Pellegrinaggio 2021 dell’IMBC a Loreto
Segnalazione del Centro Studi Federici
Segnalazione del Centro Studi Federici
di Francesca Totolo
Roma, 5 nov — Un Matteo Bassetti in versione festaiola, circondato da una comitiva di amici su di giri — rigorosamente assembrati e senza mascherina — mostra, messo di schiena, il retro una maglietta decisamente autocelebrativa: «Bassetti Corona Buster», che rifà il verso al logo dei Ghostbusters. La fotografia sarebbe stata pubblicata dallo stesso professore ordinario di Malattie infettive dell’Università di Genova nelle storie del proprio profilo Instagram lo scorso 28 ottobre.
Insomma: proprio Matteo Bassetti, il moralizzatore pandemico che da un anno e mezzo dà lezioni agli italiani sull’importanza di distanziamento, mascherine al chiuso e comportamenti responsabili, sarebbe il primo a non rispettare le stesse regole con cui quotidianamente ci martella sui media nazionali. Indossando, ironicamente, una maglietta che attesterebbe il proprio impegno nella lotta al coronavirus.
Raggiunto via sms, alla richiesta di chiarimenti Bassetti ha risposto in maniera che definire «evasiva» è un eufemismo. Alla domanda «eravate in un locale al chiuso?» — domanda più che legittima perché l’ambiente immortalato nella foto non fa effettivamente pensare a un luogo all’aperto — prima risponde «no»; poi si rifiuta di fornire il nome del locale in cui si svolgevano i festeggiamenti con un elegante «sono fatti miei». Il che non corrisponde esattamente al vero:
sono anche fatti degli italiani, dopo due anni di lezioni morali televisive a ogni ora del giorno e in qualsiasi salsa. Culminate nella proposta, avanzata da Bassetti, di istituire lockdown per non vaccinati, ben sapendo che anche i vaccinati sono in grado di contagiare e ammalarsi.
A quanto pare, quindi, la pandemia ha — tra le varie cose — divaricato maggiormente il solco tra una ristretta élite di superstar che si concedono gran parte di quei comportamenti che poi in pubblico invece condannano, mentre la gente comune è sempre più costretta a ossequiare limitazioni di ogni genere. Una sorta di Marchese del Grillo all’ennesima potenza, «io sono io e voi non siete…», trasformato in policy sanitaria.
Francesca Totolo
Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/bassetti-festaiolo-senza-distanziamento-213435/
di Ferdinando Bergamaschi
Cop26: fermare entro il 2030 la deforestazione. È il primo obiettivo concreto e immediato raggiunto alla conferenza Onu sul clima che si è appena conclusa a Glasgow. Il principale successo delle due giornate scozzesi dedicate al vertice da capi di Stato e di Governo.
Soprattutto per questo risultato il premier britannico Boris Johnson ha potuto parlare di “cauto ottimismo”. E un altro (mezzo) passo avanti lo rappresenta anche il piano sponsorizzato da Usa e Ue, a cui hanno aderito un centinaio di Paesi, per ridurre del 30% le emissioni di metano in dieci anni. A questo piano peraltro hanno voluto dare il loro contributo economico anche privati quali Jeff Bezos e l’Ikea.
Il vertice tuttavia ha prodotto per ora risultati soltanto parziali sulla questione chiave del contenimento delle emissioni nocive che alimentano la minaccia dei cambiamenti climatici. Vi è ancora un certo tasso di ambiguità riguardo all’impegno a mantenere l’innalzamento delle temperature del globo entro il tetto di 1,5 gradi in più rispetto all’era pre-industriale. Un’ambiguità dettata soprattutto dai tempi non certi per passare dalle parole ai fatti.
“Abbiamo fatto molto, ma molto resta ancora da fare”, ha sintetizzato il presidente Usa Joe Biden, in particolare riguardo alla deforestazione. Boris Johnson gli ha fatto eco, dicendo che è arrivata l’ora di mettere fine già in questo decennio alla sistematica “devastazione” di alberi per milioni di ettari. “Cattedrali della natura che permettono il respiro della Terra”, per usare l’espressione del premier britannico.
Il piano contro la deforestazione è stato condiviso dalle 110 Stati che hanno preso parte alla Cop26. Ed è legato alla promessa di finanziamenti da 14 miliardi di sterline (19,2 miliardi di dollari): 8,7 coperti da fondi pubblici, 5,3 da investimenti privati. Impegni destinati ad andare anche a beneficio di “popolazioni indigene e comunità locali” che di quelle foreste sono “custodi”.
Anche le nazioni più recalcitranti hanno dato il loro assenso. Tra queste la sterminata Russia di Vladimir Putin, l’Indonesia, il Congo, la Colombia e il Brasile di Jair Bolsonaro. Proprio quest’ultimo che si è guadagnato negli anni del suo mandato l’ostilità della gente india e di molti altri, avendo accresciuto, non certo attenuato, il disboscamento senza tregua della colossale selva pluviale amazzonica.
Un altro punto che può essere considerato positivo, e che alimenta il cauto ottimismo del premier britannico, riguarda il taglio delle emissioni di metano. Usa e Ue annunciano d’aver portato a 100 il numero di Paesi (pari al 70% del Pil mondiale) incoraggiati ad aderire all’obiettivo di un taglio di queste emissioni del 30% entro il 2030 rispetto a quelle del 2020.
Un passo però da cui restano fuori al momento diversi grandi produttori di gas, dal mondo arabo alla Russia, a Cina e India, tenuto conto che è comunque l’allevamento zootecnico e non l’oil&gas il settore produttivo che produce più metano (il 30% contro il 25% del totale). Gli autoesclusi sono sostanzialmente gli stessi Paesi orientati a considerare una scadenza più lunga della metà del secolo per raggiungere l’obiettivo di emissioni zero. Pechino e Mosca parlano del 2060, New Delhi addirittura del 2070.
E proprio quest’ultima considerazione rende problematico definire tout court un successo la Cop26. Sono stati fatti, è vero, senz’altro dei passi in avanti; e vi è motivo per nutrire “cauto ottimismo”, se non altro per l’importantissimo asse Ue-Usa che si è andato consolidando nell’affrontare con spirito costruttivo l’emergenza climatica. Ma d’altra parte non si può non vedere come Cina e India e in parte anche Russia remino ad una velocità ben più lenta rispetto all’asse occidentale.
A questo proposito sono emblematiche le parole molto severe pronunciate da Biden nei confronti del colosso cinese: “Xi Jinping ha fatto un grande errore a non venire né al G20 né alla Cop26 e mi aspetto che la Cina segua le regole come tutti”. Aggiungendo: “La Cina non può pretendere di avere un ruolo globale se non si impegna con la comunità internazionale per il cambiamento climatico”.
Non si tratta di un dettaglio che Pechino sia così tiepida rispetto alla questione climatico-ambientale. Infatti la Cina è responsabile di oltre un quarto delle emissioni globali (l’equivalente di 14,1 miliardi di tonnellate di CO2) e inoltre dipende dal carbone per il 60% del suo mix energetico (si arriva all’87% assieme agli altri combustibili fossili).
Quel che è certo è che la transizione ecologica, come ha ammonito anche Papa Francesco, è fondamentale e urgente; ed è la condizione basilare perché l’umanità – e non solo l’economia – abbia un futuro.
“Possiamo parlare di vergognoso linciaggio mediatico nei confronti di Sigfrido Ranucci, per aver posto degli interrogativi sulla terza dose e uno studio del Niguarda di Milano sulla protezione anticorpale. Chiunque muova critiche, per quanto circostanziate e motivate siano, alla “dottrina vaccinista” viene posto fuori dal dibattito pubblico – dice Matteo Castagna, Responsabile Nazionale di Christus Rex – e uno dei giornalisti che ha speso l’estate a girare l’Italia per parlare della “libertà di stampa e di informazione” viene messo sul banco degli imputati dai soloni del mainstream. Il Sistema giacobino vuole ghigliottinare i ricercatori senza padroni e paraocchi? In fondo l’ha sempre fatto, ma sembra che con Ranucci, ma anche con Mario Giordano, che non sono certamente sulla stessa linea di pensiero politico, si stia oltrepassando il limite, trasversalmente. La democrazia italica del 2021 manda al confino chi è fuori dal coro. Ma di cosa hanno paura?”
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Roma, 2 novembre 2021 – Sulla trasmissione tv Report di Sigfrido Ranucci tornano i riflettori della politica. Il servizio su vaccini e terza dose andato in onda ieri sera non è piaciuto a ad una larga fetta di parlamentari. A cominciare da quelli del Pd che si appellano ai vertici della Comissione di Vigilanza Rai chiedendo “un chiarimento” sui contenuti dell’inchiesta a firma di Samuele Bonaccorsi e Lorenzo Vendemiale.
“Su Report è andato in onda un lungo compendio delle più irresponsabili tesi No Vax e No Green Pass – si legge nell’interrogazione a firma dem -. Sedicenti infermieri, irriconoscibili e coperti dall’anonimato come se si trattasse di pentiti di mafia, che affermano di essersi infettati per responsabilità delle aziende farmaceutiche”.
E ancora: “Un sedicente ‘collaboratore del Comitato Tecnico Scientifico’, anch’egli irriconoscibile e anonimo, che denuncia la totale imperizia dell’organismo su cui poggiano le decisioni politiche a tutela della salute pubblica dall’inizio della pandemia. Dubbi sull’efficacia dei vaccini, perplessità sulla durata della copertura degli anticorpi, affermazioni del tutto campate in aria sulla ‘larga frequenza di effetti collaterali’ dopo la somministrazione del vaccino anti Covid, speculazioni dietrologiche sul ‘grande business della terza dose‘ detenuto da ‘multinazionali del farmaco’ concentrate solo a ‘accumulare enormi profitti con la perdita di efficacia della terza dose’, dubbi sulla efficacia del Green Pass e della sua eventuale estensione”.
Covid, si torna a parlare di obbligo vaccinale
La critica stavolta è bipartisan. Da Forza Italia arriva il commento di Andrea Ruggieri, deputato e membro della commissione di Vigilanza Rai. “Mi spiace ascoltare da Report la lagna qualunquista per cui ‘il vaccino è il business delle case farmaceutiche’, che per inciso hanno salvato il mondo. Mi spiace perché Report è la seguitissima trasmissione di un’azienda che dovrebbe esaltare il progresso scientifico e i suoi benefici anziché offrire argomenti agli scettici verso la bontà del vaccino”.
Si fa sentire anche Matteo Renzi, già in polemica con Report per un altro servizio che lo coinvolge: “In queste ore ricevo l’ennesimo attacco di Report. Non il primo, non l’ultimo. Per giudicare questa trasmissione mi bastano queste parole del conduttore Ranucci ieri: la terza dose è il business delle case farmaceutiche. Il vaccino non è un business, il vaccino per me è la salvezza dal coronavirus. Report non fa servizio pubblico, tutto qui”. CONTINUA SU: https://www.quotidiano.net/politica/report-vaccini-covid-1.6988874
IL PUNTO
di Gianfranco Amato
I giornalisti del “Washington Post” hanno notato come l’Italia si sia «spinta in territorio inedito per le democrazie occidentali». Una vera e propria sperimentazione da laboratorio.
Strano Paese l’Italia. Da più di due anni si trova sotto la grigia cappa di uno stato d’eccezione a tempo indeterminato, in cui sono sospese o limitate alcune fondamentali garanzie costituzionali e diversi diritti fondamentali dell’uomo, tra cui quello di circolare, di riunirsi, di lavorare, di celebrare il culto. Gli italiani sono riusciti persino a familiarizzare con termini come lockdown, coprifuoco, green pass, sanificazione.
La cosa buffa è che tutti coloro i quali hanno osato sollevare dubbi sulla legittimità di tale situazione e hanno denunciato il fatto che l’Italia sia diventata un laboratorio in cui sperimentare gli effetti della contrazione dei diritti, sono stati prima derisi e poi brutalmente additati al pubblico ludibrio. Secondo i pretoriani del Potere, sarebbe semplicemente assurdo parlare di “dittatura”, di “deriva totalitaria”, di “sperimentazione dispotica”, di “rischi di tirannia”.
Persino quando a denunciare tali rischi sono state due delle poche teste pensanti ancora in circolazione, Giorgio Agamben e Massimo Cacciari, si è alzata una invereconda canea contro costoro ed è partito un vero e proprio linciaggio mediatico.
Peccato che quello che i trinariciuti italiani non riescono a scorgere, è invece ben visibile a 7.000 chilometri di distanza, dall’altra parte dell’Oceano. Lo hanno capito, infatti, i giornalisti del “Washington Post” che, per chi non lo sapesse, è il più antico e diffuso quotidiano della capitale statunitense, di area liberal-democratica, e non certo su posizioni no-vax o negazioniste. Proprio quel quotidiano fondato da Stilson Hutchins nel 1877 ha recentemente pubblicato un articolo dal titolo L’Italia inizia a far rispettare uno degli obblighi vaccinali per i lavoratori più severi al mondo, rischiando un contraccolpo.
I giornalisti del “Washington Post”, infatti, hanno notato come l’Italia si sia «spinta in territorio inedito per le democrazie occidentali». Una vera e propria sperimentazione da laboratorio, dovuta al fatto che sia stato imposto «uno degli obblighi vaccinali nei confronti dei lavoratori più severo al mondo». Che si tratti di una sperimentazione non limitata all’Italia, lo evidenziano gli stessi giornalisti quando scrivono: «Il premier Mario Draghi ha persino suggerito la possibilità di essere il primo Paese al mondo a introdurre l’obbligo universale del vaccino, una mossa che andrebbe oltre le misure adottate sino ad ora».
Del resto, scrive sempre il “Washington Post”, «l’Italia è stata la prima democrazia occidentale ad imporre il lockdown duro, l’obbligo di vaccinazione per i lavoratori della sanità e ora l’obbligo di green pass per tutta la popolazione sul luogo di lavoro». E il fatto è che – sempre secondo i giornalisti statunitensi – «nell’ultimo anno e mezzo, l’Italia ha regolarmente messo in atto misure che inizialmente sembravano azzardate, ma poi hanno attirato imitatori». Nel “Laboratorio Italia” si prova quello che poi si «imita» negli altri Paesi.
Ora saremmo nella fase in cui si sperimenta la prova di resistenza del livello democratico. Scrivono, infatti, i giornalisti del “Washington Post”: «L’Italia si trova in una nuova fase, quella di provare a capire che cosa significhi vivere con il virus, e quale sia il livello di controllo che la società è disposta ad accettare». Il test viene applicato creando diversi livelli di libertà.
Si legge, infatti, nell’articolo: «Mentre il governo italiano ha elaborato le nuove misure in nome della sicurezza, gli obblighi imposti stanno anche iniziando a separare la società in diversi livelli di libertà, in un modo che poteva sembrare inverosimile un anno fa». «La nuova società», prosegue il “Washington Post”, «è quella in cui i vaccinati riprendono le loro vite, e i non vaccinati affrontano una scelta: o vengono vaccinati, o rischiano di perdere il loro stipendio, oltre ad essere privati della possibilità di cenare al ristorante in un locale chiuso, di partecipare a un concerto, di vedere un film o di salire a bordo di un treno ad alta velocità».
Una vera e propria forma di discriminazione. Curioso che questo passi come la cosa più normale del mondo secondo molti esponenti politici, rappresentanti di organizzazioni sindacali, intellettuali, militanti per i diritti civili, giornalisti, conduttori di talk show, artisti, cantanti, youtuber, e influencer, i quali proprio in Italia si stiano stracciando le vesti per la mancata approvazione del DDL Zan contro le discriminazioni in materia di orientamento sessuale e cosiddetta identità di genere. Nessuno di costoro ha la minima percezione che la più grande discriminazione dal 1938 ad oggi nel nostro Paese stia in realtà avvenendo proprio nell’ambito del lavoro.
Eppure continuano a rivendicare, in difesa dei diritti degli omosessuali/transessuali/transgender, quella Costituzione che loro definiscono «la più bella del mondo». Evidentemente, però, come non hanno letto il testo del disegno di legge Zan, così non hanno letto la Carta fondamentale. Dovrebbero farlo, cominciando proprio dall’art.1, primo comma, il quale recita: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro».
Persino in America si sono accorti che questa repubblica democratica si sta spaccando, proprio sul lavoro, in «different tiers of freedom», diversi livelli di libertà, creando precedenti di discriminazione pericolosi per le democrazie occidentali. Qualcuno, anche a livello politico-istituzionale, oltre ai post di Fedez, dovrebbe leggere anche quello che scrive la stampa estera preoccupata per l’Italia.
“L’ipocrisia è il denominatore comune di tutte le battaglie sinistre degli ultimi decenni – dice il nostro Responsabile Nazionale Matteo Castagna – soprattutto quelle per ciò che loro chiamano “diritti”. E’ incredibile vedere e sentire invasati sputare solo veleno e incitare alla violenza contro coloro che vengono accusati di covare odio, solo perché la pensano in modo differente”.
Il cortocircuito è servito: quelli che chiedono una legge contro l’odio, più precisamente il ddl Zan, scendono in piazza e seminano odio. Lo dimostrano le immagini esclusive mandate in onda ieri sera a Quarta Repubblica.
Il 28 ottobre a Roma un gruppetto di ragazzi a favore del disegno di legge sull’omofobia ha intonato canti tutt’altro che pacifici: “La nonna partigiana ce l’ha insegnato, uccidere un fascista non è reato“. E ancora: “Lo aspetti sotto cosa e poi lo lasci lì, l’autodifesa si fa così”. Infine: “Fascio stai attento, ancora fischia il vento”. Dal corteo democratico si sono innalzati pure “educatissimi” (si fa per dire) slogan rivolti agli avversari politici: “Pillon, Pillon, vaffanc…”, “Renzi, Renzi, vaffanc…” e “lega Salvini e lascialo legato”. Non proprio quello che si dice “amore” e “rifiuto della violenza”.
da Quarta Repubblica del 1 novembre 2021
VEDI IL VIDEO IN: https://www.nicolaporro.it/uccidere-un-fascista-non-e-reato-in-piazza-lodio-dei-fan-del-ddl-zan/
Scritto e segnalato da Emilio Giuliana
Il recensore dell’articolo in esame (che non si firma) (https://www.ladige.it/cultura-e-spettacoli/2021/10/23/l-italia-che-dimentica-il-proprio-colonialismo-e-crede-alle-bufale-sulle-opere-costruite-per-gli-africani-1.3034149?fbclid=IwAR010LwcHdBYpNd-e5aPwyyKPATn55F-ysDYDQbQ_Ah5WWhEDxIHgfUG8SY), e l’intervistato, il laureato in storia Francesco Filippi, anti fascisti per caso, si sono ficcati in cul de sac, denigrando in modo più ridicolo, comico e dilettantistico di Angelo Del Boca, il colonialismo italiano, “fenomeno” che il governo fascista ha ereditato, come lascito di quelle forze massoniche liberal democratiche che hanno governo miseramente l’Italia e le colonie, prima della loro sconfitta elettorale, che li ha estromessi per venti anni dal servire logiche ed interessi internazionali privati, ed ingrossare i loro portafogli a scapito dell’Italia e degli italiani, identicamente come accade dal 25 aprile 1945.
Il “giornalista” anonimo con sarcasmo, riporta le recenti parole di Vittorio Sgarbi, il quale ha asserito che <<il fascismo ha fatto “anche” cose buone, ad esempio all’Asmara>>. Sgarbi, ha commesso un solo errore, aggiungere al suo pensiero, l’avverbio di modo “anche”, infatti il fascismo ha fatto cose buone, certamente perfettibile, ma ha fatto senz’altro cose buone, così come asserito da insospettabili personaggi di rilievo nazionale e mondiale; in tal senso l’ebrea comunista Margherita Hack: “Quello che ha ottenuto il fascismo in campo sociale oggi ce lo sogniamo. Non si trattava solo dei treni in orario. Assegni familiari per i figli a carico, borse di studio per dare opportunità anche ai meno abbienti, bonifiche dei territori, edilizia sociale. Questo perché solo dieci anni prima Mussolini era in realtà un Socialista marxista e massimalista che si portò con sé il senso del sociale, del popolo“.
“Le dirò –prosegue la Hack– il fascismo modernizzò il paese. Resta una dittatura, ma anche espressione d’italianità. Bisognerebbe fare un’analisi meno ideologica su questo” (Marzo 2013 Barricate).
Andrea Camilleri: Io, sotto il fascismo, ero più libero di quanto voi lo siete adesso – Festival di Roma 2010
Carlo Lizzani: nel fascismo la cultura non subiva tagli, anzi era valorizzata al massimo dal regime anche con risultati a volte davvero straordinari. Basti pensare alla Mostra del Cinema di Venezia e anche all’attuale Centro Sperimentale di Cinematografia. L’equazione fascismo uguale reazione è sbagliata perché fa pensare a un’impossibilità di recupero e invece i processi messi in moto dal fascismo erano anche di modernizzazione. Per noi ragazzi si aprirono le porte di pubblicazioni come Primato, con Bottai e altri gerarchi che offrivano la possibilità ai giovani di scrivere per le principali riviste. Il Centro sperimentale di cinematografia, un’invenzione fascista, proiettava i film sovietici. Ci sentivamo promossi come nessun’altra generazione prima di noi. Le parole d’ordine erano “largo ai giovani” e “la borghesia la seppelliremo”, mentre i nostri padri venivano da società gerontocratiche, bloccate. I Littoriali erano grandi gare giovanili che davano ai diciottenni l’opportunità di viaggiare, uscire di casa, sentirsi autonomi rispetto alla famiglia e ai canoni borghesi.
Enzo Biagi: Mussolini è stato un gigante; considero la sua carriera politica un capolavoro. Se non si fosse avventurato nella guerra al fianco di Hitler, sarebbe morto osannato nel suo letto. Il popolo italiano era soddisfatto di essere governato da lui: un consenso sincero.
Gaetano Salvemini, anti fascista, scrisse: <L’Italia è diventata la Mecca degli studiosi della scienza politica, di economisti, di sociologi, i quali vi si affollano per vedere con i loro occhi com’è organizzato e come funziona lo Stato corporativo fascista >.
Lo storico ebreo comunista Renzo De Felice è stato molto chiaro, lo si capisce senza possibilità di confusione nella citazione che segue: tutto quanto detto e scritto sul fascismo e resistenza è falso perché la sinistra politica ha nascosto tante verità, tanti delitti, tante vergogne partigiane.
Anche da oltre Oceano giunsero segni di apprezzamento per l’opera messa in atto dall’Italia del Ventennio.
John Patrick Diggins, autore del libro “L’America, Mussolini e il Fascismo“, a pag. 45, ha scritto: “Negli anni Trenta lo Stato corporativo sembrò una fucina di fumanti industrie. Mentre l’America annaspava, il progresso dell’Italia nella navigazione, nell’aviazione, nelle costruzioni idroelettriche e nei lavori pubblici, offriva un allettante esempio di azione diretta di pianificazione nazionale. In confronto all’inettitudine con cui il Presidente Hoover affronto la crisi economica, il dittatore italiano appariva un modello di attività (…)”.
Il comunista Renzo De Felice: “La liberale e antifascista ‘Nation’ arrivava ad auspicare un Mussolini anche per gli Stati Uniti”.
L’inglese Michael Shanks, economista di vasta esperienza internazionale, già direttore della Commissione Europea degli Affari Sociali, nonché Presidente del Consiglio dei Consumi, indica nel suo libro “What’s wrong with the modern world?” lo Stato Corporativo di Mussolini come l’unico metodo per uscire dalli crisi.
Il Regime fascista nel suo “programma politico e sociale per l’ammodernamento e l’industrializzazione del Paese”, come osservato anche dal politologo e storico statunitense James Gregor, non poteva eludere una globale politica previdenziale. La competenza dell’INPS andava dall’invalidità e vecchiaia alla disoccupazione, dalla maternità alle malattie.
Disse Claude Ferrere, a proposito dell’uccisione di Benito Mussolini e dell’animalesco ludibrio di Piazzale Loreto, che «Alcuni italiani si sono vendicati di un Capo troppo grande per loro, le cui stesse benemerenze apparivano troppo gravose. E tutti i governanti d’Europa, anche se non osarono approvare apertamente, gioirono in segreto. Dinanzi a quell’uomo erano afflitti da un complesso di inferiorità insopportabile, come era accaduto tempo prima con Napoleone. Duemila anni prima per le stesse ragioni era stato ucciso Giulio Cesare».
Franklin Delano Roosevelt: Mussolini deve passare alla storia come il costruttore di una migliore forma di convivenza fra i popoli.
Winston Churchill: Così finirono i ventuno anni della dittatura di Mussolini in Italia durante i quali egli aveva salvato il popolo Italiano dal Bolscevismo per portarlo in una posizione in Europa quale l’Italia non aveva mai avuto prima… Le grandi strade che egli tracciò rimarranno un monumento al suo prestigio personale e al suo lungo governo.
In Italia ed in occidente in generale, il metro di misura per stabilire e attribuire a studiosi il titolo di storico è determinato da quanto siano antifascisti e antitradizionali, animati da uno spirito d’odio verso la cultura e tradizione ellenico romano; non sfugge a tale auto ideologico referenziale meccanismo Francesco Filippi da Levico.
Italiani brava gente non era semplicemente un modo dire, ma un dato di fatto, con buona pace dei capziosi detrattori del popolo italico. Cosa assai strana per i sinistri e il politically correct, ammettere (qualora vi fosse in loro la volontà d’informarsi) che gli italiani si dimostrarono ancor più umanamente bravi e buoni durante il governo monarchico fascista. l’assioma fascismo / bontà è il frutto di una visione del mondo tradizionale, quel mondo che riprendeva i principi nobili etici e morali della civiltà ellenica romana, plasmata da due mila anni di cristianesimo.
Ad onore del vero, se ci furono degli italiani che si distinsero per cattiveria furono sinistrati risorgimentali, Fiorenzo Bava Beccaris, Nino Bixio, Francesco Crispi, che non esitarono a far sparare e sparare contro persone inermi ed innocenti; socialisti prima e comunisti dopo biennio rosso. In merito alla brutalità disumana bolscevica nostrana riporto alcune testimonianze. Ammette il politologo Domenico Settembrini: <Il ricorso alla violenza all’interno alla sinistra nelle campagne italiane risale agli anni della prima guerra, quando tra i repubblicani, che avevano la loro base in mezzo ai mezzadri, e i socialisti, che reclutavano forze soprattutto tra i braccianti, non erano infrequenti in certe zone le risse, gli assassini a tradimento e talvolta rudimentali spedizioni punitive a scopo di vendetta>. Zumino Pier Giorgio, La questione cattolica nella sinistra italiana, pagg. 31-33: <Non va però dimenticato che la CGL, usava fare pressione sugli industriali perché licenziassero gli operai cattolici che rifiutavano di iscriversi a quel sindacato, richiesta a cui gli industriali ottemperavano, perché come osservò un funzionario in una comunicazione a Giolitti, quelli cattolici rappresentano di fronte agli operai appartenenti alle leghe rosse una proporzione come di uno a cento>. Sistematiche le violenze perpetrate a danno di militari che avevano già tanto sofferto nelle trincee, violenze che si verificarono principalmente nelle grandi città. Sarebbe bene ricordare anche quel che si verificò tra il 10 e il 15 aprile 1919 a Roma e a Milano, quando socialisti e anarchici scesero in piazza con l’intento di dimostrare che le forze bolsceviche dominavano ormai la piazza. Anche se in quei giorni di aprile il fascismo come forza organizzata non esisteva ancora, tuttavia la manifestazione rossa fece esplodere il fenomeno fascista. A luglio del 1919 i socialisti scatenarono una serie di violenze che provocarono ventisei morti, oltre trecento feriti e il saccheggio di 1200 negozi. Sempre in quell’anno vennero costituiti i Soviet. In Val Bisenzio addirittura venne proclamata una Repubblica sovietica. A giustificazione del saccheggio dei negozi, sull’Avanti! del 5 luglio si poteva leggere: <Le merci sono del popolo, prodotte dal sudore del popolo e ad esso ritornano per il potere di una forza contro la quale nessuno può reagire (…)>. Il movimento insurrezionale, appunto sulla falsariga di quella di Mosca, si sviluppò a Forlì dove venne emesso il primo decreto del Soviet, Milano, Genova, Torino hanno fatto seguito. Il Corriere della Sera del 7 luglio riporta: <Violente scene di saccheggio si sono verificate oggi a Torino (…). Particolarmente prese di mira, oltre parecchie salumerie e negozi di uova e pollame, furono le rivendite di calzature, specie le più eleganti del centro (…)>. A questi atti, che ormai erano di prassi quotidiana, il 20 e 21 luglio fu organizzato uno sciopero generale in segno di solidarietà verso i compagni rivoluzionari russi e ungheresi che si concluse con disordini e pestaggi.
Antonio Falcone nella rivista Storia e Verità: <In un certo senso si può dire che i fascisti la violenza non tanto la imposero quanto la subirono. Lo dimostra il numero dei loro caduti, che fu di gran lunga superiore a quello degli avversari>. Lo scrittore antifascista Gaetano Salvemini nel suo volume Scritti sul Fascismo, a pag. 38 annota: <Tanta violenza poteva aver luogo per l’incapacità delle forze dell’ordine e della magistratura e dallo strapotere tracotante e capriccioso dei sindacati rossi>. Scrive Giorgio Bocca (Mussolini socialfascista) che il fascismo fu violento e sopraffattore, ma lo fu perché trovò davanti a sé una sinistra antidemocratica, violenta, autoritaria e sopraffattrice. Ancora più interessante quanto ha scritto Percival Phillips, corrispondente del Daily Mail che visse in quegli anni in Italia: <Essi (i fascisti) combatterono il terrore rosso con le stesse armi. Compivano rappresaglie che turberebbero quei pacifisti che volevano la pace a tutti i costi. Ai sistemi di Mosca risposero con i sistemi fascisti. Di certo non imitarono i sistemi comunisti, di gettare vivi gli uomini negli alti-forni, come fu deciso a Torino da un tribunale rosso composto in parte da donne, né torturarono i prigionieri come fecero in altre parti d’Italia i seguaci di Lenin>.
Il comunismo è nato perverso ed è maturato carnefice -taluni casi cannibale-, ad esempio i partigiani rossi furono il peggio tra gli italiani. I partigiani rossi, si macchiarono di stragi inenarrabili – e non fu guerra civile come si racconta-, gruppi di sanguinari assassini, cattivi italiani! Sono diversi gli autori che ben documentano le azioni bestiali dei partigiani rossi: il compagno Gianpaolo Pansa, Arrigo Petacco (Ammazzate quel fascista), Gianfranco Stella (“Killer della liberazione” e “Compagno Mitra”). E che dire di coloro che eseguono la pena capitale a scapito di incolpevoli cuccioli di uomo, forti dell’infame legge 22 maggio 1978, n. 194?
In questi casi, periodo storico, per periodo, sono certo che abbiamo avuto a che fare e abbiamo a che fare con Italiani cattivi, con quali si può mutuare l’ironico sfottò liberal bolscevico “italiani brava gente”.
In merito alla questione sollevata, ovvero il colonialismo italiano, mi limito a riportare il seguente fatto: <<Era l’11 settembre 1978 quando l’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, accoglieva al Quirinale il Presidente della Somalia Mohamed Siad Barre. Erano le 12.15 quando l’ospite giunse al Palazzo del Quirinale. Un anno prima della scadenza terminò il nostro incarico fiduciario e l’autogoverno si sviluppò al principio abbastanza bene, sia pure con un modello sui generis di democrazia (peraltro non solo somala). Verso l’Italia mantennero a lungo un atteggiamento molto deferente. Ricordo un singolare episodio durante la visita di Siad Barre a Roma. Nel brindisi, alla colazione nel torrino del Quirinale, Pertini ebbe la strana idea di chiedere scusa ai somali per quanto fatto dagli italiani. L’ospite rispose che verso l’Italia non avevano che gratitudine; e che — Pertini si rannuvolò bruscamente — nel 1935 erano stati gli etiopici e non i fascisti a provocare la guerra>> – ( http://www.30giorni.it/articoli_id_2668_l1.htm).
Senza ripetermi, su un argomento già trattato, si possono consultare i links sottostanti.
Concludo mutuando un aforisma di Socrate, che sento mio: <io non posso insegnare niente a nessuno, io posso solo farli pensare>.
Fonte: https://emiliogiuliana.com/2-uncategorised/86-balle-coloniali-il-seguito-di-balle-spaziali.html
di Gianfranco Amato
È inquietante come il processo di metamorfosi istituzionale che sta subendo in nostro Paese avvenga in un clima di irresponsabile nonchalance.
L’opinione pubblica ha ormai digerito l’idea che il sistema liberal-democratico che abbiamo conosciuto fin ora sia in realtà un gioco. Un bel gioco, di cui puoi permetterti il lusso se non ci sono problemi veri, situazioni gravi da affrontare come la pandemia Covid-19. Perché quando arrivano i problemi, occorre smettere di giocare e chiamare papà.
Si è di fatto certificato il fallimento del sistema istituzionale delle democrazie liberali borghesi, quelle fondate sul parlamento, sulla tripartizione dei poteri, sulla rappresentanza popolare, sui partiti, elezioni, e così via. Questo sistema ha dimostrato di non essere in grado di affrontare le grandi sfide ed emergenze del futuro. Da qui l’idea che, proprio in nome della cosiddetta “biosicurezza”, il sistema migliore, più rapido, efficace e moderno sia quello che i politologi americani chiamano Security State. Basta perdere tempo con le stanche liturgie democratiche, col parlamento, i partiti, la politica politicante. Occorre affrontare e risolvere le emergenze. Se serve, quindi, è bene sospendere le garanzie costituzionali, lo stato di diritto, le libertà fondamentali e affidare tutto ad una Guida Illuminata, assistita da un Comitato Tecnico. Praticamente, introdurre una dittatura. L’affluenza incredibilmente bassa alle urne nelle recenti elezioni amministrative delle più importanti città italiane è un segno evidente di questa tendenza. Basti pensare che a Milano è andato a votare il 47% degli aventi diritto, meno di un milanese su due, dato mai registrato dal dopoguerra. Nel suo splendido saggio Le origini del totalitarismo, la filosofa Hanna Arendt spiega che «all’interno del regime totalitario gli individui provano un totale isolamento nella sfera politica e un forte senso di estraniamento nei rapporti sociali», che arriva ad «annientare, in primis, la vita politica democratica, e la libera comunicazione tra cittadini». È esattamente quello che sta accadendo.
In Italia si è di fatto instaurato quello che il grande giurista tedesco Carl Schmit teorizzò come Ausnahmezustand, ovvero Stato d’eccezione. Il problema per il Potere oggi è renderlo permanente.
La pandemia Covid-19 ha rappresentato il presupposto perfetto per giustificare l’Ausnahmezustand, ma si tratta pur sempre di un’emergenza sanitaria destinata, prima o poi, a cessare. Quando nel resto d’Europa il virus sparirà definitivamente, sarà difficile sostenere la sua esistenza solo nel Bel Paese.
Il problema è, allora, semplicemente quello di trovare altri presupposti per mantenere una perenne situazione d’emergenza tale da legittimare un Ausnahmezustand istituzionalizzato.
Non ci vuole molta fantasia per capire quale sarà il prossimo pretesto. Basta leggere alcuni fatti.
Primo, il discorso che Mario Draghi ha indirizzato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 22 settembre 2021, in cui ha parlato espressamente di nuove emergenze, come, ad esempio, quella del «cambiamento climatico», che avrà ripercussioni in campo energetico e alimentare. «Condizioni meteorologiche estreme e interruzioni degli approvvigionamenti hanno contribuito all’aumento dei prezzi degli alimenti», ha spiegato infatti il premier italiano, ricordando anche che «il numero di disastri naturali legati al clima è quintuplicato dagli anni Sessanta» e che «gli eventi meteorologici estremi sono destinati a intensificarsi nei prossimi decenni».
Secondo fatto da considerare: è passata in sordina la notizia che il primo ministro albanese Edi Rama ha dichiarato, il 9 ottobre 2021, lo stato di emergenza in Albania dopo una riunione del governo, a causa dei problemi di approvvigionamento energetico «innescati dall’impennata dei prezzi dell’energia sui mercati internazionali», come ha riferito Euronews Albania. Il premier Rama ha confrontato lo stato d’emergenza appena dichiarato con «la crisi pandemica», e ha promesso di proteggere i consumatori e le imprese dall’aumento dei prezzi dell’energia, con le stesse efficaci e drastiche misure utilizzate per combattere il Covid-19. Un precedente poco confortante.
Agli italiani, quindi, in nome dell’emergenza energetica potrà essere chiesto di restare in casa la domenica, come avvenne con l’Austerity degli anni Settanta, o di spegnere le luci alle undici di sera ed evitare di uscire. Del resto, gli stessi italiani hanno ormai imparato a conoscere termini come lockdown, coprifuoco, e hanno pure gradito il fatto di seguire le celebrazioni liturgiche via streaming.
A quest’ultimo proposito, occorre segnalare un altro fatto: l’atteggiamento dell’attuale Chiesa cattolica, ridotta oramai a specchietto del mondo.
Il 4 ottobre 2021, Bergoglio ha riunito in Vaticano i leader religiosi che rappresentano le principali religioni del mondo per chiedere alla comunità internazionale di aumentare la sua ambizione e intensificare la sua azione per il clima in vista della COP26, in programma a Glasgow dal 31 ottobre al 12 novembre prossimi. Nell’incontro Faith and Science: Towards COP26, promosso in Vaticano, quasi quaranta leader religiosi hanno firmato un appello congiunto, che è stato presentato dallo stesso Bergoglio al presidente designato della COP26, Alok Sharma, e al ministro degli Affari Esteri italiano, on. Luigi Di Maio. L’appello chiede che il mondo raggiunga il prima possibile l’azzeramento delle emissioni nette di carbone, per limitare l’aumento della temperatura media globale a 1,5 gradi al di sopra dei livelli preindustriali.
Prepariamoci. Tra poco non usare l’auto per poter andare a Messa e seguire la celebrazione on line da casa in nome del risparmio energetico e dell’emergenza climatica, sarà considerato un atto d’amore.
QUINTA COLONNA
di Gabriele Costa
Roma, 2 nov – La volontà del governo italiano è chiara: prolungare quanto più possibile lo stato di emergenza. Mario Draghi e il suo fido scudiero Roberto Speranza, infatti, non ne vogliono sapere di rispettare la naturale scadenza del 31 gennaio 2022: l’ipotesi sul tavolo è quella di rinnovare lo stato di emergenza almeno fino a marzo, con l’obbligo di green pass sul luogo di lavoro addirittura fino a giugno.
La cosa ancora più divertente (o inquietante) è che queste misure orwelliane vengono spacciate dai media nostrani come una sorta di «modello Italia»: tutto il mondo assiste meravigliato alle prodezze di «Supermario», e anzi starebbe valutando l’opportunità di imitarci. Ovviamente, niente di più falso: la stampa estera, anche quella progressista, ha espresso più di una perplessità sulla natura «democratica» delle misure adottate dal governo italiano. Ma non c’è solo questo: invece di imitarci, le altre nazioni europee stanno remando in direzione opposta. Se guardiamo poco fuori dai nostri confini, infatti, lo stato di emergenza o è finito oppure sta per finire.
Francia: il caso più simile al nostro è quello francese. Il presidente Macron vorrebbe estendere lo stato di emergenza – e l’obbligo di green pass – quanto più possibile. Il governo transalpino aveva incassato l’approvazione della Camera per la proroga fino al 31 luglio 2022. Ma il Senato ha stoppato tutto: non si andrà oltre il 28 febbraio 2022.
Germania: al momento proseguono le trattative per la formazione del nuovo esecutivo che, salvo sorprese, sarà formato da Spd, Verdi e Fdp. Tutti e tre i partiti hanno già annunciato che intendono allentare le misure restrittive. Lo stato di emergenza scade il prossimo 25 novembre 2021. E tutto fa pensare che non verrà ulteriormente prorogato. Oltre a questo, per marzo 2022 è anche prevista l’abolizione di tutte le altre restrizioni anti-Covid.
Regno Unito: come tutti sanno, Boris Johnson ha decretato la fine dello stato di emergenza lo scorso 19 luglio 2021 (già ribattezzato freedom day). Senza contare che è stato rimosso persino l’obbligo di mascherina in luoghi chiusi come pub, ristoranti e mezzi pubblici, a meno che non siano particolarmente affollati.
Spagna: anche Madrid ha detto addio allo stato di emergenza lo scorso 10 maggio 2021. Solo le Regioni hanno facoltà di introdurre alcune limitazioni, qualora la curva epidemiologica superi il livello di guardia. Di più: la Corte costituzionale spagnola ha dichiarato incostituzionale lo stato d’emergenza, anche per ciò che riguarda il marzo 2020. Di conseguenza, il governo dovrà rimborsare tutte le multe (circa un milione) comminate ai cittadini che avevano violato le restrizioni.
Paesi scandinavi: anche all’estremo Nord le restrizioni non piacciono. A parte il caso Svezia, la nazione con le limitazioni più blande del continente, anche Danimarca e Norvegia hanno deciso di non prolungare lo stato di emergenza, che è scaduto rispettivamente il 10 e il 24 settembre 2021.
Gabriele Costa
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