Una speranza per il Cile

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QUINTA COLONNA

dell’Avv. Gianfranco Amato

Il 21 novembre 2021 si terranno in Cile le elezioni presidenziali. Stando ai sondaggi, il candidato di destra José Antonio Kast sembra aver preso il volo, e inizia a distanziare il rivale di sinistra, Gabriel Boric, inizialmente considerato come favorito. Questa circostanza non può che far piacere a tutti i sinceri pro-life e pro-family di casa nostra. E spiego il perché. Io ho avuto modo di conoscere personalmente Kast e sua moglie Maria Pia nel 2017, quando mi trovavo a Santiago del Cile inviato da alcune università a tenere delle conferenze sulla famiglia e contro l’ideologia gender. Fu in quell’occasione, infatti, che mi incontrai con questo parlamentare, avvocato, cattolico praticante, coniugato con nove figli, e appartenente con tutta la famiglia all’esperienza religiosa del movimento mariano Schoenstatt, che era curioso di conoscermi.

Scoprii, infatti, che avevamo le stesse identiche idee in tema di vita, famiglia, educazione e libertà religiosa. Kast è un politico che ha sempre avuto il coraggio di affermare pubblicamente di essere a favore della vita e contro l’aborto ed eutanasia, a favore della famiglia naturale e contro il cosiddetto “matrimonio omosessuale”, a favore della libertà educativa dei genitori e contro l’indottrinamento gender nelle scuole, a favore della libertà religiosa e contro gli attacchi laicisti del potere massonico.

Kast è uno dei pochi che non ha esitato a parlare pubblicamente di “dictadura gay”, e denunciare la violenta intolleranza della lobby LGBT, che ha potuto sperimentare personalmente. Nell’aprile del 2018, infatti, Kast si era recato nella città di Iquique per partecipare in qualità di relatore ad una conferenza presso l’Università Arturo Prat (UNAP). Non ha potuto parlare perché prima che riuscisse a raggiungere l’aula dove si teneva l’incontro è stato assalito da un folto gruppo di studenti che lo hanno aggredito e malmenato al punto da costringerlo al ricovero in ospedale per diverse lesioni, tra cui anche una slogatura al piede. Una violenta aggressione durata più di mezz’ora, in cui Kast è stato preso a pugni, a schiaffi e colpito a distanza con una serie di oggetti. Insieme a lui sono stati malmenati anche l’avvocato Ignacio Dülger e il dirigente politico Hector Vergara, due suoi preziosi collaboratori.

Oggi Kast è un papabile presidente della repubblica cilena.

Il suo programma elettorale, intitolato Per tornare a credere, ha il pregio di contenere le stesse coraggiose posizioni di sempre, senza arretrare di un millimetro. Basta leggere, ad esempio,nel capitolo Famiglia e Diritti Umani, il punto n.27 che prevede testualmente «l’abrogazione immediata della legge sull’aborto e la predisposizione di un piano di sostegno permanente per la maternità, anche attraverso il reperimento di risorse finanziarie necessarie per aiutare le madri e le famiglie che decidono di portare a termine gravidanze indesiderate o difficili, nonché la revisione delle procedure e delle disposizioni in tema di adozione». Oppure il punto n.32 dedicato alla necessità che lo Stato riconosca «il ruolo fondamentale delle chiese cristiane (di varie confessioni) che condividono la visione antropologica cristiana che ha fondato la civiltà occidentale su cui si radica la società cilena, a cominciare dalla visione di famiglia­».

C’è anche qualcosa per ovviare a tanti «casi Bibbiano» che si verificano nel mondo. Il punto n.35, infatti, prevede l’istituzione di un «Avvocato Difensore del diritto dei genitori ad educare i propri figli», partendo dalla «revisione delle attuali competenze dei tribunali minorili, dove i genitori non possono contare su un’adeguata difesa contro le accuse da parte di istituzioni ideologizzate che molto spesso tentano di privare i genitori del loro diritto di educare i propri figli, diritto fondamentale dell’uomo e prioritario rispetto allo Stato». Detto così, senza mezzi termini.

Assolutamente da leggere è il capitolo Educazione, il cui punto n. 66 prevede l’«abrogazione della riforma del sistema scolastico», nella parte in cui non viene consentito «ai genitori l’esercizio del diritto di scelta del tipo di educazione ed istruzione da impartire ai propri figli, e il diritto di usufruire di istituti scolastici d’eccellenza», nonché l’«eliminazione di tutti i programmi e le materie d’insegnamento che costituiscano propaganda o sostegno dell’aborto e della ideologia gender». Un punto preciso del programma, il n.78, prevede addirittura l’«abrogazione di tutte le circolari e le istruzioni che attentano direttamente alla libertà d’istruzione, al diritto dei genitori di educare i propri figli e alla libertà religiosa di tutti i cileni». Cominciando proprio dalle circolari e istruzioni che pretendono di imporre l’ideologia gender».

Anche sulla libertà d’educazione il programma elettorale di Kast non scherza. Queste le iniziative che nel punto n.75 si impegna ad assumere: «Pieno riconoscimento del diritto dei genitori di educare i figli secondo le proprie convinzioni sulla base del diritto alla libertà d’insegnamento. Assicurazione del diritto dei genitori di scegliere non soltanto l’istituto scolastico per i propri figli, ma anche di poter impedire che venga imposta agli studenti qualunque forma di indottrinamento ideologico. Consentendo, in particolare, l’opposizione al cosiddetto “matrimonio omosessuale” e all’adozione di minori da parte di coppie dello stesso sesso, giacché si ritiene interesse superiore del bambino il diritto ad avere un padre ed una madre».

Tutte cose che vengono riprese anche nel capitolo Sovranità e politica estera, il cui punto n.15 evidenzia la necessità, «in nome del principio di autodeterminazione del popolo cileno, di rivendicare la sovranità e l’assoluto rispetto della Costituzione, tutelandola da qualunque tentativo esterno di vincolare l’ordinamento giuridico cileno in materie come aborto, “matrimonio omosessuale”, identità di genere, controllo statale, diritto di priorità dei genitori nella scelta del genere di istruzione da impartire ai propri figli».

Se José Antonio Kast dovesse davvero vincere le elezioni e diventare Presidente della Repubblica, occorrerebbe ponderare seriamente se non sia il caso di trasferirsi in Cile.

Reddito di cittadinanza: dopo gli ultimi scandali, va cancellato o va cambiato?

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LETTERE DEL LETTORE

di Ferdinando Bergamaschi

Reddito di cittadinanza: nei giorni scorsi hanno fatto clamore i nuovi e numerosi casi venuti a galla sui cosiddetti furbetti. A intascare senza titolo i soldi previsti dalla misura statale nullatenenti con Ferrari; personaggi che se la spassavano in barca; proprietari di vari appartamenti; la titolare di un autonoleggio con 27 auto; nonché il proprietario di una scuola di ballo. C’è stato anche chi si è inventato di avere dei figli che non aveva.

I nuovi furbetti del reddito di cittadinanza sono stati incastrati tra il 1° maggio e il 17 ottobre dai controlli dei Carabinieri del Comando Interregionale Ogaden, insieme al Comando Carabinieri Tutela del Lavoro. Sono state 4.839 le irregolarità riscontrate, il 12% dei 38.450 nuclei familiari controllati per un campione di 87.198 persone. Ben 1.338 percettori indebiti del reddito erano già noti alle Forze di Polizia per altri motivi e 90 hanno condanne o precedenti penali per gravi reati di tipo associativo.

È emersa così un’altra truffa ai danni dello Stato di quasi 20 milioni di euro indebitamente percepiti soprattutto in alcune regioni del Mezzogiorno (Campania, Puglia Abruzzo, Molise e Basilicata). I controlli delle forze dell’ordine, che continuano in tutto il Paese, tra il 2019 e il 2021 finora hanno portato alla luce circa 48 milioni di incassi illeciti.

Dalla cronaca alla politica

La posizione più dura contro il reddito di cittadinanza è quella espressa da Matteo Renzi che con Italia Viva addirittura ha proposto un referendum per affondare la misura. Poi c’è Giorgia Meloni con il suo partito. La leader di Fratelli d’Italia già si era espressa molto duramente la scorsa estate definendo il Reddito di cittadinanza come “metadone di Stato”, scatenando le ire del Movimento 5 Stelle. E ancora ieri l’altro, a margine del suo incontro col premier Mario Draghi ha pronunciato parole meno forti ma pur sempre emblematiche: “Come sapete FdI è contrario al reddito di cittadinanza ma almeno si mettano dei paletti. Leggiamo di 5 milioni di euro andati a chi non meritava quel sussidio. I controlli si facciano ex ante. Indegno riconoscere 780 euro a un giovane in buona salute e dare 270 euro di pensione di invalidità a un anziano”.

Più sfumata e ragionata, ma pur sempre critica sulla questione, è la posizione della Lega. Il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, dopo aver parlato di “lavoro di cittadinanza”, ha auspicato anche di correggere il rifinanziamento al reddito. Il titolare del Mise ha chiesto infatti di cambiare le coperture, non prendendo 40 milioni di euro inutilizzati per i pensionamenti dei lavoratori precoci, cioè coloro che hanno iniziato a lavorare molto presto e che fanno lavori usuranti. “Prendano le risorse da un’altra parte, non da lì”, aveva chiosato Giorgetti, a rimarcare una netta differenza tra lavoratori e percettori del reddito di cittadinanza. 

Le modifiche di Orlando

Soprattutto il ministro del Lavoro Andrea Orlando si è impegnato su un progetto per le politiche attive, che però non tocca nella sostanza il reddito di cittadinanza. Il ministro ha puntato sul rafforzare i Centri per l’impiego, completando le molte assunzioni programmate ma non ancora avvenute. Ed è sempre il titolare del Lavoro che ha posto negli scorsi giorni il problema dell’applicazione del reddito: “Abbiamo detto che vedremo i coefficienti su cui discutere”, ha affermato.

Il reddito di cittadinanza per Orlando dovrebbe essere ricalibrato in primis in base al numero di persone che fanno parte dello stesso nucleo familiare. Altro elemento da valutare, ha fatto sapere il ministro del Pd, “la questione delle modalità di accesso che devono essere in qualche modo ripensate, considerato che durante la pandemia sono emersi alcuni elementi di distorsione”.

Massimo due no

Proprio su quest’ultimo punto si è mosso in particolare il Governo. Ci saranno molto probabilmente delle verifiche preventive al riconoscimento dell’assegno (proprio come chiedeva la Meloni); così come una modulazione dell’importo che decrescerà col passare del tempo. In pratica, se il soggetto beneficiario verrà considerato occupabile, ma continuerà a percepire l’aiuto, il sussidio inizierà ad essere ridotto di cinque euro al mese dopo sei mesi senza impiego. Ciò accadrà fino a quando almeno uno dei membri della famiglia non sottoscriverà un contratto di lavoro. In più, se fino ad oggi i percettori del reddito potevano rifiutare fino a tre proposte di lavoro, con la nuova decisione del Governo le tre offerte potrebbero ridursi a due. E dal prossimo anno, quindi, chi rifiuterà anche la seconda potrebbe perdere l’accesso al reddito.

Un assistenzialismo intelligente 

Ad eccezione di Fratelli d’Italia e Italia Viva tutti i partiti comunque non parlano di cancellazione del reddito di cittadinanza, bensì di una sua trasformazione. Compreso il Movimento 5 Stelle che lo ha imposto sulla scena socioeconomica italiana.

In questo quadro, come Mario Draghi, pensiamo che un assistenzialismo universalista sia ancora necessario: l’economia privata è ancora troppo avida ed egoista perché possa essere del tutto autonoma. L’epoca odierna non è ancora matura per abbandonare un modello misto di economia, cioè un modello che contempli al tempo stesso liberismo e statalismo (attivo e passivo).

Quando l’economia privata sarà abbastanza matura, allora si potrà anche fare a meno dell’assistenzialismo ma ancora non è arrivata quest’epoca. Quel che è certo, d’altra parte, è che la vita dell’uomo è fondata sul lavoro e non sull’assistenza: saranno quindi benedetti i tempi in cui l’uomo svolgerà liberamente il suo lavoro in quanto esso coinciderà con la sua vocazione, come vagheggiava Giovanni Gentile parlando di “umanesimo del lavoro”. Saranno i tempi in cui non sarà più necessaria l’assistenza pubblica, poiché libertà e socialità cammineranno insieme.

Cortocircuito rosso: immigrati cacciano il centro sociale

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Segnalazione di Andrea Sartori

LO STORICO STABILE OKKUPATO DI MILANO TORNA LIBERO: IN ZONA IMPERVERSANO PUSHER STRANIERI

Quando si dice il karma. A quanto pare il celebre centro sociale Macao di Milano è stato sgomberato. Il problema è che gli occupanti della palazzina di Viale Molise 68 non sono stati cacciati dalle forze dell’ordine su input del comune di Milano, figuriamoci, bensì dalla delinquenza che impazza nella zona e in particolar modo da pusher e teppisti magrebini che reclamano il comando di quella porzione di città. Una sorta di legge del contrappasso che costringe alla resa chi da ben 9 anni occupava indisturbato quello stabile e anzi lo faceva a suo dire “con il sostegno della città, degli spazi sociali e di varie associazioni che ci hanno aiutato, in dialogo con il quartiere con cui abbiamo condiviso rabbia e preoccupazione”.

E suona proprio come una resa il post di Facebook con cui il collettivo annuncia l’uscita di scena: “Negli ultimi sei mesi – scrive il gruppo – Macao si è trovata a gestire giorno e notte una situazione complessa e delicata; a organizzare la resistenza, spesso fisica, tra discussioni, incendi, violenze e nuove difficoltà create dalla pandemia; a sostenere persone in difficoltà nella ricerca di una casa e condizioni di vita migliori; a difendere la comunità che attraversa lo spazio di viale Molise 68”. E ancora: “Eppure, c’è un limite che non intendiamo superare, che non fa parte della nostra storia né del nostro linguaggio. Non vogliamo usare le nostre energie e il nostro tempo per fare diversamente da ciò che siamo”.

In altre parole, non hanno intenzione di fare la guerra contro chi, con tutta probabilità, è più forte di loro. A fine settembre, infatti, un gruppo di magrebini aveva fatto addirittura irruzione con spranghe e coltelli durante una mostra promossa dal collettivo. E solo qualche giorno fa un ragazzo ventenne è finito in coma con una ferita alla testa proprio davanti all’ex macello. “Non siamo bravi a fare paura – continua il comunicato -. Ci interessa generare alleanze e socialità alternative, costruire complicità e forza, immaginare altri mondi: queste sono le cose che sappiamo fare”.

Eppure, se il Macao e le zone circostanti sono diventate un covo di delinquenza e criminalità, la responsabilità è anche di chi ha contribuito a vario titolo a renderle tali negli anni mentre le autorità hanno fatto finta di non vedere. Inutile dunque fare del vittimismo ora che qualcuno ha occupato ciò che loro avevano occupato. La legge della giungla parla chiaro: vince il più forte. E il fatto che i più forti siano dei pusher magrebini rende il quadro ancor più tragicomico.

Bene, ora che in Viale Molise non ci sono più gli amici degli amici è possibile sperare in delle azioni efficaci da parte del Comune che riportino la legalità nella zona oppure dobbiamo attendere che dei terroristi islamici caccino gli spacciatori nordafricani che hanno cacciato gli antagonisti che al Macao mio padre comprò?

Fonte: https://www.nicolaporro.it/cortocircuito-rosso-immigrati-cacciano-il-centro-sociale/

Irlanda, quasi 1.500 donne salvano dall’aborto i loro bimbi

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LA NOTIZIA

di Leonardo Motta

In Irlanda la normativa vigente prevede un periodo di attesa di tre giorni che deve intercorrere tra la prima consultazione e l’aborto.
Dati recenti hanno rivelato che ci sono state un totale di 8.057 consultazioni iniziali per l’accesso all’aborto nel 2020. Tuttavia, di queste consultazioni iniziali, 6.577 donne hanno progredito fino ad arrivare a commettere il delitto di aborto  Pertanto, un totale di 1.480 donne hanno scelto di continuare la gravidanza, mostrando che un periodo di attesa di tre giorni ha un suo valore intrinseco, una misura significativa e salvavita. Questi dati sono stati forniti dal Primary Care Reimbursement Service (PCRS) dei medici di base della comunità.
Molte vite, quindi, si sono state salvate grazie all’attesa. Riflettendo sui numeri Eilís Mulroy della Pro Life Campaign ha dichiarato che “queste informazioni indicano che c’è una percentuale considerevole di donne che cambiano idea tra la prima consultazione quando discutono di aborto con il loro medico di famiglia e la pratica dell’aborto. Su questi casi dovrebbero riflettere l’opinione pubblica e, soprattutto, i politici, visto che dovrà arrivare la revisione triennale della legislazione sull’aborto promessa dal ministro della Sanità Stephen Donnelly”.
I dati recenti sono stati rivelati alla deputata Carol Nolan dopo un’interrogazione parlamentare. “La mia principale preoccupazione è garantire che donne e bambini siano protetti e supportati”, ha detto la Nolan. “Purtroppo, tutto ciò che riceviamo dall’attuale ministro, che è anche quello che abbiamo ricevuto dall’ex ministro della Salute, è una sorta di atteggiamento freddo nei confronti di coloro che cercano di sottolineare la necessità di ridurre gli aborti piuttosto che promuoverli. Non è accettabile e continuerò a combatterlo. Possiamo e dobbiamo fare di meglio per le donne e i loro bambini“.

Piazze del Popolo

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dell’ Avv. Gianfranco Amato

Sono diversi gli indicatori dello stato di salute di una democrazia. Tra questi vi sono, senza dubbio, gli atti di sindacato ispettivo parlamentare. Sono quegli atti che la gente comune conosce come interrogazioni e interpellanze presentate da deputati e senatori. Rappresentano la voce critica dei rappresentanti del popolo rispetto all’azione di governo, e testano il livello di libertà e democrazia del Paese, come il termometro misura la febbre nel corpo umano. Per comprendere che in Italia si sia già superata da un pezzo la soglia minima dei 37° centigradi, basta leggere gli atti di sindacato ispettivo che sono stati presentati sull’ormai nota  vicenda del portuale triestino Stefano Puzzer.

Prendiamo, ad esempio, l’atto n. 3-02916 pubblicato il 3 novembre 2021, nella seduta n. 374 del Senato, a firma Granato, Angrisani, Crucioli, Giannuzzi, Lanutti, rivolto al ministro Luciana Lamorgese. Questo il testo:

«Al Ministro dell’interno,

premesso che:

– come riportato in numerose notizie di cronaca, nei confronti di Stefano Puzzer, leader triestino dei manifestanti portuali di Trieste “no green pass”, sono state emesse le misure restrittive della circolazione del foglio di via obbligatorio e del divieto di soggiorno a Roma, per la durata di un anno;

– secondo quanto riportato dalla stampa, il leader triestino, come atto di protesta contro le limitazioni governative, si era recato a piazza del Popolo, nell’attesa di un incontro per dialogare con le autorità: grazie alla sua notorietà, in seguito, era stato raggiunto da moltissime persone, contrarie alle misure a parere degli interroganti draconiane e liberticide imposte con l’obbligo della certificazione verde;

– come riporta una nota della Questura capitolina emessa nella tarda serata del 2 novembre 2021, nei riguardi di Puzzer, è stato emesso un foglio di via obbligatorio con divieto di soggiorno per 12 mesi da Roma, con provvedimento motivato, e gli è stato contestualmente intimato di fare rientro a Trieste entro le ore 21 di mercoledì 3 novembre 2021;

– inoltre, sempre secondo fonti di stampa, sarebbe intenzione della Questura capitolina denunciare alla Procura della Repubblica Puzzer e chi abbia preso la parola durante il sit-in di protesta ai sensi dell’articolo 18 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, di cui al regio decreto n. 773 del 1931, per il reato di manifestazione non autorizzata, con l’aggravante, per Puzzer, di “esserne stato promotore”;

valutato che, a giudizio degli interroganti, le misure di prevenzione (foglia di via e divieto di soggiorno a Roma) comminate dalla Questura appaiono palesemente eccessive e irragionevoli, come anche la volontà di denunciare Puzzer e tutti coloro che abbiano preso la parola in piazza per manifestazione non preavvisata. Puzzer, difatti, non ha promosso in alcun modo l’adesione alla sua protesta pacifica, alla quale hanno partecipato moltissime persone spontaneamente richiamate solamente dal “tam tam” social, senza che vi sia stata alcuna forma, anche embrionale, di organizzazione pregressa;

considerato che, nonostante il progressivo clima di terrore e le crescenti restrizioni alla libertà di circolazione e manifestazione del pensiero, Puzzer ha dimostrato l’immane “forza” di una forma di protesta genuina e pacifica, rispetto alla quale l’unica risposta scelta dalle autorità e dal Governo, in luogo del dialogo e del confronto, è stata una risoluzione “autoritaria”,

si chiede di sapere:

– quale sia la valutazione del Ministro in indirizzo in merito alle misure comminate dalla Questura di Roma nei confronti di Stefano Puzzer;

– se nei confronti del leader triestino sia stata comminata la misura del divieto di soggiorno in uno o più comuni, diversi da quelli di residenza o di dimora abituale, di cui all’articolo 6, comma 2, del codice antimafia (decreto legislativo n. 150 del 2011) (la quale, tuttavia, può essere solamente aggiunta, salvo eccezioni, alla sorveglianza speciale), oppure quella di cui all’articolo comma 2 del decreto-legge n. 17 del 2017, il “Daspo urbano”, secondo la cui disciplina, tuttavia, l’emissione del provvedimento restrittivo può avvenire nei casi di “reiterazione delle condotte di cui all’articolo 9, commi 1 e 2” del medesimo decreto (in violazione, quindi, dei divieti di stazionamento o di occupazione di “spazi afferenti aree interne delle infrastrutture, fisse e mobili, ferroviarie, aeroportuali, marittime e di trasporto pubblico locale, urbano ed extraurbano, e delle relative pertinenze”), ipotesi che non appare plausibile nel caso riferito».

Se si omettessero nomi e luoghi, chiunque leggesse questa storia sarebbe naturalmente indotto ad ambientarla in uno stato di polizia. O, come usa dire oggi in modo più elegante e moderno, in un Security State. Più che alla Piazza del Popolo di Roma, si penserebbe all’altrettanto famosa Piazza del Popolo di Shangai.

Fonte: https://gianfrancoamato.it/piazze-del-popolo/

Quelli che il “ddl Zan è cosa buona…” ci proveranno ancora

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EDITORIALE del LUNEDI per InFormazione Cattolica

di Matteo Castagna

MATRIMONIO E FAMIGLIA COMPOSTI DA UOMO, DONNA E FIGLI NON SONO IL FRUTTO DI UNA CULTURA CHE PUÒ CAMBIARE, O DI UN PRECONCETTO SOCIALE IMPOSTO, PERCHÉ È VERITÀ ANTROPOLOGICA INCONTROVERTIBILE

 

Credere di aver vinto la guerra contro chi vuole sovvertire l’ordine naturale, attraverso sofismi o l’affermazione di presunti diritti, anche attraverso l’imposizione legislativa di norme liberticide ed anticristiane, sarebbe da ingenui.

L’affossamento del ddl Zan, avvenuto in un particolare contesto politico, non significa che in futuro non si ripresenteranno le stesse istanze, altre insidie e le stesse problematiche.

Il terreno dello scontro non va visto nel paravento della tutela dalle discriminazioni di persone di diverso orientamento sessuale, perché le leggi e le aggravanti per chi commette atti violenti verso un gay ci sono già e quindi, togliendo di mezzo questa “scusa”, troviamo la volontà di imporre per legge il cosiddetto diritto positivo, contro chi si fa difensore del diritto naturale.

L’ osannato Stato laico, ovvero ateo, si porrebbe, dunque, come unica fonte del diritto e della morale, in una rigida concezione positivistica. Anche se esso si professa privo di un fondamento morale che lo legittimi e lo trascenda, avendo messo nel cassetto la regalità sociale di Nostro Signore Gesù Cristo tramite 300 anni di spirito liberale, pretende di poter entrare nelle questioni di ordine morale, secondo il criterio positivista, che proclama giusto tutto ciò che l’autorità stabilisce (iustum quia iussum e non più, invece, iussum quia iustum).

Il noto giurista austriaco Hans Kelsen (1881-1973) è uno dei maggiori interpreti di questa teoria, su cui si fonda il pensiero moderno e post-moderno: <<una qualsiasi norma, proprio perché posta (positiva) e imposta dall’autorità o dalla maggioranza è per ciò stesso valida, buona e diventa “diritto giusto”>>.

Si tratta della dittatura della maggioranza, che legittima legalmente qualsiasi arbitrarietà, sotto la categoria dei diritti umani. Si proclama, spesso in nome della libertà di coscienza, la libertà dalla legge divina e dalla legge naturale, scritta nel cuore stesso dell’uomo, per assoggettarsi alle leggi umane, fatte di maggioranze sempre più variabili e, quindi, inconsistenti. E’, probabilmente, questa l’essenza del liberalismo che troppi, per giustificare l’errore ed il proprio comodo sregolato, hanno portato in seno al cristianesimo, che ne è la negazione per antonomasia.

Nel contesto attuale, il Sistema globale impone una visione antropologica dell’uomo di tipo scientista e tecnicista, che non tiene minimamente conto della sua natura di essere chiamato alla trascendenza. Tale visione rinchiude l’uomo nell’immanenza, comprime o nega la legge naturale, perdendo ogni fondamento e riferimento metafisico, sia nel campo teoretico che in quello morale e pratico. Anche il diritto diventa autonomo dalla morale e si sposta nel positivismo scientista.

Dal diritto naturale (oggettivo, desunto dalla natura) che prevede una biologia chiara e netta, ove uomo e donna sono complementari e, al tempo stesso, indispensabili alla procreazione, si è passati al diritto positivo, che trova la sua giustificazione nelle pulsioni, negli istinti e nei desideri di alcune persone, senza avere più il suo fondamento nel creato così come voluto dal Creatore.

Il darwinismo è servito a mettere in discussione la Creazione per preparare il terreno al positivismo individualista anticristiano. La visione secolarizzata e immanentista dell’uomo fa perdere il senso della morale e smarrisce quello del diritto.

Traslando al matrimonio e alla famiglia il positivismo individualista moderno, troveremo sempre la sovversione del diritto in nome di un presunto bene, persino “contra naturam”, dell’essere umano.

Matrimonio e Famiglia composti da uomo, donna e figli non sono il frutto di una cultura che può cambiare, o di un preconcetto sociale imposto dalla Chiesa, perché è verità antropologica incontrovertibile in quanto naturale, elevata, semmai, dal cristianesimo a Sacramento indissolubile, finalizzato alla vita. Cercare di cambiare la legge naturale e divina con il diritto positivo significa pervertire la verità dell’uomo, barattandola subdolamente e brutalmente con surrogati svianti e lesivi della dignità della creatura fatta ad immagine e somiglianza di Dio-Amore. L’odio verso Dio-Amore cercherà sempre di creare un diritto positivo che giustifichi e legalizzi il peccato. L’ha già fatto col divorzio e l’aborto, con le “unioni civili” volte a parificare l’unione tra persone dello stesso sesso al matrimonino, e ora ci sta provando anche con utero in affitto ed eutanasia.

S. Ignazio di Antiochia, vescovo e martire, uno dei primi Padri della Chiesa (I/II secolo dopo Cristo) scrisse nella sua lettera agli Efesini: << Non illudetevi, fratelli miei, coloro che corrompono le famiglie non erediteranno il regno di Dio (cfr. Cor 6, 9-10). se coloro che così fecero secondo la carne furono puniti con la morte, quanto più non dovrà essere punito colui che con perversa dottrina corrompe la fede divina, per la quale Gesù cristo è stato crocifisso? Un uomo macchiatosi di un tale delitto andrà nel fuoco inestinguibile, e così pure chi lo ascolta>>.  La lotta tra Bene e male continuerà finché Dio lo permetterà, perciò non facciamoci prendere da facili entusiasmi, ma stiamo forti nella realtà e saldi nel diritto naturale, protetto dallo stendardo di Cristo Re. Mettiamoci in gioco, con coraggio, perché i tempi che ci attendono saranno sempre più difficili e necessiteranno di coraggio e audacia.

Ci saranno utili dei rappresentanti che abbiano la volontà e i mezzi per combattere, almeno a difesa del diritto naturale, poiché le sirene del mondo, del denaro facile e della moda sono una forte tentazione, anche tra le fila di coloro che dovrebbero stare alla destra del Padre.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2021/11/08/quelli-che-il-ddl-zan-e-cosa-buona-ci-proveranno-ancora/

Draghi: riforma o dissoluzione dello stato?

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di Luigi Tedeschi

Fonte: Italicum

Con l’avvento di Draghi, l’Italia si è scoperta paese leader in Europa e potenza geopolitica mondiale. Con la fine dell’era Merkel ed un Macron probabilmente prossimo al congedo, emerge Draghi, quale demiurgo mediatico della nuova Europa. Questa immagine virtuale è del tutto falsa e perfino tragicomica, ma è tuttavia idonea a legittimare nella politica italiana il processo riformatore messo in atto da una ristretta cabina di regia presieduta da Draghi, leader di un governo acquiescente, in virtù della espropriazione delle funzioni del Parlamento.

Il G20 di Roma, come tutti quelli che lo hanno preceduto, si è risolto in una scenografia mediatica senza alcuna decisione rilevante tra i grandi della terra. L’unico fatto politico degno di nota emerso dal G20, è la riaffermazione del primato americano sull’Occidente e la ricompattazione degli alleati europei nel contesto del multilateralismo geopolitico a guida americana. Biden ha infatti dichiarato nel suo colloquio con Draghi: “Stai facendo un lavoro straordinario qui! Dobbiamo dimostrare che le democrazie possono funzionare e che possiamo produrre un nuovo modello economico. Ci stai riuscendo”.

Draghi è dunque delegato da Biden a realizzare un nuovo modello di sviluppo neoliberista in Italia e in Europa. L’impianto delle riforme da attuare in Italia, in base alle condizionalità poste dalla UE con il varo del NGEU ne è la conferma.

Giustizia: una riforma lesiva dello stato di diritto

La prima riforma messa in atto dal governo Draghi è stata quella della giustizia. Una riforma della giustizia penale destinata ad incidere sulla struttura del sistema giudiziario, che tuttavia non ha suscitato dibattiti e contrapposizioni di rilievo in una politica ufficiale, ormai estranea alla realtà del paese e omologata alle direttive di una elite tecnocratica eurodiretta.

Sono note le inefficienze della giustizia italiana, specie riguardo alla durata dei procedimenti. Pertanto, nell’intento di velocizzare i processi, è stata introdotta come causa di improcedibilità il superamento dei termini di durata massima dei procedimenti penali. L’improcedibilità scatta qualora il giudizio d’appello non si concluda entro 2 anni e quello di cassazione entro 1 anno. Tali termini possono essere prorogati rispettivamente di 1 anno per l’appello e di 6 mesi per la cassazione, per gravi delitti e giudizi complessi. Ulteriori proroghe sono stabilite nei procedimenti per delitti riguardanti il terrorismo, eversione dell’ordinamento costituzionale, associazione mafiosa e altri reati di particolare gravità. Vengono inoltre ampliate le possibilità di accedere a riti alternativi, quali il patteggiamento e il giudizio abbreviato.

Si vuole istituire una giustizia rapida, spesso a discapito dei diritti fondamentali dei cittadini, quali il diritto alla difesa, con rilevanti lesioni ai principi dello stato di diritto.

La riforma Cartabia inoltre delega al Parlamento l’indicazione delle priorità dei reati da perseguire. Questa norma fa venir meno nei fatti l’obbligatorietà dell’azione penale, principio fondamentale nel nostro ordinamento. Vi è la concreta possibilità che l’orientamento politico di un governo possa prevaricare l’indipendenza della magistratura. Nulla esclude poi che in futuro una maggioranza governativa possa servirsi dell’arma giudiziaria a fini repressivi, allo scopo cioè di tacitare, se non di criminalizzare le opposizioni scomode.

Una giustizia rapida, secondo l’orientamento del governo Draghi e conformemente alle direttive della UE, avrebbe l’obiettivo di favorire gli investimenti e la crescita. L’ispirazione ideologica della riforma è evidente: la ragione economica, in un sistema neoliberista, prevale sui principi dello stato di diritto.

Riforma fiscale: verso l’imposizione patrimoniale

La legge di bilancio ha stanziato un fondo di 8 miliardi all’anno per ridurre la pressione fiscale. Sono state messe in campo 3 opzioni: ridurre le aliquote IRPEF relative al “cuneo fiscale nel lavoro e le aliquote marginali effettive”, agire sul sistema delle detrazioni per i redditi di lavoro dipendente, ridurre l’IRAP per i redditi d’impresa.

Secondo l’indirizzo seguito dalla Commissione finanze, la riduzione delle aliquote riguarderebbe il ceto medio, quei redditi cioè che si attestano tra i 28.000 e i 55.000 euro, lo scaglione oggi corrispondente all’aliquota del 38%, che potrebbe essere ridotta fino al 34%. Beneficerebbero quindi del taglio IRPEF i redditi medio – alti che costituiscono il 21,2% della platea dei contribuenti. Resterebbero pertanto esclusi dai benefici i redditi medio – bassi fino a 28.000 euro. L’iniquità di tale misura è evidente, in quanto l’effetto del beneficio sarebbe di maggiore consistenza per i redditi più alti. Infatti, mentre i contribuenti con reddito pari a 41.000 euro usufruirebbero di uno sconto di 500 euro, coloro che si collocano oltre i 75.000 euro godrebbero di una riduzione di 1.000 euro.

E’ stato più volte ribadito che il sistema fiscale debba ispirarsi al principio della progressività. Occorre però rilevare che l’imposta progressiva oggi grava esclusivamente sui redditi da lavoro, sia dipendente che autonomo. Redditi da capitale, imposta societaria (IRES), redditi fondiari, sono invece assoggettati ad imposte proporzionali, che nell’ultimo decennio hanno beneficiato di cospicue riduzioni di aliquote. Pertanto, si deve dedurre che il carico fiscale è stato sopportato in misura sempre più gravosa dai lavoratori, a vantaggio delle classi più abbienti, che hanno usufruito di benefici fiscali assai rilevanti.

Secondo le direttive della riforma Draghi, il governo metterà mano alle imposte sostitutive. E’ quindi prevedibile un aggravio della flat tax sul lavoro autonomo dei contribuenti minimi (5-10%), della cedolare secca sugli affitti (10-21%), dell’imposta sui premi di produttività (10%), dell’imposta sugli interessi sui titoli di stato (12,50%), onde adeguarle al primo scaglione d’imposta del 23%. In coerenza con tale principio, verrebbe però ridotta l’aliquota sui redditi finanziari, oggi al 26%, anche se tale ribasso produrrebbe un minor gettito di 1,4 miliardi. I grandi investitori commossi ringraziano!

Il taglio delle tasse per 8 miliardi, non sarà comunque adeguato per favorire una crescita stabile, né sarà sufficiente a colmare lo squilibrio di 5 punti tra il cuneo fiscale e contributivo che grava sui lavoratori italiani rispetto alla media UE. Non sarà raggiunto nemmeno l’obiettivo del superamento dell’IRAP, che grava sui fatturati delle imprese, il cui gettito è pari a 12 miliardi. E’ prevista solo una riduzione delle aliquote.

Questa manovra è comunque transitoria, in vista di riforme strutturali che coinvolgeranno il fisco italiano nei prossimi anni. La filosofia che informa l’impianto di una riforma imposta dalla UE, prevede il progressivo trasferimento della pressione fiscale dai redditi finanziari e di impresa al patrimonio immobiliare. In questo contesto si inquadra la riforma del catasto patrocinata da Draghi (e che figura tra le condizionalità del NGEU), che comporterà la revisione degli estimi catastali, al fine di adeguarli ai valori di mercato. La riforma del catasto produrrà inevitabilmente rilevanti aggravi delle imposte patrimoniali sugli immobili (IMU), valutabili per oltre il 60%. Draghi ha annunciato che tale riforma non comporterà aggravi fiscali fino al 2026. Si rileva comunque che tale riforma, che prevede l’istituzione di un sistema fiscale improntato alla tassazione patrimoniale, è in coerente continuità con la politica del governo Monti.

L’imposta patrimoniale è per sua natura una forma di tassazione straordinaria, a cui storicamente si è fatto ricorso in fasi emergenziali. L’imposta patrimoniale è stata introdotta in altre epoche quale strumento di politica fiscale che avesse la finalità di contrastare le concentrazioni di ricchezza nelle mani di pochi e in impieghi spesso improduttivi. Mediante l’imposta patrimoniale si sono infatti realizzate politiche di redistribuzione del reddito e di riequilibrio delle diseguaglianze sociali. Non a caso, l’imposizione patrimoniale era parte integrante dei programmi di politica sociale della sinistra del secolo scorso.

Ma è ormai definitivamente tramontata l’epoca del dominio di classe dei detentori delle rendite fondiarie, dei latifondi, dei padroni delle ferriere. Infatti l’imposizione patrimoniale è oggi parte integrante delle politiche neoliberiste imposte dal FMI, dall’OCSE, dalla UE. Il patrimonio immobiliare in Italia, è in larga parte detenuto dal ceto medio, quale forma di impiego del risparmio, consolidatosi per varie generazioni.

E’ peraltro una pura illusione, l’idea secondo cui con l’imposta patrimoniale e l’imposta di successione si andrebbero a colpire i grandi patrimoni e si possano combattere le diseguaglianze. Le classi dominanti, mediante l’uso e l’abuso dello strumento societario, il trasferimento dei capitali nei paradisi fiscali, il ricorso a pratiche di occultamento dei patrimoni su scala globale, sono del tutto immuni da tali forme di tassazione. La funzione dell’imposta patrimoniale, nel contesto di un sistema neoliberista è quella di trasferire il prelievo sul risparmio e sui patrimoni dei cittadini, al fine di smobilitare i capitali investiti nel comparto immobiliare per farli affluire nei mercati finanziari. La classe dominante persegue dunque una logica di accaparramento selvaggio della ricchezza a danno dei popoli.

Mediante l’imposizione patrimoniale, gli stati dovranno reperire le risorse finanziarie necessarie per realizzare la rivoluzione digitale ed energetica. I relativi costi sono imputati agli stati e quindi ai popoli. Le trasformazioni previste dal Grande Reset, sono state progettate dal World Economic Forum (WEF) di Davos, non dagli stati.

Riforma previdenziale: il ritorno della Fornero

La riforma previdenziale si renderebbe necessaria in base ad un ineludibile imperativo morale. La attuale insostenibilità del sistema previdenziale italiano, finirebbe per penalizzare i “senza quota” (giovani e non con impieghi precari e/o sottopagati), che sarebbero costretti a lavorare fino a 70 anni, con la prospettiva di percepire assegni pari al 50% dello stipendio. Le vecchie generazioni, usufruendo dei “privilegi” del welfare, avrebbero sottratto le risorse a quelle nuove. Al conflitto sociale del ‘900, si vuole sostituire quello generazionale, con l’effetto di istaurare l’ennesima guerra tra poveri. Il governo eurocratico di Draghi, sull’onda dell’emergenza sia sanitaria che previdenziale, vuole ripristinare, dopo l’abolizione di quota 100 e la transizione di quota 102 per il solo 2022, la famigerata legge Fornero.

La riforma pensionistica, prevista tra le condizionalità del NGEU, è stata imposta all’Italia sulla base dei dati OCSE sulla spesa pensionistica italiana che tuttavia si discostano dalla realtà. Il sistema pensionistico italiano è stato già oggetto di progressivi tagli con la riforma Dini, con i correttivi del governo Prodi e infine con la riforma Fornero nel 2011; tutte riforme imposte da direttive europee. Innanzitutto, si rileva che i dati di spesa dell’INPS sono compresivi della spesa per l’assistenza, che invece negli altri paesi è a carico della fiscalità generale. Secondo i dati di Eurostat del 2019, la spesa pensionistica italiana è pari al 16% del Pil, superiore cioè a quella della Germania (12%), della Francia (14,8%), della Spagna (12,7%). Tali dati però sono stati elaborati al lordo della imposizione fiscale sulle pensioni che è assai differenziata tra i paesi. Infatti, ad esempio, su una pensione di 1.500 euro, in Germania il carico fiscale è di 60 euro, mentre in Italia ammonta a 600 euro. Poiché l’imposizione fiscale, in termini di spesa pubblica costituisce una partita di giro, l’incidenza della spesa pensionistica sul Pil, al netto del fisco (che grava per 1/4 del reddito), è del 12%, in linea quindi con l’Europa.

Nel 2020 la spesa pensionistica è stata di circa 215 miliardi, mentre le entrate contributive sono state di circa 200 miliardi. Il deficit dell’INPS è di circa 15 miliardi. Ma se si tiene conto del fatto che sulle pensioni è stato effettuato un prelievo fiscale di 53 miliardi, è facile comprendere che, con una pressione fiscale più ridotta, la gestione previdenziale sarebbe attiva. L’allarmismo mediatico è quindi infondato.

Non sarà rinnovata quota 100. Si è riscontrato il fallimento di quota 100 riguardo all’obiettivo di creare nuova occupazione. Quota 100 avrebbe solo favorito una riduzione del costo del lavoro delle imprese: a fronte di 3 pensionamenti ha fatto riscontro una assunzione. Il tasso di sostituzione è stato dello 0,40. Il 40% non sembra però una percentuale fallimentare, dato che nella Pubblica Amministrazione è rimasto in vigore il blocco delle assunzioni e non sono stati indetti nuovi concorsi. Nel corso della pandemia sono stati infatti richiamati in servizio medici anziani, data la carenza di personale sanitario dovuta alla mancanza di nuovi assunti. Negli ultimi 10 anni sono emigrati 10.000 giovani medici, data la mancanza di sbocchi professionali in Italia!

L’impatto della legge Fornero, ripristinata dal governo Draghi, si rivela devastante per le nuove generazioni. Il sistema contributivo puro applicabile per gli assunti dal 1996 e la diffusione generalizzata del precariato, con occupazione discontinua e sottopagata, determineranno l’innalzamento dell’età pensionabile a 70 anni, con assegni oltre che dimezzati. Inoltre, l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro è oggi tardivo, il turnover dei lavoratori di età media è sempre più precoce, a causa della rapida obsolescenza di tante figure professionali, dovuta alla continua avanzata del progresso tecnologico.

Da un report pubblicato su “La Repubblica” del 25/10/2021, emergono dati allucinanti circa il futuro dei “quota zero”. Secondo una simulazione che prende come base lavoratori che oggi hanno 25,30,35 e 40 anni, con stipendi con l’incremento annuale dell’1,5% e una crescita del Pil dello 0,3% annuo, emerge che ad una età pensionabile tra i 68 e i 72 anni i futuri pensionati percepirebbero assegni tra 55% e il 64% dell’ultimo stipendio. Tale simulazione è stata però effettuata sulla ipotesi di una carriera continuativa. Se invece la carriera è discontinua o la fuoriuscita è precoce, la pensione si ridurrebbe fino al 45% e sarebbe erogata solo dopo i 70 anni.

Gli effetti della Fornero comporterebbero inoltre ulteriori e progressivi innalzamenti dell’età pensionabile in base al parametro ISTAT sulla speranza di vita, coefficiente destinato ad aumentare. Infine, qualora la pensione non superi la soglia di 2,8 volte l’assegno sociale, non sarà possibile il pensionamento anticipato, mentre nei casi in cui non lo superi di 1,5 volte, non sarà erogato nemmeno l’assegno di vecchiaia e l’età pensionabile sarà innalzata di 4 anni. In conclusione, si andrà in pensione tra i 71 e i 77 anni. Questo sistema imposto dalle direttive europee, può produrre solo giovani precari, lavoratori sottopagati, esodati precoci e grandi masse di pensionati sotto la soglia di povertà.

L’impostazione delle riforme previdenziali susseguitesi fino ad oggi, ha una precisa matrice ideologica. Nell’economia neoliberista infatti, il progressivo smembramento dello stato sociale, si renderebbe necessario al fine di liberare risorse per la crescita. Ma è stata proprio la politica di austerity, in attuazione del patto di stabilità della UE, a determinare, oltre che un incremento della povertà conseguente alla devastante contrazione della spesa pubblica, anche il calo verticale degli investimenti e dei consumi e quindi l’avvento della recessione economica e della deflazione.

In tema di spesa previdenziale, gli squilibri del sistema sono emersi proprio a causa della bassa crescita. La depressione economica è stata inoltre una delle principali cause del calo della natalità nel nostro paese. Dal 2011 il Pil italiano registra una crescita inferiore al 9%, mentre la Germania è cresciuta di quasi il 30%, la Francia del 19%, la Spagna del 16%. Si rileva inoltre che in Italia il tasso di rivalutazione del montante contributivo è agganciato al Pil e quindi, in assenza di crescita, le pensioni hanno registrato ulteriori, rilevanti decurtazioni.

La precarietà e la compressione salariale hanno contribuito in misura rilevante a decrementare il montante contributivo. La mancata crescita è da imputarsi anche alla carenza di domanda interna, dovuta al basso livello retributivo dei lavoratori italiani. L’Italia è l’unico paese europeo in cui i lavoratori guadagnano meno di 30 anni fa. Tra il 1990 e il 2020 i salari medi sono aumentati in Germania del 33,7%, in Francia del 31,1%, mentre in Italia il calo è stato del 2,9%. Nel 1990 i salari medi italiani erano al 7° posto in Europa, nel 2020 sono precipitati al 13° posto. Secondo i dati dell’OCSE, nel periodo pandemico tra il 2019 e il 2020, la contrazione salariale, in Francia del 3,2% e in Spagna del 2,9%, in Italia è stata del 6%, dovuta alle ore non lavorate e alla perdita di occupazione.

Il governo Draghi non è davvero innovativo, è solo la reincarnazione del governo Monti .

Verso la dissoluzione dello stato?

Le riforme di Draghi hanno come finalità la trasformazione strutturale dello stato. Si vuole infatti realizzare un processo evolutivo di riforme di stampo neoliberista che comportino la progressiva estraneazione dello stato dalla società civile. Allo stato sovrano subentrerà uno stato di stampo neoliberista, le cui strutture siano funzionali alle strategie di trasformazione messe in atto dalle oligarchie economiche e finanziarie globali. L’azione del governo Draghi non mira alla riforma dello stato ma alla sua dissoluzione.

In tale contesto è del tutto risibile millantare come un successo del G20 di Roma l’aver imposto ai giganti del web e dell’e-commerce una minimum tax del 15% a favore degli stati in cui vengano realizzati i loro profitti. Saranno invece i popoli a sostenere i costi della ristrutturazione economica digitale ed ambientale su scala globale. Afferma a tal riguardo Diego Fusaro: “Mi siano concesse alcune riflessioni rapsodiche intorno al G20 che si è svolto in questi giorni a Roma. A partire dall’essenza stessa del G20, esso è il ritrovo periodico nel quale il padronato cosmopolitico sans frontières e i suoi maggiordomi governativi senza anima si danno convegno in località di volta in volta diverse e con un obiettivo molto chiaro: fare il punto sulla loro agenda e sui loro interessi di classe al di là dell’interesse nazionale dei ceti medi e delle classi lavoratrici, al di là delle specifiche sovranità nazionali. Come sappiamo lo stato nazionale, al tempo della globalizzazione in cui sovrano è soltanto il mercato, diventa semplicemente uno strumento nelle mani dei gruppi dominanti, diventa una nuova forma di gestione dell’economia globale per il mezzo dei governi locali. Vorremmo dirlo con Michel Foucault, lo stato neoliberale è quello che governa non il mercato bensì per il mercato”.

Il lasciapassare e la società del controllo

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di Redazione

Di questi tempi la premessa è d’obbligo. Abbiamo più volte detto e scritto che noi cattolici tradizionalisti del Circolo Christus Rex- Traditio non siamo complottisti e non siamo assolutamente dei no vax. Sui vaccini la nostra posizione è in linea con il buon senso di tutti i principali istituti religiosi fedeli alla Tradizione della Chiesa, ovvero libertà di coscienza, raccomandando prudenza e attenzione. Non inventiamo nuovi comandamenti né nuovi precetti. Non abbiamo alcun approccio dogmatico in una materia su cui neanche la scienza ha univoche certezze. Osserviamo, però, che il trattamento mediatico nei confronti di coloro che esprimono lecite argomentazioni di dissenso, come quella che segue, e come quella che ha subito il premio Nobel Luc Montagnier, ci sembra indecente ed intollerante.

di Giorgio Agamben

Fonte: Giorgio Agamben – Intervento al Senato del 7 ottobre 2021

Mi soffermerò soltanto su due punti, che vorrei portare all’attenzione dei parlamentari che dovranno votare sulla conversione in legge del decreto.
Il primo è l’evidente – sottolineo evidente – contraddittorietà del decreto in questione. Voi sapete che il governo con un apposito decreto-legge, detto di “scudo penale”, n.44 del 2021, ora convertito in legge, si è esentato da ogni responsabilità per i danni prodotti dai vaccini. Quanto gravi possano essere questi danni risulta dal fatto che l’art.3 del decreto menziona esplicitamente gli art.589 e 590 del codice penale, che si riferiscono all’omicidio colposo e alle lesioni colpose.
Come autorevoli giuristi hanno notato, lo Stato non si sente di assumere la responsabilità per un vaccino che non ha terminato la fase di sperimentazione e tuttavia, al tempo stesso, cerca di costringere con ogni mezzo i cittadini a vaccinarsi, escludendoli altrimenti dalla vita sociale e, ora, con il nuovo decreto che siete chiamati a votare, privandoli persino della possibilità di lavorare.
È possibile immaginare una situazione giuridicamente e moralmente più abnorme? Come può lo Stato accusare di irresponsabilità chi sceglie di non vaccinarsi, quando è lo stesso Stato che per primo declina formalmente ogni responsabilità in merito alle possibili gravi conseguenze – ricordate la menzione degli art.589 e 590 del codice penale del vaccino?
Vorrei che i parlamentari riflettessero su questa contraddizione che configura a mio avviso una vera e propria mostruosità giuridica.
Il secondo punto sul quale vorrei attirare la vostra attenzione non riguarda il problema medico del vaccino, ma quello politico del lasciapassare, che non deve essere confuso con quello (abbiamo fatto in passato vaccini di ogni tipo, senza essere obbligati a esibire un certificato per ogni nostro movimento). È stato detto da scienziati e medici che il lasciapassare non ha in sé alcun significato medico, ma serve a obbligare la gente a vaccinarsi. Io credo invece che si possa e si debba affermare anche il contrario, e cioè che il vaccino sia in realtà un mezzo per costringere la gente ad avere un lasciapassare, cioè un dispositivo che permette di controllare e tracciare in misura che non ha precedenti i loro movimenti.
I politologi sanno da tempo che le nostre società sono passate dal modello che si usava chiamare “società di disciplina” a quello delle “società di controllo”, fondate su un controllo digitale virtualmente illimitato dei comportamenti individuali, che divengono così quantificabili in un algoritmo. Ci stiamo ormai abituando a questi dispositivi di controllo – ma fino a che punto siamo disposti ad accettare che questo controllo si spinga? È possibile che i cittadini di una società che si pretenda democratica si trovino in una situazione peggiore di quella dei cittadini dell’Unione sovietica di Stalin? Voi sapete che i cittadini sovietici erano tenuti a esibire una “propiska” per spostarsi da una paese all’altro, ma noi dobbiamo farlo anche per andare al cinema o al ristorante – e ora, cosa ben più grave, per recarci sul luogo di lavoro. E come è possibile accettare che, per la prima volta nella storia d’Italia dopo le leggi fasciste del 1938 sui cittadini non ariani, vengano creati dei cittadini di seconda classe, che subiscono restrizioni che dal punto di vista strettamente giuridico – sottolineo giuridico –, non hanno nulla da invidiare a quelle previste in quelle infauste leggi?
Tutto fa pensare che i decreti-legge che si susseguono l’uno all’altro quasi emanassero da una sola persona vadano inquadrate in un processo di trasformazione delle istituzioni e dei paradigmi di governo tanto più insidioso in quanto, com’era avvenuto per il fascismo, si compie senza alterare il testo della costituzione. Il modello che viene così progressivamente eroso e cancellato è quello delle democrazie parlamentari, con i loro diritti e le loro garanzie costituzionali e al loro posto subentra un paradigma di governo in cui , in nome della biosicurezza e del controllo, le libertà individuali sono destinate a subire limitazioni crescenti.
La concentrazione esclusiva dell’attenzione sui contagi e sulla salute impedisce infatti di percepire la Grande Trasformazione che si sta compiendo nella sfera politica e di rendersi conto che, come gli stessi governi non si stancano di ricordarci, la sicurezza e l’emergenza non sono fenomeni transitori, ma costituiscono la nuova forma della governamentalità.
In questa prospettiva è più che mai urgente che i parlamentari considerino con estrema attenzione la trasformazione in corso, che alla lunga è destinata a svuotare il parlamento dei suoi poteri, riducendolo, come sta ora avvenendo, ad approvare in nome della biosicurezza decreti che emanano da organizzazioni e persone che col parlamento hanno ben poco a vedere.

 

La Corte Europea dei diritti condanna l’Italia, “violato il giusto processo”

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QUINTA COLONNA

Scritto e segnalato da Antonio Amorosi

Imprenditore catanese chiede giustizia alla Cassazione ma per la Corte il suo ricorso è inammissibile. Interviene la CEDU, il caso

Muore mentre aspetta giustizia, con altri. La Corte Europea dei diritti dell’uomo dice che aveva diritto a presentare ricorso. La Cassazione lo aveva considerato inammissibile.

La Corte Europea dei diritti dell’uomo condanna l’Italia per violazione dei principi del giusto processo. Nella sentenza 55064 del 28 ottobre scorso la Corte Europea riscontra che la Cassazione attribuisca un peso sproporzionato agli atti formali, a scapito della sostanza. I criteri previsti dal codice italiano per i ricorsi in Cassazione sono eccessivamente formali, con conseguente violazione dell’art. 6/1 della CEDU (Convenzione europea dei diritti dell’uomo).

La Suprema Corte di Cassazione, rappresenta il giudice di legittimità di ultima istanza delle sentenze emesse dalla magistratura ordinaria: in sostanza si presenta ricorso per errori di diritto. Presentare un ricorso in Cassazione richiede degli avvocati abilitati ed è complesso. Però anche se l’ammontare del lavoro in Cassazione incide sul funzionamento dei ricorsi, questi non devono essere interpretati in modo troppo formale, limitando il diritto di accesso e incidendo così sulla sostanza di questo diritto che ha il cittadino.

Il caso. La persona che presenta ricorso è il gestore di un’impresa commerciale di Catania. A novembre 2003 il proprietario dei negozi che erano stati affittati alla persona notifica una domanda di sfratto. A marzo 2008, il Tribunale di Catania ordina la risoluzione del contratto di affitto, con l’ordine di lasciare i locali. A ottobre 2009, la Corte d’Appello di Catania conferma la sentenza. Ma a marzo 2010 la persona presenta ricorso alla Cassazione, esponendo in circa una cinquantina di pagine una sintesi dell’oggetto della controversia e dello svolgimento del procedimento, indicando i motivi del ricorso e la motivazione della sentenza impugnata, con i reperti e i documenti correttamente presentati. Ma la Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso. Da qui la presentazione di un ulteriore ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’uomo che il 28 ottobre scorso si esprime in favore del ricorrente. Per la Cassazione, invece, questi non aveva indicato, per ciascun motivo, le ipotesi di ricorso. Ma secondo i giudici di Strasburgo i criteri erano stati sufficientemente rispettati. 

L’uomo intanto è deceduto. I suoi eredi e chi ricorreva con lui sono però andati avanti.
La prima sezione della CEDU, composta dal presidente Ksenija Turković e dai giudici Péter Paczolay, Alena Poláčková, Gilberto Felici, Erik Wennerström, Raffaele Sabato, Lorena Schembri Orland, e Renata Degener, cancelliere di sezione, hanno deciso che per questo motivo l’Italia dovrà risarcire l’uomo con 9.600 euro più qualsiasi imposta che potrebbe essere dovuta su tale somma. 

Secondo i giudici di europei “anche se il carico di lavoro della Corte di Cassazione descritto dal governo rischia di porre difficoltà all’ordinario funzionamento del trattamento dei ricorsi”, il diritto alla giustizia non può essere limitato, cioè “non devono essere interpretate in modo troppo formale per limitare il diritto di accesso a un tribunale in modo tale o in misura tale da incidere sulla sostanza stessa di tale diritto”.

La sentenza non riguarda il solo caso del dirigente catanese. La Corte Europea ha infatti  rilevato un intervento rispetto alla legittimità per tre diversi ricorsi, per un totale di otto ricorrenti. Negli altri due ricorsi però, oltre quello dell’uomo, i giudici europei non hanno ravvisato la violazione come nel caso del gestore dell’impresa catanese: nel primo “l’indicazione degli atti del giudizio nel merito era irregolare poiché, per ogni passaggio citato, mancava il rinvio agli atti originari richiesti dalla giurisprudenza interna”, e nel secondo l’avvocato dei ricorrenti “si è limitato a trascrivere gran parte dell’esposizione dei fatti della sentenza della Corte d’appello, le conclusioni dei ricorrenti in appello, parte dell’impugnazione”, come motivazione e dispositivo della sentenza della Corte d’Appello.

Fonte: https://www.affaritaliani.it/cronache/corte-europea-diritti-uomo-condanna-italia-violato-giusto-processo-il-caso-765666.html

Webinar su eutanasia e fine vita

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Segnalazione dell’Associazione Pro vita & Famiglia

In diretta live su Facebook e Youtube di Pro Vita & Famiglia il Webinar “Eutanasia e sucidio assistito. Alleviare o sopprimere? Restiamo Umani!”, martedì 9 novembre alle ore 21.

Intervengono: Massimo Gandolfini, presidente dell’Associazione Family Day e professore in Neurochirurgia; Filippo Vari, vicepresidente del Centro studi Livatino e professore ordinario di Diritto Costituzionale; Susanna Bo, scrittrice. Modera l’incontro Jacopo Coghe, vicepresidente di Pro Vita & Famiglia.

Sarà possibile seguire il Webinar in diretta collegandosi già qualche minuto prima delle 21 di martedì 9 novembre ai seguenti link:

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