L’eutanasia di stato è barbarie

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IL COMITATO PROMOTORE DEL REFERENDUM SULL’EUTANASIA LEGALE HA ANNUNCIATO IL RAGGIUNGIMENTO DEL TETTO DELLE 500 MILA FIRME NECESSARIE AFFINCHÉ LA CORTE DI CASSAZIONE POSSA INDIRLO. I SEGUACI DEL TRANSUMANESIMO AVRANNO BUON GIOCO NEL TRASFORMARE I DESIDERI IN DIRITTI?

I partiti globalisti, ossia gli eredi delle vecchie sinistre, divenuti il “partito radicale di massa” a seguito della caduta del muro di Berlino, hanno aggiornato la loro ideologia nel tempo. Oggi potremmo definirli seguaci del transumanesimo, che trasforma i desideri in diritti e ogni volontà in libertà. L’estremizzazione del relativismo prevede, perciò, che tutto quello che un soggetto decide per sé sia lecito. La maggioranza crea il diritto positivo e si azzerano la realtà e la verità oggettiva, sino ad arrivare all’assurdo della società distopica di orwelliana memoria.
In questo contesto, che, con un termine moderno, potremmo definire liberal, pare che stia avendo un grande successo la raccolta di firme per indire un referendum che legalizzi l’eutanasia. Ci attende, pertanto, un autunno rovente perché Pd, M5S e LeU appaiono ultracompatti su questo fronte, mentre non sembrerebbe, almeno per ora, di assistere alla stessa unità d’intenti, sul fronte opposto, a difesa della vita fino alla morte naturale.
Chi non crede, comprende, comunque, la sacralità della vita e l’indispensabile necessità della sua tutela dal concepimento alla fine non indotta. Aristotele, ad esempio, ritenne che il suicidio, in tutte le sue forme, fosse sempre ingiustificato, perché chi si suicida compie un delitto verso se stesso, in quanto va contro la ragione e contro l’inclinazione naturale ad amare se stessi. In secondo luogo – sempre secondo il grande filosofo greco – l’individuo non appartiene solo a se stesso ma alla comunità entro la quale si è formato e alla quale è legato da un vincolo di riconoscenza e di mutuo aiuto. Pertanto fa un grave affronto alla collettività sottraendole un membro. In terzo luogo, chi fugge dalla sventura o da un dolore, si comporta non già da coraggioso ma da uomo vile (Etica Nicomachea).
Il credente, altresì, ritiene l’uomo un essere razionale dotato di corpo ed anima immortale, di cui è custode, perché la vita appartiene a Dio, suo Creatore e redentore. Anche nello stato completamente incosciente per malattia grave, tutti noi rimaniamo tali e non possiamo accettare di essere trattati come vegetali da potare o rami secchi da ardere. I liberal ritengono se stessi padroni della propria vita e, quindi, se decidono di interromperla, sarebbe una loro libera e lecita scelta.
 
«Nella morale e nel diritto, durante l’era cristiana, l’eutanasia fu universalmente trattata come omicidio o suicidio. Oggi dobbiamo constatare un triste ritorno ai barbari costumi che si manifestano in proposte di leggi, le quali autorizzano i medici a uccidere placidamente gli ammalati che vogliono la morte o che dispongano l’uccisione di persone inutili a causa di malattie o vecchiaia avanzata. […]. L’eutanasia è un atto intrinsecamente cattivo. È suicidio o omicidio a seconda del caso. […]. L’eutanasia è direttamente contraria al fine proprio della medicina e del medico, che deve mederi, ossia guarire e quindi salvare la vita degli uomini, usando tutte le risorse a sua disposizione. L’eutanasia è uccidere. […]. Le leggi che permettono o impongono un tale atto sono leggi cattive. Obbedire a tali leggi è commettere peccato di omicidio» (F. Roberti – P. Palazzini, Dizionario di Teologia morale, Roma, Studium, 1955, p. 506, voce “Eutanasia”, ristampa, Proceno – Viterbo, Effedieffe, 2019)
Se dovesse passare il ddl Zan, chi è contrario all’eutanasia potrebbe pure finire tra coloro che “istigano alla discriminazione” di coloro che vogliono suicidarsi e quindi, qualora l’eutanasia fosse legalizzata, potrebbe anche crearsi l’ipotesi folle, per cui chi istigasse al suicidio un ammalato, farebbe il suo bene?
Il decadentismo dell’era presente ci sta portando davvero al mondo che gira al rovescio, ma l’ideologia della morte non dovrà prevalere.

DA

L’eutanasia di stato è barbarie

Presto i bianchi saranno minoranza: i dati che sconvolgono gli USA

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di Francesco Boezi

Il censimento del 2020 – quello messo a punto dal Us Census Bureau – racconta di un’America in progressiva e costante mutazione. Dalle statistiche demografiche, in un certo senso, è possibile trarre pure qualche conclusione previsionale di tipo politico. Nel senso che, interpretando un censimento, emerge quali sono le fasce di popolazione in ascesa e quali quelle in calo. Il che è utile anche per capire chi, tra i due partiti che compongono il bipolarismo americano, parta da una situazione di vantaggio per il prossimo futuro. Le statistiche, nel caso del 2020, non sono del tutto definitive. Ma qualche informazione utile già c’è.

L’idea dell’America come uno spazio geografico per lo più vuoto non è in discussione. Ma esiste una migrazione interna verso le grandi città. Un fenomeno immortalato dall’ultimo censimento che merita di essere registrato. Di sicuro, la globalizzazione spinge i cittadini statunitensi verso le grandi metropoli urbanizzate. L’economia – questo è un paradigma che vale per tutto l’Occidente – sta accentrando i processi economici all’interno di pochi e selezionati luoghi. L’elemento inaspettato, se c’è, è quello appena descritto degli spostamenti. Perché il resto, ossia la crescita verticale in percentuale delle cosiddette minoranze, è telefonato ormai da qualche decennio. Così come la diminuzione della popolazione bianca.

Gli afroamericani costituiscono quasi il 20%. Si tratta di un trend demografico che prosegue da un po’ e che sembra favorire, per via della tradizione elettorale della comunità afroamericana, i Democratici di Joe Biden e Kamala Harris. Non per il 2020, che è ormai acqua passata, ma per l’avvenire politico-elettorale, già a partire dal prossimo appuntamento delle elezioni di metà mandato. Non è un caso, del resto, se i Repubblicani si interrogano da tempo sul come rinnovare il loro rapporto con le minoranze. Chi vorrebbe ridimensionare Donald Trump pensa che un leader meno aggressivo dal punto di vista ideologico possa contribuire ad una modifica della narrativa.

Qualcosa che sarebbe decisivo per aprirsi nei confronti delle minoranze. Trump si è affermato tra gli ispanici, che nel 2020 – come riporta lo specchietto del Metropolitan Policy Program – rappresentano il 12.1% del totale – ma non riesce ad intraprendere un percorso di dialogo con buona parte dei cittadini di colore, che continuano a preferire l’opzione Dem. Questo è stato vero in entrambe le circostanze in cui The Donald si è candidato a presidente degli Stati Uniti. Virare verso il centro, per una certa parte del GOP, è considerato un obbligo. Perché i trend demografici sono senz’appello. E lo spettro di numerose sconfitte consecutive si è già palesato.

Capiamoci: non è si tratta di escludere in maniera aprioristica una futura affermazione da parte dei Repubblicani. Perché la storia non procede mediante certezze così granitiche. Però il fatto che le minoranze votino per lo più per i Dem, in combinato disposto con la crescita numerica di afroamericani ed ispanici, corrobora l’ipotesi di un avvenire complesso per il GOP. In contemporanea con le altre casistiche, è semplice notare una discesa statistica della popolazione bianca, che nel 1980 si aggirava attorno all’80% e che oggi si ferma a meno del 60%. I bianchi peraltro – come ripercorso dall’Adnkronos – sono già la minoranza dei giovani americani. In quella particolare fascia d’età, le persone di colore arrivano a quasi il 60% del totale . E questa potrebbe divenire la fotografia sull’intera popolazione da qui a qualche anno. Gli altri numeri, ad esempio quelli relativi alle persone di origine asiatica, crescono in maniera più lenta, ma avanzano comunque.

Provando a fare qualche ragionamento, si potrebbe dire che per i Dem, il punto di domanda, resta quello attorno al programma economico-lavorativo da proporre al loro elettorato. La crescita delle minoranze può, e Bernie Sanders ne è stata una dimostrazione, mettere in crisi il modello economico liberal-liberista. Almeno dal punto di vista delle preferenze espresse dal basso in materia economica. Sulla dialettica con le minoranze, però, di dubbi non ce ne sono. Mentre per i Repubblicani, come premesso, la vera questione da risolvere è proprio quella.

 https://it.insideover.com/senza-categoria/perche-il-nuovo-censimento-usa-interroga-il-gop-sul-suo-futuro.html

 

L’Italia brucia: chi c’è dietro i roghi

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di Max del Papa

L’Italia, tanto per cambiare, va a fuoco, l’Italia si annienta d’estate. Prima la Sardegna, quindi Sicilia e Calabria, adesso anche Puglia e basso Lazio. Ed è chiaro a tutti che non è opera di piromani isolati, c’è una strategia e c’è un messaggio, che Draghi ha subito recepito: tranquilli, i soldi arriveranno. O della rassegnazione: così vanno le cose, così debbono andare. Anni fa, un ministro berlusconiano, specializzato in gallerie, si azzardò a dire che con la mafia si doveva convivere, oggi Draghi, senza dirlo, dice la stessa cosa ma nessuno fiata.

È una emergenza? No, è una ricorrenza e, spenti gli incendi, sarebbe da mandare l’esercito, fare piazza pulita, sanificare anche i settori malsani della Forestale, perché ci sono. Ma il nostro ineffabile presidente del Consiglio fa finta di niente e, quanto al ministro dell’Interno, meglio non parlarne. Una che dopo avere riempito Milano di clandestini allo sbando ha proceduto su scala nazionale. Invece l’esercito il governo lo manda per il green pass, lo scarica addosso ai ristoratori e ai poveri cristi che vanno in vacanza, se ci vanno. Quanto al Capo del Colle, non parla ma “segue la situazione da vicino”. Come no, deve star dietro alle tempistiche per la rielezione di se stesso o di altro a lui gradito. A lui e al partito che lo ha espresso. E sì che conosce la situazione, sa cosa sta succedendo da quelle parti che sono anche le sue, Cosa Nostra gli ammazzò un fratello. La trattativa Stato – mafia c’è, ha il colore e il calore del fuoco ma nessun giornalista fanatico o prevenuto lo osserva, l’eterno ritorno del mezzo Paese distrutto ogni estate, decine di vittime umane, quest’anno oltre 20 milioni di animali morti, raccolti cancellati, terreni devastati, viene preso con fatalità. Invece è allucinante, è intollerabile.

San Luca, Aspromonte, è Far West oggi come ai tempi dei sequestri, cartelli stradali sforacchiati dalle raffiche a pallettoni e tutti che si fanno i fatti loro. La linea delle palme e del caffè, metafora di Sciascia per definire il potere mafioso che risaliva la penisola, oggi si è è trasformata nella linea dei roghi ed è sotto gli occhi di tutti ma nessuno, tanto meno la cara Europa, ci trova niente di strano. Piani di resilienza, oscure dietrologie, contorti meccanismi finanziari: il mondo si aggiorna, in modo sempre più esoterico, sempre meno comprensibile, anche le mafie, si ripete, evolvono, si fanno tecnologiche, impalpabili, ma alla fine i metodi restano presociali, restano bestiali: una tanica di benzina, un fiammifero e l’inferno in terra che nessuno potrà contenere.

Quel predicatore di cartone che risponde al nome di Roberto Saviano ne ha inventata un’altra, ce l’ha lui la soluzione per cancellare la mafia che regna dai tempi di “Garibardo”; Garibaldi che risaliva col permesso di tutta la criminalità organizzata che incontrava lungo il cammino: la mafia finirà quando finirà la famiglia come nucleo, come istituzione cattolica. Idiozia somma e c’è da domandarsi perché il Papa, che si scomoda a rispondere al telefono anche mentre lavora, non gli risponda nell’unico modo possibile e cioè caro Saviano finiscila di sparare cazzate, Ma no, le emergenze sono altre: il lasciapassare, la psicosi per una pandemia ormai endemica, scemata come spiega il professor Zangrillo, le escandescenze gender che fanno pensare ad alieni piovuti sulla terra. Intanto quattro, cinque regioni mafiose ardono e a nessuno pare strano. Tranquilli, arrivano i soldi, rassicura il fine economista Draghi. Ma forse, la distruzione creatrice di Schumpeter era una cosa diversa.

Max Del Papa, 14 agosto 2021

Fonte: https://www.nicolaporro.it/litalia-brucia-chi-ce-dietro-i-roghi/

Manca una legge: guai per il Green Pass

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di Claudio Romiti

Il pasticciaccio brutto del cosiddetto green pass ci fa scendere parecchi gradini verso l’inferno di una sostanziale abolizione dello Stato di diritto, a vantaggio di un inverosimile regime sanitario che tende quasi per inerzia ad accrescere il proprio asfissiante controllo sulla popolazione. Solo il fatto, ammesso più o meno esplicitamente ai vertici del potere politico-sanitario, di utilizzare questo illiberale salvacondotto come leva per convincere i più riottosi del “gregge” italico a vaccinarsi costituisce un abominio senza precedenti nella storia repubblicana. Un abominio che, insieme a tante altre misure liberticide, viene accettato senza fare una piega anche da chi, qualche lustro addietro, organizzava mastodontiche manifestazioni in piazza contro il presunto rischio eversivo di un premier proprietario di alcuni canali televisivi.

Green pass, pastrocchio illiberale

Eppure in meno di due anni, prima che un virus a bassa letalità ci facesse sprofondare in un incubo senza fine, è cambiato tutto: oggi solo per potersi sedere al tavolo di un ristorante al chiuso occorre vaccinarsi, o in subordine sottoporsi ad un tampone, munirsi del citato green pass, portarsi dietro un documento d’identità e indossare la mascherina secondo le regole imposte dall’onnipotente Comitato tecnico-scientifico. Sul tema caldo del documento d’identità poi, il cui controllo ha determinato il solito caos all’Italiana circa chi abbia realmente competenza a realizzarlo, sembra che alla grande informazione sia sfuggito un aspetto giuridicamente assai rilevante. Mi riferisco al piccolo dettaglio, che a quanto pare risulta sconosciuto al nostro fenomenale Garante per la privacy, secondo cui non esiste una legge che imponga ai cittadini italiani di uscire di casa con un qualunque documento d’identità, salvo per ciò che riguarda la patente di guida quando ci si trova al volante di un mezzo di trasporto. Nel caso di un eventuale controllo da parte delle forze dell’ordine, e non certamente di un esercente privato o di un suo dipendente, gli stessi cittadini debbono solo declinare le proprie generalità. Questo almeno fino a quando il nostro ordinamento non è stato letteralmente soppiantato da un informe pastrocchio illiberale in cui tutto si giustifica in nome del bene comune.

Disastro democratico

Naturalmente dopo aver imposto per vie traverse un surrettizio obbligo vaccinale, emarginando di fatto chiunque non ottemperi e costringendo tutti gli altri a circolare con una umiliante certificazione sanitaria, non pare esserci più limite alla fantasia degli artefici di questo disastro democratico. E se tanto mi dà tanto, così come accade per tutti gli altri virus respiratori, quando il Sars-Cov-2 riprenderà a correre nella stagione fredda, seppur in modo assai meno virulento in virtù dei vaccini,  ci dobbiamo aspettare altre abominevoli misure nell’insensato tentativo di eradicare un virus oramai divenuto irrimediabilmente endemico.

D’altro canto il ministro della Salute, l’evanescente Roberto Speranza, lo aveva già annunciato alcune settimane addietro: “Fino a quando non arriverà il giorno in cui ci saranno zero decessi, per me sarà una battaglia da combattere.” E dal momento che nessun vaccino o green pass d’Egitto potranno mai consentire di raggiungere il delirante obiettivo espresso da Speranza, il futuro che ci aspetta appare particolarmente oscuro.

Claudio Romiti, 12 agosto 2021

Fonte: https://www.nicolaporro.it/manca-una-legge-guai-per-il-green-pass/

Orwell dietro l’angolo?

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di Franco Cardini

Fonte: Franco Cardini

A proposito di Green Pass e dintorni, le riserve e le preoccupazioni espresse da Giorgio Agamben e da Massimo Cacciari il 26 luglio scorso, chiarite e corroborate dal bell’articolo dello stesso Cacciari su “La Stampa” del 2 scorso, sono senza dubbio condivisibili e non possono essere sottovalutate. Anche perché esse toccano – al di là della “contingenza” e dell’“emergenza” rappresentate dal Covid – un problema centrale della vita e della società civile in tutto l’Occidente, e nel nostro paese in particolare. Quello della preparazione, della credibilità e dell’adeguatezza dei nostri ceti dirigenti e al tempo stesso dell’incertezza e del disorientamento delle nostre società civili.
In linea di principio, ogni cittadino dovrebbe poter scegliere tra il pieno godimento della libertà individuale nei limiti stabiliti dalle istituzioni e la rinunzia sia pur temporanea ed eccezionale ad alcune di esse in vista di un “pubblico bene” avvertito come superiore: ad esempio la sicurezza. Il punto è che il problema che ci sta dinanzi non si pone affatto in tali termini: dal momento che da una parte il vaccino è ben lungi – allo stato attuale delle cose – dal costituire una difesa assolutamente sicura contro il contagio (che sarebbe unica condizione per legittimamente prescriverne l’obbligatorietà), mentre dall’altra è evidente che una discriminazione ufficiale tra detentori e non detentori del green pass, con relativa limitazione delle libertà dei secondi, è costituzionalmente parlando improponibile. Non si può, in particolare, tollerare che nel nome di una discriminazione de facto, della quale il governo non si assuma responsabilità, siano sospesi ai non titolari di green pass il godimento di pubblici servizi e l’esercizio sia pur temporaneo della propria professione.
Così stando le cose, credo si debba comunque insistere sulla probabile utilità del vaccino (al quale personalmente mi sono sottoposto) ed allargare la quantità numerica dei vaccinati, ma al tempo stesso accettare il rischio perdurante di contagio continuando ad assumere tutte quelle misure (dalla mascherina al tampone) in grado di consentire il controllo e il contenimento di esso. Ma in questo caso è necessario adottare immediate e rigorose misure atte a render possibile il “testare” e il “tracciare” in tempi rapidi aree ed ambienti sempre più ampi: accrescere il numero e la frequenza dei trasporti pubblici a partire da quelli destinati al servizio scolastico, intensificare i mezzi e le disponibilità di cura dei servizi ospedalieri, ridurre drasticamente ogni forma di assembramento.
Il punto è che per ritenere che sia possibile il conseguire risultati ottimali da misure di questo tipo, in attesa che la scienza ci provveda di risposte sicure, sarebbe necessaria una maggior fiducia nelle istituzioni, nelle qualità etiche e culturali dei ceti dirigenti e nell’attendibilità dei media: che è appunto quanto ci manca e quanto non sarà disponibile senza un’adeguata riforma sia della prassi elettorale, sia della pubblica amministrazione. Le prove al riguardo fornite ohimè da troppo tempo, sia da parte del parlamento, sia da parte del personale degli enti pubblici, rendono improponibile l’ipotesi del superamento di future situazioni critiche nelle attuali condizioni. Dal momento che, dice bene Cacciari, “già viviamo all’interno di questa deriva: dal terrorismo alla immigrazione, oggi la pandemia, domani probabilmente sarà la difesa dell’ambiente’. Tutte emergenze realissime, nulla di inventato. Il problema è come le si affronta, occasionalmente, senza memoria storica, incapaci di dar forma di legge agli interventi magari necessari, privi di qualsiasi strategia di riforma del sistema democratico”.
È pertanto evidente il pericolo denunziato in forma interrogativa appunto da Cacciari in chiusura del suo articolo: “Stiamo preparandoci a un regime, a una ‘intesa mondiale per la sicurezza’(diceva un grande filosofo, Deleuze, anni fa), per la gestione di una ‘pace’ fondata sulle paure, le angosce, le frustrazioni di tutti noi, individui ansiosi di soffocare ogni dubbio, ogni interrogazione, ogni pensiero critico?”.
Temevamo da tempo il profilarsi effettivo di un “panorama orwelliano” di questo genere, per quanto troppi di noi se lo figurassero secondo schemi desueti, da “totalitarismo classico”: ebbene, ci siamo. Solo che ci siamo arrivati sulle ali di un “totalitarismo” di tipo nuovo, consumistico e liberal-liberista. E a colpi di politically correct.
A proposito di ciò, diffondiamo volentieri il “Manifesto” di due illustri studiosi “fuori dal coro”, proponendolo a chi se la sente di valutarlo serenamente. Ecco:

FRANCESCO BENOZZO – LUCA MARINI PER UN APPELLO ALLA COMUNITÀ ACCADEMICA
Caro Franco,
ci rivolgiamo a te come collega accademico, perché a nostro parere sono ore e giorni cruciali per il destino dell’Università e della scuola in Italia, e sentiamo il bisogno di esprimere alcune considerazioni, magari in vista di un Manifesto da firmare con i colleghi che vorranno parteciparvi.
Nel silenzio assordante e imbarazzante di rettori, organi accademici, sindacati e associazioni, come sai da giovedì scorso la scuola e l’università sono state colpite da un provvedimento (il Decreto Legge 6 agosto 2021, n. 111) che concretizza, sul piano giuridico, la più grave violazione dei diritti umani perpetrata dal 1945 ad oggi.
Per il nostro modo di sentire e di pensare, ci sentiamo, da questo momento, in quanto cittadini italiani e in quanto docenti universitari, dei perseguitati politici dal governo e come tali ci comporteremo in futuro.
Per il momento, le nostre forme di risposta sono legate alle possibilità che concretamente possiamo mettere in atto: possibilità cioè di tipo narratologico-analitico-pubblicistico-espositivo.
Ci sembra tuttavia utile, visto che altri sembrano non farlo, e anche in vista di ulteriori azioni, magari collettive, ricordare che:
• I vaccini anti-Covid sono stati autorizzati “in via condizionata” dall’Unione europea, per un anno, ai sensi della disciplina introdotta dal regolamento n. 507/2006, che giustifica l’introduzione in commercio di farmaci anche in assenza di dati clinici completi in merito all’efficacia e alla sicurezza dei farmaci medesimi;
• Almeno sei mesi prima della scadenza delle autorizzazioni così concesse, i titolari delle autorizzazioni avrebbero dovuto presentare domanda di rinnovo delle autorizzazioni medesime, fornendo i dati clinici richiesti dalla disciplina europea, domanda che non sembra essere stata presentata;
• Dal prossimo autunno dovrebbero essere disponibili terapie che, fornendo una risposta terapeutica al Covid, faranno venire meno uno dei presupposti richiesti dalla stessa Unione europea per il rilascio delle autorizzazioni condizionate;
• L’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (organizzazione internazionale distinta e separata dall’Unione europea) ha raccomandato, fin dall’aprile scorso, che il vaccino non fosse reso obbligatorio;
• Anche la stessa Unione europea si è affrettata ad adottare, nel giugno scorso, un regolamento (il n. 953/2021, relativo all’EU Digital Covid Certificate), il cui preambolo afferma la necessità di evitare la discriminazione diretta o indiretta dei soggetti che “hanno scelto di non vaccinarsi”;
• A tutt’oggi, in Italia, nessun cittadino può essere obbligato a vaccinarsi, in ragione del fatto che la condizione a tal fine stabilita dall’art. 32, secondo comma, della Costituzione (“Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”) non è stata soddisfatta, eccezion fatta per gli esercenti le professioni sanitarie, obbligati a vaccinarsi – in deroga al principio generale del consenso informato sancito fin dal 1947 dal Codice di Norimberga – in forza del Decreto Legge 1° aprile 2021, n. 44, adottato dal governo e convertito dal Parlamento nella legge 28 maggio 2021, n. 76.
Proprio il metodo cosiddetto emergenziale che ha portato alla adozione e alla successiva conversione del Decreto Legge n. 44/2021 andrebbe posto all’attenzione della Corte costituzionale, perché l’art. 32, secondo comma, della Costituzione chiama evidentemente in causa l’operato di un Parlamento che adotti una legge ordinaria dello Stato al termine di un dibattito pubblico realmente informato, obiettivo e consapevole; e perché, in ogni caso, gli atti normativi (quali sono le leggi ordinarie) devono avere portata generale e astratta, e cioè devono rivolgersi a destinatari non individuati né individuabili: condizione che difficilmente può ritenersi soddisfatta nel caso delle professioni sanitarie, i cui appartenenti costituiscono comunque un numero finito.
Analoghe perplessità suscitano le disposizioni sul Green Pass adottate giovedì scorso dal Governo, ancora sulla scorta di un provvedimento emergenziale, nella misura in cui surrettiziamente spingono larghe porzioni di cittadini, nonché ulteriori, specifiche categorie professionali (i docenti delle scuole e delle università) verso la vaccinazione di massa, considerato che anch’esse costituiscono una possibile violazione del diritto alla salute, come inteso dall’art. 32, secondo comma, della Costituzione, e di altri diritti e libertà fondamentali garantiti dalla Carta costituzionale.
Va infine ricordato che tanto la disciplina sull’obbligo vaccinale degli esercenti le professioni sanitarie quanto quella sul Green Pass si pongono idealmente in contrasto con i contenuti della raccomandazione dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa dell’aprile scorso, che esclude l’obbligatorietà della vaccinazione: è vero che la raccomandazione non dispiega efficacia giuridica vincolante, ma sarebbe interessante conoscere l’eventuale pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo sulla compatibilità tra la disciplina nazionale in parola e le norme della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, su cui si fonda la raccomandazione parlamentare.
Tutto ciò ricordato, restiamo attoniti una volta di più di fronte a quanto sta accadendo.
In questo anno e mezzo l’Università non ha avviato alcun dibattito su queste delicatissime questioni, limitandosi anzi a censurare e additare come complottiste, negazioniste o antiscientiste, caso per caso, alcune posizioni espresse da ricercatori, docenti e colleghi del personale tecnico-amministrativo.
Le speranze che questa situazione cambi non sono molte, ma non possiamo rinunciare a credere che, proprio dal mondo universitario, si levino figure istituzionali e voci autorevoli in grado di discutere criticamente metodi e provvedimenti che un qualsiasi studente di educazione civica sarebbe in grado, se non manipolato, di riconoscere come sproporzionati e illogici.
Ti ringraziamo in anticipo se vorrai ospitare questa lettera sul tuo blog settimanale. Sarebbe per noi un primo segno importante e soprattutto un modo efficace per spronare chi la pensa come noi (per adesso segnaliamo volentieri il gruppo di ricerca “We Tell – Storytelling e consapevolezza civica” dell’Università di Bologna, coordinato da Elena Lamberti, che ieri si è dichiarato disponibile, in un’ottica di dialogo e inclusività, a pensare a strategie diverse da quella che viene imposta come scelta forzata e rigida) a manifestarsi pubblicamente e dire la propria – prima che sia troppo tardi – su una problematica destinata ad incidere profondamente sulla sfera dei diritti e delle libertà individuali.
Con un caro saluto,
Francesco Benozzo (Alma Mater Studiorum / Università di Bologna)
Luca Marini (Università di Roma “La Sapienza”)

Perché l’«eutanasia legale» sarebbe un orrore

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di Giuliano Guzzo

Dato il successo che pare stia avendo la raccolta di firme pro referendum per l’eutanasia legale, desidero brevemente evidenziare perché la «dolce morte» di Stato sarebbe un errore, se non un orrore. Premetto che quanto espongo prescinde da valutazioni di ordine religioso o giuridico, riguardando per lo più le accertate conseguenze che comporta una legislazione come quella che si vorrebbe introdurre, conseguenze che raramente i promotori dell’eutanasia raccontano.

Infatti, uno dei principali argomenti pro «dolce morte» è il seguente: riconoscere il diritto di morire non toglie nulla a nessuno, rende solo tutti più liberi. Sbagliato: l’esperienza internazionale prova che ovunque l’eutanasia sia stata legalizzata, essa ha decretato non una libertà, bensì una tendenza: di morte. Dal 2002 al 2019, in Olanda, le morti assistite sono cresciute del 240%, in Belgio dal 2003 al 2019 di oltre il 1.000%, in Canada in appena quattro anni, dal 2016 al 2020, di oltre il 665%. Ovunque un boom, insomma.

Ora, possiamo escludere che queste impennate di morti, più che a sofferenze dei pazienti, rispecchino una mentalità utilitarista che, in sintesi, va a colpevolizzare il malato facendolo sentire un costo sociale, quindi un peso? Difficile. Si prenda il citato Canada dove, ancora nel 2017, sul Canadian Medical Association Journal si erano stimati in 138 milioni di dollari annui i risparmi per le casse pubbliche del «diritto di morire». Quanto accade (anche) in quel Paese prova che quell’auspicata spending review si sta avverando….

Attenzione, però, perché si è visto pure altro: dove la «dolce morte» è legale, la situazione va fuori controllo ed aumentano anche i suicidi. Parola di Theo Boer, bioeticista, docente presso l’Università di Groningen: «Come molti sostenitori della morte assistita, credevo che fosse possibile regolamentare e limitare l’uccisione agli adulti mentalmente lucidi e malati terminali con meno di sei mesi di vita. Ho anche pensato che regolamentare il suicidio e la morte in questo modo avrebbe ridotto quei tragici casi in cui qualcuno mette fine alla propria vita».

Invece, conclude Boer, che dell’argomento ne capisce essendo stato anche membro della commissione sull’Eutanasia in Olanda, «mi sbagliavo […] Non solo questo ha portato a più morti assistite, ma potrebbe anche essere una delle cause dell’aumento del numero di suicidi». Non è finita. La macabra tendenza il «diritto di morire» comporta, oltre che dai numeri, è infatti provata dalle incredibili storie di chi decide di farla finita. Nel maggio 2018, per esempio, uscì notizia che un anziano professore, tal David Goodall, si era fatto uccidere in Svizzera solo perché scontento («non sono felice, voglio morire»).

Ancora, quattro anni prima di Goodall,, sempre in Svizzera, la signora Anne, un’insegnante in pensione, si era fatta uccidere «perché non riusciva ad adattarsi alle tecnologie e ai tempi moderni, ai computer e alle e-mail, e anche al consumismo e ai fast food» (Repubblica, 7.4.2014). Un altro caso che fa pensare, e raccontato un paio di anni fa anche da alcune testate italiane, è quello di Roger Foley, canadese affetto da atassia cerebellare, disturbo neurovegetativo che si manifesta nella progressiva scoordinazione motoria di braccia e gambe.

Ebbene, l’uomo si era trovato davanti ad un tragico bivio: pagare più di 1.500 dollari al giorno per le cure di cui aveva bisogno – e che non poteva permettersi – oppure l’eutanasia. Foley decise di denunciare l’ospedale ed il governo dell’Ontario, producendo pure due registrazioni audio (una del settembre 2017, l’altra del gennaio 2018) nelle quali il personale dell’ospedale cercava ripetutamente di spingerlo a farsi uccidere. Dunque la domanda è: vogliamo questo? Un Paese si proponga di farla finita anziché curarsi? Oppure dove si possa arrivare, nel giro di poco, a farsi terminare per qualsiasi ragione, anche puramente umorale?

Se vogliamo questo, affrettiamoci a firmare per l’eutanasia legale. Se però queste storie non ci convincono, abbiamo il dovere non solo di non appoggiare un referendum di morte, ma anche di metter in guarda i nostri conoscenti sulle implicazioni di questa piaga mortifera che è la «dolce morte». Le esperienze di tanti Paesi – qui solo in parte ricordate – e le storie di persone eliminate più dal clima culturale che avevano attorno, che dal dolore che avevano dentro e di cui soffrivano, sono qualcosa di troppo tangibile e reale per essere ignorato. Nessuno potrà dire che non era stato avvertito.

Fonte: https://giulianoguzzo.com/2021/08/13/perche-leutanasia-legale-sarebbe-un-orrore/

Il trucco dell'”ultimo sforzo”

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Un anno e mezzo di convivenza con un virus insidioso e pericoloso, ma non in verità più dei tanti che l’umanità ha conosciuto lungo la sua plurimillenaria storia, imporrebbe un sano pragmatismo e poca retorica. A questa regola dovremmo attenerci tutti, ma in primo luogo coloro che per ruolo istituzionale hanno il compito di mettere in atto le politiche di gestione e contenimento del virus. Avendo fatto la scelta, in sé abbastanza irrazionale, di inseguire il virus con le sue molteplici varianti per sgominarlo, prestando poco attenzione al lato pur importante delle cure per chi malauguratamente l’infezione la contrae, ci si è messi in un gorgo ove è appunto il nostro nemico e non noi a dare le carte. Ciò imporrebbe perciò anche molta cautela nell’uso delle parole, per non creare illusioni e falsi ottimismi destinati poi a essere sconfessati dalla realtà creando inutili rancori e disillusioni.

Parlare perciò, come ancora ieri ha fatto la pur brava ministra Maria Stella Gelmini, di un “ultimo sforzo” per uscire dall’emergenza, cioè per sconfiggere il virus, non fa che reiterare un errore commesso ormai già diverse volte in questi mesi e che ha fatto sì che ogni sacrificio richiesto fosse presentato come l’ultimo e definitivo senza che in verità fosse tale. E che anche in questo caso ci siano buone possibilità che così sia, è fin troppo evidente se si presta un po’ di attenzione ai fatti e si prova ad essere onesti intellettualmente (prima di tutto con se stessi).

Ma l’aspetto più fastidioso della questione è che la retorica dell’“ultimo sforzo” nasconde una verità inoppugnabile, e cioè che di “ultimo sforzo” in “ultimo sforzo” è sempre più l’“emergenza” a diventare (la nuova) normalità. E poiché l’emergenza esige come risposta lo “stato d’eccezione”, cioè la sospensione delle regole formali della democrazia e in misura più o meno ampia delle libertà fondamentali, il rischio è che eccezione diventi in quest’ottica proprio un eventuale ripristino di quelle regole e del totale e erga omnes (cioè non discriminatorio) accesso a quelle libertà. È questo, a mio modo di vedere, il punto vero della questione, attorno a cui un po’ tutti girano attorno senza affrontarlo di petto: le classi dirigenti perché protese a deresponsabilizzarsi e seguire la via più facile; i sì pass perché soggiacenti alle retoriche dominanti, tutte fra l’altro disponibili a buon mercato; i no pass perché, pur avvertendolo, non lo portano a concetto o lo “corrompono” con richieste, pur sacrosante ma banali”, di esenzioni e allentamento della presa. Ed è un punto dirimente perché chiama in causa nientemeno che la natura e qualità della democrazia e il futuro delle nostre società.

Fra l’altro, anche ammesso che il Covid scompaia fra qualche mese, come tutti ci auguriamo, chi ci assicura che altre emergenze, dello stesso e di altri tipi, presto non insorgano e rendano ancora più impellente lo stato di eccezione? E se il green pass ha una funzione anche di controllo, e in questo senso di prevenzione, siamo sicuri che esso non diventi presto definitivo, una sorta di seconda carta d’identità che, per fermare in anticipo terroristi, malintenzionati e virus di ogni tipo, permette di sapere tutto, ma proprio tutto, di noi? Se questa fosca previsione si avverasse, l’”ultimo sforzo” chiestoci per il green pass, sarebbe davvero l’ultimo ma in ben altro senso rispetto a quello a cui pensava la Gelmini.

Ripeto quello che ho detto già in altre occasioni: io non ho una soluzione, ma solo tanti dubbi. Proprio per questo, non perché tema l’avvento di improbabili “totalitarismi sanitocratici”, sono preoccupato. C’è troppa superficialità in giro, e anche troppa sicumera, dall’una e dall’altra parte: troppa poca volontà di porsi domande. Di porre la questione da un punto di vista un po’ più elevato rispetto a quello predominante nella media lasse intellettuale.

Corrado Ocone, 8 agosto 2021

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Il trucco dell’”ultimo sforzo”

«La denatalità è un guaio serio». Parola di Financial Times

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Una fissazione da conservatori, se non da fondamentalisti: così, fino a pochi anni fa, era considerato il tema dell’inverno demografico. Per questo ho trovato particolarmente istruttiva la lettura di We should not be too sanguine about a shrinking population, un pezzo del Financial Times a firma di Sarah O’Connor, editorialista della mitica testata britannica. Sì, perché, posto che è già illuminante il FT – giornale di eccellenza, sul piano internazionale – si occupi del fenomeno delle culle vuote, ancor più rilevante è che, a farlo, sia una giornalista che non si limita a richiamare l’attenzione sul tema. Infila di brutto il dito nella piaga.

«Potremmo non essere in grado di riportare i tassi di fertilità ai livelli di sostituzione», denuncia infatti a O’Connor, «neppure se lo volessimo». Come a dire: non illudiamoci che politiche familiari, asili nido, immigrazione oppure occupazione femminile possano sollevarci da dove siamo. A seguire, viene richiamato il caso della Finlandia, Paese dal welfare eccellente ma che, col suo 1,4 figli per donna, sta messo male. «Speravamo che una vera uguaglianza di genere migliorasse le cose, invece..», afferma scuotendo il capo Anna Rotkirch del Finland’s Population Research Institute. Ma torniamo al Financial Times.

L’editoriale si conclude senza lasciare margini di speranza. La O’Connor si limita infatti a richiamare l’attenzione su chi dice di volere più figli ma poi non li genera: «Se tanti non stanno avendo figli che dicono di volere, è un segnale di cui dovremmo preoccuparci». Punto. Ricette? Antidoti? Rimedi? Curiosamente, il prestigioso economico-finanziario britannico non ne offre; il che potrebbe far pensare che il mondo sia destinato ad invecchiare e a spopolarsi inesorabilmente. In realtà, non è così. Solo che probabilmente il Financial Times non vuole o non può tracciare vie d’uscita alla denatalità. Per un motivo semplice: per farlo, bisogna guardarsi indietro.

Di più: bisogna rivalutare due cose che la cultura dominante avversa. Il primo è il matrimonio: più nozze uguale più figli. L’ha capito il cattivone Orbán, dato che, se l’Ungheria sta tornando a riempire le sue culle, è proprio per l’aumento dei matrimoni: dal 2009 al 2019 le nozze ungheresi son aumentate dell’81%, e del 72% dal 2014 al 2019. Peccato che l’Europa dei “nuovi diritti” al matrimonio vintage pensi poco. Il secondo antidoto alle culle vuote, poi, è ancora più clamoroso: si chiama religione. I Paesi meno secolarizzati sono quelli demograficamente più dinamici. Capite che questo il Financial Times non può scriverlo. Ma che inizi ad accorgersi che la denatalità è un guaio serio, ecco, è già qualcosa.

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«La denatalità è un guaio serio». Parola di Financial Times

Emergenza a Lampedusa: sbarcano altri 424 clandestini

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La situazione nell’hotspot di Contrada Imbriacola è sempre più drammatica

Proseguono senza sosta, ad ogni ora della notte e del giorno, gli arrivi di clandestini nel nostro Paese: tra sbarchi autonomi e salvataggi in mare sono centinaia ad ogni aggiornamento che viene effettuato dalle autorità locali.

Solo nelle ultime ore sono state ben sei le operazioni condotte dalle motovedette della Capitaneria di porto di Lampedusa e della Guardia di Finanza. Al largo della maggiore delle Isole Pelagie le forze dell’ordine hanno recuperato complessivamente 424 immigrati irregolari i quali, dopo esser stati fatti salire a bordo, sono potuti infine sbarcare sul territorio nazionale italiano. I primi 178 clandestini, tutti provenienti dal Bangladesh, sono stati individuati e raggiunti dalle motovedette della Guardia di Finanza al confine fra la Sar maltese e italiana.

Ulteriori 246 extracomunitari sono invece stati soccorsi e quindi assistiti dalla Capitaneria di porto, quando le imbarcazioni a bordo delle quali navigavano verso lo Stivale erano già in vista di Lampedusa. Una volta sbarcati sul molo Favaloro, gli immigrati irregolari sono stati sottoposti a tampone naso-faringeo ed a visita medica. A seguito delle consuete operazioni di identificazione, tutti e 424 sono finiti nell’hotspot di Contrada Imbriacola, che si trova in condizioni sempre più disperate: sono infatti oltre 1400 gli extracomunitari all’interno della struttura, a fronte di una capacità massima di 250 posti.

Le parole di Salvini

“Il tema immigrazione è nei numeri: tra il pomeriggio e la notte sono sbarcati più di 700 immigrati irregolari e altri 800 sono a bordo di due navi, una francese e una tedesca. Non penso che, dopo il Covid, ci si possa permettere 1500 sbarchi al giorno”, sbotta il leader del Carroccio al banchetto di raccolta firme per i referendum sulla giustizia a Milano.

“Mentre si chiede il Green pass per andare in pizzeria, ci sono persone che sbarcano da Paesi non vaccinati che, spesso e volentieri, scappano dai centri e girano. È un problema anche sanitario, oltre che economico, sociale e culturale”, aggiunge ancora l’ex vicepremier.“Non è un problema inventato dalla Lega: se invece di 30mila sbarchi fossimo alla quota dell’anno scorso, il problema non ci sarebbe. In tante periferie milanesi ci sono tanti immigrati regolari che si sono ben integrati, ma ci sono alcune zone con ghetti inavvicinabili anche dalle forze dell’ordine”, conclude.

 

 

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https://www.ilgiornale.it/news/cronache/emergenza-lampedusa-sbarcano-altri-424-clandestini-1966750.html

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