DeepSeek R1: L’avanzata strategica cinese nell’IA open source e le implicazioni per l’equilibrio tecnologico globale

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di Claudio Verzola

In un contesto geopolitico caratterizzato da crescenti tensioni tecnologiche tra Oriente e Occidente, la Cina con Liang Wenfeng ha lanciato DeepSeek R1, un modello di intelligenza artificiale open source sviluppato con risorse limitate ma in grado di rivaleggiare con i sistemi proprietari di OpenAI, Google e Meta. Questo traguardo, raggiunto in soli due mesi e con investimenti ridotti rispetto agli standard occidentali, non rappresenta solo un progresso tecnico, ma un’abile mossa strategica per ridisegnare i rapporti di forza nel settore critico dell’IA.

L’adozione di un modello open source da parte di Pechino ribalta il tradizionale paradigma del controllo centralizzato, tipico delle corporation statunitensi. La pubblica accessibilità del codice di DeepSeek permette a Stati e organizzazioni di studiare, modificare e implementare soluzioni senza dipendere da attori esteri, un fattore cruciale per nazioni come l’Italia che mirano a rafforzare la propria autonomia digitale. In un’epoca in cui i dati sono un’arma strategica, questa apertura riduce il rischio di esposizione a monopoli tecnologici stranieri e facilita lo sviluppo di infrastrutture critiche nazionali, allineandosi agli obiettivi di sicurezza delineati dal PNRR europeo e dalla dottrina NATO sulla cyber-resilienza.

DeepSeek dimostra che l’eccellenza tecnologica non richiede necessariamente capitali illimitati. Con un addestramento ottimizzato e hardware contenuto, il modello cinese sfida la narrazione occidentale secondo cui solo investimenti miliardari garantiscono superiorità nell’IA. Questo approccio low-cost/high-yield potrebbe ispirare alleati degli Stati Uniti, come i Paesi europei, a rivedere le proprie strategie di innovazione, privilegiando efficienza e collaborazione transnazionale rispetto a modelli ipercompetitivi e frammentati.

Il lancio di DeepSeek coincide con un momento di frizione geopolitica acuta, segnato dal ritorno di politiche protezionistiche negli USA e dalle restrizioni all’export di semiconduttori avanzati verso la Cina. Pechino, tuttavia, ha aggirato queste limitazioni puntando sull’ottimizzazione algoritmica e su un ecosistema open source che mobilita risorse globali. Questo modello non solo indebolisce il vantaggio occidentale basato su tecnologie chiuse, ma trasforma l’IA in uno strumento di soft power, attirando Paesi in via di sviluppo alla ricerca di alternative accessibili ai sistemi occidentali.

Le recenti offensive informatiche contro DeepSeek, che hanno ostacolato l’accesso agli utenti occidentali, evidenziano un nuovo fronte di competizione. Sebbene non vi siano prove dirette, è plausibile che tali attacchi riflettano tentativi di sabotaggio da parte di entità legate a interessi concorrenti, in linea con le tattiche di guerra ibrida sempre più comuni nel cyberspazio. La resilienza di DeepSeek a queste minacce sarà un banco di prova per la credibilità del modello cinese come alternativa sicura e affidabile.

La rivalità tra modelli aperti e chiusi affonda le radici nella Guerra Fredda, quando il blocco sovietico e quello NATO perseguivano strategie divergenti nell’informatica. Negli anni ’80, il software libero di Richard Stallman rappresentò una risposta ideologica alla privatizzazione del codice promossa da Microsoft. Oggi, DeepSeek riattualizza questo scontro, posizionando la Cina come paladina di un’IA “democratizzata”, in contrasto con l’oligopolio occidentale. Tuttavia, dietro la retorica collaborativa, Pechino persegue obiettivi chiari: ridurre la dipendenza da tecnologie USA e consolidare la propria influenza tecnologica in aree strategiche come l’Africa e il Sudest asiatico.

Il successo di DeepSeek ha già innescato un terremoto nei mercati: il crollo delle azioni delle Big Tech occidentali riflette timori di un ridimensionamento del loro dominio. Per gli Stati Uniti e gli alleati della NATO, la sfida è duplice:

  • Preservare la leadership tecnologica senza ricadere in una corsa agli armamenti economica insostenibile.
  • Bilanciare sicurezza e apertura, evitando che il controllo sulle esportazioni di IA soffochi l’innovazione interna.

La risposta occidentale dovrà essere coordinata e multifattoriale: potenziamento dei centri di ricerca pubblici, partnership con aziende emergenti e revisione delle politiche di cybersecurity per contrastare le minacce ibride.

DeepSeek non è solo un modello algoritmico, ma un simbolo del riallineamento del potere tecnologico globale. La Cina ha dimostrato che l’open source può essere un’arma efficace per erodere il primato occidentale, combinando pragmatismo economico e visione geopolitica. Per le democrazie liberali, il rischio non è tanto la superiorità tecnica cinese, quanto l’incapacità di adattarsi a un mondo in cui l’IA è sempre più decentralizzata, accessibile e weaponizzata. La partita è aperta, ma una lezione è già chiara: nell’era dell’intelligenza artificiale, la vera potenza non risiede nei chip, ma nella capacità di plasmare gli ecosistemi che li governano.

 

Fonte: https://www.difesaonline.it/evidenza/cyber/deepseek-r1-lavanzata-strategica-cinese-nellia-open-source-e-le-implicazioni

Trump, la Dottrina Monroe e le Sfide dell’Unione Europea.

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di Matteo Castagna

E’ necessario fornire un’analisi sull’insediamento di Donald Trump che vada oltre la retorica propagandistica e le opposte tifoserie. E’ un’operazione che non si fa mai a caldo, ma dopo aver riflettuto ed aver osservato le reazioni. Contrappesi, contingenze, contesti possono essere determinanti, in politica, fino a bloccare il potere esecutivo di qualsiasi inquilino della Casa Bianca. L’abbiamo visto con la denuncia degli Stati in mano ai Democratici, che hanno bloccato l’ordine esecutivo contro lo ius soli, portando la questione in tribunale.

Lo vedremo, se il Congresso darà sempre l’assenso, a maggioranza, ai provvedimenti, perché il Presidente non può fare tutto ciò che vuole, in quanto dispone di vincoli costituzionalmente garantiti. Un altro esempio concreto è rappresentato dall’ordine di sospendere i finanziamenti all’estero per 90 giorni, che, però, a quanto sembra dalle fonti documentali e personali del Financial Times, escluderebbe l’Ucraina.

Anche lo sfegatato “no vax” Robert Kennedy jr., nominato ministro della Sanità americana, ha già tirato il freno a mano rispetto alla campagna elettorale, dicendo di non voler più gettare i vaccini nella pattumiera, ma soltanto di dare loro maggiore trasparenza.

Ciononostante, la narrativa del presidente nel suo discorso di insediamento del 20 gennaio 2025 ha davvero rivelato molto, sia della volontà, sia della sua impostazione mentale, sia della visione d’insieme, che sarà attribuita alle scelte della nuova amministrazione.

Ciò che ha fatto impazzire molti progressisti è stata la presenza alla cerimonia dei grandi magnati del tecno-capitalismo americano: Mark Zuckerberg (Meta),  Sundar Pichai (Google), Jeff Bezos (Amazon) e Elon Musk (X, SpaceX, Tesla). E’ una dimostrazione di forza di chi promette di rendere il Paese “più grande, più forte, molto più eccezionale” di prima. “Da oggi, il declino dell’America è finito”, ha specificato The Donald.

Brucia ai globalisti che nessuno di questi uomini più potenti della terra fosse presente all’insediamento di Joe Biden, nel 2020, quando l’ospite più importante fu Lady Gaga. Quattro anni fa, non ci furono esponenti politici stranieri. Stavolta, invece, non è passata certo inosservata la presenza, assai eloquente, di Giorgia Meloni per l’Europa e del presidente argentino Javier Milei per l’America Latina.

Il codazzo di pubbliche rosicate si è letto solo da esponenti di centro-sinistra nostrani, che non perdono mai l’occasione di dimostrare totale mancanza di senso delle Istituzioni e invidie personali, ossia di gran provincialismo, il quale è sempre oggetto di scherno, Oltreoceano.

Per non parlare, poi, della ridicola levata di scudi dei soloni del nostro politicamente corretto per il saluto di Musk, così grave da aver meritato la risata dell’autore, l’indifferenza dei media e dei politici americani e, addirittura, parole ampiamente distensive da parte del premier israeliano Benjamin Netanyahu, che conosce come un po’ eccentrico il miliardario di origine sudafricana, ma non certo come un nazista antisemita. Queste accuse hanno prodotto fiumi d’inchiostro inutile solo qui e perdite di tempo sui social. Un antico proverbio dice che “con l’inchiostro, una mano può innalzare un furfante ed abbassare un galantuomo”, sembrando descrivere alla lettera il modello comunicativo di certa stampa sinistra occidentale.

Sul piano economico, da tempo l’immagine prevalente nei discorsi dei nuovi presidenti è quella di un Paese che deve risollevarsi da una crisi non grave, ma capitale. Lo disse Obama nel 2009, Trump nel 2017, Biden nel 2021, e di nuovo Trump stavolta. Da questo punto di vista, la novità è il tono particolarmente religioso usato da Donald Trump, che assume direttamente su di sé, la capacità di assicurare “il ritorno dell’età dell’oro”. Un po’ come faceva Silvio Berlusconi, quando si riteneva l’ unto dal Signore, in grado di liberare l’Italia dall’egemonia comunista.

“Il proiettile di un assassino mi ha strappato l’orecchio – ha ricordato riferendosi all’attentato subito a Butler, Pennsylvania il 13 luglio durante un comizio – ma Dio mi ha tenuto in vita per riportare l’America alla sua grandezza”. Trump ha, spesso, espresso in passato questo concetto, ma l’ufficialità del discorso d’insediamento ci porta a constatare che il nuovo presidente riconosce il divino come fonte di legittimazione del proprio potere.

Lo stesso George Washington, nel suo discorso di insediamento, nel 1789, davanti al Congresso, parlò di una repubblica che “per meritare il sorriso benevolo del Cielo” avrebbe dovuto seguire “le regole eterne dell’ordine e della legge”. Non il contrario. Ed è in questo solco che si possono mettere gli ordini esecutivi relativi all’etica, ossia l’abrogazione dei “generi” provenienti dall’ideologia gender e woke, per il ritorno agli unici sessi “maschio e femmina”, come Dio li creò.

Nell’ottica di una dimensione religiosa va vista anche la volontà di iniziare le cerimonie d’insediamento in chiesa, sebbene la “vescovessa” evangelica si sia lasciata trasportare in un patetico sermone sui presunti bambini gay e trangender da tutelare. Potrebbe essere motivo di riflessione, da approfondire con il suo amico e collaboratore Mel Gibson, cattolico tradizionalista, per l’inizio di un processo di conversione, a Dio piacendo.

La Costituzione, che spesso è il cuore dei discorsi di inaugurazione dei presidenti, è stata quasi del tutto ignorata da Trump, così come il Congresso (questo, ignorato del tutto). Il presidente ha immediatamente firmato circa cento ordini esecutivi, cioè dei decreti, nonostante disponga della maggioranza sia alla Camera che al Senato, per dimostrare, subito, come un vulcano, che lui è l’uomo del fare, al contrario del predecessore.

Tra di essi, fondamentale perché gli effetti si ripercuoteranno anche in Europa, è la chiusura dei rubinetti all’Organizzazione Mondiale della Sanità e un segnale politico importante è l’uscita dagli Accordi di Parigi sulla lotta al cosiddetto riscaldamento globale, cui Trump non crede. Il concetto è stato ribadito a Davos, al meeting del World Economic Forum, che ha fatto del green Deal la sua bandiera, ma che il tycoon ha subito ammainato, con parole severe e tranchant.

Il Presidente, come altro pilastro della sua legittimazione, ha sottolineato l’ampiezza della sua vittoria elettorale, con un’America “che si unisce sul mio programma”: “abbiamo vinto tutti gli swing States”, “abbiamo guadagnato consensi in tutte le categorie”, “abbiamo vinto il voto popolare di milioni di voti”.

Il 5 novembre Trump si è imposto con il 49,8% e 77 milioni di voti, contro il 48,3% di Kamala Harris e 75 milioni di voti. La vittoria c’è tutta ed è stata riconosciuta dagli avversari, ma i numeri dicono che l’America non è propriamente unita sul suo programma.

Su questo, il neo-eletto presidente dovrà prestare particolare attenzione perché, se da un lato la polarizzazione del voto è una caratteristica che include anche il terzo polo, formato dall’ astensionismo, determinati errori potrebbero essergli fatali per il futuro.

Non perderà consensi sul pugno di ferro verso l’immigrazione clandestina, che vede nei sondaggi un ampio consenso, allargato a moltissimi elettori democratici, ma dovrà tenere presente quanto gli statunitensi desiderino la pace e la tranquillità economica, in un ordinato sistema sociale, che sappia anche creare welfare e andare incontro alle fasce più deboli della popolazione.

Anche individuare una specifica urgenza nazionale è stato tipico degli ultimi discorsi di insediamento. Per Obama fu come far funzionare il mercato e lo stato in maniera più giusta per tutti (si era poco dopo lo scoppio della crisi del 2008), per il Trump del primo mandato fu “restituire il potere al popolo”, per Biden fu la difesa della democrazia (si era poco dopo l’assalto a Capitol Hill).

Trump ha trasformato l’urgenza in “emergenza”: l’immigrazione clandestina, contro la quale verranno utilizzati tutti i mezzi a disposizione, compreso l’abolizione del diritto alla cittadinanza americana per i bambini che nascono da persone che si trovano negli USA irregolarmente. “Milioni di stranieri criminali saranno rimpatriati”, garantisce il Presidente.

Ma c’è una seconda “emergenza nazionale”: quella energetica. Da quasi dieci anni gli Stati Uniti hanno raggiunto l’indipendenza energetica, ossia vendono all’estero molta più energia (gas e petrolio) di quanta ne comprino. Ma con l’espressione Drill, baby, drill (“trivella, baby, trivella”) il nuovo presidente promuove un ulteriore aumento della produzione nazionale di idrocarburi, con l’obiettivo, dice, di abbassare i prezzi. Prezzi che al momento sono determinati dall’intesa sostanziale tra Arabia Saudita e Russia. Presto ci sarà un incontro con Putin, in cui saranno vari i dossier aperti, mentre quello dell’Ucraina di Zelensky non sembrerebbe preoccupare più di tanto. Per alcuni analisti sarebbe forte la tentazione di Trump di lasciare la patata bollente alla UE.

Al contrario di molti altri predecessori, compreso l’ultimo repubblicano, George W. Bush, che nel 2001 si era mantenuto su temi di principio, come la responsabilità individuale e la partecipazione civica, da stimolare durante il suo mandato (sarebbe poi stato ricordato per aver lanciato le disastrose guerre di Afghanistan e Iraq), Trump è sceso molto nel dettaglio. In particolare, ha garantito che l’America ricostruirà la sua potenza industriale, che oggi è doppiata dalla Cina, partendo dalla produzione di automobili, vecchia gloria nazionale, ormai sbiadita.

Per fare questo, gli Stati Uniti “si dis-impegneranno dalle aree di conflitto nel globo”, per concentrarsi sulle proprie esigenze locali. Qui arriva il riferimento a Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo e alleato di Trump, capace di costruire egemonia attraverso i suoi canali comunicativi. Musk “porterà l’America su Marte”. E Musk sarà il titolare del nuovo “ministero dell’Efficienza”, che si occuperà di tagliare la spesa pubblica, con l’obiettivo ideale di diminuirla del 75%.

A questo punto, pare che Trump voglia riprendere ed attualizzare la cosiddetta “dottrina Monroe”, che indica un messaggio ideologico del Presidente degli Stati Uniti James Monroe, contenuto nel discorso sullo stato dell’Unione, pronunciato innanzi al Congresso, il 2 dicembre 1823, che esprime l’idea della supremazia degli States nel continente americano. Monroe affermò, in quel discorso, che qualsiasi intromissione di potenze straniere negli affari politici del continente americano, sarebbe stata considerata ostile.

Con un linguaggio più moderno ciò significa che la dottrina Monroe annunciava al mondo che gli USA erano decisi a preservare la propria integrità territoriale, soprattutto contro le pretese e le rivendicazioni sulla costa nordoccidentale del Pacifico. Roosevelt adattò questa teoria alla sua politica e Trump sembrerebbe voler riprendere in mano, anche nelle questioni riguardanti il Canada e la Groenlandia, ma soprattutto nell’apparente volontà di rimanere fuori dall’interventismo in Europa, che ha caratterizzato le politiche americane dal 1945 ad oggi.

Sarà pronta l’UE a camminare con le sue gambe? Ecco la sfida che, forse, i burocrati di Bruxelles non hanno ancora colto, ma che sarebbe una grande opportunità di indipendenza e sovranità per costruire un’Europa politica forte, che sappia cooperare con tutto il resto del mondo in un sistema multipolare in cui tutti i Paesi possano fornire il meglio delle loro eccellenze.

Trump dedica la sua conclusione all’America mitica ed eccezionale “che ha superato tutte le sfide che ha incontrato”, “che ha formato i più straordinari cittadini della Terra”, “che tornerà a vincere come mai prima”, “che fermerà tutte le guerre”. Non c’è più notizia dell’impegno di chiudere la guerra in Ucraina “nel primo giorno del mio mandato”, preso in campagna elettorale. Ma c’è la rivendicazione del cessate il fuoco tra Hamas e Israele, concesso dal premier Netanyahu, tre giorni prima del discorso, poco dopo aggirato dall’esercito israeliano con una serie di attacchi micidiali in Cisgiordania.

“La nostra società sarà basata esclusivamente sul merito”, dice riferendosi all’impegno di eliminare tutte le regole in difesa di minoranze e categorie protette. “La libertà di espressione trionferà e non ci sarà più censura”, dice riferendosi alla pratica da imporre non solo sulle reti sociali, ma anche nei media tradizionali, di eliminare il fact-checking, il controllo fattuale, prima della pubblicazione di dichiarazioni pubbliche.

“Da oggi, gli Stati Uniti d’America saranno un Paese libero e indipendente”, chiude Trump. Noi ce lo auguriamo anche per l’Europa.

 

 

Fonte: https://www.marcotosatti.com/2025/01/27/trump-la-dottrina-monroe-e-le-sfide-dellunione-europea-matteo-castagna/

Bentornati Maestri

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di Marcello Veneziani

Torna la storia, torna la geografia, torna l’Italia, torna il latino nelle scuole italiane. Insomma torna un’idea di civiltà, di cultura e di educazione umanistica nella scuola italiana; non solo istruzione, formazione, tecnologia e attualità. È questo il succo dell’annuncio del ministro della Pubblica Istruzione, Giuseppe Valditara, e non possiamo che essere d’accordo con le intenzioni del ministro e dei suoi esperti. E speriamo che i fatti siano all’altezza delle intenzioni.

La storia, è verissimo, è necessaria per formare cittadini “consapevoli e responsabili” e la rimozione della memoria storica nel nostro paese (con la sola eccezione di fascismo, razzismo e antifascismo, come se il mondo fosse nato con la seconda guerra mondiale) è una perdita incommensurabile per ogni paese. Ma ancor più per il nostro paese che sulla grande tradizione civile, umanistica, linguistica e storica ha fondato la sua ricchezza e il suo primato mondiale. Giusto anche il criterio della prossimità territoriale: è giusto che la storia e la cultura italiana vengano prima di quelle internazionali, ed è giusto che la storia europea e occidentale abbia la precedenza sulla storia del mondo e del terzo mondo, verso cui propende una certa ideologia dell’inclusione, dell’accoglienza e dell’amore per il lontano, con l’ignoranza e l’indifferenza per tutto ciò che è a noi più vicino. È un criterio che vale per la storia come per la geografia, per il pensiero come per l’arte e la musica, giustamente potenziata nelle intenzioni della riforma, per un paese così versato nel canto e nell’opera.

Il tema di fondo da affrontare è il ruolo della scuola nella società presente: la scuola non deve andare a rimorchio di quel che fa tendenza oggi; la sua missione e la sua ricchezza è quella di dare ai ragazzi una visione generale, una chiave di lettura, un sapere critico che consenta poi di governare e cavalcare i flussi della nostra via moderna. Non un sapere contro la società, ma un sapere come contrappeso che bilanci una società interamente schiacciata sulla tecnica, sul web, sull’economia e sulla finanza. La scuola, arrivai a dire in passato, deve seguire la lezione di Dante, che elogiava il suo maestro Brunetto Latini perché “Voi m’insegnavate come l’uom s’etterna”. Ovvero la scuola, soprattutto i licei, deve fornire al ragazzo le chiavi per abitare altri mondi oltre il presente: il passato, il futuro, la cultura, il senso dell’eterno, ovvero ciò che non passa, è permanente. Deve insegnare cioè a una società interamente presa dalla connessione on line, anche la connessione verticale, con le epoche e le generazioni passate e con quelle che verranno.

In una parola, la scuola deve riprendere il senso dell’eredità, il rispetto e la lezione dei maestri, degli autori e delle autorità, il dialogo con le altre epoche, premesse indispensabile anche a dialogare con le altre società e con gli altri mondi presenti. Lo dico anche da autore di un libro, Senza eredi che è incentrato proprio sulla denuncia di un’epoca che cancella eredità, maestri e memoria storica. A partire dai classici e dallo studio del latino, che si riaffaccia seppure in chiave facoltativa – come era ai miei tempi – anche nella scuola media dell’obbligo. Riconciliamoci con la nostra lingua madre e con la civiltà da cui proveniamo. Verrà incoraggiata, apprendo, anche la lettura della Bibbia, le poesia a memoria, i testi epici della letteratura classica. E di questo dobbiamo esser grati anche ai tanti esperti che hanno sostenuto queste tesi e al ministro che non ha avuto il timore di sostenerle. Non abbiamo risparmiato critiche e perplessità in passato a Valditara, non amiamo i cedimenti, le compiacenze e le piacionerie di chi crede di salvarsi assecondando la demagogia e l’egemonia ancora imperante; ma quando una cosa ci sembra giusta, coraggiosa e pertinente, anzi necessaria, e quando ci pare che giovi alla scuola, agli studenti e anche ai docenti, ripristinando il ruolo, la missione e la dignità della scuola, mi pare che vada sostenuta senza indugi. Poi, certo, quando dovrà calarsi nella realtà vedremo come si riuscirà a farlo, con quale personale, con quali reazioni, con tutti i dubbi che abbiamo su larga parte dei docenti, e nel clima d’epoca con la pressione ideologica e mediatica che scatterà per annacquare, boicottare o avvelenare i propositi. Intanto, siamo soddisfatti per gli annunci, per le intenzioni e per la visione che li ispira.

Un tempo gli studenti contestavano la scuola voluta dai governi del centro-destra perché ritenevano che fosse succuba di un’idea “berlusconiana” di succursale dell’impresa, subalterna al commercio e al mercato; ricordate le polemiche contro le fatidiche tre i, impresa, internet e inglese. Anch’io ho più volte detto che i ragazzi lo spirito d’impresa, la capacità di usare il computer e di imparare l’inglese li apprendono più dalla vita, dall’esperienza reale di ogni giorno, insomma imparano più sul campo che nella grottesca, tardiva e impacciata caricatura scolastica, ad opera peraltro di un personale non attrezzato per quei tre compiti. La scuola non deve inseguire il mondo, l’attualità, le utilità più effimere, soprattutto in una società fondata sul commercio, i consumi, le performance tecnologiche; refrattaria al sapere umanistico, che reputa inutile e obsoleto. Ma, vedrete, ora contesteranno a Valditara l’esatto contrario di quel che contestavano ai governi Berlusconi e al ministro Letizia Moratti: di riportare la scuola al passato, a un versione reazionaria, nazionalista, anzi suprematista, tardo-umanistica, provinciale e italocentrica.

L’ignoranza avanza, la barbarie corrode ogni giorno pezzi di società, di scuola e di vita, l’incuria prevale e si fa menefreghismo più accidia. I prof diventano istruttori e intrattenitori, a volte le classi sono affollate d’insegnanti di sostegno, come in un suk di avventori, balie e animatori. Cercare di risalire la corrente, avere il coraggio di invertire la discesa, perlomeno provarci, è finalmente un buon segno di vita e di intelligenza. Bentornati maestri, docenti, anzi insegnanti, cioè persone che lasciano un segno.

 

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/bentornati-maestri/

L’Oscar di Wright e Marinelli: il Fascismo è più vivo che mai

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L’Oscar di Wright e Marinelli: il Fascismo è più vivo che mai

 

di Lorenzo Cafarchio

Milano, 13 gennaio – Lo abbiamo fatto per voi. Ci siamo messi davanti alla televisione e ci siamo sciorinati gli otto episodi, divisi in due capitoli, della serie televisiva del momento, che alla fine sarà anche dell’anno, M – Il figlio del secolo. Diretta da Joe Wright, scritta da Stefano Bises e Davide Serino, prende vita – lo sanno anche i sassi – dall’opera letteraria di Antonio Scurati.

Un film degno del miglior Copperfield

Benito Mussolini è interpretato da Luca Marinelli che però richiama nella sua maschera il Pinguino di Batman. Chiaro più ci si allontana dal fenomeno del Fascismo più gli epifenomeni dell’antifascismo generano effetti marchiani. Eppure mettersi qui a de-costruire lo sceneggiato gioverebbe solamente alla struttura che ha messo in piedi l’opera. Certo Filippo Tommaso Marinetti trasformato in un guitto sovrappeso che urla a favore di telecamera “zang zang tumb tumb” come un ossesso, alla stregua dell’ubriacone di paese che puoi incontrare nel bar all’angolo della periferia italiana la domenica pomeriggio dopo le 17:30, e Margherita Sarfatti modellata a fodero del pene di Sua Eccellenza – Marracash, il rapper di quelli che ben pensano, avrebbe detto “il sacco a pelo del cazzo”, ma ci siamo capiti – sono un’operazione cinematografica degna del miglior David Copperfield.

Spariscono i caratteri, le idee e le visioni proprio come l’illusionista statunitense fece sparire la Statua della Libertà. C’è solo Benito Amilcare Andrea Mussolini e tutto intorno il nulla o meglio dei cartonati che si muovono sullo sfondo del suo conclamato, nel girato, delirio da padreterno.

Il Mussolini “americano” di Wright

Renzo De Felice scrisse che l’errore spesso commesso nel giudicare la parabola del più giovane Primo Ministro italiano della storia, prima dell’avvento di Matteo Renzi (chiaramente), è di considerarlo romagnolo piuttosto che milanese. Ecco Mussolini fu cesellato dalla città delle rivoluzioni italiane mentre quello di Joe Wright è perfettamente anglosassone. Anzi americano. Ha tutti i tic e i difetti tipici del gigantismo a stelle e strisce. E infatti, in questo spasmodico rapporto con la telecamera e perforazione della quarta parete, a un certo punto diventa Donald Trump asserendo: “Make Italia Great Again”. Da MAGA a MIGA(cazzi).

Gonfio come gli americani, bolso e con un ego smisurato. Sembra il perfetto affresco dell’Incubo ad aria condizionata descritto a fine degli anni ‘30 da Henry Miller. “Questo il tema, il rapporto tra saggezza e vitalità, m’interessa perché, contro l’opinione generale, non sono mai stato capace di considerare l’America giovane e vitale ma la vedo piuttosto prematuramente invecchiata, come un frutto marcito prima d’aver avuto la possibilità di maturare”. Ecco il Fascismo che vuole emergere da M – Il figlio del secolo.

Nostalgia… di Antonio Banderas

Passano i minuti e la nostalgia di Antonio Banderas e la sua interpretazione ne “Il giovane Mussolini”, senza accenti romagnoli, è palpabile. Specie nei discorsi. Specie quando guardando il tramonto professa il verbo della santa teppa e della rivoluzione (su YouTube si trova l’estratto). Ah e Rachele Guidi era interpretata da Claudia Koll, ça va sans dire. In un’intervista, tra le mille mila rilasciate, Luca Marinelli ha asserito che il regista all’indomani della vittoria alle elezioni politiche di Giorgia Meloni ha voluto registrare l’opera in italiano invece che in inglese. Questo la dice lunga sull’operazione realizzata. Il girato è per luci, colori, mosse, dinamismo e musiche – la colonna sonora opera dei Chemical Brothers – di livello assoluto. Non ci interessa quindi entrare nel merito dei tecnicismi.

Il travisamento della storia

L’alterazione maggiore è trasformare una rivoluzione, quella fascista, che ha avuto più morti tra le proprie file nel biennio rosso, 1919-1921, piuttosto che in quelle registrare nelle file nemiche in una macchina dell’eliminazione sistematica. Stalin levati proprio. Basterebbe leggere “Nascita dell’ideologia fascista” dello storico israeliano Zeev Sternhell per capire la distorsione. Ecco l’effetto speciale migliore: il travisamento della storia.

L’antifascismo, nuovamente, ha voluto raccontarci il Fascismo come un incubo, ancor meglio Mussolini nightmare, senza rendersi conto che di questa gigantesca operazione resteranno i reel, le pubblicità a reti unificate, i meme e l’invasione social. Ogni cosa rientrerà, nella notte, dalla loro stessa finestra per insediarsi in sogni bagnati, incapaci di storicizzarsi, diventando essi stessi ossessioni e tormenti. Inabili a uccidere l’idea di Mussolini lo martirizzano trasformandolo in un eterno ritorno. L’Oscar nella categoria “Fascismo più vivo che mai” va a Joe Wright e Luca Marinelli. Applausi in sala, quasi, come il 23 marzo 1919 in Piazza San Sepolcro a Milano.

Lorenzo Cafarchio

 

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/loscar-di-wright-e-marinelli-il-fascismo-e-piu-vivo-che-mai-284658/

Perché la Cina è, in Realtà, il Miglior Amico degli Stati Uniti

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di Matteo Castagna
Il 21 ottobre 2024, nell’ambito di alcuni incontri sull’economia internazionale presso il Council on Foreign Relations, l’Amministratore Delegato di MCC Production e membro del CFR, Michelle Caruso-Cabrera ha intervistato il principale analista del Financial Times, l’ottantenne Martin Wolf.
Egli dichiara che l’elezione di Donald Trump del 5 Novembre 2024 farà prendere al mondo una direzione che non si sarebbe mai aspettato, nel corso della sua lunga carriera.
Gli USA del tycoon vogliono recedere dalla globalizzazione. Sul piano mondiale, The Donald vorrebbe porre fine a quel ruolo messianico di “gendarmi del mondo” che gli americani si sono dati, almeno a partire dal 1945. L’idea che il compito dell’America fosse quello di andare ovunque a importare il suo modello di democrazia, per rendere “un posto migliore” questo e quell’altro Stato, si è dimostrata fallimentare, producendo nel corso degli anni, più malcontento internazionale, contro la una certa sua smania “egemonico-coloniale”, che effettivi benefici.
Per questo motivo, Trump vorrebbe distruggere il modello di Occidente, finora conosciuto, in cui gli USA hanno un ruolo primario e protettivo degli altri alleati – sostiene Martin Wolf – a favore di una loro maggiore autonomia e sovranità, che consenta al nuovo Presidente ed al suo governo di concentrarsi su quell’”America First”, di cui si fa da tempo portavoce. “Dati il suo ruolo e la sua potenza, l’idea che l’America possa ritirarsi dal mondo non arride a nessuno. Persino ai cinesi, questa prospettiva crea problemi”. Su questo torneremo dopo.
Secondo Wolf, “i cinesi si stanno impegnando con zelo a rovinarsi da soli”, di fronte al fatto che la loro paranoia stia nel fatto che il reale obiettivo degli americani sia quello di distruggere la Cina e non di contenerla, mentre secondo il noto economista “dovremo, in un modo o nell’altro, convivere con la potenza cinese”.
“Dobbiamo cercare di cooperare in maniera pacifica con la Cina, quale superpotenza militare, al fine di garantire la nostra sicurezza nazionale”. Per far questo ed evitare che la competizione militare vada fuori controllo, sarà necessario uno sforzo imponente a livello politico-diplomatico, precisa Wolf.
Storicamente, egli è contrario ad implementare una politica industriale interna, come parrebbe voler fare Trump, in particolare su quella manifatturiera. “Il fatto è che in futuro – puntualizza Wolf – non ci sarà nessuno a lavorare in fabbrica: fra trent’anni faranno tutto le macchine e i robot. Dunque il tentativo di ricreare la vecchia classe degli operai è destinato a fallire”.
Perciò, la soluzione di Wolf sarebbe quella di investire nell’innovazione, “creando nuove industrie, e di punta, competitive a livello globale, che concorrano a rendere il mondo un posto migliore”. Sebbene egli ammetta che, per il momento, non vede qualcuno capace di realizzarlo, né in UE, né in USA. Ma auspica che gli USA riescano in fretta, perché la Ue è molto più indietro rispetto a loro in termini di PIL pro capite e totale, nonché la dinamica demografica è nettamente in favore degli Stati Uniti.
Investire nei settori tecnologici ed informatici è stata una carta vincente, sia per l’America, che per la Cina. L’Europa viene molto dopo e “sta affrontando una crisi economica molto, molto seria, con la diminuzione della produttività e della natalità, riducendo considerevolmente la sua competitività sui mercati globali”. Secondo Wolf, il rapporto Draghi sugli ultimi cinquant’anni, dimostra che l’Europa non è riuscita nell’intento di diventare una leader nelle tecnologie informatiche, soprattutto, attraverso il mercato unico europeo, che non ha funzionato.
Infine, l’economista del Financial Times, conclude con una battuta sulla Cina, che potenzialmente potrebbe rilanciare un modello economico prospero e vincente, mentre si limita e forse si limiterà alla vecchia politica industriale dirigista.
“Non credo che i leader cinesi abbiano intenzione di introdurre le innovazioni necessarie. Quindi il problema, risolvibile in teoria, resterà irrisolto. Ecco il senso di quanto ho detto prima: nel conflitto con la Cina, il migliore amico dell’America è, in realtà, la dirigenza cinese”.
Fonte: https://www.marcotosatti.com/2025/01/11/perche-la-cina-e-in-realta-il-miglior-amico-degli-stati-uniti-matteo-castagna/

CHARLIE HEBDO E LA FRANCIA MALATA

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Charlie Hebdo è un settimanale sedicente “satirico” di sinistra fondato negli anni Settanta a Parigi.

Nel 2015 la sua sede fu attaccata da due uomini armati di Kalashnikov, che uccisero dodici persone, tra cui il direttore Stéphane Charbonnier. Fu la risposta a diverse vignette sull’Islam pubblicate dalla rivista. I terroristi morirono due giorni dopo in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine.

Immediatamente scattarono in tutto l’Occidente manifestazioni di solidarietà al giornale e di sacrosanta condanna per l’attentato, al grido di “Je suis Charlie” – Io sono Charlie -. Il problema sembrava essere il terrorismo e l’intolleranza islamista, il che era vero solo in parte.

Charlie Hebdo si è sempre distinto non già per la satira, che è critica ironica, sbeffeggiamento intelligente, in genere rivolti al potere. Il settimanale francese si compiace, piuttosto, del proprio cattivo gusto, dell’offesa, dell’insulto becero, gratuito, volgare verso tutto ciò che può esservi di sacro, non solo in termini religiosi.

Il principio ispiratore della rivista sembra essere: il tuo credo non è il mio, i tuoi valori non sono i miei, i tuoi morti non sono i miei e quindi mi arrogo il diritto di oltraggiarli come e quanto mi pare. Non si è limitato all’Islam, Charlie Hebdo, anzi. Il tripudio di blasfemia delle vignette dedicate al cattolicesimo è qualcosa di nauseante.

Ma, come abbiamo scritto, il settimanale non si limita ad offendere le religioni e i loro credenti. Charlie Hebdo può “vantarsi” anche di aver insultato le vittime del terremoto in Turchia, quelle del sisma di Amatrice, quelle della valanga di Rigopiano e molto altro.

I manifestanti di “Je suis Charlie” rivendicavano la libertà di espressione, la laicità, gli altisonanti valori “de la Republique” e lo hanno ribadito nel decennale della strage, pochi giorni fa. Peccato che proprio la Francia non sia esattamente un esempio di libertà di espressione.

Certo, con la scusa della sedicente “satira”, si può calpestare la dignità di chiunque. Macron ha addirittura farneticato di un fantomatico “diritto alla blasfemia”. Ma guai a testimoniare la propria fede religiosa. Un provvedimento del 2004 vieta l’uso di simboli religiosi all’interno di scuole, collegi e licei pubblici.

Il governo Macron nel 2018 ha esteso la proibizione anche al Parlamento, cosa criticata addirittura dall’Osservatorio per la laicità. La Francia, un tempo cattolicissima, con la Rivoluzione del 1789 e l’imposizione del laicismo, di fatto non ha abbandonato la religione. Ne ha abbracciato una nuova: la laicità stessa. E lo ha fatto in modo integralista. I suoi rigidi dogmi prevedono che il sentimento religioso e le sue manifestazioni siano espulsi dalla sfera pubblica e relegati il più possibile nell’ambito privato.

Nel caso del cattolicesimo, una sorta di ritorno alle catacombe per la fede che ha fatto grande la Francia e ne ha costituito l’anima più vera. Ma la vicenda di Charlie Hebdo ci parla anche di una nemesi storica.

Proprio i cosiddetti valori della Republique che hanno indebolito fortemente lo spirito cattolico della Francia, hanno originato un vuoto che l’Islam, anche nelle sue forme più radicali, degli immigrati di diverse generazioni sta riempendo. E, ragionando a lungo termine ma non troppo, tenuto conto dei tassi demografici, si profila un tempo in cui i vignettisti di Charlie Hebdo, e non solo loro, avranno poco da ridere.

Raffaele Amato

 

 

Fonte: https://www.2dipicche.news/charlie-hebdo-e-la-francia-malata/

Per un’Italia del “pensiero unico”

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Riceviamo e pubblichiamo questo contributo da parte di un lettore che non conosciamo e che ha esplicitato la veridicità del nome. A quanto correttamente scritto, potremmo raggiungere che, negli ultimi due decenni il Partito Radicale è diventato di massa nel centrosinistra, con l’unica sfumatura d’essere iper-sionista.

di Riccardo Sampaolo

Il Partito Radicale è indubbiamente stato il principale responsabile della modernizzazione dell’Italia e l’artefice indiscusso della grande stagione dei diritti civili, di cui la legge sul divorzio, e il fallimento del referendum del 1974, sono stati lo spartiacque per una nuova Italia, che iniziava a vantarsi di essersi messa finalmente alle spalle la visione cattolica, rurale, sacrale, comunitaria, socializzante, senza accorgersi che si sarebbe passati gradualmente ad abbracciare una continua, inesorabile e quasi infinita normazione ossessiva, che è oramai un aspetto saliente di questo Occidente, sempre meno fondato sulle sue radici classiche o cristiane, e sempre più in balia del pensiero progressista a senso unico, sotto la continua e interminabile egida di una normazione sempre più ossessiva e cavillosa.

Una società tanto più è atomizzata e tanto più ha bisogno di essere sottoposta a legislazione stringente. La legge assume quindi una dimensione che va ben oltre il perimetro all' interno del quale ci si può muovere e diventa sempre più il canale comportamentale esclusivo nei più disparati ambiti, fino a poco tempo prima non normati, riducendo continuamente i liberi margini di autonomia degli individui e desocializzando la comunità.

Il Partito Radicale ieri, e il suo diretto discendente oggi, +Europa, hanno sempre ottenuto consensi limitati, ma nonostante ciò la loro visione del mondo è di fatto oggi imperante; liberismo, atlantismo, femminismo, liberalizzazione dei costumi, americanismo, genderismo, financo immigrazionismo , sono aspetti odierni del nuovo conformismo, dai tratti pesantemente totalizzanti, e sono la quasi interezza del bagaglio culturale-ideologico di tale partito, il quale è messo in frequente, e spesso aprioristico, positivo risalto dalla maggioranza dei media, che rischiano di agire quindi, come pericoloso vettore pensierounicista.

L’impiego sapiente, oculato e insistente della finestra di Overton è stato il principale strumento che ha indotto nelle masse, sempre più atomizzate, l'accettazione di un
percorso, che a un’attenta analisi, ha liberato l'individuo dalla comunità, relegandolo a conflitti permanenti, di tipo orizzontale con le sue più prossime conoscenze, siano esse familiari o di
altra natura, riposizionando l'essenza dello Stato, da garante dei diritti sociali, a strumento per il perseguimento, progressivo e continuo di diritti individuali, la cui individuazione, non di rado
proveniva da settori circoscritti della società, in prevalenza urbana, e quindi non in grado di esprimere un sentire genuinamente popolare di ampio respiro.

Ci troviamo quindi, da tempo, trascinati verso una direzione “valoriale”, il cui motore propulsivo è rappresentato da un piccolo partito, che è stato in grado di infondere, in quasi tutti gli altri, il proprio bagaglio politico, fatto di liberismo, atlantismo, femminismo, liberalizzazione dei costumi, genderismo, che sono oramai l'asse portante dell' ideologia dominante, abbracciata da quasi tutti i partiti politici, di una certa rilevanza, in Italia.

Il quadro è ovviamente desolante, soprattutto per il fatto che il dissenso da tale visione ha sui media una visibilità infima. Un qualsiasi lettore potrebbe comunque chiedersi quale sia il problema di tale capillare
diffusione “valoriale”, e io mi sentirei di rispondergli che il mondo radicalpannelliano è tra i principali artefici di una visione che vede l'Italia come una periferia retrograda dell' Occidente da
modernizzare, attraverso il faro luminoso di un certo mondo anglosassone votato alla pericolosa concezione che esistono solo individui e leggi, e non esiste alcuna società, e tantomeno comunità; è questa la più pericolosa deriva attualmente in corso da tempo, che ha compiuto poderosi passi in avanti, nella direzione sbagliata.

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