“Commissione Ue indecente, da noi niente Lgbt nelle scuole”: Orban mostra i muscoli

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Budapest, 3 ago – Continua il braccio di ferro tra l’Ungheria di Orban e la Commissione Ue capitanata da Ursula von der Leyen sul tema caldo degli Lgbt. Al centro della dura polemica c’è, ovviamente, la discussa legge che vieta la diffusione della propaganda gender nelle scuole magiare. Una norma che la stampa globalista ha ribattezzato impropriamente «legge anti-Lgbt», definendola pertanto «omofoba», laddove Orban ha sempre puntualizzato che nulla c’entra con i diritti degli omosessuali, bensì con la protezione dei minori dal rischio di sessualizzazione precoce e manipolazione ideologica.

«La nostra priorità è difendere i bambini»

Dopo che Bruxelles ha minacciato pesanti sanzioni contro l’Ungheria (e la Polonia), Orban ha spiazzato tutti indicendo un referendum sulla legge anti-propaganda Lgbt, rimettendo cioè la questione nelle mani degli ungheresi. Ora, però, il primo ministro magiaro ci ha tenuto a rispondere alle accuse che gli sono piovute addosso. Lo ha fatto tramite un documento che è stato divulgato oggi su Twitter da Judit Varga, ministro della Giustizia ungherese: «L’Ungheria ha subìto un attacco senza precedenti solo perché la protezione dei bambini e delle famiglie è la nostra priorità e, a questo proposito, non vogliamo che la lobby Lgbtq entri nelle nostre scuole e nei nostri asili», ha spiegato il guardasigilli magiaro.

Orban contro la propaganda Lgbt

Per questo motivo, ha proseguito la Varga, «il governo ungherese ha risposto a questi attacchi indecenti» con il documento succitato. Qui, in aperta polemica con la Commissione Ue, l’esecutivo di Orban sottolinea come la legge anti-propaganda Lgbt non rientri affatto nelle competenze di Bruxelles. Oltre all’accusa di ingerenza, il governo di Budapest rinfaccia agli eurocrati di essere male informati sui contenuti della norma, visto che è stato dato credito – in maniera acritica – a Ong varie che li hanno riportati distorcendo la realtà. In sostanza, il documento specifica che il rapporto Ue «è viziato da pregiudizi ideologici», e le sue conclusioni sono pertanto «inaccurate e tendenziose».

Gabriele Costa    

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/orban-bruxelles-legge-propaganda-lgbt-203222/

La morale sinistra, il nuovo libro di Francesca Totolo

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Roma, 3 ago – «La questione morale è divenuta oggi la questione nazionale più importante» tuonò Enrico Berlinguer nel 1980. Da allora, la questione morale divenne una superba superiorità antropologica intrinseca al Partito Comunista da sbandierare come manifesto politico contro i partiti avversari, sfociando poi nel “Codice Etico” pubblicato dal Partito Democratico nel 2018. Ma il partito moralizzatore concretizzò mai il suo manifesto? Il nuovo libro di Francesca Totolo, La morale sinistra, edito da Altaforte Edizioni, documenterà che il Partito Comunista prima, con i cattivi maestri, e il Partito Democratico poi, con un numero esorbitante di esponenti, hanno ben predicato, ma razzolato malissimo.

La morale della sinistra nel libro di Francesca Totolo

Falso, corruzione, peculato, turbativa d’asta, voti di scambio, associazione a delinquere, favori alla mafia, violenza sessuali, sanitopoli, concorsopoli e parentopoli sono il nuovo “album di famiglia” del Partito Democratico, riprendendo le parole di Rossana Rossanda nel suo celebre editoriale pubblicato su Il Manifesto durante il sequestro di Aldo Moro: «In verità, chiunque sia stato comunista negli anni Cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle Br. Sembra di sfogliare l’album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi Stalin e Zdanov di felice memoria». Le affermazioni della Rossanda appaiono oggi di stretta attualità: «Se le masse sono manipolate dagli apparati, con quale esercito si fa la rivoluzione? Se il nemico è un potentissimo partito – Stato, protetto dall’estero e padrone di tutte le istituzioni, difficile pensare di abbatterlo col cecchinaggio».

Oggi, quel “potentissimo partito” è il Partito Democratico che, mettendo in atto la dottrina di Gramsci, ha occupato ogni spazio democratico, dalla magistratura all’istruzione, passando per l’informazione e la cultura. È proprio occupando tali spazi che il Pd è diventato il più influente apparato della Storia della Seconda Repubblica, riuscendo peraltro a governare il Paese anche perdendo le elezioni. E proprio da questo scenario, che non si poggia su un effettivo appoggio elettorale, potrebbe derivare l’allarmante numero di esponenti e di amministratori del Pd condannati o inquisiti per reati associativi e per corruzione. Da Mafia Capitale agli scandali delle Regioni, passando per le inchieste per associazione a delinquere in Calabria e in Sicilia, nulla sembra scalfire la direzione nazionale del Partito Democratico che si limita a rispondere: «E allora la Lega?», «E allora Fratelli d’Italia?» e «E allora il fascismo?», rimangiandosi la cosiddetta questione morale e quel «Codice etico» che avrebbe dovuto essere la bussola del partito.

Il “Codice Etico” è diventato cartastraccia

Dove è finito quel proclama inserito nel “Codice Etico”: «Le donne e gli uomini del Partito Democratico ispirano il proprio stile politico all’onestà e alla sobrietà. Mantengono con i cittadini un rapporto corretto, senza limitarsi alle scadenze elettorali. Non abusano della loro autorità o carica istituzionale per trarne privilegi; rifiutano una gestione oligarchica o clientelare del potere, logiche di scambio o pressioni indebite»? Mai un esame di coscienza, mai un ripensamento in merito alla gestione malata del territorio, mai una vera riorganizzazione dei vertici del partito.

Il diktat sembra essere solo uno: dopo una scrollatina di spalle, tenersi stretta la poltrona, resa inattaccabile da una magistratura compiacente, come ha dimostrato il caso Palamara, e da una stampa sdraiata al limite del servilismo e della distopia orwelliana. Se non ci trovassimo in un Paese ormai malato terminale, l’incontro tra Luca Lotti e Luca Palamara in quella saletta dell’hotel Champagne di Roma avrebbe avuto conseguenze ben diverse, non solo un’alzata di spalle di un partito che governa da dieci anni senza un reale appoggio elettorale.

E mentre dai giornali di regime, diventati il servizio d’ordine mediatico del Partito Democratico, si continua a urlare all’emergenza fascismo, quello stesso partito sembra aver piegato la Costituzione a suo uso e consumo. Nonostante il più elevato numero di condannati e inquisiti, nonostante gli scandalinonostante il cattivo governo dell’Italia che ha portato all’impoverimento del Paese, nonostante i diritti costituzionali sacrificati in nome di improbabili diritti accessori, nonostante 700mila clandestini fatti sbarcare indisturbatamente nei porti italiani e l’aver concesso a organizzazioni private il subappalto dei confini nazionali, nonostante la perdita drammatica di consenso elettorale, il Partito Democratico rimane saldo alla guida dell’ItaliaLa morale sinistra, il nuovo viaggio infernale redatto da Francesca Totolo, vi condurrà nelle bolge dei con-dannati del Partito Democratico. Dal 26 agosto, in libreria.

Aurelio Dalmonte

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/morale-sinistra-nuovo-libro-francesca-totolo-203203/

Hiroshima e Nagasaki: poca memoria per il genocidio di migliaia di cattolici giapponesi

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di Matteo Castagna

Scrive Giorgio Nebbia che “col passare dei decenni si fa sempre più pallido e formale il ricordo dell’esplosione, proprio il 6 agosto del 1945, della prima bomba atomica americana sulla città giapponese di Hiroshima, seguita, tre giorni dopo, da quella di una simile bomba atomica sull’altra città giapponese di Nagasaki: con duecentomila morti finiva la seconda guerra mondiale (1939-1945), e cominciava una nuova era, quella atomica, di terrore e di sospetti, eventi che hanno cambiato il mondo e che occorre non dimenticare”. Pare un monito lanciato ai professionisti della memoria, che appaiono ogni anno più distratti di fronte a questo genocidio di civili, forse perché intenti in quelle che considerano altre priorità.

Spiega ancora Nebbia: “L'”atomica” era il risultato dell’applicazione militare di una rivoluzionaria scoperta scientifica sperimentale: i nuclei dell’uranio e di alcuni altri atomi, urtati dai neutroni, particelle nucleari prive di carica elettrica, subiscono “fissione”, si frantumano in altri nuclei più piccoli con liberazione di altri neutroni che assicurano la continuazione, a catena, della fissione di altri nuclei. In ciascuna fissione, come aveva previsto teoricamente Albert Einstein (1879-1955) nel 1905, si liberano grandissime quantità di energia sotto forma di calore. Energia che avrebbe potuto muovere turbine elettriche, navi e fabbriche, ma che avrebbe potuto essere impiegata a fini bellici. La fissione anche solo di alcuni chili dello speciale isotopo 235 dell’uranio, o dell’elemento artificiale plutonio, libera energia con un effetto distruttivo confrontabile con quello di alcuni milioni di chili di tritolo, uno dei più potenti esplosivi disponibili. I danni sono ancora più grandi perché molti frammenti della fissione dell’uranio o del plutonio sono radioattivi per decenni o secoli. Dal 1945 Stati Uniti, Unione Sovietica (l’attuale Russia), Francia, Regno Unito, Cina, India, Pakistan, Israele, hanno costruito bombe atomiche sempre più potenti a fissione, o bombe a idrogeno, termonucleari, nelle quali la liberazione del calore si ha dalla fusione, ad altissima temperatura e pressione, degli isotopi dell’idrogeno, il deuterio e il trizio”.

Entrambe le bombe erano enormi, sproporzionate e costituirono le armi totali per costringere il Giappone, già stremato, all’inutile resa. Che motivo c’era, dunque, di provocare una catastrofe e la morte di 300 mila civili inermi?

Gli Stati Uniti, con l’assistenza militare e scientifica del Regno Unito e del Canada, erano già riusciti a costruire e provare una bomba atomica nel corso del Progetto Manhattan, un progetto scientifico-militare teso a costruire l’ordigno atomico prima che gli scienziati impegnati nel Programma nucleare tedesco riuscissero a completare i propri studi per dare a Hitler un’arma di distruzione di massa. Il primo test nucleare, nome in codice “Trinity“, si svolse il 16 luglio 1945 ad Alamogordo, nel Nuovo Messico. Una bomba di prova, denominata “The Gadget” fu fatta esplodere con successo. I lanci su Hiroshima e Nagasaki, quindi, furono la seconda e terza detonazione della storia delle armi nucleari.

Il mese precedente il bombardamento, la conquista di Okinawa, che aveva causato la morte di 150 000 civili e militari giapponesi, e la perdita di circa 70 000 soldati americani, aveva offerto una base ideale per la conquista del Giappone.
Insomma, nell’agosto del ’45 la guerra era finita. Dell’asse della Triplice non era rimasto più niente. Hitler e Mussolini erano morti e il Giappone era una nazione distrutta, circondata, senza cibo, medicine, nella propria perenne carenza assoluta di acqua potabile. Sarebbe capitolata miseramente da li a poco senza più spargimenti di sangue, bastava solo attendere un mese e sarebbe implosa nella propria miseria sociale. No, non vi era nessun motivo di sganciare due bombe atomiche e provocare tale orrore. A parte testare gli effetti scientifici di due sistemi esplosivi. Ammazzare trecentomila civili per un esperimento, più un paio di milioni morti nei successivi 10 anni a causa del fall-out radiattivo per che cosa.

Per un esperimento che gli americani definirono: “male necessario”; queste le due parole con il quale il presidente del progressista americano Truman, derubricò l’accaduto.

Va, però, ricordato che la città giapponese distrutta dall’atomica dopo Hiroshima era la più cattolica del Paese.

Non tutti sanno che Nagasaki era l’unica città a maggioranza cattolica del Giappone e Hiroshima era la seconda. Gli americani vollero punire così Pio XII per non essersi schierato, almeno dopo l’8 settembre, dalla parte degli Alleati? Anzi l’allora pontefice aveva protestato contro la distruzione dell’abbazia di Montecassino. In Vaticano era già stato recapitato un piccolo, odioso avviso di garanzia: cinque bombe di piccolo calibro cadute nei giardini a pochi metri dalla sua abitazione, a un passo da piazza San Pietro, sfiorando l’appartamento del suo massimo collaboratore, monsignor Domenico Tardini, la sera del 5 novembre del 1943; e poi ancora il 1° marzo del 1944 (un morto).

Riferisce La Croce.it: “Su Asia-News scrive uno storico: “Secondo il comando militare alleato, la bomba atomica era una necessità, perché non si trattava di piegare una resistenza armata, ma l’idea molto viva tra i giapponesi che Dio era dalla loro parte…L’atomica avrebbe dovuto scalfire questa certezza perché infliggeva un colpo mortale allo shintoismo artificialmente trasformato in ideologia militarista. Invece la bomba più che il cuore della religione giapponese colpì in pieno il quartiere cattolico di Nagasaki, il più importante e numeroso centro della Chiesa in Estremo Oriente. Perirono quasi tutti. L’epicentro dell’esplosione era stata proprio la loro cattedrale che, tra l’altro, in quel momento era affollata di fedeli in coda davanti al confessionale per prepararsi alla festa dell’Assunta. Prove concrete non ce ne sono ma il compianto scrisse nella sua autobiografia (Memorie e digressioni di un italiano cardinale, Siena, Cantagalli, 2010): “A Nagasaki fin dal secolo XVI era sorta la prima consistente comunità cattolica del Giappone. A Nagasaki il 5 febbraio 1597 avevano dato la vita per Cristo trentasei martiri (sei missionari francescani, tre gesuiti giapponesi, ventisette laici), canonizzati da Pio IX nel 1862. Quando riprende la persecuzione nel 1637 vengono uccisi addirittura trentacinquemila cristiani. Poi la giovane comunità vive, per così dire, nelle catacombe, separata dal resto della cattolicità e senza sacerdoti; ma non si estingue. Nel 1865 il padre Petitjean scopre questa “Chiesa clandestina”, che si fa da lui riconoscere dopo essersi accertata che egli è celibe, che è devoto di Maria e obbedisce al Papa di Roma; e così la vita sacramentale può riprendere regolarmente. Nel 1889 è proclamata in Giappone la piena libertà religiosa, e tutto rifiorisce. Nel 1929, di 94.096 cattolici nipponici ben 63.698 sono di Nagasaki”.

Ai lettori porsi le conseguenti domande e recitare le preci di suffragio.

 

 

 

La differenza tra uomo e donna ci salverà perché lì c’è la vita

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di Claudio Risè

Fonte: La Verità

La tesi del disegno di legge Zan sulle pretese identità sessuali percepite è una teoria che cerca di smontare una delle maggiori e più significative evidenze umane, per sostituirla con una serie di caselle burocratiche

Il bizzarro decreto Zan contro un reato introvabile nelle statistiche nazionali forse non passerà. Un risultato notevole l’ha però già ottenuto: ha suscitato il panico tra genitori e educatori, impegnati nel loro lavoro e spaventati dal quadro della situazione affettiva giovanile fornita da giornali e media, devoti al loro zelo zannofilo. Da ciò che molti adulti riferiscono all’analista, il mondo giovanile secondo i media appare come qualcosa tra Sodoma e Gomorra, tra imbellettati Pride e cambi di sesso di massa. Genitori e maestri, per lo più sofferenti per il loro scarso potere e incisività, sono poi sbalorditi dalla tesi gender dell’identità sessuale ridotta a “produzione culturale” inventata dalla società. Non si erano mai accorti di avere con le loro idee o speranze il potere di determinare addirittura il sesso dei loro figli e allievi; anzi erano convinti di non avere nessun potere. Le figure educative sono disorientate. Vorrei, per quanto posso, rassicurarli.
E, già che siamo nello Sguardo selvatico, li inviterei a “scendere dal pero”, albero che nel folclore contadino ha spesso rami complicati e contorti, fragili, spesso intaccati da parassiti, da cui è facile cadere. Per giunta di frequente sterili, come protesta un detto popolare siciliano: “Pira ‘un facisti, e miraculi vöi fari?” (“Non hai fatto pere, e vuoi fare miracoli?”). Presunzioni  contorte come i ragionamenti della supponente Gender theory, con la quale una ricca sociologa americana, Judith Butler, pretende di spiegarci come siamo fatti e come si fa ad amare.
Giù dal pero, dunque. Non impressioniamoci. I molti scrivani o opinion maker simpatizzanti o comunque colpiti dalla LGBT etc, (spesso non giovanissimi), non rappresentano tutti i giovani italiani, e neppure quelli europei. Sono persone testardamente devote a una teoria nata nel decostruzionismo del ‘900, che ha cercato di smontare la differenza sessuale, una della maggiori e più significative evidenze umane, per sostituirla con una serie di caselle burocratiche corrispondenti neppure a sessi, ma a pratiche sessuali, anche molto minoritarie e private, sostanzialmente irrilevanti ai fini dell’identità personale. Ma non ci stanno riuscendo. I popoli dei paesi del Nord, che la teoria del gender l’hanno scoperta già prima del terzo millennio, hanno pagato da tempo il loro scotto di cambiamenti di sesso infelici, disagi mentali, rotture familiari e peggio. I governi di quei Paesi hanno ora atteggiamenti più cauti e smagati, anche per i costi sul piano umano e sociale delle pretese “identità sessuali percepite”. Noi invece stiamo ancora scoprendo l’acqua calda, e allestendo i corrispondenti finanziamenti, giornate celebrative e burocrazie nuove di zecca, apprestate per l’occasione. Certo, se non smettiamo in fretta, ahimè qualcuno si farà male. Sarà doloroso, non però la fine del mondo.
Perché, anzi, il mondo è cominciato, e continua a funzionare, non con la pur importante (anche se spesso traditrice) tecnologia o su stravaganti teorie sociologiche, ma proprio grazie a quella Differenza essenziale, tra donne e uomini, di cui ci parla (ad esempio) sir Simon Baron-Cohen, professore di psicologia dello sviluppo all’Università di Cambridge, nel suo The essential difference (Penguin). Una differenza sulla quale poggia il mondo degli esseri umani, e che non ha nulla a che vedere con il mondo degli stereotipi, come Baron-Cohen precisa fin dalle prime pagine. A dimostrare però le resistenze dei templi della cultura italiana verso le decine di ricerche raccolte dall’autore, che molto elegantemente svuotano la teoria del genere (senza neppure mai nominarla perché scientificamente inesistente), basti notare che questo libro, fra i primi e più noti del giovane e brillante psichiatra, è quasi l’unico a non essere stato ancora tradotto in italiano. I nostri soloni della cultura non vogliono neppure sentire parlare della “differenza essenziale” tra maschi e femmine.
Forse perché Simon Baron-Cohen nel libro svelava (già nel 2003) con grande chiarezza e understatement: “Nei passati decenni l’idea stessa di differenze psicologiche nei due sessi avrebbe sollevato pubbliche proteste. Gli anni 60 e 70 videro un’ideologia che svalutò le differenze psicologiche dei sessi come o mitiche o comunque non essenziali… riflessi di forze culturali diverse in azione nei due sessi. Il cumulo però di evidenze prodotte per molti decenni da studi e ricerche di laboratori indipendenti mi hanno persuaso che ci sono differenze essenziali che devono essere studiate e riconosciute: la vecchia idea che possano essere soltanto culturali è oggi troppo semplicista”. Le “differenze essenziali” , spiega l’autore, sono presenti fin dalla nascita: troppo presto per attribuirle tutte alla cultura. I fattori biologici sono gli unici candidati in grado di spiegarli, almeno in gran parte.
Nel libro, l’analisi del cervello e della mente incrocia poi la riflessione neuroscientifica sull’evoluzione, dove emerge molto presto la differenza essenziale tra uomo e donna: l’uomo procura il cibo e difende la donna e la prole, la donna  fa i bambini e li nutre. La capacità specifica del femminile è l’empatia, con la sua capacità di accoglienza e scambio affettivo, quella del maschile è il costruire sistemi che aiutano e sviluppano la vita; con il necessario accompagnamento della funzione di difesa/aggressione, presente fin dalla prima infanzia dell’uomo. Naturalmente poi, entrambi gli aspetti fanno un po’ di tutto, a seconda delle necessità e anche delle inclinazioni. Giovanna d’Arco è stata (anche) un grande capo militare e Francesco d’Assisi un campione assoluto di accoglienza ed empatia: sono le dimostrazioni estreme della possibilità di sviluppare anche le qualità dell’altro sesso, che confermano la fondamentale libertà dell’essere umano. Tuttavia i due, donna e uomo, sono fatti così, e tali rimangono, anche se si iscrivono a un’altra casella. Il maschio crea continuamente sistemi: di ragionamento, di produzione, di vita spirituale (san Benedetto). E la manager emancipata e superaffermata porta in analisi il suo desiderio di maternità.
Baron-Cohen poi, approfondisce, qui e anche altrove (per esempio ne: I geni della creatività. Come l’autismo guida l’invenzione umana appena uscito da Cortina), anche gli aspetti “autistici”, fortemente introversi del maschile, a cui si deve gran parte dello sviluppo tecno-scientifico. Ma che spesso fanno perdere la pazienza alle donne: “Perché mio marito non parla mai?”
Genitori e insegnanti si possono tranquillizzare: la “differenza essenziale” ci salverà. Perché lì c’è la vita.

Strage di Bologna, i dieci misteri che i magistrati non hanno mai voluto chiarire

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di David Romoli 

Fonte: Il Riformista

1- Subito dopo la strage, al termine di una riunione con svariati ministri e i vertici delle forze dell’ordine a Bologna, l’allora presidente del Consiglio Cossiga affermò che la matrice della strage era fascista. Cossiga, confermato dal verbale informale del vertice notturno, ha poi ammesso che non c’erano elementi a sostegno della sua affermazione e che anzi la maggior parte dei presenti riteneva che la matrice fosse internazionale. Quanto ha inciso quella denuncia aprioristica sulle indagini successive che non hanno mai seguito altre piste se non quella neofascista?
2-Il testimone chiave dell’accusa, Massimo Sparti, è stato smentito dall’intera famiglia. Fu scarcerato sulla base di una falsa diagnosi che lo indicava come malato terminale. Il medico che contestava quella diagnosi, più tardi presidente dell’Associazione dei medici penitenziari, fu allontanato dopo quelle proteste. Non sarebbe stato necessario un maggior approfondimento su quella scarcerazione anomala e sulla falsa diagnosi?
3- Uno degli elementi indiziari principali che hanno portato alla condanna dei Nar è l’omicidio Mangiameli, avvenuto a Roma poche settimane dopo la strage. Secondo i magistrati di Bologna quell’omicidio era collegato alla strage perché i Nar volevano mettere a tacere un testimone pericoloso. Nel processo per l’omicidio Mangiameli, svoltosi a Roma, quel delitto viene però spiegato con motivazioni tutte diverse. È normale che un tribunale adoperi come elemento a sostegno del proprio impianto accusatorio un movente opposto a quello indicato dal diverso tribunale che ha indagato sul delitto in questione?
4- Licio Gelli, Francesco Pazienza e gli ufficiali del Sismi Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte sono stati condannati in via definitiva per il depistaggio operato con la valigetta fatta ritrovare sul treno espresso Taranto-Milano nel gennaio 1981. In quel momento non c’erano indagini a carico dei Nar e il depistaggio servì anzi a indicare per la prima volta quella direzione. Si trattò di un depistaggio o di un “impistaggio”?
5- L’analisi del dna attuato sulla vittima della strage indicata sinora come Maria Fresu ha provato che quei resti non sono della Fresu. È dunque plausibile che appartengano a una vittima non identificata che doveva trovarsi molto vicina all’ordigno, tanto da autorizzare il sospetto che lo stesse trasportando. Per essere certi che quei resti non appartengano a nessuna delle altre vittime sarebbe sufficiente disporre un numero molto limitato, sotto la decina, di analisi del dna. Perché la Procura di Bologna ha rifiutato di disporre quelle analisi?
6- Al termine del processo contro Gilberto Cavallini la procura di Bologna ha chiesto il rinvio a giudizio per falsa testimonianza di quasi tutti i testimoni della difesa. In molti casi la richiesta è stata respinta ma è stata invece accolta per Stefano Sparti, figlio di Massimo, rinviato a giudizio per essersi confuso su una data a distanza di 38 anni, quando era un bambino. Una richiesta del genere non rischia di costituire una minaccia per i testimoni della difesa?
7- Nel processo in corso contro Paolo Bellini, accusato di essere l’esecutore materiale della strage, sono imputati come mandanti Licio Gelli, Umberto Ortolani e Federico Umberto d’Amato e, con diverse accuse, Mario Tedeschi e Quintino Spella. Sono tutti morti. Non si rischia così da un lato di ledere il diritto alla difesa, dall’altro di fissare una verità storica incerta, dalla l’incertezza degli indizi e l’impossibilità per gli imputati defunti di spiegarli come non inerenti alla strage?
8- Il processo contro i mandanti si basa su elementi già noti. La procura di Bologna aveva pertanto chiesto l’archiviazione. La procura generale ha avocato a sé l’inchiesta e deciso di procedere. Come si spiega lo scontro tra Procura di Bologna e Procura generale?
9- La principale pista alternativa a quella della matrice neofascista rinvia al famoso “lodo Moro”, cioè a un patto segreto stretto tra Stato italiano e organizzazioni palestinesi. All’interno di questa cornice dal profilo però sfumato e sostanzialmente ancora ignoto andrebbero anche inquadrati il rapimento avvenuto a Beirut poco dopo la strage e la scomparsa dei giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni. Del lodo hanno parlato in più volte sia esponenti delle istituzioni italiane che dell’Olp. Tuttavia nessuno ha mai chiarito fino in fondo di cosa si sia trattato. È possibile indagare a fondo sulla strage di Bologna senza aver prima fatto luce sul contesto?
10- Negli ultimi anni sono emersi numerosi elementi che potrebbero indicare una “pista palestinese”, ultimo le informative del capoposto del Sismi in Medio Oriente colonnello Giovannone della primavera-estate 1980. Da quanto trapelato, nonostante le informative siano state secretate, risulta che Giovannone avesse a più riprese avvertito Roma di un imminente grosso attentato in Italia, deciso da una frangia del Fplp e materialmente affidato al terrorista internazionale ed ex militante dell’Fplp Carlos. La Procura di Bologna non ritiene necessario approfondire questa indagine dal momento che per quanto riguarda gli organizzatori della strage esistono già sentenze definitive a carico di Luigi Ciavardini, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Non sarebbe quindi il caso che a indagare su tutto il contesto anche internazionale in cui è maturata la strage e sull’esecuzione della stessa fosse la politica, cioè una commissione parlamentare d’inchiesta?

PER APPROFONDIRE:

La morale sinistra, il nuovo libro di Francesca Totolo

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Roma, 3 ago – «La questione morale è divenuta oggi la questione nazionale più importante» tuonò Enrico Berlinguer nel 1980. Da allora, la questione morale divenne una superba superiorità antropologica intrinseca al Partito Comunista da sbandierare come manifesto politico contro i partiti avversari, sfociando poi nel “Codice Etico” pubblicato dal Partito Democratico nel 2018. Ma il partito moralizzatore concretizzò mai il suo manifesto? Il nuovo libro di Francesca Totolo, La morale sinistra, edito da Altaforte Edizioni, documenterà che il Partito Comunista prima, con i cattivi maestri, e il Partito Democratico poi, con un numero esorbitante di esponenti, hanno ben predicato, ma razzolato malissimo.

La morale della sinistra nel libro di Francesca Totolo

Falso, corruzione, peculato, turbativa d’asta, voti di scambio, associazione a delinquere, favori alla mafia, violenza sessuali, sanitopoli, concorsopoli e parentopoli sono il nuovo “album di famiglia” del Partito Democratico, riprendendo le parole di Rossana Rossanda nel suo celebre editoriale pubblicato su Il Manifesto durante il sequestro di Aldo Moro: «In verità, chiunque sia stato comunista negli anni Cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle Br. Sembra di sfogliare l’album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi Stalin e Zdanov di felice memoria». Le affermazioni della Rossanda appaiono oggi di stretta attualità: «Se le masse sono manipolate dagli apparati, con quale esercito si fa la rivoluzione? Se il nemico è un potentissimo partito – Stato, protetto dall’estero e padrone di tutte le istituzioni, difficile pensare di abbatterlo col cecchinaggio».

Oggi, quel “potentissimo partito” è il Partito Democratico che, mettendo in atto la dottrina di Gramsci, ha occupato ogni spazio democratico, dalla magistratura all’istruzione, passando per l’informazione e la cultura. È proprio occupando tali spazi che il Pd è diventato il più influente apparato della Storia della Seconda Repubblica, riuscendo peraltro a governare il Paese anche perdendo le elezioni. E proprio da questo scenario, che non si poggia su un effettivo appoggio elettorale, potrebbe derivare l’allarmante numero di esponenti e di amministratori del Pd condannati o inquisiti per reati associativi e per corruzione. Da Mafia Capitale agli scandali delle Regioni, passando per le inchieste per associazione a delinquere in Calabria e in Sicilia, nulla sembra scalfire la direzione nazionale del Partito Democratico che si limita a rispondere: «E allora la Lega?», «E allora Fratelli d’Italia?» e «E allora il fascismo?», rimangiandosi la cosiddetta questione morale e quel «Codice etico» che avrebbe dovuto essere la bussola del partito.

Il “Codice Etico” è diventato cartastraccia

Dove è finito quel proclama inserito nel “Codice Etico”: «Le donne e gli uomini del Partito Democratico ispirano il proprio stile politico all’onestà e alla sobrietà. Mantengono con i cittadini un rapporto corretto, senza limitarsi alle scadenze elettorali. Non abusano della loro autorità o carica istituzionale per trarne privilegi; rifiutano una gestione oligarchica o clientelare del potere, logiche di scambio o pressioni indebite»? Mai un esame di coscienza, mai un ripensamento in merito alla gestione malata del territorio, mai una vera riorganizzazione dei vertici del partito.

Il diktat sembra essere solo uno: dopo una scrollatina di spalle, tenersi stretta la poltrona, resa inattaccabile da una magistratura compiacente, come ha dimostrato il caso Palamara, e da una stampa sdraiata al limite del servilismo e della distopia orwelliana. Se non ci trovassimo in un Paese ormai malato terminale, l’incontro tra Luca Lotti e Luca Palamara in quella saletta dell’hotel Champagne di Roma avrebbe avuto conseguenze ben diverse, non solo un’alzata di spalle di un partito che governa da dieci anni senza un reale appoggio elettorale.

E mentre dai giornali di regime, diventati il servizio d’ordine mediatico del Partito Democratico, si continua a urlare all’emergenza fascismo, quello stesso partito sembra aver piegato la Costituzione a suo uso e consumo. Nonostante il più elevato numero di condannati e inquisiti, nonostante gli scandalinonostante il cattivo governo dell’Italia che ha portato all’impoverimento del Paese, nonostante i diritti costituzionali sacrificati in nome di improbabili diritti accessori, nonostante 700mila clandestini fatti sbarcare indisturbatamente nei porti italiani e l’aver concesso a organizzazioni private il subappalto dei confini nazionali, nonostante la perdita drammatica di consenso elettorale, il Partito Democratico rimane saldo alla guida dell’ItaliaLa morale sinistra, il nuovo viaggio infernale redatto da Francesca Totolo, vi condurrà nelle bolge dei con-dannati del Partito Democratico. Dal 26 agosto, in libreria.

Aurelio Dalmonte

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“Commissione Ue indecente, da noi niente Lgbt nelle scuole”: Orban mostra i muscoli

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di Gabriele Costa

Budapest, 3 ago – Continua il braccio di ferro tra l’Ungheria di Orban e la Commissione Ue capitanata da Ursula von der Leyen sul tema caldo degli Lgbt. Al centro della dura polemica c’è, ovviamente, la discussa legge che vieta la diffusione della propaganda gender nelle scuole magiare. Una norma che la stampa globalista ha ribattezzato impropriamente «legge anti-Lgbt», definendola pertanto «omofoba», laddove Orban ha sempre puntualizzato che nulla c’entra con i diritti degli omosessuali, bensì con la protezione dei minori dal rischio di sessualizzazione precoce e manipolazione ideologica.

«La nostra priorità è difendere i bambini»

Dopo che Bruxelles ha minacciato pesanti sanzioni contro l’Ungheria (e la Polonia), Orban ha spiazzato tutti indicendo un referendum sulla legge anti-propaganda Lgbt, rimettendo cioè la questione nelle mani degli ungheresi. Ora, però, il primo ministro magiaro ci ha tenuto a rispondere alle accuse che gli sono piovute addosso. Lo ha fatto tramite un documento che è stato divulgato oggi su Twitter da Judit Varga, ministro della Giustizia ungherese: «L’Ungheria ha subìto un attacco senza precedenti solo perché la protezione dei bambini e delle famiglie è la nostra priorità e, a questo proposito, non vogliamo che la lobby Lgbtq entri nelle nostre scuole e nei nostri asili», ha spiegato il guardasigilli magiaro.

Orban contro la propaganda Lgbt

Per questo motivo, ha proseguito la Varga, «il governo ungherese ha risposto a questi attacchi indecenti» con il documento succitato. Qui, in aperta polemica con la Commissione Ue, l’esecutivo di Orban sottolinea come la legge anti-propaganda Lgbt non rientri affatto nelle competenze di Bruxelles. Oltre all’accusa di ingerenza, il governo di Budapest rinfaccia agli eurocrati di essere male informati sui contenuti della norma, visto che è stato dato credito – in maniera acritica – a Ong varie che li hanno riportati distorcendo la realtà. In sostanza, il documento specifica che il rapporto Ue «è viziato da pregiudizi ideologici», e le sue conclusioni sono pertanto «inaccurate e tendenziose».

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/orban-bruxelles-legge-propaganda-lgbt-203222/

Emergenza a Lampedusa: sbarcano altri 424 clandestini

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La situazione nell’hotspot di Contrada Imbriacola è sempre più drammatica

di Federico Garau

Proseguono senza sosta, ad ogni ora della notte e del giorno, gli arrivi di clandestini nel nostro Paese: tra sbarchi autonomi e salvataggi in mare sono centinaia ad ogni aggiornamento che viene effettuato dalle autorità locali.

Solo nelle ultime ore sono state ben sei le operazioni condotte dalle motovedette della Capitaneria di porto di Lampedusa e della Guardia di Finanza. Al largo della maggiore delle Isole Pelagie le forze dell’ordine hanno recuperato complessivamente 424 immigrati irregolari i quali, dopo esser stati fatti salire a bordo, sono potuti infine sbarcare sul territorio nazionale italiano. I primi 178 clandestini, tutti provenienti dal Bangladesh, sono stati individuati e raggiunti dalle motovedette della Guardia di Finanza al confine fra la Sar maltese e italiana.

Ulteriori 246 extracomunitari sono invece stati soccorsi e quindi assistiti dalla Capitaneria di porto, quando le imbarcazioni a bordo delle quali navigavano verso lo Stivale erano già in vista di Lampedusa. Una volta sbarcati sul molo Favaloro, gli immigrati irregolari sono stati sottoposti a tampone naso-faringeo ed a visita medica. A seguito delle consuete operazioni di identificazione, tutti e 424 sono finiti nell’hotspot di Contrada Imbriacola, che si trova in condizioni sempre più disperate: sono infatti oltre 1400 gli extracomunitari all’interno della struttura, a fronte di una capacità massima di 250 posti.

Le parole di Salvini

“Il tema immigrazione è nei numeri: tra il pomeriggio e la notte sono sbarcati più di 700 immigrati irregolari e altri 800 sono a bordo di due navi, una francese e una tedesca. Non penso che, dopo il Covid, ci si possa permettere 1500 sbarchi al giorno”, sbotta il leader del Carroccio al banchetto di raccolta firme per i referendum sulla giustizia a Milano.

“Mentre si chiede il Green pass per andare in pizzeria, ci sono persone che sbarcano da Paesi non vaccinati che, spesso e volentieri, scappano dai centri e girano. È un problema anche sanitario, oltre che economico, sociale e culturale”, aggiunge ancora l’ex vicepremier.“Non è un problema inventato dalla Lega: se invece di 30mila sbarchi fossimo alla quota dell’anno scorso, il problema non ci sarebbe. In tante periferie milanesi ci sono tanti immigrati regolari che si sono ben integrati, ma ci sono alcune zone con ghetti inavvicinabili anche dalle forze dell’ordine”, conclude.

Fonte: https://www.ilgiornale.it/news/cronache/emergenza-lampedusa-sbarcano-altri-424-clandestini-1966750.html

DI FRONTE ALLA CRISI PANDEMICA IL CATTOLICO RISPONDE: “SANTIFICARE IL MOMENTO PRESENTE!”

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di Matteo Castagna per www.informazionecattolica.it di oggi

 
Nel variegato mondo cattolico esistono alcuni “web-predicatori” di sventura che assomigliano un po’ ai tele-predicatori protestanti americani e che, con una costanza propria solo di chi non ha il lavoro, come primaria attività, riesce a sviluppare, ogni giorno da circa due anni. Essi ci propinano i loro sermoni catastrofisti su quella che, incredibilmente, si ostinano a chiamare “presunta pandemia”, nonostante 4.189.148 decessi nel mondo (fonte OMS, Health Emergency Dashboard, 29 luglio 2021).
Questi “accademici dell’apocalisse” fanno della questione sanitaria un’ autentica crociata (ma la spada è la tastiera..) con tanto di anatemi e proclami, certi più dell’esistenza dell’Aldilà (per allocuzioni interiori? O glielo ha confidato Soros?) di un pianificato progetto di distruzione di massa dello scibile umano da parte di governi al soldo di miliardari psicopatici. Sì, esistono governi corrotti, sono sempre esistiti. Ma come fanno ad avere certe certezze, applicandole “erga omnes”, senza distinzioni né contestualizzazioni? Si tenga presente che chi scrive ha sempre guardato alla gestione globale dell’emergenza sanitaria con occhio molto critico, è contrario alla vaccinazione ed al lasciapassare obbligatori (si può ancora dire?). Per i primi, perché non è scientificamente provato che il vaccino preservi dal contagio, ma è nelle cronache l’esatto contrario (Israele docet), nonché sono quotidiani gli allarmi di pericolosità per la salute, nel breve e, ipoteticamente, persino nel lungo termine. Per i secondi, perché sono restrizioni delle libertà individuali e, per alcuni, professionali, che appaiono come escamotages per costringere al vaccino. Molti cattolici e molte persone di buon senso stanno dimostrando in piazza la ragionevolezza delle due argomentazioni, che vengono messe in secondo piano dalle farneticazioni di questi personaggi in cerca d’autore e di matti d’ogni risma. Ogni crisi sembra attrarre come una calamita sia gli sciacalli che i folli. Le persone serie, i critici che amano davvero la libertà devono sapersi distinguere ed isolare sciacalli e folli, soprattutto se provengono da ambienti cattolici perché oltre alle battaglie di libertà rischiano di svilire anche la religione.
 
Il motivo principale per cui diffidare dagli “web-predicatori” è che non forniscono alternative. Noi cattolici critici della gestione pandemica, oltre a denunciare alcune evidenti speculazioni economiche da parte dei soliti big delle multinazionali, diciamo chiaramente, fin dall’inizio due cose: 1) Non possiamo impaurire la gente come fossimo l’altra faccia della medaglia del mainstream, altrimenti arriverà il momento in cui il terrore prevarrà sulla razionalità, sempre che questo, per alcuni, non sia già avvenuto, dopo quasi due anni di appiattimento a questa “unicità argomentativa globale”. L’ossessione compulsiva che leggiamo sul web, sui social ed in alcune chat è impressionante. C’è anche chi ha divulgato teorie per cui sarebbero in costruzione almeno tre campi di concentramento per non vaccinati. In realtà, si tratta dei lavori incompiuti per il TAV… 2) Le alternative che possiamo proporre, come scrittori e opinionisti cattolici, derivano da molti elementi magisteriali, esempi di vita dei Santi, ma in particolare, a mio avviso, dal testo “Santifichiamo il momento presente” del Canonico Pierre Feige (1857-1947). S. Francesco di Sales scriveva: “Pensiamo solamente al bene, oggi; quando l’indomani sarà arrivato, si chiamerà oggi, ed allora ci penseremo”. Saggezza disarmante per tutti.
 
Che cosa ci servirebbe sapere tutto delle ultime notizie sul Covid, sui vaccini, sul Green Pass, se non ci applichiamo a santificare bene il momento presente? Non assomiglieremmo forse a chi conoscesse molte città e poi sbagliasse ad entrare in casa sua? Monsignor D’Hulst dice che “è il momento presente che ci è richiesto, poiché è il solo che ci appartenga”. Santificare il momento presente è concentrare su di esso tutta la nostra attività, tutta la nostra buona volontà, per passarlo il più santamente possibile, compiendo i nostri doveri di stato. In primis, è nostro dovere sforzarci di conformare la nostra volontà a quella di Dio, che può anche chiederci delle prove o di espiare peccati altrui, e noi dobbiamo farci trovare sempre pronti. E’ sul mare burrascoso di questo mondo, ove la nostra anima è come una barca in tempesta, mantenere senza interruzione il timone nella direzione che piace a Dio, secondo i dieci Comandamenti ed i Precetti della Chiesa. Perché lasciarci andare alla tristezza, all’inquietudine, ai rimpianti e, in ultima analisi, alla disperazione? Dove sarebbe la Speranza cristiana? Non comportiamoci come atei o pagani e impariamo dal celebre maresciallo Foch, che diceva: “Mi si è chiesto sovente se io credevo ad una guerra lunga. Non so niente; l’avvenire non appartiene agli uomini ed è una perdita di tempo, di pensieri, e quindi di forze, il voler far previsioni a scapito degli impegni dell’ora presente”. Applichiamoci, dunque, nel santificarla, perché a questo siamo singolarmente chiamati, non a artifici cervellotici per ergerci a salvatori del mondo o a salire in cattedra (d’asilo) per autocelebrarci nell’inutile “io l’avevo detto…”.

“Mons.” Azcona: “le cerimonie con Pachamama sono uno scandalo”

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L’EDITORIALE DEL LUNEDÌ
di LEONARDO MOTTA
per Agerecontra.it

Il Vescovo emerito di Marajó, in Brasile, che ha servito per più di 30 anni nelle aree amazzoniche, si è espresso contro le cerimonie svolte insieme a un’immagine riconosciuta da molti come la Pachamama, avvertendo le molteplici conseguenze negative che tali pratiche causerebbero.
Il presule, che ha una vasta esperienza di interazione e conoscenza da vicino con gli abitanti della zona, ha espresso la sua indignazione per le cerimonie con idoli che sono state praticate e le gravi ripercussioni negative conseguenti.
“È uno scandalo per milioni di cattolici nel mondo, soprattutto per i poveri, ‘i piccoli’, per gli ignoranti, ‘i deboli’ che evidentemente hanno il ‘sensus fidei’ (senso della fede)”.
Secondo il vescovo emerito in modo particolare sono stati gli indifesi dell’Amazzonia i più colpiti da questo impatto idolatrico. Hanno sentito profondamente, almeno nell’Amazzonia brasiliana, questo attacco contro la fede cristiana, contro la convinzione ecclesiale che l’unica Regina dell’Amazzonia è Nostra Signora di Nazaré, Madre di Dio, Creatore e Redentore. C’è solo una Madre, la Beata Vergine Maria e nessun’altra madre, nessun’altra Pachamama andina, nessuna Jemanjá (dea pagana).
Secondo il vescovo emerito lo scandalo è stato offerto anche agli evangelici e ai pentecostali. Anche loro, inorriditi, hanno assistito a scene di vera idolatria, “e tra shock e stupore sono ora sempre più confermati nell’errata convinzione che il cattolico sia un adoratore di idoli. E non più di santi… ma di veri demoni. In questo modo anche il dialogo ecumenico-interreligioso è stato scosso con conseguenze umanamente irreparabili e con pesanti complicazioni ecumeniche per coloro che vogliono intendere il mistero della Chiesa come ‘sacramento universale di salvezza’”.

Leonardo Motta

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