il 13 dicembre 1545, si concluse nel 1563. Fu un Concilio che desiderò, anzitutto, la tutela del dogma e la riforma della Chiesa: spirituale, morale e disciplinare. Le definizioni dogmatiche, ovviamente immutabili, si soffermarono sulle fonti della Fede, sull’interpretazione della Sacra Scrittura, sulla dottrina sul peccato originale, sulla giustificazione e il valore dei Sacramenti.
Nel corso della Sessione XIII, dell’11 ottobre 1551 si trovano “I Canoni sul Santissimo Sacramento dell’ Eucarestia” (cfr. “Conciliorum Oecumenicorum Decreta”, 3a ed. bilingue a cura di. G. Alberigo et al., EDB, Bologna 2003).
Sin dal punto 1) la Chiesa è chiarissima: “se qualcuno negherà che nel santissimo sacramento dell’eucaristia è contenuto veramente, realmente, sostanzialmente il corpo e il sangue di nostro signore Gesú Cristo, con l’anima e la divinità, e, quindi, tutto il Cristo, ma dirà che esso vi è solo come in un simbolo o una figura, o solo con la sua potenza, sia anatema”.
Alla Sessione XXII, del 17 settembre 1562, il Sacro Concilio di Trento enuncia la “Dottrina e canoni sul santissimo sacrificio della Messa”, continuando con la consueta ed assoluta chiarezza: “se qualcuno dirà che nella messa non si offre a Dio un vero e proprio sacrificio, o che essere offerto non significa altro se non che Cristo ci viene dato a mangiare, sia anatema”.
Prosegue al punto 3): “se qualcuno dirà che il sacrificio della messa è solo un sacrificio di lode e di ringraziamento, o la semplice commemorazione del sacrificio offerto sulla croce, e non propiziatorio; o che giova solo a chi lo riceve; e che non si deve offrire per i vivi e per i morti, per i peccati, per le pene, per le soddisfazioni, e per altre necessità, sia anatema”.
Fondamentale, poiché si riferisce alla Santa Messa, detta di San Pio V, o, più volgarmente tridentina o tradizionale, il cui nucleo fondamentale risale al III secolo, il punto n.6): “se qualcuno dirà che il canone della messa contiene degli errori, e che, quindi, bisogna abolirlo, sia anatema”.
Infine ecco un altro precetto importante: 9): “se qualcuno dirà che il rito della Chiesa Romana, secondo il quale parte del canone e le parole della consacrazione si profferiscono a bassa voce, è da riprovarsi; o che la messa debba essere celebrata solo nella lingua del popolo […], sia anatema”.
Proprio il Santo Pontefice Pio V, il 17 luglio del 1570 accompagnò il Messale con la Costituzione Apostolica “Quo Primum Tempore” (Pius Episcopus Servus Servorum Dei, ad Perpetuam Rei Memoriam) ove utilizza tutta la Sua Autorità magisteriale per sottolineare, al punto VI: […] “stabiliamo e comandiamo, sotto pena della Nostra indignazione, che a questo Nostro Messale, recentemente pubblicato, nulla mai possa venir aggiunto, detratto, cambiato”.
Emblematico il punto VII: ” […] in virtú dell’Autorità Apostolica, Noi concediamo, a tutti i sacerdoti, a tenore della presente, l’Indulto perpetuo di poter seguire, in modo generale, in qualunque Chiesa, senza scrupolo veruno di coscienza o pericolo di incorrere in alcuna pena, giudizio o censura, questo stesso Messale, di cui dunque avranno la piena facoltà di servirsi liberamente e lecitamente”. “Similmente decretiamo e dichiariamo che le presenti Lettere in nessun tempo potranno venir revocate o diminuite, ma sempre stabili e valide dovranno perseverare nel loro vigore” (punto VIII).
Il Santo Pontefice conclude, impegnando tutto l’Orbe cattolico: “Nessuno dunque, e in nessun modo, si permetta con temerario ardimento di violare e trasgredire questo Nostro documento: facoltà, statuto, ordinamento, mandato, precetto, concessione, indulto, dichiarazione, volontà, decreto e inibizione. Che se qualcuno avrà l’audacia di attentarvi, sappia che incorrerà nell’indignazione di Dio onnipotente e dei suoi beati Apostoli Pietro e Paolo” (punto XIII).
Quattrocento anni dopo la santificazione di tantissime anime, nel 1969-70, scoppiò una rivoluzione. La Messa non si celebra più. Si presiede l’Assemblea del popolo, spostando su chi assiste tutta l’attenzione e a quanto avvenne sul Calvario, viene dedicata la commemorazione. Le formule dell’Offertorio e della Consacrazione vengono modificate, l’altare trasformato in tavola, in un totale contesto desacralizzato e privato di molte preghiere.
Il giorno del Corpus Domini del 1969 i Cardinali Ottaviani (all’epoca Prefetto del Sant’Uffizio) e Bacci presentarono a Giambattista Montini (Paolo VI) il Breve Esame Critico del Novus Ordo Missae, scrivendo nella lettera di presentazione: “[…] il Novu Ordo Missæ, considerati gli elementi nuovi, suscettibili di pur diversa valutazione, che vi appaiono sottesi ed implicati, rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio Tridentino, il quale, fissando definitivamente i «canoni» del rito, eresse una barriera invalicabile contro qualunque eresia che intaccasse l’integrità del magistero”.
Montini non rispose mai. All’udienza generale del 17 marzo 1965 disse: “l’assemblea diventa viva ed operante; intervenire vuol dire lasciare che l’anima entri in attività, di attenzione, di colloquio, di canto, di azione”. “L’armonia di un atto comunitario, compiuto non solo col gesto esteriore, ma con il movimento interiore del sentimento di fede e di pietà, imprime al rito una forza e una bellezza particolari: esso diventa coro, diventa concerto, diventa ritmo d’una immensa ala volante verso le altezze del mistero e del gaudio divino”. “Prima – aggiunge il Pontefice – bastava assistere, ora occorre partecipare; prima bastava la presenza, ora occorrono l’attenzione e l’azione; prima qualcuno poteva sonnecchiare e forse chiacchierare; ora no, deve ascoltare e pregare”.
Nell’udienza generale del 26 novembre 1969, Paolo VI annunciò che, a cominciare dalla domenica successiva, sarebbe stato instaurato il nuovo rito della Messa, riformato sulla base delle indicazioni della Costituzione apostolica conciliare “Sacrosanctum concilium”. Che strano: un Concilio ecumenico che si volle espressamente solo “pastorale”, trasforma addirittura la Lex Orandi della Chiesa…
“Un cambiamento – proseguì Montini – che riguarda una venerabile tradizione secolare”, e perciò tocca “il patrimonio religioso ereditario, che sembrava dover godere d’una intangibile fissità”.
Questo cambiamento riguarda lo svolgimento cerimoniale della Messa: “avvertiremo forse con qualche molestia – spiega il dotto Montini – che le cose all’altare non si svolgono più con quella identità di parole e di gesti, alla quale eravamo tanto abituati, quasi a non farvi più attenzione”.
Il cambiamento tocca anche i fedeli. E vorrebbe interessare, aggiunge Paolo VI, “ciascuno dei presenti, distogliendoli così dalle loro consuete devozioni personali, o dal loro assopimento abituale”. E sembrerebbe liquidare così la bocciatura da parte del Prefetto del Sant’Uffizio, di insigni teologi, del Coetus Internationalis Patrum, di cardinali, vescovi, parroci, alcuni gruppi di fedeli e perfino di Padre Pio da Pietralcina, grande santo del XX secolo. Bisogna prepararsi, continuò Paolo VI, “a questo molteplice disturbo, che è poi quello di tutte le novità, che si inseriscono nelle nostre abituali consuetudini”.
I sei pastori protestanti che contribuirono alla redazione della “nuova messa” furono fotografati in Vaticano, il 10 aprile 1970, accanto a Paolo VI:
il Dott. George; Canon Jasper; il Dott. Shephard; il Dott. Konneth; il Dott. Eugene Brand e Padre Max Thurian, in rappresentanza del Consiglio Mondiale delle Chiese, della chiesa d’Inghilterra, della chiesa luterana e della comunità di Taizé. Quest’ultimo dichiarò a La Croix del 30 maggio 1969 che «in questa Messa rinnovata, non c’è niente che possa veramente disturbare i protestanti evangelici». Ah, però! Chissà cosa avrà pensato San Pio V da Lassù…e chissà cosa dovrebbero pensare coloro che perseverano nel biritualismo…
J. Guitton, nel libro Paolo VI segreto, ed. San Paolo, Milano 1985 (quarta edizione 2002) a p. 59 racconta che tale avvicinamento alla dottrina ed alla liturgia protestante l’ha coscientemente ricercato lo stesso Montini, che ha introdotto il nuovo messale: «Allo sforzo richiesto ai fratelli separati perché si riuniscano, deve corrispondere lo sforzo, altrettanto mortificante per noi, di purificare la Chiesa romana nei suoi riti, perché diventi desiderabile e abitabile».
Nel corso di questi ultimi 55 anni, il “molteplice disturbo” di “purificare la Chiesa romana nei suoi riti” perché piacciano, ecumenicamente, al mondo, si è concretizzato in una lotta dura e senza esclusione di colpi e tentativi diplomatici.
La Lex Orandi che corrisponde alla Lex Credendi uscita dal Concilio Vaticano II è il Novus Ordo Missae di Paolo VI. La Lex Orandi che corrisponde alla Lex Credendi uscita dalla Tradizione Apostolica, che inizia col Giovedì Santo e viene codificata al Concilio di Trento. Non possono convivere sotto lo stesso Cupolone, se non si vuol negare il principio di non contraddizione e di identità.
Perciò ai vari lettori e amici che mi interpellano angosciati perché c’è una repressione motivata da atti espliciti, come la Traditionis Custodes di Bergoglio, contro la celebrazione in parrocchia della Messa di San Pio V, rispondo che è normale ma ingiusto. Ingiusto perché nelle chiese cattoliche la Messa di sempre dovrebbe trovare posto e, anzi, ricevere tutti gli onori che merita. Normale, perché in questa situazione di conflitto e rottura, nonché di evidenti differenze dottrinali, è come se io, nel mio salotto, facessi cantare “bandiera rossa” al responsabile della Casa del Popolo del mio paese.
Rob Flaherty è il co-fondatore di Channel Zero Ventures. In precedenza, ha ricoperto il ruolo di vice responsabile della campagna presidenziale di Kamala Harris per il 2024 e di assistente del presidente e direttore della strategia digitale alla Casa Bianca di Biden. E’ un democratico liberal tutto d’un pezzo che colpisce, in questo periodo politico, perché cerca le cause della crisi della galassia progressista e sa, persino, fare autocritica nei confronti del suo partico. Merce rarissima nel panorama dem italiano. Sul seguitissimo media statunitense “Politico” del 8/8/2025 scrive che “i democratici faranno fatica, fino a quando l’ecosistema dei media non cambierà”.
Il caso Sydney Sweeney, ammette Flaherty, costerà politicamente ai democratici. “Dovremmo, almeno, capire perché è importante”.
L’attrice Sydney Sweeney è stata protagonista di una pubblicità per American Eagle in cui si dice che abbia “dei bei jeans”. Questo, per la maggior parte delle persone era un riferimento a quanto fosse bella, ma per un piccolo gruppo di manifestanti di sinistra, estremamente mediatici e a caccia di SEO era un riferimento al nazismo e all’eugenetica. La destra ha reagito, accusando i democratici di muovere rimproveri fuori dal mondo, e, in qualche modo, i democratici si sono ritrovati a mettersi sulla difensiva. L’episodio ha causato confusione, costernazione e un’ondata di democratici che hanno affermato che sì, anche loro pensano che Sydney Sweeney sia bella. Benvenuti nel 2025.Il fatto che “uno stupido gioco di parole possa trasformarsi in una questione politica in piena regola dice qualcosa di reale sull’ecosistema mediatico in cui siamo tutti intrappolati. E dice ancora di più sul perché i democratici continuano a perdere la guerra culturale e, con essa, la guerra narrativa che modella inevitabilmente chi vince le elezioni” – asserisce l’autore. “Negli ultimi mesi, i democratici (me compreso) sconvolti dalla sconfitta di Kamala Harris si sono interrogati sul perché abbiamo perso”. In Italia, invece, le Sinistre perdono le politiche 2022 e la colpa è della legge elettorale (che, però, andava bene quando vincevano loro) perdono le europee e la colpa è del ritorno del Fascismo, perdono i referendum e dicono di averli vinti.Flaherty attacca l’ambiente informativo nazionale USA. Ha allontanato la corrente culturale dai democratici, e ancora, fino ad oggi, è il motivo per cui stiamo lottando per trovare la nostra via. C’è un’asimmetria fondamentale tra l’ecosistema dell’informazione della sinistra e quello della destra. Alcune persone hanno liquidato lo sforzo di affrontare questo problema come “trovare un Joe Rogan liberale”. Si tratta di uno sforzo donchisciottesco, che è ridicolo come sembra. Ma l’affare Sydney Sweeney ha solo sottolineato le conseguenze politiche di abbandonare le differenze senza affrontarle: nessuno voterà per ciò che i democratici pensano di Sydney Sweeney. Se la sinistra, in generale, non è culturalmente al passo con loro, non la votano.Per la destra, il passaggio dai media alla politica è abbastanza chiaro. In questo caso, è iniziato con alcuni poster casuali sui social media di destra che hanno individuato la conversazione sulla pubblicità dell’American Eagle, tra alcuni TikToker di sinistra iper-online, che hanno iniziato a parlarne anche loro. “Vedendo che stava prendendo piede, anche figure dei media di destra come Megyn Kelly hanno iniziato a parlarne. La destra ha fatto diffondere il tema a creator non politici e ai media come il Washington Post e il New York Magazine.I politici di destra, incluso il presidente Donald Trump, hanno visto che stava spopolando e si sono buttati su di esso nel tentativo di criticare i democratici. Una sequela di critiche, con i repubblicani che sembravano segnare punti facili contro i democratici, anche se nessun democratico eletto si era avvicinato ad abbracciare questo argomento (e non avrebbe dovuto). Ovviamente, la destra aveva gli strumenti per trasformare tutto questo da “una cosa strana che è successa” a “una cosa di cui per qualche motivo stiamo tutti parlando”.Nel frattempo, in un altro angolo di Internet, un gruppo di donne conservatrici ha iniziato a fare quello che sembra essere un vero e proprio saluto nazista su Instagram (anche se alcuni lo negano). In molti modi, ha evidenziato quanto fosse ridicola la controversia sui “geni buoni”; come abbiamo visto durante l’episodio del Giubileo di Medhi Hasan, quando gli influencer di destra vogliono dire di essere simpatizzanti del nazismo, non usano esattamente l’inchiostro invisibile. In effetti, i democratici hanno cercato per anni di legare opinioni genuinamente estreme e non solo irritanti dell’estrema destra al resto del Partito Repubblicano, e la maggior parte delle volte ci sono riusciti.Allora, cosa manca? Lo stratega dem vede due grandi cose: “in primo luogo, i democratici devono investire nell’infrastruttura di comunicazione di oggi e di domani. E in secondo luogo, la parte deve riconoscere che la consegna del messaggio ha tanto a che fare con la risonanza quanto con il valore persuasivo in sé e per sé”. La persuasione inizia a casa. Hai bisogno di una base online entusiasta, che condivida la tua visione del mondo. I progressisti sminuiscono il valore dei media di parte a loro rischio e pericolo. Lo spostamento a destra degli spazi “culturali” online è dovuto all’attrazione gravitazionale di un ecosistema di destra redditizio e autosufficiente. È redditizio perché c’è un pubblico che lo vuole, ma c’è un pubblico perché ha deciso di investire per farlo crescere.
Troppo spesso, la filantropia di sinistra si concentra su orizzonti temporali di due anni su progetti che possiamo “dimostrare” portare a risultati elettorali. Ciò che è veramente necessario non è uno sforzo per influenzare un’elezione specifica, ma un piano di guerra a lungo termine volto a cambiare l’ambiente culturale che ci circonda. Se il risveglio del nostro partito ai nuovi media finisce con i democratici che gestiscono “campagne di influencer” che sono solo una voce dei media a pagamento, stiamo perdendo. Si tratta di finanziare, sottoscrivere e fornire stabilità alle entità mediatiche redditizie che possono spingere le nostre prospettive nei luoghi in cui gli elettori stanno effettivamente imparando a conoscere il mondo. Ben Shapiro, Megyn Kelly e Charlie Kirk non ci sono arrivati da soli. Hanno investito in loro.
Il che ci porta all’altra cosa che ci impedisce di avere cose belle: abbiamo una visione “televisiva” della politica, non digitale – e la visione “televisiva” spesso spiazza il processo decisionale digitale. A sinistra, iniziamo con una serie di messaggi che vorremmo che le persone credessero. Quindi testiamo (tipo, wow, testiamo!) i messaggi per il loro impatto persuasivo. Usiamo i media a pagamento per far arrivare questi messaggi alle persone, a quel punto incontriamo per la prima volta la percezione del pubblico e combattiamo contro di essa. “Trattiamo la politica tagliando a fette le questioni, non la formazione di percezioni”! La destra capisce che la viralità è un barometro per il successo, tanto quanto il fatto che un argomento sia visto come persuasivo. I conservatori usano Internet come un banco di prova per ciò che ha calore, e lo fanno salire di livello. I media organici scodinzolano. Le campagne aggiungono semplicemente cherosene a ciò che le persone stanno già dicendo loro di trovare risonante. In un mondo in cui gli elettori non si fidano delle istituzioni, i messaggi che sembrano nativi delle loro conversazioni saranno significativamente più efficaci di quelli che vengono loro trasmessi negli annunci.
I repubblicani hanno una macchina sempre attiva, che mostra, non racconta, alle persone una storia sui valori culturali. Ed è da qui che viene la vera risonanza politica. Abbiamo anche visto che questo tipo di pensiero può funzionare quando lo fanno i democratici. L’anno scorso, sia la campagna presidenziale democratica che il più ampio movimento progressista hanno preso Project 2025 da una curiosità virale e lo hanno trasformato in uno dei peggiori aspetti negativi della campagna di Trump.
Il Sydney-Sweeney-of-it-all ha mostrato come creare conflitti attorno a narrazioni culturali negative possa portare a risultati politici positivi. “I democratici non saranno in grado di farlo da soli fino a quando non avremo sia i meccanismi per consentire alle persone di provare cose che ottengono un coinvolgimento virale, sia la volontà di utilizzare tali informazioni nel processo decisionale politico” – conclude l’assistente di Harris. E’ vero che quando le cose non vanno bene, potrebbe essere il momento di acquistare jeans migliori, però una problematica reale appare soprattutto di tipo argomentativo, non solo comunicativo. Ma su questo, anche Rob Flaherty non riesce a fornire elementi, come da noi non ci riesce Elly Schlein.