Fa’afafine, 80mila firme e partiti in campo. È rivolta contro il teatro gender

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student-society-for-science.org_-672x372Segnalazione di Raimondo Gatto

Assessori, associazioni e partiti contro lo spettacolo gender proposto alle scuole. Giorgia Meloni firma la petizione. Filippo Savarese (Generazione
Famiglia): “Basta usare la scuola come campo di rieducazione di massa”

di Giuseppe De Lorenzo

Oltre 80mila firme contro “l’indottrinamento gender”. E non sono poche, intendiamoci. Per presentare una proposta di legge in Parlamento ne basterebbero “appena” 50mila, qui siamo quasi al doppio in una sola settimana.

La decisione di alcune scuole italiane di portare i bambini a teatro a vedere lo spettacolo “Fa’afafine. Mi chiamo Alex e sono un dinosauro” ha scatenato la rivolta delle forze politiche e dei movimenti cattolici. Tanto da portare in alcuni casi alla cancellazione della rappresentazione. Continua a leggere

Le foto della celebrazione ecumenica – Parrocchia Sacro Cuore alle Terme (PD)

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Quello che alimenta l’ira di Dio, perché è un oltraggio al Primo Comandamento! In riparazione a questo scandalo sincretista con eretici condannato da Pio XI nell’Enciclica Mortalium Animos (1928) recitiamo un Santo Rosario. 

Segnalazione di L.M.

Le foto della celebrazione ecumenica

Presieduta dal pastore luterano Bernd Prigge, dalla pastora metodista Ulrike Jourdan, dal parroco ortodosso p. Liviu Verzea e dal vicario generale della Diocesi di Padova “don” Giuliano Zatti

Foto: Nicolay Orietti

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Srebrenica: esce fuori la verità, il massacro fu compiuto da tagliagole bosniaci musulmani

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Bosnia1Segnalazione di Raimondo Gatto

Finalmente emerge la verità su Srebrenica: i civili non furono uccisi dai Serbi, ma dagli stessi musulmani bosniaci per ordine di Alija Izetbegovic, presidente dei musulmani bosniaci, d’accordo con Bill Clinton. Una operazione, come le bombe di mortaio sul mercato di Sarajevo, per incolpare i serbi e bombardarli. Un po’ come il gas nervino in Siria.

(Nicola Bizzi) – Dopo la confessione shock del politico bosniaco Ibran Mustafić, veterano di guerra, chi restituirà la dignità a Slobodan Milošević, ucciso in carcere, aRadovan Karadžić e al Generale Ratko Mladić, ancora oggi detenuti all’Aja?

Lo storico russo Boris Yousef,  in un suo saggio del 1994, scrisse quella che ritengo una sacrosanta verità: «Le guerre sono un po’ come il raffreddore: devono fare il loro decorso naturale. Se un ammalato di raffreddore viene attorniato da più medici che gli propinano i farmaci più disparati, spesso contrastanti fra loro, la malattia, che si sarebbe naturalmente risolta nel giro di pochi giorni, rischia di protrarsi per settimane e di indebolire il paziente, di minarlo nel fisico, e di arrecare danni talvolta permanenti e imprevedibili». Continua a leggere

Trump e Israele

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kippahSegnalazione del Centro Studi Federici

L’ottimismo di Gerusalemme. Israele riscopre un alleato sugli insediamenti e l’Iran 
 
Un presidente imprevedibile, che ama Israele, d’istinto. L’inaugurazione della presidenza Trump è vista a Gerusalemme come il ritorno della vecchia America dalla parte dello Stato ebraico. «Basta vedere il suo entourage, a cominciare dal genero Jared Kushner», conferma Efraim Inbar, direttore del Begin Sadat Center. Ma al di là della simpatia, Trump offre a Israele «un’opportunità storica per realizzare i suoi obiettivi strategici». Inbar, a differenza dei diplomatici, non ci gira intorno: «Tenersi Gerusalemme Est, gli insediamenti e la riva del Giordano come confine». È l’addio all’ipotesi «due popoli, due Stati», in piedi dagli accordi di Oslo del 1993. Anche se Trump non ha definito una politica mediorientale chiara, dalle dichiarazioni e dal personaggio, Inbar ha dedotto la linea principale, molto favorevole allo Stato ebraico: «Cercherà un grande accordo con Putin. É disposto ad abbandonare l’Ucraina, in cambio chiederà a Putin di ridurre il suo sostegno all’Iran», vera potenza imperiale della regione, il maggior rivale di Israele. Trump «è uomo d’affari, negoziatore, deciso, prepotente». Se l’accordo riesce, vedremo una diminuzione della presenza iraniana in Yemen, Siria, forse in Libano «a nostro vantaggio», sottolinea Inbar. Quanto all’accordo di pace con i palestinesi, «non ci sarà», sotto Trump almeno. Assisteremo a un «processo» infinito «che sta bene a tutti, anche alla leadership palestinese, che così continuerà a ricevere aiuti internazionali». Lo spostamento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme è probabile in tempi brevi, ma è un «non-problema», perché la nuova sede è nella parte Ovest della città, che tutti riconoscono come legittimo territorio di Israele. Il portavoce di Trump, Sean Spicer, ha avvertito: «La decisione può essere imminente, restate sintonizzati». Lo restano anche i palestinesi, che ieri a Gaza e in Cisgiordania, hanno partecipato a manifestazione massicce preventive, mentre i servizi israeliani temono «gravi disordini» in vista.
 
(La Stampa del 21 gennaio 2017) 
 

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Le confessioni del criminale John Kerry

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di Thierry Meyssan

Le confessioni del criminale John Kerry

Fonte: Voltairenet

La guerra contro la Siria è il primo conflitto dell’epoca informatica a durare oltre sei anni. Numerosissimi documenti che sarebbero dovuti rimanere a lungo segreti sono già stati pubblicati. Benché siano stati divulgati [in misura diversa, ndt] in Paesi diversi e l’opinione pubblica non abbia così potuto prenderne piena consapevolezza, essi consentono sin da ora una ricostruzione degli avvenimenti. La pubblicazione della registrazione di quanto dichiarato da John Kerry in privato, a settembre scorso, rivela la politica del Dipartimento di Stato americano e costringe tutti gli osservatori, noi compresi, a rivedere le proprie analisi.

| DAMASCO (SIRIA) | 19 GENNAIO 2017

La registrazione integrale dell’incontro del segretario di Stato John Kerry con membri della Coalizione nazionale siriana delle forze dell’opposizione e della rivoluzione, avvenuta il 22 settembre nei locali della delegazione olandese alle Nazioni unite, pubblicata da The Last Refuge, rimette in causa la nostra analisi della posizione USA nei confronti della Siria [1].

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In primo luogo, avevamo creduto che Washington, dopo aver dato inizio all’operazione chiamata “Primavera araba”, finalizzata a rovesciare i regimi laici a beneficio dei Fratelli Mussulmani, avesse lasciato i propri alleati da soli a dare l’avvio alla Seconda guerra contro la Siria, iniziata a luglio 2012. E avevamo creduto che, perseguendo questi alleati obiettivi propri (ricolonizzazione per Francia e Regno Unito; conquista del gas per il Qatar; espansione del wahabismo e vendetta della Guerra civile libanese per l’Arabia saudita; annessione della Siria del nord per la Turchia, secondo il modello cipriota, ecc.), l’obiettivo iniziale fosse stato abbandonato. Invece, nella registrazione si sente John Kerry affermare che Washington non ha mai rinunciato ai tentativi di rovesciamento della Repubblica araba siriana. Ciò significa che gli USA hanno seguito passo per passo l’operato degli alleati. Di fatto, negli ultimi quattro anni gli jihadisti sono stati comandati, armati e coordinati dall’AlliedLandCom (Comando delle forze terrestri) della NATO, basato a Smirne (Turchia).

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In secondo luogo, John Kerry riconosce che Washington non poteva esporsi maggiormente per due ragioni: il diritto internazionale e la posizione della Russia. Sia chiaro, gli Stati Uniti non hanno mai avuto scrupoli a violare il diritto internazionale: hanno distrutto le strutture nodali della rete petrolifera e del gas della Siria, con il pretesto di combattere gli jihadisti (ciò che è conforme al diritto internazionale), senza però che il presidente al-Assad glielo avesse chiesto (quindi, in violazione del diritto internazionale). Non hanno invece osato mandare truppe terrestri per combattere in campo aperto la Repubblica siriana, come viceversa avevano fatto in Corea, in Vietnam e in Iraq. E hanno scelto di mandare in prima linea i loro alleati (secondo la strategia della leadership from behind — leadership occulta) e di sostenere, senza peraltro grande discrezione, i mercenari, come avvenne in Nicaragua, rischiando di venire condannati dalla Corte internazionale di Giustizia (il tribunale dell’ONU). In realtà, Washington non vuole imbarcarsi in una guerra contro la Russia. E, dal canto suo, la Russia, che non si era opposta alla distruzione della Jugoslavia e della Libia, ora ha rialzato la testa e spinto più in là il limite da non oltrepassare. Mosca è in condizione di difendere il Diritto con la forza, qualora Washington ingaggiasse apertamente una nuova guerra di conquista.

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In terzo luogo, quanto detto da John Kerry dimostra che Washington sperava in una vittoria di Daesh sulla Repubblica siriana. Fino a oggi, basandoci sul rapporto del generale Michael Flynn del 12 agosto 2012 e dell’articolo di Robert Wright sul New York Times del 28 settembre 2013, avevamo ritenuto che il Pentagono volesse creare un “Sunnistan” a cavallo tra Siria e Iraq, per tagliare la via della seta. Nella registrazione Kerry confessa che il piano andava ben oltre. Probabilmente, Daesh avrebbe dovuto prendere Damasco per poi venirne cacciato da Tel Aviv (ossia, ripiegare sul “Sunnistan”, appositamente creato). La Siria avrebbe potuto così essere spartita: il sud a Israele, l’est a Daesh, il nord alla Turchia.

Ciò fa capire perché Washington abbia dato l’impressione di non controllare nulla, di “lasciar fare” gli alleati: gli Stati Uniti hanno indotto Francia e Regno Unito a impegnarsi nel conflitto, facendo loro credere che avrebbero potuto ricolonizzare il Levante, [mentre], al contrario, avevano già deciso che sarebbero stati esclusi dalla spartizione della Siria.

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In quarto luogo, John Kerry, ammettendo di aver “sostenuto” Daesh, riconosce di averlo armato. La retorica della “guerra contro il terrorismo” si riduce perciò a nulla. ‒ Dall’attentato del 22 febbraio 2006 alla moschea al-Askari di Samarra [Iraq, ndt], sapevamo che Daesh (che inizialmente si chiamava “Emirato islamico dell’Iraq”) era stato creato dal direttore nazionale dell’intelligence USA, John Negroponte, e dal colonnello James Steele per stroncare la Resistenza irachena e provocare una guerra civile, sul modello di quanto fatto in Honduras. ‒ Dopo la pubblicazione sul quotidiano del PKK [Partito dei lavoratori del Kurdistan, ndt], Özgür Gündem, del processo verbale della riunione di pianificazione, tenutasi ad Amman il 1° giugno 2014, sapevamo che gli Stati Uniti avevano organizzato un’offensiva congiunta di Daesh su Mosul, e del governo regionale del Kurdistan iracheno su Kirkuk. ‒ Ora sappiamo con certezza che Washington non ha mai smesso di sostenere Daesh.

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In quinto luogo, abbiamo ritenuto che il conflitto tra il clan Allen/Clinton/Feltman/Petraeus da un lato, e l’amministrazione Obama/Kerry dall’altro vertesse sul sostegno o no a Daesh. Non è affatto così. Entrambi i campi non hanno avuto scrupoli a organizzare e sostenere gli jihadisti più fanatici. Il loro disaccordo attiene esclusivamente al ricorso alla guerra aperta – e al rischio di un conflitto con la Russia – o alla scelta di manovrare dietro le quinte. Solo Flynn, attuale consigliere per la sicurezza di Trump – si è opposto allo jihadismo.

Se accadesse che, fra qualche anno, gli Stati Uniti crollassero, com’è accaduto per l’URSS, la registrazione di John Kerry potrebbe essere utilizzata contro di lui e contro Obama davanti a una giurisdizione internazionale — ma non davanti alla Corte penale internazionale dell’ONU, ormai screditata. Avendo riconosciuto la veridicità degli estratti pubblicati dal New York Times, Kerry non potrebbe contestare l’autenticità del documento sonoro integrale. Il sostegno a Daesh che Kerry esibisce vìola parecchie risoluzioni delle Nazioni Unite e costituisce una prova della responsabilità sua e di Obama nei crimini contro l’umanità commessi dall’organizzazione terrorista.

Traduzione
Rachele Marmetti
Il Cronista

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DOPO RUSSIA E UNGHERIA, ANCHE LA MACEDONIA VUOLE VIETARE A SOROS E ALLE SUE ORGANIZZAZIONI GOLPISTE DI AGIRE NEL PAESE

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Risultati immagini per SorosSegnalazione di Raimondo Gatto

LONDRA – Dopo Russia e Ungheria anche la Macedonia si appresta a vietare tutti gli enti non governativi finanziati da George Soros e a tale proposito e’ stata lanciata l’operazione SOS, Stop Operation Soros.

In una conferenza stampa tenutasi lo scorso Martedi’ il fondatore di SOS ha invitato tutti i cittadini a esporre la reale agenda dietro tutte le organizzazioni non governative finanziate dal magnate ungherese.

Secondo Nikola Srbov, giornalista del portale pro-governativo Kurir e co-fondatore di SOS le organizzazioni finanziate da Soros hanno monopolizzato la societa’ civile in Macedonia e sopprimono tutte le notizie che il magnate ungherese ritiene scomode.

In una conferenza Srbov ha rivelato come tali organizzazioni hanno preso il controllo di tutta la societa’ civile e operano come un partito politico appoggiando in Macedonia processi violenti e sopprimendo ogni ONG che non approva l’ideologia di Soros. Continua a leggere

Da Napoleone a Trump, l’arte antica del riposizionamento dei giornali

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A ogni cambio politico corrisponde un cambio di rotta. I giornali sono come le navi, e devono seguire, a gonfie vele o di lato, il vento che gira. Lo facevano anche quando a governare c’era lui, Bonaparte

Non basta il mea culpa: serve anche il riposizionamento. Pian piano i giornali – la grande stampa americana e, in un certo modo, anche quella degli altri Paesi – cominciano a fare i conti con la realtà: il nuovo presidente è Trump e non si può più trattarlo come prima. Per cui, con un po’ di remi e un po’ di bolina, in silenzio si cambia la rotta. Il vento soffia da un’altra parte e bisogna pur sempre intercettarlo. E così Huffington Post non è più tanto violento.

In maniera sommessa, quasi nascosta, comincia a far trapelare che no, in realtà Trump non è un razzista. Almeno in senso tecnico no:

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Un estratto da ‘Dietro le linee’ di Hiroo Onoda

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Segnalazione Edizioni di Ar

Oramai ero rimasto solo. Shimada era stato ucciso. Kozuka era stato ucciso. La prossima volta sarebbe toccato a me. Tuttavia giurai a me stesso che avrei venduto cara la pelle.

A circa un chilometro dal posto dove era stato ucciso Kozuka c’era un palmeto. Vi entrai, e su un declivio vicino feci la cernita del nostro equipaggiamento. Fino ad allora io e Kozuka avevamo trasportato circa venti chili a testa, ma ora che ero rimasto solo non avevo bisogno di certi articoli. Misi assieme tutte le cose che mi servivano e seppellii il resto nel terreno.

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La scheda del libro   Continua a leggere

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