È incredibile come quanto più siamo asserviti, tanto più presumiamo di essere liberi

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di Massimo Cacciari

Fonte: La Stampa

Da Platone all’”eretico” Dante, il percorso dell’uomo per affrancarsi da tutte le schiavitù

«Lo maggior don che Dio per sua larghezza / fesse creando, e a la sua bontate/ più conformato, e quel ch’ è più apprezza,/fu de la volontà la libertate» ( Paradiso, V,16-22). Dunque, nasciamo liberi?
Dunque, immediate da Dio siamo dotati, noi creature intelligenti, «tutte e sole», di «libero voler», capace di vincere la malizia di cui il mondo è «gravido e coverto» (Purgatorio, XVI,60)? Tra le «croci» che il pensiero è destinato a portare, questa, il problema della libertà, è forse la più tormentosa. Tutto ciò che esiste in qualche modo vuole. Non volere è impossibile. Ma noi soltanto tra tutti gli enti che riusciamo a conoscere saremmo capaci di orientare ad libitum la nostra volontà? E questo per la costituzione stessa della nostra natura?
Tutto ciò che vediamo in natura è determinato e condizionato, obbedisce a leggi che non si è certo dato e nella natura noi soli saremmo quegli enti straordinari che possono ciò che vogliono? Quale davvero stra-ordinaria presunzione, che l’esperienza quotidiana falsifica in tutti i modi! Non nasciamo liberi! Forse possiamo soltanto affermare che nella nostra natura è presente la possibilità di diventarlo.
Ed è appunto questo che l’esperienza epicamente e profeticamente rappresentata nella Divina Commedia vuole insegnare. Possiamo «trarci fuori» da servitù a libertà. Ma incatenati nasciamo, come quegli abitanti della caverna del mito di Platone, che ben protetti nella loro dimora passano la vita a vedere ombre, e magari goderne, evitando di fare i conti con la dura realtà. Libertà significa liberarsi: un itinerario drammatico, che comporta venire ai ferri corti con l’inferno della vita, risalire l’aspro monte della confessione delle proprie colpe, del pentimento sui propri errori, della radicale conversione al Bene – così nel Poeta per antonomasia.
Ma poi il dubbio resiste: è per le mie forze che questo itinerario potrebbe compiersi? E’ la mia libertà a determinarne i passi? O lo affermo soltanto perché ignoro quali siano le cause per cui procedo? Dante non avrebbe potuto liberarsi se altri, e altri lassù, non l’avessero, per amore assolutamente gratuito, voluto. Al più, possiamo dire che Dante ne ha assecondato l’amore. È incredibile come quanto più siamo asserviti a potenze e leggi di cui ignoriamo ragioni e fini, tanto più presumiamo di essere liberi.
Essere liberi è una mèta assolutamente problematica. Dimostrare di esserlo è impossibile. Soltanto qualche segno possiamo darne. E di questi segni, potenti, son fatte le opere come la Commedia. Saper resistere solitari, se la tua ragione ritiene che il mondo sia «diserto/ d’ogne vertute». Solitario, non ritirato nella Torre. Solitario in lotta con la «bestia» che impedisce la via alla libertà. Esser pronti a dare la vita per cercare di percorrerla – «libertà va cercando», infatti: chi potrebbe presumere di affermarsi perfettamente libero?
Significherebbe essere del tutto incondizionati. La libertà possiamo soltanto cercarla, quotidianamente, in lotta contro la «maledetta lupa», «che mai non empie la bramosa voglia,/ e dopo il pasto ha più fame che pria» (Inferno, I,97-99). È la bestia del volere per sé sempre di più, dell’insaziabile avarizia, che si «ammoglia» a invidia, a usura, a frode. Ma è anzitutto la bestia della nostra naturale servitù, del nostro istinto ad asservirci al possesso di beni finiti e a esigere che essi ci siano assicurati. Per Dante la libertà ha un solo, vero segno: capacità di donare e perdonare. Ciò che significa anche liberare. Non si è liberi se non si cerca di liberare chi è costretto nel bisogno, nella pena. Di più, non puoi dirti libero fino a quando un tuo simile è servo.
Essere liberi vorrebbe, allora, dire, cercare questo Impossibile? In qualche modo penso di sì. E di nuovo è così in Dante. Poiché tende, mente e corpo, all’Impossibile di «ficcar lo sguardo» negli arcana Dei, egli può vedere con disincanto e realismo questa «aiuola che ci fa tanto feroci», inveire contro i lupi che la dominano, invocare le forze che li possano eliminare. La nostra triste, costante consacrazione della finitezza è consacrazione del nostro dipendere da beni finiti, mète a portata di mano, da tutto ciò che abbiamo o crediamo di avere «a disposizione».
Nessun disprezzo per quei «possibili» che siamo costretti a perseguire per continuare a esistere, ma forse è vero che non di solo pane vive l’uomo, e che anche il necessario, quotidiano pane diventa difficile assicurare per tutti, quando ciascuno ha di mira esclusivamente la propria securitas, e di altro non vuole sentir parlare che di garanzie per sé e per ciò che possiede.
Il solitario Dante incalza il suo tempo, eretico contro tanti suoi dogmi, tante sue potenze, tanto cattivo senso comune. Nessun fatto ha per lui ragione in quanto fatto. Nessuna Giustizia abita il campo del vincitore perché vincitore. In questo soltanto può per lui mostrarsi un’immagine di libertà e forse di indistruttibilità della nostra anima.

Il pm Greco fa una fine Amara

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di Luigi Bisignani

Dal pool al ring. Francesco Cossiga, il Presidente della Repubblica che voleva mandare al Csm persino i carabinieri, diceva: “La riforma della giustizia si farà solo quando i magistrati si arresteranno tra loro e allora si potrà anche stabilire per legge una visita psichiatrica per diventare una toga”. Pare che ci stiamo arrivando.  Non si arrestano tra loro solo perché “cane non mangia cane”, ma si indagano a vicenda in maniera compulsiva e ritorsiva. Procure contro procure, in un perenne derby con capitani-Pm che infiammano le tifoserie tra giustizialisti e garantisti.

Quanto ai test psicologici – che in Germania incidono eccome nel percorso di carriera di un magistrato – ci si arriverà presto, anche a seguito del dibattito accesosi dopo l’aberrante decisione di sottoporre a perizia psichiatrica Silvio Berlusconi. E, come sempre quando la mattanza diventa più sanguinosa, a farne le spese è uno di quei magistrati che, sia pur ideologicamente targato a sinistra, ha sempre messo al primo posto il rispetto verso i suoi ‘clienti’: il procuratore capo di Milano, Francesco Greco. Figlio di ammiraglio, casa e barca a vela, sua grande passione, a La Maddalena in Sardegna, dove spesso ospitava i colleghi, tanto che in certi giorni la Piazza Rossa (meravigliosa coincidenza!) dell’isola sembrava un corridoio del Palazzo di Giustizia. Oggi veste in grigio scuro ma durante Mani Pulite la sua uniforme era un blazer blu, pantaloni chino beige e camicia celeste: in altre parole, uno yacht-man a Palazzo.

Se l’allora procuratore capo Francesco Saverio Borrelli per prepararsi all’assalto contro Fininvest e il Cavaliere, anziché esaltarsi dal protagonismo manettaro dei vari Di Pietro, Davigo e Colombo, avesse lasciato Greco a indagare davvero sui bilanci delle società, la storia di Mani Pulite e di molte altre inchieste a catena sarebbero state differenti. Il giorno che Raul Gardini si sparò fu uno dei più drammatici di quegli anni. Il patron del gruppo Ferruzzi aveva tentato invano di andare a deporre da uomo libero, ma la Procura di Milano voleva interrogarlo solo dopo averlo rinchiuso a San Vittore. Serviva uno scalpo da esibire al popolo e quello di Gardini, “il Pirata”, era l’ideale. Anche perché in questo modo si distoglieva l’attenzione montante su Agnelli, De Benedetti e soprattutto PCI e Cooperative rosse. Greco aveva gli occhi gonfi di lacrime, di dolore ma forse anche di rabbia: senza l’arresto e quel suicidio avrebbe ottenuto risultati ben diversi su tanti filoni aperti all’insegna del suo mantra, ‘meno carcere e più entrate per l’erario, meno burocrazia e più leggi moderne’.

Si bloccò invece così il Paese, in un ricatto permanente tra politica, grandi e piccoli gruppi industriali e magistratura. Con Pm che ai codici preferivano farsi eleggere in Parlamento e i talk-show televisivi. Probabilmente, nella sua visione dell’economia, Greco si è lasciato influenzare dal professor Guido Rossi, in nome di un esasperato libero mercato che ha finito per permettere, soprattutto ai francesi, di far man bassa nel nostro sistema bancario e industriale. Tutto ciò a beneficio delle leggendarie parcelle del professore, il quale fece di tutto perché Greco rimanesse a presidiare quel prezioso avamposto in Procura anziché diventare, ad esempio, un abile e innovativo Presidente della Consob. Così le pubbliche accuse in tutta Italia hanno esorbitato dal proprio ruolo inseguendo teoremi anziché singoli reati.

La pacatezza, la signorilità e la curiosità di Greco si colgono in molti episodi di vita ordinaria in quel Palazzo di Giustizia che nessuno più di lui conosce. Ha iniziato il suo slalom investigativo nel lungo corridoio dove ci sono gli uffici dei Pm e le panche che hanno visto sedere illustri imputati. Alle estremità di quel corridoio, i due bracci più corti: in fondo a destra c’è lo studio del procuratore capo, che al tempo fu di Borrelli, in fondo a sinistra c’era quello di Antonio Di Pietro. Quando nel 1996 si aprì il primo processo contro Berlusconi per tangenti alla Guardia di Finanza, tra i dirigenti delle società del Cavaliere chiamati a testimoniare c’era anche Urbano Cairo il quale, durante una pausa, volle andare a curiosare attorno ai corridoi della Procura dove incontrò casualmente proprio Greco. “Posso avere il piacere di stringerle la mano?” chiese ammiccante al magistrato. Greco gli rispose sorridendo e, senza mollare la mano che stringeva, se lo portò dentro la sua stanza. Indimenticabile lo sguardo di Cairo rivolto ai cronisti, un attimo prima di essere trascinato nell’ufficio del Pm.

Un altro siparietto risale all’interrogatorio di Carlo Sama per Enimont, quando sempre Greco ricevette una telefonata inattesa del solito Guido Rossi, appena diventato presidente della Montedison, che gli chiedeva di sbloccare i crediti IVA della Ferruzzi, a dimostrazione di come il Gruppo fosse ormai eterodiretto dalla Procura. Tuttavia, c’è da rimanere un po’ basiti quando, nell’intervista-testamento a Il Corriere della Sera, Greco quasi si stupisce della fuga di notizie sugli scoppiettanti e fantasiosi verbali dell’avvocato Amara da parte di Davigo, lo stesso inquisitore che oggi, da indagato, si guarda bene dal ripetere che “non esistono innocenti ma solo colpevoli da scoprire”. Come se il Procuratore capo di Milano, all’improvviso avesse dimenticato che la fuga di notizie fu utilizzata spesso – e purtroppo ancora è – come bomba a orologeria da molte procure. Senza forse ricordare che ha concesso quest’ultima chiacchierata prima della pensione a Milena Gabanelli, musa ispiratrice di Report, trasmissione cult di Rai3, Vangelo settimanale dei PM e dei manettari. Sic. In nome del popolo italiano.

Fonte: Il Tempo 19 settembre 2021

La World Bank cancella la classifica “Doing Business”. Manipolazione e corruzione

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Niente Classifica “Doing Business” da parte della “World Bank”. La classifica, una delle più seguite al mondo, interrogava migliaia di professionisti, commercialisti e avvocati, per valutare in quale paese fosse più facile intraprendere una  nuova attività, classificando quindi le nazioni dove il governo e la legislazione erano più vicine alle necessità del mondo degli affari. Questa classifica era utilizzata esternamente per indicare i paesi più aperti agli investimenti internazionali, e internamente come un potente strumento propagandistico.

Peccato che quest’anno non ci sarò classifica, semplicemente per le pressioni indebite di alcuni paesi, ne hanno falsato il significato a tal punto da renderla contestata da più parti e da farla cancellare, anche per il coinvolgimento dei vertici stessi della Banca Mondiale.

Le contestazioni del rapporto risalgono almeno al 2018, quando Paul Romer, allora capo economista della Banca Mondiale, che avrebbe poi vinto un Premio Nobel per l’economia , si dimise dopo essersi lamentato di come “Doing Business” trattasse il Cile.

Come risultato di armeggi metodologici, il paese sudamericano era precipitato nelle classifiche mentre la socialista Michelle Bachelet occupava la presidenza, rimbalzava sotto il conservatore Sebastian Pinera, per poi crollare di nuovo quando Bachelet tornava al potere. Insomma, più che cambiamenti effettivi l’indice indicava i cambiamenti di amministrazione, anche se questa non interveniva nelle misure economiche.  Il think tank Center for Global Development chiese alla banca di “abbandonare” il rapporto.

Justin Sandefur, un membro anziano del centro, sostiene che le classifiche hanno sempre riflettuto un pregiudizio contro l’intervento del governo nell’economia. Ha detto, ad esempio, che le classifiche non sono riuscite a valutare adeguatamente i benefici derivanti dalla spesa statale o dalla tutela dei lavoratori e dei consumatori.

“È venuto da un approccio anti-tasse anti-normativo molto forte, per allontanare lo stato dal modo in cui il settore privato può prosperare”, ha detto Sandefur. “Quello era il peccato originale. È nel profondo del DNA” del rapporto.

WilmerHale ha inferto un altro colpo alla Banca Mondiale e alla classifica “Doing Business”. Il personale della Banca Mondiale che stava compilando il rapporto del 2018 si stava preparando a far scendere la Cina al n. 85 della classifica dal n. 78 dell’anno prima. Il declassamento sarebbe avvenuto in un momento in cui la Banca mondiale stava cercando di raccogliere capitali, uno sforzo in cui Pechino, l’azionista n. 3 della banca, avrebbe dovuto svolgere un “ruolo chiave”, secondo il rapporto dello studio legale.

L’indagine ha scoperto che Georgieva “è stata direttamente coinvolta negli sforzi per migliorare la classifica della Cina”.

Secondo l’inchiesta, ha anche criticato aspramente il direttore cinese della banca per “cattiva gestione” delle relazioni della banca con Pechino e per non aver apprezzato l’importanza della classifica “Doing Business” per la leadership cinese. Sotto pressione dall’alto, hanno scoperto gli investigatori, il personale della banca ha deciso di concedere alla Cina più credito per una nuova legge che coinvolge le cosiddette transazioni garantite, in genere prestiti che comportano garanzie. Il risultato è stato che la Cina è tornata dov’era la classifica — n. 78. Altri cambiamenti hanno interessato le classifiche di Azerbaigian, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.

Quindi “Doing business” era una classifica falso, manovrata politicamente e ricca di pregiudizi politici e ideologici. Uno strumento sostanzialmente inutile, anzi distorcente della realtà.

Fonte: www.scenarieconomici.it 

I non vaccinati sono i nuovi kulaki

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Abbiamo ripetuto più volte che noi del Circolo Christus Rex non apparteniamo alla categoria dei “no vax”. Fin da subito, abbiamo ritenuto di chiedere ai cattolici e alle persone non cattoliche di osservare i fatti in maniera critica, facendo attenzione alla realtà, come insegnavano Aristotele e San Tommaso d’Aquino. Più volte ci siamo spesi in appelli ad evitare tifoserie da stadio o posizioni dogmatiche, laddove si inventino dogmi dal nulla su questioni ampiamente disputate. Soprattutto, sarebbe veramente avvilente cadere nella satanica trappola di distribuire patenti di cattolicità a chi sceglie la via del vaccino e a chi no. Per questo, ci siamo sempre dichiarati “free vax”, che si pongono interrogativi, crediamo fondati, sull’esempio di quanto fanno pubblicamente in pochi. I giornalisti Mario Giordano e Nicola Porro, addirittura Massimo Cacciari ci sembrano degli esempi da seguire, seguendo questo filone critico, basato su domande più che lecite, anche se scomode.

di Claudio Romiti

Durante la puntata del 15 settembre di Otto e mezzo, salotto televisivo condotto da Dietlinde Gruber detta Lilli, sul tema infinito del green pass, Stefano Feltri ci ha fornito uno straordinario esempio di ortodossia sanitaria. Ortodossia sanitaria che, in questo drammatico momento per la nostra democrazia, risulta sempre più sganciata dai più elementari criteri logici. Contrapposto ad un sempre più affranto Massimo Cacciari, trattato dal giovare direttore di Domani, come un anziano confuso e disinformato in preda a ingiustificate preoccupazioni costituzionali, Feltri è partito in tromba sui vaccini, sostenendo con certezza assoluta che essi ridurrebbero “del 95% la possibilità di morire”.  Di conseguenza, facendo quattro conti, ciò vorrebbe dire che in questo periodo di fine estate, se non avessimo avuto a disposizione i miracolosi vaccini, conteremmo ben oltre i mille morti al giorno a causa del Covid-19. Cosa altamente improbabile per un virus che sembra seguire il classico andamento stagionale di tante altre epidemie di carattere respiratorio. Quindi delle due l’una: o il Sars-Cov-2 si è trasformato in qualcosa di catastrofico oppure questi vaccini non sono poi così miracolosi come li dipinge questo giovanotto cresciuto professionalmente sotto l’ala di Marco Travaglio.

Vogliono limitare i diritti dei non vaccinati

Ma questo non è niente. Interpellato dalla Gruber sulla stretta che il governo sta imponendo a chi si rifiuta di vaccinarsi, inasprendo l’applicazione del summenzionato lasciapassare sanitario, l’intervento di Feltri è stato degno di un romanzo orwelliano: “Vogliamo  esporre i vaccinati e gli altri a un rischio, o vogliamo, come dire, limitare la libertà dei no vax e spingerli a vaccinarsi? La scelta politica è questa. Si sta andando verso la scelta politica di dire: proteggiamo i diritti di chi ha scelto di vaccinarsi e di cooperare e restringiamo i diritti di quelli che io chiamo gli evasori vaccinali, perché sono come gli evasori fiscali, cioè scelgono di avere un piccolo beneficio proprio, scaricando i costi sulla collettività”.

I non vaccinati come i kulaki

Ora,  codesto agghiacciante punto di vista trova un formidabile parallelismo storico con la collettivizzazione forzata imposta ai contadini, definiti spregiativamente kulaki, dal compagno Stalin durante i suoi forsennati piani quinquennali.  Anche in quel drammatico frangente l’idea di togliere diritti a chi non aderiva ai dogmi economici del partito comunista non sembra poi tanto diversa da quella di emarginare i kulaki italiani che non vogliono vaccinari, per le più disparate ragioni.

Ma al di là della preoccupante visione totalitaria espressa da Feltri,  accompagnata dall’altrettanto preoccupante tendenza a voler trattare come nemici del popolo anche i semplici dubbiosi, non sembra esserci alcuna logica nel ragionamento di costui. Se infatti il vaccino abbatte drasticamente la possibilità di morire a causa del Covid-19, e se lo stesso Feltri ha ammesso che pure i vaccinati possono trasmettere il contagio, quale diamine sarebbe il danno che la sempre più sparuta minoranza di no vax causerebbe al resto della popolazione?

Forse l’unico danno, analogo a quello che i dissenzienti possono causare ad ogni regime autoritario che si rispetti, è quello di sollecitare il sopito spirito critico delle masse, opponendosi con l’esempio o semplicemente esprimendo dubbi e perplessità, così come l’eroico Massimo Cacciari, assolutamente isolato nella sua area politica di riferimento, sta disperatamente cercando di fare da molto tempo

Claudio Romiti, 17 settembre 2021

Fonte: https://www.nicolaporro.it/i-non-vaccinati-sono-i-nuovi-kulaki/

 

 

Tutti contro la vita e la famiglia in USA, Italia e UE

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Segnalazione Corrispondenza Romana

di Mauro Faverzani

Partiamo da un dato di fatto. Un tragico dato di fatto. Gli aborti negli Stati Uniti, nel corso del 2019, sono aumentati del 2,3% rispetto all’anno precedente. Lo rivela un rapporto, messo a punto dal Charlotte Lozier Pro-Life Institute. Mostra le statistiche di 39 Stati americani: benché manchino i dati relativi agli ultimi 11, i numeri indicano purtroppo una tendenza costante al rialzo non solo rispetto al 2018, bensì anche rispetto al 2017. Il tasso abortivo è aumentato in 21 dei 39 Stati analizzati, soprattutto in Illinois, Georgia, Texas e Florida, e sceso in 17, in primis Missouri, Tennessee e West Virginia. Le leggi più permissive in materia, varate a partire dal 2018, non fanno ben sperare e preparano percentuali ancora più pesanti in termini di vite spezzate nel grembo materno. Per non parlare degli aborti chimici, anch’essi in crescita, del 41% nel 2018 e del 44% nel 2019, cifre che con la pandemia non possono ch’essere peggiorate.

Anche per questo, mons. Salvatore Cordileone, arcivescovo metropolita di San Francisco, in un articolo apparso lo scorso 5 settembre su The Washington Post, ha chiesto di affrontare con urgenza la questione della scomunica ai fautori dell’aborto ovvero di «un grande male morale», tra cui colloca anche i politici espressisi contro la recente legge pro-life varata in Texas, come il presidente Biden e la presidente della Camera, Nancy Pelosi, entrambi professantisi “cattolici” a parole, ma non nei fatti. Mons. Cordileone ha fatto notare come proprio il Texas abbia investito 100 milioni di dollari per finanziare centri di gravidanza, agenzie di adozione e case di maternità, fornendo oltre tutto consulenze gratuite a chiunque desideri avere figli, aiuti alla genitorialità e formazione al lavoro, per garantire alle giovani coppie un reddito adeguato ai costi di una famiglia: «La risposta alle gravidanze in crisi non è la violenza, ma l’amore, sia per la madre che per il bambino», ha detto il prelato.

Mentre negli Stati Uniti si combatte un’appassionata battaglia per la vita, il sistema mediatico prosegue la propria tenace campagna sul fronte opposto, come ha confermato il Leone d’oro assegnato a Venezia al film francese L’événement, in cui la parte dell’eroina viene impersonata da una giovane che ha abortito, preferendo la carriera alla gravidanza. La pellicola si svolge nella Francia d’inizi Anni Sessanta, quando l’aborto era ancora illegale, senza che ciò però abbia fermato quella donna, quella madre, plaudita nel film per la sua scelta, uccidendo in modo clandestino la creatura vivente nel suo grembo, come se in ciò vi fosse chissà quale affermazione di diritti o chissà quale nobiltà morale anziché una pretesa meramente opportunistica costata la vita di suo figlio. Che merito c’è in questo? Invece ecco la 78° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia esaltare, sostenere e promuovere le gesta della protagonista. Un premio, che gronda del sangue versato da tutti quei piccoli innocenti sacrificati sull’altare della carriera e dell’egoismo.

Del resto, che la svolta pro-choice dell’Italia non sia stata recentemente certificata solo dagli eventi mediatici, bensì anche da non meno deprecabili scelte politiche sono le cronache a dirlo: la determinazione, con cui il ministro della Salute in carica, Roberto Speranza, ha dichiarato di voler accelerare sulla legalizzazione dell’eutanasia ne è un triste esempio. Vuole farlo, esautorando totalmente il Parlamento e senza il coinvolgimento della Conferenza Stato-Regioni col pretesto di dar attuazione alla sentenza 242/19 della Corte Costituzionale sul suicidio assistito, sentenza peraltro assolutamente non vincolante.

Donde tanta foga, tanta fretta, tanta furia nel promuovere a livello planetario una cultura di morte? Un indizio può giungere da un interessante réportage pubblicato nel giugno scorso dall’agenzia InfoCatólica. Secondo quanto riportato, l’Epf, Forum parlamentare europeo per i diritti sessuali e riproduttivi, avrebbe lanciato una feroce azione politica volta a screditare importanti organizzazioni cattoliche, ree di essere pro-lifepro-family ed anti-gender.

Circa tre mesi fa l’Epf ha presentato un rapporto dal titolo «Punta dell’iceberg: finanziatori religiosi estremisti contro i diritti umani sulla sessualità e sulla salute riproduttiva in Europa 2009-2018». Impossibile immaginare un titolo più chiaro di questo, tenendo conto oltre tutto che il testo è uscito pochi giorni prima delle votazioni sul famigerato Rapporto Matić e col chiaro intento di condizionarne l’esito… Si noti come avere un’opinione semplicemente diversa su tematiche di carattere chiaramente morale comporti un’immediata condanna di “estremismo”. Nel documento dell’Epf si legge, ad esempio: «Il quadro emergente è quello di una comunità transnazionale di estremisti religiosi e attori di estrema destra, che prendono decisioni strategiche di finanziamento attraverso i confini internazionali». Ne segue un lungo elenco, una sorta di “lista nera” di sigle, tutte schedate, ma senza fornire alcuna prova (né lo potrebbero) di attività illegittime o illecite. Da qui critiche a pioggia contro la Chiesa cattolica, contro il Vaticano, contro alcuni cardinali europei, contro la Comece-Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea, contro associazioni dotate di «peso finanziario» (tra cui i Cavalieri di Colombo statunitensi e la Fondazione Lejeune francese), nonché singoli individui.

Paradossalmente, scrive InfoCatólica, chi punta l’indice ovvero l’Epf risulta sostenuto da organizzazioni, queste sì, miliardarie come la Fondazione Bill e Melinda Gates, International Planned Parenthood Federation, la Commissione europea, la Open Society Foundations di George Soros, il Wallace Global Fund, la Fondazione MacArthur, la Summit Foundation e la Fondazione Hewlett. Tutti nomi tristemente noti e schierati contro vita e famiglia…

Siamo sicuri che l’attuale strategia anti-covid sia quella giusta?

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di Pino Cabras

Fonte: Pino Cabras

L’Italia ha appena lo 0,75% della popolazione mondiale, ma crede fortemente che anche per il rimanente 99,25% dell’umanità la questione covid sia affrontata negli stessi modi, con le stesse parole d’ordine e con le stesse pandemistar a dominare gli schermi. Fuori dalla Bolla Italia esiste invece una realtà diversa, un mondo “Burioni Free” che ha sì cambiato la propria profilassi, ma fa meno drammi e fa stare meglio la gente.
Vi propongo alcune riflessioni in merito all’attuale situazione della crisi Covid che nascono dal confronto con alcuni analisti politici e con molti significativi dati ormai a nostra disposizione. Quella che chiamo Bolla Italia è una sorta di “bolla locale” che chiude in un universo separato e provinciale le azioni delle istituzioni e dei partiti, l’impaginazione degli organi di informazione, il modo di leggere le statistiche, la polarizzazione estrema dei rapporti fra le persone dentro le comunità, l’organizzazione dei viaggi e del lavoro sotto una cappa di regole di confinamento in continua evoluzione. Nel giro di breve tempo si è formata una casta di “intellettuali organici della pandemia” a servizio permanente ed effettivo di una sola narrazione legittimata, organica a un blocco d’interessi, che ragiona nei confronti delle narrazioni diverse con la stessa logica confessionale della “scomunica”. I social network, i cui principali azionisti sono gli stessi delle banche e delle case farmaceutiche, sigillano in modo sempre più occhiuto le parole e i pensieri consentiti. Non è un complotto. È il capitalismo del XXI secolo. Gli intellettuali organici della pandemia hanno formato anche un loro affezionato pubblico di piccoloborghesi ipocondriaci e incattiviti, che chiedono alle autorità di fare la faccia sempre più feroce.
Tutto il mondo, sia chiaro, sente che la sfida sia globale. I temi possono anche somigliarsi ovunque: il distanziamento fisico (c’è chi dice sociale), le nuove regole d’igiene, i vaccini, le cure, la tenuta degli ospedali, le strategie diverse per anziani e giovani. Gli Stati dosano interventi di emergenza e tentativi di far reggere il funzionamento economico e sociale in modi diversi, offrendo così esempi pratici di centinaia di possibili maniere di affrontare la sfida, altrettante “controprove” rispetto a quelle che in Italia sembrano “prove” inconfutabili.
Molti in Italia presentano ad esempio l’urgenza di forzare la mano sulla questione vaccini con l’idea che gli italiani tendano a rifiutare le inoculazioni. Osservate la tabella tratta da “Il Sole 24 Ore”. L’Italia è il 14° paese al mondo per doppie vaccinazioni. Precediamo paesi del calibro di Regno Unito, Norvegia, Paesi Bassi, Francia, Israele, che pure iniziarono prima. Chi dice che gli italiani “non vogliono” – e per questo si dovrebbero manomettere equilibri costituzionali delicati – sta mentendo. Non stupitevi se gran parte della stampa italiana mente e se il vostro presidente del Consiglio mente. Mentono quasi sempre, in modo vasto e sistematico.
Vedevano invece giusto sull’argomento l’OMS, la Commissione Europea, il Parlamento europeo e il Consiglio d’Europa. Pressoché tutti i paesi si conformano a un quadro giuridico in cui gli obblighi e le costrizioni vaccinali sono da evitare perché violano i diritti universali e fondamentali della persona umana. Senza arrivare al giro di vite che viene ora inaugurato, molta gente si era comunque vaccinata. Perché mai dunque trattare i cittadini italiani come sudditi riottosi, con un carico di violenza pubblica sconosciuto agli altri stati?
Ma questo è solo un pezzo della questione. Faccio mio il post pubblicato da Simone Santini, un analista che va più in profondità sulla questione strategica di fondo, con uno sguardo rivolto al mondo intero. Leggete attentamente cosa scrive.
Si fa una domanda radicale: «Siamo sicuri che l’attuale strategia anti-covid sia quella giusta?». La risposta di Santini è articolata.
«Sempre più scienziati e studiosi, a livello internazionale, stanno avanzando dubbi sulla efficacia della strategia anti-covid adottata generalmente in Occidente, ma anche in altre fondamentali parti del mondo, come in Cina, basata sul concetto di “covid zero”.
Con tale espressione si intende una strategia che punta ad eliminare la circolazione del virus così da cancellare il problema e tornare a una condizione di normalità. Dai lockdown alle vaccinazioni di massa, il concetto alla base è il medesimo: l’obiettivo finale è l’eradicazione del virus.
Le voci di tali scienziati, si diceva, si domandano però se tale obiettivo sarà davvero raggiungibile con i mezzi a disposizione. Secondo questa linea di pensiero, infatti, sia i lockdown che le vaccinazioni di massa sono utili, anzi necessarie, per bloccare l’avanzata e il dilagare senza controllo del virus durante i picchi epidemici, salvando così i sistemi sanitari dal collasso (è questa, diciamocelo, la vera e fondamentale emergenza che ci ha minacciato durante il 2020 ed all’inizio di quest’anno) ma non sarebbero sufficienti per superare definitivamente il problema nel lungo periodo.»
La pandemia (o meglio: sindemia) «sarebbe veramente superata solo a due condizioni, anche alternative: o con il virus che raggiungesse naturalmente una condizione endemica per cui, adattandosi all’uomo, diventasse meno aggressivo, oppure se si scoprisse un farmaco efficace (magari sia nella fase iniziale che successiva della malattia), di facile somministrazione, e adatto a un utilizzo di massa quindi senza effetti collaterali apprezzabili. Insomma, la strada da perseguire non sarebbe tanto quella della tendenziale eradicazione quanto piuttosto di una ragionata convivenza col covid, fino al raggiungimento di una immunità di gregge naturale e non vaccinale.
I vaccini stanno dimostrando infatti di essere un mezzo utile per attenuare le forme più gravi della malattia, in particolare per le fasce fragili della popolazione, ma non sembrano in grado di arrestare la circolazione del virus tra la popolazione. Dunque utili per tamponare gli effetti più dannosi dell’epidemia, ma non adatti a stroncarla.
Gli Stati che hanno portato avanti campagne massicce di vaccinazione, alle prese con varianti ed efficacia limitata temporalmente di tali presidi, si trovano ora davanti al dilemma: ricominciare da capo ogni 6-8 mesi con nuovi cicli di inoculazioni? Terza dose, quarta, quinta per tutta la popolazione? Fino a quando?
Altri Stati, anche europei, stanno immaginando una via diversa. Dopo aver vaccinato le fasce più deboli della popolazione e buona parte delle altre, stanno riaprendo la vita civile alla normalità, senza discriminare e distinguere la popolazione tra vaccinata e non-vaccinata.
Contano sul fatto che non ci saranno più masse di malati (specialmente anziani e fragili) che intaseranno gli ospedali, che alcune cure per la malattia ormai ci sono anche se non definitive, che se il virus circola fra la popolazione più giovane, resistente e forte, non solo non farà troppi danni ma, addirittura, potrebbe essere positivo nel lungo periodo.»
Santini conclude: «Il dibattito pubblico socio-politico e informativo in Italia dovrebbe essere orientato su tali argomenti. Invece pare anchilosarsi sulla problematica presenza di 4-5 milioni di cittadini che non intendono vaccinarsi (questa sarà in definitiva la quota dei cosiddetti no-vax)». Nel frattempo, nel mondo ci sono ancora 4-5 miliardi di persone non vaccinate e qualsiasi forma di realismo politico ci fa concludere che non lo saranno ancora a lungo, intanto che qui si insisterà con la catena delle dosi in una fase ancora soggetta all’incertezza degli esiti sperimentali. L’immunità di gregge è una chimera, un irraggiungibile miraggio intorno a cui viene fatto ruotare ossessivamente e ipnoticamente il dibattito pubblico nostrano. Milioni di persone sono trattate come l’asino che tira la carretta perché gli viene fatta pendere una carota davanti al muso, intanto che viene usato un bastone sempre più robusto a percuotergli la groppa.
Poche ore dopo a pubblicazione del post che vi ho trascritto, arriva una conferma da Londra sul fatto che le strategie tese ad accentuare un’organizzazione sociale da Stato di Polizia non sono le uniche possibili. Il ministro della Salute britannico, Sajid Javid, dichiara: «Non dobbiamo fare le cose solo per il gusto di farlo o perché gli altri lo stanno facendo, dobbiamo considerare correttamente ogni possibile intervento. Non mi è mai piaciuta l’idea di dire alle persone “Devi mostrare i tuoi documenti o fare qualcosa per poter svolgere un’attività quotidiana”. Abbiamo ponderato a lungo la questione e, anche lo terremo come riserva e come potenziale opzione, sono lieto di annunciare che non andremo avanti con il progetto dei passaporti vaccinali» (https://www.youtube.com/watch?v=q9q_mFfLD1U). Nella violenta dialettica imposta dal potere in Italia, una simile posizione sarebbe immancabilmente ricaduta e soffocata nell’etichetta NoVax. Ricordiamoci che l’ipotesi di green pass britannico non si spingeva verso la sommatoria di vessazioni del documento ricattatorio italiano: non entrava nel campo dell’organizzazione del lavoro e delle scuole, né sui trasporti. Si limitava a prevedere una forma di controllo per grandi eventi e luoghi a elevato assembramento. Beh, hanno preferito non introdurlo.
Il contesto europeo e mondiale offre numerosi esempi in cui molte misure di confinamento di massa sono state evitate ottenendo risultati di gran lunga migliori rispetto all’Italia. Questo è un paese prostrato in cui la salute psichica e fisica di milioni e milioni di persone, specie giovani, è stata aggredita da restrizioni gravissime, indiscriminate, sproporzionate, indifferenti alle reali condizioni psico-fisiche dei cittadini.
È imperdonabile che questo esperimento di ingegneria sociale sia perpetrato da una classe dirigente che nell’ultimo quindicennio ha smantellato ospedali e non ha assunto medici, mentre ora vuole fare pagare il prezzo delle sue incapacità interamente al popolo. Le restrizioni creano inoltre un’infrastruttura di strumenti che consentono al potere esecutivo di imporre una nuova «austerity mascherata» che salverà alcuni settori all’interno della rivoluzione digitale e sacrificherà altri settori e regioni caratterizzati dalla piccola impresa e dall’autoimpiego.
Retrospettivamente, i confinamenti e il green pass hanno condannato ad esempio il turismo e la ristorazione a essere facili prede da acquistare a prezzo vile. Mafie e multinazionali si leccano i baffi, sotto la mascherina. Il banchiere a Palazzo Chigi ha il fisico del ruolo per completare questo lavoro, favorito dalla vasta Palude parlamentare in cui gran parte dei deputati e senatori ha rinunciato a ogni autonomia. Mentre a Westminster il governo va ad ascoltare i rappresentanti del popolo, a Montecitorio il governo va a calpestarli. Il tutto con la benedizione del Quirinale e di una stampa che altera le notizie e scatena una campagna di marketing prepotente, con le stesse tecniche occulte e palesi della Psicologia di Guerra.
Spetterà a una minoranza tenere alta la fiaccola della ragione e lottare per un sistema più libero e rispettoso della dignità e del lavoro dei cittadini della Repubblica, che affronti la questione covid con equilibrio, prudenza, strategie differenti per età, tamponi gratis per tutti per un controllo tempestivo delle condizioni epidemiologiche, investimenti. Nel manifesto di «L’Alternativa c’è» lo diciamo:
«Il trend della privatizzazione dei servizi sanitari degli ultimi vent’anni va invertito con investimenti nelle 4P (1. Pubblico, 2. Posti letto, 3. Personale, 4. Prevenzione primaria). La fiducia verso le istituzioni sanitarie va ricostruita con la trasparenza, la digitalizzazione, la tutela della privacy dei pazienti e il benessere organizzativo per sostenere il merito e l’efficienza. Vanno ribilanciate le abnormi spese in marketing delle multinazionali del settore per favorire invece le spese in Ricerca e Sviluppo. Rispetto alla crisi Covid-19 va comparata la risposta del nostro sistema con i sistemi sanitari che hanno dato le migliori risposte nel mondo senza cadere in forme di “società del controllo” e hanno puntato su un’efficace rete di sanità di iniziativa, medicina territoriale e assistenza domiciliare. Va affrontato il tema dell’equilibrio fra competenza nazionale e regionale della Sanità. il PIL di spesa per la Sanità pubblica dovrà essere elevato ai livelli di Francia e Germania.» (https://www.facebook.com/LAlternativaCE21/posts/116324260501235)
Il No al green pass e alla sua estensione è una questione cruciale, e anche l’idea che già si adombra di obbligo vaccinale è da denunciare come una fuga criminale dalla realtà. Proprio coloro che ora alzano la voce per bollare i critici di questa misura come antiscientifici, stanno in realtà affidando il nostro destino a una forma di “pensiero magico” che punta tutte le carte su una ruota soltanto, che gira malissimo e impedisce le altre soluzioni.

Il paese è maturo per ricevere ordini e accodarsi con entusiasmo

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di Andrea Zock

Fonte: Andrea Zhok

Sono certo che avete tutti notato l’assiduità con cui il presidente Draghi compare in televisione a spiegare, ad esplicitare al popolo le ragioni del proprio operato.
(Praticamente per quel che ne sappiamo potrebbe essere deceduto da due mesi, tanto mandano sempre in onda filmati di repertorio con Supermario in tre varianti: pensosa, indaffarata e professionale.)
Il punto è che l’uomo è intelligente.
Ha capito perfettamente che tutta la sceneggiata usuale dei politici che fanno la comparsata in TV, fingendo di interessarsi dei cittadini e delle loro opinioni, è una mera perdita di tempo.
Il paese è maturo per ricevere ordini e accodarsi con entusiasmo. Basta avere il coraggio di farlo.
Lo stile è quello che l’uomo conosce bene, tipico degli ambienti che contano, mica di quella buffonata della “politica democratica”.
Ci si incontra in quella manciata di persone che pesano, si stabilisce cosa fare, cosa dare e cosa ricevere, e poi si manda in TV qualcuno che ama il suono della propria voce ad anticipare gli ordini al pueblo.
Così tagli fuori tutta quella roba inutile, ottimizzi i tempi morti e non ti disperdi fingendo di ascoltare i lamenti della plebe.
Passi in ufficio, parlotti con i capibastone, decreti, e poi torni a casa a dar da mangiare agli alani.
Tanto c’è il coro dei santificatori in servizio permanente effettivo che fa il suo ben retribuito dovere, e tanto basta.
—–
E ora abbiamo il piacere di offrire al nostro pubblico un documentario sulla violazione dei diritti umani in Tibet e sull’autoritarismo in Ungheria.

Morire per il Papa Re

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Oggi ricorre l’anniversario della prima battaglia tra lo stato italiano (formalmente era ancora lo stato sardo) e l’esercito composto dalla prima schiera di volontari dell’esercito pontificio. I figli delle migliori famiglie dei legittimisti francesi e dei carlisti spagnoli, insieme a giovani borghesi e contadini delle diverse nazioni cattoliche europee, tra cui spiccò un battaglione di irlandesi, accorsero a difendere il Padre comune, il Papa Re Pio IX , e la Santa Madre Chiesa. 
Tanta era la buona volontà ma poca la preparazione militare, per cui la battaglia che si svolse nella piana tra Castelfidardo e Loreto fu vinta dall’esercito invasore, più numeroso e meglio organizzato. La sconfitta fu pesante, poiché determinò la perdita della città e del porto di Ancona e il dilagare degli invasori nelle terre pontificie delle Marche e dell’Umbria. La rivoluzione italiana si avvicina così all’obiettivo finale: l’occupazione della Roma dei Papi, per consegnarla alle loggie.
Con questo comunicato intendiamo ricordare quei novelli crociati, che alla vigilia della battaglia si erano avvicinati ai sacramenti nella basilica di Loreto e che indirizzarono delle commoventi lettere ai familiari. Ripetiamo il grido che accompagnò il loro eroico sacrificio e che ancora oggi fa fremere di rabbia i settari di ogni risma: Viva il Papa Re! 
 
I Martiri di Castelfidardo
 
La battaglia di Castelfidardo e il vero volto della Rivoluzione
 

“Ringraziare la moglie è retaggio patriarcale”: Murgia alla frutta contro Benigni

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Roma, 14 mar — Vietato ringraziare la moglie quando si celebrano i propri successi professionali, è retaggio patriarcale: parola della Murgia — di chi sennò — secondo la quale il mito della musa ispiratrice, della «grande donna dietro il grande uomo» è uno dei «fondamenti essenziali dell’immaginario del patriarcato» e quindi va cancellato.

La Murgia riesce a mettere in croce persino Benigni

La grande lectio è arrivata ieri, quando già la Michelona nazionale aveva dato tristo spettacolo di sé fustigando Carlo Calenda, candidato di Azione per le amministrative capitoline, accusandolo di essere un bieco maschilista per non aver messo il cognome di una sua candidata in una locandina promozionale.

Nella stessa giornata Murgia se l’è presa con Roberto Benigni e il suo discorso di ringraziamento per il Leone alla carriera al Festival del Cinema di Venezia. «Il Leone è di mia moglie», aveva precisato il comico toscano. «Non posso che dedicare il Leone alla carriera a Nicoletta, è suo. Io mi prendo la coda, le ali sono le tue, talento, mistero, fascino e femminilità. Emani luce, amore a prima vista, anzi eterna vista». Ora, Benigni può risultare antipatico o meno, ma le frasi di ringraziamento nei confronti della moglie difficilmente potrebbero essere scambiate per «bieco retaggio patriarcale». Sono parole potenti, sentite, intrise di quel romanticismo che qualsiasi donna vorrebbe sentire dal proprio compagno di vita. Giusto? Sbagliato! E qui si inserisce la Murgia, che in un articolo pubblicato su L’Espresso, si prende la briga di toglierci le patriarcali fette di prosciutto sugli occhi e di illuminarci la via.

La musa ispiratrice è patriarcale

«Il mito della musa ispiratrice», scrive Murgia «creatura ultraterrena che nel segreto guida l’uomo alle imprese epiche», è uno dei «fondamenti essenziali dell’immaginario del patriarcato». Il problema della musa, secondo la scrittrice, è che sta nell’ombra. O per lo meno un passo indietro all’uomo ispirato dalla stessa. Il concetto di «silente forza che sostiene il percorso luminoso del suo compagno», è retto da due «pilastri retorici» che Benigni «ha evocato alla perfezione».

“Devo tutto a te” è schifoso maschilismo

Il primo di questi «dispositivi retorici si può sintetizzare nella frase “devo tutto a te”. È molto frequente che gli uomini che raggiungono un traguardo personale affermino pubblicamente che senza la loro compagna non ci sarebbero mai arrivati». Che stronzi, eh? «Sembra un riconoscimento, ma in realtà, specie in un contesto come quello cinematografico, dove le donne non hanno mai avuto le stesse possibilità di emergere dei loro colleghi o compagni» è la «dimostrazione plastica della sua negazione». Nel mondo del cinema le donne non hanno mai avuto possibilità di emergere? In che cinema è andata la Murgia?

Forse Michela parla di sé stessa

A voler essere cattivi si potrebbe pensare che forse, diciamo forse, la Michelona stia proiettando sulla povera Nicoletta Braschi la propria frustrazione per non avere mai posseduto un phisique du role cinematografico. Quel phisique du role che ha reso divine decine di attrici nella storia del cinema, e con cui forse la Murgia non riesce, o non vuole, fare i conti. «In un sistema dove le «donne possono dare luce, ma mai avere luce, se non riflessa», la frase «devo tutto a te» equivale a dire «mi sto intestando per intero quello che in un mondo equo avremmo dovuto dividere».

Ma leggiamo da Wikipedia la «luce riflessa», il fioco raggio lunare di cui può godere la Braschi, offuscata dall’eteropatriarcale successo di Benigni. «In carriera ha vinto un David di Donatello, un premio al Festival de Cine de Mar de Plata, un premio Flaiano, un premio Ciak d’oro, un Globo d’oro alla carriera e ha ricevuto una candidatura allo Screen Actors Guild Award al miglior cast per La vita è bella. Ha inoltre ricevuto cinque candidature ai Nastri d’argento. Nel 2005 il presidente Ciampi la insignisce dell’onorificenza di Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica italiana e nel 2015 l’università di Toronto le ha conferito una laurea honoris causa in Legge». Che è quanto la Murgia potrebbe aspirare a conseguire in sette o otto vite (forse). Da ciò si capisce bene che il problema non riguarda il patriarcato, ma l’esistenza della Murgia stessa.

Murgia, il padre-padrone sotto falso nome

Chissà se le pensa di notte, al posto di dormire, o di giorno. Chissà soprattutto se la Murgia, in tutto questo turbinio di masturbazioni mentali, si è mai chiesta, o ha mai chiesto alle dirette interessate — in questo caso, alla moglie di Benigni — cosa ne pensano: se si sentono realmente oppresse, se la loro scelta di essere «grandi donne dietro al grande uomo» sia stata compiuta volontariamente, con gioia e rivendicata ogni giorno. No, non lo chiede mai, non ne ha bisogno. Perché la madre-matrona Murgia — al pari di un padre-padrone — sa già cosa è buono per noi donne e cosa ci nuoce. A noi è dato solo di ascoltare i suoi inappellabili giudizi, e metterli in pratica.

Cristina Gauri

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/ringraziare-moglie-retaggio-patriarcale-murgia-207152/

Dio ci protegga dalle “risorse” della Lamorgese

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La cosa più ignobile della brutta storia del somalo che su un autobus ne ha accoltellati sei, tra cui un bambino alla gola, è il ministro di polizia Lamorgese che esprime vicinanza alla famiglia. Non è colpa sua: Lamorgese è politicamente, amministrativamente una nullità da ministro come lo era stata da prefetto di Milano. Ma le logiche politiche sono quelle che sono e il caro Draghi, detto Supermario per decantarne la semidivinità, ha deciso di averla nel posto più sbagliato e quindi di difenderla contro ogni evidenza. La responsabilità la porta lui.

Lamorgese è ferrea, durissima, pronta a mandare l’esercito contro i refrattari al lasciapassare, ma sui clandestini è latitante e palesemente complice della tratta che li scarica, tutti, in Italia. Altrettanto colpevole e indifendibile è nei casi più incredibili come il rave party con diecimila parassiti nel Viterbese, del quale la Verità sta ricostruendo responsabilità e retroscena al limite dell’osceno, tutte ricondicibili al ministro. Lei, neanche una piega. Sa di essere inamovibile e arriva alla beffa di esprimere vicinanza a una famiglia vittima del suo lassismo connivente: il cosiddetto richiedente asilo, un balordo drogato e violento, risulta sbarcato da pochi mesi, vale a dire sotto la gestione Lamorgese, sciagurata oltre ogni dire. Andrebbe non solo rimossa, ma processata; lei perde tempo a polemizzare con Salvini, si comporta precisamente come quei boiardi di prima Repubblica che di fronte alle peggiori stragi non si scomponevano, ghignavano e tiravano avanti. E una così dovrebbe tutelarci dalle risorgenze terroristiche? Che Dio ci aiuti, che almeno illumini gli apparati di sicurezza abituati a mettere una pezza alle mancanze della Lamorgese di turno.

 

È difficile registrare la realtà quando diventa infame, offensiva per la decenza minima: la famiglia del ragazzino in fin di vita non risulta avere replicato alla miserabile uscita di Lamorgese, ma dovrebbero rispedirla al mittente con tanto di insulti. Intanto, un altro sacro richiedente asilo, dal Mali, domenica su un treno ha preso +a testate il controllore che gli chiedeva il biglietto e poi ha aggredito altri passeggeri. Niente paura, casi isolati, dicono i tifosi dell’aggressione sistematica, purché esotica: a forza di casi isolati stiamo perdendo qualsiasi libertà di movimento, siamo abituati alla paura, presto il greenpass non servirà più, ci purgheremo da soli col lassativo della paura. Adesso aspettiamo il solito giudice illuminato, e nominato via PD, che liberi sulla parola il criminale somalo, questione di giorni. Ma il papa Bergoglio è andato in Ungheria a dire che non bisogna essere razzisti, che vanno imbarcati tutti e conviene fingere di non vedere pericoli e delitti. Se no è razzismo. Cosa diavolo c’entri il razzismo con tutto questo, con l’aspirazione a non vedere il proprio figlio di pochi anni accoltellato da un delinquente allo sbando, Dio solo lo sa.

DA

Dio ci protegga dalle “risorse” della Lamorgese

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