Altro che rimpatri: ecco il fallimento della Lamorgese

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Roma, 14 set – “Non siamo di fronte ad alcuna invasione” e “la percentuale dei rimpatriati rispetto agli sbarcati è di oltre il 60 per cento”. Così Luciana Lamorgeseil primo novembre 2019, fotografò quello che a suo avviso altro non era che un ameno contesto sociale. Due anni dopo, senza alcun timore di smentita, possiamo affermare che la situazione non era affatto idilliaca allora e soprattutto non lo è adesso. Peggiorata, precipitata anche a causa della malagestione della Lamorgese. Un fallimento totale quello del ministro dell’Interno dell’allora governo Conte bis e dell’attuale esecutivo guidato da Mario Draghi.

Rimpatri, il fallimento della Lamorgese

Perché se verba volant, i numeri no, quelli restano e sono impietosi. E non riguardano soltanto gli sbarchi continui, ma anche i mancati rimpatri di immigrati irregolari. “Dal 2008, ogni anno circa mezzo milione di cittadini non-Ue ha ricevuto un’ingiunzione a lasciare l’Unione perché vi era entrato o soggiornava senza autorizzazione. Tuttavia, meno di uno su cinque è effettivamente ritornato nel proprio paese al di fuori dell’Europa“, rivela la Corte dei Conti Ue in un apposito rapporto sulle riammissioni. Una falla sistematica che coinvolge dunque tutti gli Stati membri dell’Unione europea. Ce ne sono però due in particolare che emergono come fanalini di coda nella politica dei rimpatri: Italia e Grecia.

Le due nazioni mediterranee, peraltro quelle che subiscono maggiormente gli sbarchi di clandestini, hanno infatti un basso numero di rimpatri anche rispetto agli altri Paesi Ue. Meglio: nettamente inferiori rispetto a quelli della media europea. Come mai? Secondo la Corte dei Conti innanzitutto per tre ragioni: eccessiva durata della procedura di asilo, collegamenti mancanti fra le procedure di asilo e di rimpatrio – le quali ostacolano il coordinamento e la condivisione delle informazioni – e assenza di un sistema di gestione dei casi di rimpatrio valido e integrato.

Le cause del disastro

Ma c’è di più e peggio, perché sussiste inoltre “un’insufficiente capienza dei centri di trattenimento pre-allontanamento” nonché una “difficile cooperazione con i Paesi terzi di origine dei migranti“. In parole povere non stiamo provvedendo ad accordi efficaci con le nazioni che dovrebbero riaccogliere i propri cittadini. Chiediamo a diversi Stati extra Ue di accogliere migranti che hanno semplicemente transitato sul loro territorio, senza però che vi siano accordi vincolanti.

“Alcuni Paesi terzi ritengono che un accordo di rimpatrio non offra alcun valore aggiunto rispetto alla cooperazione bilaterale, in particolare quando beneficiano di generosi accordi bilaterali con alcuni Stati membri”, si legge nella nota riportata dall’Ansa. Manca poi, ed è forse l’aspetto più rilevante, una seria politica di aiuti allo sviluppo e di convenienti scambi commerciali. In pratica non stiamo intervenendo efficacemente nelle nazioni da cui i migranti partono o da cui passano per poi imbarcarsi verso le coste italiane.

Eugenio Palazzini

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/politica/come-italia-non-rimpatria-clandestini-dati-rivelano-fallimento-lamorgese-207187/

Le (solite) priorità di Letta? Ddl Zan e Ius soli

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https://www.ilgiornale.it/news/politica/priorit-letta-ddl-zan-e-ius-soli-1974853.html 

Letta sul palco della Festa dell’Unità detta l’agenda al governo: approvazione del ddl Zan e legge sulla cittadinanza. Salvini: “Non hanno speranza di passare”

di Federico Garau

Altro che problematiche legate al Green pass, emergenza sbarchi e crisi economica, per il segretario del Partito democratico Enrico Letta le priorità sembrano proprio essere altre, vale a dire ddl Zan e Ius soli.

Intervenuto sul palco per chiudere la Festa dell’Unità di Bologna, il leader del Pd ha parlato quasi come se a supportarlo ci fosse un vero e proprio mandato popolare. Letta infatti è apparso molto sicuro nell’affermare che entro la fine della legislatura sarà approvato il decreto di legge Zan e verrà messa a punto una legge sulla cittadinanza per gli stranieri.

Le battaglie del Pd

Il segretario dem ha voluto definire il Pd come il partito “del lavoro e dell’impresa“, tuttavia dal suo discorso è apparso fin troppo evidente quali siano i reali temi che animano la sua compagine. Ostentando sicumera, Letta ha infatti affermato di non avere alcun dubbio nel ribadire che le battaglie sui diritti portate avanti dal Partito democratico troveranno presto nuova linfa e forza. “Arriveremo all’approvazione finale del ddl Zan, così come vogliamo usare l’anno e mezzo di legislatura che abbiamo davanti per recuperare l’errore che fu fatto nella scorsa legislatura, nel non varare una legge sulla cittadinanza“, ha assicurato, come riportato da AdnKronos.

Ovviamente il grande obiettivo del partito resta quello di battere gli avversari del centrodestra. Ma, ancora una volta, Letta non ha dubbi: “Fidiamoci, da questa pandemia non si uscirà a destra ma si uscirà andando verso i valori della solidarietà, della giustizia e della coesione sociale. Da questa pandemia si uscirà laddove siamo noi”.

Insomma, il Pd sarà l’alternativa contro“le destre popoliste”, ed un primo assaggio lo si avrà alle prossime elezioni amministrative. Ormai il solco fra le fazioni è netto: “O si sta di qua o si sta di là. Non c’è posizione intermedia. Dall’altra parte non c’è più il centrodestra guidato da Berlusconi, legato a una logica ben diversa da quella cui sono legati Lega e FdI. Questi sono alleati del governo ungherese, governo polacco, il partito di Marie Le Pen e i neofranchisti in Spagna, quella è destra estrema. Dobbiamo costruire alternativa che sia in grado di battere questa destra”.

Lealtà a Draghi e all’Europa

Enrico Letta ha poi ribadito la lealtà del Pd al governo Draghi, che deve durare fino al termine della legislatura. Non sono poi mancate dichiarazioni di fedeltà all’Europa ed ai suoi principi:“Noi siamo il partito dell’Europa e siamo noi il partito dell’europeismo italiano, che è stato sposato nel modo che tutti conosciamo anche da altri. Ma l’Europa non è una questione mercantile, che diventi europeista perché devi portare a casa un assegno: per noi è un’adesione di valori perché l’Europa è la culla dello stato di diritto, della democrazia e dei diritti umani”.

Il punto sui vaccini

Il segretario del Pd si è mostrato intransigente sul tema vaccini. Per Letta la campagna vaccinale deve essere completata, altrimenti“senza i 10 milioni di italiani che mancano all’appello delle vaccinazioni non ce la faremo”.

Sappiamo che sono i più difficili, che è il passaggio più duro, ma se ci fermiamo a dire che il più è fatto non capiamo qual è la logica rischiosissima delle varianti e del rischio che corriamo proprio nelle prossime settimane”, ha aggiunto, prima di puntare il dito contro coloro che hanno preso una decisione diversa:“Il vaccino è libertà. Questa parola ‘libertà’ è stata usata a sproposito tante volte, il vaccino è libertà di viaggiare, andare a scuola, lavorare, di fare sport, di divertirsi, di godersi spettacoli. Chi non si vuole vaccinare è contro l’altrui libertà e non può essere premiato”.

Le posizioni dei partiti

La spinta su Ddl Zan e legge sulla cittadinanza non ha per nulla stupito il segretario della Lega Matteo Salvini, che nel corso del suo intervento a San Benedetto del Tronto ha commentato:“Hanno l’ossessione del ddl Zan, se non passa siamo un paese incivile. Io dico, ognuno della sua vita privata fa quello che vuole, mi interessa men che zero… ma il ddl Zan tira in ballo i bambini delle scuole elementari: vuole spiegare ai bambini che non ci sono i maschietti e le femminucce ma che ci sono esseri fluidi…questa roba alle elementari non la porterò mai”. Salvini ha poi garantito che con la Lega al governo ddl Zan e Ius soli non passeranno.

Secca anche la replica della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni“Noi non abbiamo paura delle etichette: siamo omofobi perché non siamo d’accordo sul ddl Zan. Siamo omofobi perché siamo contrari all’adozione da parte delle coppie omosessuali. In Italia non è consentita l’adozione da parte dei single, l’Italia è singolofoba? Quando si tratta di bambini senza famiglia, bisogna garantire il massimo dello standard: una mamma e un papà. Vuol dire amare quel bambino. Si può parlare con garbo di questo? La legge Zan nulla c’entra con la discriminazione degli omosessuali”.

Le parole di Letta hanno tuttavia ricevuto il plauso di altri rappresentanti del Pd. Dopo aver ringraziato il suo segretario, Monica Cirinnà ha dichiarato:“Il Pd non cambia né opinione né linea politica. Per noi la lotta ai crimini d’odio è e resta una priorità, perché prioritarie sono le vite delle persone che questa legge proteggerà”“Impegni: approvare il ddl Zan e portare a termine finalmente la legge sulla cittadinanza. Ben detto Enrico Letta , c’è da fare”, ha confermato anche Filippo Sensi, deputato del Partito democratico.

La ripresa? Forse a fine 2022. E per ora il mondo del lavoro non riparte

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di Filippo Burla su https://www.ilprimatonazionale.it/economia/ripresa-forse-fine-2022-senza-lavoro-207011/

Sarà 4,7, 6% o un valore intermedio all’interno di questa forchetta? Sulla ripresa ognuno dà i numeri. Normale, dopo le devastazioni del 2020. Tanto più se parliamo di cifre con le quali non eravamo più abituati a confrontarci. Giusto per dare un’idea: era dal 1988 che il tasso di crescita annuale del Pil non superava i quattro punti percentuali.

Per la ripresa dovremo aspettare il 2022

La differenza rispetto ad allora è che l’ultima recessione fu registrata qualcosa come 13 anni prima, nel 1975. Insomma, il +4% dell’ultimo anno con il muro di Berlino ancora in piedi seguiva i lusinghieri +3,2% del 1987, +2,9% del 1986 e via dicendo. Cifre lontanissime dal -8,9% registrato l’anno scorso. E’ da qui che occorre partire per inquadrare bene cosa intendiamo per “ripresa”.

Anche qualora dovessimo collocarci dal lato più ottimista delle previsioni (secondo Confindustria sarà così), infatti, saremo comunque al di sotto di livelli del 2019. Ammesso e non concesso che si prospetti lo scenario migliore e in attesa di stime più precise, la piena ripresa potrebbe essere raggiunta a fine 2022. Forse. E comunque, faremo in ogni caso peggio rispetto al resto d’Europa.

Lavoro: crescono solo i contratti a termine

A corroborare l’analisi sulle tinte non proprio chiarissime del quadro giungono i più recenti dati sul lavoro. Se da un lato gli occupati hanno fatto segnare, da gennaio ad oggi, +550mila unità, dall’altro rimangono a quota-329mila rispetto al periodo appena precedente la pandemia. Segnando, per di più, una diminuzione (pari a -23mila) nel mese di luglio.

A soffrire sono soprattutto gli autonomi, ma anche i lavoratori a tempo indeterminato che sono ancora 100mila in meno rispetto a gennaio 2020. Il tutto considerando che bisognerà aspettare l’autunno perché si possa parlare di vero e proprio sblocco dei licenziamenti, oggi limitato solo ad alcuni settori. L’unica vera ripresa, al momento, resta quella dei lavoratori a tempo determinato, che già in primavera avevano raggiunto i livelli pre-crisi. La componente temporanea dell’occupazione è d’altronde “quella più reattiva al ciclo economico”, spiega sempre il centro studi di Confindustria. Indicando però, allo stesso tempo, che la fiducia delle imprese è ben lontana dal toccare i livelli pre-crisi.

Non fu uno scontro di civiltà

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Fonte: http://www.marcelloveneziani.com/articoli/non-fu-uno-scontro-di-civilta-2/

No, non fu uno scontro di civiltà quello che esplose l’11 settembre di vent’anni fa. Non si scontrarono la civiltà islamica e la civiltà cristiana. Fu piuttosto l’attacco barbarico dei fanatici islamisti a un occidente nichilista, ormai separato dalla sua civiltà e dai suoi principi. Scontro d’inciviltà, ritorno di barbarie.

I fanatici che attaccarono il cuore dell’Occidente ‒ non della Cristianità, altrimenti avrebbero colpito altri obbiettivi simbolici ‒ non venivano dall’Islam tradizionale ma si erano formati e istruiti in Occidente e aderivano a una versione ideologica di islamismo. Bin Laden e la sua famiglia ne erano il prototipo. Islamisti di ritorno, come si dice analfabeti di ritorno.

I fanatici radicalizzano l’Islam, lo usano come arma, come droga e come bandiera, applicando alla lettera alcune “sure” feroci del Corano. Il nichilismo occidentale, invece, è la degenerazione della libertà e la deriva della modernità, la libertà come rifiuto del destino, della natura, dei limiti e del sacro e la vita elevata a scopo di se stessa.

È sbagliato, anzi indegno, evocare lo scontro di civiltà per indicare la vendetta dei fanatici accecati dall’odio e dall’ideologia contro il predominio planetario degli Stati Uniti e dei loro alleati o “servi”. Prima di quel feroce attacco c’era stata la guerra del Golfo, e altre invasioni, ingerenze, incursioni, sanzioni che avevano acceso gli animi del fanatismo islamico e avevano risvegliato la Jihad: ma non fu Guerra santa, fu piuttosto rappresaglia e rivendicazione delirante di dominio contro la dominazione americana. La controprova è che nessuna guerra tra i popoli o stati islamici e popoli o stati occidentali poi scoppiò; ma restarono terrorismo e tensione, conflitti locali e insurrezioni, occupazioni e attentati, rappresaglie e bombardamenti. E lo scontro aperto l’11 settembre non unì l’Islam in un solo corpo, ma lo lasciò diviso tra sunniti e sciiti, tra iraniani e sauditi, e una miriade di fazioni ostili tra loro. Non ha mai preso corpo nemmeno un asse tra i paesi leader di area, la Turchia, l’Iran e l’Egitto. Né i paesi islamici si unirono nell’isolare e condannare i terroristi.

Semmai l’11 settembre generò più compattezza difensiva nell’Occidente, perché l’orrore del terrorismo, la paura e l’insicurezza diffusi in Europa come negli Usa li spinsero a sentirsi accomunati come potenziale bersaglio dell’odio islamista. Continua a leggere

Ader: “I cattolici non dovrebbero rimanere passivi nella loro ricerca di Dio e del suo aiuto”

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LA NOTIZIA
di Leonardo Motta per Agerecontra.it 
Il presidente ungherese ha presieduto il Comitato sociale in preparazione del 52° Congresso eucaristico internazionale (Iec)

 

Il presidente ungherese Janos Ader, 62 anni, ha espresso un chiaro impegno a favore della sua fede cattolica al Congresso eucaristico mondiale tenutosi a Budapest dal 5 al 12 settembre.
“Se vivi secondo le leggi di Dio, se metti a frutto i talenti che Dio ti ha donato, se non cerchi Dio nella realtà fisica ma nel tuo cuore, anima e opere, allora troverai anche Lui”, ha detto a Fidesz – Unión Hungarian Civic davanti a diverse migliaia di partecipanti al congresso di Budapest.
Nel suo discorso ha fatto diversi riferimenti all’arte, alla letteratura e agli aneddoti della sua vita.
Ader ha anche spiegato che come cristiani dobbiamo essere socialmente attivi in ​​base alla nostra fede.
“I cattolici non dovrebbero rimanere passivi nella loro ricerca di Dio e del suo aiuto”, ha avvertito Ader.
“Tutti riceviamo segni da Dio. Dipende solo da noi se consideriamo questa una coincidenza o se vediamo in essa l’insegnamento e l’opera di Dio”.
Il politico ha riportato un esempio di progetto di aiuto ai bambini rimasti orfani a causa della pandemia. In vista del tragico destino di questi bambini, l’idea di una fondazione è nata insieme alla moglie. I genitori deceduti non potevano essere sostituiti, ha detto Ader. Il progetto prende il nome dal sacerdote ungherese Istvan Regüczi (1915-2013), orfano, che in seguito fondò case per bambini.
La fondazione del Presidente ungherese cerca di aiutare i bambini almeno materialmente e psicologicamente.
Nella sua testimonianza di fede, Ader ha letto anche una poesia del poeta Attila Jozsef dal titolo “Dio è sempre stato alle mie spalle”. È contenuto in un volume “La vista del cielo – La presenza di Dio nella poesia ungherese”, curato dal presidente.
In un’altra parte del suo discorso, Ader ha presentato le sue riflessioni sul “Cristo di San Giovanni della Croce” di Salvador Dalí.
Dalla fine del XIX secolo, i congressi eucaristici internazionali si tengono in diverse località, ogni quattro anni, anche se l’incontro a Budapest era stato rinviato dal 2020 al 2021 a causa della pandemia.

Quella battaglia che ci salvò dall’invasione islamica

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di Matteo Castagna per Informazione Cattolica

EDITORIALI

UNA GUERRA SCONOSCIUTA AI PIÙ, PROBABILMENTE PERCHÉ POCO STUDIATA IN QUANTO POLITICAMENTE SCORRETTISSIMA

Una guerra sconosciuta ai più, probabilmente perché poco studiata in quanto politicamente scorrettissima, ha fatto la storia dell’Europa: la battaglia di Vienna del 12 Settembre 1683.
Di questa straordinaria e fondamentale vittoria, paladini della cristianità del XVII secolo furono: il cappuccino Carlo Domenico Cristofori, chiamato Marco D’Aviano e il Papa Innocenzo XI. La crociata fu preparata da un’ intensa opera di apostolato e predicazione in tutta l’Europa, effettuata instancabilmente dal frate, ed accompagnata da una serie di miracoli che accrescevano la credibilità e l’autorevolezza del religioso, in tutto il continente.

Innocenzo XI si fidò unicamente della Provvidenza divina: “In sola spe gratiae coelestis”. Si è occupato della riforma dei costumi, soprattutto in riguardo allo stato spirituale degli ecclesiastici. In particolare, si scagliò contro il lusso che regnava tra i vescovi e cardinali dell’epoca. Nella sua camera e nel suo studio si vide solo la figura di Cristo risorto. “Era tale la compassione che Innocenzo XI provava per i poveri, che si tenne la stessa veste per tutta la durata del pontificato: mai la volle cambiare, nemmeno quando divenne logora e quasi inutilizzabile […]”. Lo storico Ludwig von Pastor, nella sua “Storia dei Papi”, descrive così Benedetto Odescalchi: “Il significato storico-universale del suo pontificato, di gran lunga il più importante e glorioso nella seconda metà del secolo XVII…consiste nella sua politica, mantenuta ferma sino all’ultimo respiro, di unire le potenze cristiane contro l’attacco violento dell’islam”. Naturalmente l’impegno più importante per cui sarà ricordato per sempre è la liberazione di Vienna dall’assedio degli Ottomani nel 1683. Contemporaneamente, Padre Marco d’Aviano trascorreva un’esistenza austera e isolata, dormiva solo tre per notte su un letto di foglie secche, per il resto pregava e leggeva. Mangiava pochissimo, mai carne, uova e formaggio, la sua dieta era poco latte e poi frutta e verdura. Cercò sempre di rispettare scrupolosamente le regole dell’Ordine francescano. Sostanzialmente condusse una “vita intensa e spirito di preghiera; devozione e contemplazione; pratica radicale dell’altissima povertà interiore es esteriore […] grande ardore nella predicazione e apostolato ricondotto alla semplicità e umiltà evangeliche; carità concreta e prontezza nel servire ogni fratello bisognoso; spirito ecclesiale nella sottomissione e totale docilità al Pontefice romano e alla Chiesa gerarchica: queste erano le linee fondamentali della spiritualità ‘cappuccina’ che adottò il frate di Aviano”.

Il Seicento fu, per l’Europa cristiana, intriso di paura di essere invasi e conquistati dai turchi. Di fronte a questo vero e proprio incubo, c’era la divisione politica dell’Europa. In particolare, la Francia di Luigi XIV era in continuo dissidio sia con l’imperatore Leopoldo I, che con la Chiesa di Roma. Capita che alcuni governanti diventano protestanti per accaparrarsi i beni della Chiesa. Il re di Francia osteggiò apertamente gli Asburgo nella lotta contro gli ottomani. “Per tutto il Seicento, la discordia fra i principi all’interno degli stati cristiani fu grande e capillarmente diffusa. Essi si combatterono e si indebolirono a vicenda per egoistiche ragioni di predominio”. Invece padre Marco e Innocenzo XI, lavoravano per la liberazione della cristianità dal flagello turco, pertanto appoggiarono l’impero. Addirittura, il Papa affermò: “[…] saria andato volentieri alla testa dell’esercito e salito sulle navi da guerra per combattere contro il comune esercito”. Il pensiero dominante del Pontefice era quello di organizzare una Lega difensiva contro il pericolo turco. Oltre ai due grandi santi, di cui il Papa è già stato proclamato ufficialmente beato, altre grandi personalità li affiancarono o con essi si scontrarono in quel frangente per il futuro dell’intero continente europeo. Segnalo, oltre a Luigi IV e Leopoldo I d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero, il compagno di viaggio di Marco D’Aviano, padre Cosma da Castelfranco, Giovanni III Sobieski re di Polonia e granduca di Lituania, grande ammiratore di padre Marco. Infine, Eugenio di Savoia-Garignano, comandante supremo dell’esercito imperiale. E poi Kara Mustafa Pasha di Merzifon, comandante in capo dell’armata turca.

Le truppe cristiane erano composte da settantamila uomini, un numero assai inferiore rispetto ai centocinquantamila dell’armata turca del gran visir Kara Mustafa Pasha, che intendeva conquistare prima Vienna e successivamente Roma per fare di San Pietro la scuderia per i suoi cavalli. A questo proposito scrive lo storico Arrigo Petacco in “L’ultima crociata”: “con i se e con i ma la storia non si fa, va comunque sottolineato che se a Vienna, quel 12 settembre 1683, un qualsiasi accidente avesse fermato la carica degli ‘ussari alati’ che si scatenarono contro i turchi come arcangeli vendicatori, oggi probabilmente le nostre donne porterebbero il velo”.

Il 12 settembre prima della battaglia, sulle alture del Kahlemberg, padre Marco celebra la Messa, servita da due chierichetti d’eccezione: il re di Polonia e il Duca di Lorena, distribuisce la comunione ai comandanti, benedice l’esercito cristiano con la sua croce di legno. Attorno alle 12 ebbe inizio la battaglia. Lo scontro viene descritto da padre Cosma, testimone diretto dell’evento. La battaglia ben presto costringe miracolosamente i turchi alla resa. I trionfi dell’esercito cristiano – scrive il cardinale Schonborn – a Vienna, e poi a Buda, allontanarono il serio rischio di un’islamizzazione dell’Europa”. L’esultanza in tutta l’Europa fu immensa, l’unico a non esultare fu il re di Francia.

La preoccupazione dei due grandi della Civitas Christiana, Innocenzo XI e padre Marco, “fu la difesa della cristianità, e del cattolicesimo in modo particolare, e non la supremazia sull’islam. Si trattò, dunque, di un’azione di tutela e non di una crociata…”. Ne è convinto anche Petacco, le crociate, furono invece una legittima risposta al jihad. Tra l’altro padre Marco dopo queste liberazioni cercò di convincere i regnanti di completare l’opera di liberazione dei territori europei ancora in mano agli ottomani, la salvezza dell’Europa era sempre in cima ai suoi pensieri.

Il cattolico tiepido o chi si finge cattolico è restio a riconoscere la verità storica, determinata sia dall’eccezionale spiritualità dei due sopraccitati protagonisti, che dalle loro indiscutibili capacità politiche, nell’arte della mediazione, della diplomazia, dell’intuizione, della capacità oratoria, basate su quel connubio inscindibile tra Fede e Ragione così caro a San Tommaso d’Aquino. Oggi, se si parla di loro, lo si fa attraverso un’oleografia molto parziale, per non urtare la sensibilità degli islamici. Fortunatamente, il beato Innocenzo XI e padre Marco d’Aviano non furono buonisti, altrimenti da almeno 500 anni saremmo tutti in ginocchio verso la Mecca.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2021/09/13/quella-battaglia-che-ci-salvo-dallinvasione-islamica/

 

I cattolici intransigenti: padre Bartolomeo Sandri

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Segnaliamo una figura di spicco della buona battaglia dei cattolici intransigenti: il padre Bartolomeo Sandri (1820 – 1898). 
 
 

La vittoriosa battaglia di Vienna del 1683

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Segnaliamo alcuni comunicati del nostro centro studi sulla battaglia di Vienna del 1683.
 
11-12 settembre 1683: la battaglia di Vienna
 
Vienna, 12 settembre 1683
 
Padre Marco d’Aviano e san Pio X
 

Mi dimetto da umano

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di Marcello Veneziani 

Fonte: Marcello Veneziani

Illustre Padreterno, in data odierna rassegno ufficialmente le dimissioni da persona umana. La decisione, sofferta ma assai meditata, è maturata leggendo su una rivista scientifica che grazie ai progressi della genetica i genitori possono decidere come vogliono i figli. Per cominciare il sesso dei figli può essere liberamente scelto. Col tempo, si apprende, sarà possibile decidere anche il quoziente d’intelligenza del nascituro che presumo tutti vorranno alto, per quanto l’imbecillità di solito faccia vivere meglio; decidere il colore e il taglio degli occhi, che un tempo erano le finestre dell’anima e oggi sono gli sportelli del business; i capelli, il fisico e persino il carattere del nascituro che potrà essere allegro, estroverso piuttosto che triste e depresso. Immagino che i questionari saranno riempiti, salvo committenti contorti e masochisti, al 99 per cento allo stesso modo. Il che produrrà una figliolanza standard: tutti noiosamente belli, alti, giulivi e intelligenti, ottimisti di carattere. Insomma perché vivere, lavorare, sposare una anziché l’altra, se puoi già comprare apriori il pacchetto-esistenza tutto incluso. Quel che si va delineando sarà pure un mondo migliore del nostro, ma ha un solo difetto: non è il mondo degli umani da cui derivo e in cui sono cresciuto e ho figliato. Siamo antiquati, come dice Gunther Anders; superati. Noi umani nascevamo così, diversi e assortiti, a volte ridicoli. Penso ai potenziali nascituri su ordinazione, su cui i genitori esercitano un potere assoluto, disponendo della loro vita e dei loro caratteri; e dire che deprecavano l’educazione repressiva, il paternalismo autoritario, l’ingerenza soffocante delle madri… ora è peggio, i figli si possono commissionare, te li porta Amazon…
Il disegno è liberarsi della natura, autocrearsi, rendere superflua la creazione. Penso infatti che a dimettermi non dovrei essere solo io, Illustre Padreterno…
Rassegnando le dimissioni sento tuttavia il dovere di ringraziare chi mi ha messo al mondo, non per il dono della vita ‒ non so se sia un dono o una punizione, una via di mezzo o nulla, non ho termini di paragone ‒ ma per il dono della noncuranza: mi avete gettato nel mondo, per dirla con Heidegger, senza curarvi di come io sia nato, adone o scarrafone. Mi donaste l’imperfezione, la differenza, l’imprevisto, che ha dato sapore alla mia esistenza. Avrei preferito essere diverso in tante cose, ma non avrei mai voluto essere programmato e prestabilito; perché non sono un razzo ma un umano, figlio di umani e padre di umani. Mi tengo tutte le mie imperfezioni e la perfezione, egregio Padreterno, la lascio solo a Lei.

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