Lepanto, 7 ottobre 1571: l’Europa di San Pio V sconfigge l’Islam

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Comunicato n. 84/20 del 7 ottobre 2020, Regina del SS. Rosario

Lepanto, 7 ottobre 1571: l’Europa di San Pio V sconfigge l’Islam

Nel 1571, davanti alla minaccia ottomana, gli stati cattolici costituirono la Lega Santa, promossa dall’azione di Papa San Pio V per salvare la Cristianità. Ricordiamo la vittoria di Lepanto del 7 ottobre 1571 con una scheda del Comune di Lanuvio, paese natale di Marcantonio Colonna, uno dei principali protagonisti della battaglia navale.

LA BATTAGLIA DI LEPANTO è uno degli scontri navali più celebri nella storia, accomunato per rilevanza militare a quelli di Azio e di Trafalgar, e si svolse in Grecia, lungo la costa ionica, in un tratto di mare antistante l’imboccatura del golfo di Patrasso che dista circa 40 miglia nautiche (74 km) dalla moderna Naupatto, anticamente detta Lepanto dai veneziani. Per la verità il luogo esatto non si trova nei pressi della città, ma nelle acque dell’arcipelago delle Curzolari (o Echinadi), tant’è che in origine prese il nome di «battaglia delle Curzolari».

Lo scontro prese le mosse all’alba del 7 ottobre 1571 e fu epico per il numero di navi impegnate e per le perdite, in particolare quelle subite dagli sconfitti, ma soprattutto per la portata storica del suo epilogo: l’intera Cristianità esultò di gioia alla notizia di una vittoria che, pur non portando vantaggi in termini di conquiste territoriali, salvò probabilmente intere nazioni europee dalla dominazione musulmana. La flotta dell’Impero Ottomano venne affrontata da quella cristiana della Lega Santa, voluta da Papa Pio V per frenare l’espansionismo islamico dopo la caduta di Nicosia (Cipro) e, nel momento contingente, per correre in aiuto di Famagosta, colonia veneziana sull’isola di Cipro da tempo nella morsa di un pressante assedio turco.

LA LEGA SANTA

I preparativi della flotta cristiana furono lunghi e laboriosi; navi e uomini iniziarono a concentrarsi nei porti di Barcellona, Genova, Napoli, Civitavecchia, Livorno e Messina formando le varie squadre navali che sarebbero poi convenute tutte assieme nel porto siciliano, dove era previsto il raduno finale prima della partenza. In estate affluirono i veneziani al comando di Sebastiano Venier, con 58 galee e 6 galeazze guidate da Francesco Duodo, i genovesi di Giovanni Andrea Doria con 11 galee, una ulteriore squadra navale veneziana di 60 unità proveniente da Creta e, ultime in ordine di tempo, le 30 navi spagnole di Álvaro di Bazán, marchese di Santa Cruz. Le galeazze furono uno degli elementi determinanti della vittoria cristiana: erano vere e proprie fortezze galleggianti che imbarcavano fino a 30 cannoni ciascuna, e in qualche caso anche di più.

la “Bragadina” di Antonio Bragadin

la omonima, di Ambrogio Bragadin

la “Guora” di Jacopo Guoro

la “Duouda” di Francesco Duodo

la “Pesara” di Andrea da Pesaro

la “Pisana” di Piero Pisani

Disponevano in totale di ben 159 bocche da fuoco, con una media di 25 a testa contro i 4 (sempre di media) delle altre imbarcazioni. Il comando supremo fu affidato a don Giovanni d’Austria, mentre Marcantonio Colonna (uomo di fiducia del Papa) e Sebastiano Venier, rispettivamente comandanti della flotta pontificia e veneziana, vennero nominati suoi luogotenenti.

La flotta della Lega Santa era ormai completa e il 16 settembre salpò verso oriente. Dalla bocca del porto di Messina uscirono:

207 galee

6 galeazze

28 vascelli di vario genere

32 imbarcazioni di stazza minore

Avevano a bordo 30.000 soldati e quasi 50.000 tra marinai e rematori.

Una volta guadagnato il mare aperto si disposero in formazione, dividendosi in quattro squadroni: tre di prima linea e uno di copertura, in posizione arretrata.

AVANGUARDIA E RETROGUARDIA

L’avanguardia contava 57 galee al comando di Doria, il centro ne annoverava 64 sotto don Giovanni e la retroguardia 56 alle direttive di Agostino Barbarigo, vice comandante della flotta veneziana; dietro, in posizione distaccata, la riserva di Santa Cruz con 27 navi e 3.000 fanti germanici imbarcati. Ciascuno degli squadroni della prima linea era anticipato di circa un miglio da una coppia di galeazze che, in combattimento, avevano il compito di devastare lo schieramento nemico con la loro potenza di fuoco, in maniera da indebolirlo notevolmente prima che esso giungesse in contatto con le altre navi della flotta cristiana. Inoltre erano state create due piccole formazioni, composte ciascuna dalle 8 migliori galee scelte tra quelle di Barbarigo e Doria, che avevano compiti di esplorazione e navigavano una decina di miglia avanti a tutti. Ai primi di ottobre, dopo aver superato non poche traversie dovute soprattutto a dissidi interni, la flotta cristiana doppiò Capo Bianco e il pomeriggio del 4 ottobre raggiunse il porto di Cefalonia (Grecia) e trovò ad attenderla la tragica notizia della caduta di Famagosta, ma soprattutto dell’orribile morte che i musulmani avevano inflitto al povero Marcantonio Bragadin, comandante veneziano della fortezza.

LA CADUTA DI FAMAGOSTA

Ma cos’era accaduto di così terribile nella fortezza cipriota appena espugnata? Dopo mesi di assedio, nonostante le fortissime perdite inflitte agli assalitori, con oltre 40.000 nemici uccisi (alcune stime parlano addirittura di 80.000), gli eroici difensori veneziani avevano ormai realizzato di non essere più in grado di sostenere l’assedio senza rinforzi, e si erano arresi il 1 agosto chiedendo come contropartita ai turchi l’assicurazione di aver salva la vita e di poter quindi lasciare Cipro. Gli assedianti avevano dato ampie garanzie in tal senso ma poi, una volta preso il controllo della situazione, non mantennero la parola data: Lala Kara Mustafa Pascià, il comandante delle truppe turche che aveva perso il figlio nell’assedio, fece catturare e imprigionare i veneziani, condannandoli ai remi delle sue galee. Il 5 agosto Lala Mustafà invitò i comandanti e i notabili cristiani al suo cospetto e con un pretesto scatenò la sua ferocia ordinando di fare letteralmente a pezzi i prigionieri.

Il 15 agosto Bragadin, dopo lunghe torture, venne letteralmente scuoiato vivo dinnanzi a una folla di musulmani festanti e la sua pelle fu conciata come quella di un animale, imbottita di paglia, rivestita ed esposta quale macabro pupazzo sulla galea di Mustafà; gli furono quindi accostate le teste di Astorre Baglioni, Nestore Martinengo e Gianantonio Querini, decapitati il 5. I truculenti trofei vennero quindi inviati a Costantinopoli per essere mostrati al sultano.

La notizia, come è immaginabile, infiammò gli animi dei combattenti cristiani e cancellò definitivamente le rivalità interne che avevano dominato la prima parte della navigazione, spesso sfociando in veri e propri scontri armati con morti e feriti. La sete di vendetta accomunò veneziani e spagnoli, ma il cattivo tempo impediva la ripresa della navigazione e costrinse le navi all’ancora fino al giorno 6. In campo turco vi erano dubbi sul da farsi, se muovere o meno battaglia, e questo nasceva da numerose considerazioni che riguardavano sia la valutazione della reale consistenza della flotta cristiana e del suo stato di efficienza, sia le problematiche della propria, penalizzata anche dalla lunga permanenza in mare. Molti marinai e combattenti esperti erano in licenza nelle loro città di origine e a bordo restavano solo pochi veterani affiancati da numerose giovani reclute inesperte; i soldati cristiani usavano corazze e archibugi, mentre gli ottomani erano privi di protezione personale e tiravano d’arco; a bordo delle loro galee remavano molti schiavi cristiani e il rischio di un ammutinamento durante la battaglia era alto. Nonostante tutte queste considerazioni, nel consiglio di guerra del 6 ottobre il grandammiraglio Müezzinzâde Alì decise per lo scontro e tutti, per paura o convenienza, si adeguarono dando ordine alle navi di uscire in mare.

LA BATTAGLIA

 Il 7 ottobre del 1571, in anticipo sull’aurora, don Giovanni ordinò alla flotta di schierarsi deciso a dar battaglia.

SCHIERAMENTO ISLAMICO

 Gli ottomani potevano contare su 302 unità, di cui:

220 galee

39 galeotte

43 lanterne

Esse imbarcavano in totale circa 640 bocche da fuoco di vario tipo; lo schieramento aveva forma di mezzaluna e sembra che fosse il loro preferito.

Maometto Scirocco (Mehmet Shoraq, al secolo ?ulu? Mehmed Pascià) comandava l’ala destra composta da 54 galee, 2 galeotte e 7 lanterne

Müezzinzâde Alì era al centro con 91 galee e 5 galeazze e 22 lanterne

Uccialì (Ulu? Alì Pascià, detto Occhialì, in realtà Luca (o forse Giovani) Galeni, un rinnegato calabrese convertito all’Islam) era responsabile dell’ala sinistra con 67 galee, 27 galeotte e 9 lanterne.

Dietro di loro la riserva di 8 galee, 5 galeotte e 5 lanterne guidata da Murad Dragut; figlio dell’omonimo viceré di Algeri e signore di Tripoli, uno tra i più famigerati pirati.

Müezzinzâde Alì era a bordo della sua ammiraglia, la “Sultana”, che sfoggiava un vessillo verde su cui era stato ricamato a caratteri d’oro per ben 28.900 volte il nome di Allah.

SCHIERAMENTO CRISTIANO

Gli si opponeva la flotta cristiana formata da 204 galee, 6 galeazze e 30 lanterne, con oltre un migliaio di bocche da fuoco imbarcate, schierata in un allineamento compatto diviso in tre settori, ciascuno dei quali preceduto un miglio avanti da una coppia di galeazze, e spalleggiato dalla riserva in posizione centrale.

L’ala sinistra al comando di Barbarigo aveva 3 lanterne e 57 galee, di cui 53 in prima linea e 4 in seconda come riserva.

L’ala destra rispondeva agli ordini di Colonna ed era composta da 53 galee e 7 lanterne.

Il centro, sotto la guida di don Giovanni, contava 64 galee e 18 lanterne tra le quali la sua ammiraglia e le altre «capitane», oltre a varie «padrone».

Delle galeazze il nemico si era ben accorto, ma non riusciva a comprendere il senso della loro presenza sul campo; ai turchi le spie avevano riferito di quelle grosse navi, ma sostenendo che esse imbarcassero solo pochi pezzi d’artiglieria ciascuna, per cui furono ignorate.

Nella retroguardia cristiana era infine schierata la riserva di Santa Cruz, che poteva rendere disponibili 30 galee, 2 lanterne e unità minori che imbarcavano archibugieri e piccoli pezzi d’artiglieria. I rapporti di forza erano favorevoli agli ottomani per numero di navi, ma volgevano a loro svantaggio per quantità di bocche da fuoco, che i cristiani avevano in numero quasi doppio; per quanto riguarda gli equipaggi e i combattenti imbarcati, si pensa che la loro consistenza fosse quasi alla pari.

Alle undici del mattino le flotte potevano ormai dirsi posizionate, anche se quella della Lega era ancora ostacolata dal vento contrario; non appena Müezzinzâde Alì ebbe conferma che il suo schieramento era in posizione, diede ordine di avanzare a favore di vento, sfruttando al minimo i rematori e usandoli solo per tenere la corretta direzione, accompagnando la lenta avanzata con un terribile fragore di tamburi e corni per demoralizzare l’avversario; ma in breve volgere il vento cambiò direzione e questo li costrinse ad ammainare le vele e dar mano ai remi. I cristiani lessero invece l’evento come un segno tangibile della benevola presenza di Dio e il loro morale riprese vigore. A mezzogiorno la flotta musulmana avanzava a velocità costante ed era a un miglio e mezzo dagli avversari, che restavano apparentemente inerti ma animati da un fremito di impazienza per l’imminente scontro, soprattutto gli artiglieri a bordo delle 6 galeazze.

GALEAZZE, L’ARMA SEGRETA DEI VENEZIANI

Non appena il nemico fu a tiro, il comandante Francesco Duodo diede ordine di sparare e una valanga di fuoco si abbatté sulle galee turche, con effetto devastate e del tutto inatteso. Alla prima bordata almeno 4 furono distrutte e molte altre danneggiate, provocando un gran numero di vittime. La confusione nel fronte turco fu subito enorme: alcune navi invertivano la remata per fuggire all’indietro, altre sbandavano ormai prive di guida e diventavano ostacolo per le vicine causando collisioni, altre ancora tentavano una scomposta reazione sparando alla cieca. La formazione lanciata con foga all’attacco si era ormai sgretolata. Le galeazze, nel frattempo, avevano effettuato una rotazione e avevano scaricato una seconda bordata dal lato sinistro, e poi ancora, ruotando ogni volta di un quarto di giro, usando le batterie di prua e di destra, man mano che la nave ruotava su se stessa e un gruppo di cannoni sparava, gli artiglieri ricaricavano gli altri. La potenza di fuoco generata dalle sei unità, la cui presenza era stata praticamente ignorata dai turchi, si rivelò micidiale e ne decimò la flotta ancor prima dello scontro vero e proprio.

Per arrivare a contatto con la prima linea cristiana le navi musulmane dovettero superare le galeazze e quelle che passarono loro più vicine vennero polverizzate dalle raffiche di cannone, spesso caricato anche a “mitraglia” oltre che a palla singola; oltrepassato questo muro di fuoco li attendeva il tiro dei cannoni “di corsia” (di prua) delle galee. Il vento peggiorava la situazione dei turchi, perchè era divenuto contrario e li investiva del fitto e soffocante fumo delle bocche da fuoco avversarie, impedendo agli arcieri di prendere la mira. A quel punto un terzo delle unità attaccanti era ormai distrutto o irrimediabilmente danneggiato. La flotta della Lega iniziò quindi a muovere lentamente in avanti.

Nel frattempo Maometto Scirocco aveva manovrato verso terra, sotto al promontorio di Malcatone, per tentare l’aggiramento della squadra di Barbarigo che vi era in posizione; questi se ne accorse per tempo e ne nacque uno scontro feroce che, tra alterne vicende, si risolse a favore dei cristiani, anche se il comandante veneziano fu ferito a morte. In un altro settore, un gruppo di galee alla cui testa si trovava la toscana “Elbigina” sfondò la prima linea turca, che dove si era aperto un varco, intercettando una trentina di unità nemica in fuga e sbaragliandole, con la cattura di alcune di esse tra cui la «capitana» di Rodi.

Sul lato sinistro (il destro per i turchi), quello verso costa, la situazione volgeva ormai a netto favore della flotta cristiana e le loro galee avevano spinto quel che restava dell’ala destra ottomana verso riva, tant’è che alcune delle loro navi finirono addirittura in secca. L’ammiraglia di Scirocco venne centrata da una palla di cannone e lui, gravemente ferito, fu ripescato in acqua dai veneziani, che non ebbero alcuna pietà per tutti gli altri naufraghi. Al centro la situazione era divenuta altrettanto grave per gli ottomani che, subito dopo mezzogiorno, presi da una sorta di frenesia irrazionale, avevano tentato di colpire il cuore dello schieramento cristiano, ma erano stati spazzati dalle bordate delle galeazze li avevano travolti a più riprese con le micidiali scariche a mitraglia; per giunta, non avendo rimosso i rostri non potevano abbassare i cannoni di prua abbastanza da sparare frontalmente. Nonostante tutto la “Sultana”, ammiraglia di Müezzinzâde Alì, scortata da varie unità minori puntò dritta sulla “Real”, la nave di don Giovanni, speronandola a prua. Si accese una mischia furibonda che coinvolse varie navi delle due parti accorse; abbordaggi e speronamenti si susseguirono a lungo, ma infine il soccorso della riserva di Santa Cruz fu provvidenziale.

LA VITTORIA CRISTIANA

 I rinforzi ottomani erano invece ormai esauriti e piano piano le navi cristiane iniziavano ad avere il sopravvento nei vari scontri; molte di esse, liberatesi dei nemici con i quali erano ingaggiati, confluirono contro la “Sultana”, che era rimasta isolata. Venne arrembata per l’ultima volta e in breve la testa di Müezzinzâde Alì fu infilzata su una lancia e alzata perché tutti la potessero vedere; il vessillo ottomano venne strappato e al suo posto fu alzato quello cristiano, e tutta la flotta della Lega lo vide ed esultò. Restava ancora Uccialì, che con le sue navi avanzava verso l’ala destra avversaria. Per sfuggire al fuoco delle galeazze virò a sud e venne inseguito dalla squadra di Doria che, per farlo, lasciò indietro alcune galee veneziane più lente; esse divennero facile bersaglio per l’algerino che le catturò prima che Doria potesse intervenire e ne prese otto al rimorchio come preda. Poi commise l’errore di lanciarsi all’attacco del centro cristiano, ma era ormai troppo tardi per ribaltare le sorti dello scontro e con quella mossa finì per trovarsi in trappola, chiuso tra la vittoriosa squadra della Lega e quella di Doria che lo inseguiva. Scaltramente, da rinnegato qual’era, decise di fuggire

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Lepanto, 7 ottobre 1571: l’Europa di San Pio V sconfigge l’Islam

7 Ottobre: “Christus Rex” commemora la battaglia di Lepanto

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di Lucia Rezzonico

 

Il 7 ottobre 1571 le truppe degli Stati cristiani d’Europa, riunite da Papa Pio V nella Lega Santa respinsero i turchi, che tentavano l’ennesima invasione islamica, a Lepanto. Pur in inferiorità numerica, per intercessione della Madonna del Rosario, le nostre terre non furono occupate. Una grande vittoria della cristianità intera, che rimane sempre attuale e come monito per il presente ed il futuro.

Stasera, come ogni anno, Christus Rex Traditio commemorera’ la battaglia di Lepanto.
Sul nostro canale Skype “Catechesi di Christus Rex Traditio” alle ore 20.30 il Prof. Daniele Trabucco guiderà il Santo Rosario in suffragio di tutti i caduti di quella provvidenziale vittoria, dopo aver ricordato i tratti salienti dell’evento, attualizzandone i contenuti.
Successivamente, alle ore 21.00 si terrà la consueta catechesi del primo mercoledì del mese. Da circa un anno, il Prof. Cav. Stefano Filiberto si alterna con Matteo Castagna con istruzioni, il primo di natura teologica ed il secondo di dottrina sociale della Chiesa. Stasera, toccherà al Prof. Filiberto, che parlerà del significato di “Magistero della Chiesa”.
Chiunque fosse interessato a partecipare, scriva una mail a: c.r.traditio@gmail.com

Governo di irresponsabili. Sul covid Conte e Arcuri non ne azzeccano una

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La seconda ondata del virus è evidentemente arrivata ben più veloce dei banchi di Domenico Arcuri che ancora mancano nella maggioranza assoluta degli istituti scolastici (e dove sono arrivati c’è da gridare per i pasticci combinati, perfino nella scuola frequentata dal figlio di Giuseppe Conte cui hanno consegnato tavolini da bar e sedie incompatibili). È arrivata ed era ampiamente attesa e vaticinata da premier, ministri ed esperti. Eppure esattamente come la prima volta e come è accaduto alla riapertura della scuola il governo e tutte le autorità si sono fatte cogliere impreparate. A febbraio nessuno aveva pensato di fare gli acquisti necessari di mascherine, camici, guanti, respiratori e tutto quel che serviva almeno negli ospedali e nei centri medici per affrontare la pandemia. Non solo: i pochi dispositivi medici esistenti sono stati regalati alla Cina, e prima o poi bisognerà mettere alla sbarra chi ha preso quelle decisioni sciagurate. Ma almeno speravamo che quella esperienza negativa sarebbe stata di lezione a chi aveva mostrato tanta irresponsabilità.

E invece no. Ancora una volta l’Italia si fa cogliere impreparata dal virus. La rete ospedaliera e delle terapie intensive che a febbraio e marzo aveva barcollato paurosamente e che sia Conte che il ministro della Salute, Roberto Speranza, avevano assicurato di rafforzare, è oggi la stessa che andò in tilt all’epoca. Irresponsabilmente si sono date per fatte cose che sono ancora tutte da realizzare. Il 19 maggio scorso un decreto del governo aveva stanziato 1,413 miliardi di euro per finanziarie piani di riorganizzazione della rete ospedaliera e la costruzione di nuovi posti sicuri e non provvisori per le terapie intensive. Il governo aveva chiesto i progetti alle regioni, che in due settimane li avevano inviati tanto che Speranza li aveva approvati il 29 maggio con una circolare sui «Piani di riorganizzazione della Sanità». E da quel giorno? Nulla.

Solo il 2 ottobre scorso abbiamo avuto la conferma della totale irresponsabilità dell’esecutivo Conte leggendo a firma del commissario straordinario Arcuri il bando pubblicato «in massima urgenza» e diviso in 21 lotti per ciascuna Regione e provincia autonoma «per l’affidamento di lavori, servizi di ingegneria ed architettura e altri servizi tecnici al fine dell’attuazione dei piani di riorganizzazione della rete ospedaliera nazionale». Capito? In pieno inizio della seconda ondata siamo ancora al giorno zero delle nuove terapie intensive: fino a metà mese gli operatori potranno chiedere chiarimenti e poi la gara procederà sì in urgenza e come sempre lasciando ogni decisione arbitrariamente ad Arcuri della cui santità siamo tutti certi (ma qualche regola ogni tanto…). Anche correndo il bando deve cercare progettisti e architetti che disegnino sia quelle terapie intensive che i percorsi di ingresso e uscita da quei luoghi necessari. Se il virus dovesse marciare esponenzialmente con la velocità mostrata in queste settimane, saremmo fritti e con il sistema sanitario nazionale per la seconda volta in tilt. Una irresponsabilità da processo di Norimberga, altro che baloccarsi con la propaganda sugli «oh» di ammirazione che all’estero avrebbero per la gestione della pandemia in Italia.

Per altro siccome Arcuri non si capisce bene cosa faccia dal mattino alla sera arrivando sempre con mesi di ritardo su qualsiasi missione gli si affidi, il 29 settembre ha pubblicato un altro bando che per lo meno doveva essere preparato a inizio estate per avere a disposizione test rapidi sul coronavirus necessari come il pane per non paralizzare la vita produttiva del paese (e fra l’altro anche la scuola). Solo adesso il commissario straordinario che dorme come un ghiro la maggiore parte dei suoi giorni di mandato si è infatti accorto che servono almeno 5 milioni di test rapidi «su tampone nasofaringeo o campione salivare», avvertendo le imprese della possibilità di numeri ben più alti «nel caso che, nel corso dell’emergenza epidemiologica in atto, si verifichi l’urgente necessità di somministrare ulteriori test rapidi».

Stessa irresponsabilità è stata mostrata – e qui c’entrano anche le Regioni- sull’approvvigionamento dei vaccini anti-influenzali. Per mesi si è detto che era fondamentale vaccinare tutti almeno per aiutare il sistema sanitario a distinguere fra sintomi di un virus e quelli dell’altro. Annunciata la partenza anticipata della campagna vaccinale al 15 settembre anche per questo motivo. Ma non è partita da nessuna parte e ora tutti hanno una sola certezza: vaccini per tutti non ci sono, e dopo avere protetto i soggetti a rischio lavoratori e studenti non potranno averlo perché in farmacia non ci sono dotazioni utili a soddisfare la domanda. Irresponsabili.

DA

https://www.iltempo.it/politica/2020/10/06/news/governo-irresponsabili-covid-giuseppe-conte-domenico-arcuri-banchi-scuola-vaccini-terapie-intensive-ritardi-bandi-24799270/

Un bonus di 160 euro al mese per chi non abortisce

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Il testo parla di “un sussidio alla maternità che fornisca alla donna che vuole abortire per cause economiche la possibilità di avvalersi”

Il Comune di Iseo (Brescia) sostiene la vita nascente attraverso una mozione che prevede un bonus (probabilmente di 160 euro al mese ancora da stanziare) per ogni donna che decide di non abortire. La decisione è stata approvata dal consiglio comunale, lo scorso 30 settembre. Un voto che non ha visto il sì dei consiglieri di minoranza del Centrosinistra, che hanno lasciato l’aula.

Nel dettaglio, la mozione è stata presentata dall’assessore al Bilancio, Giovanna Prati, in veste di consigliere. Il testo parla di “un sussidio alla maternità che fornisca alla donna che vuole abortire per cause economiche la possibilità di avvalersi”. Per l’assessore si tratta di un “inno alla vita”, impegnando ufficialmente il Comune a supportare le donne che non abortiscono, con il sostegno economico ai Centri per la vita e a progetti contrari all’aborto.

In cosa consiste il bonus?

Una delle opzioni è il “Progetto Gemma“, un programma attivo dal 1994 che si potrebbe occupare di stanziare i bonus a Iseo: se fosse scelto questo progetto, sarebbero dati 2.880 euro per diciotto mesi per un totale di 160 euro al mese. Come si legge su La Stampa: “Il compenso mensile verrà erogato durante gli ultimi 6 mesi di gravidanza e per i successivi 12 dalla nascita del bambino. Non solo, oltre alle neo mamme possono chiedere il bonus anche le amministrazioni comunali con una cifra minima di 500 euro a bambino”. L’assessore Prati, poi ricorda, che in 26 anni, attraverso il “Progetto Gemma sono state salvate 24mila vite”. E il Comune di Iseo si è anche impegnato a stanziare dei fondi per supportare “associazioni e progetti operanti sul territorio che abbiamo istituito progetti di aiuto alla vita nascente, quali i Cav e Mpv”.

La sinistra dice “no”

Dopo che la consigliera di maggioranza ha finito di leggere la mozione, l’opposizione di Centrosinistra esce dall’aula. Per la coalizione di minoranza si tratterebbe di un pensiero “retrogrado, maschilista e intimidatorio“.  Ma la giunta di Iseo non si è fermata e si è impegnata anche a “mettere in atto – come si legge sulla mozione – campagne di informazione a donne e coppie che affrontino una gestazione difficile, a causa di presunte malformazioni del feto. Ma anche sulle specifiche cure prenatali e sulle misure previste nel territorio di aiuto e supporto a chi già si trova nella stessa situazione”.

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Un bonus di 160 euro al mese per chi non abortisce: così il Comune di Iseo aiuta le donne

Perché tanti incompetenti diventano leader?

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Un libro di Chamorro-Premuzic analizza il fenomeno del rapporto tra competenza e leadership e punta il dito sui processi di selezione: «Premiano le qualità sbagliate»

Politici impreparati. Ministri privi di un curriculum all’altezza del ruolo. Boiardi che passano con disinvoltura da un incarico all’altro, senza conoscere neppure uno dei delicatissimi settori cui di volta in volta sono preposti. Dirigenti che rendono la vita impossibile a decine e decine di loro sottoposti, ostacolandone produttività e carriera… Se il nostro giudizio non fosse offuscato dai demoni del politicamente corretto, se un velo d’ipocrita perbenismo non c’impedisse di cogliere il reale volto delle cose, non faticheremmo molto a riconoscere che è proprio questo – la presenza di tanti incompetenti in posizione di comando – il vero demone che da anni ha preso in ostaggio il futuro del nostro paese. Lo certificano i dati. In uno studio condotto nel 2011 su un campione di circa 14.000 lavoratori, «i rispondenti hanno valutato positivamente appena il 26 per cento dei loro capi». Stesso dicasi per i governi e i capi di stato: «circa il 60 per cento delle persone nel mondo ritengono che il loro paese sia sulla strada sbagliata, per colpa dei loro leader».

Prendiamo l’Argentina. Un secolo fa «era non solo la terra delle opportunità ma anche uno dei paesi più ricchi del mondo, con un PIL pro capite più alto di quello della Francia e della Germania. Eppure da allora l’Argentina è stata in costante declino, qualificandosi come uno dei pochi paesi del mondo in permanente moto retrogrado. La ragione principale? Un cattivo leader dopo l’altro».

Se dai governi passiamo al mondo del lavoro, il quadro non cambia: lo scarso impegno, la perdita di entusiasmo generata da leader intrattabili, incapaci e pieni di sé si traducono «in una perdita di produttività annua di circa 500 miliardi di dollari». A questo bisogna aggiungere che il 75 per cento delle persone che abbandonano la propria occupazione lo fa proprio a causa dell’ansia, della frustrazione generata da superiori mediocri, arroganti che creano problemi invece di risolverli; un fenomeno, questo del turnover, che comporta anch’esso una perdita stimata tra il 10 e il 30 per cento del monte salari annuo.

Eppure, a guardarsi intorno, ce ne sarebbero di persone competenti, esperte, adatte a guidare governi, imprese e istituzioni: perché costoro siedono in panchina, mentre tanti mediocri s’issano baldanzosi in plancia di comando? La colpa, spiega Tomas Chamorro-Premuzic, professore di Business Psychology all’University College di Londra e alla Columbia University (Perché tanti uomini incompetenti diventano Leader? Egea, pp. 188, € 25), è tutta da imputare all’inadeguatezza dei processi di selezione. «Quando gli uomini vengono selezionati per occupare posizione di vertice – spiega l’esperto di talent management – gli stessi aspetti che consentirebbero di predire il loro fallimento sono comunemente scambiati per indicatori di potenziale o di talento per la leadership e, come tali, persino esaltati». Ad esempio, «caratteristiche come l’eccessiva fiducia in sé stessi e il narcisismo dovrebbero essere interpretate come segnali di pericolo. Invece, ci spingono a dire: “Ah, che tipo carismatico! Ha la stoffa del leader”».

Insomma, i nostri sistemi di selezione esaltano «le caratteristiche del maschio alfa e cioè il protagonismo rispetto all’umiltà, l’estroversione rispetto alla sobrietà, la voce grossa rispetto all’understatement, l’azzardo rispetto alla saggezza». Il problema? Queste caratteristiche, se sono utili a imporsi come leader, sono del tutto inadatte per guidare un paese, un’impresa o una comunità di persone.

Prendiamo il caso di Justine, una persona reale ma con falso nome, la cui vicenda è esemplificativamente rievocata da Chamorro-Premuzic proprio per illustrare le tante distorsioni che insidiano i nostri sistemi di selezione: «(Justine) è un’esperta contabile belga brillante e curiosa, che ha passato gli ultimi quindici anni lavorando come responsabile finanziario di una grande organizzazione non governativa. Benché si sia prodigata costantemente al di là delle aspettative e sia vista dal suo capo come uno degli elementi più preziosi del team, raramente promuove sé stessa…preferisce concentrarsi sul proprio lavoro…lasciando che i risultati parlino da soli».

Purtroppo, quella adottata da Justine, è una strategia di assai dubbia efficacia in un mondo come quello delle progressioni di carriera, le cui ruote girano completamente all’incontrario rispetto a ciò che il buon senso (e le evidenze empiriche) imporrebbero: «Justine ha visto molti dei suoi colleghi passarle davanti, anche quando non sono in gamba come lei, ma, grazie alla sicurezza di sé e alla loro assertività, trasmettono l’impressione di essere non solo più competenti, ma anche più motivati e dotati delle attitudini tipiche del leader. E poiché possono continuare a fare affidamento su persone come Justine per mandare avanti la baracca, la loro incompetenza è spesso mascherata dal contributo silenzioso ma efficace di una Justine».

La cui vicenda ci consente di chiamare in causa il primo dei false friends dei processi di selezione: la sicurezza in sé, un attributo che molto spesso i cacciatori di teste e i selezionatori associano alla competenza e al potenziale di leadership. Eppure, evidenzia Chamorro-Premuzic, tra i due attributi (sicurezza di sé e competenza) non vi è alcuna correlazione. Al contrario, centinaia di studi hanno empiricamente documentato che esiste «una sovrapposizione inferiore al 10 per cento tra quanto le persone pensano di essere intelligenti (sicurezza in sé) e i punteggi reali dei test di intelligenza (competenza)».

Tradotto: la maggior parte degli individui tende a sovrastimare i propri talenti; e paradossalmente quelli che eccellono in questa pratica (aprendosi così numerose prospettive di carriera) sono proprio gli individui meno preparati. In fondo, chi sa è consapevole della limitatezza del sapere e per questo è in grado di riconoscere i propri limiti; al contrario, chi non sa (o sa poco) ritiene di sapere tutto e per questo si culla in una sicumera del tutto disfunzionale e fuori luogo. Il problema? Stante la distorsione dei nostri processi di selezione, molto spesso accade che i capi che ostentano maggiore sicurezza (e incompetenza) siano preferiti a quelli più competenti, umili e laboriosi che, proprio a causa di questi attributi, appaiono più cauti e insicuri agli occhi dei selezionatori. In tempi non sospetti lo aveva già evidenziato Bertrand Russell: «la causa fondamentale del disastro è che nel mondo moderno gli stupidi sono arroganti e pieni di sé mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi».

La stessa cosa vale per il carisma, altro falso amico dei procacciatori di talenti. In molti pensano che questa caratteristica sia un ingrediente essenziale per una leadership di valore. Eppure, anche in questo caso, le evidenze empiriche ci dicono tutt’altro; ci dicono che i leader più efficaci, in politica come nel mondo delle imprese, non sono quelli più carismatici, ma quelli dotati di perseveranza e modestia, che approcciano la realtà in modo umile e sono pronti ad ammettere i propri errori.

Insomma, come Chamorro-Premuzic evidenzia a più riprese nel suo libro, «c’è un’enorme differenza tra i tratti della personalità e i comportamenti che occorrono per essere scelti come leader (sicurezza di sé, narcisismo, carisma) e i tratti e le competenze che occorrono per essere capaci di dirigere» (competenza e onestà). Ne deriva che se vogliamo far emergere dei buoni leader, cioè dei leader esperti, emotivamente stabili, consapevoli dei propri limiti e dotati di una buona dose di umiltà ed empatia, dobbiamo profondamente ripensare gli attuali criteri di selezione, poiché sono proprio quest’ultimi, per come sono oggi strutturati, a escludere, in modo del tutto distorto, tutti coloro (in particolare le donne) che invece avrebbero le caratteristiche adatte per essere un buon leader.

Ci riusciremo? Qualche dubbio è lecito nutrirlo. Spesso infatti i leader, più sono mediocri e incompetenti, più tendono a circondarsi, quando sono al potere, di persone mediocri e incompetenti; tendono, cioè, a creare un ambiente tossico, in cui la mediocrità si autoperpetua proprio «come fanno i batteri e i parassiti negli ambienti inquinati e contaminati».

DA

https://www.lastampa.it/cultura/2020/09/28/news/perche-tanti-incompetenti-diventano-leader-1.39359195?fbclid=IwAR32onISZNH-09SsOISNPph0RETLF6gcxi7nJX6aBZcinKfcuV0vcgUauls

LO SCONTRO ORMAI PROSSIMO TRA FANCAZZISTI E PRODUTTORI DI RICCHEZZA

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Mentre il paese si rincoglionisce appresso a Juventus-Napoli, mi è bastato recarmi da San Giovanni a Teduccio (dove vivo) a casa dei miei – che oggi è il mio studio – per vedere se tutto è a posto, per notare un clima quasi spettrale fatto di agenti bardati che pattugliano in mezzo alle strade.
Nel vedere questa scena pietosa, indegna di un paese civile, ripenso a quando nel seggio ho avuto la fortuna di conoscere un bel po’ di poliziotti che si sono rotti le palle di questa situazione.
La democrazia, l’ho detto più volte ma giova ripeterlo, non è roba per tutti ma richiede una serie di cose di cui da un bel po’ di tempo non si parla più. Virtù, onore, dignità e libertà.
Sui primi tre princìpi sorvoliamo per carità di patria e rimaniamo piantati sulla libertà.
Quando un presidente della Repubblica, ignaro di tutte le violazioni costituzionali che il presidente del Consiglio sta compiendo, dice che “Gli italiani hanno a cuore la libertà ma anche la serietà”, quando il Papa, cioè un capo di stato straniero (una monarchia assoluta, per essere ancor più precisi) dice testualmente che “la proprietà non è intoccabile” e quando De Luca vorrebbe aprire Covid resort per asintomatici, ossia persone sane, per svuotare gli ospedali dagli stessi asintomatici, ossia da persone sane – si scrive Covid Resort e si legge “campi di internamento” – a me sembra chiarissimo il punto di non ritorno nel quale siamo planati.

E pur tuttavia mantengo un sostanziale ottimismo perchè si stanno sempre più delineando due fronti antropologicamente opposti.
Esiste una classe di pazzi irresponsabili che tifa per il lockdown. Sono per la maggior parte dipendenti statali, VIP che hanno accumulato talmente tanti soldi da poter stare anche qualche anno senza lavorare, funzionari di servizi pubblici che hanno colto nel covid-19 una facile cuccagna per lavorare molto di meno al medesimo stipendio – se il governo annunciasse riduzioni di stipendi, li vedreste più negazionisti di Montanari e Panzironi – e che quindi si sentono in dovere di dire “Non avete bisogno di andare al mare, in discoteca, al cinema, allo stadio”.
Dall’altra parte ci sono quelli che la ricchezza la producono e che sono in crisi. Non sottovalutano nulla ma sono coscienti che non si può andare avanti così. C’è tutto un mondo dietro ciò che voi reputate futile (dalle discoteche agli stabilimenti balneari) che campa e dà lavoro a centinaia di migliaia di persone.
E la cosa che mi induce all’ottimismo è che se questo “mondo” che è l’economia privata, che in questi anni è stata munta per nutrire l’idiozia delle marie antoniette, si raduna, ebbene per i parassiti moralisti, per le marie antoniette che vogliono che la cuccagna prosegua, si aprono tempi cupissimi.
Direbbe Carlo Lucarelli, i boiardi di stato “non lo sanno ma sono già morti”.
Si aspetta solo che qualcuno raduni quelli che si sono rotti i coglioni di questa situazione e li vadano a prendere.
Se non l’avete ancora capito, non se ne andranno con le buone.

DA

LO SCONTRO ORMAI PROSSIMO TRA FANCAZZISTI E PRODUTTORI DI RICCHEZZA (di Franco Marino)

Uno studio contro l’omoeresia nella Chiesa

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Uno studio sull’omosessualità, molto serio e certo non fatto per attaccare la Chiesa Cattolica, è stato realizzato dal sacerdote polacco don Dariusz Oko.

Classe 1960, nato a Oświęcim, prete dal 1985, Padre Oko non è uno studioso improvvisato. Professore al Dipartimento di Filosofia dell’Università Pontificia Giovanni Paolo II di Cracovia, Oko per sedici anni è stato direttore spirituale degli studenti e dall’anno 1998 è direttore spirituale dei medici nella sua diocesi.

Attraverso un articolo pubblicato sul numero 63 della rivista polacca Fronda, studio poi ripreso dalla rivista teologica tedesca “Theologisches”, Don Dariusz Oko ha spiegato che nella Chiesa si è infiltrata pesantemente una potente lobby gay, che decide nomine e promozioni attraverso un meccanismo di ricatti e omertà.

Lasciamo spazio ad ampi stralci del lavoro del sacerdote polacco.

“Il dovere di prendere posizione sul problema dell’omosessualità clandestina nella Chiesa è legato al mio impegno nella critica filosofica dell’ideologia e della propaganda omosessuale (in breve omoideologia e omopropaganda), della quale mi occupo da tanti anni su richiesta e con l’incoraggiamento di molti cardinali e vescovi […]. Il problema dell’omoideologia e dell’omolobby non esiste soltanto all’esterno della Chiesa, ma è ben presente anche al suo all’interno, dove l’omoideologia diventa omoeresia. […] Per prima cosa bisogna denunciare una menzogna generalizzata da parte dei mass media che parlano continuamente della pedofilia del clero, mentre il più delle volte si tratta di efebofilia, cioè una degenerazione che non consiste nella attrazione sessuale da parte di maturi maschi omosessuali per i bambini, ma per ragazzi adolescenti in età puberale. È una tipica deviazione legata all’omosessualità. Le conoscenze principali su questo argomento derivano dal fatto che più dell’80% dei casi di abusi sessuali del clero scoperti negli Stati Uniti sono costituiti da efebofilia, e non da pedofilia. Questo fatto, accuratamente nascosto e taciuto, va invece evidenziato, perché rivela particolarmente bene l’ipocrisia dell’omolobby sia mondiale che ecclesiastica. […] Gli scandali per violenza sessuale, che hanno scosso la Chiesa a livello mondiale, nella stragrande maggioranza dei casi sono stati opera di sacerdoti omosessuali. […] Gli scandali hanno riguardato anche persone all’apice della gerarchia ecclesiastica, come per esempio in Polonia il caso dell’arcivescovo Juliusz Paetz, che nel 2002 è stato rimosso dalla diocesi di Poznań. Anche nella cattolicissima Irlanda, […] negli ultimi anni alcuni vescovi sono stati rimossi dalle loro cariche. Uno di loro è stato John Magee, vescovo della diocesi di Cloyne, sollevato dall’incarico nel 2010 per l’accusa di molestie sessuali e di aver messo a tacere reati di pedofilia e di efebofilia di 19 preti della sua diocesi. […] In passato sia Juliusz Paetz che John Magee avevano lavorato per un lungo periodo insieme in Vaticano, come stretti ed influenti collaboratori di tre papi consecutivi. La condotta di Rembert Weakland, un arcivescovo particolarmente “liberale” e “aperto”, che negli anni 1977-2002 ha diretto la diocesi di Milwaukee negli Stati Uniti, dimostra fino a che punto possono spingersi i combattenti preti gay in abito talare. Lui stesso ha ammesso di essere gay e di aver avuto rapporti sessuali continuativi con molti partner. Nel corso di tutti i 25 anni del suo ufficio, si è sempre opposto al papa ed alla Santa Sede in molte questioni, ed ha particolarmente criticato e respinto l’insegnamento del Magistero della Chiesa cattolica sull’omosessualità. Per di più ha appoggiato e protetto gli omosessuali attivi nella sua diocesi, aiutandoli a sottrarsi alla responsabilità per i reati di carattere sessuale ripetutamente da loro commessi. Alla fine del suo esercizio ha anche attuato una malversazione gigantesca, sottraendo circa mezzo milione di dollari dalla cassa della diocesi per mantenere il suo ex-partner. Invece Marcial Maciel Degollado, una volta uno dei più influenti uomini della Chiesa, fondatore della congregazione dei Legionari di Cristo, si è rivelato un bisessuale, che compiva gravi delitti sessuali sia su seminaristi minorenni che su membri della sua congregazione, e perfino sul proprio figlio. Tutti e quattro per molto tempo sono rimasti impuniti, nonostante insistenti voci e ripetute accuse, pervenute a Roma nel corso di molti anni. […] Per la pedofilia omosessuale ed efebofilia sono stati rimossi dalle loro cariche, solo dopo molti anni, i vescovi: Patrick Ziemann di Santa Rosa in California (1999), Juan Carlos Maccarone di Santiago del Estero in Argentina (2005), Georg Müller di Trondheim in Norvegia (2009), Raymond John Lahey di Antigonish in Canada (2009), Roger Vangheluw di Bruges in Belgio (2010), John C. Favolara di Miami (2010) ed Anthony J. O’Connell di Palm Beach in Florida (2010). Molti altri vescovi hanno avuto lo stesso trattamento, a causa dell’occultamento e della messa a tacere dei loro delitti. Analogamente è capitato a molti sacerdoti, anche a quelli più influenti. […] La potenza di questa attività sotterranea viene comprovata non soltanto dal numero dei gravi abusi sessuali perpetrati, ma anche, e forse molto di più, dal fuorviante processo di selezione dei candidati alla carica di vescovo, dalla possibilità di fare una grande “carriera” nell’ambito della Chiesa anche da parte di chi abbia commesso abusi del genere, conducendo una doppia vita. Ne costituiscono la prova anche fatti come l’efficacia dell’occultamento e la messa a tacere di tali situazioni, il blocco spesso insormontabile di tutti i tentativi all’interno della Chiesa di difendere le vittime, di scoprire la verità e fare giustizia. Da quanto sopra si evince quanto sia difficile, a causa di difficoltà veramente “strane”, perseguire per le sue azioni, con sanzioni che sembrerebbero ovvie, un ecclesiastico omosessuale. È anche ogni successo in tale ambito risulta limitato, parziale e temporaneo. Di conseguenza, si verifica una situazione terribile: la salvaguardia degli omocolpevoli è più importante della sorte dei ragazzi e degli adolescenti, della sorte della Chiesa intera. Se questo fosse fatto in modo del tutto consapevole, sarebbe un alto tradimento della Chiesa, un tradimento compiuto dalla Chiesa nei confronti dei giovani! Testimonianza particolare di questa situazione è anche costituita dalla paura evidente, dall’imbarazzo, dal rifugiarsi nel silenzio, perfino dall’incapacità di attuare l’insegnamento elementare della Chiesa su questo argomento da parte dei sacerdoti, soprattutto in alcune diocesi e ordini religiosi. Di che cosa hanno paura costoro? Da dove deriva la paura che si legge negli occhi di interi gruppi di uomini adulti e maturi? Da dove provengono le nevrosi, le malattie di cuore e non, che affliggono quei preti che comunque cercano di opporsi a queste abiezioni, in difesa soprattutto dei bambini e degli adolescenti? Probabilmente hanno paura delle azioni di una lobby molto influente, che esercita il potere e che temono di potersi pericolosamente inimicare. Per riuscire a nascondere ed a far tollerare un Male del genere bisogna avere uomini nelle cariche importanti, bisogna formare non più soltanto una omolobby, ma una potente congrega, perfino una omomafia. […] Mons. Charles Scicluna […] ha parlato di quell’ambiente nello stesso modo, come se fosse una mafia. Si esprimeva così durante il simposio dedicato ai problemi degli abusi sessuali nella Chiesa “Verso la guarigione e il rinnovamento”, organizzato nel febbraio 2012 a Roma. […] Mons. Charles Scicluna, a nome di Benedetto XVI, ha condannato decisamente non soltanto gli artefici dei delitti, ma anche i superiori che coprivano le loro azioni. Inoltre ha chiesto di opporsi decisamente a questi comportamenti, di collaborare apertamente con la polizia e di agire seguendo la via della purificazione indicata dalla Santa Sede. Infatti, quanto più i criminali organizzati sono efficaci nella difesa dei propri interessi, tanto più sono efficienti nell’arrecare danni agli altri, nonché nella distruzione della credibilità della Chiesa. In tal modo un forte impulso di decristianizzazione esce direttamente dall’interno della Chiesa stessa. […] Ritengo che le parole del gesuita professore Józef Augustyn S.I. siano particolarmente significative. Egli si è così espresso: “Il problema esiste – a mio parere – non ‘in loro’, ma nella nostra reazione ‘a loro’. Come noi, sacerdoti semplici e superiori, reagiamo ai loro comportamenti? Permettiamo di spaventarci, ci ritiriamo, incitiamo a tacere, facciamo finta che il problema non esista? Ovvero al contrario: affrontiamo il problema, ne parliamo apertamente, li priviamo della loro influenza, li rimuoviamo dalle cariche? Costoro non dovrebbero lavorare in seminario né occupare nessuna carica importante. Se la lobby degli omosessuali esiste e riesce a dire qualcosa in qualsiasi struttura ecclesiastica, è perché noi ci ritiriamo, le cediamo il passo, fingiamo ecc. […] La Santa Sede […] ha dato un segno evidente su come risolvere questo tipo di problemi. Il nascondere comportamenti di persone disoneste, comportamenti che prima o poi comunque vengono a galla, distrugge l’autorità della Chiesa. I fedeli si chiedono spontaneamente come sia possibile che la comunità ecclesiastica mantenga una sua credibilità se tollera situazioni del genere. Se accettiamo a priori che lobbisti fra i preti omosessuali non ci siano stati, non ci sono e non ci saranno mai, è proprio allora che appoggiamo quel fenomeno. La lobby dei sacerdoti omosessuali diventa così impunita e costituisce un grave pericolo” […]. 

Per un seminarista, con tendenze o con orientamento omosessuale profondamente radicato, è molto più difficile diventare un buon prete. Da una parte il sacerdozio può attirarlo, gli può sembrare un biotipo ideale, dato che in tal modo può vivere in un ambiente esclusivamente maschile, da cui è tanto attratto, e non deve giustificarsi per l’assenza delle donne nella sua vita. Al contrario, la rinuncia al valore supremo del matrimonio (per il quale peraltro lui non si sente portato) viene considerata un sacrificio grandissimo per il Regno dei Cieli. La situazione sembra essere del tutto confortevole. Perciò, se non gli vengono poste delle barriere tali casi possono essere, in percentuale, numerosi […] L’omosessualità è una ferita della personalità che pregiudica molte sue funzioni. Essa fra l’altro condiziona le relazioni nei confronti sia dei maschi che delle femmine e dei bambini; crea un’abitudine costante alla finzione, per nascondere un aspetto importante della propria vita, che impedisce relazioni sincere, profonde ed oneste dal punto di vista emozionale con colleghi ed educatori. Inoltre, rende più difficile un’appropriata comprensione e rispetto della femminilità e del matrimonio, come mistero dell’amore fra l’uomo e la donna. Per di più, se un omosessuale ha nei confronti dei maschi gli stessi desideri che un uomo sessualmente sano nutre nei confronti delle donne, tali desideri saranno in lui continuamente risvegliati dalla presenza costante e vicina degli oggetti del suo interesse morboso. Egli si viene a trovare in una situazione analoga a quella in cui si troverebbe un uomo normale, che per alcuni anni (oppure anche per tutta la vita) ogni giorno dovesse vivere con molte donne attraenti sotto lo stesso tetto, nelle stesse camere da letto e negli stessi bagni. La probabilità di perseverare nella castità diminuirebbe sensibilmente. […] I nostri fratelli omosessuali, [… se] non saranno in grado di dominare le loro tendenze, e riusciranno a superare tutti i controlli all’interno del seminario, dovranno affrontare i loro veri problemi durante la vita sacerdotale oppure quella nell’ordine religioso. Lì non li ostacolerà più la presenza né il controllo dei superiori, visto che la libertà è molto più grande. Se cedono alla tentazione ed imboccano la via dell’omosessualità durevole ed attiva, allora la loro situazione diventa tragica. Da una parte ogni giorno amministrano i sacramenti, celebrano la Santa Messa, hanno a che fare con le cose più sacre, e dall’altra fanno continuamente qualcosa di opposto, di particolarmente indegno. In tal modo “si immunizzano” contro tutto quello che è superiore e santo, e la loro vita morale si atrofizza e scivola verso la caduta. E se muore dentro di loro tutto quello che è superiore, tanto più spazio si crea per quello che è inferiore, e con esso il desiderio delle cose materiali, sensuali: sesso, soldi, potere, carriera, lusso. È difficile aiutarli, perché che cosa potrebbe salvare costoro quando hanno fallito i più importanti mezzi della formazione, della fede e della grazia? Comunque sanno molto bene di rischiare lo smascheramento e il discredito, e perciò si supportano a vicenda. Formano dei gruppi informali, delle combriccole, e perfino una specie di mafia, cercando di dominare soprattutto i luoghi dove albergano potere e denaro. Una volta raggiunta una carica decisionale, cercano di appoggiare e di promuovere prima di tutto le persone dalla natura simile alla loro oppure almeno quelle di cui sono certi che non si opporranno mai per il loro debole carattere. In tal modo può avvenire che la Chiesa si trovi ad avere in posizioni direttive persone profondamente corrotte, persone molto lontane dal livello spirituale degno di una carica importante, persone false e particolarmente esposte ai ricatti degli avversari del cristianesimo. Le persone che non “parlano dal cuore”, tengono celato questo loro modo di essere, perché sanno che dovrebbero vergognarsi. Ripetono invece frasi apprese e copiano testi di altri. Spesso si avverte intorno a loro una percepibile atmosfera di falsità e di torpore morale. Fariseismo nella forma  più pura. […] Benché alcuni di loro siano soltanto omosessuali passivi, di solito cercano di difendere e di promuovere anche quelli attivi, sono molto solidali nei loro confronti, pronti a mentire insieme a loro. In tal modo pongono il proprio benessere al di sopra del bene della comunità, secondo il motto: “Che la Chiesa sia perfino tanto screditata, tanto derisa, purché io ed i ‘miei’ stiamo bene fino alla fine della vita, che non ci manchi niente”. Omertà nella sua forma più pura. In tal modo costoro possono però dominare in molti campi della gerarchia ecclesiastica, diventare “gruppi detentori di potere”, acquisendo di fatto un influsso enorme sulle nomine importanti e su tutta la vita della Chiesa. Molte volte risultano essere più forti perfino di vescovi onesti e diligenti. […] Ed è da qui che nascono le più gravi difficoltà per gli altri sacerdoti. Può accadere che vengano accolti in seminario giovani che sono già partner di quegli omopreti. Quando il rettore oppure un altro superiore cercano di allontanarli, succede che alla fine dei conti sono loro stessi ad essere rimossi, e non gli omoseminaristi. Altre volte, quando un vicario tenta di difendere i giovani dalle molestie sessuali di un parroco è proprio lui, e non il parroco, ad essere richiamato all’ordine, vessato ed infine trasferito. Per aver svolto con coraggio il proprio dovere costui si ritrova a vivere esperienze dolorose. Succede che, con un’azione organizzata, egli venga ricattato, umiliato e diffamato sia nell’ambiente parrocchiale che sacerdotale. Inoltre, quando un prete o un frate subiscono loro stessi delle molestie sessuali da altri colleghi e superiori e cercano di chiedere aiuto e difesa ai livelli più alti, può accadere che incontrino un omosessuale ancora più importante. In tal modo i membri di un’omocombriccola possono raggiungere cariche ed esercitare influenze così rilevanti da acquisire una sensazione di potere straordinario e di assoluta impunibilità. La loro vita diventa molte volte una caricatura diabolica del sacerdozio così come le omorelazioni sono le caricature del matrimonio. Come è noto, anche dai mass-media, costoro iniziano a comportarsi come drogati dell’omosesso, diventano sempre più dissoluti, ed arrivano talvolta a commettere anche atti di violenza. Iniziano a compiere molestie perfino sui minori costringendoli a fare sesso. Allora hanno luogo gli atti più gravi, come omicidi e suicidi. […] Alla situazione specifica si addicono le parole di don Augustyn: “La Chiesa non genera l’omosessualità, ma è una vittima delle persone disoneste con tendenze omosessuali, che sfruttano le strutture ecclesiastiche per realizzare i propri istinti più bassi. I preti omosessuali praticanti sono maestri nel camuffarsi. A volte li smaschera un caso. […] Un vero pericolo per la Chiesa è costituito da […] cinici preti omosessuali, che sfruttano le loro cariche a favore di loro stessi, e lo fanno a volte in modo del tutto astuto. Questi fatti costituiscono una grande sofferenza per la Chiesa, per la comunione sacerdotale, per i superiori. Il problema è molto spinoso”. […] La comunità omosessuale della Chiesa […] ha bisogno anche di strumenti intellettuali, di giustificazioni e perciò l’omoideologia assume, nei suoi ragionamenti, discorsi e scritti, la forma di omoeresia. La ribellione più aperta contro il papa e contro la Chiesa è diretta da alcuni gesuiti statunitensi che si oppongono apertamente e dichiarano che, in contrasto con i principi sopracitati, accetteranno ugualmente seminaristi con tendenze omosessuali, invitandoli perfino di proposito. Hanno in questo una lunga tradizione poiché da anni costituiscono un baluardo della omoideologia e della omoeresia. Fanno proprie molte opinioni di un teologo morale eretico ed ex-prete Charles Curran. Sono anche grandemente influenzati dal loro ex-fratello padre John McNeill S.I., che ha fondato il movimento pro-omosessuale Dignity ed ha pubblicato [… un libro] in cui respinge apertamente l’insegnamento della Chiesa ed accoglie come propria l’omoideologia. Questo libro ha ottenuto l’imprimatur […] nonostante i divieti del Vaticano, è stato ristampato più volte. Il libro è pertanto diventato una specie di bibbia omosessuale per molti gesuiti americani. McNeill assume per costoro un’importanza forse superiore a quella di Gesù o di San Paolo, sicuramente più di quella del papa. Le riviste “Theological Studies” ed “America”, da loro pubblicate, sostengono e  diffondono sempre idee pro-omosessuali. Di conseguenza, si stima che i preti omosessuali abbiano già raggiunto in America il più alto grado al mondo di diffusione […] Mentre i gay si sentono sempre più a loro agio, gli altri sacerdoti, in quest’ambiente specifico, si sentono sempre più in difficoltà. Si può dire che il quarto voto di obbedienza al papa è stato cambiato da costoro in quarto voto di arcidisubbedienza. Questo stato di cose non ci dovrebbe né meravigliare né impressionare particolarmente, visto che anche gli ecclesiastici sono soggetti agli influssi della propria epoca, anche a quelli peggiori. Se sono troppo deboli intellettualmente oppure moralmente, allora non soltanto sono soggetti, ma addirittura cedono ad essi. Tutto ciò è una delle cause principali della nascita delle eresie nella Chiesa […] Ed ora che dagli uomini di sinistra viene promossa l’omoideologia, allora anche nella Chiesa sono certamente presenti  sacerdoti omideologi, ed a volte perfino omoeretici. Don Jacek Prusak S.I. è il loro rappresentante più conosciuto in Polonia, istruito appunto dai gesuiti americani. Sono […] anni che viene considerato il portavoce dell’omolobby della Chiesa e che lotta per gli interessi di quella lobby. Il lessico e gli argomenti di don Jacek Prusak sembrano essere spesso presi, parola per parola, dai manuali di omoideologia, […] il loro scopo principale è sempre lo stesso: fare un’apologia, la più grande possibile, dell’omosessualità in generale, e soprattutto del sacerdozio omosessuale, indipendentemente da quante manipolazioni siano necessarie per raggiungere questo obiettivo. Quando un ecclesiastico o un laico parlano in pubblico della posizione della Chiesa sull’omosessualità, quando la difendono e la sostengono, quando invitano a mantenerla, devono aspettarsi un attacco immediato e brutale di don Jacek Prusak, un attacco ripetuto anche su giornali particolarmente anticristiani. [… Egli] continua la tradizione di preti che esprimono idee contrarie all’insegnamento della Chiesa e proprio per questo vengono portati avanti dai mass media anticristiani di sinistra. Ne sono esempi don Michał Czajkowski, l’ex gesuita Stanisław Obirek e l’ex domenicano Tadeusz Bartoś. […] Qui è in gioco l’esistenza stessa della Chiesa. Tale ideologia e tali manipolazioni vanno soffocate sul nascere, dato che l’aumento di sacerdoti come don Prusak potrebbe creare seri problemi di sopravvivenza alla Chiesa stessa. Si potrebbe arrivare addirittura all’autodistruzione della Chiesa, il che è già successo in molti posti dell’Ovest. La Chiesa che contraddice se stessa, che rinnega i proprio insegnamento, non è utile a nessuno, muore, come la Chiesa in Olanda. […] Una teologia sbagliata è un pericolo mortale. Un teologo non competente può ridurre la fede, la teologia e la filosofia alla psicologia. Può insomma introdurre un’infezione nell’organismo della Chiesa, un “virus” contenente le idee malate dell’avversario, può contagiare se stesso ed il prossimo con malattie di altri. È quello che si è verificato nel caso di Eugen Drewermann, un ex prete tedesco, che ha iniziato a lavorare come professore di teologia dogmatica a Paderborn, e, poi, riducendo la teologia alla psicologia è finito con l’abbracciare le idee della New Age e del buddismo. Zygmunt Freud e Karol Jung sono diventati per lui più importanti di Gesù e San Paolo. […] Se tali teorie si diffondono, possono diventare distruttive per tutta la Chiesa, come in Olanda. È proprio là, fra l’altro, che la teologia malata di Edward Schillebeecks ha contribuito alla disgregazione e quasi alla morte della Chiesa, in precedenza molto viva. Infatti nell’arco di dieci anni, o poco più, quella Chiesa ha quasi cessato di esistere, quasi fosse stata minata alle fondamenta. Bisogna difendersi con determinazione contro questa “teologia olandese”. Qui si tratta dell’essere o non essere della Chiesa. Se agli omosessuali si permettesse di agire liberamente, si avrebbe, come conseguenza, la potenziale distruzione in breve tempo di diocesi e conventi interi, come avviene negli Stati Uniti, dove la vocazione al sacerdozio sempre più spesso viene chiamata gayprofession (soprattutto in riferimento ai gesuiti locali), oppure come in Irlanda dove gli uomini hanno paura di entrare in quei seminari vuoti temendo di essere subito accusati di qualche disturbo. La situazione è simile a quella che ebbe luogo agli inizi della Riforma protestante, quando paesi e nazioni intere si staccarono dalla Chiesa cattolica. Principali cause di quell’allontanamento sono state la grande decadenza morale e la dissolutezza nella quale vivevano alcuni ecclesiastici, papa Alessandro VI incluso. Così come il Concilio di Trento cercò di salvare la Chiesa tramite la sua conversione e l’aumento della disciplina, così [… il papa emerito] Benedetto XVI [… ha cercato] di salvarla tentando, per esempio, di ridurre al massimo l’influenza dell’omolobby ecclesiastica. Da ciò si evince il suo genio profetico e quello scientifico, qualificandolo come uno dei più grandi teologi del nostro tempo, capace quindi di sostenere una lotta spirituale. […] Proprio a causa di questa sua  puntuale risolutezza è così tanto respinto, e perfino odiato, da alcuni uomini della Chiesa, soprattutto dai membri dell’omolobby […]. Tarcisio Bertone, cardinale e [… già] Segretario di Stato Vaticano [… aveva insegnato che] “numerosi psichiatri e psicologi hanno dimostrato che non esiste relazione tra celibato e pedofilia, ma molti altri hanno dimostrato che esiste un legame tra omosessualità e pedofilia”. Inoltre, sottolineava che: “l’80 % dei pedofili condannati negli USA sono omosessuali. Anche tra i preti condannati per pedofilia gli omosessuali costituiscono il 90 %”. Questi dati dimostrano “che la Chiesa ha avuto più problemi con gli omosessuali che con i pedofili”. […] È importante capire perché la Chiesa per molto tempo non è riuscita a contrastare e superare il problema dell’omolobby. Non è dovuto soltanto alle influenze dell’omolobby stessa, come nel caso in cui le accuse nei confronti di un omosessuale in abito talare finivano sulla scrivania di un altro, e da lì nel cestino oppure, ancora peggio, tornavano nelle mani dello stesso accusato, affinché egli potesse vendicarsi quanto voleva sui suoi accusatori. Si è pertanto creata una qual forma di perversa solidarietà di gruppo, secondo il principio “difendiamo il nostro” anche se gravemente colpevole, solo perché è “il nostro”. Un’altra ragione è stata l’inconsapevolezza della gravità del problema. Per un prete normale il fatto che il male così grande possa essere così vicino a lui è qualcosa di inimmaginabile. Per di più, sacerdoti coscienziosi e diligenti sono di solito così carichi di lavoro da non aver spesso più le forze per occuparsi anche di questo problema. Del resto chi vorrebbe, senza una necessità, occuparsi di un tal genere di scelleratezze? Per questo motivo spesso, finché non scoppia veramente un grande scandalo, ci si comporta secondo il principio: “a piccoli passi, ma va avanti”. Infine, abbiamo a che fare con un’attività criminale, ma la Chiesa non è la polizia, non ha mezzi per affrontare con successo la criminalità organizzata. […] E gli atti di pedofilia e di efebofilia sono i  reati più gravi che si possano commettere sul corpo, sulla psiche e sull’anima di ragazzi ed adolescenti. Come gravemente devono essere malati i sacerdoti che ripetutamente commettono queste turpitudini per un attimo di piacere! Rovinano la vita al prossimo. […]. Simili atti di violenza sessuale sono, per un ragazzo normale, qualcosa di più orribile, una ferita enorme, un “omicidio” della sua anima. Spesso la vittima di un efebofilo non riesce a superare il trauma per tutta la vita, perde la fiducia negli altri, la stima di se stesso e perde il rispetto per le norme morali. Ma se questa depravazione viene commessa da un sacerdote, allora l’impatto è molto più doloroso, visto che proviene dalla persona che propugnava idee sublimi, verso cui la vittima nutriva una grande fiducia, e dalla quale aveva diritto di aspettarsi quanto di più nobile e virtuoso. Poi i ragazzi feriti dicono: “non metterò mai più piede in chiesa”, “tutti i preti sono mascalzoni”. Spesso perdono del tutto la fede oppure entrano nelle sette ed effettivamente a volte non ritornano mai più nella Chiesa. Eppure questi giovani sono stati i più vicini al sacerdote, provenivano spesso da famiglie credenti, erano chierichetti, lettori, partecipavano a campi, pellegrinaggi, ritiri spirituali: erano il vero tesoro ed il futuro della Chiesa. E così il lavoro prezioso, scrupoloso di tanti genitori, suore, catechisti, preti, vescovi viene rovinato dal comportamento spregevole di pochi uomini ignobili. In questa situazione può essere di grande aiuto ai ragazzi feriti la difesa sostenuta proprio da un altro prete. Tale appoggio può restituire loro la fiducia nella Chiesa, quando un altro sacerdote difenderà un ragazzo dal suo collega deviato e lo accompagnerà lui stesso alla polizia. E proprio in ciò consiste la fedeltà all’uomo ed a Cristo. È indispensabile interrompere sul nascere, senza indugio e ad ogni costo questi atti di pedofilia e di efebofilia. Non si può esitare, indipendentemente da quanto rischieremmo, chi ci inimicheremmo, che cosa potremmo perdere. Così come il padre ha il dovere difendere suo figlio anche a costo della propria vita, anche il  prete ha questo dovere, di difendere questi ragazzi, che sono figli di Dio. In Polonia la situazione e più pericolosa in quanto i gay e gli efebofili in abito talare più anziani possono avere legami con gli ex-dipendenti dei servizi segreti […] Tra questi preti gay venivano scelti molti collaboratori segreti, in quanto erano facilmente ricattabili. […] Se la loro indegnità venisse a galla, allora gli ufficiali dei servizi segreti soprannominati non avrebbero più mezzi per terrorizzarli, e di conseguenza la fonte del loro guadagno regolare si prosciugherebbe. Di conseguenza un sacerdote onesto che in difesa dei giovani si opporrà ad un pedofilo o efebofilo influente, può vivere una vera tortura. Può pertanto succedere che all’improvviso avrà contro di se non soltanto l’omomafia ecclesiastica di tutta la zona, ma anche le vecchie strutture di [… spionaggio]. […] Nei confronti dell’omomafia la Chiesa dovrebbe comportarsi in modo molto professionale, come un pubblico ministero oppure un ufficiale sul campo di battaglia. Occorre rendersi conto del fatto che la controparte si è spesso così degradata interiormente nel corso di molti decenni di vita nel peccato e nell’ipocrisia, da essere caduta al livello dei comuni criminali, e che in difesa dei propri interessi è pronta a commettere, con parole e fatti, le azioni peggiori. Bisogna essere preparati, e perfino non stupirsi, se saremo insultati pesantemente, se saremo accusati delle cose peggiori. […] Se qualcuno da decenni compie atti ignobili, allora è pronto a commettere azioni ugualmente spregevoli allo scopo di celare le proprie colpe e sfuggire alle responsabilità. È più facile mentire dicendo di non aver commesso nessun reato che percuotere o uccidere qualcuno. Occorre pertanto creare un vasto gruppo di uomini di buona volontà che ci difenderanno e che appoggeranno le nostre azioni. Dovrebbero appartenervi sacerdoti possibilmente di alto rango, esperti nei vari campi, archivisti, giuristi, poliziotti, giornalisti ed un nutrito gruppo di persone credenti, con l’obiettivo di scambiarsi informazioni, documenti e prove. Per bilanciare la potenza di una omolobby occorre una rete estesa di persone oneste. Internet è, per esempio, un potente mezzo di comunicazione che permette di creare una comunità mondiale di uomini interessati al destino della Chiesa e decisi ad opporsi all’omoideologia ed all’omoeresia. Quanto più sappiamo, tanto più possiamo. […] Tutti gli interventi vanno intrapresi con un grandissimo rispetto e amore per ogni essere umano, anche per gli autori di questi reati. L’essenza del cristianesimo è costituita dalla volontà di salvare possibilmente ogni essere umano, in quanto per i peggiori delinquenti ci può essere il rischio oltre che della perdita della vita terrena anche di quella eterna. E perciò costoro hanno particolarmente bisogno di maggiori attenzioni e di preghiera. Abele deve cercare di salvare non solo se stesso, ma anche tutti gli altri, Caino compreso. […]  Nella nostra lotta per la Chiesa di Gesù Cristo non dobbiamo lasciarsi ingannare da argomenti del tipo: “la Chiesa è madre, e della madre non si parla male”. Così dicono spesso coloro che questa madre l’hanno ferita di più, le hanno provocato una grave malattia, ed adesso non vogliono curarla. Se la Chiesa, la più buona delle madri, è malata, per farla guarire, bisogna disporre delle medicine più efficaci e delle diagnosi migliori, le più precise. Occorre quindi sapere quale sia la malattia e parlarne. […] Affinché la lotta contro il male sia efficace abbiamo bisogno di conoscere il problema. […] Sì, nella Chiesa cattolica esiste (così come in molti altri posti) l’omosessualità clandestina, che a seconda del grado di impegno dei suoi membri, delle loro parole ed azioni, si può descrivere con le definizioni: omoeresia, omolobby, omocongrega e perfino omomafia. Gli ambienti ecclesiastici di questo tipo si oppongono decisamente alla verità, alla moralità ed all’Epifania, collaborano con gli avversari della Chiesa, provocano la rivolta contro il Pietro dei nostri tempi, la Santa Sede e tutta la Chiesa. Benché i membri di questa lobby nella Chiesa costituiscano un piccolo gruppo, ricoprono spesso cariche importanti (alle quali aspirano intensamente), formano una rete stretta di connessioni, si appoggiano a vicenda ed è per questo che sono pericolosi. Sono pericolosi soprattutto per i giovani, sui quali incombono con la violenza sessuale. Sono pericolosi per loro stessi […]. Sono pericolosi per i laici e per gli ecclesiastici onesti che a loro si oppongono. Ed infine sono pericolosi per la Chiesa intera, perché quando le loro indegnità vengono a galla, quando diventano un argomento per i media, fanno sì che la fede di milioni di uomini si indebolisca, muoia perfino. Molti allora dicono: “in una Chiesa del genere non voglio stare né io né i miei figli e nipoti”. In tale modo uomini corrotti e malfattori omosessuali diventano per milioni di fedeli un grande esempio di depravazione, un ostacolo enorme sulla via della fede, della salvezza, di Cristo. E tutto questo per pochi decenni di vita soddisfacente nel peccato! Può esserci una colpa maggiore? Eppure la Chiesa è stata creata come una bellissima, perfetta comunità di amore e di bene per coloro che si vogliono salvare, che vivono nell’amicizia con il loro Signore e con se stessi. Non possiamo permettere di distruggere il nostro tesoro più grande. Siamo fiduciosi e tranquilli. La gente sana ed onesta costituisce la stragrande maggioranza. Bisogna soltanto informarla in modo adeguato, mobilitarla ed unirla nell’azione. Ogni verità, anche quella più difficile, dovrebbe portarci alla creazione del bene, alla lotta per la prosperità dell’uomo e della Chiesa. Nonostante tutti i suoi peccati e debolezze è proprio la Chiesa la miglior opportunità che abbiamo. Anche perché il male, anche quello omosessuale, è molto più presente al di fuori della Chiesa, nelle altre collettività. […] In questa Chiesa, composta da oltre un miliardo di membri, solo poche migliaia di persone compiono atti indegni, mentre centinaia di milioni di cattolici e di cattoliche sono onesti e pii. […] Dire “abbandono la Chiesa, perché dentro di essa c’è troppo male ed è troppo affetta dal peccato”, è come dire “io sono troppo buono per essa”, “io sono un uomo migliore, più bravo di Madre Teresa, della Vergine Maria o dello stesso Gesù Cristo”, mentre per questi ultimi la Chiesa è, nonostante tutto, abbastanza buona per rimanere in essa, per amarla e difenderla. Perché questa Chiesa appunto ha il più di Dio, quindi nello stesso tempo ha il più del vero, del bene e del bello. E, proprio rimanendo e crescendo all’interno della Chiesa si possono raggiungere le vette più alte del cristianesimo e dell’umanità […].

Fin qui don Dariusz Oko.

L’omoeresia, purtroppo, è pienamente in atto, è una versione ecclesiastica dell’omosessualismo e consiste, ai nostri giorni, in un rifiuto aperto del Magistero della Chiesa cattolica sull’omosessualità. I sostenitori dell’omoeresia non accettano sentire dire che la tendenza omosessuale sia un disturbo della personalità e, mettendo in dubbio la stessa Sacra Scrittura, non vogliono assolutamente considerate gli atti omosessuali come contrari alla legge naturale. I difensori dell’omoeresia, inoltre, contrariamente a quanto affermato dai documenti della Chiesa, sono a favore del sacerdozio per i gay.

 

Leonardo Motta

Ddl Zan, Baldassarre (Lega): “Sinistre spingono per una legge inutile e deleteria”

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Il commento dell’europarlamentare della Lega, Simona Baldassarre. Il 20 ottobre ritorno discussione alla Camera

Sul DDL Zan commenta così l’europarlamentare della Lega, Simona Baldassarre: “PD e 5 Stelle litigano su tutto: Mes, Sicurezza  e poltrone. Ma su una cosa vanno d’accordo: il DDL Zan. Le sinistre non la smettono con la loro crociata ideologica, e continuano a spingere per una proposta di legge inutile e deleteria”.

È prevista per il 20 ottobre la ripresa della discussione alla Camera. Tanti, dalla CEI alle femministe, stanno ripetendo che le idee non possono essere mai processate. “Le vere necessità dei cittadini sono altre”, continua l’europarlamentare.

E conclude: “Faccio, ancora una volta, un appello ai cattolici e ai liberali che siedono in Parlamento perché si facciano avanti e dicano ‘NO’ a chi pretende di imporre agli italiani cosa dire, cosa pensare e in cosa credere”.

Da

https://www.google.com/url?q=https://vocecontrocorrente.it/ddl-zan-baldassare-lega-sinistre-spingono-per-una-legge-inutile-e-deleteria/&source=gmail&ust=1601754122202000&usg=AFQjCNHF39hgq1rQPD1zgbY-tgLaErH9GQ

La decisione di Trump che cambierà il mondo

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QUINTA COLONNA

Segnalazione di BastaBugie

Con la cattolica Amy Coney Barrett alla Corte Suprema l’aborto ha le ore contate (VIDEO: Trump nomina Amy Coney Barrett)
di Ermes Dovico

Dopo giorni di pronostici e indiscrezioni, adesso c’è la certezza: Donald Trump ha nominato Amy Coney Barrett come candidata a prendere il posto alla Corte Suprema lasciato libero dalla morte di Ruth Bader Ginsburg. La nomina, la terza di questo tipo in appena quattro anni di mandato per Trump, è stata ufficializzata dal presidente americano alle 17 di ieri a Washington (le 23 in Italia), in una cerimonia breve ma di grande significato.
Trump ha sottolineato le grandi «credenziali» della Barrett, attestate dal suo eccellente curriculum, e in particolare la sua «lealtà alla Costituzione». Davanti alla famiglia della giudice, ha detto che Amy è una «madre profondamente devota», che ha «un incredibile legame con il suo figlio più piccolo, con la sindrome di Down». Ne ha quindi ringraziato i sette figli (due adottati ad Haiti), chiamandoli per nome, «per aver condiviso la vostra mamma con il Paese», dove la Barrett contribuirà a difendere la «giustizia», la «libertà religiosa», la «sicurezza».
Amy, tenendo un atteggiamento umile, ha promesso dal canto suo di dare il meglio di sé, «se il Senato mi confermerà». E ha aggiunto: «Io amo gli Stati Uniti e la Costituzione americana». Si è soffermata nel ricordo della Ginsburg e nell’amicizia che questa aveva con il giudice Antonin Scalia, nonostante le idee agli antipodi (pro aborto la prima, pro vita il secondo). Ha quindi richiamato la propria esperienza professionale nell’ufficio dello stesso Scalia, da cui ha imparato una lezione fondamentale: «Un giudice deve applicare la legge com’è scritta», perché «un giudice non è un legislatore». Anche lei ha chiamato i suoi figli uno per uno, ha poi ringraziato il marito Jesse per il suo supporto fondamentale ed espresso gratitudine ai genitori. A conclusione dell’evento, la foto di Donald e Melania con la famiglia Barrett. A giudicare dalle premesse, è quello che si direbbe un buon inizio, con tanto di dichiarazioni programmatiche.

LA GIOIA DEL MOVIMENTO PRO LIFE
Le previsioni, dunque, sono state rispettate, per la gioia del movimento pro life – che vedeva in Amy Coney Barrett la migliore candidata alla Corte Suprema – e il disappunto, per usare un eufemismo, dei gruppi abortisti che hanno fatto di tutto per gettare discredito su di lei. E non si tratta solo di una storia di questi giorni, ma di un pregiudizio che viene alimentato da anni.
Ricordiamo quanto avvenuto nel 2017, quando iniziò il suo lavoro come giudice federale alla Corte d’Appello per il Settimo Circuito (che interessa i tribunali di Illinois, Indiana e Wisconsin). Proprio in quell’anno, dopo essere stata nominata da Trump, divenne famosa anche fuori dai confini americani per una frase che la senatrice democratica di lungo corso Dianne Feinstein le rivolse durante l’udienza di conferma della nomina: «Il dogma vive con forza dentro di lei, e questo è preoccupante». La nomina fu poi confermata con un voto di 55-43.
Si è già accennato al tirocinio (dal 1998 al 1999) che la Barrett fece nell’ufficio del giudice di Corte Suprema, Antonin Scalia, ritenuto uno dei massimi esponenti dell’originalismo. In quel periodo si guadagnò dai suoi colleghi l’appellativo di “Conenator”, un gioco di parole tra il suo cognome da nubile e la sua capacità, come riporta il Chicago Tribune, di «distruggere argomenti legali inconsistenti». E la stessa Barrett, come risulta evidente anche dalle parole pronunciate ieri alla Casa Bianca, ha detto in passato di ispirarsi alla dottrina originalista, che intende interpretare la Costituzione nel significato originale di chi l’ha scritta.
Tra le altre esperienze professionali, vanno ricordati i diversi anni da docente universitaria in materie giuridiche alla Notre Dame Law School. Significativo è il discorso che la Barrett tenne nel 2006 davanti ai laureandi, in cui spiegò agli studenti che per distinguersi nel mondo quali laureati di un’università (cattolica) come la Notre Dame Law School avrebbero dovuto «sempre tenere a mente che la vostra carriera legale non è che un mezzo per arrivare a un fine», e «quel fine è costruire il regno di Dio».
Il nome di Amy Barrett figura tra quello delle donne cattoliche firmatarie di una lettera rivolta ai Padri del Sinodo sulla Famiglia del 2015. Nella missiva si ricordano la verità e bellezza degli insegnamenti della Chiesa sul «valore della vita umana dal concepimento alla morte naturale», sulla «complementarità di uomini e donne», «sull’apertura alla vita e il dono della maternità; e sul matrimonio e la famiglia fondati sull’impegno indissolubile di un uomo e una donna».

PLANNED PARENTHOOD SUL PIEDE DI GUERRA
La Barrett è stata attaccata per la sua appartenenza a People of Praise. Sono stati ovviamente i media liberal americani (molti di loro, New York Times incluso, hanno tra l’altro fatto confusione con il nome di un altro gruppo, vedi qui) a dare il la al tentativo di screditarla, e quelli italiani hanno rilanciato parlando di «una sorta di setta» (La Repubblica) o anche di «oscura associazione religiosa» (Il Sole 24 Ore). Più semplicemente, come spiega il suo sito web, People of Praise è un gruppo carismatico che esiste dal 1971, riunisce cattolici (in prevalenza) e protestanti, e ha finalità ecumeniche. Dunque, il problema per i grandi giornali è questo gruppo – che al più può generare dibattito tra cristiani – o il fatto che una sua nota partecipante sia contro l’aborto?
A proposito, sono pochi i casi relativi all’aborto in cui è stata coinvolta nei tre anni da giudice federale. Il primo di questi, Planned Parenthood v. Commissioner, nel 2018, riguardava una legge dell’Indiana che chiedeva di seppellire o cremare i resti dei bambini abortiti. La Barrett votò nel senso di consentire allo stato dell’Indiana di difendere la sua legge nel corso di un’udienza con la corte al completo. Nello stesso senso votò in un altro caso, Planned Parenthood v. Box, nel 2019, quando il colosso abortista sfidò una legge dell’Indiana che richiedeva di informare i genitori prima di praticare l’aborto su una minore. In un terzo caso, Price v. City of Chicago, fu chiamata a pronunciarsi sulla legittimità di una “zona cuscinetto” all’esterno delle strutture abortive, così come stabilita da un’ordinanza della città di Chicago. Anche la Barrett, all’unanimità con gli altri giudici, votò per mantenere l’ordinanza perché uguale a una legge del Colorado che era stata avallata dalla Corte Suprema in un precedente giudizio – giudizio che le corti di grado inferiore sono tenute a rispettare.
Tornando alla sua nomina alla Corte Suprema, ora la palla passa al Senato, dove i Repubblicani hanno una maggioranza di 53-47. Possono quindi permettersi di perdere fino a tre voti, con la consapevolezza che Mike Pence, da presidente dell’assemblea, farebbe, in caso di pareggio, da ago della bilancia.

Nota di BastaBugie
: Andrea Marinelli nell’articolo seguente dal titolo “Amy Coney Barrett: chi sono gli originalisti di cui fa parte la giudice nominata da Trump” spiega cos’è la corrente conservatrice che vuole interpretare la costituzione per come è stata scritta dai padri fondatori, a cui appartiene Amy Coney Barrett.
Ecco l’articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 27 settembre 2020:
Donald Trump ha nominato sabato sera Amy Coney Barrett per sostituire la giudice Ruth Bader Ginsburg, scomparsa venerdì 18 settembre a 87 anni. Ultraconservatrice, cattolica, «ACB» – così è stata già soprannominata – ha 48 anni ed è molto stimata da conservatori e progressisti, nonostante il partito democratico stia facendo muro contro la nomina, che sbilancerebbe a destra la Corte (con una maggioranza 6-3). Coney Barrett è però soprattutto una «originalista», ovvero parte di una corrente che interpreta la costituzione per come è stata scritta e intesa dai padri fondatori, quando la ratificarono il 21 giugno 1788. Secondo gli originalisti, il testo – entrato in vigore il 4 marzo 1789 – non dovrebbe essere interpretato secondo i tempi correnti e seguire quindi i cambiamenti della società americana, ma deve essere letto per come fu concepito dai firmatari. «Per un originalista», scrisse proprio Coney Barrett in un articolo pubblicato nel 2017 sulla Notre Dame Law Review, «il significato del testo è fisso, finché è rintracciabile».
Anche gli altri giudici nominati da Trump, Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh, si considerano originalisti. Proprio al momento della nomina di Kavanaugh,nel luglio 2018, il consigliere giuridico di Trump Leonard Leo, vicepresidente esecutivo della conservatrice Federalist Society, dichiarò a Fox News che il presidente seguiva «un movimento che vuole spingere la Corte verso un maggior originalismo. La legge – chiariva Leo – ha un significato ben preciso». Il movimento, dunque, è strettamente legato alla destra americana, ma è soprattutto un codice: per i repubblicani definisce un giudice «non attivista» di sinistra, per i progressisti uno «molto conservatore». Per i sostenitori è la forma più pura di interpretazione del testo, per i detrattori è una filosofia legata invece «al passato discriminatorio degli Stati Uniti». Come ha scritto però il Washington Post, la spiegazione è ben più complessa di queste definizioni che cadono lungo le linee dei due partiti.
«L’originalista originale», come lo ha definito tempo fa Quartz, è stato Antonin Scalia, giudice ultraconservatore nominato da Ronald Reagan nel 1986, che ha reso questo «approccio storico» un popolare argomento di discussione fra giuristi, politici e avvocati conservatori, ma anche fra i liberal. Nei suoi trent’anni di mandato, Scalia ha avuto una profonda influenza sulla Corte Suprema, sostenendo che la Costituzione fosse un testo «morto», non «vivo» e quindi interpretabile. […] Il termine è stato coniato all’inizio degli anni Ottanta dall’ex preside della Stanford Law School Paul Brest, che lo usava per definire una posizione che criticava, ma le origini del movimento sono rintracciabili in un articolo scritto dal giudice Robert Bork – nominato da Ronald Reagan alla Corte Suprema nel 1987, ma bocciato dal Senato – sull’Indiana Law Journal nel 1971. Da allora, l’originalismo si è evoluto: se inizialmente si focalizzava «sull’intento» dei costituenti, a partire negli anni Novanta si è concentrato sul testo così come era scritto, dando vita alla corrente del «testualismo», su cui si basa l’originalismo moderno.
Per i conservatori l’originalismo era soprattutto la risposta a quello che consideravano un attivismo progressista, un esercizio politico del potere giudiziario. […] Il contributo di Scalia all’originalismo ha però lasciato un segno profondo sulla Corte e sull’intero Paese, al punto che oggi quattro dei cinque giudici conservatori che già siedono nel massimo tribunale – gli altri sono Clarence Thomas e Samuel Alito – si definiscono così. L’unico conservatore a non seguire come «guida esclusiva» il significato originale della costituzione è il presidente della Corte John Roberts, quello che più spesso, in questi anni, ha votato con i giudici progressiti.

https://www.youtube.com/watch?v=IgV9gBxwF1U

ASCOLTA (leggo per te)

Titolo originale: Corte Suprema, Trump ha nominato Amy Barrett
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 27-09-2020
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