Del Debbio e Giordano finiscono in castigo. Ecco come la tv silenzia le voci contro il green pass

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A Mario Giordano e Paolo Del Debbio va la nostra incondizionata solidarietà. Siamo persone che seguono i vostri programmi con interesse. Non è necessario esser sempre d’accordo con i contenuti, ma le domande e i ragionamenti che avete condotto in questi mesi sull’applicazione del green pass e sui vaccini sono, a nostro avviso, il minimo sindacale per chi ha un cervello che non serva solo a sostenere gli occhiali. Questa censura è, a nostro avviso, incredibile perché pietra tombale sulla libertà d’informazione. Finché c’è chi sogna modelli comunicativi che restringano la democrazia, chi è fuori dal coro è destinato al bavaglio. E’ questa l’Italia nata dalla Resistenza? Sentiti alcuni “toni rossi” particolarmente entusiasti per controlli e restrizioni, non c’è da stare allegri…(N.d.R.)  

A proposito, questo pezzo è sul sito di Gianluigi Paragone. Ci è parso scritto bene, in linea col nostro pensiero. Ma non siamo “no vax” né seguaci di Paragone. In Italia è sempre bene specificare per evitare fraintendimenti di menti un pochino disturbate che, poi, fanno danni…(N.d.R.)

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Mario Giordano e Paolo Del Debbio in ‘castigo’ per cinquanta giorni. Sia Fuori dal coro e Dritto e rovescio andranno infatti in paura rispettivamente il 7 e il 9 dicembre per rientrare solo il 25 e 27 gennaio 2022. In sostanza è un mese e mezzo di stop che sappiamo bene come in tv corrisponda più o meno a due secoli e che corrisponde ‘casualmente’ con l’entrata in vigore del ‘super green pass’ e con quella che, in teoria, dovrebbe essere la fine della validità del certificato verde. Non solo: né Giordano né Del Debbio potranno, questo modo, commentare le fasi propedeutiche all’elezione del nuovo presidente della Repubblica.

Piazzapulita, al contrario, saluterà il pubblico il 16 dicembre ma tornerà onda in onda, con molta probabilità, il 13 gennaio (stando a quanto riferisce TvBlog). Stesso calendario varrà per Cartabianca e Di MartedìQuarta Repubblica di Nicola Porro si congederà il 6 dicembre, e il 10 gennaio sarà di nuovo operativo.

Controcorrente terminerà il 19 dicembre per riprendere il 9 gennaio, con Veronica Gentili. Prima ancora riapparirà in schermo Gianluigi Nuzzi con Quarto Grado (17 dicembre – 7 gennaio). Zona Bianca di Giuseppe Brindisi, invece, non conoscerà soste: dall’aprile scorso, non ha saltato neanche una settimana, e intende mantenere questo record. Restano comunque da capire le cause dei due esclusi eccellenti: certo è che visto il periodo ‘prescelto’ per la pausa a pensar male si fa peccato, ma raramente ci si sbaglia …

Fonte: https://www.ilparagone.it/attualita/del-debbio-e-giordano-finiscono-in-castigo-ecco-come-la-tv-silenzia-le-voci-contro-il-green-pass/

La sinistra Maneskin

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QUINTA COLONNA

di Ugo Boghetta 

Fonte: Ugo Boghetta

Sinistrati contro sinistrati (seconda parte)

Nella prima parte sono stati riassunti gli interventi ed il senso del dibattito rilanciato in Italia dopo l’articolo apparso sull’Economist contro la cosiddetta sinistra illiberale.
Si potrebbe pensare che sia un argomento futile o solo incipiente. Ma le cose non stanno così. Sono temi forti e che fanno già parte della nostra quotidianità sociale, politica e culturale.
Prima di proseguire, tuttavia, va premesso che il testo originario, e quasi tutti gli interventi, partono dall’assunto che il liberalismo classico sia buono, coerente e vero. Ma così non è. Che il mercato non funzioni come miglior allocatore di risorse  è un fatto. Così è per la libera iniziativa e la concorrenza che dovrebbero creare ricchezza per tutti. A fronte di una potenza tecnologica mai raggiunta invece assistiamo da decenni ad aumenti esponenziali di povertà e differenze. Inoltre, Il rapporto fra democrazia e liberalismo è  stato sempre problematico: oggi è di opposizione. Che il liberalismo poi non sia violento è una totale falsità. Il liberalismo è stato  violento nel nazionalismo quanto nella globalizzazione. Anche all’interno dei singoli stati il liberalismo è sempre stato violento, ma al coperto delle istituzioni. Gli ossimori sono dunque  tanti. L’ultimo è lo statalismo antistatale. Ora è buon il deficit ma si va verso altre privatizzazioni ed esternalizzazioni. I buchi della Pubblica Amministrazione vengono coperti con precari per attuare il piano della Next Generation (!?): poi tutti a casa. Alla fine avremo uno Stato ulteriormente spolpato: una carcassa. Ma come diceva Walter Benjamin, il capitalismo è una religione … e le religioni non sono confutabili. Serve altro. A chi comunque volesse approfondire l’argomento consiglio il libro di Andrea Zock: “Critica della ragione liberale”.
Il dibattito invece ha due scopi molto chiari: unire i liberali, ripulire e propagandare il nuovo capitalismo: buono, digitale, verde, inclusivo.
Ritornando alla questione, va detto che molti fatti dimostrano che il rapporto fra impianto liberale e la cosiddetta sinistra illiberale non è chiaro, spesso si confonde, a volte sono la stessa cosa. Come evidenzia Carlo Galli.
Prendiamo l’immigrazione. I sinistrati pensano  che l’immigrazione  non debba essere regolamentata e i confini controllati. Ciò avviene a causa di un approccio moralistico cui non è secondario il senso di colpa del passato colonialismo e di un certo pauperismo terzomondista. Mentre non c’è quasi nessuna attenzione al colonialismo odierno fatto di globalizzazione e finanza con le loro guerre e rapine a bassa e alta intensità. Le terribili ed anche tragiche vite dei migranti andrebbero riferite a queste cause proponendo cambiamenti politici strutturali. Altrimenti, ad esempio, l’immigrazione peggiora le condizioni dei paesi da cui si fugge. Invece, si sostiene che al diritto (giusto) ad emigrare corrisponda un ugual diritto ad entrare in un  qualsiasi paese senza permesso. Chi pensa invece che l’immigrazione debba essere controllata e compatibile con la situazione sociale, politica e culturale di un paese,  è definito fascista. Eppure questo approccio è molto più coerente con le posizioni della sinistra quando questa era tale.
Sostenere la stessa idea di patria, fonte della Costituzione e per cui i partigiani combatterono, è fascismo. Sostenere un’idea diversa dall’Unione Europa e della moneta unica che tenga conto delle differenze fra nazioni e popoli, è fascismo.
Ormai il termine fascista è una condanna onnipresente.
Anche chi non vuole vaccinarsi è un fascista!? Con questo approccio, tutti gli errori commessi nella gestione del Covid, sono coperti. Coloro che sollevano problemi e criticità ragionevoli sono sono bollati. Così diventa impossibile discutere criticamente di una situazione che non è una dittatura, ma colpevole improvvisazione sanitaria. Cui non è secondaria una strumentalizzazione politica atta a tener incollata una maggioranza che senza l’emergenza non starebbe insieme un minuto. La comunicazione propagandistica di stampo bellico, dunque, è già un esempio di quel conformismo soffocante denunciato come pericolo solo potenziale da Alessandro De Nicola. C’è da dire che anche la parte opposta no vax e no mask ha lo stesso atteggiamento.  Anche questi  ritengono che il green pass sia fascismo. Del resto, anche questo movimento ha un’impronta ideologica non certamente opposta  al liberalismo.
Il ddl Zan è l’ultimo esempio del mazzo.  Se la proposta infatti non è passata, è perché al fondo c’è una impostazione radicale e settaria tipica delle nuove filosofie transgenders la cui purezza non può essere messa in discussione: o con loro .. o fascisti. Ma la colpa di quanto avvenuto non è di qualche sinistra illiberale ma proprio del PD: partito fulcro del liberalismo.
Tutti fascisti dunque. Le sinistre, l’una impotente stante la stasi della lotta di classe su vasta scala, l’altra votata ai nuovi orizzonti liberali, cercano conferma di appartenenza e verginità perdute nei tempi che furono:  fascismo/antifascismo. È una follia. Così non si alimenta altro che una visione paranoica. I fascisti sono quattro gatti anche se, come sempre, buoi per tutti gli usi. Ed il capitalismo non ha bisogno di fascismo. Non ha nemici esterni. Il nemico è esso stesso. Il  capitalismo ha solo bisogno di girare senza sosta. Se si ferma è perduto. Ha bisogno di nuove occasioni di profitto, nuove culture, consumi selettivi, diversificazione dei bisogni e personalizzazione delle merci. Lo spettro del controllo non è politico ma è intrinseco al mercato ed alla digitalizzazione.
In effetti, il pensiero liberale è in crisi dal 2008. Ora la soluzione sarebbe il Grande Reset. E così si cercano sponde un po’ ovunque: il virus, i transgenders, i giovani contro il riscaldamento globale. Ma differenza di Galli, penso che non siamo all’estremismo infantile ma a quello senile.
Tuttavia, tante questioni sollevate siano questioni reali e discriminazioni in atto. Discriminazioni che trovano anche riscontro nella lingua e nei simboli. Che il conflitto avvenga e debba avvenire anche su linguaggi e simboli non ci piove. Ma sono i contenuti, le impostazioni, le proposte  ad essere sbagliate, a volte assurde o anche ridicole. Pensare di migliorare il mondo creando discriminazioni alla rovescia secondo faglie di genere o etnie è da condannare e da combattere.  Le discriminazioni e le contraddizioni continuerebbero ad agire a prescindere. Tutto porta alla solito gattopardismo: che tutto cambi perché nulla cambi. L’operatore ecologico cui è stato cambiato nome, ora è più precario di quanto si chiamava spazzino. Parimenti non è condivisibile la visione del mondo attinente la questione di genere. Visione che, peraltro, vede opinioni diverse anche all’interno dello stesso campo femminista. Si può infatti essere per il concetto binario maschio/femmina senza avvallare  discriminazioni. Assolutizzare poi l’atomo-individuo porta ad una società parossistica è sempre più inevitabilmente nichilista. E l’ambiente non si salverà certo solo con più tecnologia poiché il problema è il rapporto fra specie umana e natura.
Il fatto è che l’assenza sostanziale di un proposta alternativa post-capitalista lascia tutto il campo ad un ideologia unica liberal-liberista pur piena di sfumature. Ma, appunto, si tratta di sfumature, parzialità, frammenti, frattaglie.

L’aggressione alla nazione armena nel silenzio dei media

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un comunicato della Comunità armena di Roma relativo alle vicende tra la nazione armena e Azerbaigian, argomento che non trova spazio sui media, anche per il ruolo di Israele a favore degli azeri. Formuliamo al popolo armeno la nostra vicinanza e l’augurio che possa abbracciare integralmente la Fede cristiana, conservata dall’unica Chiesa di Cristo, cattolica, apostolica (non nel senso dell’eterodossia armena) e romana.
 
COMUNICATO STAMPA: UN ANNO DOPO LA GUERRA IN NAGORNO KARABAKHLA È L’11 SETTEMBRE DEGLI ARMENI
 
Il 27 settembre 2020, forze turche e azere con il supporto di mercenari jihadisti tagliagole hanno sferrato un attacco congiunto contro la repubblica armena del Nagorno Karabakh (Artsakh).
 
Al termine di 44 giorni di guerra e di indiscriminati bombardamenti sulla popolazione civile di Stepanakert e degli altri insediamenti civili, è stato firmato il 9 novembre un armistizio che ha sancito la vittoria militare azera e la occupazione militare di quasi tutto il territorio sia dentro i confini dell’oblast di epoca sovietica che nei territori circostanti.
 
Per gli armeni di tutto il mondo, l’aggressione azera simboleggia un undici settembre di dimensioni ancor più gravi in termini di perdite umane e materiali [tremila soldati armeni morti, molti giovanissimi delle classi 1998, 1999, 2000, ndr]. 
 
Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” nel ricordare le migliaia di vittime civili e militari causate dalla guerra azera sottolinea che:
 
Il regime dell’Azerbaigian persevera in una politica di odio nei confronti dell’Armenia come ripetutamente evidenziato nei discorsi ufficiali del suo presidente Aliyev;
 
La popolazione armena continua ad essere continuamente minacciata e provocata dai soldati azeri nonostante il dispiegamento di un contingente di forze di pace russo.
 
Le ambizioni dell’Azerbaigian si sono progressivamente spostate sulla repubblica di Armenia nel cui territorio da oltre cinque mesi sono entrate centinaia di soldati azeri per ridisegnare i confini secondo la volontà del dittatore Aliyev.
 
Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” fa appello alle istituzioni, alla politica e ai media italiani chiedendo che:
 
la repubblica italiana si attivi in tutte le sedi per l’immediato rilascio delle decine di prigionieri di guerra armeni ancora trattenuti nelle carceri azere in dispregio dell’accordo di tregua del 9 novembre e delle convenzioni internazionali;
 
venga riconosciuto il diritto della popolazione armena del Nagorno Karabakh (Artsakh) a vivere in pace nella propria terra;
 
sia riconosciuto dunque il diritto all’autodeterminazione della regione entro in confini dell’oblast sovietica attesa che la convivenza entro lo Stato dell’Azerbaigian è di fatto impossibile.
 
Siano attivati tutti i mezzi possibili per la preservazione del patrimonio storico, artistico e religioso armeno nei territori occupati dall’Azerbaigian favorendo in primo luogo la missione Unesco per la verifica dello stato di conservazione dei monumenti armeni molti dei quali purtroppo già distrutti o vandalizzati.
 
Consiglio per la comunità armena di Roma
 
 

CANCEL CULTURE

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Segnalazione di Pietro Ferrari

Viviamo in un’epoca in cui trionfa la cosiddetta “cancel culture”, la cultura che ci chiede di giudicare la storia come se tutto fosse contemporaneo. Questo è divenuto un tema dominante della nostra cultura.

Ne parlano con il musicista ed autore Aurelio Porfiri, gli studiosi Marco Tarchi e Eugenio Capozzi, gli autori Pietro Ferrari, Beatrice Harrach e Vania Russo, lo psichiatra Adriano Segatori.

Il programma sarà trasmesso in live streaming su numerosi canali, tra cui il canale You Tube RITORNO A ITACA, su TWITTER e sulla fanpage in Facebook di AURELIO PORFIRI.

In particolare, ecco il Video in questione: https://www.youtube.com/watch?v=vVFRyRRpvK4&t=8s

Matteo Renzi: la parabola di un leader tutto tattica e niente strategia

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di Ferdinando Bergamaschi

Matteo Renzi è sicuramente un animale politico dal grande talento tattico ma con un grande deficit di talento strategico. Tutta la sua parabola politica dimostra questo assunto, anche all’indomani dell’11ª edizione della Leopolda. E allora ripercorriamo le tappe del progetto politico di Renzi, che in tutti questi anni è stato quello di rottamare la vecchia sinistra per creare un nuovo polo di un riformismo liberal-democratico.

Al vertice del Pd

Dal dicembre del 2013 Renzi diventa segretario del Partito Democratico. Ma a differenza dei suoi predecessori, Veltroni e Franceschini, l’ex sindaco di Firenze da subito sembra non aderire alla vocazione postcomunista del partito e anche a quella ulivista, che era già una mediazione. Renzi è recalcitrante rispetto all’assetto classico del centrosinistra italiano. Vuol rompere gli schemi; e questo di per sé sarebbe lodevole se fatto con i tempi e le modalità opportune. Ma lui i tempi vuole anticiparli. E vuol compiere la sua operazione di trasformismo con un’aggressività e con una presunzione che via via creano sconcerto.

In tal modo, con il tempo, si è alienato non solo i vertici del partito (il che di per sé può essere un altro merito) ma anche la base stessa, senza averne un’altra come rimpiazzo. E questo per un politico è imperdonabile. Renzi si proponeva formalmente di essere inclusivo, ma sostanzialmente ha agito con un arrivismo e un’arroganza politica tale da diventare divisivo.

Gli anni da premier

Quando Renzi nel febbraio 2014 diventa Presidente del Consiglio, ha un potere enorme. È stato l’unico segretario del Pd a portare il partito oltre il 40%, pescando alle Europee molti consensi nell’elettorato berlusconiano. In quel 2014 Renzi può dare le carte sia nel partito, sia nella politica italiana, ma decide di farlo non in modo graduale, bensì sempre in modo aggressivo. Nel partito, infatti, si mette contro tutta la sinistra interna e parte dell’ala cattolica ulivista. La fuoriuscita di Bersani e D’Alema dal partito e la costituzione di Leu saranno solo un piccolo sintomo della grave frattura che ha creato all’interno del Pd. 

Nel frattempo, incalzato dai nemici interni ed esterni, Renzi sceglie di percorrere la strada della personalizzazione della politica; tuttavia, non si rende conto che per accentrare così tanto su di sé deve avere una base popolare disposta a seguirlo molto più ampia di quanto non sia un 40% in un assetto di democrazia parlamentare. E infatti la sua decisione affrettata di giocarsi tutto con il referendum costituzionale del 2016 si rivelerà catastrofica, con il successivo addio al Pd e la formazione di Italia viva. 

Il grande centro 

Venendo ad oggi, al di là della vicenda Open e della politica contingente, il progetto politico di Renzi è su un binario morto. L’ex premier è rimasto solo. Ed è rimasta sola Italia viva, la sua creatura, Italia viva. Renzi ha attaccato a spada tratta tutti i partiti di matrice populista, ma i fatti dicono che i partiti populisti, al di là di che cosa se ne pensi, sono molto più in forma dei partiti non populisti.

Se infatti mettiamo insieme il populismo leghista, quello grillino e quello meloniano, ci si avvicina quasi al 60% dei consensi. E lo stesso Pd non è proprio alla frutta. Il vecchio Partito comunista, progenitore del Partito democratico, già dai tempi di Togliatti e poi di Berlinguer, aveva una vocazione marcatamente populista. Il  fatto che poi abbia tradito questa sua vocazione circa trent’anni fa, diventando la più pura espressione dell’establishment, ha un valore relativo. Il Pd infatti continua ad avere un certo consenso di base, oggi attorno al 20%. 

Non solo Renzi

Il grande centro vagheggiato da Renzi potrà anche tornare ad esistere, ma non sarà certo lui a crearlo. La stessa Democrazia cristiana era, a modo suo, un partito populista: aveva fortissimi legami con la base, con il suo popolo; e aveva miti da agitare all’occorrenza.

Forse potrà essere Carlo Calenda, certamente più idealista e meno opportunista di Renzi, a creare questo centro. Ma è ancora presto per dirlo. Calenda sta poco meglio di Renzi nei sondaggi: Azione raccoglie circa il 4% dei consensi. Oggi però non esiste un partito di centro ma esiste “l’uomo del centro”: e questo è Mario Draghi. Draghi proviene certamente dal mondo della Finanza ma, a differenza di tutti gli altri uomini della Finanza, incarna la “grande mediazione”. Draghi infatti è espressione tanto del verticismo politico quanto della coscienza popolare: è un anello di congiunzione. E lo è anche tra il nazionale e il sovranazionale.

L’ultima partita

Detto questo, è giusto sottolineare che Renzi ha ancora un’importante carta da giocare nella partita del Quirinale del prossimo febbraio. Una carta solo tattica, non strategica, che inciderà sulle dinamiche degli altri partiti, non sul suo; Italia viva, infatti, a prescindere da quando si andrà a votare, difficilmente si schioderà dal 2% indicato dai sondaggi. 

Questo succede quando un politico ha una fortissima carica distruttiva ma non sa costruire nulla. Saper distruggere in politica è importante, ma solo quando si sappia anche costruire; il vero politico, cioè, non può essere solo un “rottamatore”, deve avere una strategia oltre a una tattica. 

La carta che si giocherà Renzi nella partita del Quirinale, con tutta probabilità, servirà ancora una volta per fare l’ennesimo dispetto al suo grande nemico, che non è il Movimento 5 Stelle, ma il Partito democratico. Certo, così non sarebbe se la corrente di Base Riformista, il grosso accampamento renziano nel Pd, avesse in mano il partito, che invece, in sostanza, è in quelle dei nemici di Renzi, siano i franceschiniani (Areadem) o i post-comunisti (Dems e Giovani turchi).
Così, dopo l’ultima fiche puntata sul tavolo del Colle, a Matteo Renzi rimarranno probabilmente solo i suoi business, ma questa è un’altra storia. 

Usa: sdoganato l’aborto, “salta” l’obiezione di coscienza

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Segnalazione Corrispondenza Romana

di Mauro Faverzani

Quanto accaduto a fine ottobre in Vaticano ha lasciato il segno. E non poteva essere altrimenti. Il fatto che, dopo l’incontro avuto, papa Francesco si sia detto felice che il presidente americano Biden «sia un buon cattolico» ed abbia dichiarato ch’egli debba «continuare a ricevere la Comunione», secondo quanto dichiarato dall’interessato, pur in assenza di conferme dirette da parte del Vaticano, non può passare sotto silenzio. Il fatto che, come riferito dall’agenzia Associated Press, l’attuale inquilino della Casa Bianca con le sue idee filoabortiste abbia ricevuto nonostante tutto, come tutti gli altri fedeli, la Santa Comunione nel corso di una Messa, celebrata presso la chiesa di St. Patrick, a Roma, vuole essere – ed è! – un segno molto chiaro. Il cui primo, triste frutto è stato l’atteso testo generale sul Mistero dell’Eucaristia nella vita della Chiesa, approvato dai Vescovi statunitensi al termine della loro assemblea autunnale, svoltasi dal 15 al 18 novembre scorsi a Baltimora, con ben 222 voti favorevoli, solo 8 contrari e 3 astensioni. Nel documento, proposto un anno fa per ribadire quel che la Dottrina cattolica dice a chi, anche se presidente, pur dichiarandosi cattolico, si opponga agli insegnamenti della Chiesa promuovendo aborto e gender, è improvvisamente sparito qualsiasi riferimento al fatto di negare a lui o a chiunque altro la Santa Comunione, ricordando soltanto ai fedeli, che rivestano cariche pubbliche e che occupino posizioni d’autorità, come essi abbiano «una speciale responsabilità» nel dover rispettare la legge della Chiesa. Tutto qui. Nessuna condanna, nessun provvedimento, nessuna restrizione.

Del resto, era già tutto contenuto nella lettera inviata nel maggio scorso dal Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, card. Louis Ladaria, al presidente della Conferenza episcopale americana, l’arcivescovo di Los Angeles José Gomez. In essa si invitava espressamente al dialogo, raccomandando di evitare che «la formulazione di una politica nazionale» su di una questione «potenzialmente controversa» (sic!)possa diventare «fonte di discordia piuttosto che di unità all’interno dell’episcopato e della più grande Chiesa negli Stati Uniti». Per poi concludere, specificando come ogni discussione in merito debba «essere contestualizzata nella più ampia cornice della dignità di ricevere la Comunione da parte di tutti i fedeli, anziché da parte di una sola categoria di cattolici», ritenendo il documento dei Vescovi Usa, allora in fase ancora embrionale, «fuorviante se desse l’impressione che l’aborto e l’eutanasia costituissero da soli le uniche questioni gravi dell’insegnamento morale e sociale cattolico, che richiedono l’intervento della Chiesa».

Dunque, «Roma locuta, causa soluta»? No, certo! Biden e le lobby abortiste, che lo hanno sostenuto durante la campagna elettorale, non considerano questo un punto di arrivo, bensì solo un punto di partenza. Intendono anzi “capitalizzare” il via libera vaticano, per rilanciare. Ed ecco l’Ufficio per i Diritti Civili ed il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani lanciati in una nuova sfida: cancellare i provvedimenti dell’amministrazione Trump, in particolare l’Rfra-Religious Freedom Restoration Act, e costringere così i medici e le cliniche cattolici a praticare aborti ed interventi di transizione di genere. Grazie ai documenti giudiziari ottenuti, la Catholic Benefits Association ha dimostrato una stretta relazione sussistente tra il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani americano e numerose organizzazioni attiviste di Sinistra, come la Leadership Conference on Civil and Human Rights.

L’eventuale prevalere della linea Biden ammazzerebbe il diritto a qualsiasi obiezione di coscienza, nonché l’autonomia della Sanità cattolica (e non solo). Se ad un posto in una clinica cattolica ambisse un medico abortista, questi dovrebbe essere comunque assunto, benché in chiaro contrasto coi principi etici della struttura.

Non solo. L’amministrazione Biden starebbe introducendo anche il “diritto” dei single socialmente infertili e delle coppie Lgbt a ricevere trattamenti di fertilità, per poter comunque “avere figli”. Una novità subito ben accolta dall’industria sanitaria, che vede in ciò l’occasione per nuovi, insperati business, per quanto disumani. La strategia è quella di giungervi grazie alle sentenze dei tribunali, bypassando così anche gli eventuali ostacoli resi possibili da un dibattito in sede di Congresso. È, questa, la democrazia “fai-da-te”, che si costruisce e si smonta a piacimento, a seconda di dove portino gli interessi di bottega e di lobby. Non va dimenticato come della squadra di Biden facciano parte anche numerose altre sigle di Sinistra quali l’Aclu, gli Atei americani, l’Anti-Defamation League, la Human Right Campaign, il Southern Poverty Law CenterPlanned Parenthood ed il Center for American Progress, da sempre ontologicamente ostili alla presenza cattolica.

Sarebbe buona cosa che chi ha posto le premesse della rivoluzione in atto riflettesse, almeno ora, sulle conseguenze…

Trattato del Quirinale: i punti salienti del testo

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di Eugenio Palazzini

Roma, 26 nov – “Italia e Francia insieme per un futuro comune”, per una “cooperazione bilaterale rafforzata” e per “un’Europa più forte”. Slogan conditi da buoni auspici, preambolo festoso per un accordo siglato al Colle. Il Trattato del Quirinale è realtà, firmato oggi dal primo ministro italiano Mario Draghi e dal presidente francese Emmanuel Macron, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Dall’asse franco-tedesco a quella italo-francese

Un patto tra due nazioni dal sapore antico, un tuffo nel primo Novecento quando l’Europa unita era una chimera e il vecchio continente non era stato ancora sconquassato da due enormi conflitti. Un trattato che fuor di allitterazione è stato preceduto da una lunga trattativa, iniziata nel 2018 su spinta del governo francese e dell’allora premier italiano Paolo Gentiloni. Un accordo bilaterale tra due Paesi membri dell’Unione europea e che per questo pone – di nuovo – seri dubbi sulla solidità dell’Ue stessa. Di nuovo perché già nel 2019 Macron ad Aquisgrana ne siglò un altro di trattato bilaterale, con la Germania di Angela Merkel.

In quel caso sulla carta fu un’estensione del precedente accordo – del 1963 – tra Charles de Gaulle e Konrad Adenauer, con la firma simbolica avvenuta lo stesso giorno: il 22 gennaio. Fu de facto molto di più e fece tremare gli alti papaveri di Bruxelles: le locomotive d’Europa si muovevano autonomamente, infischiandosene dell’Unione continentale. Allora si parlava di asse franco-tedescooggi si parla di asse italo-francese e attenzione, invertendo l’ordine dei firmatari il risultato cambia eccome. Il rischio di trasformarci in un protettorato economico di Parigi è stato di fatto ben illustrato su questo giornale da un acuto pezzo di Filippo Burla, a cui rimandiamo in questa sede: Trattato del Quirinale: così diventeremo (per iscritto) una colonia francese.

Buon vecchia pace di Vestfalia

Ora gli storici più attenti potranno evocare facilmente la pace di Vestfalia, correva l’anno 1648 e lo stato moderno veniva consacrato come attore unico della politica. Un paragone senz’altro azzardato se consideriamo oggi la presenza determinante – a tratti dominante – degli agenti globali non governativi, sovranazionali e in quanto tali svincolati da un reale controllo statale. Eppure l’Ue non può che guardare con sospetto alle mosse di due Stati membri che bypassano in un certo qual modo la linea comunitaria, tracciandone un’altra parallela. Ma cosa sappiamo davvero di questo Trattato del Quirinale, cosa prevede e che ruolo potrà giocare l’Italia?

Cosa prevede il Trattato del Quirinale: il testo

Oggi è finalmente spuntato il testo dell’accordo, composto da 11 capitoli su 11 specifici temi: Esteri, Difesa, Europa, Migrazioni, Giustizia, Sviluppo economico, Sostenibilità e transizione ecologica, Spazio, Istruzione formazione e cultura, Gioventù, Cooperazione transfrontaliera e pubblica amministrazione. Undici punti con un programma di circa trenta pagine in cui si prova a delineare il modo in cui Francia e Italia dovranno centrare gli obiettivi elencati. Punto per punto, vediamo le parti che a nostro avviso sono maggiormente rilevanti.

Politica estera e difesa

Articolo 1, comma 3: “Riconoscendo che il Mediterraneo è il loro ambiente comune, le Parti sviluppano sinergie e rafforzano il coordinamento su tutte le questioni che influiscono sulla sicurezza, sullo sviluppo socio-economico, sull’integrazione, sulla pace e sulla tutela dei diritti umani nella regione, ivi incluso il contrasto dello sfruttamento della migrazione irregolare. Esse promuovono un utilizzo giusto e sostenibile delle risorse energetiche. Esse s’impegnano altresì a favorire un approccio comune europeo nelle politiche con il Vicinato Meridionale e Orientale”

Sicurezza e difesa

Articolo 2, comma 1: “Nel quadro degli sforzi comuni volti al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, e in coerenza con gli obiettivi delle organizzazioni internazionali cui esse partecipano e con l’Iniziativa Europea d’Intervento, le Parti s’impegnano a promuovere le cooperazioni e gli scambi sia tra le proprie forze armate, sia sui materiali di difesa e sulle attrezzature, e a sviluppare sinergie ambiziose sul piano delle capacità e su quello operativo ovunque i loro interessi strategici s’incontrino. Così facendo, esse contribuiscono a salvaguardare la sicurezza comune europea e rafforzare le capacità dell’Europa della Difesa, operando in tal modo anche per il consolidamento del pilastro europeo della NATO. Sulla base dell’articolo 5 del Trattato dell’Atlantico del Nord e dell’articolo 42, comma 7, del Trattato sull’Unione Europea, esse si forniscono assistenza in caso di aggressione armata. Le Parti contribuiscono alle missioni internazionali di gestione delle crisi coordinando i loro sforzi”.

Affari europei e politiche migratorie

Articolo 3 comma 4: “Le Parti si consultano regolarmente e a ogni livello in vista del raggiungimento di posizioni comuni sulle politiche e sulle questioni d’interesse comune prima dei principali appuntamenti europei”.

Politiche migratorie, giustizia e affari interni

Articolo 4, comma 10: “Le parti programmano incontri, a cadenza regolare, tra le rispettive forze dell’ordine al fine di analizzare e risolvere le questioni di interesse comune, nonché individuare e implementare buone prassi nell’applicazione degli strumenti di cooperazione di polizia. Le Parti s’impegnano altresì a favorire lo scambio di membri delle forze dell’ordine e a sostenere l’attuazione di attività di formazione comune e lo scambio di conoscenze e competenze in ambito securitario, promuovendo e organizzando corsi comuni di formazione o brevi programmi di scambio professionale presso le rispettive amministrazioni”.

Cooperazione economia, industriale e digitale

Articolo 5, comma 3: “Le Parti riconoscono l’importanza della loro cooperazione al fine di rafforzare la sovranità e la transizione digitale europea. Esse s’impegnano ad approfondire la loro cooperazione in settori strategici per il raggiungimento di tale obiettivo, quali le nuove tecnologie, la cyber-sicurezza, il cloud, l’intelligenza artificiale, la condivisione dei dati, la connettività, il 5G-6G, la digitalizzazione dei pagamenti e la quantistica. Esse si impegnano a lavorare per una migliore regolamentazione a livello europeo e per una governance internazionale del settore digitale e del cyber-spazio”.

Articolo 5, comma 5: “E’ istituito un forum di consultazione fra i Ministeri competenti per l’economia, le finanze e lo sviluppo economico. Esso si riunisce con cadenza annuale a livello dei Ministri competenti al fine di assicurare un dialogo permanente nell’ambito di due distinti segmenti: il primo sulle politiche macro-economiche; e il secondo sulle politiche industriali, sull’avvicinamento dei tessuti economici dei due Paesi, sul mercato interno europeo e sulle cooperazioni industriali che coinvolgono imprese dei due Paesi

Sviluppo sociale, sostenibile e inclusivo

Articolo 6, comma 5: “Nel riconoscere il ruolo significativo della mobilità e delle infrastrutture nel perseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs), del Green Deal europeo e del contrasto dei cambiamenti climatici, le Parti cooperano a livello bilaterale e in ambito Unione Europea per ridurre le emissioni prodotte dai trasporti e per sviluppare modelli di mobilità e d’infrastrutture puliti e sostenibili a sostegno di una transizione ambiziosa, solidale e giusta. A tal fine, un Dialogo strategico sui trasporti a livello di ministri competenti per le infrastrutture e della mobilità sostenibili si tiene alternativamente in Italia e in Francia”.

Spazio

Articolo 7, comma 3: “Attraverso la loro cooperazione, le Parti mirano a rafforzare la strategia spaziale europea e a consolidare la competitività e l’integrazione ’dell’industria spaziale dei due Paesi. Nel settore dell’accesso allo spazio, esse sostengono il principio di una preferenza europea attraverso lo sviluppo, l’evoluzione e l’utilizzo coordinato, equilibrato e sostenibile dei lanciatori istituzionali Ariane e Vega. Le Parti riaffermano il loro sostegno alla base europea di lancio di Kourou, rafforzando la sua competitività e la sua apertura. Nel settore dei sistemi orbitali, esse intendono incoraggiare e sviluppare la cooperazione industriale nel settore dell’esplorazione, dell’osservazione della terra e delle telecomunicazioni, della navigazione e dei relativi segmenti terrestri.

Istruzione e formazione, ricerca e innovazione

Articolo 8, comma 3: “Le Parti si adoperano per una cooperazione sempre più stretta tra i loro rispettivi sistemi di istruzione, con l’obiettivo in particolare di contribuire alla costruzione dello Spazio europeo dell’istruzione. Esse incoraggiano la mobilità giovanile, in particolare per l’istruzione e la formazione professionale, in un’ottica di apprendimento permanente, con l’obiettivo di istituire dei centri di eccellenza professionale italo-francesi ed europei e di favorire il riconoscimento di tali percorsi. Esse sviluppano i percorsi dell’Esame di Stato italiano e del Baccalauréat francese (“Esabac”) e incoraggiano i partenariati sistematici tra gli istituti italiani e francesi che li offrono, nonché la mobilità degli studenti e dei loro docenti. Inoltre, esse s’impegnano a cooperare per un’educazione allo sviluppo sostenibile e alla cittadinanza globale, attraverso programmi di collaborazione dedicati”.

Cultura, giovani e società civile

Articolo 9, comma 1: “Le parti istituiscono un programma di volontariato italo-francese intitolato ‘servizio civile italo-francese’. Esse esaminano la possibilità di collegare questo programma al Corpo europeo di solidarietà”.

Cooperazione transfrontaliera

Articolo 10, comma 5: “Le parti favoriscono la formazione dei parlanti bilingue in italiano e in francese nelle regioni frontaliere, valorizzando in tal modo l’uso delle due lingue nella vita quotidiana”.

Articolo 10, comma 6: “Le parti studiano congiuntamente le evoluzioni dello spazio frontaliero, mettendo in rete i loro organismi di osservazione territoriale“.

Organizzazione

Articolo 11, comma 1: “Le Parti organizzano con cadenza annuale un Vertice intergovernativo. In tale occasione, esse fanno un punto preciso di situazione sull’attuazione del presente Trattato ed esaminano ogni questione prioritaria d’interesse reciproco”.

Disposizioni finali

Occhio infine al comma 3 dell’articolo 12: “Il Trattato ha durata indeterminata, fatta salva la facoltà di ciascuna Parte di denunciarlo con un preavviso di almeno dodici mesi per via diplomatica. In questo caso, il Trattato cessa di essere in vigore al compimento di sei mesi dopo la data di ricezione della denuncia”.

Eugenio Palazzini

Fonte: www.ilprimatonazionale.it 

Variante sudafricana, Italia prima in Ue a chiudere i cieli.

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di Adolfo Spezzaferro

Roma, 26 nov – Variante sudafricana, l’Italia è il primo Paese Ue a chiudere i cieli: Speranza firma l’ordinanza che vieta l’ingresso alle persone che negli ultimi 14 giorni sono state in Sudafrica, Lesotho, Botswana, Zimbabwe, Mozambico, Namibia e Eswatini. Tutti Paesi dai quali non ci sono voli diretti per l’Italia. Intanto in Israele si registra il primo caso di variante sudafricana.

Variante sudafricana, Speranza blocca i voli da sette Paesi

“I nostri scienziati sono al lavoro per studiare la nuova variante B.1.1.529 – spiega il ministro della Salute -. Nel frattempo seguiamo la strada della massima precauzione”. Al momento non sono previste riunioni sulla nuova variante con il premier a Palazzo Chigi. L’Italia è il primo Paese europeo a chiudere i confini. L’Unione europea proporrà l’attivazione del “freno d’emergenza” per “i voli dalla regione sudafricana”. Misure analoghe sono state adottate da Regno Unito e Israele.

Primo caso rilevato in Israele

Proprio nello Stato ebraico è stato rilevato il primo caso di variante sudafricana, la B.1.1.529 (in attesa della lettera greca assegnata dall’Oms). A dare l’annuncio il ministero della Sanità israeliano. Il caso si riferisce ad un israeliano di ritorno dal Malawi. Sempre secondo il ministero ci sono altre due persone sospettate di essere state infettate con la nuova variante ma si stanno aspettando i test finali. Tutti e tre i cittadini coinvolti risultano essere vaccinati.

L’Ue intende interrompere voli dall’Africa meridionale

Per quanto riguarda l’Ue, “la Commissione europea proporrà, in stretto coordinamento con gli Stati membri, di interrompere i voli dalla regione dell’Africa meridionale a causa della variante B.1.1.529″. Ad annunciarlo su Twitter la presidente della Commissione Ue Ursula von del Leyen. Intanto la psicosi da nuova variante – di cui non si sa ancora nulla, sia chiaro – affonda i mercati. Dopo il calo registrato a Tokyo, Hong Kong e Shanghai, le Borse europee in avvio di seduta segnano una flessione. Gli investitori temono un forte impatto negativo sulla ripresa economica. Milano cede il 3,7 per cento, Francoforte il 3,3 per cento, Parigi il 3,6 per cento, Londra il 2,1 per cento.

In Italia – tutti ricordano il catastrofismo per la presunta pericolosità della variante Delta – ora che la copertura vaccinale è altissima, speriamo di non assistere al solito allarmismo. Anche perché per adesso non è chiaro quali siano i rischi della variante sudafricana in termini di contagiosità o di capacità di aggirare la copertura del vaccino.

Adolfo Spezzaferro

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/variante-sudafricana-italia-prima-in-ue-a-chiudere-i-cieli-speranza-blocca-i-voli-da-sei-paesi-215978/

Green pass, in Svizzera decidono i cittadini: domenica il referendum

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di Alessandro Della Guglia

Roma, 24 nov – Mentre in Italia il governo sta per varare il super green pass, con luoghi ricreativi di conseguenza off limits per i non vaccinati, in Svizzera domenica saranno i cittadini a votare sul certificato verde. Un referendum apposito dunque, con il popolo elvetico chiamato alle urne per pronunciarsi sulle diverse modifiche proposte dall’esecutivo ai provvedimenti anti Covid, tra cui appunto il lasciapassare.

Svizzera, nuovo referendum contro il green pass

La Svizzera è primo Paese al mondo in cui tramite referendum i cittadini potranno pronunciarsi sul green pass, ma non è la prima volta che gli elvetici votano sulle misure restrittive adottate dal governo durante la pandemia. Già il 13 giugno scorso il green pass venne sottoposto a voto popolare e accettato da oltre il 60% dei cittadini. Il primo referendum si è insomma rivelato un boomerang per i promotori, anche se in questo caso i comitati del No contestano la base legale del certificato verde e auspicano in un risultato diverso. Sostengono cioè che il green pass non sia contemplabile in base alla legge svizzera, in quanto palese discriminazione nei confronti di ha scelto di non vaccinarsi. Oltre a presentare un preoccupante tracciamento dei contatti che garantisce alle autorità “una sorveglianza di massa”.

“Preferibili i test”

In prima linea sul fronte del No al green pass, c’è ad esempio Piero Marchesi, deputato ticinese dell’Udc: “Diciamo no a chi vuole imporre la disciplina sanitaria al Paese. Il Covid è la scusa per non affrontare i problemi reali”, ha dichiarato Marchesi in un’intervista rilasciata a La Verità. “Il Covid pass non è una misura sanitaria ma disciplinare, che categorizza i vaccinati e i non vaccinati. Si opti piuttosto per i test, che garantisco davvero che la persona non è infetta e non contagia, quello che invece non può fare il Covid pass”, sostiene il deputato ticinese.

In Svizzera al momento il green pass è obbligatorio per accedere a bar, ristoranti, strutture culturali e manifestazioni al chiuso. Il governo, comunque vada il referendum, non sembra puntare a un “super pass” sulla falsa riga di quanto sta accadendo in Italia. Il tasso di vaccinazione è inoltre nettamente inferiore a quello italiano: 65% della popolazione.

Alessandro Della Guglia

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/green-pass-svizzera-decidono-cittadini-domenica-referendum-215776/

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