1984 sei tu. Gabriele Adinolfi rilegge Orwell

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Milano, 7 lug – La pandemia ha rinchiuso l’uomo in un’opera di ingegneria sociale. Una sorta di The Truman show dove ognuno di noi interpreta Jim Carrey nei panni di Truman Burbank. Ed è qui che la distopia orwelliana ci appare quanto mai puntuale. A settantuno anni della dipartita di George Orwell, all’anagrafe Eric Arthur Blair, la casa editrice Altaforte Edizioni è in procinto di pubblicare – la data di uscita è fissata per martedì 13 luglio – il volume Gabriele Adinolfi rilegge Orwell. 1984 sei tu (22,00€, 248 pag.). Il saggista romano, direttore del quotidiano online noreporter.org e caporedattore della rivista Polaris, accompagna, coadiuvato dalla prefazione di Giuseppe Scalici e dalla postfazione di Francesco Ingravalle, il lettore nei meandri del dominio del Grande Fratello guidando, nell’interpretazione degli impulsi che riceviamo, la percezione controcorrente rispetto al potere dispotico su scala globale. Perché il mondo nel quale viviamo e che Adinolfi ci descrive, attraverso Orwell, è quello che vede una dittatura capace di mettere in discussione anche le basi della democrazia.

Quale 1984? Così Adinolfi rilegge Orwell

Come leggiamo nella ricca prefazione secondo Bernard Crick, biografo di Orwell, si “riteneva che già le masse fossero ipnotizzate e manipolate dalla stampa scandalistica e pornografica, per cui 1984 – dato alle stampe nel 1949, ndr – poteva rappresentare la constatazione di processi già attivi anche se non del tutto portati a compimento nel mondo del capitalismo avanzato”. Davanti a questa continua manipolazione delle menti Crick sostiene che l’autore britannico “fosse sostenitore di una ‘terza via’ europea, alternativa alle due superpotenze all’epoca egemoni”. Un percorso, quello di Adinolfi, che nelle amare profezie orwelliane ci conduce alla lucidità del pensiero che si frappone al disincantato radicalismo democratico. Numerosi gli approfondimenti che lambiscono Nietzsche, Guénon, Evola e Jünger. Soprattutto l’uomo delle tempeste d’acciaio lancia, attraverso Il trattato del ribelle, un monito verso chi cerca, spasmodicamente, nel passato risposte che non possono esserci: “Non si ritorna indietro verso il mito, il mito lo si incontra di nuovo quando il tempo vacilla sin dalle fondamenta, sotto l’incubo di un pericolo estremo”. Pericolo estremo che risponde al verbo del mondo immerso nel progresso.

Un saggio poderoso che non fa sconti nemmeno allo scrittore inglese

Un tragitto ad ostacoli dove il vero avversario (1984 sei tu!), quello più subdolo, è l’immagine che proiettiamo dentro lo specchio. Ingravalle infatti ricorda: “Già per Platone ‘il primo nemico sei tu’, nel senso che ‘in te’ alberga l’’anima desiderante’ e l’anima timica che si oppongono entrambe, sia pure in modo diverso, a ogni disciplinamento, il ‘principio del piacere’ e ‘il piacere della lotta’, come antagonisti del lògos, l’’anima razionale’”. Un saggio poderoso e denso che non fa sconti nemmeno al venerato George Orwell. Perché fondamentalmente, ci ricorda Adinolfi, il ribelle deve incarnarsi in una catarsi assoluta verso l’anarca. Così come scrisse Jünger che “in straordinaria contemporaneità con 1984, è impressionante notare come egli abbia posto l’accento sull’uomo, sulla combattività, e su quello che va fatto per non cedere alla nientificazione che in Orwell si conclude invece con una capitolazione totale e assoluta”. Un testo per tornare alle radici del mito, in una battaglia di libertà che mai come oggi mostra il profondo abisso verso il quale il Grande Fratello ha introiettato il globo.

Lorenzo Cafarchio

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https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/1984-sei-tu-gabriele-adinolfi-rilegge-george-orwell-nuovo-saggio-altaforte-edizioni-200392/

Mentre Bergoglio è all’ospedale…

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DI ALDO MARIA VALLI

Mentre il papa è ricoverato all’ospedale (tanti auguri a Jorge Mario Bergoglio) viene spontaneo riflettere, per analogia, sullo stato di salute della Chiesa cattolica.

Molteplici analisi ormai, sia da “destra” sia da “sinistra”, dicono che il referto è da paura: stato comatoso. Cala il numero delle persone che si recano in chiesa, calano vertiginosamente le vocazioni, diminuiscono coloro che credono nella vita eterna e nella risurrezione. L’abc della fede si sgretola giorno dopo giorno: una crisi profondissima, ben più grave e sostanziale di quella determinata dagli scandali di natura sessuale o economica che hanno per protagonisti uomini di Chiesa. Certi fenomeni, come il “cammino sinodale” tedesco, anziché testimoniare una residua vitalità sono il sussulto di un corpo agonizzante.

Ho scritto tempo fa un pamphlet (un po’ saggio, un po’ racconto distopico) intitolato Come la Chiesa finì. Beh, direi che ora possiamo mettere da parte le distopie. Basta guardarci attorno: la Chiesa sta finendo. C’è l’involucro, non c’è più la sostanza. Ho scritto anche un articolo, intitolato Roma senza papa, nel quale ho sostenuto che, al di là delle questioni canoniche su chi sia effettivamente il pontefice, Roma è senza papa, di fatto, perché il papa ha smesso da tempo di fare il suo mestiere (confermare i fratelli nella fede) ed è diventato una sorta di cappellano dell’Onu e dell’umanitarismo politicamente corretto. Quelli che amano mettere le etichette alle idee mi hanno accusato di sedevacantismo. In realtà qui di vacante vedo soprattutto la ragione, prima ancora della fede.

Ho capito che la Chiesa è finita una domenica di alcun i mesi fa, quando ho sentito un parroco, terrorizzato dal Covid, dire durante l’omelia: “Per fortuna abbiamo il gel igienizzante e il distanziamento. Comunque, meno siamo meglio stiamo”. Direi che questa è una certificazione. Se un prete, un parroco, uno che, si suppone, ha frequentato un certo numero di anni di seminario e magari pure di una facoltà teologica pontificia, ha espresso un pensiero simile, vuole dire che la Chiesa è finita. Punto. Direte: ma si tratta di un singolo, non puoi generalizzare. Vero. Ma quel parroco secondo me è stato, semplicemente, troppo brutale e sincero. Altri cercano di indorare la pillola, ma la sostanza è quella: credono più nel gel igienizzante che nell’acqua santa (che infatti è stata eliminata), più nel distanziamento sociale che nel potere taumaturgico della santa Eucaristia, più nelle direttive del Comitato tecnico-scientifico che nella Parola di Dio. Che c’è da aggiungere? Fine della storia.

Naturalmente la Chiesa, che è di Cristo, non può finire, e già ora sta rinascendo: più piccola, più nascosta, più perseguitata, più libera, più vera. Ma è finita la Chiesa così come l’abbiamo intesa e vissuta finora. La Chiesa che sta rinascendo non ha nulla da spartire con la gerarchia e le conferenze episcopali e le congregazioni della curia romana. Quella barca ha fatto naufragio ed è colata a picco. La Chiesa che rinasce, sostenuta dallo Spirito, è un miracolo di fede: spes contra spem, segno di contraddizione totale nel rapporto col mondo. Una Chiesa, mi scuso per il termine, un po’ guerrigliera, perché non inquadrata, spesso non visibile. C’è, ma si vede poco o per nulla, e nemmeno vuol farsi vedere. Tiene accesa la fiammella in modi che sono allo stesso tempo antichi e nuovi. Coniuga la Tradizione con l’inventiva che nasce dall’amore. Guarda con sconforto ai documenti ufficiali, alle linee e ai piani pastorali. Anzi, ignora tutto ciò perché sa che da lì può venire, ormai, solo un attentato alla fede. Poiché ha sete di Verità, va direttamente alla fonte dell’acqua che dà la vita e si riunisce attorno ai pochissimi pastori rimasti. A loro volta nascosti e perseguitati.

La conversione che oggi ci è richiesta – oltre a quella quotidiana per dire no al peccato e scegliere Dio – riguarda il modo stesso di concepire la Chiesa: lasciare tutto ciò che conoscevamo ed entrare in una dimensione nuova, all’insegna della piccolezza, del nascondimento e della persecuzione.

Il fenomeno Covid ha determinato un’accelerazione, ma il processo era già in corso. Per quanto mi riguarda (lo dico solo per farmi capire, non certo perché io pensi che il mio caso sia paradigmatico), la svolta è avvenuta con Amoris laetitia. L’ho detto e scritto ormai tante volte: quando mi sono reso conto che lì si era infilata l’apostasia, il velo è caduto. Ho smesso di essere cattolico “regolare” e sono diventato “guerrigliero”.

Non sappiamo come sarà il dopo Bergoglio. Di certo, sappiamo che l’autorità papale, già minata, ha ricevuto con questo pontificato un colpo mortale. Roma locuta, causa finita si diceva una volta, quando Roma, ovvero il papa, aveva autorità riconoscibile e riconosciuta. Adesso potremmo dire: Roma locuta, qui curat? A chi importa? Non interessa a nessuno. La voce del papa è una fra le tante, e nemmeno tra le più autorevoli. Non sto addossando la colpa a Bergoglio, che è solo l’ultimo anello di una lunga catena. Anzi, Bergoglio ha avuto il “merito”, paradossalmente, di portare la questione allo scoperto. Ho letto che qualcuno ha definito Francesco un “papa da aperitivo”. Potrebbe sembrare una definizione simpatica, invece è terribile. Se la voce del papa è paragonabile a quella che possiamo raccogliere da chi ci sta accanto al bar, vuol dire che l’autorità papale è morta e sepolta. E chi potrà ripristinarla? E come?

Ecco, questi alcuni pensierini che ho voluto condividere, amici di Duc in altum. Mentre il papa è all’ospedale (e sempre con tanti auguri a Jorge Mario Bergoglio).

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Cari amici di Duc in altum, è disponibile il mio nuovo libro: La trave e la pagliuzza. Essere cattolici “hic et nunc” (Chorabooks).

Uno sguardo sulla situazione della Chiesa cattolica e della fede. Senza evitare gli aspetti più controversi e tenendo conto dell’orizzonte dei nostri giorni, segnato dalla vicenda del Covid. Un diario di viaggio in una realtà caratterizzata da profonde divisioni, ma con la volontà di costruire, non di distruggere. E sapendo che il processo di conversione riguarda tutti, a partire da se stessi.

Il volume prende in esame questioni disparate (dal Concilio Vaticano II al pontificato di Francesco, dalla vita spirituale in regime di lockdown alle vicende vaticane, dal great reset alle questioni bioetiche) ma con un filo conduttore: l’amore per la Chiesa e la Tradizione, unito a una denuncia chiara sia delle derive moderniste sia delle nuove forme di dispotismo che limitano o negano le libertà fondamentali.

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Mentre il papa è all’ospedale…

Il ddl Zan non ha più i numeri. Ma è presto per cantare vittoria

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Repubblica ha pensato bene di porre la notizia in prima pagina sull’edizione domenicale e, in effetti, la notizia c’era (e c’è) tutta: il ddl Zan non ha più i numeri per essere approvato in Parlamento. Si tratta di una svolta significativa dopo che, lo scorso novembre, la legge contro l’omobitransfobia era stata passata senza difficoltà alla Camera e che, nonostante le molte audizioni richieste dal centrodestra in Commissione Giustizia al Senato, tutto sembrava filare per il verso giusto. E invece un sassolino si è infilato nell’ingranaggio del centrosinistra, determinandone un’improvvisa quanto netta battuta d’arresto.

L’inceppo è stato provocato da Italia Viva, il partito di Matteo Renzi, che – facendo propri i rilievi critici di giuristi come Giovanni Maria Flick, già presidente della Consulta –  ha presentato alcuni emendamenti che vanno a ritoccare l’articolato del testo, in particolare rimuovendo quell’identità di genere che, campeggiando all’articolo 1, è tra i pilastri della legge tanto cara al movimento arcobaleno. Prova ne sia la reazione del Pd di Alessandro Zan, che ha giudicato irricevibile una simile proposta. D’accordo, ma stando così le cose il ddl Zan può contare su una forbice di voti che oscilla tra i 135 e i 145 a favore, mentre i contrari oscillano tra i 155 e i 158. Ecco che allora i 17 senatori renziani diventano semplicemente determinanti.

Come andrà a finire, dunque? L’esperienza politica recente (vedi il naufragio del Governo Conte bis) dimostra che, quando Italia Viva imbocca una strada – che possa comportare anche conseguenze pesanti, non cambia -, poi difficilmente torna sui suoi passi. Quindi, nonostante Repubblica non sia affatto una testata neutrale ma di notoria parzialità, la notizia sull’assenza dei voti al ddl Zan ha tutta l’aria d’essere vera. Davvero cioè quei voti non ci sono, ed è senz’altro una novità positiva. Anzitutto perché, se fosse il Pd a scendere a compromessi accettando delle proposte di emendamento, in ogni caso il ddl Zan dovrebbe tornare nuovamente alla Camera; il che, per gli oppositori senza se e senza ma del provvedimento, comporta tempo prezioso.

In secondo luogo, eventuali modifiche al ddl Zan sarebbero una buona notizia perché il testo di quella norma è così ideologico – da questo punto di vista, l’identità di genere (con l’identità sessuale ridotta a discorso percettivo, a prescindere dal completamento di un iter di rassegnazione sessuale) -, è un testo così ideologico, dicevamo, che può essere solo migliorato. Simili, incoraggianti consapevolezze non devono tuttavia far perdere di vista ai pro family quale sia il vero scopo, e cioè non ritoccare, ma affossare il ddl Zan. Una norma che introduce il bavaglio per i difensori del primato nazionale della famiglia naturale; che prepara la strada all’utero in affitto; che introduce forme inaccettabili di indottrinamento gender nelle scuole, e via di questo passo.

Lo stallo in cui si trova oggi la legge arcobaleno al Senato – stallo, urge ribadirlo, che purtroppo non riguarda il ddl Zan tout court, bensì il ddl Zan solo come attualmente formulato -, se da un lato costituisce senza dubbio un elemento incoraggiante, dall’altro non deve alimentare facili e, soprattutto, prematuri entusiasmi. La strada per togliere di mezzo questa legge inutile e ideologica, infatti, è ancora lunga e i suoi promotori, come prova l’immensa potenza di fuoco mediatica di cui sono stati fin qui capaci, tutto sono fuorché arrendevoli.

Tuttavia, ecco il punto, se fino a non molto tempo addietro pareva che il ddl Zan fosse sostanzialmente inattaccabile, oggi, grazie alla mobilitazione di tante e multiformi realtà – dai giuristi financo liberal alle femministe, dalla Santa Sede, con la sua nota diplomatica, fino naturalmente a ProVita&Famiglia – la musica è cambiata. E si può pertanto dire che, se anche la battaglia non è conclusa, per la prima volta Golia inizia a tremare. Perché pur essendo un gigante spaventoso ha davanti a sé un piccolo ma agguerritissimo Davide. Che, nonostante la disparità in campo, non ha nessuna voglia di arrendersi. Proprio nessuna.

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https://www.provitaefamiglia.it/blog/il-ddl-zan-non-ha-piu-i-numeri-ma-e-presto-per-cantare-vittoria

L’Europa spierà le nostre chat

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Se ne parla poco, anzi niente, e invece è importante, anzi urgente. Anzi, grave. L’Unione Europea, infallibile quando c’è da vessare, pretende che tutto ciò che ci confidiamo in privato sia squadernato e affidato a terzi con la scusa della lotta alla pedofilia. Il 26 maggio 2021, la maggioranza dei deputati della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) ha votato a favore dell’accordo che consente l’uso volontario del controllo della chat da parte dei fornitori di servizi online. Fuori dalla vasellina, la faccenda è brutalmente semplice: email, chat, messaggi, contenuti andranno sottoposti a sorveglianza automatizzata; la fine della residua segretezza digitale, il funerale della privacy a brandelli che ancora ci rimane.

Le conseguenze catastrofiche

C’è un termine, ed è oggi. Oggi il Parlamento europeo è tenuto al voto finale su Chatcontrol. Le conseguenze, se passa quest’altro Panopticon virtuale, sono talmente catastrofiche da risultare inimmaginabili. Facebook, Messenger, G-mail (che ha già cominciato senza attendere la risoluzione) e gli altri social vengono monitorati dalla famigerata intelligenza artificiale, insomma gli algoritmi, dietro i quali si nascono sempre occhi umani che nel buio puntano te. L’intelligenza artificiale, per definizione, è stupida: non distingue il culetto di un figlio al mare da quello di una vittima dell’orco; non si rende conto di un contenuto artistico, o scherzoso, o semplicemente delle confidenze tra esseri umani legittimamente arrapati; l’intelligenza artificiale controlla tutto, impacchetta tutto e consegna il raccolto a non meglio precisate “società private negli Stati Uniti”.

Cosa potranno spiare

Questo significa che tutto di te viene denudato: le tue conversazioni, le tue foto per far contenta la fidanzata o il fidanzato, il sesso a distanza che sempre più spesso ci scappa tra sconosciuti. Fantomatici operatori delle società private, fantomatici per modo di dire perché poi il malloppo viene trasferito ai Servizi di sicurezza, di polizia, di controllo degli Stati, vedono tutto e possono ricattare su tutto. Non solo. Diventa di facilità irrisoria costruire una accusa falsa per i reati più turpi. Non basta. Se vai all’estero, poi essere identificato e fermato in base a un sospetto, e se capiti in un Paese dove i diritti umani sono mandati allegramente a puttane, è meglio per te non chiederti cosa sarà di te. Non è tutto. Aprendo tutto lo scibile personale, intelligenze e hackers potranno spiarti e fare di te quello che vogliono. E, come sempre, è solo l’inizio: si parte dalla chat, dalle mail, e non si sa dove si arriva. Insomma è il trionfo del lodo Davigo: non esistono più innocenti, solo colpevoli da costruire.

Perché spiare le chat viola i nostri diritti

La cosa ha acceso qualche preoccupazione in Germania, dove la giurisprudenza si interroga e conclude che questa presunzione di reità va contro ogni forma di diritto e ogni grazia d’Iddio; da parte sua, la stessa Corte di Giustizia Europea trova che “l’analisi informatizzata e permanente e completa delle comunicazioni private viola i diritti fondamentali ed è vietata”. Ma la Ue non è cosa da piegarsi a simili sottigliezze: il controllo totale della Macchina sugli umani s’ha da fare, e si fa. Nessuna riservatezza, nessuna cautela, princìpio del sospetto, giustizia penale privatizzata ovvero affidata agli stessi social che già oggi, come Facebook, invitano gli utenti a “segnalare qualcuno che secondo voi è estremista”, e c’è da rabbrividire. Senza contare che il tasso di errore su queste procedure di intelligentissima idiozia è preoccupante: “Secondo la polizia federale svizzera, il 90% dei contenuti segnalati dalle macchine non è illegale, ad esempio le foto innocue delle vacanze che mostrano bambini nudi che giocano in spiaggia”. Mentre Le statistiche sulla criminalità tedesca dimostrano che il 40% di tutte le indagini sulla pedopornografia sono rivolte ai minori”. Un capolavoro, per tutelare i minori dalla pedofilia li si considera pedofili a prescindere. Mentre i pedofili veri ricorrerranno sempre più a sistemi alternativi, sempre più deep web, sapendo che tutto ciò che brulica in superficie viene intercettato.

Chi è l’unico a combattere l’Ue

È il trionfo del velleitarismo scriteriato e tendenzialmente delinquenziale della burocrazia di Bruxelles, che, così come ha reso porosi i confini fisici, si accinge a demolire anche quelli virtuali. Ma in Italia, naturalmente, nessuno se ne occupa, i giornali tacciono, il Pd, che è la cinghia di trasmissione tra Unione e Governo nazionale, fa finta di niente. Non la fa invece un certo Patrick Breyer, europarlamentare col Partito Pirata Tedesco, il quale sul punto sta dando battaglia forsennata. Breyer è di quei visionari rompicoglioni che si fiondano ovunque ci sia tanfo di violazione, un Pannella minore che accumula azioni, diffidenza, ammirazione, sanzioni e premi in egual misura. E sarà anche un fanatico, ma di quelli che, dati alla mano, circostanze alla mano, poi è difficile ignorare e anche far tacere. Si batte per trecentomila cause, su tutte la democrazia elettronica o virtuale, e sulla fine della segretezza per la corrispondenza digitale invita a non piegarsi. Breyer sarà anche un rompicoglioni ma ha ragione: non servono vaccini al grafene per controllarci fin nell’anima, basta e avanza una risoluzione della Ue. Toc toc: a qualcuno interessa?

Max Del Papa, 6 luglio 2021

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L’Europa spierà le nostre chat

Omofobia, Buttiglione: “Da Ddl Zan pericolosa intolleranza, bisogna colpire violenza non opinioni”

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Il ddl Zan “manifesta una pericolosa intolleranza da parte non degli omosessuali, ma di alcuni attivisti Lgbt, che sembrano non voler ascoltare le ragioni degli altri. Esistono già norme che puniscono la violenza omofoba”, ma con il provvedimento approvato dalla Camera e ora all’esame del Senato, si corre “il rischio che alcuni magistrati ideologizzati” arrivino “a condannare l’opinione come se fosse incitamento alla violenza”.

A dirlo all’Adnkronos è il professor Rocco Buttiglione, più volte parlamentare e ministro nelle file del centrodestra, che nel 2004 fu costretto a rinunciare al ruolo di Commissario europeo dopo aver dichiarato, durante le audizioni all’Europarlamento precedenti l’assunzione dell’incarico: “I may think, io posso pensare, ovvero, anch’io ho il diritto di pensare che l’omosessualità sia un peccato ma questo non ha nessun effetto sulla politica”.

Buttiglione non torna su quell’episodio che lo vide protagonista diciassette anni fa, ma non rinuncia ad approfondire gli aspetti relativi al ddl ZAN da settimane al centro di accese polemiche. Un provvedimento, afferma, che “manifesta una pericolosa intolleranza da parte non degli omosessuali, ma di alcuni attivisti Lgbt, che sembrano non voler ascoltare le ragioni degli altri”. Per il filosofo cattolico “c’è il problema di combattere la violenza omofoba, dubito che lo strumento sia una nuova aggravante penale: in Italia quando si vuol dare l’impressione di prendere una cosa sul serio, sempre si inventa un nuovo reato o una nuova aggravante”.

In realtà “esistono già norme che puniscono le fattispecie che ricadono sotto il ddl ZAN: la legge dovrebbe essere uguale per tutti, perchè fare una norma specifica per gli omosessuali quando l’incitamento alla violenza è già punito da norme che, per la verità, un certo indirizzo giurisprudenziale ha lasciato cadere in disuso ma che comunque esistono?” “C’è la legge Mancino, ci sono nel codice penale i reati di istigazione alla violenza: per la verità una volta -ribadisce Buttiglione all’Adnkronos -la giurisprudenza di sinistra era ferocemente contraria e tentava di non applicare quelle norme, ma questa storia è passata”. “Non c’è molto bisogno di nuove norme, certi comportamenti non si dissuadono con aggravanti penali, si dissuadono con una maggiore efficienza degli organi di Polizia nella sorveglianza prima e poi nella repressione: significa metterci del tempo, della fatica, dei soldi, meglio allora fare una norma che dà l’impressione di aver fatto qualcosa senza in realtà aver fatto niente, salvo mettere in pericolo la libertà di espressione”.

 

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La denuncia di Christus Rex al “Cristo gay” riceve un consenso enorme

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di Redazione

Il post della denuncia al “Cristo gay” del Gay Pride di Milano, ripresa dal quotidiano La Verità, sulla sola pagina Twitter del nostro Responsabile Nazionale Matteo Castagna riceve oltre 1.500 like, circa 500 condivisioni e 200 commenti favorevoli (anche da persone dichiaratamente non credenti o gay friendly). Oltre alle centinaia di adesioni ricevute sulle pagine Facebook, Instagram e privatamente. Indice che l’iniziativa è stata apprezzata, ma soprattutto che la gente è stufa di blasfemie, a prescindere da chi le compia.

Appena pronta, la denuncia sarà depositata e la parola spetterà alla Magistratura, in merito agli articoli del Codice sul vilipendio della Religione, sulla legge Mancino e qualsiasi altra ipotesi di reato contro la Religione e il sentimento religioso dei cristiani venga, eventualmente, rilevata nel corso dei Pride di Milano, Roma e Bologna della settimana scorsa.

Attenzioniamo, ora, il Pride di Verona, in programma sabato 3 luglio 2021, perché non esiste un diritto alla blasfemia.

Mese del Preziosissimo Sangue

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Il mese di luglio è dedicato alla devozione al Preziosissimo Sangue di Gesù.
 
Litanie del Preziosissimo Sangue 
Signore, abbiate pietà di noi.
Cristo, abbiate pietà di noi.
Signore, abbiate pietà di noi.
Cristo, ascoltateci.
Cristo, esauditeci.
Padre celeste, che siete Dio, abbiate pietà di noi.
Figlio, Redentore del mondo, che siete Dio, abbiate pietà di noi.
Spirito Santo, che siete Dio, abbiate pietà di noi.
SS. Trinità, che siete un solo Dio, abbiate pietà di noi.
Sangue di Cristo, Unigenito dell’Eterno Padre, salvaci (ogni volta).
Sangue di Cristo, Verbo di Dio incarnato,
Sangue di Cristo, Nuovo ed Eterno Testamento,
Sangue di Cristo, che nell’Agonia scorre in terra,
Sangue di Cristo, che sgorghi dalla Flagellazione,
Sangue di Cristo, che emani dalla Coronazione di spine,
Sangue di Cristo, versato sulla Croce,
Sangue di Cristo, prezzo della nostra salvezza,
Sangue di Cristo, senza cui non c’è remissione,
Sangue di Cristo, nell’Eucarestia, bevanda e lavacro delle anime,
Sangue di Cristo, ume di misericordia,
Sangue di Cristo, vincitore dei demoni,
Sangue di Cristo, fortezza dei martiri,
Sangue di Cristo, vigore dei confessori,
Sangue di Cristo, che generi i vergini,
Sangue di Cristo, sostegno nei pericoli,
Sangue di Cristo, aiuto degli oppressi,
Sangue di Cristo, conforto nel pianto,
Sangue di Cristo, speranza dei penitenti,
Sangue di Cristo, sollievo dei moribondi,
Sangue di Cristo, pace e dolcezza dei cuori,
Sangue di Cristo, pegno di vita eterna,
Sangue di Cristo, che liberi le anime del Purgatorio,
Sangue di Cristo, degnissimo d’ogni onore e gloria,
Agnello di Dio che togliete i peccati dal mondo, perdonateci o Signore
Agnello di Dio che togliete i peccati dal mondo, esauditeci, o Signore
Agnello di Dio che togliete i peccati dal mondo, abbiate pietà di noi.
O Signore, eterno ed onnipotente, il quale disponeste che il vostro Figliuolo divenisse il Redentore del mondo e voleste essere placato nel suo sangue: fate che venerando noi il prezzo del nostro riscatto, per i suoi meriti scampiamo da tutti i mali qui in terra, per conseguirne poi in cielo la pienezza dell’efficacia. Per lo stesso Gesù Cristo nostro Signore. Così sia.

 

DA

Mese del Preziosissimo Sangue

La nuova crociata del politicamente corretto contro le “persone belle”

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Come già detto in altre numerose occasioni, il decadentismo post-moderno è anche amore del brutto. Infatti… (n.d.r.)

di Gerry Freda

L’ennesima crociata liberal è stata promossa dalle colonne del New York Times, con un editoriale firmato giovedì scorso da David Brooks

In America è stata appena lanciata l’ennesima crociata liberal, promossa dal New York Times, quotidiano dichiaratamente progressista; stavolta, il politicamente corretto apre il fuoco contro le “persone di bell’aspetto“, colpevoli di togliere opportunità ai soggetti privi di spiccati pregi estetici. La testata citata si è scagliata contro i presunti vantaggi di cui godrebbero in vari ambiti le persone belle pubblicando on-line giovedì scorso un editoriale, intitolato Perché è ok essere meschini con i brutti? e firmato dal proprio commentatore David Brooks.

Nella sua crociata contro il “lookism“, ossia la tendenza sociale a privilegiare appunto i belli a discapito di chi ha un aspetto ordinario, l’autore denuncia il primo come una nuova piaga sociale e come un’ulteriore sembianza che la mentalità discriminatoria può assumere. Egli si è quindi domandato come mai tale grave fenomeno passi quasi inosservato al giorno d’oggi e come mai i social media restino in silenzio sulla questione nonostante diversi studi, sostiene Brooks, abbiano dimostrato le seguenti umiliazioni sofferte dai brutti: i non belli hanno meno chance di trovare un lavoro, di superare un colloquio di assunzione e di essere promossi a scuola; il loro divario salariale con i belli è pari o maggiore di quello fra i bianchi e gli afroamericani; i brutti guadagnano in media 63 centesimi per ogni dollaro guadagnato dai belli, perdendo complessivamente nel corso della loro vita quasi 250.000 dollari. “Gli effetti discriminatori del lookismo“, accusa Brooks, “sono pervasivi. Una persona poco attraente perde quasi un quarto di milione di dollari di guadagni nel corso della vita rispetto a una attraente“. A detta di altre ricerche citate sempre dall’autore, gli individui più attraenti hanno anche maggiori probabilità di ottenere prestiti bancari e di godere, su questi, di tassi di interesse agevolati. Le persone più attraenti, in aggiunta, sarebbero automaticamente considerate più competenti e intelligenti.

I danni del “lookism” sarebbero anche di natura penale, dato che uno studio del 2004 avrebbe rivelato, dichiara l’autore, che le denunce per discriminazioni sull’aspetto sono maggiori di quelle per la razza e che i criminali non belli che commettono reati minori tendono a essere puniti più severamente dei belli implicati nei medesimi guai giudiziari.

I mali del “lookism” verrebbero taciuti dai grandi mezzi di comunicazione e dal web poiché, ipotizza il commentatore, non esiste un’associazione nazionale dei brutti che faccia campagne di sensibilizzazione o forse perché questa variante di discriminazione è “talmente innata nella natura umana” che nessuno ne percepisce la gravità. Un’ulteriore spiegazione fornita da Brooks riguardo alla natura pervasiva e radicata dell'”aspettismo” poggia sul fatto che la società contemporanea “celebra in modo ossessivo la bellezza” e ignora di conseguenza gli effetti delle discriminazioni basate sugli apprezzamenti estetici.

L’unico possibile rimedio alle molteplici discriminazioni di cui soffrirebbero da anni i brutti e per portare a termine con successo questa crociata liberal è, a detta di Brooks, “cambiare norme e pratiche“, prendendo esempio da aziende famose come Victoria’s Secret, che ha mandato in pensione le sue modelle mozzafiato sostitutendole con sette donne con caratteristiche estetiche le più diverse: “Se è Victoria’s Secret a rappresentare la punta avanzata della lotta contro il lookism, significa che tutti noi abbiamo parecchio lavoro ancora da fare“.

Fonte: https://www.ilgiornale.it/news/mondo/nuova-crociata-politicamente-corretto-contro-persone-belle-1958178.html

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