Uccidere il padre sta diventando un titolo di merito? Dopo le castronerie sul patriarcato questo diventerà sempre più comune

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di Angelo Paratico 

Simeu Panic, un 46enne bosniaco, è stato ucciso a coltellate dal figlio Bojan di 19 anni, all’interno della loro abitazione a Mezzolombardo (Trento). Il ragazzo, che studia a Bolzano, sostiene di essere intervenuto per difendere la madre, che in quel momento dice che stesse subendo l’ennesima aggressione da parte del marito. È stato lo stesso 19enne, rimasto sul posto, a chiamare con la madre i carabinieri. Il giovane, arrestato e poi scarcerato, ha detto al pm: “L’ho colpito con un coltello da cucina, stava ancora maltrattando la mamma. Ho cercato di rianimarlo, ma era già morto”.  Il giovane è stato rimesso in libertà, perché secondo la procura non sussisterebbe la necessità della carcerazione. Questo è un fatto a dir poco incredibile, dato che esiste il pericolo di inquinamento delle prove.

In molte civiltà del passato l’assassinio del proprio padre era il crimine più abominevole, paragonabile al regicidio. Nell’antica Roma, indipendente dalle giustificazioni possibili, il colpevole veniva chiuso in un sacco, con un gallo e una vipera e poi gettato nel Tevere.

In Cina il parricida veniva squartato sulla pubblica piazza, dato che quel crimine veniva giudicato una ribellione nei confronti dell’imperatore e una empietà verso Dio, che andava a minare alle fondamenta l’assetto sociale. Secondo Confucio una Nazione è in pace e prospera quando un figlio si comporta bene con i fratelli anziani e i genitori, e quando i genitori rispettano e onorano i propri vecchi.

Di notte, sentendo i genitori urlare, Bojan e il fratello di 17 anni, sarebbero intervenuti. A quel punto la discussione è degenerata: il 19enne avrebbe aggredito il padre, colpendolo ripetutamente con un coltello da cucina. Il ragazzo, davanti alla pm Patrizia Foiera, assistito dall’avvocato Veronica Manca, avrebbe detto di non essersi reso conto di aver ucciso il padre!

A 19 anni uno non è più un ragazzo ma un uomo e chiunque non sia un delinquente o un imbecille dovrebbe sapere che quando prende a coltellate un uomo lo sta uccidendo. Il racconto del giovane è stato ritenuto attendibile e suffragato dalla testimonianza della madre e di altri parenti che erano a conoscenza del carattere aggressivo del papà, che di professione faceva il muratore.

Non si capisce tutta questa comprensione per Bojan perché non serve uccidere il proprio padre, basta cercare di portare la calma e se questo non sarà possibile bisognerà chiamare i carabinieri. Se si giustificano questo genere di azioni, rilasciando subito il colpevole, rischieremo il disfacimento della nostra società.

Fonte: https://giornalecangrande.it/uccidere-il-padre-sta-diventando-un-titolo-di-merito-dopo-le-castronerie-sul-patriarcato-questo-diventera-sempre-piu-comune/

Chi si oppone all’eurocrazia è un delinquente

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di Marcello Veneziani

Poi vi chiedete come mai la maggioranza assoluta degli europei non va a votare e la maggioranza dei votanti di solito preferisce chi è più lontano dall’establishment e dal mainstream o quantomeno mostra di esserlo. Poi vi stupite se gran parte degli europei, e più dei nove decimi degli italiani, sono contrari all’euro-riarmo e a mandare soldati in Ucraina, come invece vorrebbero gli oligarchi europei e le loro corti e falangi. E non si tratta di pacifisti, che sono solo una minoranza, ma di gente comune. Poi vi sorprendete che larga parte dei giovani è pronta a rinunciare alla democrazia e alla libertà politica nel nome dell’efficacia e delle decisioni rapide. Ma dopo la sentenza contro Marine Le Pen, anzi dopo la sua castrazione chimica e giudiziaria, la sua ineleggibilità alle presidenziali in Francia, visto che attualmente detiene il primato dei consensi, la conclusione mi sembra rigorosa: la democrazia in Europa è sospesa, è sotto attacco, insieme alla libertà politica. Hanno messo il braccialetto elettronico alla democrazia liberale. È stata manomessa, violata, negata. Sussiste in Occidente libertà di vivere, di consumi e di costumi, libertà nella sfera intima e privata, e pur con tutte le sue degenerazioni, non la baratteremmo mai per una restrizione autoritaria come quelle dei regimi autocratici che circondano l’Occidente. Anche perché godiamo, malgrado tutto, di un livello di benessere diffuso. Saremo depressi e angosciati ma siamo longevi e benestanti. Però la democrazia, la libertà politica, la sovranità popolare, sono ormai una presa in giro: le barriere architettoniche per impedire l’accesso al governo di chi non si allinea e non si conforma ai diktat bellici, finanziari, ideologici, terapeutici, sono tante e formano una specie di corsa ad ostacoli: primo sintomo le spedizioni punitive dei gruppi estremisti radicali e di sinistra per impedire di parlare e di manifestare le proprie opinioni, poi la soglia della demonizzazione politica e mediatica, innalzata dal Grande Centro pilotato dalla Becera Sinistra di potere, incluso il solito repertorio di censure e di accuse (nazismo, razzismo e filo-putinismo); poi il livello sale e scatta l’isolamento pregiudiziale e lo sbarramento a ogni alleanza; quindi, extrema ratio, la punizione giudiziaria, l’impedimento a norma di legge e la criminalizzazione finale dell’avversario. Resta ancora inattuata l’eliminazione fisica, ma se entrando nel trip delle armi e della guerra, la modalità estrema non è da escludere. Lo Stato di diritto finisce, o quantomeno lampeggia a intermittenza, e la prova generale fu con la pandemia, poi venne la guerra in Ucraina, le sanzioni e ora il resto. Chi si oppone è un delinquente, e se non è proclamato subito, presto lo diventerà, senza scampo, se persiste nella sua divergenza. Lo stesso avviene a livello micro-sociale, per esempio nei social.

Non c’è leadership nazional-populista, di destra nazionale e tradizionale, che non subisca l’attacco prima estremista, poi politico, quindi mediatico, infine giudiziario. L’importante è impedire l’accesso al potere in un modo o nell’altro, intimidendo, discreditando, isolando, vietando. In Germania si sono fermati allo stadio penultimo, in Grecia andarono oltre (l’ultimo atto riguardò lo scioglimento di Alba dorata); nei paesi del nord Europa non si contano conflitti sotterranei di questo tipo per impedire l’accesso al potere dei non allineati. Resiste teatragona l’Ungheria di Orban, altri cedono ai compromessi, si conformano anche se prendono voti a destra. Ormai l’Eurarchia è un fortino assediato, che usa le armi giudiziarie e agita anche quelle vere, per tenersi in piedi e reprimere il dissenso. Nel mondo c’è un emisfero vietato dalla cupola dell’altro emisfero. Ditemi che differenza passa tra Erdogan l’autocrate che impedisce al suo concorrente di candidarsi contro di lui e la Le Pen in Francia impedita a candidarsi contro Macron con accuse surrettizie e mai applicate a questo livello; un’accusa che desta lo sdegno coraggioso non solo di Orban o di Salvini, ma anche di Melenchòn, magari interessato da sinistra ai voti di Le Pen ma pur sempre veritiero.

La morsa giudiziaria e criminalizzatrice è rilevata anche da Elon Musk e non c’è bisogno di assumere ketamina per dirlo e per sciorinare l’elenco che fa il giro del mondo: Marine Le Pen in France, José Bolsonaro in Brazil, Imran Khan in Pakistan, Donald Trump in America, Calin Georgescu in Romania. Da noi, per limitarci al nostro secolo, cominciarono con Berlusconi e paraggi, sono arrivati a Salvini, accusato di sequestro di persona perché si opponeva allo sbarco di clandestini; andranno ancora oltre per colpire nei dintorni di Giorgia Meloni, che si mantiene prudente a mezza strada e a mezz’altezza, preferisce tacere e finora la scampa. E ometto la scia di veleni, accuse e carcere su figure minori o ormai marginali (Per esempio Gianni Alemanno, leader di un piccolo movimento anti-establishment, è ancora in carcere da tre mesi per aver violato i servizi sociali a cui era stato condannato per aver fatto cose, come il traffico di influenze, da sempre passate inosservate e impunite nei suoi avversari politici).

Metto la mano sul fuoco che appena sarà possibile processeranno di nuovo Trump, e Musk, e Miliei, e ancora altri. Intanto, Trump alla Casa Bianca, al di là dei giudizi che si possono dare e del dissenso su alcune sue pretese e minacce, sta scompaginando le carte e rappresenta la variabile non controllabile del sistema. Corre tre rischi: che fallisca clamorosamente, che si adegui al sistema, che venga fatto fuori, in un modo o nell’altro. Intanto però riapre scenari, alternative e prospettive.

Intendiamoci. Le situazioni citate sono diverse e tra i casi citati magari qualcuno se l’è pure cercata, con atteggiamenti e comportamenti impropri o arroganti. Così come non si tratta di un fronte unico, ognuno ha la sua storia e le sue motivazioni, e merita un giudizio politico differenziato e articolato. Ma non solo: non sostengo affatto che tutti i “perseguitati” politici e giudiziari siano il rimedio e il toccasana per il mondo e per i loro popoli. La persecuzione politico-giudiziaria non è una prova della loro validità. Verso molti di loro si possono nutrire varie perplessità; l’unica cosa che si può dire a livello generale è che se i giudizi sugli outsider sono contrastanti e ancora in fieri, sono invece definiti e decisamente negativi i giudizi sugli eurocrati, le classi di potere e i loro “sicari” e cortigiani. Di molti dei leader antagonisti ancora non sappiamo come si comporteranno, ma di coloro che attualmente detengono il potere in Europa e nel deep state occidentale abbiamo invece la certezza dimostrata del loro complessivo, macroscopico fallimento, della loro inaffidabilità, del loro portarci alla rovina, fuori dalla democrazia, dalla libertà e dalla sovranità popolare e nazionale. Cosa impedisce che la polveriera esploda e avvenga qualcosa di incontrollabile e perfino di cruento? Una serie di fattori concatenati: il benessere diffuso, la demotivazione generale, l’individualismo autocentrato, assorbito nella sfera privata che polverizzano il dissenso e frammentano le reazioni: nessuno mette a repentaglio la vita per rovesciare un assetto politico-giudiziario o per sostenerne un altro. Ma non tirate troppo la corda procurando danni oltre la soglia di sopportazione perché qualcosa alla fine potrà accadere.

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/chi-si-oppone-alleurocrazia-e-un-delinquente/

Il ricordo di un grande tomista: padre Guido Mattiussi

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dal Centro Studi Federici

P. Guido Mattiussi. Cento anni dalla morte

“Vogliamo ricordare padre Mattiussi come scrittore, conferenziere professore e in tutti i modi uno dei più potenti promotori del Movimento tomistico tanto in Italia quanto all’estero. Anzi diremmo uno dei più brillanti restauratori di quella filosofia perenne a cui mette l’ultima mano e il suo perfezionamento”.

Con queste parole di don Paolo de Töth (e con quelle che di seguito riporteremo fra virgolette) il centro studi omonimo vuole riproporre il contributo della nostra rivista al riguardo e ricordare la grande figura di padre Mattiussi dopo un secolo dalla sua dipartita da questo mondo, “colui il cui nome costituiva l’onore massimo della povera opera nostra in questo periodico [Fede e Ragione] e noi con quanti combattono le sante battaglie della verità e della chiesa e per il trionfo di Cristo nelle anime e nella società abbiamo acquistato presso il trono di Dio nel cielo un nuovo patrono e intercessore di più”.

“La sua opera nel volume Le XXIV Tesi della filosofia di San Tommaso d’Aquino è la sintesi più bella e completa del pensiero filosofico dell’angelico dottore, che fissa chiaramente e per sempre i principi fondamentali, per non deviare dietro a false interpretazioni e correnti tomistiche di puro nome ma non di sostanza e di fatto”

Segue la lettera di sua Eccellenza illustrissima il Cardinal Ludovico Billot “desideroso anch’egli di commemorare il padre Mattiussi compagno di lui nel lavoro e nelle lotte oltre che fratello dello spirito, nella mente, nel cuore, nelle aspirazioni e nella fede”.

Facciamo nostro il seguente auspicio che si eleva anche come preghiera a Dio per continuare ancor oggi la strenua battaglia contro il modernismo riedito e ripresentato in tante sue forme, che allontana le anime dalla Verità e quindi da Cristo Nostro Signore, che continua a insegnarci nel Suo Vangelo: “Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce» (Gv 18,37-38).

“Ne faremo un’immagine e un ritratto riandando ai suoi ammonimenti e ai suoi consigli, alle sue virtù e ai suoi esempi, e anche alle sue lotte e ai dolori dai quali pure la sua strada quaggiù fu disseminata, al suo amore coraggioso alla Chiesa, al Papa, alla verità. Prenderemo animo a seguirne le orme così da meritare anche noi la fiducia, la confidenza e più ancora la pace e la gioia Celeste che illuminò gli ultimi giorni del suo terreno passaggio e la sua morte veramente preziosa” R.I.P.

Fonte: https://www.centrostudifederici.org/il-ricordo-di-un-grande-tomista-padre-guido-mattiussi/

Il “delitto comprovatissimo” di Marine Le Pen

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di Maurizio Blondet

Bonifacio Castellane su X:

“Sapete su cosa è stata condannata Marine Le Pen? Sul fatto che un ex parlamentare del FN avrebbe scritto una mail in cui diceva che “Marine è d’accordo” sul fatto che non fossero i parlamentari a nominarsi i portaborse ma dovevano aspettare le indicazioni del partito. Prassi” / X

 

 

Sto scoprendo cose sul caso Le Pen che nemmeno nella serie “ai confini della realtà”.

Sapete quando è partita l’indagine che ha portato alla recente sentenza di primo grado contro la Le Pen per uso indebito dei fondi messi a sua disposizione dalla UE per svolgere la propria attività di europarlamentare? L’Ufficio europeo antifrode (OLAF) dichiarò di aver rilevato irregolarità e aprì un’indagine amministrativa nei suoi confronti, udite udite, nel… 2014! Guarda caso proprio l’anno in cui Le Pen iniziò il mandato da europarlamentare francese a seguito delle elezioni europee che videro il partito di destra Front National ottenere una vittoria storica in Francia con il 24,89% delle preferenze ottenendo ben 24 seggi.

Quindi, secondo i fatti che dovremmo berci, alla neoeletta europarlamentare, forte di un’onda di consensi senza precedenti, venne praticamente concesso dalla UE di continuare ad accedere ai fondi e di utilizzarli indebitamente, fino al 2016, e la stessa Le Pen lo fece pur sapendo di essere sotto indagine dell’antifrode

Nemmeno una banda di minus habens certificati avrebbe potuto mettere in piedi una situazione più incoerente di questa in tutti i sensi. Non solo. Per decidere se alla fine i fondi erano stati utilizzati indebitamente, sono serviti alla magistratura 10 anni e guarda caso si è arrivati a una conclusione proprio quando la Le Pen ha ipotecato la vittoria delle prossime elezioni francesi. Ora iniziate a capire un po’ meglio quello che è successo? Eh?

 

 

Éric Ciotti annuncia la presentazione di un disegno di legge per ABOLIRE l’esecuzione provvisoria di una pena di ineleggibilità, che sarà esaminato il 26 giugno.

 

Fonte: https://www.maurizioblondet.it/il-delitto-comprovatissimo-di-marine-le-pen/

E l’inventore dei computer scoprì la coscienza

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di Marcello Veneziani

Che dire di uno scienziato che dopo aver passato una vita a studiare la fisica e a inventare formidabili macchine e congegni che tutti usiamo, arriva a fare la scoperta delle scoperte: non siamo solo materia ma spirito e coscienza, il mondo è irriducibile a una macchina o un computer, a un algoritmo o all’intelligenza artificiale? Che vorrebbero dichiararlo insano di mente, se non fosse che quella stessa mente, ora rivolta all’amore come energia universale e alla coscienza come motore di ogni processo, è la stessa che ha inventato il micro-processore e il touchscreen, solo per dire un paio di cose preziose di cui dobbiamo essergli grati. E allora puoi dare tre diverse spiegazioni: la prima, che era lucido e poi è impazzito e da scienziato è diventato un po’ santone; la seconda, che solo un pazzo può fare invenzioni geniali che cambiano il corso del mondo, e se vuoi le une, devi rispettare le altre; la terza, che non sia pazzo ma la sua intelligenza lo ha condotto dopo le sue invenzioni a trovare il punto di fusione tra la ricerca scientifica e la ricerca spirituale.

Sto parlando di Federico Faggin, vicentino, vivente, fisico e metafisico, ormai. E ve ne parlo non da oggi, ma da qualche anno e da qualche libro. È uscito un documentario della Rai, ora visibile su RaiPlay, a cura di Marcello Foa e di altri suoi collaboratori, L’uomo che vide il futuro, che ne ricostruisce puntualmente la storia, la vita e raccoglie le parole del suo straordinario cammino. Vi sto parlando di uno scienziato che ha rivoluzionato Silicon Valley: senza di lui – ha detto Bill Gates – sarebbe solo una Valley: è lui che ha compiuto la rivoluzione del silicio. Una rivoluzione che lo pone sulla scia di Marconi e di Fermi, tra i grandi inventori italiani che hanno fatto nascere il mondo nuovo.

Ma raccontiamo in breve la sua storia. Figlio di uno studioso di filosofia antica e platonica, Giuseppe Faggin, curatore delle opere di Plotino, Federico decide di “tradire” gli studi di suo padre, e diventa perito industriale. Vuole occuparsi di aeronautica, è la sua passione, ma un incidente produrrà il distacco della retina e gli impedirà di realizzare il suo sogno di volare: una disgrazia che col tempo si rivelerà una grazia, una “provvida sventura”. Perché i suoi studi prendono una via fruttuosa. A diciannove anni, alla fine degli anni cinquanta, fabbrica il primo, rudimentale computer; un enorme bestione ingombrante. Viene assunto dalla Olivetti, dove mette a fuoco le sue prime scoperte. Si laurea in Fisica a Padova; poi, come è accaduto a tanti, a troppi, il suo talento è costretto a emigrare negli States: l’Italia sforna ingegni ma non offre poi loro il contesto favorevole per mettere a frutto le loro opere, devi andartene oltreoceano. Comunque sarà lì che la scoperta si farà realtà. Meucci, Marconi, Fermi… È dai tempi di Cristoforo Colombo che le imprese dei nostri scopritori poi le mettono in pratica in America…

Faggin mette a punto un piccolo calcolatore elettronico, poi lavora sui transistor, li rende più efficienti e più veloci, quindi li applica a nuovi dispositivi, sposa il computer al telefono (ma nel frattempo sposa anche sua moglie, che le è ancora a fianco). L’anno chiave è il ’68: mentre da noi in Europa nasce la rivoluzione delle parole, dei cortei, delle occupazioni, delle barricate e poi della violenza, il ’68 di Faggin compie la rivoluzione del silicio che cambierà sul serio la nostra vita. Inventa il microprocessore, rende parlante il pc, antesignano dell’i-phone. Quindi, inventa il touchscreen, prima per gioco, poi preziosa scoperta di utilità universale. Faggin non è solo inventore ma anche imprenditore delle sue scoperte, con un suo gruppo di ingegneri. Successivamente decide di dedicarsi alle reti neuronali e quindi alle “macchine pensanti”, madri dell’intelligenza artificiale. Si inoltra in studi biologici e neurologici e si rende conto che i segnali elettrici non riescono da soli a produrre sensazioni, occorre qualcosa che non è riconducibile ai corpi, alla fisica, alla materia, che fa da supervisore alle reti neurali, dà un’impulso, una direzione, una consapevolezza: è la coscienza. Così Faggin tenta l’impresa ardita di programmare un Pc cosciente, davvero intelligente: ma si accorge che è impossibile. Anche in questo caso la sconfitta è la premessa alla sua nuova scoperta: dopo un periodo di insoddisfazione, avvenne l’illuminazione e la svolta. Una notte prenatalizia, sul lago Tahoe, Faggin avvertì “una fortissima energia irradiarsi dal suo petto” e da allora intraprese un cammino spirituale di conoscenza e di autoconoscenza, intrecciandolo alla ricerca scientifica. Voleva dimostrare che il mondo non è frutto del caos, del caso, degli atomi e di un “orologiaio cieco” ma di “enti coscienti che esistono da sempre” e sono tra loro connessi. Dopo anni di studi in cui mise a frutto anche le scoperte della fisica quantistica, scoprì il regno della coscienza e del libero arbitrio. Più di recente, nel suo saggio Irriducibile, Faggin mostrò “la natura spirituale dell’universo”; la materia è fatta di energia vibratoria, una cellula è ben più d’un miscuglio di atomi e molecole. La fisica, osserva, si ferma allo studio della materia, non va oltre e crede di avere in pugno l’universo. L’altro giorno in una conferenza a Praga un fisico teorico italiano contestava la chiave umanistica e spirituale del mio approccio e diceva che ormai la filosofia è superata dalla fisica che può darci una visione del mondo. Ma la fisica non ti dice nulla sul bello, sul bene, sul giusto, non è suo campo l’etica, l’estetica, i sentimenti, l’ontologia, ignora la scommessa della fede… Faggin formula il postulato dell’essere e lo poggia su due gambe; l’essere è dinamico, cioè cambia di continuo, ed è olistico, cioè è in relazione a tutto, è connesso col mondo e con gli altri. Così ritrova l’antico Conosci te stesso, premessa per conoscere anche gli altri. Ritiene che esistere voglia dire conoscere (“Fatti non fummo per viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”); e cooperare con gli altri è meglio sotto tutti i punti di vista che competere. Ma c’è una realtà oltre il visibile. Non siamo macchine, come pensano gli scientisti, ma scienza e spiritualità alla fine convergono e danno senso alla nostra vita. Chi nega la realtà spirituale, commette “un crimine contro l’umanità” che “porta all’eliminazione dei valori umani” e della libertà. Faggin critica il riduzionismo: ”dal più può derivare il meno, ma non viceversa”. È possibile il degrado, ma per progredire occorre un fattore superiore.

In questo cammino c’è una grande rivoluzione circolare: il destino della scienza torna alle origini del pensiero. La fisica nuova si congiunge alla filosofia, e ritrova l’umanità, la coscienza, l’identità e la libertà.

Ma oltre questo cammino prodigioso che riguarda l’umanità, Faggin compie anche un suo intimo, personale cammino: dopo aver voltato le spalle a suo padre e ai suoi studi filosofici, ritrova alla fine del suo percorso gli autori, i pensieri e le intuizioni dei filosofi cari a suo padre che combaciano con gli esiti della fisica quantica. Lo scienziato ritorna al padre, come la scienza ritorna al pensiero. ”Ricondurre il divino che è in noi al divino che è nell’universo”, ripete Faggin con suo padre, citando Plotino. Così la gratitudine per averci migliorato la vita con la tecnica, si fa radiosa per averci poi donato la fiducia nell’essere e nel futuro.

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/e-linventore-dei-computer-scopri-la-coscienza/

Renzo De Felice, lo storico cancellato

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di Marcello Veneziani

Cinquant’anni fa, nel 1975, Renzo De Felice mise a soqquadro la ricerca storica e non solo con l’Intervista sul fascismo, a cura di M.A.Ledeen, che fu considerata una “pugnalata” revisionista all’Italia antifascista nata dalla Resistenza. Ora è uscita dall’editore Nino Aragno una biografia di De Felice di un suo noto allievo, Francesco Perfetti (Per una storia senza pregiudizi. Il realismo storico di Renzo De Felice). Scorre in queste pagine la sua vita: i suoi tormentati studi liceali, più volte rimandato e poi bocciato due volte agli esami di maturità, i suoi passaggi da Giurisprudenza a Filosofia, la sua iscrizione al Pci, la sua predilezione per Trotsky e il suo pacifismo militante. Poi l’incontro con la storia e con due grandi storici, Federico Chabod e soprattutto Delio Cantimori, già fascista e germanista, poi diventato “patriarca della storiografia marxista”. Quindi, dopo gli studi sull’Italia giacobina, De Felice approdò agli studi sul fascismo. Cominciò con la Storia degli ebrei sotto il fascismo, ricerca sostenuta dalla comunità ebraica, poi s’inoltrò nella monumentale biografia di Mussolini. Ma le polemiche esplosero con quell’intervista. Sia perché sintetizzava i risultati delle sue ricerche rispetto ai suoi ponderosi testi, gravati di incisi e note bibliografiche. De Felice scriveva male e parlava peggio (era pure balbuziente). I suoi testi sul fascismo sono farraginosi, involuti e dispersivi. Lo notava con elegante crudeltà non un suo nemico ma un suo estimatore che gli aprì le porte del suo Giornale, Indro Montanelli. Non a caso i suoi testi più efficaci sono in forma d’intervista, a Leeden, a Giuliano Ferrara, a Pasquale Chessa o gli scritti giornalistici curati da un altro suo allievo, Giuseppe Parlato (tra gli allievi De Felice ebbe anche Paolo Mieli e il cantautore Francesco De Gregori).

De Felice studiò il fascismo sul piano storico, non lo ridusse a fenomeno criminale, come fanno alcuni sbrigativi e faziosi divulgatori e presidenti d’oggi. Lo considerò parte integrante della storia d’Italia e della nostra autobiografia nazionale. Oggi De Felice sarebbe censurato pure sui social perché smontò e smentì molti pregiudizi sul fascismo. Quali? In estrema sintesi: in primis, il fascismo riscosse per tanti anni grande consenso popolare, furono col fascismo i maggiori artisti e intellettuali del tempo, espressero giudizi positivi sul fascismo e su Mussolini i più grandi capi di stato del suo tempo, rispecchiando l’opinione pubblica mondiale. Secondo, il fascismo fu un regime di modernizzazione, tra grandi opere, leggi e sviluppo sociale, integrazione di giovani, donne, contadini ed operai. Terzo, il razzismo e l’antisemitismo furono estranei al fascismo sino all’alleanza con Hitler dopo l’isolamento delle Sanzioni, e da lì vennero le sciagurate leggi razziali. Fu un razzismo dichiarato ma poco praticato, tra rigetti e boicottaggi. Quarto, nazismo e fascismo furono due realtà distinte, non esiste la categoria “nazifascismo”, “inventata dalla propaganda politica per battere il comune nemico. Fu un’invenzione degli alleati, poi passò tra le parole della resistenza e di lì nel linguaggio comune”, scrive De Felice. Quinto, le potenze occidentali spinsero Mussolini tra le braccia di Hitler, dopo che aveva vanamente tentato di porsi nel mezzo, fino al patto di Monaco. Sesto, la Repubblica sociale ebbe più la funzione di freno e di cuscino per attutire l’occupazione nazista e le ritorsioni sugli italiani. Mussolini a Salò per De Felice fu più prigioniero che servo-alleato di Hitler (si legga pure Salvate gli italiani. Mussolini contro Hitler di Alfio Caruso). Settimo, la Resistenza fu fenomeno minoritario e non sconfisse il fascismo ma accompagnò la vittoria degli Alleati; il popolo non si schierò con la Resistenza, e anche dopo la guerra preferì la Dc non solo per la sua ispirazione cristiana e occidentale quanto per la sua percepita neutralità rispetto al fascismo e all’antifascismo. Senza dimenticare che metà Resistenza, se non di più, non fu combattuta in nome della libertà ma nel progetto di una dittatura del proletariato che aveva come modello l’Unione Sovietica. Infine, la partitocrazia nasce con la Resistenza e col Cln, e nasce con la morte della patria, l’8 settembre; De Felice fu il primo storico a parlarne, riferendosi a un romanzo di Salvatore Satta, De Profundis; poi sulla morte della patria scrisse un lucido saggio Ernesto Galli della Loggia.

Oggi queste tesi defeliciane, benché ampiamente documentate, sfiorano il reato d’opinione. Poi si può discutere su alcune interpretazioni di De Felice: la differenza tra fascismo-movimento e fascismo-regime in realtà può valere per quasi tutti i movimenti radicali e rivoluzionari andati al potere; o la riduzione del fascismo a costola nazionale del socialismo rivoluzionario e del nazismo a radicalizzazione di un tradizionalismo magico e mitologico.

De Felice non ebbe il tempo di approfondire gli eccidi rossi dopo il ’43, lasciando che quel tabù fosse infranto da giornalisti, prima Giorgio Pisanò, poi Giampaolo Pansa.

De Felice resta lo storico più credibile del fascismo e di Mussolini; ebbe un’ importante influenza civile e culturale, ma anche indirettamente politica. Fu osteggiato e contestato, poi è stato cancellato in modo rozzo e fazioso. L’Italia è retrocessa nella ricerca storica e nel clima civile verso un pregiudizio antistorico, demonizzante e manicheo. Quanti passi indietro ha fatto l’Italia dai tempi e dai testi di De Felice ad oggi.

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/renzo-de-felicelo-storico-cancellato/

L’invenzione dell’INCOLPEVOLE

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di Emilio Giuliana

“L’onnipotenza di Dio, una volta terminati gli eventi, non è in grado di modificarli successivamente, mentre invece possono farlo gli storici mutando la narrazione degli avvenimenti effettivamente accaduti” (Voltaire). La citazione di Voltaire non fa sconti neanche sul caso del beato Simonino, né è riprova la pervicace capziosità con la quale costantemente, si vuol negare la verità, nonostante ebrei importanti del peso di Ariel Toaff e Sergio Luzzato, hanno raccontato attraverso le loro ricerche documentali che i sacrifici rituali sono stati in seno al mondo ebraico praticati, così come fu praticato sul povero martire beato Simonino.

E.G.

di don Ugolino Giugni

Molto è stato scritto, in passato, sul beato Simonino da Trento e ancora oggi, malgrado la “soppressione” del suo culto egli è al centro dell’interesse degli studiosi. Nel 2007 fece molto scalpore il libro “Pasque di Sangue” di Ariel Toaff, figlio del gran rabbino di Roma Elio, nel quale l’autore affrontava scientificamente e storicamente la questione della “cultura del sangue” nelle tradizioni e credenze popolari ebraiche nel medioevo. Questa “accusa del sangue”, secondo Toaff, emerge proprio dai verbali dei processi per l’accusa di “omicidio rituale” (di cui proprio quello di Trento del 1475 riguardante il beato Simonino è uno dei più famosi), contro gli ebrei ashkenaziti trentini.

È molto interessante quanto scrive Toaff per spiegare il suo metodo di ricerca, poichè egli non può essere certamente accusato di essere di parte e antisemita: «voglio precisare che nella mia ricerca ho inteso principalmente indagare sul ruolo occupato dalla cosiddetta “cultura del sangue” nel mondo ebraico di lingua tedesca, come nella società circostante. Un ruolo polivalente, terapeutico, magico, scaramantico, alchemico, che prescindeva dal severo, divieto biblico e rabbinico relativo al consumo del sangue. In sostanza, mi sono proposto di verificare come, anche su questo punto, la prassi, modellata dalle influenze esterne, avesse modificato la norma e quali ne fossero state le conseguenze, impreviste o prevedibili, nell’ambito dell’aperto e aspro confronto con le comunità dei cristiani.

 

In altre parole, intendevo ricostruire restituendo loro vita e spessore, le credenze popolari dell’ebraismo ashkenazita medioevale, un mondo sotterraneo, imbevuto di superstizione e di magia e animato da viscerali sentimenti anti-cristiani. Un mondo che, più o meno intenzionalmente, è stato coperto dall’oblio, almeno fino ai tempi recenti. Il processo di Trento per l’infanticidio di Simonino (1475) e la sua ampia documentazione mi hanno fornito la possibilità di esaminare in dettaglio le confessioni degli imputati. Mi sono chiesto quindi se in esse, pur tenendo conto che erano state estorte con la tortura [metodo comune a tutti i processi, anche quelli civili… a quell’epoca, n.d.r.] si potessero riscontrare elementi riconducibili alla mentalità, alle tradizioni e ai riti particolari di quegli ebrei per quanto concerneva sia la vita quotidiana sia la celebrazione delle festività, e in particolare la Pasqua. Sulla base di significativi riscontri e verifiche incrociate con le fonti ebraiche sono giunto alla conclusione che vi siano solidi elementi per ipotizzare che un uso magico e simbolico del sangue, essiccato e ridotto in polvere, fosse divenuto con il tempo, a dispetto dell’opposizione dei rabbini, parte integrante di riti e liturgie particolari nell’ambito della celebrazione della Pasqua ebraica.

L’immagine emersa da una documentazione ebraica rilevante, di recente pubblicata da Israel Yuval, trova conferma nel quadro che sull’argomento ci viene disegnato dagli imputati di Trento, indicando chiaramente che esso caratterizzava in particolare gruppi estremisti ashkenaziti. Questi, che facevano parte di un ebraismo tedesco reduce dai traumi delle crociate, dai massacri e dai battesimi forzati, esprimevano nel corso della cena pasquale la loro risoluta avversione al cristianesimo nel cosiddetto “rituale delle maledizioni”. Secondo la mia ipotesi, che ritengo suffragata da indizi significativi, questi anatemi sacralizzati acquistavano una terribile valenza magica quando simbolicamente qualche granello di sangue cristiano in polvere veniva sciolto nel vino, trasformandolo nel sangue di Edom, il cristianesimo, l’irriducibile persecutore cui le maledizioni erano indirizzate» (1).

Toaff fa notare come il bambino ucciso sia identificato, in maniera commovente per un cristiano, con lo stesso Nostro Signore Gesù Cristo: «“Tu sei crocefisso e trafitto come Gesù l’appeso, in ignominia e vergogna come Gesù”. Per i partecipanti al rito sembra che l’infante cristiano avesse perduto la sua identità (se mai l’aveva posseduta ai loro occhi) e si fosse trasformato in Gesù “crocifisso e appeso”» (2). Quanto affermato qui da Toaff sembra smentire quella “evidente mancanza assoluta di prove” che Gemma Volli invocava nel 1963, all’alba dei tempi nuovi del Concilio Vaticano II, nell’opuscoletto di sedici pagine (3) che ella scrisse per chiedere la revisione dei processi trentini e la soppressione del culto di Simonino.

La storia è nota, la revisione invocata arrivò con il Concilio, e grazie ad un insignificante articolo di W. P. Eckert op. (4), nel 1965 il vescovo di Trento Gottardi fu solerte a sopprimere il culto di Simonino e occultarne le reliquie per cancellarne per sempre, se ciò fosse stato possibile, la memoria.

Questo nuovo libro vuole far conoscere la vera storia di Simonino come l’ha insegnata e creduta Santa Madre Chiesa prima dei “tempi nuovi del Vaticano II”, e vuole ricordare ai cattolici quello che ci sembra essere un punto fondamentale della questione, e che si è sempre cercato di far passare in secondo piano; il fatto cioè che nel caso del culto di San Simonino è in gioco l’autorità stessa e la credibilità della Chiesa. Essa infatti è infallibile nella canonizzazione dei suoi santi, per cui non è possibile che approvi un culto che si rivelerebbe in seguito falso e necessiti di essere soppresso.

Certo la beatificazione, in quanto atto non definitivo e limitato ad un culto locale che non obbliga tutta la Chiesa, non è ancora infallibile; ma è opinione comune dei teologi che sia quanto meno temerario sostenere che vi possa essere errore in un tale giudizio. Inoltre nel nostro caso bisogna considerare il fatto che nel 1584 il nome di Simonino fu inserito nel martirologio romano da Papa Gregorio XIII, col titolo di Santo e che nel 1588 Papa Sisto V concesse per la diocesi di Trento Messa e Officio proprio del Beato Simonino. In seguito con la Bolla Beatus Andreas del 22 febbraio 1755 Papa Benedetto XIV, riconobbe nuovamente il culto prestato a san Simonino affermando che “fu crudelmente messo a morte in odio alla fede”, culto confermato da innumerevoli miracoli.

La bolla di Papa Lambertini (Benedetto XIV) ha un valore particolare, in quanto essa esamina a fondo i casi strettamente collegati del martirio di Andrea da Rinn e Simone di Trento, ed è a tutti nota la somma autorità del Lambertini in materia di canonizzazione di Santi. È da notare che il popolo di Trento ha sempre venerato con un culto pubblico e solenne il suo piccolo patrono fino al 1965. Se ci si pone in questa prospettiva cattolica, non c’è posto, nella questione del culto a Simonino, per il cosiddetto “antisemitismo” col quale, in maniera strumentale, si pretende accusare i cattolici che venerano San Simonino.

Il libro è diviso in due parti affinché il lettore possa farsi un’idea precisa della storia e dello stato del culto di Simonino prima e dopo il Concilio. La prima parte è la ristampa anastatica di un libro degli anni trenta del secolo scorso che racconta abbastanza dettagliatamente la storia del bimbo trentino, il suo martirio e i processi che ne seguirono. L’autore (Cives in latino cioè cittadino) si basa soprattutto sull’opera del Divina (5) parroco di S. Pietro all’inizio del secolo, chiesa in cui venivano custodite le reliquie del beato fino alla soppressione del culto.

Nella seconda parte (appendice) curata dal “Comitato san Simonino” sono raccolti una serie di documenti importanti a testimonianza del culto che la Chiesa ha reso per secoli al piccolo beato. Sono presenti i testi della liturgia tratti dal Messale, dal Breviario e del Martirologio, i documenti del Magistero, e anche il decreto di soppressione del culto del vescovo Gottardi. Molto interessanti sono le immagini, a testimonianza del culto, che si trovano in molte chiese del Trentino e della val Camonica (BS) nonché alcune foto delle processioni nella città di Trento.

 

Civis, La vera storia del Beato Simonino da Trento Innocente e Martire e del suo culto, Comitato San Simonino, Trento 2013, 100 pag. euro 12,00.

http://www.sodalitiumshop.it/epages/106854.sf/it_IT/?ObjectPath=/Shops/106854/Products/030

 

Note

1) Ariel Toaff, Pasque di sangue. Ebrei d’Europa e omicidi rituali, Il Mulino Bologna 2007, Postfazione, pagg. 364-365.

2) Ariel Toaff, Pasque di sangue…, op.cit., p. 196)

3) Gemma Volli, I “processi tridentini” e il culto del Beato Simone da Trento, La nuova Italia, Firenze 1963. Significativo dei tempi nuovi, è quanto scritto in nota a chiusura del libro: «questo scritto viene pubblicato dopo che il cardinale Bea, il 19 novembre, ha tenuto al Concilio un discorso che rovescia l’atteggiamento ancora tradizionale della Chiesa nei confronti degli ebrei e che, insieme con il discorso sulla libertà di religione, fa compiere ci sembra un passo decisivo per l’insegnamento della Chiesa nell’epoca moderna. Tale atteggiamento della Chiesa dovrebbe peraltro trovare immediata ripercussione anche in casi palesi di culti e glorificazioni che nulla hanno a che fare con la verità e con lo spirito dei tempi nuovi come è appunto il caso trattato da questo articolo, caso che dimostra quanto necessaria sia la nuova posizione della Chiesa e quanto pervicaci i modi medievali di intendere il cristianesimo (n.d.r.)» (pag. 16).

4) W. P. Eckert op. Il beato Simonino negli “atti” del processo di Trento contro gli ebrei, Temi tipografia editrice, Trento 1965.

5) Mons. Giuseppe Divina, Il Beato Simone da Trento, Tip. Artigianelli D. F. D. M. – Trento, 1902.

Quelle Pasque di Sangue (Corriere della Sera, 6 febbraio, 2007)

Il fondamentalismo ebraico nelle tenebre del Medioevo

Sergio Luzzatto

Trento, 23 marzo 1475. Vigilia di Pesach, la Pasqua ebraica. Nell’abitazione-sinagoga di un israelita di origine tedesca, il prestatore di denaro Samuele da Norimberga, viene rinvenuto il corpo martoriato di un bimbo cristiano : Simonino, due anni, figlio di un modesto conciapelli. La città è sotto choc. Unica consolazione, l’indagine procede spedita. Secondo gli inquirenti, hanno partecipato al rapimento e all’uccisione del «putto» gli uomini più in vista della comunità ebraica locale, coinvolgendo poi anche le donne in un macabro rituale di crocifissione e di oltraggio del cadavere. Perfino Mosé «il Vecchio», l’ebreo più rispettato di Trento, si è fatto beffe del corpo appeso di Simonino, come per deridere una rinnovata passione di Cristo. Incarcerati nel castello del Buonconsiglio e sottoposti a tortura, gli ebrei si confessano responsabili dell’orrendo delitto. Allora, rispettando il copione di analoghe punizioni esemplari, i colpevoli vengono condannati a morte e Il resto del siclo / 24 / Primavera de 2007 / 1 — 13 — giustiziati sulla pubblica piazza. Durante troppi secoli dell’era cristiana, dal Medioevo fino all’Ottocento, gli ebrei si sono sentiti accusare di infanticidio rituale, perché quelle accuse non abbiano finito con l’apparire alla coscienza moderna niente più che il parto di un antisemitismo ossessivo, virulento, feroce. Unicamente la tortura – si è pensato – poteva spingere tranquilli capifamiglia israeliti a confessare di avere ucciso bambini dei gentili : facendo seguire all’omicidio non soltanto la crocifissione delle vittime, ma addirittura pratiche di cannibalismo rituale, cioè il consumo del giovane sangue cristiano a scopi magici o terapeutici. Impossibile credere seriamente che la Pasqua ebraica, che commemora l’esodo degli ebrei dalla cattività d’Egitto celebrando la loro libertà e promettendo la loro redenzione, venisse innaffiata con il sangue di un goi katan, un «piccolo cristiano» ! Più che mai, dopo la tragedia della Shoah, è comprensibile che l’«accusa del sangue» sia divenuta un tabù. O piuttosto, che sia apparsa come la miglior prova non già della perfidia degli imputati, ma del razzismo dei giudici. Così, al giorno d’oggi, soltanto un gesto di inaudito coraggio intellettuale poteva consentire di riaprire l’intero dossier, sulla base di una domanda altrettanto precisa che delicata : quando si evoca tutto questo – le crocifissioni di infanti alla vigilia di Pesach, l’uso di sangue cristiano quale ingrediente del pane azzimo consumato nella festa – si parla di miti, cioè di antiche credenze e ideologie, oppure si parla di riti, cioè di eventi reali e addirittura prescritti dai rabbini ? Il gesto di coraggio è stato adesso compiuto. L’inquietante domanda è stata posta alle fonti dell’epoca, da uno storico perfettamente attrezzato per farlo : un esperto della cultura alimentare degli ebrei, tra precetti religiosi e abitudini gastronomiche, oltreché della vicenda intrecciata dell’immaginario ebraico e di quello antisemita. Italiano, ma da anni docente di storia medievale in Israele, Ariel Toaff manda in libreria per il Mulino un volume forte e grave sin dal titolo, Pasque di sangue. Magnifico libro di storia, questo è uno studio troppo serio e meritorio perché se ne strillino le qualità come a una bancarella del mercato. Tuttavia, va pur detto che Pasque di sangue propone una tesi originale e, in qualche modo, sconvolgente. Sostiene Toaff che dal 1100 al 1500 circa, nell’epoca compresa tra la prima crociata e l’autunno del Medioevo, alcune crocifissioni di «putti» cristiani – o forse molte – avvennero davvero, salvo dare luogo alla rappresaglia contro intere comunità ebraiche, al massacro punitivo di uomini, donne, bambini. Né a Trento nel 1475, né altrove nell’Europa tardomedievale, gli ebrei furono vittime sempre e comunque innocenti. In una vasta area geografica di lingua tedesca compresa fra il Reno, il Danubio e l’Adige, una minoranza di ashkenaziti fondamentalisti compì veramente, e più volte, sacrifici umani. Muovendosi con straordinaria perizia sui terreni della storia, della teologia, dell’ antropologia, Toaff illustra la centralità del sangue nella celebrazione della Pasqua ebraica: il sangue dell’agnello, che celebrava l’ affrancamento dalla schiavitù d’Egitto, ma anche il sangue del prepuzio, proveniente dalla circoncisione dei neonati maschi d’Israele. Era sangue che un passo biblico diceva versato per la prima volta proprio nell’Esodo, dal figlio di Mosè, e che certa tradizione ortodossa considerava tutt’ uno con il sangue di Isacco che Abramo era stato pronto a sacrificare. Perciò, nella cena rituale di Pesach, il pane delle azzime solenni andava impastato con sangue in polvere, mentre altro sangue secco andava sciolto nel vino prima di recitare le dieci maledizioni d’Egitto. Quale sangue poteva riuscire più adatto allo scopo che quello di un bambino cristiano ucciso per l’occasione, si chiesero i più fanatici tra gli ebrei studiati da Toaff ? Ecco il sangue di un nuovo Agnus Dei da consumare a scopo augurale, così da precipitare la rovina dei persecutori, maledetti seguaci di una fede falsa e bugiarda. Sangue novello, buono a vendicare i terribili gesti di disperazione – gli infanticidi, i suicidi collettivi – cui gli ebrei dell’area tedesca erano stati troppe volte costretti dall’odiosa pratica dei battesimi forzati, che la progenie d’Israele si vedeva imposti nel nome di Gesù Cristo. Oltreché questo valore sacrificale, il sangue in polvere (umano o animale) aveva per gli ebrei le più varie funzioni terapeutiche, al punto da indurli a sfidare, con il consenso dei rabbini, il divieto biblico di ingerirlo in qualsiasi forma. Secondo i dettami di una Cabbalah pratica tramandata per secoli, il sangue valeva a placare le crisi epilettiche, a stimolare il desiderio sessuale, ma principalmente serviva come potente emostatico. Conteneva le emorragie mestruali. Arrestava le epistassi nasali. Soprattutto rimarginava istantaneamente, nei neonati, la ferita della circoncisione. Da qui, nel Quattrocento, un mercato nero su entrambi i versanti delle Alpi, un andirivieni di ebrei venditori di sangue umano : con le loro borse di pelle dal fondo stagnato, e con tanto di certificazione rabbinica del prodotto, sangue kasher… Risale a vent’anni fa un libretto del compianto Piero Camporesi, Il sugo della vita (Garzanti), dedicato al simbolismo e alla magia del sangue nella civiltà materiale cristiana. Vi erano illustrati i modi in cui i cattolici italiani del Medioevo e dell’età moderna riciclarono sangue a scopi terapeutici o negromantici : come il sangue glorioso delle mistiche, da aggiungere alla polvere di crani degli impiccati, al distillato dai corpi dei suicidi, al grasso di carne umana, entro il calderone di portenti della medicina popolare. Con le loro «pasque di sangue», i fondamentalisti dell’ebraismo ashkenazita offrirono la propria Il resto del siclo / 24 / Primavera de 2007 / 1 — 14 — interpretazione – disperata e feroce – di un analogo genere di pratiche. Ma ne pagarono un prezzo enormemente più caro. * * * Il tema del libro Esce in libreria dopodomani, giovedì 8 febbraio, il libro di Ariel Toaff «Pasque di sangue. Ebrei d’ Europa e omicidi rituali» (pp. 364, 25), edito dal Mulino Il saggio affronta il tema dell’ accusa, rivolta per secoli agli ebrei, di rapire e uccidere bimbi cristiani per utilizzarne il sangue nei riti pasquali * * * Il caso di Trento Nel 1745 il piccolo Simone venne trovato morto a Trento Per il suo omicidio furono giustiziati 15 ebrei Fino al 1965 Simone fu venerato come beato * * * Uno storico del giudaismo Ariel Toaff, figlio dell’ex rabbino capo di Roma Elio Toaff, insegna Storia del Medioevo e del Rinascimento presso la Bar-Ilan University in Israele Tra le sue opere edite dal Mulino: «Il vino e la carne. Una comunità ebraica nel Medioevo» (1989), «Mostri giudei. L’ immaginario ebraico dal Medioevo alla prima età moderna» (1996), «Mangiare alla giudia. La cucina ebraica in Italia dal Rinascimento all’ età moderna» (2000)

Corriere della Sera, 6 febbraio, 2007

 

Fonte: https://emiliogiuliana.com/2-uncategorised/59-l-invenzione-dell-incolpevole.html

Dopo le polemiche sul manifesto di Ventotene. Una certa idea di Europa

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di Giovanni Perez

Il terreno di scontro tra la destra di governo e il fronte variegato della sinistra, si è recentemente giocato prendendo a elemento discriminante il Manifesto di Ventotene, redatto nel 1941 e firmato da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni. La lettura di questo testo, dal quale estrapolare alcune frasi diventa sicuramente un’operazione a dir poco azzardata, tuttavia, conferma in estrema sintesi ciò che Giorgia Meloni ha detto in Parlamento, ossia trattarsi dell’evocazione di un’idea di Europa che non è quella della destra politica, come lo stesso Massimo Cacciari ha onestamente riconosciuto, per cui le reazioni scomposte, violente, addirittura isteriche che sono seguite a sinistra, non possono che significare quanto meno un elemento di chiarezza, storico e dottrinario.

A parte lo stesso incipit del testo, laddove si identifica troppo sbrigativamente la modernità con il principio della libertà, ciò che emerge è una radicale requisitoria nei confronti non tanto dello stato nazionale, ritenuto storicamente, almeno alle sue origini, un “potente lievito di progresso”, ma del nazionalismo, inteso come esasperazione del sano patriottismo, al quale si fanno risalire la responsabilità di aver portato alla creazione dello stato totalitario, imperialista e militarista, di aver trasformato i cittadini in sudditi, di aver consolidato il “controllo poliziesco della vita dei cittadini”. Si tratta di affermazioni, anch’esse, che andrebbero contestualizzate e che descrivono situazioni che potremmo ritrovare non solo nell’allora Russia bolscevica, ma anche, certamente in forma più attenuata, nelle stesse liberal-democrazie, come Evola stupendamente descrisse nel saggio Americanismo e bolscevismo.

Per quanto concerne poi l’interpretazione del fascismo europeo, quale braccio armato della borghesiacapitalistica, si tratta di una tesi che nemmeno ai più trinariciuti antifascisti, oggi verrebbe in mente di riproporre come la più adeguata tra le tante possibili. Peraltro, di fatto contraddicendosi, nel Manifesto si ammette che il corporativismo rappresentò una globale alternativa tanto al liberal-capitalismo, quanto al social-comunismo, anche se infine non raggiunse i risultati che si era proposti, come ebbero a riconoscere non pochi pensatori fascisti, come Ugo Spirito e Camillo Pellizzi.

Nel Manifesto trovano spazio anche un acceso, quanto coerente, anticlericalismo, prevedendo una necessaria abolizione del Concordato del 1929; un giudizio sicuramente sbagliato sulla Geopolitica, ritenuta null’altro che una pseudo-scienza; il desiderio di un’utopica realizzazione, oltre lo stesso Stato federale europeo, di un’«unità politica dell’intero globo», ossia di un «solido stato internazionale». Non solo, nel Manifesto c’è una critica radicale all’ideologia comunista, definita essenzialmente come una degenerazione del socialismo, soprattutto per una sbagliata concezione della proprietà, come le errate realizzazioni del modello di “dispotismo burocratico” proprie della Russia sovietica, ampiamente confermano. Trova poi spazio l’evocazione di un ipotetico e fantomatico Partito rivoluzionario, guidato da intellettuali «illuminati», capaci di impedire, alle incerte e deboli democrazie, di non essere in grado di far fronte ai tentativi, dei soliti ceti parassitari, di riciclarsi nuovamente dopo la sicura sconfitta militare della Germania. È questo Partito rivoluzionario che dovrà realizzare una «dittatura», che, di fatto, si dovrà sostituire a quelle esistenti non si sa per quanto tempo, fino alla creazione di un «nuovo ordine», di un «nuovo stato» e di una «nuova democrazia», sulla cui fisionomia i tre «illuminati» di Ventotene nulla aggiungono come ulteriore precisazione.

il Manifesto nella tradizione di pensiero illuministica

Vi sono poi altri contenuti che situano il Manifesto nella tradizione di pensiero illuministica, laica, egualitaria, progressista, in breve, di sinistra. Ma questo in che senso? Nel senso che ho avuto modo già di evidenziare parlando dell’ultimo libro di Marcello Veneziani intitolato, Senza eredi. Mi riferisco alla concezione dell’uomo che è implicita al Manifesto e che rimanda all’idea di «uomo astratto», la cui definizione fa astrazione, ossia prescinde da ogni riferimento alla dimensione storica in cui si esprime nella sua concretezza l’umanità, così come l’esperienza vissuta di ogni singola persona. Si tratta di un’idea di uomo stabilita dalla sola ragione, trasformando e confondendo la dimensione del desiderio, di un ideale e ipotetico dover essere, inspiegabilmente a priori ritenuto essere quello migliore e giusto, con la realtà delle cose. Da qui il violento rifiuto del naturale radicamento dell’umanità in una patria, in una nazione, in una tradizione, perché tutto ciò spinge verso una dimensione dove contano le identità, le tante comunità tra loro differenti, che il Manifesto reputa necessariamente foriere di pulsioni fratricide e guerrafondaie.

Pertanto, come già aveva postulato Kant nel saggio, del lontano 1795, Per la pace perpetua, nella futura Europa non ci potrà essere alcuno spazio per gli Stati nazionali, per il nazionalismo e tutte le tradizioni che distinguono le comunità (a sinistra si usa invece la parola collettività), che andranno azzerate in un solo agglomerato di individui-atomi, indistinto e «fluido», come oggi si direbbe. Si tratta dell’Europa che oggi stanno realizzando, purtroppo, le false élites dell’Unione Europea, che hanno perciò accontentato, almeno in questo, gli estensori del Manifesto, salvo rendendo inutile, almeno per il momento, la creazione di una Federazione europea, con una sola Costituzione. Del resto, si è proceduto all’eliminazione per altre vie della sovranità politica, legislativa e monetaria degli stati membri, creando un mostrum burocratico di cui siamo divenuti sudditi, al servizio di occulte lobbies, non solo finanziarie, di cui è evidente da tempo la volontà di distruggere le identità etniche degli europei, attraverso dissennate politiche immigrazionistiche.

Nella misura in cui questa Europa ha realizzato il Manifesto di Ventotene, essa non può certo essere l’Europa delle Patrie, delle Identità nazionali, delle Tradizioni, degli uomini concreti definiti dalla ragione storica, che sta dentro il DNA della vera Destra. Chi volesse approfondire la questione, può riferirsi all’ancor splendido volume di Carlo Curcio, Europa storia di un’idea, da leggere insieme a quell’altro di Federico Chabod, Storia dell’idea d’Europa. Ma, a dimostrazione del fatto che, ben prima del Manifesto, si sviluppò nel corso degli anni Trenta una notevole attenzione verso l’idea di Europa, si deve almeno ricordare agli smemorati della sinistra, che nel 1932 si svolse a Roma, indetto dalla Regia Accademia d’Italia e organizzato dalla «Fondazione Volta», un celebre Convegno intitolato: «Unità dell’Europa in relazione alla crisi mondiale», cui parteciparono decine di politici di varie tendenze, storici, geografi, studiosi della politica e del diritto, i cui Atti furono poi raccolti in un grosso volume, oggi sepolto nella polvere delle biblioteche, di fronte al quale gli Autori del Manifesto non meritano davvero, salvo che per ragioni di mera polemica politica, che ne offende peraltro la memoria, l’esagerata attenzione e l’apologia oggi a loro riservata.

Fonte: https://www.giornaleadige.it/2025/03/24/manifesto-ventotene-idea-di-europa/

La Carta del Carnaro non è la Regola di San Benedetto da Norcia, ma è molto meglio del Manifesto di Ventotene

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TITOLO ORIGINALE: Il punto (di Marcello Veneziani). La carta del Carnaro di d’Annunzio, la costituzione più bella del mondo
Elogio di un documento politico che rappresenta un caposaldo della civiltà solidarista 

 

di Marcello Veneziani 

“LA VERITA'”, 6 settembre 2020

Per carità di patria quest’anno risparmiamoci di ricordare l’8 settembre del 1943, il giorno nefasto della morte presunta della patria. Ma per tirarci su, ricordiamo un altro 8 settembre glorioso, che quest’anno compie giusto cento anni: l’8 settembre del 1920 a Fiume fu promulgata la Carta del Carnaro. Quella si, fu davvero “la più bella Costituzione del mondo”. Per i contenuti, lo stile, la prosa, l’idealità che emanava.

La Carta del Carnaro non fu scritta da insigni costituzionalisti e rivista da politici, come la Carta del ’48; ma fu scritta da un grande sindacalista come Alceste de Ambris e rivista da un grande poeta-soldato, Gabriele d’Annunzio. Fu animata dal confluire di tre grandi energie: l’amor patrio, lo spirito poetico e lo slancio sindacalista rivoluzionario.

All’articolo 2 della parte generale, scritta da De Ambris sono condensate tutte le parole chiave della Carta: democrazia diretta, sociale, organica, fondata sulle autonomie, lavoro produttivo e “sovranità collettiva di tutti i cittadini senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di classe e di religione”.

È d’Annunzio a parlare nella sua stesura di “perpetua volontà popolare”, di “fato latino”, è lui a evocare il Carnaro di Dante, estremo confine della civiltà latina, e il culto dantesco della lingua; a sostituire il riferimento alla Repubblica con quello più classico alla Reggenza, intesa come “governo di popolo”. Fu lui a richiamarsi ai “produttori” e agli “ottimi”. E fu lui a indicare nella bellezza della vita, del lavoro e della virtus, “le credenze religiose collocate sopra tutte le altre” che avrebbero guidato lo Stato. La forte impronta sociale e popolare della Carta non impediva il culto aristocratico dell’eccellenza e la tutela delle arti più nobili.

Nella Carta erano garantite tutte le libertà dei cittadini, il voto universale e la parità dei diritti tra uomo e donna; era poi ribadita la funzione sociale della proprietà privata ed era disegnato l’assetto della Corporazioni di arti e mestieri. Nove corporazioni raccoglievano i lavoratori nelle loro articolazioni (terra, mare, operai, impiegati, liberi professionisti, intellettuali); la decima era enigmaticamente riservata “alle forze misteriose del popolo in travaglio e in ascendimento”, al “genio ignoto”, all’”uomo novissimo”, a colui che “fatica senza fatica”. Era riconosciuta centralità al lavoro e sovranità al popolo dei produttori; era introdotta la figura del Comandante, inteso come il dictator romano, con pieni poteri ma limitati a un arco di tempo.

Punti fermi erano l’autodecisione dei popoli, la possibilità di indire referendum, la tutela dei sacri confini nazionali e della civiltà italiana e latina, l’istruzione e l’educazione del popolo come il più alto dei doveri della repubblica, la musica riconosciuta nella Costituzione “come un’istituzione religiosa e sociale”. Oggi diremmo che sovranismo, amor patrio e populismo furono i cardini ideali della Carta del Carnaro; fusione tra poesia, trincee e sindacalismo.

Veniva costituita la Lega di Fiume che “univa in un solo fascio le forze sparse di tutti i popoli oppressi della terra”; cercava l’adesione della Russia Bolscevica ma si rivolgeva anche ai paesi islamici: D’Annunzio esaltò il risveglio dell’Islam, “auspice Italia, dispensatrice di diritto e giustizia”.

Il 21 settembre, su La vedetta d’Italia, D’Annunzio scrive queste parole da antenato nobile del populismo antipolitico: “La casta politica che insudicia l’Italia da cinquant’anni non è capace se non di amministrare la sua propria immondizia…Basta! grideremo su la piazza di Montecitorio e su la piazza del Quirinale… Da troppo tempo il popolo attende una parola di vita…Ci siamo levati soli contro l’immenso potere dei ladri, degli usurai e dei falsarii… Loro sono morti. Guardateli in viso, quando seggono al banco del Potere con le braccia conserte e contemplano il soffitto che non crolla. Le vecchie seggiole sono più vive di loro. Affrettiamo l’ora del seppellimento”. Cent’anni dopo stiamo ancora lì…

Tra i sermoni fiumani di D’Annunzio del settembre 1919 sono memorabili L’orazion piccola in vista del Carnaro a l’Hic manebimus optime. L’ultimo discorso di D’Annunzio a Fiume si conclude con un Viva l’Amore. Quasi un promo del ’68 e della fantasia al potere, degli hippy, degli indiani metropolitani; un riassunto anticipato di tante rivoluzioni, compresa quella fascista e parallela a quella dei soviet, di cui all’epoca d’Annunzio era ammiratore (sognava un comunismo libertario ma aristocratico, anarchico ma nazionalista). Rispetto al ’68 restano due differenze: i legionari di Fiume venivano dalle trincee e non dal boom economico. E il loro capo spirituale non era un agitatore, un comico o un demagogo. Ma un poeta grande, mitico e inimitabile.

La Carta del Carnaro non fu il sogno proibito di una città-utopia fuori dalla storia e non fu nemmeno il frutto di un’avventura velleitaria di “un eroe disoccupato a caccia di emozioni”, come la liquidò Emilio Gentile. Fu invece la visione più lucida e ardita della politica e della società nel Novecento di combattenti che la guerra l’avevano fatta sul serio.

In una lettera al Vate, De Ambris così sintetizzò la Carta: “Diamo al mondo l’esempio di una Costituzione che in sé accolga tutte le libertà e tutte le audacie del pensiero moderno, facendo rivivere le più nobili e gloriose tradizioni della nostra stirpe”. Esempio perfetto di rivoluzione conservatrice.

La reggenza del Carnaro dura dall’autunno del ’19 al Natale del 1920, quando verrà cannoneggiata Fiume e poi evacuata dai soldati. Avevano cercato di sedare d’Annunzio prima con le trattative e le promesse – ci provò pure Badoglio, mandato dal presidente del consiglio Nitti, ribattezzato da d’Annunzio il Cagoja – poi Giolitti, tornato premier, fece bombardare Fiume e costrinse il Poeta alla resa. Finì una storia, restò la Carta del Carnaro.

MODALITA’ SETTARIE IN UNA SCUOLA VERONESE: INDOTTRINAMENTO E COERCIZIONE

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Riceviamo e, volentieri, pubblichiamo questa lettera di protesta ricevuta a seguito di quanto accaduto al bambino di 13 anni costretto a salire le scale arcobaleno per seguire la logica LGBT

di Anna Baldassari

La divulgazione della notizia relativa alla punizione scolastica e all’ etichettamento subiti da un minorenne all’Educandato Statale “Agli Angeli” di Verona ha scoperchiato il “vaso di Pandora”, facendo emergere aspetti ben più inquietanti della serpeggiante propaganda LGBT. Sono seguite varie testimonianze di varie categorie scolastiche, le quali hanno esposto le esperienze negative e traumatiche, durante il periodo lavorativo alla guida del Preside M. Bonini.

Il dirigente era già stato segnalato da un sindacato scolastico per maltrattamento del personale scolastico, ma non risulta alcun provvedimento a suo carico da parte dell’USR Veneto. Dalle segnalazioni giunte dal personale scolastico traspare un atteggiamento dispotico e modalità coercitive che escludono l’ascolto e il diritto di contraddittorio. Imposizioni anche assurde, in una scuola frequentata da
bambini, come quelle dell’assoluto silenzio nei luoghi comuni e l’obbligo ai docenti di non personalizzare assolutamente il proprio armadietto. Inoltre, rigide sanzioni e un clima del controllo e del sospetto che stridono con l’immagine millantata di una scuola accogliente e inclusiva. Sorvolando su questioni, comunque abbastanza gravi, quali la rischiosa propaganda ideologica filo ucraina in pieno periodo bellico con la bandiera della nazione estera esposta dalla balconata della scuola, appare interessante focalizzarsi sul clima e le modalità oppressive introdotte dal dirigente fin dall’inizio del suo incarico.

Innanzitutto, sull’atteggiamento compulsivo a imporre l’ideologia gender a scuola tramite un sito istituzionale con lo sfondo arcobaleno, la bandiera arcobaleno esposta in facciata, anche stavolta, camuffata con la scritta “pace”, le circolari e addirittura attività formative irriverenti proposte ai rappresentanti di classe del Liceo come la proiezione durante l’a.s. 2022/2023 del film “Pride”, sul movimento di liberazione gay, in un convento di Valeggio. Infine, l’allestimento nei piani di percorsi iniziatici ed esoterici alla Harry Potter, accompagnati dai manifesti su carta intestata con la rappresentazione della Maga
Magò. Come se ciò non bastasse, il preside ha iniziato a fare propaganda politica anche nei corridoi, affiggendo bandiere dell’Ucraina con l’iscrizione “I stand with Ucraina” e commissionando la realizzazione di felpe per studenti con un logo similare a quello del battaglione Azov. Verrebbe da chiedersi chi autorizzi un dirigente a parlare in nome di tutta la comunità scolastica de “agli Angeli” con siffatte direttive dottrinali e come sia possibile che in una scuola pubblica vengano introdotte modalità coercitive e di indottrinamento analoghi a quelle dei gruppi settari. Continua a leggere

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