“Traditionis Custodes “: comunicato dell’Istituto Mater Boni Consilii

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Segnalazione del Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza

Comunicato dell’Istituto Mater Boni Consilii sul “Motu Proprio” Traditionis Custodes   

Come tutti sanno, il 16 luglio 2021 è stata pubblicata la “lettera apostolica sotto forma di motu proprio” Traditionis custodes accompagnata da una lettera dell’attuale occupante della Sede Apostolica ai suoi Vescovi (i “custodi della Tradizione” di cui sopra) con la quale – con inusuale fretta, promulgando immediatamente il documento con la sola pubblicazione sull’Osservatore Romano – vengono revocate le concessioni fatte dal suo predecessore con il “motu proprio” Summorum Pontificum cura del 7 luglio 2007.

A proposito di questo nuovo “motu proprio” valgono da parte nostra le riflessioni e le conclusioni già da noi espresse in occasione del precedente ora parzialmente revocato:  https://www.sodalitium.biz/comunicato-riflessioni-sul-motu-summorum-pontificum-2/

I due documenti sono in evidente opposizione, e forse non solo nelle scelte pastorali (uno revoca le concessioni dell’altro) ma anche su di una questione di principio: sapere cioè se il Rito Romano avrebbe due forme liturgiche (quella ordinaria e quelle straordinaria, per utilizzare l’espressione del documento del 2007) o se la sua unica espressione è quella del rito riformato (come afferma l’attuale documento riprendendo le dichiarazioni di Paolo VI nel concistoro del 24 maggio 1976).

Essi hanno tuttavia un fondamentale punto comune:

sia il m.p. Summorum Pontificum sia il m.p. Traditionis custodes impongono a chi utilizzasse il messale romano del 1962 (di Giovanni XXIII) il riconoscimento della legittimità, della validità e della santità della riforma liturgica in applicazione del Concilio Vaticano II. Su questo punto i due documenti differiscono solo in questo: il m. p. del 2007 presume l’accettazione del Concilio e della Riforma liturgica da parte di chi si avvarrà delle sue concessioni, mentre il m. p. del 2021 revoca dette concessioni perché pretende constatare una diffusa non accettazione di quanto sopra.

Ora, di due cose l’una: o coloro che si avvalgono del messale romano (del 1962) riconoscono l’autorità degli occupanti della Sede Apostolica dal 1965 in poi, e conseguentemente la legittimità, la validità e la santità del messale riformato, ed il valore magisteriale dei documenti del Vaticano II, oppure no.

Nel primo caso, non si vede perché essi provino delle difficoltà a celebrare con il rito riformato, o ad assistere al medesimo, in spirito d’obbedienza a colui che reputano essere Vicario di Cristo e Successore di Pietro, il quale ha tra l’altro espresso il voto che tutti finiscano con l’adottare il messale di Paolo VI: un rito della Chiesa, promulgato dall’autorità della Chiesa, d’altronde, non può essere che legittimo, valido e santo. Nel secondo caso, il m.p. Traditionis custodes avrebbe ragione in questo (l’inconciliabilità dei due riti) ed i sacerdoti e fedeli alla tradizione cattolica dovrebbero coerentemente rifiutare ogni concessione fondata sull’accettazione del Vaticano II e dei nuovi riti, e non dovrebbero avvalersi dei due motu proprio, né quello del 2007 né quello attuale.

Ora, il nuovo rito della messa (e dei sacramenti) è stato redatto esplicitamente nello spirito del movimento ecumenista avallato dal Vaticano II: si propone cioè non di difendere le verità della Fede, specie il sacrificio della Messa, il sacerdozio, la Transustanziazione, quanto piuttosto di andare incontro a chi queste verità di fede rigetta, al seguito di Martin Lutero (l’eresiarca omaggiato dagli ultimi occupanti della Sede Apostolica, in particolare dall’autore di Traditionis custodes); non può quindi essere un rito della Chiesa, né pertanto venire da una legittima autorità della Chiesa.

Insomma: la chiave di tutto consiste nel riconoscere la legittimità di Paolo VI che ha promulgato la “costituzione apostolica” Missale romanum, riconosciuta la quale (come fa la stessa Fraternità San Pio X, beneficiata come mai prima, paradossalmente, proprio dall’autore di Traditionis custodes) ne segue inevitabilmente il dover riconoscere la legittimità, la validità e la santità della riforma liturgica nel suo insieme, e la necessità, al di là delle astuzie dei canonisti, di uniformarsi alle disposizioni del m. p. Traditionis custodes.

In base a queste considerazioni, concludiamo:

  • Il m. p. Traditionis custodes – come pure il m. p. Summorum Pontificum e la “costituzione apostolica” Missale Romanum non sono un documento della Chiesa. Non si deve loro pertanto obbedienza o disobbedienza, né devono essere aggirati, ma ignorati.
  • Il m. p. Traditionis custodes, pur non essendo espressione del diritto e della dottrina della Chiesa, è però insigne testimonianza dell’avversione profonda dei neo-modernisti e degli ecumenisti filo-luterani contro la liturgia immemoriale della Chiesa Romana, manifestando così l’incompatibilità dei due riti: i riformatori vogliono far scomparire il rito cattolico, i cattolici devono ottenere da Dio e da un legittimo Pontefice che quello riformato sia cacciato dalle nostre chiese e dai nostri altari.
  • “Non si può servire a due padroni”. Il m. p. Traditionis custodes conferma l’impossibilità di essere e di celebrare in comunione con colui che ha come scopo dichiarato la soppressione della messa e dei sacramenti della Chiesa.
  • “Non si può servire a due padroni”. Il m. p. Traditionis custodes potrà avere l’involontario benefico effetto di aprire gli occhi ai dubbiosi, e di far cessare delle celebrazioni “tradizionali” spesso dubbiosamente valide e comunque sempre oggettivamente ingannatrici dato il presupposto dell’accettazione del Vaticano II e della riforma liturgica.
  • I sacerdoti dell’Istituto Mater Boni Consilii continueranno pertanto tranquillamente a celebrare il Santo Sacrificio della Messa e ad amministrare i santi Sacramenti senza essere in comunione con gli occupanti materiali ma non formali della Sede Apostolica, seguendo i venerati libri liturgici della Chiesa Cattolica Romana promulgati da Papa San Pio V e dai suoi successori, e secondo le rubriche di San Pio X.

Verrua Savoia, 21 luglio 2021.

Omelia del 18 luglio 2021 sul medesimo argomento:

 

Comunicato del Circolo “Christus Rex-Traditio” sul Motu Proprio “Traditionis Custodes”

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COMUNICATO DEL CIRCOLO CHRISTUS REX-TRADITIO CIRCA IL MOTU PROPRIO “TRADITIONIS CUSTODES” DI J.M. BERGOGLIO

Il Motu Proprio “Traditionis Custodes” (visto il contenuto, questo nome sembrerebbe una presa in giro) di Bergoglio sulla “Messa in latino” fa chiarezza: rompe l’ambiguità dei suoi due predecessori, determinando l’impossibilità della convivenza sotto la stessa Chiesa delle due “lex orandi” perché non sono espressione della stessa “lex credendi”.
Noi Cattolici fedeli alla Tradizione riuniti nel Circolo “Christus Rex” lo sosteniamo da sempre: la “s-messa” di Montini, o Novus Ordo, è il rito espressione della fede ecumenista e criptoprotestante del Conciliabolo Vaticano II, mentre la Messa di San Pio V è l’espressione solenne della Fede Cattolica, Apostolica, Romana, come lasciataci da Gesù Cristo e sancita da tutto il Magistero Perenne dei Papi.
Questo Motu Proprio non è per noi cattolici del piccolo gregge rimasto fedele, nonostante lo tsunami conciliare. Per cui, per noi non cambia nulla, né per i sacerdoti che sono o vorranno finalmente dichiararsi “non in comunione” con la “Contro-Chiesa conciliare” e i suoi rappresentanti, seppur occupanti i Sacri Palazzi. La restaurazione arriverà, perché è stato predetto. “Le porte degli Inferi non prevarranno!”
Rompendo duramente l’ambiguità, Bergoglio crea una frattura con coloro che già vivevano col mal di pancia sotto la sua giurisdizione, inducendoli a una scelta coraggiosa ma conforme al Depositum Fidei, che potrebbe dimostrarsi provvidenziale: o con il piccolo gregge rimasto fedele Cattolico Apostolico Romano Integrale o con la “Contro-Chiesa ecumenista conciliare“. Il Signore saprà ricompensare la loro fedeltà, con le Grazie necessarie, spirituali e materiali, di cui non mancano mai i Suoi figli devoti.
Viva Cristo Re, Viva il Papato Romano!
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NOTA IMPORTANTE, A MARGINE DEL COMUNICATO
Ciò che hanno scordato i “novatori”, da Montini a Bergoglio: “…Perciò, affinché tutti e dovunque adottino e osservino le tradizioni della santa Chiesa Romana, Madre e Maestra delle altre Chiese, ordiniamo che nelle chiese di tutte le Provincie dell’orbe Cristiano – dove a norma di diritto o per consuetudine si celebra secondo il rito della Chiesa Romana, in avvenire e senza limiti di tempo, la Messa, non potrà essere cantata o recitata in altro modo da quello prescritto dall’ordinamento del Messale da Noi pubblicato.
Nessuno dunque, e in nessun modo, si permetta con temerario ardimento di violare e trasgredire questo Nostro documento. Che se qualcuno avrà l’audacia di attentarvi, sappia che incorrerà nell’indignazione di Dio onnipotente e dei suoi beati Apostoli Pietro e Paolo.”
Papa San Pio V, Bolla Quo Primum Tempore, 19 luglio 1570 (ad pertetuam rei memoriam!)
17 Luglio 2021
Il Circolo “Christus Rex-Traditio”

Green pass, un gran pasticcio che stroncherà l’economia

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Questa storia del green pass è un gran pasticcio. Al di là della questione strettamente sanitaria, quella economica è devastante

Questa storia del green pass è un gran pasticcio. Al di là della questione strettamente sanitaria, quella economica è devastante. È la clamorosa dimostrazione di come una parte della nostra classe politica confonda la teoria con la pratica, il titolo di un decreto con la sua attuazione. Vi ricordate quando la dichiarazione dei redditi (chiamata 740) fu definita lunare? Essa era diventata incomprensibile ai più, difficile da compilare, adatta a indurre in errore e costosa. Il mondo del green pass, è una via di mezzo tra il castello di Kafka e il 740, applicato ai consumi degli italiani. Il suo primo effetto, nelle nobili intenzioni governative, avrebbe dovuto essere quello di contenere il virus: per ora ha contenuto le prenotazioni. È bastato l’annuncio. La Confesercenti ha fatto due calcoli. Le sole attività che loro rappresentano in un colpo solo e in pochi mesi perderebbero 1,5 miliardi di fatturato: bar e ristoranti 300 milioni. Il green pass è semplicemente stupido. E qui non poniamo questioni, altrettanto fondamentali, che hanno a che vedere con le nostre libertà. Come è altrettanto stupido definire no vax chi lo contesta. Essere dotati di un certificato per un grande evento, può essere ragionevole. Sono storie a sé, dotate di organizzazioni complesse e strutturate. Ma qualcuno si rende minimamente conto di che cosa voglia dire pretendere il patentino per bere un caffè? O andare al ristorante? O financo, come ha incautamente proposto la Zampa, per presentarsi al supermercato? Mettiamola solo sul piano pratico. Chi controlla? Quando costa sbagliare? Abbiamo introdotto un Qr code per emettere la fattura elettronica, cioè per pagare le tasse al ristorante, e qualcuno ci sa dire quanti lo hanno mai utilizzato?

Difficile pensare che in casa Confesercenti si annidi una pericolosa cricca di antivaccinisti. Più facile ritenere che ci siano piccoli imprenditori, distrutti da due anni di chiusure, che non sanno come pagare mutui, fornitori, banche, tasse e dipendenti. Milioni di italiani che sono appesi alle cervellotiche decisioni contenute in un decreto. E i consumatori? Come si fa a penalizzare chi non ha ancora fatto il vaccino? Ce ne sono milioni che sono ancora in fila o che devono rinunziare alla seconda dose perché tornano al paese di origine o vorrebbero andare in vacanza. Ah no, su questo in effetti sbagliamo. Stiano a casa. Altro che vacanze. E se dalle loro parti non c’è mare o montagna si accontentino delle vie del centro.

Un nuovo ghetto dove chi resta ha il privilegio di sapere la storia del suo vicino: non è stato ancora siringato.

 

DA

https://www.ilgiornale.it/news/cronache/pasticcio-green-pass-1963689.html

Dicendo “è stato partorito da una donna” col ddl Zan si rischia una denuncia!

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C’È UN FILO ROSSO CHE UNISCE L’IDEOLOGIA ICONOSCLASTA DEI BLM COI MOVIMENTI OMOSESSUALISTI

Milli Hill è una femminista inglese che da almeno dieci anni si occupa di sostenere le donne incinte. Sul suo sito ha scritto che trova anomalo l’utilizzo di alcune terminologie come ad esempio “persone che partoriscono (usata insieme o al posto di “donne”) e “maschio/femmina assegnato alla nascita”.

Non occorre essere dei letterati per comprendere la fondamentale importanza del linguaggio, perché da esso possono cambiare tante cose ed il senso della realtà potrebbe venire stravolto. Infatti la Signora Milli ha trovato molto strano il termine “assegnato” riferito al sesso del nascituro/a perché il sesso dei bambini viene solitamente determinato in test e scansioni prenatali, non alla nascita. Inoltre, fino a prova contraria sono solo le donne a partorire e non gli uomini, quindi Milli Hill ha conseguentemente criticato l’utilizzo dei termini “persone che partoriscono”.

La Hill, nel novembre scorso, scrisse su Instagram che sarebbe opportuno parlare di “donne” e non di “persone che partoriscono”, ricevendo insulti e minacce di ogni tipo da attivisti trans e transfemministe. La campagna d’odio l’ha indotta a chiudere la sua attività, ma lei ha continuato a parlare, opponendosi alla teoria di chi sostiene che i trans e le persone non binarie sarebbero ingiustamente escluse dalla categoria delle “persone che partoriscono”.

Questo esempio, che giunge in Italia attraverso un articolo di Francesco Borgonovo su La Verità del 17/07/2021 dovrebbe farci riflettere tutti, cattolici e non, sulle conseguenze di un’eventuale approvazione, senza modifiche alle restrizioni della libertà di opinione, contenute nella generica frase “istigazione alla discriminazione” del ddl Zan. Infatti, poiché il testo prevede che sia la discrezionalità del giudice a determinare la sussistenza di tale ipotesi di reato, qualora chiunque dicesse che è stato partorito da una donna potrebbe rischiare una denuncia da un ipotetico trans che si sentisse tagliato fuori dall’affermazione.

Qualora un giornalista o un medico o un opinionista sostenessero che i figli hanno bisogno di una mamma e di un papà per crescere meglio, oppure una femminista o un cattolico scrivessero che l’utero in affitto è una scandalosa mercificazione della donna e un potenziale danno, almeno sul piano educativo, per il bimbo, potrebbero incorrere nella ghigliottina sanzionatoria del ddl.

L’Antico Testamento dovrebbe essere modificato, laddove condanna la sodomia? I Vangeli, San Paolo, Santa Caterina da Siena e tutto il Magistero Perenne della Chiesa sull’omosessualità andrebbero corretti ed adeguati ai desiderata della legge positiva liberal? Non potrebbe salvarsi neanche l’art. 29 della Costituzione, laddove si afferma che “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio” perché verrebbero meno il termine di “società naturale” che sarebbe restrittivo ai soli uomo e donna, nonché il “matrimonio” perché è restrittivo rispetto alla convivenza ed all’unione civile.

Per non parlare, poi, della letteratura, dell’arte, della cinematografia, della satira, che dovrebbero essere tutte modificate o censurate laddove qualcuno che nel mondo senta di appartenere ad una delle 420 “identità di genere” finora contate Oltreoceano si ritenga discriminato da Dante o da Shakespeare. E’ il filo rosso che unisce l’ideologia iconosclasta dei BLM coi movimenti omosessualisti ed è anche la pericolosa deriva liberticida che tutti rischiamo.

E’ plausibile chiedersi cosa effettivamente vogliano fare i nostri politici “conservatori”, che avrebbero già potuto affossare il ddl Zan in Senato, ma che sono stati assenti ingiustificati. Accettare la proposta di legge Zan significa tagliare le radici ideali della “controrivoluzione” esercitata all’interno del Parlamento, ovvero l’opposizione alla sovversione dell’ordine naturale e divino e annientare un patrimonio etico e politico di portata storica, spalancando porte e finestre al Pensiero Unico politicamente corretto globalista, cadendoci dentro per sempre.

Domine, salva nos, perimus; impera et fac, Deus, tranquillitatem magnam. Porro homines, cum vidissent quod fecerat signum, dicebant: qualis est hic, quia ventis imperat et mari, et oboediunt ei“.

DA

Dicendo “è stato partorito da una donna” col ddl Zan si rischia una denuncia!

Immigrazione, giro di vite anche in Svezia: via il permesso permanente

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Roma, 22 lug — Stretta sull’immigrazione in Svezia, stop ai permessi di soggiorno permanenti. Il mese scorso il parlamento svedese ha approvato una legge che renderà limitata nel tempo la permanenza dei rifugiati nel Paese. Il provvedimento andrà in sostituzione della legislazione temporanea introdotta cinque anni fa nel tentativo di ridurre il numero record di richieste di asilo.

Svezia, stretta sull’immigrazione

Prima del 2016, infatti, dal 1984 il paese scandinavo aveva sempre rilasciato permessi di soggiorno permanente a immigrati e richiedenti asilo. Le nuove regole, introdotte dal governo socialdemocratico-verde a fine aprile, ribaltano questa norma. I permessi saranno rinnovati solo se permangono le stesse circostanze in cui sono stati rilasciati. La legge introduce inoltre l’obbligatorietà di sottoporsi a test di lingua svedese e di educazione civica per chiunque desideri rimanere nel Paese più a lungo.

Protestano le Ong

Scontate le proteste di alcuni gruppi pro immigrazione, come Amnesty Sweden. Le nuove norme sull’immigrazione avranno effetto su chiunque entrerà in Svezia con un visto di lavoro, per studio o sulle famiglie in cerca di residenza permanente. I nuovi arrivati ​​dovranno soggiornare in Svezia per almeno tre anni prima di presentare domanda per la residenza permanente.

Gli immigrati che si trasferiscono in Svezia per unirsi a un membro della famiglia riceveranno solo un permesso di soggiorno temporaneo. Devono inoltre dimostrare di potersi mantenere raggiungendo una soglia di reddito di 8.287 corone (circa 809 euro) al mese per l’anno 2021. L’Agenzia svedese per l’immigrazione ha specificato che la legislazione introdotta non è transitoria, quindi gli immigrati che hanno presentato domanda di residenza permanente prima del 20 luglio verranno trattate ai sensi della nuova legge. Il disegno di legge finale non contiene però limiti al numero di richiedenti asilo.

Cristina Gauri

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/immigrazione-svezia-permesso-permanente-202113/

Il ddl Zan va in vacanza. Che ci resti

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Piano a salutarlo come un trionfo, perché non lo è. Tuttavia lo slittamento a settembre della discussione al Senato del ddl Zan costituisce una indubbia vittoria pro family sia perché, fino a poche settimane fa, i sostenitori della legge arcobaleno davano la pratica per chiusa – invece è ancora apertissima -, sia perché offre tempo prezioso per continuare a segnalare le criticità di un provvedimento che, semplicemente, ne ha una marea. Ripassiamo le dieci principali. Primo: si basa su una menzogna, ossia un’impennata di violenze di matrice omotransfobica che avrebbero luogo in Italia e di cui, a oggi, non c’è uno straccio di prova. Secondo: il ddl Zan presuppone un vuoto normativo di cui, pure qui, manca ogni evidenza. Terzo: come sottolineato anche da Mario Capanna, storico leader della sinistra radicale, aggiunge «reati non diritti».

Quarto: consegna a pm e giudici un impianto fumoso che, da una parte dilata l’arbitrio della magistratura, e, dall’altra, mina quella base dello stato di diritto secondo cui il cittadino deve poter sapere prima da quali condotte deve tenersi alla larga. Quinto: introduce concetti puramente ideologici, su tutti quell’«identità di genere» quale «percezione di sé» che, già antropologicamente – figurarsi sul piano giuridico – è devastante. Sesto: mette di mezzo i bambini, prevedendo iniziative ufficialmente contro le discriminazioni ma, di fatto, ad alto tasso ideologico in scuole «di ogni ordine e grado» (articolo 7). Settimo: prevedendo che iniziative arcobaleno debbano aver luogo in ogni istituto, si va a menomare il primato educativo delle famiglie, che devono rimaner libere di diffidare di concetti – primo su tutti l’«omofobia» – che, per quanto ormai di uso comune, continuano a presentare profili critici.

Ottavo: è pure di dubbia utilità, dato che nei Paesi che hanno introdotto norme simili le discriminazioni, anche a distanza di dieci anni, restano molte e in crescita. Nono: è contraddittorio, dato che all’articolo 10 chiama in causa l’Oscad – osservatorio incardinato presso il Viminale – per la «realizzazione di politiche per il contrasto della discriminazione», dimenticando che proprio di dati raccolti dal 2010 in poi dall’Oscad smentiscono l’esistenza di una emergenza che giustifichi il ricorso alla legge penale. Decimo: è una legge ipocrita, perché nella sua formulazione attuale chiama in causa la tutela della disabilità, ma però lo fa richiami tardivi (aggiunti con degli emendamenti alla Camera) e pure parziali (l’articolo 7, dedicato alle scuole, della disabilità non parla). Riassumendo, siamo davanti a un mostro giuridico, fatto e finito.

A meno che, ovvio, non si voglia dare ad un testo falso, pretestuoso, ideologico, contraddittorio e ipocrita un aggettivo riassuntivo e più cattivante. Auguri. Ma il punto, ora, non è quale qualifica dare al ddl Zan, bensì far capire al centrodestra che una simile norma più che corretta va cestinata. Per il semplice fatto che più che aggiungere tutele ne toglie; più che dare qualcosa alle persone con tendenze non eterosessuale, toglie tantissimo a tutti – in primis a chi condivide un’antropologia fondata sul diritto naturale – e, quel che è peggio, getta le basi per l’utero in affitto, le adozioni omogenitoriali e via di questo passo, come dichiarato in piazza a Milano da Marilena Grassadonia, esponente Lgbt che almeno ha il pregio dell’onestà intellettuale. Ora, urge forse una legge simile, tanto più in un Paese famigerato per averne già troppe? Pare proprio di no. Per cui, caro ddl Zan, buone vacanze. E ovunque tu vada, restaci.

DA

Il ddl Zan va in vacanza. Che ci resti

Governo cinese ordina ai protestanti di predicare il discorso comunista di Xi Jinping

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L’EDITORIALE DEL LUNEDÌ
di Leonardo Motta

Funzionari del governo comunista cinese hanno ordinato ai pastori
della comunità protestanti controllate dallo stato di studiare e
predicare il discorso del presidente Xi Jinping del 1° luglio in
occasione del centenario della fondazione del Partito Comunista Cinese
(PCC).
Secondo quanto riportato dalla rivista Bitter Winter, le direttive
sono state annunciate durante la conferenza nazionale del Movimento
patriottico delle Tre Autonomie, l’organismo controllato dallo Stato
delle comunità ecclesiali protestanti nella Cina continentale, e del
Consiglio cristiano cinese, che sovrintende all’educazione nelle
chiese delle Tre Autonomie, .
Così il tema della conferenza dell’8 luglio è stato
sull'”Apprendimento e attuazione dello spirito del discorso del 1°
luglio del segretario generale Xi Jinping” ed è stata guidata da Xu
Xiaohong, presidente del Movimento patriottico delle Tre Autonomie e
Wu Wei, presidente del Consiglio cristiano cinese.
Entrambi i gruppi sono supervisionati dal Dipartimento del Lavoro del
Fronte Unito, l’intelligence generale e l’organo di coordinamento del
PCC che raccoglie informazioni, gestisce le relazioni e tenta di
influenzare individui e organizzazioni, compresi i gruppi religiosi
all’interno e all’esterno della Cina.
Durante la conferenza, i capi di gruppi nominati dallo stato hanno
affermato di sperare che i pastori della chiesa rendano il discorso
del presidente Xi un importante argomento di studio, la predicazione
nei suoi sermoni e un argomento di discussione per i gruppi di studio
della Bibbia.
Xu Xiaohong ha tenuto un sermone modello per i pastori basato su nove
punti del discorso che glorificava la Cina, il PCC e il presidente Xi.
Inoltre ha esortato i pastori a rendersi conto che il PCC e Xi hanno
portato al grande ringiovanimento della nazione cinese e che i
cristiani devono ripetere frequentemente due slogan: “Lunga vita al
grande, glorioso e corretto Partito Comunista Cinese! Viva il grande,
glorioso ed eroico popolo cinese!”. Xiaohong  ha insistito sul fatto
che le radici e il sangue del PCC sono nelle persone ed è il partito
stesso del popolo. Xu ha detto che il PCC ha portato grandi e
armoniosi sviluppi alle “cinque civiltà”: materiale, politico,
spirituale, sociale ed economico e per questo motivo i cristiani
dovrebbero fidarsi del PCC poiché ha governato con successo il Paese
per oltre 70 anni e dovrebbero unirsi al PCC nel dire alle potenze
straniere ostili che “l’era in cui la nazione cinese è stata
massacrata e intimidita è finita per sempre”, ha aggiunto. Il
funzionario ha anche avvertito che il mancato rispetto delle direttive
sarebbe considerata una violazione della sinicizzazione, condizione
necessaria per la sopravvivenza delle chiese in Cina.
La sinicizzazione mira a imporre regole rigide a società e istituzioni
basate sui valori fondamentali del socialismo, dell’autonomia e del
sostegno alla leadership del Partito comunista cinese. La Cina,
ufficialmente atea, riconosce l’entità giuridica di cinque religioni:
protestantesimo, cattolicesimo, buddismo, islam e taoismo.
Per decenni, le autorità cinesi hanno strettamente controllato i
gruppi religiosi ufficiali e perseguitato coloro che aderiscono a
gruppi non riconosciuti o non registrati, come la Chiesa di Dio
Onnipotente e il Falun Gong. Quest’ultimo è tra i 20 culti o gruppi di
credenze etichettati come “anti-Cina” o “culti malvagi”.
Dal 2018, con il pretesto di nuove normative in materia religiosa, le
autorità cinesi hanno chiuso centinaia di chiese e associazioni di
beneficenza ecclesiastiche, inclusi orfanotrofi gestiti da cattolici,
con l’accusa di operare illegalmente o violare le regole indottrinando
le persone con la religione.
Nel suo discorso energico durato circa un’ora, Xi aveva elogiato il
ruolo vitale del PCC nel gettare le basi della Cina moderna e aveva
avvertito che i tentativi di separare il partito dal popolo cinese
sarebbero falliti.
“Solo il socialismo può salvare la Cina, e solo il socialismo con
caratteristiche cinesi può sviluppare la Cina. Non permetteremo mai a
nessuno di intimidire, opprimere o soggiogare la Cina. Chiunque oserà
tentare di farlo sarà colpito con il sangue sulla testa contro la
forgiata Grande Muraglia d’Acciaio. da oltre 1,4 miliardi di cinesi”,
aveva detto Xi in quella che sembrava una velata minaccia per
l’Occidente.
Xi aveva anche affermato che la Cina ha un “impegno costante” per
l’unificazione con Taiwan. Anche se la Taiwan democratica da tempo è
un paese indipendente, la Cina la considera ancora una provincia
separatista e parte del suo territorio ed ha minacciato di voler
annettere Taiwan militarmente.
“Nessuno dovrebbe sottovalutare la determinazione, la volontà e la
capacità del popolo cinese di difendere la propria sovranità nazionale
e integrità territoriale”, ha affermato Xi.

Leonardo Motta

Il report che annienta gli ultrà del ddl Zan

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Analizzati ben 3,2 milioni utenti sui social. Il sentiment è negativo nel 58,1% dei casi. Ecco il report che mette nell’angolo tutta l’ideologia di Letta e degli ultrà del ddl Zan

Come pensate che la prenderanno i paladini del ddl Zan? Probabilmente malissimo. Ma i numeri non mentono. Secondo un report realizzato in esclusiva per il Giornale.it dalla piattaforma Human, la maggioranza degli italiani mal digerisce la legge che tanto sta accendendo il web (e la politica) in questi giorni. Sui principali social network quasi il 60 per cento (il 58,1% per la precisione) dei post ha, infatti, un sentiment negativo.

E adesso chi glielo va a dire a Chiara Ferragni e al marito Fedez, che ai pollicioni alzati verso l’alto tengono tantissimo? Per i due influencer, che si sono spesi in prima persona a favore dell’approvazione del ddl Zan, è sicuramente una doccia fredda, ma il vero che ne esce con le ossa rotte è Enrico Letta. Dopo i flop incassati sullo ius soli e sulla reintroduzione della tassa di successione, il segretario piddì ha puntato tutto su un’altra battaglia profondamente divisiva: la legge contro la omotransfobia, appunto. E dire che noi del Giornale.it avevamo previsto tutto già a inizio giugno pubblicando un sondaggio top secret che svelava il perché del repentino crollo nei sondaggi del Partito democratico. Già allora le percentuali parlavano chiaro: oltre il 60 per cento si era detto contrario alla legge bavaglio che, mascherandosi dietro la lotta alla omotransfobia, rischia (se approvata come vorrebbero i dem) di introdurre pesanti restrizioni alla libertà di pensiero; oltre il 75 per cento, invece, diceva “no” al reintorno dell’ingiusta imposta che fa cassa sui patrimoni lasciati agli eredi; quasi il 70%, infine, non voleva nemmeno sentir lontanamente parlare di cittadinanza facile ai figli degli immigrati.

Per il momento Letta ha deciso, per nostra fortuna, di accantonare le crociate a favore dello ius soli e della tassa di soggiorno. Per quanto riguarda il ddl Zan non intende fare altrettanto. Sembra, infatti, determinato ad andare fino in fondo. Non che non avrebbe la possibilità di tornare sui propri passi. Ancora ieri Matteo Salvini gli ha proposto di vedersi “prima che il testo arrivi in Aula” in modo da emendare “i punti critici”, ovvero gli articoli 1, 4 e 7. E anche Matteo Renzi gli ha consigliato di mediare. “Così nel giro di qualche ora approviamo la legge…”, ha fatto presente. “Se qualcuno del Pd vuole fare di questa una battaglia di bandiera in vista delle elezioni – ha chiosato – è una vergogna, smettiamola con il muro contro muro”.

Dall’analisi fatta dalla piattaforma Human, che nell’ultimo mese ha mappato 21mila post e analizzato 17mila commenti, andando a intercettare il parere di ben 3,2 milioni di utenti su Facebook, Twitter e Instagram, emerge chiaramente come questa polarizzazione abbia spostato il focus della discussione. Le liti all’interno della maggioranza (in particolar modo gli scontri tra Renzi e Letta e tra Salvini e Letta) e i post al veleno con i Ferragnez hanno, infatti, contribuito ad alzare all’inverosimile la temperatura sui social e in parlamento.

Il muro contro muro voluto da Letta finisce rischia ora di scontentare anche quei parlamentari che inizialmente si erano detti favorevoli al ddl Zan. In una intervista al Corriere della Sera la senatrice di Forza Italia Barbara Masini glielo ha detto chiaro e tondo: “Non stiamo giocando la finale degli Europei. Per avere una legge si può accettare anche di togliere qualche bandierina”. Lo stesso Renzi ha invitato i dem a smetterla di “inseguire gli influencer” e “tornare a far politica”. Viste le premesse, il dibattito difficilmente tornerà a distendersi. Tanto che resterà tra i temi caldi delle rassegne estive. Una su tutte Ponza d’Autore che venerdì prossimo ospiterà una tavola rotonda su I colori dell’arcobaleno.

Va detto che nemmeno la destra ha risparmiato duri colpi agli avversari. Se però da una parte, come emerge dal report di Human, Salvini ha mirato semplicemente a un posizionamento “anti ddl Zan”, dall’altra Giorgia Meloni ha allargato a quanti sono a favore della famiglia tradizionale e a preservare l’assetto consolidato della società. Dall’analisi delle conversazioni generate dai post dei due leader spiccano infatti parole chiave come “mamma e papà”, “libertà”, “famiglia tradizionale” e “uomo e donna”. Termini che, invece, spariscono del tutto nei commenti ai post del segretario dem.

 

DA

https://www.ilgiornale.it/news/politica/report-che-annienta-ultr-ddl-zan-1962910.html

Carlo Nordio punta il dito contro una “magistratura decrepita: giudici alle corde, agire ora o mai più”

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Instancabile lottatore. L’ex procuratore Carlo Nordio da sempre è insofferente alle dinamiche del suo mondo, del quale ha denunciato le storture molto prima di Palamara e con la credibilità, rispetto all’ex capo dell’Anm, di chi non ha mangiato nel piatto delle mele marce. La sua battaglia va avanti da tempo, ma mai come oggi il magistrato ha confidato nel successo finale.

Procuratore, come mai la vediamo in trincea, impegnatissimo in favore dei referendum di Lega e Radicali sulla giustizia?
«Perché questo è il momento giusto, per la prima volta da tangentopoli, per dare uno scossone a una giustizia decrepita. Sulla necessità di queste riforme insisto da oltre vent’ anni: mentre ero in servizio ero considerato un eretico o un disfattista, ora vedo che gran parte dei giuristi e dell’opinione pubblica condivide le mie idee. Sono contento e motivato».

Se non ora quando, parafrasando slogan di altre battaglie?
«È un treno che non si può perdere. Fino ad ora le riforme sono state paralizzate dallo strapotere della magistratura e dall’ignavia della politica. Ora il governo, pur avendo come ho detto un limitato potere, ha un grande prestigio, e soprattutto è inamovibile. Inoltre la magistratura è crollata nella credibilità, e non può più condizionare la politica come ha fatto fino a ieri».

Un quesito del referendum è la separazione delle carriere tra giudici e pm. Da ex procuratore, perché è favorevole?
«Perché la separazione è consustanziale al processo penale accusatorio, cosiddetto alla Perry Mason, che abbiamo adottato nel 1988. In tutto il mondo anglosassone le carriere sono separate, per evitare un’irragionevole confusione di ruoli. Per di più, da noi il pm è un mostro di potenza: gode delle garanzie del giudice ma è anche capo della polizia giudiziaria e monopolista dell’azione penale. È l’unico organo al mondo, con un grande potere senza responsabilità».

Un magistrato che sbaglia deve pagare per i propri errori?
«Un magistrato inetto, incapace o peggio ancora in malafede non va colpito sul portafoglio, ché tanto è assicurato. Va punito nella carriera, e cacciato dalla magistratura».

Non ritiene che i referendum siano un di più e che la riforma Cartabia sia sufficiente per combattere i mali della giustizia?
«La riforma Cartabia è il cosiddetto minimo sindacale per ottenere i finanziamenti europei. Lei è il miglior Guardasigilli dai tempi di Gonella, ma non può far molto perché le riforme le fa il Parlamento, che è dominato da un maggioranza retriva e giacobina. Anche se credo che, per ragioni di sopravvivenza, i grillini si adegueranno alle proposte, importanti ma non certo risolutive, del governo».

Che giudizio dà della riforma, che per non abolire la prescrizione ha introdotto il principio metagiuridico dell’improcedibilità?
«È un compromesso escogitato per non umiliare i grillini. Non potendo incidere sulla prescrizione voluta da Bonafede, si punta a estinguere non il reato ma il processo. Se non è zuppa, è pan bagnato. Il risultato è accettabile, perché comunque il cittadino non starà in eterno sulla graticola giudiziaria. Personalmente avrei preferito una soluzione più lineare: mantenere bassi i termini della prescrizione, ma farli decorrere non dalla commissione del reato ma dall’esercizio dell’azione penale. Comunque, per ora, questo è il massimo che si potesse ottenere».
A cosa è dovuto il tracollo di credibilità della magistratura?
«Il tracollo è dovuto a mille cause remote. Ma la causa prossima è stato lo scandalo di Palamara e quello, assai più grave anche se se ne parla poco, di Milano e della consegna illegittima di verbali secretati. Il Consiglio Superiore della Magistratura fa finta di nulla, ma i cittadini queste cose le intuiscono».

Palamara sostiene che dopo la sua cacciata nulla sia cambiato, se non che l’Associazione Nazionale Magistrati si è spostata ancora di più a sinistra…
«Più che l’Anm, è il Csm che si è spostato a sinistra, perché alcuni dei suoi membri moderati sono stati invitati o costretti alle dimissioni, in quanto le loro chat con Palamara erano state sapientemente divulgate. Ma Palamara non ha parlato solo con loro. Bisogna domandarsi perché le altre siano state omesse, o addirittura siano andate perdute. Ma è un canto del cigno. Se il referendum passa, il Csm cambierà radicalmente, e prima o dopo arriveremo al sorteggio, unica vera riforma efficace per eliminare la degenerazione correntizia».

Si avvererà la profezia del radicale Massimo Bordin, secondo il quale i magistrati finiranno per arrestarsi tra loro?
«No. I più, cioè i bravi e gli onesti, spereranno in una riforma che li affranchi dallo strapotere delle correnti. Gli altri attenderanno che passi la nottata. Ma quando si sveglieranno, se il referendum avrà vinto, vedranno un’alba diversa».

Da magistrato, come mai sostiene la supremazia della politica sul potere giudiziario?
«Perché prima di essere un magistrato sono un cittadino. E in democrazia il potere appartiene agli elettori, non ai magistrati».

Si dice che solo una piccola parte dei magistrati sia politicizzato: perché gli altri non si ribellano?
«La maggior parte dei magistrati pensa a lavorare; non si ribella perché sa che, se alza troppo la testa, entra nel libro nero dei vertici associativi. Questo non compromette la carriera economica, che è automatica, ma impedisce di ambire a qualche carica importante».
Sarebbe auspicabile un ripensamento dell’azione penale obbligatoria, con un’indicazione delle priorità che i pm devono seguire?
«L’azione penale obbligatoria è incompatibile con il nostro processo accusatorio introdotto da Vassalli. Ma d’altra parte è prevista dalla Costituzione. Avrebbero dovuto coordinare i due testi. Comunque, se deve esserci un indirizzo sulle priorità da seguire nelle indagini, questo dovrebbe essere conferito al Parlamento, che se ne assume la responsabilità politica».

L’influenza delle toghe sulla politica segue un disegno preciso?
«La magistratura più conservatrice vedrà sempre un nemico in chiunque voglia le riforme: Berlusconi, Salvini, Renzi. Con Salvini si è toccato il fondo: assolto di qua e rinviato a giudizio di là per fatti identici. Anche se la colpa maggiore è stata del Parlamento: ha preso due decisioni opposte solo perché era cambiata la maggioranza. Una prostituzione della giustizia che mi ha disgustato».

Alla fine Berlusconi è stato vittima delle toghe o di se stesso?
«Berlusconi è stato vittima di entrambe le cose. L’informazione di garanzia notificata a mezzo stampa a Napoli è stata una gravissima violazione di legge, ma nessuno ha mai indagato sui responsabili depositari del segreto violato. Quando però Berlusconi ne ha avuto la possibilità, invece di agire con riforme serie e organiche ha perso tempo con leggi personali, oltretutto inutili per le sue vicende. Una grande occasione perduta».

A proposito di politica, lei ha attaccato la legge Zan: cosa non la convince?
«Da qualsiasi aspetto la si guardi, tecnico, lessicale, sistematico, per non dire etico, la legge Zan è un pasticcio colossale. Per di più è scritta in pessimo italiano, il che la rende oscura e suscettibile di varie interpretazioni. Portata in tribunale creerebbe enormi problemi. Vulnera il Concordato, al quale siamo vincolati dalla Costituzione. La Santa Sede ha ragione nel sollevare obiezioni. E ancora, non mi convince perché vulnera i principi di tassatività, legalità e specificità che costituiscono la struttura della fattispecie di reato. Questo aspetto è stato fatto presente in Commissione da quasi tutti i giuristi. Ma dubito che i grillini li abbiano capiti. Quanto al Pd lo ha capito benissimo, ma il suo è un ragionamento solo politico».

Ritiene che sia necessaria una tutela rafforzata dei gay e delle minoranze?
«Le tutele che già ci sono bastano e avanzano. Io sono il primo a sostenere che chi offende la sessualità altrui è un grossolano cialtrone: ma va trattato come tale, con l’ironia e la polemica civile, non con il carabiniere e il magistrato».

I difensori della legge Zan sostengono si tratta di un’estensione della legge Mancino contro il razzismo e l’odio religioso…
«La legge Mancino aveva una forte connotazione politica, per quei tempi anche giustificata. Ma per conto mio anch’ essa è superata. Le opinioni si combattono con le opinioni, non con la galera».

Quindi per lei i reati d’opinione non sono mai giustificabili?
«No. Tra l’altro, c’è una contraddizione palese. Per combattere la discriminazione, la legge Zan introduce una discriminazione ancora più feroce, perché vuole sbattere in prigione i discriminatori. Combatte l’intolleranza con un’intolleranza ancor più severa».

DA

https://www.liberoquotidiano.it/news/giustizia/27939174/carlo-nordio-magistratura-decrepita-giudici-corde-agire-ora-mai-piu.html

Il “ddl Zan finlandese” miete vittime: a processo un ex ministro che citò la Bibbia

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SEGNALAZIONE DELL’AVV. ROBERTO GALLO

L’ex ministro Pasanen andrà a processo in Finlandia con l’accusa di “incitamento all’odio” verso gli omosessuali per aver citato san Paolo. «Ho diritto a professare la mia fede»

Una parlamentare ed ex ministro andrà a processo e rischia il carcere per aver citato passi della Bibbia ritenuti offensivi nei confronti degli omosessuali. Succede in Finlandia, non in Italia, ma chi sostiene che il ddl Zan sia innocuo e non mini la libertà religiosa e di espressione farebbe bene a drizzare le orecchie. Perché è proprio a causa di una legge “simil Zan” che ora Paivi Rasanen si trova nei guai in Finlandia.

Le critiche alla Chiesa luterana

Rasanen, medico di professione, parlamentare da quasi 20 anni e ministro degli Interni tra il 2011 e il 2015, è stata rinviata a giudizio il 29 aprile in particolare per un tweet postato il 17 giugno 2019. Quell’anno la madre di cinque figli, già presidente del partito dei Cristiano democratici e membro attivo della Chiesa luterana finlandese, aveva criticato la decisione della Chiesa di sponsorizzare il gay pride 2019, chiedendo come poteva essere coerente con la lettera ai Romani nella quale san Paolo scrisse:

«Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, così da disonorare fra di loro i propri corpi, poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore, che è benedetto nei secoli. Amen. Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento» (Romani 1,24-27).

«Non ho insultato gli omosessuali»

Dopo aver letto il post, condiviso anche su Facebook e Instagram, un cittadino finlandese la denunciò alle autorità giudiziarie. L’1 novembre 2019 la polizia di Helsinki interrogò la parlamentare per quattro ore in merito al contenuto del suo tweet. Come dichiarò Rasanen a First Things l’anno scorso, «il mio obiettivo non era in alcun comodo insultare una minoranza. La mia critica era rivolta ai leader della Chiesa. Non mi passò neanche per la mente che il mio tweet potesse essere considerato illegale».

Nel 2011 il governo aggiornò la sezione 10 del Codice penale finlandese per includere «l’orientamento sessuale» nell’articolo che proibisce «l’espressione di opinioni e altri messaggi che minaccino, diffamino e insultino certi gruppi». Sono previste pene che vanno da una semplice «multa al carcere per un massimo di due anni». Una misura ben più blanda, dunque, del famigerato ddl Zan.

«Attacco alla libertà religiosa»

Il 2 marzo la polizia interrogò nuovamente Rasanen per 5 ore e mezza per un libretto scritto nel 2004 e pubblicato su siti legati alla Chiesa luterana, intitolato: Maschio e femmina li creò. Nel testo l’onorevole, che è moglie di un pastore luterano e dottore in teologia, spiegava la posizione della Bibbia e perché le relazioni omosessuali non possono essere approvate dalla Chiesa. La polizia aveva già indagato in passato se il libretto potesse costituire un reato e aveva concluso negativamente. Rasanen fu interrogata una terza volta e poi una quarta in merito a una partecipazione in tv nel 2018 dedicata al tema: «Che cosa penserebbe Gesù degli omosessuali?». Anche in questo caso, la polizia aveva già concluso che «nessun crimine è stato compiuto».

L’ex ministro ritiene che tutte queste interrogazioni rappresentino già dei «tentativi di restringere la libertà di espressione e la libertà religiosa». Nonostante la Costituzione finlandese protegga entrambi i diritti, «in pratica se non utilizziamo questi diritti, se rimaniamo in silenzio ogni volta che c’è un tema controverso, lo spazio per esercitarli si restringe sempre di più».

«Ho diritto a professare la mia fede»

Nonostante in passato le indagini della polizia avessero portato a un nulla di fatto, a fine aprile il Procuratore generale ha rinviato a giudizio Rasanen per il tweet, la partecipazione in tv e il libretto scritto nel 2004 con l’accusa di «incitamento all’odio» verso gli omosessuali, riporta l’Helsinki Times.

«Non posso accettare che si possa finire in carcere per avere espresso le proprie convinzioni religiose», ha fatto sapere la parlamentare di 61 anni attraverso i suoi legali di Adf International. «Io non sono colpevole di aver minacciato, diffamato o insultato alcuno. Le mie dichiarazioni sono tutte basate sugli insegnamenti della Bibbia in merito a sessualità e matrimonio. Difenderò il mio diritto a professare la mia fede, così che nessun altro venga privato dei suoi diritti alla libertà religiosa e di espressione. Le mie affermazioni sono legali e non dovrebbero essere censurate. Non mi lascerò intimidire».

Secondo Paul Coleman, direttore esecutivo di Adf International, «la decisione del Procuratore generale crea una cultura di paura e censura. È triste che casi simili stiano diventando fin troppo comuni dappertutto in Europa». Con l’approvazione del ddl Zan, “casi Rasanen” sarebbero inevitabili anche in Italia.

@LeoneGrotti

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Il “ddl Zan finlandese” miete vittime: a processo un ex ministro che citò la Bibbia

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