No pass a Trieste: una spy story con ombre cinesi

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di Luigi Bisignani
COSA POTREBBE STARCI DIETRO LE PROTESTE CHE INFIAMMANO TRIESTE

No vax no pax: ma siamo proprio sicuri che i manifestanti che infiammano Trieste siano così pacifici? E perché proprio Trieste, ora tallonata anche da Gorizia, è diventata tutt’a un tratto la capitale europea della protesta anti-vaccini? Molti indizi portano a conclusioni allarmanti, come sta approfondendo la Commissione parlamentare antimafia che ha già sentito in loco Autorità e investigatori in merito a un dossier su possibili infiltrazioni di frange estreme, e non solo, di stampo mafioso.

Il porto è considerato da sempre strategico e alla regione Friuli-Venezia Giulia dovrebbero essere destinati, dal Pnrr, quasi due miliardi di euro di finanziamenti. La Dia, Carabinieri e Guardia di Finanza stanno potenziando i propri presidi, così come Aise e Aisi. I nostri Servizi di sicurezza monitorano il via vai a Trieste e Gorizia di russi e cinesi che, sotto la crescente pressione degli Stati Uniti di Biden, potrebbero avere interesse a tenere vivo nel cuore industriale dell’Europa un focolaio di protesta. Trieste, proprio in quanto priva di ostacoli naturali su terraferma, rappresenta da sempre la naturale porta di ingresso e di uscita verso i paesi del Sud-Est europeo (Balcani, Grecia, Bulgaria, Romania, Ucraina, Turchia). È attraversata dal cosiddetto “Corridoio V” che unisce Lisbona a Kiev, una delle principali direttrici di traffico per linee ferroviarie dell’Alta Velocità previste dalla Ue. Con il suo porto, primo per traffico di merci in Italia costituisce, inoltre, uno snodo fondamentale sia dei traffici marittimi del Sud-Est del Mediterraneo con direttrici verso il Canale di Suez e il Mar Nero sia di quelli terrestri verso il Centro-Nord d’Europa (Austria, Germania, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia) con sbocco finale nel Mare del Nord e nel Baltico.

Fu l’Imperatrice Maria Teresa d’Austria, nel 700, che trasformò Trieste nel porto di Vienna per i traffici marittimi del suo Impero. A seguito di ciò, la città si sviluppò rapidamente, con la nascita di un importante polo bancario-assicurativo-industriale costituito nel tempo da Generali, Ras e Fincantieri. Ecco perché l’immagine della Trieste di oggi come la “Woodstock dei no vax” è poco convincente e i primi a non crederci sono gli stessi triestini. Chi paralizza la città mette in ginocchio l’intera regione “Alpe-Adria” in un momento storico in cui l’immigrazione dall’Afghanistan, e non solo, rischia di invadere l’Europa e in cui il leader bielorusso Lukashenko parla di blocco dei rifornimenti energetici. Dal porto di Trieste, infatti, passano l’energia diretta in Austria e Baviera e le merci destinate a nord verso i porti anseatici. Trieste, insomma, riproduce, in miniatura e per delega, il confronto tra cinesi e angloamericani.

Gli indizi non mancano.

1. Il presidente dell’Autorità di Sistema Portuale è Zeno D’Agostino, il cui vero tallone d’Achille sono proprio le “ombre cinesi”. Sua, infatti, la firma dell’accordo-chiave sulla Via della Seta e cinesi erano le bandiere sventolate dai portuali quando D’Agostino venne temporaneamente rimosso dall’incarico per ordine dell’Anac. Vessilli adesso arrotolati e sostituiti da striscioni no vax.

2. La misteriosa morte di Liu Zhan, un alto funzionario dell’apparato cinese che ogni settimana faceva la spola tra la capitale e Trieste, seppellito al Verano dopo una cerimonia funebre alla presenza dell’ambasciatore cinese a Roma e di molti “colleghi” venuti appositamente dal Friuli-Venezia Giulia.

3. La Polizia postale – soprattutto dopo la denuncia del Governatore Fedriga, secondo la quale i manifestanti più facinorosi con esperienze da black bloc non sono triestini – sta indagando sulle sofisticate forme di reclutamento che passano dal dark web, oltre che dalla tanto discussa app “Telegram”, e sull’occupazione paramilitare della rete dei radioamatori le cui frequenze sono assegnate dal Ministero dell’Interno.

4. L’indizio finale, per cercare di capire cosa c’è sotto, sono le visite sempre più frequenti dei diplomatici americani a Trieste. Quella del console Robert Needham a luglio, peraltro, è stata particolarmente “vigorosa” ed un suo rapporto è finito dritto al Dipartimento di Stato nei desk dedicati a Italia e Balcani.

Attivi anche i servizi di sicurezza francesi che hanno bloccato alla frontiera alcuni pseudo manifestanti no vax, già noti per aver creato disordini ai tempi della Tav. L’Eliseo, infatti, non vuole alcun intoppo  provocato da cittadini francesi in Italia prima della firma del cosiddetto Trattato del Quirinale tra Parigi e Roma, a cui stanno lavorando in queste ore – non si sa bene a quale titolo  il consigliere economico di Palazzo Chigi, l’onniscente  e onnipresente Francesco Giavazzi e il Ministro dell’Innovazione, l’ex Vodafone Vittorio Colao. Gli articoli 2 e 7 che riguardano la Difesa e lo Spazio vengono scritti tenendo all’oscuro i ministri di competenza, Lorenzo Guerini (Difesa) e Giancarlo Giorgetti (Sviluppo economico), nonché gli alti Stati maggiori militari.

Il solito “one-man-show” di Mario Draghi che ha ormai esautorato il Parlamento o una strategia a tutto vantaggio di potenze straniere, come sembra confermare la possibile vendita del campione nazionale Oto Melara ai franco-tedeschi di Knds anziché a Fincantieri, la più dinamica azienda pubblica italiana? Misteri a cui forse non è estraneo il segretario del Pd Enrico Letta che, non a caso, ha trascorso gli ultimi anni nei bistrot, e non solo quelli, parigini. Ah, les italiens…

Luigi Bisignani, Il Tempo 14 novembre 2021

I migranti al confine polacco e le scelte della Ue: due pesi e due misure?

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di Ferdinando Bergamaschi

Migranti al confine tra Bielorussia e Polonia: chi sono? Probabilmente iracheni e più in generale mediorientali. Ma soprattutto: è questa una migrazione spontanea o indotta? Tutto fa pensare che non vi sia nulla di naturale in questo fenomeno. Dai protagonisti che sono coinvolti in questa situazione, al tempismo degli eventi, alle implicazioni geopolitiche: tutto sembra rimandare a una lettura di una situazione forzata e forse pianificata. 

Partiamo dai fatti: martedì scorso la Polonia ha annunciato di aver arrestato oltre 50 migranti al confine con la Bielorussia, e precisamente vicino a Bialowieza. In  mattinata il ministro della Difesa polacco, Mariusz Baszczak, ha reso noto che erano stati fatti molti tentativi di violare il confine con la Bielorussia nella notte. E ha aggiunto di aver aumentato a 15.000 il numero dei soldati dell’esercito polacco alla frontiera. A pressare sul confine ci sono infatti centinaia di migranti. Uomini e donne che pagano dai 5.000 ai 15.000 dollari per giungere in Europa. E sono stati illusi dal governo di Minsk di poterlo fare.  

Il gioco della Bielorussia 

Secondo il Guardian, i migranti sarebbero stati attirati dalla Bielorussia, che avrebbe concesso il visto e offerto loro voli per raggiungere Minsk, la capitale del Paese, promettendo poi di portarli nell’Unione europea. Una volta raggiunto il confine, però, i migranti non sono riusciti a entrare in Polonia perché il Governo di Varsavia da giorni presidia con le sue truppe le frontiere con la Bielorussia. 

Per questo il presidente polacco Mateusz Morawiecki ha affermato che è necessario bloccare i voli dal Medio Oriente per la Bielorussia e concordare con la Ue nuove sanzioni contro il regime di Aleksandr Lukashenko. Il premier polacco, in conferenza stampa congiunta con il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha parlato di “terrorismo di Stato” da parte di Minsk. 

Due pese e due misure

In questo contesto Michel ha aperto alla possibilità di finanziare muri a protezione dei confini polacchi: “È legalmente possibile nell’ambito del quadro legale attuale, finanziare infrastrutture per la protezione dei confini dell’Ue”. E poi ha insistito proprio sul concetto che difendere i confini polacchi, così come quelli lituani significhi proteggere i confini della Ue. Una posizione che ha spiazzato molti, anche in virtù della forte polemica che lo scorso anno l’Unione Europea aveva portato avanti contro la linea di Donald Trump che voleva proseguire la costruzione del muro al confine col Messico.

In più, la solerzia con cui Bruxelles si è mossa per salvaguardare i confini orientali dell’Unione europea è quantomeno sospetta, guardando all’inerzia con la quale affronta il fenomeno migratorio ai suoi confini meridionali. Come se ci fossero due pesi e due misure: quando la rotta punta alla Germania, l’atteggiamento dell’Europa è ben diverso rispetto a quando punta all’Italia. 

Nuove sanzioni

Intanto l’asse tra Ue e Usa si è mosso prontamente. Al termine dell’incontro a Washington con il presidente americano Joe Biden, la presidente della Commissione Ue  Ursula von der Leyen ha affermato: “Estenderemo le nostre sanzioni contro la Bielorussia all’inizio della prossima settimana; e gli Stati Uniti prepareranno sanzioni che saranno in vigore da inizio dicembre”. Aggiungendo che “con il presidente americano guarderemo alla possibilità di sanzionare quelle compagnie aeree che facilitano il traffico di esseri umani verso Minsk e il confine tra Bielorussia e Ue”. 

Sanzioni di per sé ineccepibili, ma anche in questo caso non si può non notare una grande incongruenza. Infatti quando era Erdogan a minacciare di far entrare in Europa due milioni di profughi siriani, Bruxelles aveva concesso sei miliardi di euro al Governo turco per la gestione della situazione migratoria. 

Il ruolo di Mosca 

Molti analisti sostengono che dietro alla “guerra ibrida” di Lukashenko vi sia la Russia. La Bielorussia infatti è una stretta alleata di Mosca. E non è difficile immaginare che Vladimir Putin abbia tutto l’interesse ad indebolire e dividere l’Unione europea, che tra l’altro ha visto al suo interno uno scontro recente proprio con la Polonia per l’applicazione dei suoi dettami costituzionali rispetto alle norme dell’Unione. La stessa Ue ha poi sanzionato la Russia e recentemente è arrivata ai ferri corti con il Cremlino per l’aumento dei prezzi del gas. 

Mosca comunque ha respinto le accuse di chi, come il premier Morawiecki, ritiene ci sia il Cremlino dietro la crisi migratoria al confine con la Bielorussia. Il portavoce del Governo, Dmitry Peskov, ha affermato di considerare “del tutto irresponsabili e inaccettabili le dichiarazioni del primo ministro polacco secondo cui la Russia è responsabile di questa situazione”. Dal canto suo il presidente Putin ha rincarato la dose puntando il dito su Bruxelles: “Le organizzazioni criminali impegnate nel traffico di esseri umani hanno sede in Europa”, ha detto. “È dunque compito della Ue gestire il problema”. 

Comunque stiano le cose, Angela Merkel ha voluto telefonare al presidente russo. Nel colloquio la cancelliera tedesca gli ha chiesto di intervenire ed esercitare la sua influenza su Lukashenko, definendo “disumana e del tutto inaccettabile” la strumentalizzazione dei migranti a cui stiamo assistendo.

Mussolini in Giappone?

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PUBBLICHIAMO QUESTA RECENSIONE DI AMBROGIO BIANCHI. 

Angelo Paratico, storico e romanziere, nei prossimi giorni presenterà il suo ultimo libro, pubblicato dalla Gingko Edizioni e intitolato “Mussolini in Giappone”. Si tratta di un romanzo breve, contenente una notevole quantità di riferimenti storici. Viene così esposta, per la prima volta la possibilità, secondo noi non del tutto peregrina, che l’uomo ucciso a Giulino di Mezzegra, il 28 aprile 1945, non fu Benito Mussolini, ma un sosia.

Questo spiegherebbe l’incoerenza di certi suoi comportamenti, nei suoi ultimi giorni e tutti i misteri che ancora circondano le circostanze della sua fine. Pare inspiegabile la sua scarsa lucidità nel prendere decisioni dopo Como, e il fatto che il suo viso apparve sfigurato già all’arrivo a Piazzale Loreto. E non si capisce perché venne fucilato di nascosto e non portato sul lungolago di Dongo, distante solo pochi chilometri e lì giustiziato, in bella vista, assieme agli altri gerarchi e a uno sfortunato autostoppista.

A Milano, il 25 aprile 1945, Mussolini ebbe varie opportunità per mettersi in salvo, ma non volle coglierle. Prima fra tutte quella di chiudersi nel Castello Sforzesco e attendere l’arrivo degli Alleati. I partigiani non disponevano di armi pesanti e non sarebbero mai riusciti a espugnarlo. Un’altra via di fuga, caldeggiata da Vittorio Mussolini, fu una corsa sino all’aeroporto di Ghedi, per salire su di un SM79 che lo avrebbe portato in Spagna. La Svizzera, contrariamente a ciò che si crede, non fu mai un’opzione, Mussolini sapeva che non lo avrebbero mai lasciato passare.

Sul tavolo stava anche un’altra via di fuga, assai più complessa e per la quale la segretezza più assoluta era una condizione indispensabile. Questa prevedeva l’utilizzo di un sommergibile. Tale piano era stato approntato da Enzo Grossi (1908 -1960), un abilissimo e pluridecorato sommergibilista, che in Francia era stato a capo della base di Betasom. A tali preparativi accennò lo stesso comandante Grossi nelle sue memorie, ormai introvabili, intitolate “Dal Barbarigo a Dongo”.  Grossi fu un coraggioso uomo di mare che morì giovane, consumato dall’amarezza per essere stato ingiustamente accusato di aver imbrogliato le carte in cambio di due medaglie d’oro, una d’argento e due croci di guerra tedesche. Lo accusarono di aver mentito sull’affondamento di due corazzate americane, con il sommergibile Barbarigo da lui comandato, il 20 maggio 1942, al largo delle coste brasiliane.

Una commissione di ammiragli, dopo la guerra, discusse il suo caso, accusandolo di frode ma dimenticando di tenere conto dei diversi fusi orari. Come dimostrò Antonino Trizzino nel suo libro “Navi e poltrone” uscito nel 1952, Grossi affondò due grandi navi nemiche, ma non erano quelle che lui pensava. Viste dal periscopio d’un sommergibile, nel mezzo di una rischiosa azione e con il mare mosso, tutte le navi sono difficili da identificare.

Un decreto del Presidente della Repubblica lo privò delle sue decorazioni. Lui protestò con veemenza e, nell’ottobre del 1954, a causa di una sua lettera indirizzata al Presidente, fu condannato a  5 mesi e 10 giorni di reclusione per ‘vilipendio del capo dello Stato’.  Grossi aveva militato nella RSI, pur non avendo mai accettato la tessera del partito fascista ed era sposato con una donna ebrea, che non smise di praticare la propria religione. Riuscì a stento a sottrarla alle SS, che la rilasciarono, permettendole di tornare a casa dai loro bambini.

Nel capitolo XI del suo libro, intitolato “Un sommergibile per Mussolini”, Grossi racconta che Tullio Tamburini gli rivelò di essersi accordato con gli alleati giapponesi per approntare un grosso sommergibile, al fine di metterlo in salvo, e nei suoi piani sarebbe stato proprio lui a comandarlo, portandolo nel Pacifico. Tamburini accennò a Mussolini di quel piano, ma gli rispose che non ne voleva sapere. Questo fu confermato da Mussolini stesso quando incontrò Grossi, nel febbraio 1945 e lo ringraziò per i suoi sforzi. Poi aggiunse: “Non sono interessato a vivere come un uomo qualunque. Vedo che la mia stella è al tramonto e che la mia missione è conclusa…”.

L’esistenza di questi piani fu confermata anche dal vicesegretario del Partito fascista repubblicano ed ex federale di Verona, Antonio Bonino, nelle sue memorie, intitolate “Mussolini mi ha detto” uscito in Argentina nel 1950.

Questo è quanto se ne sa ma, secondo Paratico, il meccanismo continuò a muoversi, indipendentemente dalla volontà degli  ideatori e fu adattato, affidando  il comando del sommergibile oceanico Luigi Torelli a un tedesco. Dunque, Mussolini, nel primo pomeriggio del 25 aprile 1945, sarebbe stato prelevato da un’auto guidata da un diplomatico giapponese che lo portò a Trieste, dove s’imbarcò sul sommergibile Torelli, che lo attendeva nel porto, dopo che era stato fatto rientrare dal Giappone, dove si trovava e dove effettivamente ritornò. Tale sommergibile fu affondato dagli americani nel settembre 1945, davanti alla baia di Tokyo. dove ancora si trova.

Mettendo da parte la storia alternativa e passando al romanzo, dobbiamo dire che questo libro si legge bene e  me ne ha ricordato un altro, avente un tema e uno sviluppo simile, che lessi alcuni anni fa. L’autore fu il grande scrittore e sinologo belga, Simon Leys (Pierre Ryckmans), ed era intitolato: “La morte di Napoleone”. Il Leys immaginava la sostituzione con un sosia al Napoleone confinato a Sant’Elena e un suo ritorno, in incognito, in Francia. Dopo varie peripezie, Napoleone è costretto a una vita da “uomo qualunque” dividendo il letto con una ortolana parigina. E, intanto, fra i cavoli e gli ortaggi, lavorava segretamente per compiere le sue vendette, ma infine s’ammalò e morì. Tutti coloro che hanno studiano l’epopea napoleonica restano colpiti da questa bizzarra fantasia del Leys, che ha il merito di aggiunge una nuova sfaccettatura, un nuovo punto di meditazione, su questa figura storica.

Il Mussolini che l’autore descrive è segnato dal lutto e dai sensi di colpa, ha frequenti crisi di pianto. Ripensando alla sua giovinezza da anarchico e squattrinato socialista, pensa che avrebbe dovuto salire sulle montagne come partigiano e poi lottare contro al tedesco invasore, invece di assecondarlo. La sua sofferenza e i suoi rimpianti vengono solo parzialmente leniti fra le mura di un antico tempio buddista, a Nikko.

L’idea dell’autore è assai originale e mai prima esplorata. E con questo scarno libro mostra di possedere una profonda  conoscenza non solo di quell’uomo, ma anche dell’uomo.

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L’attuale società post-moderna è la sintesi dei fallimenti delle rivoluzioni

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI per https://www.informazionecattolica.it/2021/11/15/lattuale-societa-post-moderna-e-la-sintesi-dei-fallimenti-delle-rivoluzioni/

di Matteo Castagna

A DIFFERENZA DELL’EGUALITARISMO LA COMUNITA’ DI DESTINO COSTITUISCE IL PRINCIPIO VITALE DI OGNI SOCIETA’

La società attuale, detta post-moderna, può essere vista come la sintesi dei fallimenti delle rivoluzioni condotte nei secoli precedenti contro la civiltà tradizionale, che era una comunità gerarchica ed organica, diretta da autorità provenienti da Dio, che al netto degli errori umani, perseguiva il bene comune nell’armonia fra Trono e Altare.

Noi cattolici crediamo che la vita delle società sia sottomessa ad un certo numero di leggi immutabili. La cosiddetta “comunità di destino” è la prima di queste leggi. Se scompare, i raggruppamenti umani cadono in preda alla sclerosi e all’anarchia. Essa esiste quanto gli uomini condividono spiritualmente o materialmente la stessa esistenza, per gli stessi fini e con gli stessi rischi.

Ha due forme distinte:

a) la somiglianza. C’è comunità di destino tra un operaio della Fiat e uno della Renault, tra due contadini di regioni diverse, tra il marinaio che conduce una rotta e quello che ne persegue un’altra. Costoro appartengono alla stessa classe sociale, fanno gli spessi lavori e conducono, più o meno, lo stesso genere di vita. I loro destini si assomigliano;

b) la solidarietà reciproca. Se a un lavoratore di una certa categoria capita una disgrazia, gli operai che operano in un’altra non ne saranno direttamente toccati. Se prendiamo due lavoratori dello stesso settore con ruoli differenti, essi vivranno, nel bene o nel male, seguendo destini non solo simili ma solidali.

Questa comunità di destino tra esseri che, attraverso la loro diversità di situazione e vocazione, rimangono strettamente dipendenti gli uni dagli altri, conferisce ai raggruppamenti umani il loro carattere organico. La famiglia è la comunità organica per eccellenza. Ben più che i legami di sangue, è l’interdipendenza dei destini, nella differenza ed armonia dei ruoli stabiliti dalla natura, che costruisce l’unità familiare, così come quella delle categorie lavorative. Il socialismo, declinato in ogni sua forma, oggi definibile come globalismo, tende all’egualitarismo assoluto, che, essendo innaturale, genera divisione e conflitto. La comunità di destino esige la solidarietà organica, ovvero l’esistenza di legami vitali tra gli uomini. Essa è il barometro della vitalità e della stabilità della società, che, invece, il modello liberal-capitalista mette a repentaglio in nome dell’egoismo assoluto e dell’ assolutizzazione disumana del profitto.

La crisi della post-modernità non è forse la deriva delle ideologie socialista e liberale, che è giunta al punto di implodere e che cerca in maniera subdola e, talvolta, tirannica, di risolvere il problema attraverso una transumana rimodulazione della sua alleanza strategica, già fallita dopo la Seconda Guerra Mondiale?

Al contrario della lotta di classe e dell’egoismo assoluto, che sono i figli degeneri del socialismo e del liberalismo, la comunità di destino presenta vari vantaggi che influiscono felicemente sulla vita sociale. Favorisce l’amore che è l’anima di ogni unità sociale. E’ chiaro che noi amiamo più più facilmente l’essere che vive al nostro fianco e condivide le nostre gioie e le nostre preoccupazioni, che non un estraneo, magari imposto dalla società liberal-socialista proprio al fine di distruggere la comunità di destino, in nome di un egualitarismo inesistente, impossibile perché innaturale e forzato perché che crea solo conflitti.

La comunità di destino verte a neutralizzare l’egoismo, piegandolo al servizio del bene comune, mentre l’interdipendenza crea, quasi automaticamente l’aiuto scambievole. Quando La Fontaine scrive che “se il tuo vicino viene a morire, è su di te che cade il fardello” presuppone l’esistenza di destini solidali. Gustave Thibon (1903-2001, nella foto qui sotto), in Diagnosi (1940), aveva ben compreso e scritto tutto questo: “Uno stato sociale è sano nella misura in cui tende a diminuire la tensione tra l’interesse e il dovere, è malsano nella misura in cui tende ad aggravarla“.

La soppressione della comunità di destino, voluta dal globalismo e dal mondialismo, distrugge il senso solidale dell’aiuto comunitario, distrugge i legami sociali, abbandona a se stesse le masse umane esponendole a tutti i risucchi di un egoismo senza contrappeso. Queste situazioni vengono, d’altronde, fin troppo confermate dallo spettacolo della società attuale, che ha ucciso Dio, dissolto la Patria e trasformato la famiglia, sciogliendo quella continuità vivente tra gli individui nello spazio e le generazioni nel tempo. Gli uomini disuniti come automi e privi di quella gerarchia che è principio naturale, ma odiato dal liberal-socialismo, disperdono i loro sforzi e producono solo opere di corto respiro, senza legame e senza unità. E’ in epoche come il Medioevo, in cui le differenze sociali e i privilegi erano portati alla loro suprema espressione, che gli uomini hanno vissuto con la massima profondità la loro comunità di destino. L’invidia, tipica dello spirito social-comunista distrugge l’armonia della comunità di destino, che è l’antidoto all’egualitarismo.

Tutto quanto è local, invece, favorisce la società di destino in una vera presa di coscienza del “noi” e del superamento dell’ “io”, figlio della cultura liberale. In tutti i campi, l’attaccamento al dato sensibile precede e condiziona l’amore dello spirituale e dell’universale. Perciò la comunità di destino è in grado di rispondere concretamente alle Sacre Scritture, laddove si dice: “Chi non ama suo fratello che vede, come potrà amare Dio che non vede?“.

La libertà religiosa in Pakistan

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LA NOTIZIA

di Leonardo Motta

La questione delle conversioni religiose forzate è fonte di grande preoccupazione per le minoranze religiose in Pakistan, soprattutto cristiani e indù, e manca la volontà politica di risolvere un tale problema, a causa anche dell’instabilità politica e alle pressioni dei gruppi religiosi estremisti.
Il governo pakistano non presta alle minoranze religiose la dovuta attenzione, sia che si tratti di discriminazione nei programmi scolastici e universitari, lavoro, matrimonio e divorzio, sia che riguardi l’abuso della legge sulla blasfemia o le conversioni forzate.
Secondo i musulmani non dovrebbero esserci limiti di età per la conversione all’Islam, rapitori e abusatori di ragazze usano questo tipo di leggi per compiere rapimenti e matrimoni forzati con ragazze adolescenti di altre religioni.
Anche certe sentenze dei tribunali incoraggiano gli autori del rapimento di ragazze minorenni non musulmane, soprattutto quando i giudici dei tribunali superiori dettano sentenze influenzate dalla sharia piuttosto che difendere la legislazione in vigore nel paese, come la legge sulla restrizione del matrimonio infantile (del 1929), che criminalizza i matrimoni delle ragazze di età inferiore ai 16 anni.
Inutile dire che i tribunali pakistani continuano a ignorare anche gli standard internazionali.
Purtroppo la maggior parte dei musulmani pakistani è contraria a stabilire un’età minima per la conversione all’Islam perché credono che una legge contro la conversione forzata andrebbe contro il Corano e la Sunnah e potrebbe creare disordini pubblici.
“In una situazione così difficile, è necessario utilizzare tutte le piattaforme e le alleanze a livello nazionale e internazionale per fare pressione e ricordare al Pakistan i suoi obblighi internazionali in materia di diritti umani, in particolare per quanto riguarda i bambini, le donne e le minoranze”, ha detto Nasir Saeed, Direttore della ONG CLAAS, organizzazione no-profit che opera per il raggiungimento della libertà religiosa in Pakistan.

 

I Robot stanno cancellando i lavori meno qualificati, fatti dai poveri

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L’epidemia, che sembra concludersi, ci lascerà un’eredità di robotizzazione, con alcuni lavori che sembrano destinati a scomparire nel tempo. Bloomberg, citando un nuovo rapporto dell’International Federal of Robotics, ha affermato che la spesa per i robot di servizio professionale è aumentata del 12% lo scorso anno.

Con il numero di posti di lavoro scoperti intorno ai 10 milioni, questo è particolarmente evidente negli USA. Per la prima volta da decenni, i lavoratori hanno un certo potere nel mercato del lavoro e lo stanno usando questa nuova leva per lanciare una raffica di scioperi, chiedendo salari più alti e maggiori benefici dalle aziende. Questo porta le aziende a cercare delle soluzioni alternative.

I sindacati hanno a lungo visto i robot come una minaccia. Le aziende “hanno un obiettivo in mente: eliminare il tuo lavoro e mettere più soldi nelle loro tasche”, ha detto il presidente dell’International Longshoremen’s Association Harold Daggett in una conferenza di giugno. “Lo combatteremo contro di loro anche per 100 anni”. Una lotta che però potrebbe essere perfettamente inutile, vista l’ondata di automazione che percorre tutta l’industria.

Se continua, la domanda di lavoro crescerà lentamente, la disuguaglianza aumenterà e le prospettive per molti lavoratori con un basso livello di istruzione non saranno molto buone”, ha affermato Daron Acemoglu, professore al Massachusetts Institute of Technology in una sua testimonianza davanti al senato USA. Parole simili sono state sentite anche in Europa. i lavoro più fragili, spesso svolti dal personale con minori qualifiche, sembra destinato a scomparire.

La tecnologia dei robot consente alle macchine di sostituire gli esseri umani e potrebbe aumentare la produttività, ma spazzando via posti di lavoro per i meno qualificati. questo creerà maggiori problemi nella gestione della forza lavoro e dell’economia in generale. La AI e la Robotica, invece che di svilupparsi per l’uomo, si stanno sviluppando contro di esso, o meglio contro la sopravvivenza dei più poveri.

Fonte: https://scenarieconomici.it/i-robot-stanno-cancellando-i-lavori-meno-qualificati-fatti-dai-poveri/

Dostoevskij contro l’Italietta e i progressisti

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Oggi all’Ambasciata russa a Roma verrà ricordato il bicentenario della nascita di Fedor Dostoevskij, il testimone più acuto dell’epoca che ha perso Dio senza guadagnare umanità. Dostoevskij è ricordato per i suoi capolavori letterari, per alcune vicende biografiche come la condanna a morte e la grazia in extremis e per alcuni suoi pensieri che ancora balbettiamo nei nostri giorni: da “La bellezza salverà il mondo” a “Se non c’è Dio tutto è permesso”, al terribile aut aut: “Tra Cristo e la Verità scelgo Cristo”. Un’alternativa impossibile per un credente, giacché in Cristo s’incarna la Verità e dunque coincidono; se scegli l’Uno alla fine ti ritrovi l’altra, e viceversa. La stessa cosa si può dire a contrario per un vero miscredente perché nega Cristo ma anche ogni Verità assoluta.

Vorrei soffermarmi sulla sua implacabile diagnosi del nostro tempo e sulla sua polemica con i progressisti umanitari; partendo non dalla Russia ma dall’Italia. Dostoevskij ha parole di fuoco sull’Italia da poco unita sotto il regno dei Savoia: “L’Italia, un piccolo regno unito di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valori universali, cedendola al più logoro principio borghese – la trentesima ripetizione di questo principio dal tempo della prima rivoluzione francese ‒ un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale di un volta) e per di più pieno di debiti non pagati…” Queste pagine sembrano scritte da un borbonico o da un asburgico e invece sono i pensieri di Dostoevskij nel Diario di uno scrittore del 1877. Non c’è però disprezzo verso l’Italia, anzi c’è il confronto tra la grandezza universale e spirituale dell’Italia grande e la piccineria borghese dell’Italietta unita.

Infatti lo scrittore proseguiva: “Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo; l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano di essere i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale”. Questa visione di Dostoevskij, che evoca il de Monarchia di Dante e il Sacro Romano Impero, si estendeva poi all’Europa, di cui criticava la subordinazione alla borsa e al credito internazionale. Pagine profetiche a giudicare dai nostri giorni.

Dostoevskij indagò sull’uomo del sottosuolo a cui dedicò le celebri Memorie. Quel cupo senso di oppressione, quella mancanza di cielo come asfissia, quella vicinanza agli inferi; un senso della terra concepito a rovescio, non legame concreto col suolo su cui siamo piantati e camminiamo, ma un carcere e un soffitto incombente sulle nostre teste che impedisce la libertà, costringe all’introspezione e toglie il respiro. L’uomo del sottosuolo di Dostoevskij non si redime con la rivoluzione, abbattendo il sovrano o il potere; perché l’alienazione più vera sorge dalla separazione dell’anima dalla vita, dell’eternità dal tempo. Dostoevskij critica l’utopia rivoluzionaria e cosmopolita che procede “verso il regno astratto di un’umanità universale che non è mai esistita in nessun luogo, e così facendo taglia ogni legame col popolo”. È una critica ante litteram al bolscevismo, una critica che diventò profezia per il ‘900. Questa gente “sostanzialmente astratta” scrive in una lettera a Griscenko, esprime “uno sconfinato amore per l’umanità, ma solo se considerata in generale. Ma poi, se l’umanità s’incarna in un uomo concreto, in una persona, allora essi non sono capaci di tollerarla” anzi provano avversione. Analoghi pensieri aveva espresso Giacomo Leopardi sul cosmopolitismo.

In un’altra lettera a Strachov, Fedor fustigava il sogno rousseauiano e illuminista “di rifare daccapo il mondo sulla ragione” o sull’idea di una natura astratta, fino a tagliare le teste, perché è la cosa più facile, non potendo cambiarle. L’amore per l’umanità, scrive Dostoevskij, è inconcepibile senza la simultanea fede nell’immortalità dell’anima. Senza quella prospettiva i legami con la terra si spezzano e la perdita di una vita ulteriore porta al suicidio o al delitto: “perché dovrei astenermi dallo sgozzare il prossimo, dal rubare, o dal rifugiarmi nel mio guscio?” scrive a Ozmidov.

Tesi che lo scrittore ribadì anche al Congresso della Pace di Ginevra, indetto sotto l’egida massonica e socialista (vi partecipò anche Garibaldi). Dure le sue critiche al socialismo che recide tutti i legami e sostituisce la carità con la violenza; ma aspre pure le sue critiche all’usura, con punte antisemite, al potere economico e ai circoli finanziari; alla “barbarie del comfort” e alle elites atee e cosmopolite, “tutti questi liberalucci e progressisti”.

A queste figurazioni del nichilismo Dostoevskij oppone l’idea di un risveglio religioso, nazionale e popolare, un vero e proprio risorgimento dell’anima russa. “Come l’oro si forgia col fuoco”, così non può esserci resurrezione senza croce e senza dolore. Quella terribile visione fa di Dostoevskij un profeta tragico, apocalittico, lontano dall’umanità presente e pure vicino alla ragione più profonda della sua crisi. Di Dio a Fedor restò la sete, il tormento e l’inquietudine. Così si ritrovò riverso per terra, come dopo una delle sue crisi epilettiche, ad aspettare invano la Sua visita e la visione mistica. Profetico Fedor, tra l’attesa di Dio e la visione del nulla. La religione in Dostoevskij costeggia l’abisso, la sua fede è un urlo nero che non smette di scuoterci. Come Dante anche lui attraversò l’Inferno per risalire fino a Dio. Dantoevskij.

MV, La Verità (10 novembre 2021)

L’arduo risveglio dello spirito

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di Marcello Veneziani

Se uno dice oggi spiritualismo, la gente non capisce, qualcuno si mette a ridere. Spiritualismo è diventata una parola incomprensibile, tra lo spiritico, l’arcaico e il conventuale. A parte il riferimento alla spiritualità in ambito religioso o new age, l’unica accezione corrente e comprensibile a tutti resta un genere musicale che evoca lo schiavismo, lo spiritual. Per il resto, sostituito il cristiano Spirito Santo con l’hegeliano Spirito del Tempo, si è via via capovolto in tempo senza spirito. Al più lo spirito è materia per la psicanalisi. Lo spirituale cede allo spiritoso, lo spirito è sinonimo di alcol. Parole che indicavano contenuti, visioni, stati d’animo diventano vuote, insignificanti, perfino grottesche, come se un’ottusità di ritorno avesse chiuso spazi di pensiero, porte dell’anima e campi di valori. Ma spirituale diventa ancor più inverosimile e alieno se correlato alla politica. Che vuol dire spiritualismo politico? Vuol dire farsi guidare nelle scelte e nei comportamenti da una visione spirituale della vita. E opporsi a una concezione materialistica, utilitaristica, opportunistica della politica. In pratica opporsi a un arco pressoché onnicomprensivo della politica contemporanea, dalla sinistra di derivazione radicale e marxista allo scientismo e al liberismo, dal razzismo – che è materialismo biologico, anzi zoologico  ̶  al dominio planetario della tecnica e della finanza.

Le opere disseminate lungo il Novecento da autori e pensatori spiritualisti sono state rimosse e cancellate, come se non fossero mai esistite. Eppure costituiscono un tratto saliente della cultura italiana ed europea del secolo scorso. Lo spiritualismo, anzi, ha permeato il pensiero italiano assai più che il materialismo storico e il radicalismo, ma anche più dell’utilitarismo e del pragmatismo, del liberalismo e degli altri filoni di pensiero scientifici e strutturalisti, analitici ed esistenzialisti. E non solo: per un secolo almeno la scuola pubblica e l’università sono state permeate dall’umanesimo spiritualista. Missione dei docenti era educare i ragazzi a una concezione spiritualista ben riassunta nel dantesco “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”. Non mancava l’abuso retorico e ‘nozionista’ dello spiritualismo in versione scolastica che lo riduceva a manierismo e astrazione.

Lo spiritualismo appare ora un reperto del passato, una traccia storica, affettiva e culturale di un pensiero ormai tramontato, legato ad un tempo ormai improponibile ed esaurito nella gran fiammata del novecento. Si può  parlare oggi di spiritualismo, di visione spirituale della vita? Io credo di sì nonostante tutto, e il naufragio dei pensieri “corretti” e dei canoni ideologici che lo affossarono ne è ulteriore conferma. Anzi, si può arrivare a dire che una visione della vita o ha una sua matrice spirituale o visione non è. L’impresa va tentata; nella peggiore delle ipotesi gioverà almeno allo spirito di chi la tenta, nella migliore lascerà qualche traccia in altre anime e produrrà qualche effetto nel pensiero e nella vita di una civiltà. E, comunque, se l’impresa è ardua e temeraria, è una ragione in più per tentarla. Il risveglio dello spirito nell’epoca degli automi.

C’è una dieta spirituale da consigliare? Lo spirito, dicevamo, è parola desueta, intrusa, se non estinta nel nostro lessico quotidiano. Eppure mai come ora necessaria perché laddove tornano in gioco la vita e la morte, la vecchiaia e la malattia, la solitudine e la solidarietà, come nel tempo interminabile della pandemia, torna l’urgenza di una preparazione spirituale agli eventi e alla nostra vita. E invece, l’ambito interiore è materia di psicologi, psicanalisti e psichiatri. Viene medicalizzata pure la coscienza, ospedalizzata anche l’anima.

È forse la prima volta che davanti al contagio è apparsa del tutto irrilevante il ruolo della religione; in ogni evenienza tragica del passato è sempre stata il rifugio, il conforto, l’invocazione e perfino l’esorcismo per fronteggiare il male o disporsi al rischio mortale. Ora è come se si fosse ritirata dal mondo. Ma la dieta spirituale a cui facevo riferimento non è solo di natura religiosa e confessionale; certo, non può eludere il ruolo della fede, della preghiera e della liturgia ma spirituale allude a una visione della vita, a un rapporto tra i fatti e la nostra interiorità, la relazione tra anima e corpo, il senso della vita e della morte.

La risposta spirituale è riattivare quelle energie e quei mondi che abbiamo atrofizzato nell’indaffarato scorrere dei giorni. Riprendere a fare i conti con la memoria, la storia e i suoi eventi, le aspettative e i progetti, il senso delle cose che durano; applicarsi come un esercizio di attenzione, concentrazione e collegamento con energie spirituali superiori, restituendo un disegno compiuto alla vita. Riprendiamo il filo d’oro dell’amore come nostalgia e lontananza, pathos della distanza.

Il livello spirituale più delicato riguarda il nostro rapporto con la vita e con la morte. Lo eludiamo da tempo, non guardiamo più in faccia la morte.  Dobbiamo rielaborare il rapporto con la morte, riuscire a concepire la nostra scomparsa, sforzarsi di pensare che il mondo non cominciò con noi e non finirà con noi, l’essere sopravanza l’esistere. Acquistare dalla disperazione una fiducia ulteriore che è amor fati e abbandono fiducioso alla sorte, dopo aver fatto tutto quel che potevamo per disporla verso il meglio.

Non sono rimedi, tantomeno soluzioni, ma piccole ed enormi svolte per guardare la realtà con altri occhi. Chi le sta ora indicando non ha raggiunto la saggezza, tantomeno la sapienza, ma è ancora immerso nelle contraddizioni, paure e insofferenze. Però è necessario rianimare la propria vita spirituale, senza farsi succubi del vivere o spenti dalla noia e dalla paura. Cominciate provando a pronunciare la parola spirituale…

Conferenza sullo Spirito (Cinema Teatro Astra di Misano Adriatico, ore 21 del 12 novembre 2021)

Per la sanità inglese si ammalano pure i vaccinati, per la nostra solo i no vax

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Come risaputo, il nostro Circolo Christus Rex non appartiene alla galassia “no vax”, ma ha un motivato pensiero “free vax”, tanto che molti di noi sono vaccinati ed altri no. Nella confusione che regna sovrana nella comunità scientifica, manteniamo la consueta mentalità critica basata sulla realtà, che ci permette di dire cose “fuori dal coro”, laddove vi siano fondamenti religiosi di Magistero Perenne ed immutabile, oppure logici o di qualsiasi altra motivazione circostanziata ed argomentata. Questo articolo ci sembra venire incontro alla scelta di libertà di coscienza e, quindi, di tranquilla convivenza tra vaccinati e non.

VACCINI E DECESSI: QUALCOSA, NEL CONFRONTO TRA ITALIA E UK, NON TORNA…

di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi

In base ai dati che forniscono l’Istituto superiore di Sanità e Istat in Italia i contagiati, i malati Covid in ospedale e i morti sono non vaccinati. In base ai dati inglesi, invece, si contagiano di più i vaccinati e ci sono migliaia di ricoverati e morti vaccinati (leggere per credere il bollettino settimanale inglese, “Covid-19 Surveillance report”)

Il motivo per cui il premier inglese Boris Johnson ha dichiarato, all’opposto del Presidente Draghi, che “il vaccino non protegge dal contagio” è che qualcuno gli riferisce i dati inglesi che mostrano centinaia di migliaia di vaccinati “positivi”. In particolare, in tutte le fasce di età superiori ai 50 anni, cioè nella fascia di età a rischio di morte Covid.

Vaccinati e non vaccinati

Per chi fosse curioso delle percentuali rispetto a chi è vaccinato e non vaccinato, cioè volesse controllare l’incidenza anche in base al numero di persone vaccinate e non, anticipiamo che avrebbe una sorpresa. Dai 40 anni in su, questi numeri si traducono in percentuale di “casi positivi” maggiori tra i vaccinati (solo per i giovani è il contrario).

Ci siamo permessi di raggruppare visivamente i due gruppi, di vaccinati e non vaccinati, per evidenziare come stanno le cose. In UK i vaccinati si contagiano a centinaia di migliaia, si ammalano e muoiono a migliaia. Nessuna ulteriore elaborazione è necessaria perché questi sono non delle percentuali ricavate come fa sempre da noi l’Istituto di Sanità, ma i semplici numeri dei casi positivi, dei ricoverati in ospedale e dei morti Covid.

È impossibile per chiunque negare che in UK i vaccinati si contagiano quanto i non vaccinati. Per essere precisi, nella fascia di età giovane si contagiano di più i non vaccinati, ma dopo i 40 anni è il contrario, l’incidenza è maggiore tra i vaccinati. Dato però che la mortalità Covid è rilevante solo sopra i 60 anni questo vuol dire che la situazione di rischio complessiva è peggiore per i vaccinati.

È altrettanto impossibile negare che gli ospedali inglesi abbiano migliaia di malati Covid vaccinati. I nostri giornali ripetono ogni giorno che gli ospedali italiani sopportano il costo di curare solo i “novax”, gli ospedali inglesi sono oberati invece dal costo di curare i “sì vax”. Questi sono gli inglesi contagiati, malati e morti, divisi per classi di età e status di vaccinazione.

Infine è impossibile negare che tra gli inglesi i vaccinati muoiano di più dei non vaccinati.

Questo fenomeno del vaccinato inglese che muore di Covid stando a Corriere, Messaggero, Stampa, Repubblica, Carlino e il resto di quasi tutti i media è sconosciuto in Italia. Da noi solo i “novax” muoiono o rischiano di morire. Evidentemente la Covid19 è un virus diverso fuori d’Italia, dove evita i vaccinati. In UK il virus si sbaglia e contagia, fa ammalare e fa anche morire centinaia di non vaccinati.

È evidente da questi dati inglesi perché da loro il governo non abbia imposto il green pass. La sanità inglese documenta ogni settimana tramite il bollettino che stiamo citando come i vaccinati si contagiano quanto i “novax” e quindi il governo ne prende atto e si rende conto che il green pass non ha alcun senso.

Di fronte a questi dati che mostrano come in UK i vaccinati si contagiano, ammalano e muoiono, mentre in Italia il fenomeno non sembra esistere, ci viene un grosso sospetto. Essendo il virus lo stesso e pure i vaccini utilizzati sono gli stessi non è che i dati italiani   siano abilmente alterati per giustificare provvedimenti politici come il GreenPass che altrimenti sarebbe stato difficile imporre?

Fonte: https://www.nicolaporro.it/per-la-sanita-inglese-si-ammalano-pure-i-vaccinati-per-la-nostra-solo-i-no-vax/

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