Razzismo, Ogbonna controcorrente: “Meno se ne parla meglio è: nello sport c’è uguaglianza”
Roma, 24 giu – Per fortuna nel calcio c’è ancora qualche testa pensante: è Angelo Ogbonna, difensore del West Ham, che sul tanto vituperato problema del razzismo dice la sua: “Basta parlarne, l’importante è lo sport”.
Ogbonna, il razzismo e i pensieri fuori dal coro
Ad Angelo Ogbonna, difensore del West Ham, viene chiesto – in virtù della sua etnia, in un gesto di plateale … “razzismo” – nel corso di una intervista rilasciata a Sky Sport, se nel calcio c’è ancora razzismo:”Io penso che di queste cose non se ne debba parlare. Per far sì che qualsiasi forza di discriminazione possa eliminarsi, dobbiamo smettere di parlarne. Soprattutto nello sport. Nello sport, in qualsiasi tipo di sport, c’è uguaglianza, quando c’è una palla di mezzo non penso che si vada a guardare il colore del compagno di squadra o dell’avversario”, risponde il calciatore.
“Meglio evitare di parlarne”
“Magari la frustrazione ti può permettere di fare una battuta che io però non credo sia mirata. Il fatto che se ne parli ancora oggi, è quella la problematica… Il razzismo non andrà via, o meglio la discriminazione più che il razzismo. Può nascere in ogni contesto: col povero, col meridionale… Quindi io penso che sia meglio evitare di parlarne, soprattutto nello sport”. Dunque per Ogbonna, nato a Cassino da genitori nigeriaini, prima di essere qualsiasi cosa evidentemente è importante essere un calciatore proferssionista e più si esaspera il discorso più le differenze vengono acuite e non appianate: “Sì. Meno se ne parla meglio è, bisogna concentrarsi sullo sport che è simbolo di uguaglianza”. Qualcuno lo dica a Marchisio …
Ilaria Paoletti
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https://www.ilprimatonazionale.it/sport/razzismo-ogbonna-controcorrente-198765/
Sconfinamento nave in Crimea, per diplomatico russo Usa e Gb cercano di provocare conflitto
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Scotland Yard compie il più grande sequesto di valute virtuali
Detective specializzati che indagano sui reati di riciclaggio di denaro della Met, la polizia inglese, hanno sequestrato criptovalute per un valore di 114 milioni di sterline, circa 135 milioni di euro: il più grande sequestro di criptovaluta nel Regno Unito e ritenuto uno dei più grandi a livello globale. questo nonostante molti pensino che BTC sia irrintracciabile e non intercettabile.
Il sequestro è stato effettuato da investigatori dell’Economic Crime Command del Met sulla base di informazioni ricevute sul trasferimento di beni criminali.
L’indagine continua.
Il detective Constable Joe Ryan ha dichiarato: “I criminali devono legittimare i loro soldi, altrimenti rischiano di essere sequestrati dalle forze dell’ordine. I proventi del crimine vengono quasi sempre riciclati per nasconderne l’origine, ma interrompendo il flusso di fondi prima che vengano reinvestiti, possiamo rendere Londra un luogo incredibilmente difficile da gestire per i criminali”.
Il vice commissario assistente Graham McNulty ha dichiarato: “Ogni singola parte del Met sta lavorando per ridurre la violenza nelle strade di Londra come priorità assoluta, inclusi i nostri investigatori finanziari.
“C’è un legame intrinseco tra denaro e violenza. La violenza è usata per estorcere, ricattare, svaligiare, controllare e sfruttare. È usato per proteggere i profitti criminali e mantenere il controllo dei territori.
“Il denaro rimane il re, ma con lo sviluppo della tecnologia e delle piattaforme online, alcuni si stanno spostando verso metodi più sofisticati per riciclare i loro profitti. Ma abbiamo ufficiali altamente qualificati e unità specializzate che lavorano giorno e notte per rimanere un passo avanti.
“Questi agenti non solo lavorano per interrompere e sequestrare i fondi trasferiti digitalmente, ma continuano a privare i criminali di denaro contante. Nell’anno finanziario 2020/21, abbiamo sequestrato più di 47 milioni di sterline nelle mani mani dei criminali. Questo denaro non può più essere reinvestito nella criminalità, non può essere utilizzato per acquistare e spacciare droga e armi, e non può essere utilizzato per invogliare e sfruttare alla criminalità giovani e vulnerabili».
La Blockchain è perfettamente trasparente nelle transazioni. Quello che non sono trasparenti sono le proprietà dei wallet, ma se un wallet fisico viene sequestrato, a quel punto sono ricollegabili tutti i passaggi a monte ed a valle dello stesso. Ecco perchè , alla fine, i criminali usano BTC e le valute virtuali ancora in modo limitato. Molto meno di quanto usino le banche…
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Mese nero dei conti correnti: occhio al 1 luglio!
Tra la chiusura dei conti correnti, sportelli bancomat e la ripresa dei pignoramenti, dal 1° luglio scatta il mese nero per milioni di italiani: ecco cosa ci aspetta
Il mese nero per i conti in banca e correntisti si avvicina a grandi passi: dal 1° luglio, infatti, saranno tante e poco piacevoli le novità che riguarderanno milioni di italiani.
Chi paga l’imposta di bollo
Con la fine del terzo trimestre dell’anno scattano l’imposta di bollo sui conti correnti: lo Stato recupera soldi su quella che è, a tutti gli effetti, un’imposta patrimoniale ricorrente. Nata nel 1972, non è mai stata abolita e all’estero non si paga. In un nostro articolo abbiamo spiegato che questa tassa sui conti correnti e libretti postali è quindi una tassa dovuta allo Stato per ogni rapporto bancario e postale attivo: colpisce tutti i conti, sia personali che cointestati o aziendali ed ogni anno frutta in “maniera silenziosa” milioni di euro allo Stato. Per le persone fisiche il pagamento è di 34,20 euro all’anno, mentre per le aziende è di 100 euro. Come riporta Investireoggi, le banche frazionano il pagamento ogni tre mesi, ecco perché al 30 settembre 2020 scatterà l’addebito di 8,55 euro (25 euro per i conti aziendali) sul conto corrente: si paga per il solo fatto di possedere un conto corrente e di tenervi depositato del denaro. In pochi casi, però, non si paga: innanzitutto, quando il limite di giacenza media è inferiore a cinquemila euro. L’imposta di bollo, poi, non si applica nemmeno ai rapporti intercorsi tra gli enti gestori e i Confidi, organismi senza scopo di lucro a carattere associativo costituiti da piccole e medie imprese e sono esentati anche i conti correnti delle pubbliche amministrazioni. Infine, un’ulteriore deroga al pagamento dell’imposta di bollo sul conto corrente è data dalle capacità reddituali del soggetto: coloro che hanno un Isee inferiore a 7.500 euro all’anno sono esentati dall’applicazione dell’imposta.
Stop ai prelievi bancomat
Ma le novità non sono ancora finite: dal 1° luglio 2021 non si potrà più prelevare presso molti sportelli bancomat: farà da apripista il gruppo bancario olandese ING, la banca online di “Conto Arancio”, che chiuderà 63 casse automatiche sparse sul territorio nazionale e la contestuale riduzione delle filiali da 30 a 23. Alla base della decisione sembra esserci un cambio di strategia commerciale: l’esigenza di adeguarsi al contesto macroeconomico in costante evoluzione. Una volta chiuse filiali e sportelli, l’alternativa per i clienti sarà quella di poter prelevare presso i bancomat di qualsiasi altro Istituto di credito sostenendo costi e commissioni previsti dal contratto. Oltre ad Ing, chiuderà anche banca Fineco: tutti i conti con grandi depositi inattivi (sopra i 100mila euro) dovranno alleggerire le proprie giacenze in favore di investimenti altrimenti il conto verrà chiuso (ne abbiamo parlato qui). E poi, l’ultima in ordine di tempo a cambiare in modo eclatante è la danese Danske Bank che ha fatto sapere che abbasserà a 100mila corone (quasi 13.500 euro) il limite per l’applicazione di tassi di interesse negativi ai depositi.
La chiusura generale degli Atm, comunque, è già in atto da un paio d’anni con ben 831 sportelli bancari in meno soltanto nel 2020: i dati di Banca d’Italia parlano di 23.481 filiali sul territorio italiano, il 3,4% in meno rispetto all’anno precedente (2019). Sul territorio nazionale c’è la presenza di una banca ogni 2.522 abitanti ma su 7.904 comuni italiani, 2.802 si trovano sprovvisti di un ufficio di credito e – di conseguenza – anche del semplice bancomat. La mappa italiana vede ben undici regioni con una percentuale molto alta di chiusure: prima, in questa speciale classifica, la Valle d’Aosta, che con una percenutale negativa del -6,3% ha visto ridurre le proprie filiali da 79 a 74. Subito dietro la Liguria (-5,8%), in cui le filiali sono passate da 677 a 638. Gradino più basso del “prestigioso” podio per l’Abruzzo (-5,7%), in cui gli sportelli sono passati da 526 a 496. Oltre la media anche Emilia-Romagna (-5,5%), Basilicata (-5,4%), Sicilia (-4,4%), Friuli Venezia-Giulia (-4,0%), Piemonte (-3,9%), Umbria (-3,7%), Sardegna (-3,7%), e Lazio (-3,5%).
Tassi negativi sui conti deposito
Ma le notizie negative sono solo all’inizio: come abbiamo ricordato con questo pezzo (clicca qui) la danese Danske Bank che ha fatto sapere che abbasserà a 100mila corone (quasi 13.500 euro) il limite per l’applicazione di tassi di interesse negativi ai depositi. Il nuovo provvedimento entrerà in vigore dal 1° luglio e il tasso applicato oscillerà tra lo 0,6% della giacenza per i privati e l’1% per alcune imprese. “Stiamo sperimentando – ha spiegato a Businessinsider il responsabile clienti della banca danese, Mark Wraa-Hansen – livelli inusuali di tassi di interesse da un periodo di tempo troppo lungo e non c’è alcun segnale di cambiamento. Allo stesso tempo, assistiamo a un significativo incremento dei depositi, che con questi tassi si traduce in una spesa considerevole per la banca”. La motivazione per cui la banca danese ha deciso di abbassare il limite per fare scattare tassi negativi è quella che gli istituti di credito, italiani compresi, vanno ripetendo ormai da un po’ di tempo: l’eccessivo costo della liquidità. Anche Fineco e Unicredit hanno preso importanti provvedimenti contro le maxi giacenze sui depositi: la prima, con un’iniziativa unica, ha annunciato la chiusura dei conti con oltre 100mila euro e in assenza di investimenti o prestiti con la stessa banca; il gruppo Unicredit, invece, ha annunciato canoni più salati per clienti vecchi e nuovi parlando esplicitamente di un peggioramento della situazione “acuito dal sensibile aumento dei volumi dei depositi registrato nell’ultimo anno”.
I pignoramenti in arrivo
Per quanto riguarda notifiche e pignoramenti (lo abbiamo scritto qui) lo stop a causa della pandemia è stato prorogato al 1° settembre 2021: per quella data potranno essere iscritte o rese operative nuove procedure cautelative ed esecutive oltre al riattivarsi degli obblighi derivanti dai pignoramenti presso terzi effettuati prima della data di entrata in vigore del decreto Rilancio (dl 34 del 19/5/2020), su stipendi, salari, indennità relative al rapporto di lavoro o impiego ma riguardanti anche pensioni e trattamenti assimilati. Il Decreto sostegni bis aveva dato tempo fino al 30 giugno 2021 per mettere mano al portafoglio ma il nuovo termine è stato spostato al 1° settembre con termine di versamento al 1° ottobre 2021. Le Pa (pubbliche amministrazioni), invece, dovranno eseguire le verifiche di inadempienza previste dell’art. 48 bis del dpr 602/1973, prima di disporre pagamenti ai propri fornitori per importi superiori a 5mila euro. Insomma, anche durante la pandemia, l’attività dell’Agenzia non si è mai fermata e si prepara una vera e propria valanga di pagamenti per milioni di italiani.
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https://www.ilgiornale.it/news/economia/mese-nero-dei-conti-correnti-occhio-all1-luglio-1957011.html
La legge ungherese non è omofoba
Famiglia tradizionale: tabù moderno
Roma, 20 giu – Sembra curioso e lascia sorprendentemente e tristemente attoniti constatare che il solo domandare “In futuro vorresti avere dei bambini?” sia oramai diventato un tabù. Una di quelle domande ritenute ormai discriminatorie per i nostri tempi. Fuori luogo, di troppo, sconveniente, persino maleducata. Come se il concetto di famiglia tradizionale, quello di mettere al mondo dei figli e prendersi cura di loro, nell’ottica distorta e distopica di questo nuovo secolo equivalesse inevitabilmente a perdere ogni forma di libertà femminile e controllo di sé.
Patriarcato, patriarcato ovunque
L’ombra in agguato è sempre la stessa, ormai quasi divenuta una penosa e monotona cantilena: la minaccia del tanto famigerato “patriarcato”. Cosa sia e come si manifesti nessuno in realtà lo ha mai capito fino in fondo. Pare si annidi inevitabilmente in ogni aspetto della vita quotidiana. Dagli spot pubblicitari in televisione costantemente accusati di sessismo, fino all’attribuzione dei cognomi ai bambini. In ogni aspetto della vita umana ci sarebbero infimi retaggi patriarcali da combattere ed eradicare. Persino atavici modi di dire non ne restano esclusi. I celebri “auguri e figli maschi” oppure “mogli e buoi dei paesi tuoi” sono stati banditi in nome di un perbenismo modernista che attacca le forme, i simboli e i proverbi. Mai la sostanza.
La famiglia tradizionale? Ormai è un tabù
La stessa famiglia tradizionale sarebbe un tabù. Così come desiderare di diventare mamme rispecchierebbe un’atroce negazione della propria emancipazione, nell’ottica distorta e malata che intenderebbe inquadrare il non avere figli come essenziale precondizione dell’emancipazione stessa. La “nuova normalità” sarebbe contraddistinta dalla solitudine, dalle relazioni occasionali, dall’identificazione della vita matrimoniale con quella di un’esistenza fatta di servilismo e oppressione. La maternità ha smesso di essere un desiderio, divenendo un peso sociale e morale. Sognarla sembra quasi una vera e propria assurdità.
Dietro la maschera della “donna forte”
L’immagine della donna forte, indipendente e libera diventa paradossalmente così terribilmente fragile nel suo non riuscire più a conciliare vita lavorativa e familiare. L’una sembra escludere inevitabilmente l’altra, in un crescendo di contraddizioni che identificherebbe come più libera e più forte una donna retribuita dal suo datore di lavoro che non dal sorriso dei suoi figli. In un secolo che non accetta compromessi ma che sa soltanto ciecamente urlare, per una donna, conciliare focolare domestico e carriera senza mai mettere da parte l’uno o l’altro aspetto diviene davvero un gesto rivoluzionario.
Elisabetta De Luca
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Nel 2026 tutte auto elettriche?
Continua la marcia verso la fine per i veicoli con motore a combustione interna, o almeno così sembra.
Audi è stata l’ultima casa automobilistica a esprimere l’intenzione di porre fine completamente alla costruzione di veicoli con motore a combustione, affermando questa settimana che smetteranno di costruire veicoli a benzina e diesel entro il 2026. Inoltre, da quella data non ci saranno più veicoli ibridi, ha affermato la casa automobilistica.
Il presidente del consiglio di amministrazione di Audi Markus Duesmann ha offerto la scadenza ai dirigenti dell’azienda e ai rappresentanti dei lavoratori questa settimana, secondo The Drive. La società aveva già dichiarato a marzo di quest’anno che avrebbe smesso di sviluppare nuovi motori a combustione.
Poi, per i cultori del genere, questo tipo di auto elettriche sono perfette per rappresentare l’Audi
Il capogruppo della società, Volkswagen Auto Group negli ultimi mesi si è imposto di riuscire a superare tesla in ogni settore dell’automozione elettrica
Secondo Automotive News, però dietro a tutto questo non c’è che la volontà di acquisire una fetta notevole del finanziamento da 174 miliardi di dollari che l’amministrazione Biden ha messo disposizione per il passaggio all’elettrico nel nord America. Con questa spinta chiunque sarebbe identificabile.
Ora una domanda: tutta questa mobilità elettrica avrà a propria disposizione elettricità verde a sufficienza? Perché i blackout a Milano, banalmente dovuti a qualche condizionatore in più, sono solo un assaggio di quello che potrebbe accadere con una mobilità completamente elettrica che vuole caricarsi in tempi brevi. Si crea un sistema senza una Infrastruttura efficiente e, soprattutto, senza avere idea da dove verrà l’elettricità in oggetto. Poco male, ci saranno meno fredde Audi in vendita, oppure la società fallirà il proprio obiettivo. Non sarebbe la prima volta.
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La S. Vergine Maria è il Rosario arrivano sull’Everest
di Leonardo Motta
Un giovane cattolico ha scalato l’Everest ed ha piantato in cima un’immagine della Vergine Maria e un Santo Rosario.
Il giovane ha 24 anni, è dello stato indiana del’Arunachal Pradesh e si chiama Abraham Tagit Sorang. “Ho realizzato uno dei suoi sogni, quello di scalare l’Everest”, ha dichiarato il devoto della Vergine Maria che ha portato a termine il suo viaggio proprio il 31 maggio, al termine del mese mariano.
“Ho portato sempre con me una piccola statua della Vergine e la ringraziavo per la sua intercessione”, ha spiegato Sorang.
È il secondo abitante dell’India a completare questa impresa. Ha celebrato la sua spedizione sui social network ed ha ricordato di essere attivo nella sua parrocchia. Il giovane appartiene alla tribù indiana Nyishi, e vive quasi al confine con la regione autonoma cinese del Tibet.
Nonostante proviene da una famiglia molto umile e povera, è riuscito a frequentare la scuola e l’università. Per molti anni è stato battista ma, dopo aver frequentato le scuole cattoliche clarettiane ha aderito al Cattolicesimo. “Ho sentito forte il richiamo ad essere cattolico e così sono entrato a far parte della Chiesa cattolica”, ha dichiarato. “Da quando è morta mia madre, la Vergine è diventata mia madre. Porto sempre con me in ogni spedizione il rosario e un’immagine della Vergine”.
Vivendo a Itanagar, ha fatto parte del gruppo giovanile dei Salesiani della parrocchia di Santa María, dove ha prestato servizio come chierichetto, segretario del gruppo giovanile e dell’area educativa.
Abraham pratica l’alpinismo dal 2013 e da allora ha fatto diverse spedizioni. Ma quest’ultima è stata una spedizione con difficoltà fisiche ed economiche enormi. “Ci sono voluti quattro anni di preparazione. E ad un certo punto le difficoltà economiche hanno reso quasi impossibile l’obiettivo. Devo ringraziare l’Associazione Cattolica dell’Arunachal Pradesh, senza la quale questa avventura non sarebbe nemmeno iniziata. Mi sono sentito sostenuto da tante persone in questo Stato e dall’intercessione della Vergine Maria. Ho pregato il Rosario, letto la Bibbia, chiesto al Signore di concedermi un buon tempo. Sono arrivato in cima alle 8:45 del 31 maggio, festa della Visitazione della Beata Vergine Maria. Lì, in piedi, in cima, ho ringraziato Dio promettendo di dare la mia vita al Signore.
Abram ha spiegato che “la montagna più difficile da scalare è quella della santità, ma la intendo raggiungere attraverso il mio impegno nella Chiesa Cattolica”.
Anche il vescovo di Itaganar, monsignor John Thomas, ha espresso la sua gioia per l’impresa del giovane. “Non si spaventato del fatto di abitare in un remoto villaggio. Ha lavorato duramente per migliorarsi fino a raggiungere l’Everest. Possa essere un’ispirazione per i giovani dell’Arunachal Pradesh, che vivono in una situazione difficile, a lottare per raggiungere le vette più alte del loro cammino”.
Leonardo Motta
“Omofobo” is the new “fascista”. Il pensiero debole ci va giù pesante
di Alfredo Mantovano
Fonte: Centro studi Livatino
Lo stigma mediatico-culturale incombe già, come dimostra il caso del mio libro bloccato dalla Feltrinelli. Il ddl Zan traduce quel marchio in sanzioni penali.
Un paio di mesi fa Simonetta Matone, un magistrato che ha speso la vita per la tutela dei diritti, soprattutto dei più deboli e dei minori, riceve dalla Rettrice de La Sapienza l’incarico di Consigliera di fiducia dell’Ateneo romano: in base al Codice di condotta nella lotta contro le molestie sessuali del gennaio 2021, questa figura fornisce consulenza e assistenza alle vittime. Le associazioni di area Lgbt+ chiedono pubblicamente il ritiro della nomina perché la cons. Matone sarebbe “nota da sempre per le posizioni omofobe”. Prova certa e unica del crimine di “omofobia” da lei perpetrato è la sua firma – fra circa 400 di giudici, avvocati e docenti – all’appello del gennaio 2016 del Centro studi Livatino, che era critico nei confronto dell’allora ddl Cirinnà, poi diventato legge nel maggio successivo.
Più o meno negli stessi giorni giunge il libreria un volume scritto a più mani con amici del Centro studi, da me curato, di commento articolo per articolo al ddl Zan: il ddl, approvato alla Camera nell’autunno 2020, è attualmente all’esame del Senato. Giunge in libreria? Così dovrebbe avvenire per contratto: l’editore Cantagalli lo aveva consegnato al principale distributore italiano, e questi, a sua volta, lo aveva smistato per le varie reti librarie. Peccato che nelle librerie Feltrinelli il testo non si trovi: dopo varie segnalazioni di persone che vorrebbero acquistarlo, e alle quali vengono date le risposte più improbabili, un accertamento svolto contestualmente in più città italiane fa constatare che è rimasto bloccato. Le proteste ottengono di farlo rimettere in circolazione, con annesse scuse; inutile dire che, come la d.ssa Matone è la persona meno adatta a essere marchiata quale soggetto discriminatorio, così il nostro libro è un testo scientifico privo di offese nei confronti di chiunque.
MA QUALE “PRIORITÀ”
A pandemia non ancora superata, con la devastazione economica a essa seguita, il leader di un importante partito italiano individua quale “priorità” l’approvazione del ddl Zan: perché lo stigma dell’omofobia da mediatico-culturale, quale incombe pesantemente, come dimostrano le due vicende appena riferite, sia tradotto in sanzioni penali; e perché in tal modo passi dal mito della discriminazione omotransfobica alla realtà della discriminazione di chi ritiene che la famiglia sia un dato di natura.
L’omofobia è il marchio di infamia per condurre oggi all’esilio sociale, domani agli arresti chi, non si omologa al verbo dei talk show, delle fiction, delle emergenze che non esistono e egli esperimenti di disaggregazione di quel poco che ha mantenuto un profilo strutturato. Nella metà degli anni 1970, allorché il Partito comunista italiano concludeva il suo percorso di conquista delle istituzioni con l’ingresso nelle maggioranze di solidarietà nazionale, l’indimenticato Augusto Del Noce enucleava la categoria del “mito del fascismo”. Egli distingueva tra il fascismo storico e il fascismo demonologico: il primo, allora un po’ più di oggi, contava su nulla più di un gruppo di nostalgici; il secondo costituiva un’arma di esclusione, poiché sovrapponeva a una persona, a un’associazione, a un gruppo culturale l’etichetta di fascismo, e con questo lo estrometteva da ogni ambito di confronto, di discussione, di semplice ascolto. Arbitro ultimo di chi meritasse o meno quella qualifica esiliante era il PCI, o chi, nei vari ambiti, si esprimeva per conto di quell’area politica.
COME SI ROMPE L’INCANTESIMO
Quarant’anni dopo ‘omofobo’ sostituisce ‘fascista’, e titolato ad adoperarlo nei confronti del nemico di volta in volta preso di mira è il mainstream anni 2020, meno strutturato rispetto all’antico PCI: una galassia che conosce punti di forza nelle redazioni dei media più diffusi, e individua nella giurisdizione lo strumento attraverso cui stroncare, se necessario col carcere, non già chi in qualsiasi modo offende una persona perché omo o transessuale, bensì chi esprime riserve e perplessità per i c.d. nuovi diritti. Il pensiero debole, che ruota attorno alla fluidità del gender, ha necessità di sanzioni forti, con le quali impedire il dissenso, pur se civile e ragionato, per l’equiparazione delle unioni same sex alla famiglia fondata sul matrimonio, per l’adozione omogenitoriale, per la maternità surrogata.
È una pesante cappa su un corpo sociale che non cessa di soffrire le ferite della pandemia: quelle fisiche, i contraccolpi psicologici, le ricadute economiche. Così pesante che in occasione della Festa dei lavoratori il tema dominante, invece delle morti sul lavoro, o della tragica dilatazione della disoccupazione, o della rimozione degli ostacoli fiscali e burocratici a rendere effettiva la ripresa, è stata l’intimazione ad approvare il ddl Zan il prima possibile!
L’incantesimo si rompe se si apre la finestra e si guarda alla realtà, mettendo da parte i consiglieri fraudolenti. Per svegliare il debole Theoden e ricordargli la sua missione di re non serve tentare la mediazione con Saruman, che non ha nessuna intenzione di venire a patti: è sufficiente smascherare la schiera dei Vermilinguo oggi presenti ovunque; è raccontare che col testo Zan la posta in gioco è la libertà, di formazione, di istruzione, scientifica e di opinione; è convincersi che va fatto adesso e senza complessi.










