Papa Francesco: “Gli omosessuali hanno diritto a una famiglia. Sì alle unioni civili”

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“Ancora una volta Bergoglio si dimostra in maniera sempre più evidente uno strenuo propugnatore delle cause LGBT distanziandosi quotidianamente e inesorabilmente dai Valori della dottrina Cristiano-Cattolica. 

Non stupisce che Bergoglio parli in questo modo, in continuità con le regole del mondo e non con quelle di Dio e apparendo sempre più un semplice influencer da social network e sempre meno la Vera guida spirituale della Chiesa”.
PIETRO PERUZZI
Roma, 21 ott – “Gli omosessuali hanno diritto a una famiglia. Sono favorevole alle unioni civili“. Sono le inaudite parole di papa Francesco contenute in un documentario diretto da Evgeny Afineevsky in uscita oggi alla Festa del cinema di Roma. Le clamorose affermazioni di Bergoglio, destinate a scatenare un terremoto nella Chiesa e tra i fedeli sono volutamente generiche e irrituali: “Le persone omosessuali – sostiene il Pontefice – hanno il diritto di essere in una famigliaSono figli di Dio e hanno diritto a una famiglia. Nessuno dovrebbe essere estromesso o reso infelice per questo. Ciò che dobbiamo creare è una legge sulle unioni civili. In questo modo sono coperti legalmente. Mi sono battuto per questo“.

Un Papa che vuole fare troppo poco il Papa

Sta parlando il capo dello Stato della Chiesa, il politico quindi? O il vicario di Cristo? (anche se Bergoglio ha rinunciato a usare il titolo che però è di natura teologica e non giuridica). Perché un Papa da che mondo è mondo non si occupa di leggi per le unioni civili fuori dal Vaticano (dove non saranno mai e poi mai permesse). Bergoglio quindi sta volutamente parlando all’umanità come se non fosse il Papa. Il problema è che lo è, anche se magari preferisce fare dichiarazioni da “influencer” e prendere posizioni che esulano dal suo mandato di capo della Chiesa cattolica apostolica romana. Sì, è vero il Papa ha sempre fatto ingerenze sulla politica fuori dalla Chiesa, ma applicando il dogma, rifacendosi al Vangelo, alla Bibbia. Quella Bibbia che dice “andate e moltiplicatevi”, appunto.

La telefonata di Bergoglio alla coppia omosessuale con tre figli

Nel documentario dal titolo “Francesco” c’è anche una telefonata del Papa a una coppia di omosessuali, con tre figli piccoli, in risposta ad una loro lettera in cui mostravano il loro grande imbarazzo nel portare i loro bambini in parrocchia. Bergoglio al telefono consiglia a tale Rubera di portare comunque i bambini in parrocchia non dando peso ai giudizi. Inoltre c’è la testimonianza dell’omosessuale cileno Juan Carlos Cruz, vittima di abusi sessuali da parte di un sacerdote, presente alla kermesse romana insieme al regista. “Quando ho incontrato Papa Francesco mi ha detto quanto fosse dispiaciuto per quello che era successo. ‘Juan, è Dio che ti ha fatto gay e comunque ti ama. Dio ti ama e anche il Papa poi ti ama‘”.

Un’apertura così esplicita come quella del Papa creerà grande confusione, soprattutto tra chi ritiene che il dogma, ossia la verità rivelata da Dio, non possa essere ridefinito così radicalmente dalla Chiesa. Perché la famiglia di cui parla Bergoglio in merito alle unioni civili non è neanche lontanamente quella del dogma cristiano.

Adolfo Spezzaferro

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Il temerario rinnovo del Trattato tra Cina e Vaticano

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(Luca Della Torre) È oramai ufficializzata l’intesa tra lo Stato del Vaticano e la Repubblica Popolare Cinese. Il prossimo 22 ottobre la Santa Sede ed il criminale governo dittatoriale comunista di Pechino ratificheranno il rinnovo per altri due anni dell’Accordo internazionale provvisorio e segreto sottoscritto nel 2018. La Santa Sede sotto l’imperio del Pontefice Bergoglio nel suo ruolo di Autorità spirituale rappresentate della comunità cristiana cattolica a livello giuridico nelle relazioni internazionali, si è intestardita così a sigillare un patto che, essendo completamente sbilanciato a favore del potere politico di Pechino e asimmetricamente privo del principio di reciprocità dei ruoli sovrani, addensa cupe nuvole nere sulla libertà di fede dei cittadini cinesi cattolici e incrina fortemente l’autorità morale, la moral suasion, si dice in ambiente diplomatico, della Chiesa. Sono due le criticità che analisti, studiosi, diplomatici nella comunità internazionale, in modo unanimemente trasversale, colgono nell’incauta decisione della Santa Sede di procedere nell’avvio di relazioni diplomatiche con lo Stato che detiene da anni il triste primato delle violazioni sistematiche dei diritti della persona umana, secondo i reports del Comitato ONU dei Diritti Umani. In primo luogo l’azione diplomatica dei negoziatori della Santa Sede è stata caratterizzata pubblicamente da una forte connotazione ideologica nel corso delle trattative. La pregiudiziale ideologica antioccidentale del Pontefice Bergoglio a favore di improbabili quanto pericolosi esperimenti ideologici in cerca di una “terza via” è ben nota a tutta la comunità internazionale: in molteplici occasioni il Papa argentino non ha fatto mistero di nutrire profonda antipatia per il modello politico istituzionale e sociale USA ed europeo, giungendo ad affermare con autoreferenziale leggerezza di essere contento quando l’establishment istituzionale USA lo critica, e accusando altrettanto pesantemente la UE di non condividere la sua visione strategica immigrazionista, che tanto caos sociale, culturale politico in verità sta generando nella società civile.

«Col suo intervento a gamba tesa contro la proroga, quasi un messaggio mafioso», è il commento duro che arriva dal Vaticano, «Pompeo ci ha fatto un favore. Ha dimostrato che la nostra linea non è condizionata da nessuno». Così riporta il Corriere della Sera lo stato di estrema tensione tra Vaticano e USA. Le stizzite, umorali, financo rancorose dichiarazioni dei negoziatori della Santa Sede nei confronti delle legittime esternazioni del Segretario di Stato USA Mike Pompeo contro il rinnovo dell’Accordo con la Repubblica Popolare Cinese purtroppo fanno certamente il paio con le doti caratteriali del Papa, ma in verità evidenziano una sconcertante, preoccupante mancanza di conoscenza adeguata del profilo politico diplomatico di estrema cautela che le Cancellerie di quasi tutto il pianeta hanno assunto nei confronti dell’aggressiva violenta strategia geopolitica che il regime del nuovo imperatore cinese XiJinping ha impresso alla Cina nelle relazioni internazionali. Il fatto è che le critiche all’azione politica internazionale “mondialista” del Pontefice Bergoglio, un papa “post-occidentale” promotore di una geopolitica a 360 gradi che pone indistintamente sullo stesso piano istituzionale governi liberali che si ispirano al primato dei diritti della persona umana e della democrazia e criminali regimi totalitari o dittatoriali, comunisti e atei, non provengono solo dalla diplomazia USA, ma de facto sono manifestate dalla quasi totalità delle Organizzazioni politiche internazionali e degli Stati global players del pianeta.

Ecco dunque la seconda criticità palese della tattica politica diplomatica della Santa Sede sotto Papa Bergoglio: la grossolana ingenuità nel leggere i processi politici istituzionali internazionali non secondo il rigoroso realismo della tutela della pace, della sicurezza internazionale e della cooperazione nel campo dei diritti umani come stabilito dall’art.1 dello Statuto ONU, bensì secondo utopiche, irrealistiche quanto ideologizzate populistiche chiavi di lettura che ignorano del tutto la realtà della prassi della geopolitica attuale. Nel recentissimo meeting in streaming di fine settembre tra le autorità della UE, la Commissione europea, la Presidenza del Consiglio UE ed il governo di Pechino sullo stato dei rapporti tra UE e Cina, le valutazioni dei vertici europei sono state estremamente scettiche. La Cancelliera tedesca Merkel ha espressamente affermato che «sulla Cina non c’è da farsi illusioni»; la Commissione UE ha espressamente qualificato il regime cinese in un suo paper ufficiale un nemico potenziale, enemy strutturale in quanto portatore di un modello di governance in aperto contrasto con il sistema dello stato di diritto e democratico europeo. Il regime comunista di Xi Jinping, forte del formidabile collante nazionalista cinese, sta ponendo in atto da tempo palesi, gravissimi attentanti alla pace ed alla sicurezza internazionale violando molteplici accordi di diritto internazionale relativi alla sovranità territoriale e marittima di tanti Stati sovrani: in soldoni sta aggredendo militarmente Paesi sovrani secondo una logica di espansionismo politico che ricorda i regimi totalitari del XX secolo: la Cina intende estendere le proprie acque territoriali all’intero Mar Cinese Meridionale, in violazione degli accordi internazionali del Trattato di Montego Bay, al fine di dividere di fatto l’Oceano Pacifico da quello Indiano e fare del Sud-Est asiatico una propria enclave; la Cina minaccia costantemente la sovranità dello Stato di Taiwan, repubblica democratica cinese, asserendo che l’isola deve entrare a far parte del territorio della Repubblica Popolare Cinese; la Cina viola da anni provocatoriamente lo spazio aereo giapponese, affermando il suo diritto sulle isole Senkaku, in violazione degli accordi di pace della Second Guerra Mondiale e del Trattato di Sicurezza tra USA e Giappone.

I diritti umani fondamentali sono permanentemente violati dal regime di Xi Jinping, in nome di un ribaltamento assiologico del rapporto tra legge e diritto, in ossequio ad ogni credo politico totalitario: nel Libro Bianco del Partito Comunista Cinese del 2019 si contesta testualmente il principio occidentale della Rule of Law, ovvero il sistema dello “stato di diritto” per cui l’azione di ogni governo deve comunque sottostare alla legge eguale per tutti, a favore di un principio tutto cinese della Rule by Law, per cui il potere del Partito Comunista cinese è al di sopra della legge e dunque non risponde ad essa in quanto depositario virtuoso del bene supremo del Paese. Come puntualmente afferma con lucida vis l’ex Nunzio apostolico negli USA Mons. Viganò perché, se «Bergoglio può impunemente affermare che Trump non è cristiano evocando i fantasmi del nazismo e del populismo, per quale motivo il Segretario di Stato americano, con un obiettivo più che lecito di sicurezza internazionale, non avrebbe il diritto di esprimere il suo giudizio sulle connivenze della Santa Sede nei riguardi della più feroce – ma anche più potente ed influente che mai – dittatura comunista?» Questo rinnovo della ratifica dell’Accordo tra Santa Sede e Repubblica Popolare Cinese pare sorgere sotto i peggiori auspici geopolitici e di diritto internazionale: il Papa argentino ancora una volta pare mostrare completa indifferenza nei confronti del sempre più numeroso popolo dei fedeli e di presibiteri che denunziano con accorata preoccupazione i timori per la libertà di fede sul pianeta. Il Cardinale birmano Bo, come presidente della Federazione delle Conferenze episcopali asiatiche, ha scritto che «il regime cinese guidato dall’onnipotente Xi Jinping e dal Pcc – non dal suo popolo – deve a tutti noi delle scuse e il risarcimento per la devastazione che ha causato. Per il bene della nostra umanità comune, non dobbiamo avere paura di chiedere conto a questo regime. I cristiani credono, nelle parole dell’apostolo Paolo, che dobbiamo “rallegrarci con la verità”, perché come dice Gesù, “la verità ti renderà libero”. Verità e libertà sono i due pilastri su cui tutte le nostre nazioni devono costruire fondamenta più sicure e solide». Verità e libertà sono assolutamente bandite nella Cina comunista.

Lo stesso Benedict Rogers, giornalista inglese e attivista per i diritti umani, fondatore di Hong Kong Watch, il principale osservatorio sulla violazione dei diritti della persona nella ex colonia britannica e profondo conoscitore della realtà politica cinese insiste sul punto che questo Accordo conferisce al Partito Comunista un ruolo decisionale nella nomina dei vescovi cattolici: questa clausola ha costretto diversi vescovi cattolici della Chiesa “sotterranea”, da sempre fedeli a Roma, a farsi da parte a favore di vescovi nominati da Pechino. Di per sé un tradimento totale di membri del clero che hanno mostrato, a caro prezzo personale, devozione assoluta a Roma, come il caso del Vescovo Monsignor Vincenzo Guo Xijin, uno degli alti prelati non sottomesso al regime comunista, privato già del suo incarico proprio da Papa Bergoglio, ed ora dimissionario in occasione della stipula dell’Accordo per non piegare il capo alla prepotenza del criminale regime di Pechino. I retroscena dell’Accordo in verità sono già noti perfettamente nelle Cancellerie e presso i diplomatici che operano in sinergia con le intelligence internazionali: al Vescovo di Roma viene riconosciuta da parte del governo di Pechino la sovranità spirituale internazionale di Capo supremo della Chiesa: ma a quale prezzo? Il Papa, per nominare i vescovi e governare la Chiesa Cattolica fedele a Roma, dovrà sottoporre le sue deliberazioni al filtro della Conferenza episcopale della Chiesa cinese, organismo istituzionale e politico controllato dal Partito Comunista Cinese, a differenza naturalmente degli organismi analoghi presenti nelle altre nazioni. In buona sostanza il Pontefice Bergoglio potrà solo proporre i nomi dei suoi Vescovi e collaboratori che poi la Cina può bocciare o no. Un pessimo accordo, come già abbiamo scritto, che apre il vulnus della “sinizzazione” della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, un processo abile, quanto sottile e astuto nel miglior stile della diplomazia cinese, che mira a tramutare la Chiesa di Cristo ed il messaggio evangelico in uno strumento delle esigenze ideologiche del malefico impero comunista cinese.

 

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Il temerario rinnovo del Trattato tra Cina e Vaticano

Speranza ha vinto: già ci sono i delatori

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Ma che brutte persone quelli che a Pontinia, vicino Latina, hanno mandato i carabinieri a una festa di matrimonio dove gli invitati erano in sovrannumero rispetto a quanto stabilito dal sacro Dppcm. E i militari, naturalmente, hanno multato tutti e adesso sequestrano pure la villa. Perché era una villa, con gli 82 commensali a debita distanza: niente da fare, duro decreto sed decreto, la legge è uguale per tutti e non guarda in faccia a nessuno. Quasi. Inflessibili i tutori dell’ordine, nel giubilo dell’assessore regionale alla Sanità: “Irresponsabili, giustizia è fatta”.

Stessa musica a Zafferana Etnea, dove a festeggiare gli sposi erano in 54 e sono stati tutti stangati al momento del brindisi. Questo matrimonio non s’ha da fare!, han deciso gl’innominati da quei vigliacchi senza faccia che sono. E se lo ricorderanno fin che campano, le due coppie, questo giorno in cui sono stati trattati da terroristi, questo giorno sognato, sudato, rovinato per sempre.

Chissà, fosse stata una festa nuziale di rom, per dire, se le solerti sentinelle sarebbero state altrettanto tempestive. E chissà quanto ha contato negli spioni la preoccupazione per il Covid e quanto invece una sorta di invidia, di meschinità sociale da figli di puttana. Gente così: di sinistra, geneticamente modificata, incarognita con la scusa della giustizia sociale (e pure sanitaria). Han subito messo in pratica le raccomandazioni del ministro Speranza, e per questo restano delle brutte persone; quelle per bene, che non si sarebbero mai sognate, si convincono sempre più che questo è un paese di merda, solo a dargliene la possibilità. In democrazia la delazione è spregevole, nei regimi comunisti è meritoria. Avanti popolo, che è solo un debutto.

Max Del Papa, 20 ottobre 2020

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Speranza ha vinto: già ci sono i delatori

La Azzolina prepara l’inno di regime da cantare in classe: «”Bella ciao” diffonde valori universali»

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Bella Ciao, la canzone “rossa” per eccellenza, da cantare in classe come fosse l’Inno nazionale. Siete pronti alla scuola di regime? Lucia Azzolina, ministro per l’Istruzione, ha già fatto capire che aria tira per gli studenti italiani.

Azzolina intona l’inno partigiano: alla faccia degli elettori M5s

Lo ha fatto rispondendo ad un’interrogazione del deputato di Fratelli d’Italia e vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli. «Il brano Bella Ciao – dice la ministra che siede sulla poltrona che fu anche di Giovanni Gentile – è parte del patrimonio culturale italiano, noto a livello internazionale, tradotto e cantato in tutto il mondo. È un canto che diffonde valori del tutto universali di opposizione alle guerre ed agli estremismi».

Rampelli: “Come può un inno partigiano essere di tutti?”

L’interrogazione di Rampelli trae spunto dalla notizia che «presso le scuole medie dell’istituto Ottaviano Bottini di Piglio, l’insegnante di musica ha assegnato da eseguire Bella Ciao. Brano simbolo della Liberazione che abbiamo festeggiato il 25 aprile. Ignorando che, mentre tale data rappresenta oggettivamente la liberazione dell’Italia dalla dittatura e dall’occupazione nazista, l’inno partigiano è divisivo. In quanto rappresenta una parte politica ben definita. Una parte purtroppo protagonista anche di violenze efferate e ingiustificate, anche nei confronti di civili, preti, donne e bambini».

Bella Ciao, la proposta del Pd per farlo diventare inno

«Da quanto riferito, la canzone Bella Ciao – sostiene la titolare del dicastero di Viale Trastevere – ha sempre fatto parte del libro di testo adottato dalla scuola. In particolare, il brano in questione, assegnato con lo scopo di essere suonato con il flauto dai discenti, rientra nel novero dei canti popolari in trattazione nell’ambito della musica leggera e precisamente nel capitolo dedicato alle canzoni del presente e del passato». Cosa aspettarsi, dunque? Quello che vuole il Pd. Infatti, alcuni parlamentari Pd– tra cui Piero Fassino, Michele Anzaldi, Stefania Pezzopane, Patrizia Prestipino e Gian Mario Fragomeli – hanno presentato alla Camera una proposta di legge per inserire nei programmi scolastici lo studio del brano, così da ottenere il riconoscimento ufficiale della canzone simbolo della lotta partigiana come canto ufficiale dello Stato italiano, quasi alla pari dell’Inno di Mameli. E la Azzolina, con la risposta a Rampelli, ha fatto da sponda perfetta. E il governo, da giallorosso, diventa sempre più rosso. Con grande scorno degli elettori M5s.

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La Azzolina prepara l’inno di regime da cantare in classe: «”Bella ciao” diffonde valori universali»

La Francia si è rubata il Monte Bianco….patata bollente per Di Maio

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Un tornello vieta l’accesso al colle del Gigante. E non si vola più col parapendio. Il blitz dei francesi con un’ordinanza di sorvolo anche sul suolo italiano

Un tratto di matita, un tornello a quota 4800 metri come se fosse una stazione della metropolitana e la Francia di Macron si è rubata il Monte Bianco. Finisce con un “furto su base cartografica” un contenzioso internazionale che dura dal 1860 e che la prima montagna da scalare per Luigi Di Maio, ministro degli gli Esteri.

La vicenda della proprietà della cima del monte Bianco, come d’altronde tutti i contenziosi internazionali, è complessa e affonda le sue radici nella storia italiana, precisamente nei Trattati di Torino del 24 marzo 1860 e nel Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947. Entrambi definiscono il confine tra Francia e Italia nello spartiacque fluviale e che costituisce il confine naturale e idrogeologico della cima contea. Stando alla natura che ha ispirato da sempre i cartografi, il confine da sempre è passato sulla “displuviale del colle del Gigante, lasciando una consistente porzione di punta Helbronner e tuta la zona circostante al rifugio Torino ampiamente i in territorio italiano”.

E invece, mentre l’Italia si dibatteva tra sondaggi, Papeete e mojito per concludere agosto con la crisi di Governo, i francesi si sono organizzati per la “il furto del secolo”. Con un’ordinanza “estiva” i Comuni di Chamonix e di Saint-Gervais hanno vietato il sorvolo in parapendio di tutta la zona della vetta del monte Bianco, dando vita ad un atto di prepotenza ma anche di violazione del territorio he ricade sotto la sovranità italiana. Nell’800 un simile atto di ostilità avrebbe scatenato una guerra tra Italia e Francia. Per fortuna oggi esiste la diplomazia e il diritto internazionale, così l’Istituto geografico militare, ricevuta la segnalazione dell’ordinanza dalla Guardia di finanza di Entrèves (Courmayeur), ha informato della questione il ministero degli Affari Esteri, invitandolo ad attivarsi per trovare una soluzione. Ricevuta la nota della Guardia di finanza, la Procura di Aosta ha aperto un fascicolo, mentre il sindaco di Courmayeur, Stefano Miserocchi, ha inoltrato tutta la documentazione alla Regione Valle d’Aosta chiedendo di fissare un incontro”.

La storia del furto della montagna più alta d’Italia e del vizietto francese di spostare i confini a piacimento e per interesse, è diventata un’interrogazione firmata dai senatori La Russa, Ciriani, Urso, Santanchè, Bertacco, La Pietra, Maffoni, Petrenga, Rauti, Balboni e Calandrini (atto n. 4-02083 del 5 agosto 2019, seduta 142) con la quale i firmatari chiedono di sapere “quali iniziative il Governo italiano intenda intraprendere, per tutelare l’interesse nazionale e la sovranità dello Stato italiano nella aree del massiccio del monte Bianco che appartengono al nostro territorio nazionale ma vengono arbitrariamente acquisite da atti amministrativi delle autorità francesi; quali iniziative ritenga di adottare per supportare le istituzioni territoriali direttamente coinvolte (il Comune di Courmayeur e la Regione autonoma della Valle d’Aosta) nella gestione dei problemi amministrativi ed economici relativi alle attività turistiche, sportive ed alpinistiche che si svolgono in quelle zone nevralgiche per l’accesso al massiccio e alla vetta; quali provvedimenti ritenga di adottare per giungere alla definitiva risoluzione di un contenzioso diplomatico che si trascina ormai da oltre 70 anni, durante i quali l’Italia ha sempre subito le iniziative unilaterali ed arbitrarie delle autorità francesi”.

Ma dietro una linea di confine, oltre a un contenzioso politico amministrativo con i cugini francesi c’è di più. La “nota ispettiva” inviata al ministri chiarisce bene che dietro la vetta del colle del Gigante c’è un business che fa gola. Scrivono i firmatari: ”Nel 2015 a seguito dell’apertura al pubblico del nuovo impianto funiviario italiano denominato “Skyway Monte Bianco” (che collega Courmayeur con punta Helbronner) e del notevole successo commerciale da questo ottenuto in diretta concorrenza con l’omologo impianto francese di Chamonix, su incarico del sindaco di Chamonix, alcuni operatori hanno provveduto, senza alcuna concertazione con le autorità italiane, ad istallare dei sistemi di chiusura al cancello che il gestore funiviario italiano aveva posizionato sulla terrazza del rifugio Torino per motivi di sicurezza, impedendo in questo modo il diretto accesso dal rifugio al ghiacciaio del Gigante e quindi alle cime del massiccio. Anche grazie ad un’interrogazione presentata all’epoca dal senatore Aldo Di Biagio (4-04473 della XVII Legislatura), dopo l’episodio si giunse ad un accordo tra le diplomazie dei due Paesi con il quale, nel rinviare ogni conclusione sull’esatta definizione dei confini, si stabiliva che in futuro nessuna parte avrebbe intrapreso atti unilaterali sulle porzioni di territorio interessate dal contenzioso”.

E che hanno fatto i francesi? Hanno emesso un divieto di sorvolo per gli appassionati di parapendio, come se il colle del Gigante fosse proprietà loro. Si parte dall’aria e poi si arriva alla terra. E ai soldi. La delicatissima questione da oggi è di competenza del ministro Luigi Di Maio.

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https://www.affaritaliani.it/roma/la-francia-si-e-rubata-il-monte-bianco-la-patata-bollente-per-di-maio-623785.html

“Chi ha inclinazioni omosessuali o pedofile non deve essere ammesso nei seminari”

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L’EDITORIALE DEL LUNEDÌ 

di Leonardo Motta 

 

Uno psicoterapeuta olandese di fama internazionale, specializzato nel trattamento della condizione omosessuale, ha spiegato perché la Chiesa Cattolica ha ragione nell’escludere gli omosessuali dal sacerdozio.

Si tratta del professor Gerard van den Aardweg, Ph.D. Nato nel 1936 in Olanda, sposato, padre di sette figli, Gerard van den Aardweg ha conseguito il dottorato in psicologia, presso l’Università di Amsterdam, con una dissertazione sull’Omosessualità e la pedofilia omosessuale come “nevrosi sessuali”. Van den Aardweg è convinto che le tendenze omosessuali si “originano da nevrosi, spesso a causa di uno sviluppo carente della personalità (cioè di un sottosviluppo della mascolinità/femminilità)”. Per tale motivo, nel corso di cinquant’anni di professione, ha dichiarato di avere “ricondotto alla normalità molti omosessuali, maschi e femmine”, attraverso degli aiuti che consistono “nel trattamento mentale dell’omosessualità, sulla base di una efficace sintesi di psicologia, psichiatria, psicoanalisi”. 

Lo psicoterapeuta olandese ha spiegato su LifeSiteNews (vedi qui: https://www.lifesitenews.com/opinion/psychologist-explains-why-catholic-church-is-right-to-exclude-homosexuals-from-priesthood), che la sua opinione di psicologo ed esperto di omosessualità (e pedofilia omosessuale) è che “nessun uomo con inclinazioni omosessuali o pedofile deve essere ordinato al sacerdozio, né ammesso come seminarista”.

Gerard van den Aardweg ha spiegato che le inclinazioni omosessuali “tendono ad essere ossessive. Questo è vero anche nei casi in cui in principio tali inclinazioni potrebbero non essere inizialmente ossessive. Non può essere valutato in modo affidabile se un uomo (o un giovane) con tali inclinazioni – indipendentemente dal fatto che possano apparire deboli o meno deboli – continuerà ad essere celibe in futuro. Il cambiamento delle situazioni di vita, i problemi emotivi e certe pressioni o situazioni esterne spesso portano l’omosessuale inizialmente celibe a iniziare a cercare contatti o relazioni sessuali”, ha argomentato il medico olandese.

Rispetto agli uomini con un normale interesse sessuale, gli omosessuali sarebbero “molto più inclini ad essere ossessionati dalle fantasie sessuali (omo)”, nutrirebbero o inizierebbero”abitudini di masturbazione che abbassano la soglia per arrendersi ai contatti vivi”, vivrebbero”crisi emotive che minano le loro risoluzioni”, cercherebbero”conforto nelle loro fantasie”e si illuderebbero di credere che i “loro sentimenti romantici”, la ricerca di”amici intimi”non siano affatto un torto, ma al contrario “espressioni di amore nobile, reale e profondo”.

Sulla base di questa illusione, definita ingenua da van den Aardweg, “i loro desideri li ispirano con varie razionalizzazioni, se non per avere contatti fisici, per ‘caste’ o ‘fedeli’ amicizie, che”, a giudizio dello psicoterapeuta, “non resteranno mai caste e in pratica non sono ‘fedeli’”.

L’esperto olandese ha spiegato che questi tentativi di “normalizzare”i sentimenti omosessuali, rendono tali persone “inadatte a comprendere la moralità sessuale della Chiesa e suscettibili di ragionamenti o teorie che servono come giustificazioni morali o religiose di legami e contatti omosessuali”.

Per questo van den Aardweg ha lanciato l’allarme. “In questo modo, sono – o potrebbero diventare nel corso degli anni – suscettibili di sovvertire le norme morali assolute della morale sessuale cattolica”.  

Secondo van den Aardweg coloro che hanno inclinazioni omosessuali “tendono molto più a sedurre o altrimenti a molestare i loro partner sessuali preferiti rispetto agli uomini eterosessuali. E, poiché la stragrande maggioranza di loro preferisce adolescenti e/o giovani adulti, sono un gruppo a serio rischio”.

I loro sentimenti “ossessivi, l’accompanying rationalizations, le auto-giustificazioni, attenuano e offuscano il loro senso e giudizio morale a questo riguardo”.

Per lo specialista olandese gli omosessuali sarebbero “molte volte più a rischio degli eterosessuali relativamente alle molestie sessuali verso i giovanissimi e i giovani. Questo è un fatto statistico solido”, ha sottolineato van den Aardweg.

Lo psicoterapeuta ha spiegato che le inclinazioni omosessuali dopo la pubertà “non sono desideri isolati, ma parte di un complesso di inferiorità della mascolinità, parte di un disturbo nevrotico e di personalità. Emotivamente, questi uomini sono (in maggiore o minor misura) bloccati nell’adolescenza, emotivamente immaturi e instabili (nevrotici)”.  

Per van den Aardweg, quindi, l’omosessualità sarebbe una nevrosi sessuale. “L’omosessualità negli uomini implica un’identificazione carente con la mascolinità. Questo li colpisce emotivamente e per quanto riguarda il loro carattere o personalità. Una conseguenza importante è che falliscono nel ‘ruolo del padre’ quando si tratta di guidare le persone, essere fermi e difendere ciò che un uomo deve difendere”.

Questo si noterebbe ancora di più nella vita da chierico. “Un prete dovrebbe essere normalmente mascolino e non avere un carattere debole e poco virile. […] Gli uomini inclini all’omosessualità non possono identificarsi sufficientemente con i sentimenti degli uomini sessualmente normali e quindi non possono guidare, e guidare adeguatamente, le persone come dovrebbe fare un prete. Non possono condividere molti sentimenti di uomini normali né comportarsi come dovrebbe un uomo nei loro rapporti con le donne. Quindi, le loro inclinazioni omosessuali influenzano i loro rapporti con le persone. I sacerdoti dovrebbero essere normali come gli uomini normali e maturi”.

Per lo scienziato olandese l’astinenza sessuale degli omosessuali non può essere paragonata all’astinenza dell’uomo normale.

“La lotta contro le tendenze omosessuali è simile alla lotta di altre persone con anomalie sessuali, siano essi omosessuali o eterosessuali (esibizionisti, sado-masochisti, pedofili, travestiti ecc.). La loro lotta è un dovere morale, non una scelta volontaria. La loro lotta è senza dubbio meritoria, ma non può essere equiparata al sacrificio volontario di un (giovane) uomo che offre l’uso delle sue sane facoltà sessuali. Pagare un debito (in denaro) non equivale a donare una considerevole somma di denaro”.

Per van den Aardweg, inoltre, da un punto di vista religioso, e supportato dai migliori studi teologici (come il lavoro di Peter Mettler, “L’omosessualità come impedimento oggettivo per l’ordinazione al sacerdozio”, tesi di dottorato presso l’Università Albert-Ludwigs di Friburgo), “il sacerdote come personificazione di Cristo deve essere un uomo ‘pieno’, non un uomo deficiente nella virilità”.

 

Leonardo Motta

 

Associazione “San Michele Arcangelo” al fianco del Donbass

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Riceviamo e pubblichiamo un comunicato ricevuto dall’Associazione ”San Michele Arcangelo” 
Grazie alle donazioni dell’Associazione “San Michele Arcangelo” in data odierna insieme al deputato Oleg V. Koval e ad una delegazione del Ministero dell’Istruzione della LNR abbiamo consegnato un congelatore, oggetti per l’uso scolastico e dolci alla scuola «ЕДИНСТВО» di Lugansk.
La nostra scelta è ricaduta su questa struttura scolastica in quanto si trova a meno di un chilometro dal confine con l’Ucraina: completamente distrutta dai bombardamenti è stata recentemente ricostruita.
Nessuna bomba può negare il diritto all’istruzione di questi bambini che rappresentano il futuro del Donbass.
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