di Franco Cardini
Tra le vecchie consuetudini ormai in disuso delle nostre campagne e delle nostre città c’era quella secondo la quale nella sera del 10 novembre – ai vespri della festa di san Martino cavaliere, benefattore dei poveri (a uno infreddolito, com’è noto, donò metà mantello) quindi vescovo di Tours e patrono della gente franca – i bambini andavano in giro percotendo pentole e tegami e chiedendo con rumorosa, allegra cortesia un po’ di dolci in regalo. A Venezia i bravi pasticceri fanno ancora il “cavallo di san Martino” coperto di cotognata o di cioccolato.
Era una bella tradizione. In autunno, negli ultimi giorni ancora miti – “l’estate di san Martino”, appunto – ci si preparava a svernare, non senza un ricordo per i poveri. Al santo cavaliere di Tours, appunto in onore del celebre episodio che lo aveva visto donatore generoso, erano intitolati molti ospizi; a Firenze c’era l’oratorio di san Martino – a un passo dalla “Casa di Dante”, con splendidi affreschi quattrocenteschi – dove si somministrava la carità ai “poveri vergognosi”, quelli cioè che – per esser magari caduti in povertà da posizioni di rilievo e di dignità sociale – mancavano del coraggio necessario a stender la mano. Continua a leggere