Sardine, Rizzo (Pc): “Non si incazzano per i milioni di giovani sottopagati. E sono col sistema, dalle madamine Sì Tav a Monti, Prodi e Fornero”

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Le Sardine? C’è una piazza costruita bene, ma io non credo all’effetto spontaneo. Peraltro, quando ero piccolo, nel Partito Comunista c’era un vecchio partigiano che ci diceva: ‘Non c’è nulla di più organizzato di un movimento spontaneo’. Ed è vero”. Sono le parole del segretario generale del Partito Comunista, Marco Rizzo, intervenuto nella trasmissione “L’Italia s’è desta”, su Radio Cusano Campus.

Rizzo analizza il movimento delle Sardine: “La televisione, il mainstream, la rete ovviamente moltiplicano. Oggi ci sono centinaia di migliaia di persone perbene che scendono in piazza. Ma per cosa? E’ questo il tema. Oggi il potere è così forte, e anche così in contraddizione, che deve gestire anche il dissenso. Ad esempio, io sabato sarò a Gaeta per una iniziativa contro i 70 anni della Nato. La Nato è una organizzazione militare e politica che nacque nel 1949. Nel 1955 nacque poi il Patto di Varsavia e tutte le persone normali pensano che la Nato sia stata creata per contrastare i cattivoni sovietici del Patto di Varsavia. E’ successo esattamente il contrario sei anni dopo – continua – e oggi il Patto di Varsavia non c’è più, la Nato continua a esistere. Lo stesso presidente Conte tre settimane fa, incontrando il segretario generale della Nato Stoltenberg, ha detto che l’Italia consegnerà nel prossimo anno 7 miliardi di euro per gli aumenti militari della Nato, cioè il triplo di Quota 100 e il doppio del reddito di cittadinanza. Li pagheremo tutti noi, senza avere alcun beneficio da queste spese a favore della Nato. E nessuno lo dice”.

Da https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/12/11/sardine-rizzo-pc-non-si-incazzano-per-i-milioni-di-giovani-sottopagati-e-sono-col-sistema-dalle-madamine-si-tav-a-monti-prodi-e-fornero/5609562/

Il regalo di Conte al Pd: niente ricorso per l’Unità I debiti li paghiamo noi

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Palazzo Chigi non si oppone alla sentenza Rimborserà 81 milioni al posto degli ex Ds

Il premier Conte fa un nuovo regalo agli alleati del Pd, di fatto costringendo gli italiani a saldare un debito pregresso dei democratici che ammonta a 81,6 milioni di euro.

Il regalo di Conte al Pd: niente ricorso per l’Unità I debiti li paghiamo noi

Palazzo Chigi non si oppone alla sentenza Rimborserà 81 milioni al posto degli ex Ds

Il premier Conte fa un nuovo regalo agli alleati del Pd, di fatto costringendo gli italiani a saldare un debito pregresso dei democratici che ammonta a 81,6 milioni di euro.

La presidenza del Consiglio dei ministri non ha infatti proposto appello contro le tre sentenze del tribunale di Roma che la condannano a pagare alle banche creditrici i debiti di Unità spa, assunti anni fa dal partito dei Democratici di Sinistra che allora aveva nelle sue file moltissimi dei dirigenti e parlamentari che oggi sono nel Pd. Appello invece promosso dagli attuali dirigenti dei Ds i cui rappresentanti (che non sono quelli di allora) a breve protesteranno per la questione di fronte a Palazzo Chigi. In un altro giudizio ancora in corso, l’onorevole Piero Fassino e l’ex senatore Ugo Sposetti, entrambi nel Pd, continuano a sostenere di essere ancora il segretario e il tesoriere dei Ds, scontrandosi di fatto con gli attuali vertici. Una questione che dovrebbe mettere in imbarazzo anche al segretario del Pd Nicola Zingaretti.

I crediti sono quelli vantati da alcune banche nei confronti del partito dei Democratici di Sinistra, per 13.097.893,25 euro (Intesa), 22.123.363,63 euro (UniCredit e Carisbo), 14.086.943,36 euro (BNL) e 23.459.238,43 euro (Efibanca spa). Crediti garantiti dalla presidenza del Consiglio dei ministri e che sarebbero dovuti agli istituti bancari in forza dell’«atto aggiuntivo a contratto di finanziamento», rogato per atto pubblico il 3 agosto 2000.

L’obbligo della presidenza del Consiglio dei ministri si fonda sul preteso diritto delle banche di escutere la «garanzia primaria e solidale» prestata dallo Stato. Le banche nel 2014 chiesero al tribunale di Roma l’emissione dei relativi decreti ingiuntivi a carico della presidenza del Consiglio, oltre interessi di mora nella misura convenzionale, a decorrere dall’11 ottobre 2011 fino al momento del pagamento, nonché le spese e i compensi del procedimento, sostenendo che l’amministrazione fosse obbligata alla restituzione degli importi a titolo di garanzia. Gli istituti di credito hanno chiarito che i «crediti residui» ingiunti sono il rimanente derivante dalla somma «ristrutturata» e «accollata» dai suddetti «partiti», dedotte le somme nel frattempo incassate e derivanti dai ratei di finanziamento pubblico ai partiti spettanti allo stesso partito dei Ds.

L’escussione della garanzia dello Stato è stata quindi determinata dall’inadempimento dei Ds in ordine al puntuale pagamento delle rate dovute alle banche che, visto l’inadempimento del debitore principale, si sono avvalse del «diritto di ritenere insoluti i finanziamenti erogati».

La presidenza del Consiglio ha proposto opposizione sul presupposto che il partito dei Ds non è affatto incapiente in quanto possiede migliaia di immobili, fittiziamente intestati con atti di donazione a decine di fondazioni sparse per l’Italia. Gli immobili dati in garanzia su richiesta, allora, della presidenza del Consiglio, corrispondono in molti casi alle sedi del Pd. Il giudice di Roma ha affermato che il comportamento dei Ds rivela «condotte elusive (e forse fraudolente)» e che «delineano un quadro di particolare responsabilità del debitore principale» ovvero il partito dei Democratici di Sinistra. In particolare, dalla relazione tecnica del tribunale è emerso che l’elenco di immobili consegnato dai Ds alla presidenza del Consiglio, all’atto del trasferimento della garanzia, coincideva esattamente con quello dei beni ceduti dall’Unità alla società Beta immobiliare e non ai Ds.

In conclusione, la garanzia è stata illegittimamente trasferita sulla base di informazioni false fornite alla presidenza del Consiglio dai dirigenti dell’epoca del partito.

Secondo il tribunale di Roma spetta alla presidenza del Consiglio far dichiarare nulli tutti gli atti di donazione in favore delle fondazioni. Conte lo farà o pagherà e basta? Nel frattempo, nel tentativo di poter recuperare il patrimonio del partito e per pagare le banche, le sentenze sono state impugnate dal nuovo tesoriere del partito dei Democratici di sinistra Carlo D’Aprile.

Da http://www.ilgiornale.it/news/politica/regalo-conte-pd-niente-ricorso-lunit-i-debiti-li-paghiamo-1797336.html

CasaPound vince la causa contro Facebook. Il giudice ordina la riattivazione della pagina

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Roma, 12 dic – CasaPound ha vinto la battaglia legale contro Facebook. Il Tribunale Civile di Roma ha accolto il ricorso presentato dall’associazione in seguito alla disattivazione della pagina ufficiale avvenuta il 9 settembre scorso. “In conclusione il ricorso va accolto e va ordinato a FACEBOOK l’immediata riattivazione della pagina dell’Associazione di Promozione Sociale CasaPound”, si legge nella sentenza a firma del giudice Stefania Garrisi. Nell’ordinanza si parla di “accoglimento totale” del ricorso presentato da CasaPound.

Facebook condannata anche al pagamento delle spese legali

Ecco il testo integrale delle disposizioni del giudice. “Il Tribunale di Roma, in composizione monocratica, visto l’art. 700 c.p.c.: – accoglie il ricorso e, per l’effetto, ordina a FACEBOOK IRELAND LIMITED l’immediata riattivazione della pagina dell’Associazione di Promozione Sociale CasaPound Italia all’indirizzo https://www.facebook.com/casapounditalia/ e del profilo personale di Davide Di Stefano, quale amministratore della pagina; – fissa la penale di € 800,00 per ogni giorno di violazione dell’ordine impartito, successivo alla conoscenza legale dello stesso; – condanna FACEBOOK IRELAND LIMITED alla rifusione delle spese di giudizio sostenute da ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE CASA POUND ITALIA e DAVIDE DI STEFANO, liquidate in complessivi € 15.000,00, oltre spese generali ed accessori come per legge”.

Facebook e il rispetto dei principi costituzionali

Una sentenza destinata a fare giurisprudenza. In questo passaggio si evidenzia come l’ormai ruolo pubblico svolto da Facebook non consente al social di Zuckerberg di fare il bello e il cattivo tempo. Quello tra CasaPound e il gigante social “non è assimilabile al rapporto tra due soggetti privati qualsiasi in quanto una delle parti, appunto FACEBOOK, ricopre una speciale posizione”. E deve dunque rispettare i principi costituzionali.

Ecco il passaggio della sentenza. “E’ infatti evidente il rilievo preminente assunto dal servizio di Facebook (o di altri social network ad esso collegati) con riferimento all’attuazione di principi cardine essenziali dell’ordinamento come quello del pluralismo dei partiti politici (49 Cost.), al punto che il soggetto che non è presente su Facebook è di fatto escluso (o fortemente limitato) dal dibattito politico italiano, come testimoniato dal fatto che la quasi totalità degli esponenti politici italiani quotidianamente affida alla propria pagina Facebook i messaggi politici e la diffusione delle idee del proprio movimento. Ne deriva che il rapporto tra FACEBOOK e l’utente che intenda registrarsi al servizio (o con l’utente già abilitato al servizio come nel caso in esame) non è assimilabile al rapporto tra due soggetti privati qualsiasi in quanto una delle parti, appunto FACEBOOK, ricopre una speciale posizione: tale speciale posizione comporta che FACEBOOK, nella contrattazione con gli utenti, debba strettamente attenersi al rispetto dei principi costituzionali e ordinamentali finchè non si dimostri (con accertamento da compiere attraverso una fase a cognizione piena) la loro violazione da parte dell’utente. Il rispetto dei principi costituzionali e ordinamentali costituisce per il soggetto FACEBOOK ad un tempo condizione e limite nel rapporto con gli utenti che chiedano l’accesso al proprio servizio”.

E’ una sentenza storica, (QUI IL LINK AL TESTO INTEGRALE DEL PROVVEDIMENTO) il cui significato va ben oltre la semplice riattivazione della pagina di CasaPound. E’ stato riaffermato il primato del diritto e della libertà di espressione. Elementi che vengono prima dei capricci di una multinazionale straniera.

Davide Di Stefano

Da https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/casapound-vince-causa-facebook-giudice-ordina-riattivazione-pagina-139612/

Zalone è razzista: l’ultima del politicamente corretto

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Negli ultimi giorni il linguaggio politicamente corretto è tornato a colpire e a far discutere. Al centro della polemica è finito Checco Zalone con il trailer dal titolo “Immigrato” del suo nuovo film Tolo Tolo, definito offensivo nei confronti di tutti gli immigrati presenti in Italia. Di seguito il “video incriminato” e lo scontro nello studio di Quarta Repubblica tra Daniele Capezzone e lo scrittore Giulio Cavalli.

E poi anche il Corriere dello Sport diretto da Ivan Zazzaroni è finito nella bufera per il titolo “Black Friday” fatto alla viglia della partita Inter-Roma, con le foto dei due calciatori Lukaku e Smalling. Questa volta è Luisella Costamagna a contestare la scelta del titolo contro Daniele Capezzone e Hoara Borselli.

LIBIA: LA GUERRA ED I FRONTI GEOPOLITICI

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

. Cosa bolliva in pentola? Il profilo forte panrusso e panortodosso sul Medio Oriente e sul Mediterraneo, di cui da tempo abbiamo parlato, c’entra sicuramente. Contractors russi e tecnologia militare abbastanza aggiornata al servizio dell’ENL hanno agevolato l’offensiva delle milizie haftariane. Inevitabile a questo punto la reazione turca, che ha velocemente stretto accordi militari con Tripoli.  Di conseguenza: o Haftar conquisterà Tripoli o sarà respinto dalle forze del GNA di Al Sarraj. Una terza soluzione non ci pare possibile.

Ci sarebbe anche una terza forza sul campo, di cui le cronache di questi giorni stranamente non parlano. E’ l’Esercito del deserto, guidato da Abu Musab Al Libi, appartenente alla galassia jihadista dell’ISIS, che avrebbe di nuovo messo piede nel paese dopo la sconfitta dei jihadisti del dicembre 2016 a Sirte. Il Governo di Tripoli
— riconosciuto, va precisato, dalle Nazioni Unite — ha accusato Haftar di aver dato di recente protezione ad ISIS in Libia e di aver appoggiato poi il “transito dei terroristi dell’ISIS provenienti dal fronte siriano”, fornendo loro visti e passaporti e smistandoli attraverso l’aeroporto di Benina, situato a Est di Bengasi. L’aeroporto di Benina copre infatti la rotta Damasco-Benina. Tobruk ha ridimensionato quella che sarebbe la forza effettiva di ISIS in Libia; Al Mismari, voce politica del fronte di Haftar, ha sostenuto, dando una lettura assai particolare, che l’ISIS praticamente non esiste in Libia e laddove c’è non sosterrebbe di certo Haftar.

Abbiamo dunque più fronti, confusi e senza una logica politica concreta. Il fronte Haftar che marcia su Tripoli, per quanto sostenuto da Putin, gode dell’appoggio economico e politico-militare di Sauditi, Egitto, Usa, Francia, Sionisti  e, almeno secondo le ripetute denunce del Governo di Tripoli, di ISIS stesso.

Il Fronte tripolino guidato da Al Sarraj è sostenuto anzitutto e soprattutto dalla Turchia, con un profilo forte, ma anche dall’Iran, dalla Cina e, con meri scambi energetici, dal Venezuela di Maduro; per quanto l’alleanza globale che sostiene Tripoli rimandi al network della Fratellanza mussulmana, è errato identificare il Governo di Tripoli con la Fratellanza. Quest’ultimo, sostanzialmente, nonostante la presenza di Ministri effettivamente appartenenti alla Fratellanza, tende a contrapporsi alle interferenze occidentali o di altro tipo, non ultime quelle di terroristi provenienti da altri paesi; in questa direzione, si può comprendere la posizione italiana, di supporto al patriottismo del GNA di Al Sarraj. Viceversa, negli ultimi giorni, analisti italiani invitano il Governo a un prudente cambio di casacca, come è nella tradizione patria, o una attenta osservazione delle mosse dei vari fronti dispiegati sul campo onde evitare una ulteriore retrocessione, che pare ora inarrestabile, delle posizioni italiane sul fronte libico.

Praticamente, gli organi di punta istituzionali e geopolitici italiani sono pronti a scommettere sulla certa vittoria di Haftar e sulla effettiva conquista di Tripoli entro la fine del 2019. In verità, però, a Putin non interessa la vittoria definitiva di Haftar e men che meno vorrebbe, in questo momento, entrare in una nuova disputa geopolitica o militare con la Turchia di Erdogan la quale, per evidenti ragioni, non può certamente tollerare né accettare che Tripoli finisca sotto il controllo del LNA.

L’offensiva multipla di ieri l’altro contro le forze del GNA a sud di Tripoli non ha visto, si noti bene, l’ingresso in campo dei “mercenari” russi e i soldati del Governo di Tripoli non solo hanno infatti respinto gli uomini di Bengasi, ma avrebbero anche contrattaccato costringendo al ripiego il fronte haftariano. L’obiettivo tattico è la conquista di Aziziyah per dividere in due la strada che porta da Tripoli a Gharyan: ciò isolerebbe l’altopiano dando ad Haftar maggiori possibilità di conquista. Ma il tempo stringe per l’offensiva, anche alla luce del fatto che le rotte di rifornimento via terra per la prima linea ad ovest andrebbero velocemente ripristinate.

E’ nata infatti a Zawiya, proprio quando Haftar ha lanciato la nuova offensiva su Tripoli, la coalizione militare costiera e montana anti-Haftar; la coalizione ha di nuovo portato sullo stesso fronte forze tribali militari dei Consigli locali in contrapposizione sino a pochi giorni fa.

La coalizione anti-Haftar ha abbattuto un velivolo avversario e catturato un pilota del LNA e ciò è stata una umiliazione per Tobruk. La componentistica aerea in dote ad Haftar pare iniziare a latitare, di recente colpita dall’abbattimento di ben 3 Mig-23. Dall’inizio della campagna, le milizie haftariane avrebbero perso ben 16 velivoli ma la maggior parte tra questi proprio in questo periodo.

In conclusione, l’unica certezza che emerge dal quadro tecnico è che la milizia del Governo di Tripoli è sul campo molto più agguerrita e preparata, gode del favore dei Consigli locali tripolini, decisivi e il cui peso non va sottovaluto, ed ha dato dall’inizio del conflitto la dimostrazione di essere sul terreno meglio organizzata dell’avversario. Inoltre, un fronte che vede bene o male sulla stessa barricata russi, israeliani, americani, sauditi e francesi non solo non fornisce ai soldati alcun tipo di motivazione ideologica o tattica ma è destinato a frantumarsi alla prima occasione seria e alla scarsa resistenza strategica.

La scommessa degli sponsor era probabilmente sulla tenuta del carisma militare dell’uomo forte della Cirenaica; non è detto peraltro, lo ripetiamo, che la presenza dei “mercenari” russi indichi che la strategia putiniana voglia effettivamente Tripoli sotto il definitivo controllo di Haftar, che significherebbe la rottura con Ankara ed anche uno sgarbo a Tehran. In tempi di mere analisi geopolitiche o di esibizione di quasi sempre inutile tecnologia militare, peraltro, è sempre bene non trascurare il fatto che la guerra la fanno i soldati e decidono, anche loro, come altri e talvolta più di altri, di percorrere ed espandere la loro linea politica

Da  https://sollevazione.blogspot.com/2019/12/libia-la-guerra-ed-i-fronti.html?m=1

FACCIAMO COME IN FRANCIA?

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Segnalazione di Giacomo Bergamaschi

Dopo il  successo dello sciopero generale del 5 dicembre, quello di ieri, 10 dicembre, ancor più grande e partecipato: adesioni altissime (anzitutto nel pubblico impiego, il settore più colpito), manifestazioni di massa in ogni città. La Francia popolare e proletaria è scesa sul piede di guerra contro la “riforma” del sistema pensionistico che Macron vuole realizzare ad ogni costo, in nome del famigerato pareggio di bilancio.
Ma non c’è di mezzo solo il dogma del pareggio di bilancio. Come rivelano i giornali francesi, sotto, c’è il tentativo del banchiere Macron di fare un favore ai suoi sodali.
LIBERATION ci informa infatti che

«I rappresentanti del più grande fondo di investimento del mondo, BlackRock, molto interessati al Patto e alla legge sulla riforma delle pensioni, hanno già incontrato diverse volte il Presidente della Repubblica, ma anche Jean-Paul Delevoye, l’Alto Commissario per le pensioni. La lobby di cui BlackRock è membro in Francia, l’AFG, ha anche moltiplicato le sue pressioni a favore della riforma».

Come si spiega che, seppure il tasso di sindacalizzazione dei lavoratori francesi sia tra i più bassi d’Europa, essi abbiano aderito in massa all’appello alla lotta dei sindacati? Si spiega non solo con la inaccettabilità delle drastiche misure macroniane, si spiega col fatto che i sindacati francesi non sono mai scesi così in basso come quelli italiani — pensate che  dopo aver lasciato passare la Fornero e il jobs act, ancora ieri, il signor Landini, invece di chiamare alla mobilitazione i suoi iscritti, ha proposto un “patto” con governo e imprese.

Più in generale: come si spiega che i francesi sono, in Europa, quelli più combattivi?

Si spiega con la spinta che senza dubbio hanno fornito i gilet gialli, la cui lotta prolungata ha lasciato un segno indelebile nel Paese. Per chi non lo sapesse i gilet gialli hanno sin da subito dichiarato di aderire alla mobilitazione sindacale.

Si spiega col fatto che la sinistra francese, dopo l’ignobile inabissamento del Partito socialista e di quello comunista, ha saputo risorgere, malgrado tutti i limiti, nella forma di La France Insoumise.

Si spiega col fatto che la destra radicale francese — ex Fronte nazionale ora Rassemblement National, per bocca di Marine Le Pen ha aderito ai due scioperi generali.

Si spiega infine con il fatto che il popolo francese, lo dimostra la storia, è sempre stato quello che con più prontezza e determinazione rialza la testa e si ribella quando c’è la sensazione che il padronato (quello d’Oltralpe è uno dei più rognosi) passi il segno.

Vorremmo dire: “Faremo come in Francia!” ma, ahinoi, non c’è permesso di farlo, non fosse che per il tasso di collaborazionismo sfrontato dei sindacati verso le classi dominanti ed i suoi governi (tanto più se sono di centro-sinistra). Non ci sarà permesso a causa di sinistre che hanno perduto per sempre la loro dignità e credibilità.

Il popolo lavoratore italiano, non avendo sindacati degni di questo nome, avendo una sinistra sputtanata e al servizio del regime eurista, dovrà necessariamente seguire un’altra strada. Quale sarà, quali modalità sceglierà, non è dato sapere.

Di sicuro, quando la goccia farà traboccare il vaso, avverrà la SOLLEVAZIONE generale, destinata a far tremare l’Italia e con essa tutt’Europa.

Da https://sollevazione.blogspot.com/2019/12/facciamo-come-in-francia.html?m=1

Solgenitsyn, dal gulag all’oblio

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«Sono infinitamente difficili tutti gli inizi, quando la semplice parola deve smuovere l’inerte macigno della materia. Ma non c’è altra strada se tutta la materia non è più tua, non è più nostra. Anche un grido può provocare una valanga in montagna». Da ragazzo queste parole di Alexander Solgenitsyn m’incoraggiavano a pensare che l’impresa di svegliare il mondo non fosse impossibile. Ripenso oggi, a cent’anni giusti dalla sua nascita e a dieci dalla sua morte, con commosso stupore al grido di Solgenitsyn e alla valanga che aveva creato. Dopo la sua denuncia, il mondo seppe dell’arcipelago gulag, poi fu eletto il Papa venuto dall’Est comunista, poi Gorbaciov avviò la perestrojka, poi cadde il Muro di Berlino e infine crollò il comunismo. Non dirò che quel grido abbia provocato quell’immenso sciame sismico; ma in principio fu la parola, la fragile, inerme parola di un dissidente russo che aveva vissuto e descritto sulla propria pelle quel calvario di orrore. Non solo lui, ma lui fu certamente il caso più clamoroso. Mi rincuorò pensare che le parole, le idee, la cultura, non sono inutili; a volte, muovono le montagne…

Nel ’48 lo scrittore russo, già capitano pluridecorato in guerra, era detenuto da tre anni per aver criticato Stalin in una lettera a un amico mentre combatteva valorosamente contro i nemici della Russia. Ma non era ancora finito nel gulag. Scrive allora “Ama la rivoluzione!”: è la testimonianza della fine del sogno rivoluzionario, ma non è ancora il risveglio in un incubo. È il presagio dell’inferno visto con gli occhi di un giovane idealista, Gleb Nerzin, alter ego dello scrittore; ma c’è ancora la freschezza di un giovane che continua a sperare nella vita, non sa che lo aspetta un percorso terribile da cui miracolosamente uscirà vivo. Il romanzo restò incompiuto. Poi, dopo gli anni del gulag, Solgenitsyn sarà riconosciuto nel mondo, consacrato nel 1970 dal Premio Nobel, amato in Russia, dove fece ritorno dopo una parentesi infelice nel «materialismo d’occidente», come egli disse, in America. Poi il ritorno alla gloriosa solitudine della natura, i suoi incontri con i potenti e con Putin, che lo ricevette un paio di volte nella sua dacia. Lui, la bandiera della Grande Madre Russia, spirituale e religiosa, figlio della tradizione e martire del comunismo che incontra un uomo di potere venuto dall’Apparato sovietico ma deciso a risvegliare la Russia della tradizione e dell’orgoglio patriottico.


Gli ultimi anni della sua vita furono all’insegna di un diffuso e infastidito oblio, soprattutto in occidente. Per metà dovuto a chi voleva cancellare in Solgenitsyn il proprio passato di comunista, e per metà dovuto a chi voleva rimuovere la critica di Solgenityn all’occidente sazio e disperato, spiritualmente non migliore dell’Unione Sovietica. A volte gli occidentalisti fanatici del tempo erano gli stessi comunisti fanatici di ieri, e Solgenitsyn era stato per loro due volte molesto e insopportabile, perché ricordava il loro viaggio fallimentare da un materialismo all’altro; uno repressivo, affamatore e messianico, l’altro opulento, permissivo e nichilista.
 Il moralismo di Solgenitsyn contro il degrado permissivo dell’occidente era considerato insopportabile in Occidente. E poi il suo spirito patriottico aveva alimentato i movimenti nazional-religiosi della Russia e dell’Est ex-sovietico; la vittima dei gulag rischiò di passare per un cattivo maestro. Eppure lo stesso Solgenitsyn non mancò di criticare la deriva fanatica del nazional-imperialismo panrusso.
Solgenitsyn visse gli ultimi anni della sua vita in una prigione dorata, in un gulag ovattato, riverito ma dimenticato dal mondo. La persecuzione dei gulag cedeva il posto all’oblio. Assordante silenzio. Ne fecero un monumento vivente, per imbalsamarlo da vivo e non sentire più la sua voce.

Da http://www.marcelloveneziani.com/articoli/solgenitsyn-dal-gulag-alloblio/?fbclid=IwAR1ibAMeFOFBd_Fl1SJU_SAl_7uHQumlunN-Zk0PtWjsullvlo6kx1nUxeo

Monza, il Club alpino sfratta il centro sociale. E loro li minacciano così

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Monza, 10 dic – Gli alpinisti del Club alpino italiano danno il benservito agli occupanti del centro sociale Foa Boccaccio di Monza. La struttura dell’ex stadio Mauro di via Rosmini, occupata dai compagni da otto anni, vedrà quindi la nascita della Casa della Montagna del Cai e lo sfratto dei suoi attuali “inquilini”. Così è stato stabilito nell’ultima assemblea dove i circa 900 soci della sezione monzese hanno dato il nulla osta per la realizzazione del progetto Quota 162. Lo riporta Libero. Va detto che i militanti del Boccaccio non dovranno fare le valigie nell’immediato, perché il Cai formalizzerà il rogito solo entro la fine di gennaio, quando avverrà il passaggio di proprietà da Federcalcio Servizi a Club Alpino Italiano: a questo si aggiungono le tempistiche per la presentazione dei progetti e l’inizio e fine lavori. Si parla quindi di un paio di anni ancora, un lasso di tempo sufficiente affinché gli occupanti dell’ex stadio riescano a guardarsi in giro e levare le tende.

I compagni non ci stanno

Dura la reazione degli “antagonisti”, che hanno pestato i piedi presentando al Cai di Monza una lettera di protesta in cui criticano la decisione. Il Boccaccio ricorda come il progetto Quota162 o “Casa della montagna”, votato anni fa dal Cai, avrebbe dovuto trovare la propria collocazione  in un’area comunale vuota e dismessa. Ma secondo il centro sociale “l’area di via Rosmini [dove è sito il Boccaccio] non è né vuota né dismessa“, perché “ogni metro quadro dell’ex centro sportivo è stato destinato a progetti differenti, ne sono testimonianza oltre al campo da calcio, la palestra popolare/sala concerti/sala teatro, la sala prove musicale, uno spogliatoio, l’archivio, il magazzino, la foresteria”.

Le minacce

Insomma, gli occupanti del Boccaccio non ne vogliono sapere di levare le ancore, e minacciano – nemmeno troppo velatamente – il Cai, con i consueti metodi intimidatori, promettendo che “un’ampia fetta di popolazione giovanile” si rivolterà contro al Club “se deciderete di intraprendere la strada dello sgombero. Dovrete blindare le vostre presentazioni pubbliche, le vostre inaugurazioni e tutte le occasioni in cui cercherete di creare consenso intorno a questo progetto, perché noi saremo lì a ricordarvi, insieme alle tante realtà che già si sono pronunciate in difesa del Boccaccio, che l’errore commesso è stato inqualificabile.

Da https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/monza-club-alpino-sfratta-centro-sociale-minacciano-139439/

Intervista esclusiva a Izabella Nillsson Jarvandi, “l’anti-Greta” sovranista

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di Franz Camillo Bertagnolli Ravazzi.

Isabella grazie per averci concesso l’intervista.

Come è la situazione a livello di immigrazione in Svezia?

La Svezia ha un caso di immigrazione di massa e le persone continuano ad arrivare. Questo ha portato a scontri a livello culturale e a un grande problema di immigrazione illegale. Molte municipalità non sono in grado di sostenere economicamente questo fenomeno. Allo stesso tempo i livelli di criminalità immigrata sono schizzati alle stelle. La droga importata viene venduta sulle strade, le donne sono molestate da culture dello stupro provenienti da Africa e Medio Oriente.

Cosa si prova a essere una giovane Identitaria in Svezia?

Io credo che molte persone di orientamento tradizionale, conservatore o nazionalista si sentano piuttosto sole. Ci sono molte persone di ogni età che sono critiche verso l’immigrazione ma allo stesso tempo le queste persone sono attaccate semplicemente per il fatto di essere critiche verso l’immigrazione, l’islam o il libertinismo sessuale. Abbiamo avuto casi di persone anziane arrestate per crimini di odio semplicemente per aver espresso posizioni contrarie all’Islam. Io penso che ci siano molte più persone di opinioni di estrema destra di quanto uno possa immaginare mentre si legge cosa hanno da dire celebrità, giornalisti e politici. Tuttavia molte persone di orientamento di estrema destra sono piuttosto liberali. Per questa ragione criticare il femminismo o auspicare il rimpatrio di immigranti che non servono al nostro paese è ancora piuttosto un tabù. Il bullismo e le molestie da parte sia che di compagni di scuola, colleghi e amici che di persone al potere è una cosa che fa tacere molte persone di tendenze politiche tradizionali.

C’è un concreto problema di islamismo radicale e di islamizzazione in Svezia?

Io penso che l’islamizzazione in corso sia decisamente un pericolo. Abbiamo diversi crimini commessi in nome dell’Islam. La mia città natale Goteborg è famosa per il numero di individui andati a combattere fra le fila di organizzazioni terroristiche come lo Stato Islamico in medio oriente. Allo stesso tempo penso che i problemi economici possano portare a qualcosa di egualmente pericoloso in futuro.

Cosa pensi del fenomeno Greta Thunberg?

Io penso che Greta Thunberg sia una persona di buon cuore. Non penso tuttavia che abbia detto molte cose sensate per quello che ho visto e ho sentito guardando i suoi discorsi da quando ho scoperto chi era nel dicembre 2018 quando sono diventata politicamente attiva e la gente ha iniziato a compararci. Lei ci dice semplicemente “ascoltate gli scienziati”  . Lei non capisce nulla di ciò che dice e perfino se le sue teorie sul CO2 fossero vere lei stessa è stata beccata a fare 2 pesi e 2 misure come essersi fatta riportare la sua barca in Svezia tramite aereo. Avrebbe potuto semplicemente prendere un volo. Ci sono stati altri scandali come il farsi finanziare il proprio attivismo da aziende che non sembrano ascoltare i suoi consigli in materia di ambiente. Potrei parlare a lungo delle mie opinioni su Greta Thunberg ma non è uno dei miei obiettivi . Preferisco concentrare gran parte delle mie intenzioni a persone che dicono chiaramente ciò che vogliono .

Immigrato – Vince la comicità, perde l’iprocrisia

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Di Paolo Muttoni

Nelle scorse ore è uscito il trailer del nuovo film di Checco Zalone, Tolo Tolo (il titolo della canzone è Immigrato) e già numerose polemiche si sono scatenate.

La canzone stereotipa ogni forma di luogo comune dell’immigrato nel nostro paese, dall’elemosina al supermercato, al lavavetri alla fermata del semaforo, fino al trionfo del “Prima l’italiano”. Il testo ed il significato sono una presa in giro a tutti noi, ad ogni singolo italiano ed alle sue paure e mette in luce come il sistema sociale che si sta creando con l’immigrazione di massa non farà altro che aumentare le disuguaglianze alimentando una sterile guerra tra poveri. Il tutto in salsa comica (con tanto di posa ducesca finale)

Il comico pugliese non è nuovo a questo tipo di film (presumendo che Tolo Tolo parli di immigrazione) dato che nei suoi precedenti film ha sempre trattato temi delicati senza mai sfociare in volgarità e, soprattutto, mostrando veramente il favore verso l’una o l’altra parte.

Il primo film Cado Dalle Nubi trattava il tema della sessualità, Che bella Giornata il tema del terrorismo, Sole A Catinelle della precarietà del lavoro, Quo Vado il tema del pubblico impiego. Sempre in modo comico e “senza prendersi troppo sul serio”

Qualcuno, da sinistra, lo ha già accusato di razzismo e di sessismo (reo di far passare un messaggio negativo quando la moglie finisce a letto con il clandestino).

La verità è che si sta esasperando il dibattito politico sul salvinismo, già. Zalone è stato, addirittura, accusato di essere un sovranista e con questa canzone di aver voluto scrivere un inno al salvinismo.

Ed è qui il punto focale della questione, la sinistra sta ammazzando ogni forma di dibattito politico sulla figura di Salvini (il che è un bene per la Lega, lanciata al 35%) ma un male, socialmente, per il paese. Alla lunga creare una polemica su ogni singolo tema, specialmente se abbiamo di mezzo il leader dell’opposizione, è estenuante (esempio lampante è la Nutella).

Tuttavia, Checco Zalone sarà contento, il suo scopo l’ha raggiunto. Come diceva Oscar Wilde “Non importa che se ne parli bene o male. L’importante è che se ne parli”

Da http://giovaniadestra.it/2019/12/10/immigrato-vince-la-comicita-perde-liprocrisia/

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