Per il quotidiano Avvenire la legge 194 funziona…

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194

Segnalazione Corrispondenza Romana

di Alfredo De Matteo

Come da prassi, anche quest’anno, è stata inviata al Parlamento la relazione annuale circa l’attuazione della legge 194/1978 sulla cosiddetta interruzione volontaria di gravidanza, in cui vengono presentati i dati definitivi relativi all’anno 2012 e quelli preliminari riferiti al 2013.

È bene ricordare che tale relazione altro non è che la conta dei bambini uccisi per mano di medici senza coscienza, con la complicità delle loro madri e dello Stato; e per di più a spese del contribuente. Pertanto, dovrebbe risultare difficile, se non impossibile, a chi difende le ragioni della vita non tuonare contro tale immonda strage di innocenti, a prescindere dal fatto che il numero degli aborti tenda progressivamente a diminuire oppure no. Eppure, il quotidiano dei vescovi italiani non solo non lascia trasparire alcuno sdegno, ma addirittura commenta in maniera tutto sommato positiva i dati contenuti nella relazione, che effettivamente confermano «la tendenza storica alla diminuzione dell’Ivg in Italia».

Nel pezzo apparso sull’Avvenire del 16 ottobre scorso, dal titolo Aborto: Obiezione di coscienza non ostacola, l’articolista ci ragguaglia sul fatto che nel 2013 sono state notificate 102.644 Ivg (quasi 300 omicidi al giorno …) rispetto al dato definitivo del 2012 che da conto di 107.192 casi, con un decremento quindi del 4,2%. In più, nell’articolo si fa presente che, dati alla mano, «il numero dei non obiettori (medici, Ndt) nelle strutture ospedaliere risulta quindi congruo rispetto alle Ivg effettuate».

L’unica nota leggermente stonata sembra essere il dato relativo al rapporto di abortività (ossia il numero di aborti per 1.000 nati vivi), che guarda caso risulta essere aumentato nel 2013 rispetto all’anno precedente; tanto da far trasalire l’autore con un perentorio «… e questo non è certo un dato incoraggiante». I più benevoli potrebbero affermare che tale modo di commentare la relazione annuale sulla legge 194 miri essenzialmente a tentare di difendere il sacrosanto principio all’obiezione di coscienza, dai continui attacchi che provengono da larghi settori della società civile, ed ancora, che seppur gli aborti sono sempre tanti un decremento degli stessi è sempre da salutare con una certa soddisfazione.

Tuttavia è proprio il caso di dire che i conti non tornano. Già, perché oltre al sopra citato aumento del tasso di abortività (ossia, gli aborti diminuiscono perché ci sono sempre meno gravidanze da interrompere e comunque il dato da cui partire per fare confronti non è quello relativo al numero degli aborti registrato nel primo anno di attuazione della legge ma lo zero aborti legali ante legge 194 … ), c’è da rilevare un dato che sfugge alle statistiche (ed all’articolista), ossia il ricorso ai tanti abortivi chimici tranquillamente presenti in commercio, la cui libera vendita è il risultato ovvio della legalizzazione dell’aborto.

Pertanto, non è un azzardo ipotizzare un numero totale di vittime degli aborti di gran lunga superiore a quello indicato nella relazione sulla 194. Ma soprattutto, ciò che realmente conta è che esiste ormai da quasi quarant’anni una legge dello Stato che regolamenta l’omicidio dell’innocente, perverte la psiche e l’anima delle persone e distrugge intere famiglie; una legge integralmente iniqua e priva di intrinseca validità giuridica i cui nefasti effetti vanno denunciati sempre e comunque.

Eppure, quando c’è da segnalare i presunti crimini commessi dagli Stati che applicano la pena capitale non si fanno sconti: il progressivo calare del numero delle esecuzioni non lascia soddisfatti, i cattolici per primi, si punta alla messa al bando planetaria del boia e si lavora alacremente e senza sosta in tal senso. Si parla delle nuove sfide con cui la famiglia è chiamata a confrontarsi ma si preferisce non “erigere muri” o non “alzare steccati” quando si tratta di contrastare il vero cancro che uccide la famiglia e la civiltà: l’aborto di Stato.

La profonda crisi nella Chiesa e, di riflesso, il crescente disordine morale presente nella società civile è ormai un fatto evidente. Occorre oggi più che mai che tutti gli uomini di buona volontà si adoperino per difendere la vita umana innocente, supplendo con il loro sacrificio ed impegno alle mancanze di molti, uomini di Chiesa inclusi. La Marcia per la Vita, la cui sesta edizione è in programma il prossimo 8 maggio 2016, rappresenta la giusta occasione per far valere le ragioni della vita e per togliere dall’oblio mediatico e culturale il più grande genocidio della storia dell’umanità, tuttora in atto

Report su Felice Maniero

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Segnalazione di Sigfrido Ranucci

«La figlia di Felice Maniero uccisa per vendetta»

A smentire la tesi del suicidio della figlia dell’ex boss della mala del Brenta è Giancarlo Carpi. L’anticipazione dell’inchiesta di Report in onda domenica.

 Non sarebbe stato un suicidio per una delusione d’amore, quello di Elena, la figlia dell’ex boss della mala del Brenta Felice Maniero. Sarebbe stata invece uccisa per una vendetta nei confronti di quel padre colpevole di aver collaborato con la giustizia. È quanto racconta per la prima volta a Report Giancarlo Carpi, l’ex camionista che negli anni Novanta aveva fondato con altri la struttura militare segreta “Legione Brenno”, una struttura coinvolta in un traffico di armi. Carpi aveva partecipato segretamente alla guerra tra Serbi e Croati ed era poi finito in carcere a Padova, dove aveva contatti con uomini legati alla mafia veneta. Gli uomini riferivano di un prossimo omicidio della giovane trentenne.

Dopo un volo nel buio dalla finestra della sua mansarda nel febbraio 2006, Elena Maniero fu ritrovata senza vita in un cortile di un condominio a Pescara dove viveva sotto falso nome. La vicenda è stata archiviata come suicidio per motivi sentimentali, nonostante i dubbi dell’epoca di Felice Maniero, che invece oggi – contattato da Report – non sembra più credere all’ipotesi dell’omicidio.

«Gli hanno ammazzato la figlia», rivela ora Carpi all’interno di una incredibile inchiesta di Report dedicata invece a un gruppo di contractors clandestini incaricati di addestrare delle milizie in Somalia e al traffico di armi internazionale, in onda domenica prossima alle 21.45 su Rai3.

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Spagna: epurati dalle liste dei Popolari i parlamentari pro-life

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EPURATI

Segnalazione Corrispondenza Romana

Esclusi dalle liste: alle prossime elezioni non correranno nella fila dei Popolari spagnoli. Sono Lourdes Méndez, José Eugenio Azpiroz, Eva Durán, Antonio Molina e Javier Puente, parlamentari del Congresso dei Deputati. Ed anche i senatori Gari Durán, Ángel Pintado, Ana Torme, José Ignacio Palacios e José Luis Sastre: anche loro, fuori. Il Pp si presenterà alle urne senza di loro. La loro unica “colpa” è quella di essere pro-life convinti. E di non aver gradito il tradimento del loro partito, che promise alle scorse consultazioni di abrogare la legge Aído sull’aborto, per poi, conquistato il potere, non farlo e riporre anzi il progetto in un cassetto chiuso a chiave, limitandosi a pochi ritocchi, assolutamente insufficienti ed inadeguati. Ritocchi, che quei parlamentari si rifiutarono di votare: erano una presa in giro. Sulla pelle dei bimbi uccisi nel grembo materno e sulla buona fede degli elettori.

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Del buon uso politico delle notizie . O la verità con data di scadenza

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Due informazioni interessanti sono arrivate, che danno occasione a un po’ di filosofia spicciola della comunicazione – e della loro “forza” politica.

La tv russa mostra per errore un’arma segreta

Che disdetta! Non una, ma due tv russe – NTV e Pervy Kanal – hanno rivelato segreti di Stato. E’ accaduto a Soci, durante una riunione del presidente Putin con alti responsabili militari. Da sopra le spalle di uno di detti responsabili, le telecamere hanno occhieggiato una pagina che l’alto ufficiale stava leggendo. Erano disegni e descrizione di un siluro – più precisamente un drone subacqueo – a testa atomica. Ed hanno indugiato abbastanza perché si potessero leggere le didascalie, subito tradotte dalle agenzie occidentali.

Si tratta dello Status-6, un apparato che può essere lanciato come un siluro da un sottomarino, ed esplodere sotto costa di un paese nemico, con lo scopo (dice la traduzione) di “danneggiare componenti importanti dell’economia dell’avversario in area costiera ed infliggere al territorio di un paese danni inaccettabili creando ampie aree di contaminazione radioattiva che diventerebbero impraticabili per ogni attività economica, agricola, militare o d’altro genere per un lungo periodo di tempo”.

Va da sé che le due tv hanno avuto l’ordine di cancellare le immagini. “In effetti, certi dati segreti sono stati filmati, per cui sono stati poi soppressi”, ha dichiarato Dmitri Peskov, il portavoce del Cremlino. Peccato però che Sputnik News le avesse già diffuse e restano in circolazione (e poi non dite che in Russia non c’è libertà di stampa).

Vulnerabile…

Chissà a quale economia da danneggiare hanno pensato a Mosca. Forse un paese petrolifero che ha in area costiera non solo i maggiori giacimenti, ma gli impianti, raffinerie, e teste di oleodotti, per non parlare delle gigantesche cisterne di stoccaggio che devono essere per forza sulla costa in attesa delle petroliere? Un paese – si dice per pura ipotesi – che magari fa’ un doppio gioco ributtante sulla questione della Siria, mandando i suoi ministri a trattare amichevolmente con Putin e continuando ad armare i terroristi dell’ISIS e peggio, a diffondere il fanatismo wahabita che la Russia sente come una minaccia diretta? International-petroleum-pipelines

Rendere impraticabile per lungo tempo le zone costiere economicamente floride di questo ipotetico paese, lo farebbe scomparire per sempre dalla mappa degli attori geopolitici; senza dire del vantaggio collaterale che ciò porterebbe ad un rincaro del barile, prospettiva altamente auspicabile per Mosca.

Ci sarebbe anche un altro staterello la cui contaminazione radiattiva di ampie aree farebbe tramontare per decenni la funzione di terra promessa. Un paese la cui aviazione ha bombardato installazioni militari a Damasco, nonostante gli accordi presi con Putin. Che, magari, sa troppo su chi e come ha fatto esplodere il volo dei turisti russi da Sharm.

Ma naturalmente sono pure ipotesi, del tutto improbabili. Quel siluro non sarebbe usato se non in caso estremo, di guerra a morte totale. O forse è invece un’arma atomica tattica? Resta l’involontaria fuga di notizie. Ora l’Occidente lo sa.

“Ho sparato io a JFK”

Nei giorni scorsi l’ergastolano James Files, 72 anni, è stato trasferito da un carcere di massima sicurezza ad un altro a regime più lieve, in vista della sua liberazione, dopo 36 anni di galera per vari omicidi. Così il suo nome è riapparso su qualche giornale, forse per l’ultima volta. E’ dal 1994 che Files ha sostenuto di essere stato lui, e non Lee H. Oswald, a sparare il colpo mortale al presidente J F Kennedy qual giorno del 22 novembre 1963 ad Houston.

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Files ha sostenuto di essere stato arruolato nella nella 82a Airborne, il corpo speciale parà usato al tempo in operazioni inconfessabili nel Laos e in Vietnam; di essere finito sotto corte marziale con l’accusa di aver ucciso due dei suoi uomini durante una delle operazioni nel Laos; di essere stato “protetto” in quel frangente da un agente della Cia di nome David Atlee Philips, che gli presentò (quello che poi sarebbe stato fatto passare come lo sparatore solitario a Kennedy); nello stesso tempo, diventò autista e guardaspalle di Charles Nicoletti, un capo gangster della mafia di Chicago nel ’61. Fu Nicoletti a parlargli del piano per uccidere Kennedy, rendendo chiaro che era un’operazione congiunta Mafia-Cia; che a lui Nicoletti l’azione era stata ordinata da Sam Giancana. A sparare doveva essere Nicoletti; solo se questi avesse sbagliato mira, l’ex parà sarebbe intervenuto a finire il presidente. La moglie, Jacqueline Kennedy, non doveva essere toccata.

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RemingtonXP-100

Files disse di aver sparato con un Remington XP-100 “Fireball” bolt action, e proiettili .22 long rifle fornitigli espressamente dall’uomo della Cia, Philips., proiettili preparati per esplodere. Quel mattino, alla vista del corteo, Nicoletti sparò; quando Files sentì che il gangster aveva sparato un secondo colpo, tirò anche lui: aveva mirato all’occhio, secondo lui fu il suo proiettile a sfracellare il cranio del presidente.

Poi se ne andò, dopo essersi rivoltato il giaccone da ferroviere reversibile e messo il Remington in una valigetta. La polizia arrestò invece Oswald, l’ex Marine, che stava – su ordine dei suoi referenti – nel magazzino di libri scolastici di Dallas; Oswald fu ucciso il giorno dopo da Jack Ruby, un piccolo gangster che di lì a poco sarebbe morto di cancro: senza spiegare il motivo della sua azione, e senza mai essere processato.

Insomma, Files ha confermato – e da anni l’intera sequenza dei fatti, e i mandani, che per decenni sono stati derisi come “complottismo” delirante. Anche se sono stati riscontrati dall’inchiesta del giudice Garrison, e – quanto a Files – la sua appartenenza alla 82 Airborne è stata confermata dallo storico ufficiale John C. Grady, anche se con fatica (i dati erano stati cancellati).

Personalmente sono stato colpito da un particolare: “Ho sparato dalla collinetta erbosa” ha detto Files. Quanti testimoni oculari, quel giorno, dissero di aver sentito chiaramente che gli spari venivano da questa collinetta erbosa, su cui si levava una staccionata, in Dealey Plaza a Dallas! E come furono trattati non solo dalla polizia, ma dai media e dai giornalisti liberi, che liberamente li schernirono a più non posso. Collina erbosa si dice “grassy knoll”: i media inventarono persino un nome collettivo, “grassy knoller”, per bollare tutti testimoni oculari che aveva sentito che ‘cera stato un secondo sparatore dalla collinetta, e per estensione tutti coloro che, in seguito, ad ogni attentato e false flag, hanno espresso dubbi sulle verità ufficiali. Il termine ha assunto, per un capolavoro della comunicazione, un insieme di connotazioni peggiorative inimmaginabili: Grassy Knoller non è solo un mattoide che ha preso lucciole per lanterne, un allucinato, ma uno sfigato che insiste e insiste rendendosi ridicolo. Ancora nel 2013, un columnist di un certo peso, Pat Cunningham, s’è chiesto: “John Kerry è un grassy knoller? E chi lo sapeva?”: Perché Kerry aveva detto di avere un’idea su chi e perché aveva fatto assassinare Kennedy, ma se la teneva per sé. Certi arcana imperii non devono essere svelati nemmeno mezzo secolo dopo. Nemmeno un segretario di stato può sfidarli.

http://www.journalstandard.com/article/20131111/blogs/311119928

James Files può dire quel che vuole, invece, ormai. Al sottoscritto, grassy knoller impenitente e orgoglioso di esserlo, non resta che qualche considerazione finale sulla verità. Ha una data di scadenza,oltre la quale è inutile. Quella sul siluro russo è freschissima, anzi data con un lieve anticipo, sicché esercita l’effetto politico pieno. Questa su Kennedy può circolare perché ha perso la sua carica esplosiva politica, che sarebbe stata diroimpente se fosse stata affermata nel ’62. Ormai non cambia le cose. Vedrete che fra altri 15 anni, anche la narrativa sull’11 Settembre comincerà a circolare, la sua versione ufficiale ad essere messa qua e là in dubbio. Ci saranno persino quelli – che oggi ci hanno dato dei grassy knoller – che diranno: “Ma sì, è noto che andò così e non cosà. Tutti lo sanno. Io l’ho capito subito”.

The grassy knoll
The grassy knoll

Questi sono i farabutti. Magari pagati. Ma non avrebbero potere, se non avessero dalla loro le schiere maggioritarie di quelli che per principio accettano quel che dice “l’autorità” – che può essere anche solo il TG – e per quel motivo, si scagliano con rabbia contro chi prova a spiegargli che la versione ufficiale non è quella giusta. E’ su questa massa di psico-poliziotti volontari che fa’ conto il potere, tanto più se è criminale. Tra di loro, specialmente irritanti sono quelli che hanno la cultura per capire, che non capiscono in tempo, e che per questo deridono chi ha capito prima di loro. Ma cosa volete, non c’è difesa.

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Giuseppe Parente mercoledì, novembre 11, 2015 

(G.p) Ad Ostellato, in provincia di Ferrara, continua la polemica politica sulla

bandiera dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia regalata dal locale circolo di Rifondazione Comunista XXV aprile e della famiglia Rinaldi al comune. Il consigliere comunale Marco Centineo, da poco approdato nelle fila di Forza Nuova ha chiesto al sindaco di rimuovere la bandiera dell’Anpi, non ricevendo risposta positiva alla sua richiesta, ha presentato un esposto contro il sindaco chiedendo la rimozione della bandiera.

Il quotidiano on line l’estense ci racconta, con un interessante articolo, che proponiamo nella sua interezza, la seconda puntata di questa contesa politica.
 
Protocollata ieri mattina la richiesta di rimozione contro il sindaco Marchi
Ostellato. Ieri mattina il consigliere di Forza Nuova MarcoCentineo, accompagnato dai militanti del partito di Fiore, ha depositato l’esposto contro il sindaco Andrea Marchi. L’esposto è motivato dalla richiesta di rimuovere la bandiera dell’Anpi esposta al primo piano del municipio. Secondo il partito di estrema destra l’Anpi sarebbe una associazione di estrema sinistra e il suo vessillo “non può essere ospitato in un Comune”.
Forza Nuova, nell’annunciare l’iniziativa, richiamava la legge del 5 febbraio 1998 n. 22 (disposizioni generali sull’uso della bandiera della Repubblica italiana e di quella dell’Unione europea) e il suo regolamento di attuazione con decreto del Presidente della Repubblica 7 aprile 2000 n.121, che disciplina esclusivamente l’esposizione nelle sedi istituzionali delle sole bandiere della Repubblica Italiana e dell’Unione Europea.
“Le norme citate – aveva a suo tempo risposto Marchi – disciplinano l’uso delle bandiere della Repubblica all’esterno dell’edificio pubblico che ospita il Comune. Le bandiere della Repubblica e dell’Unione Europea sventolano fuori dall’edificio e parimenti sono presenti nel mio ufficio, in assoluta adesione e rispetto della vigente normativa, alcuna altra bandiera è presente se non quelle indicate”.
Ma Forza Nuova va avanti e annuncia che non farà “un passo indietro, Forza Nuova Ferrara continuerà la sua battaglia per ristabilire la legalità per garantire la neutralità della sede comunale

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Esecuzioni, torture, stupri Le crudeltà dei partigiani

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La Resistenza mirava alla dittatura comunista. Le atrocità in nome di Stalin non sono diverse dalle efferatezze fasciste. Anche se qualcuno ancora lo nega

C’è da scommettere che il nuovo libro di Giampaolo Pansa, La guerra sporca dei partigiani e dei fascisti (Rizzoli, pagg. 446, euro 19,50; in libreria dal 10 ottobre), farà infuriare le vestali della Resistenza. Mai in maniera così netta come nell’introduzione al volume (di cui per gentile concessione pubblichiamo un estratto) i crimini partigiani sono equiparati a quelli dei fascisti. Giampaolo Pansa imbastisce un romanzo che, sull’esempio delle sue opere più note,racconta la guerra civile in chiave revisionista, sottolineando le storie dei vinti e i soprusi dei presunti liberatori, i partigiani comunisti in realtà desiderosi di sostituire una dittatura con un’altra, la loro.

Tanto i partigiani comunisti che i miliziani fascisti combattevano per la bandiera di due dittature, una rossa e l’altra nera. Le loro ideologie erano entrambe autoritarie. E li spingevano a fanatismi opposti, uguali pur essendo contrari. Ma prima ancora delle loro fedeltà politiche venivano i comportamenti tenuti giorno per giorno nel grande incendio della guerra civile. Era un tipo di conflitto che escludeva la pietà e rendeva fatale qualunque violenza, anche la più atroce. Pure i partigiani avevano ucciso persone innocenti e inermi sulla base di semplici sospetti, spesso infondati, o sotto la spinta di un cieco odio ideologico. Avevano provocato le rappresaglie dei tedeschi, sparando e poi fuggendo. Avevano torturato i fascisti catturati prima di sopprimerli. E quando si trattava di donne, si erano concessi il lusso di tutte le soldataglie: lo stupro, spesso di gruppo.

A conti fatti, anche la Resistenza si era macchiata di orrori. Quelli che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ricorderà nel suo primo messaggio al Parlamento, il 16 maggio 2006, con tre parole senza scampo: «Zone d’ombra, eccessi, aberrazioni». Un’eredità pesante, tenuta nascosta per decenni da un insieme di complicità. L’opportunismo politico che imponeva di esaltare sempre e comunque la lotta partigiana. Il predominio culturale e organizzativo del Pci, regista di un’operazione al tempo stesso retorica e bugiarda. La passività degli altri partiti antifascisti, timorosi di scontrarsi con la poderosa macchina comunista, la sua propaganda, la sua energia nel replicare colpo su colpo.

Soltanto una piccola frazione della classe dirigente italiana si è posta il problema di capire che cosa si nascondeva dietro il sipario di una storia contraffatta della nostra guerra civile. E ha iniziato a farsi delle domande a proposito del protagonista assoluto della Resistenza: i comunisti. Ancora oggi, nel 2012, qualcuno si affanna a dimostrare che a scendere in campo contro tedeschi e fascisti e stato un complesso di forze che comprendeva pure soggetti moderati: militari, cattolici, liberali, persino figure anticomuniste come Edgardo Sogno. È vero: c’erano anche loro nel blocco del Corpo volontari della liberta. Ma si e trattato sempre di minoranze, a volte di piccole schegge. Impotenti a contrastare la voglia di egemonia del Pci e i comportamenti che ne derivavano. Del resto, i comunisti perseguivano un disegno preciso e potente che si è manifestato subito, quando ancora la Resistenza muoveva i primi passi. Volevano essere la forza numero uno della guerra di liberazione. Un conflitto che per loro rappresentava soltanto il primo tempo di un passaggio storico: fare dell’Italia uscita dalla guerra una democrazia popolare schierata con l’Unione Sovietica.

Dopo il 25 aprile 1945 le domande sulle vere intenzioni dei comunisti italiani si sono moltiplicate, diventando sempre più allarmate. Mi riferisco ad aree ristrette dell’opinione pubblica antifascista. La grande maggioranza della popolazione si preoccupava soltanto di sopravvivere. Con l’obiettivo di ritornare a un’esistenza normale, trovare un lavoro e conquistare un minimo di benessere. Piccoli tesori perduti nei cinque anni di guerra. Ma le élite si chiedevano anche dell’altro. Sospinte dal timore che il dopoguerra italiano avesse un regista e un attore senza concorrenti, si interrogavano sul futuro dell’Italia appena liberata. Sarebbe divenuta una democrazia parlamentare oppure il suo destino era di subire una seconda guerra civile scatenata dai comunisti, per poi cadere nelle grinfie di un regime staliniano?

Era una paura fondata su quel che si sapeva della guerra civile spagnola. Nel 1945 non era molto, ma quanto si conosceva bastava a far emergere prospettive inquietanti. Anche in Spagna era esistita una coalizione di forze politiche a sostegno della repubblica aggredita dal nazionalismo fascista del generale Francisco Franco. Ma i comunisti iberici, affiancati, sostenuti e incoraggiati dai consiglieri sovietici inviati da Stalin in quell’area di guerra, avevano subito cercato di prevalere sull’insieme dei partiti repubblicani, raccolti nel Fronte popolare. A poco a poco era emerso un inferno di illegalità spaventose. Arresti arbitrari. Tribunali segreti. Delitti politici brutali. Carceri clandestine dove i detenuti venivano torturati e poi fatti sparire. Assassinii destinati ad annientare alleati considerati nemici. Il più clamoroso fu il sequestro e la scomparsa di Andreu Nin, il leader del Poum, il Partito operaio di unificazione marxista. Il Poum era un piccolo partito nel quale militava anche George Orwell, lo scrittore inglese poi diventato famoso per Omaggio alla Catalogna, La fattoria degli animali e 1984. Orwell aveva 34 anni, era molto alto, magrissimo, sgraziato, con una faccia da cavallo. Era arrivato a Barcellona da Londra alla fine del 1936. Una fotografia lo ritrae al fondo di una piccola colonna di miliziani del Poum. Una cinquantina di uomini, preceduti da un bandierone rosso con la falce e martello, la sigla del partito e la scritta «Caserma Lenin», la base dell’addestramento.

Orwell stava sul fronte di Huesca quando i comunisti e i servizi segreti sovietici decisero la fine del Poum. Lo consideravano legato a Lev Davidovic Trotsky, il capo bolscevico diventato nemico di Stalin. In realta era soltanto un gruppuscolo antistaliniano con 10 mila iscritti. L’operazione per distruggerlo venne ordita e condotta da Aleksandr Orlov, il nuovo console generale dell’Urss a Barcellona, ma di fatto il capo della filiale spagnola del Nkvd, la polizia segreta sovietica. Nel giugno 1937, un decreto del governo repubblicano guidato dal socialista di destra Juan Negrin, succube dei comunisti, dichiaro fuori legge il Poum, sospettato a torto di cospirare con i nazionalisti di Franco. Tutti i dirigenti furono imprigionati. Se qualcuno non veniva rintracciato, toccava alla moglie finire in carcere. Gli arrestati si trovarono nelle mani del Nkvd che li rinchiuse in una prigione segreta, una chiesa sconsacrata di Madrid. Interrogato e torturato per quattro giorni, Nin rifiuto di firmare l’accusa assurda che gli veniva rivolta: l’aver comunicato via radio al nemico nazionalista gli obiettivi da colpire con l’artiglieria. Gli sgherri di Orlov lo trasportarono in una villa fuori città. Qui misero in scena una finzione grottesca: la liberazione di Nin per opera di un commando di agenti della Gestapo nazista, incaricati da Hitler di salvare il leader del Poum. Ma si trattava soltanto di miliziani tedeschi di una Brigata internazionale, al servizio di Orlov. Nin scomparve, ucciso di nascosto e sepolto in un luogo rimasto segreto per sempre. E come lui, tutti i suoi seguaci svanirono nel nulla. Quanto accadeva in Spagna fu determinante per la svolta ideologica di uno scrittore americano di sinistra, John Dos Passos. Scrisse: «Ciò che vidi mi provoco una totale disillusione rispetto al comunismo e all’Unione Sovietica. Il governo di Mosca dirigeva in Spagna delle bande di assassini che ammazzavano senza pietà chiunque ostacolasse il cammino dei comunisti. Poi infangavano la reputazione delle loro vittime con una serie di calunnie». Le stesse infamie, sia pure su scala ridotta, vennero commesse in Italia da bande armate del Pci, durante e dopo la guerra civile.

C’è da scommettere che il nuovo libro di Giampaolo Pansa, La guerra sporca dei partigiani e dei fascisti (Rizzoli, pagg. 446, euro 19,50; in libreria dal 10 ottobre), farà infuriare le vestali della Resistenza. Mai in maniera così netta come nell’introduzione al volume (di cui per gentile concessione pubblichiamo un estratto) i crimini partigiani sono equiparati a quelli dei fascisti. Giampaolo Pansa imbastisce un romanzo che, sull’esempio delle sue opere più note, racconta la guerra civile in chiave revisionista, sottolineando le storie dei vinti e i soprusi dei presunti liberatori, i partigiani comunisti in realtà desiderosi di sostituire una dittatura con un’altra, la loro.

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La Slovenia costruisce il muro anti-migranti

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Stamattina l’esercito di Lubiana ha dato il via alla costruzione del muro di filo spinato al confine con la Croazia: servirà a regolare il flusso dei profughi. Per ora il confine resta aperto ma gli arrivi non cessano

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L’avevano detto, l’hanno fatto. Anche la Slovenia ha avviato la costruzione di una barriera confinaria per regolare e ridurre il flusso incontrollato di migranti che da mesi ormai ne interessa il territorio. Dalla metà di ottobre infatti la chiusura delle frontiere ungheresi, anche in questo caso grazie a un muro di filo spinato, ha dirottato gran parte dei profughi sulla rotta che passa per il piccolo Stato alpino e di lì in Austria e in Germania.

Nel mezzo dell’emergenza in Slovenia si sono registrati picchi anche di 6.500 arrivi al giorno. Per ovviare a questo stato di cose il governo di Lubiana aveva annunciato già qualche giorno fa la costruzione di un muro lungo li confine con la Croazia.

 

 

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Questa mattina l’esercito sloveno ha dato il via alle operazioni di costruzione intorno al villaggio di Veliki Obrez, oltre che al vicino valico di Rigonce: si tratta del varco confinario più vicino per chi proviene dalla capitale croata, Zagabria. Inoltre le operazioni di fortificazione interessano anche il valico di Gibina, molti chilometri più a nord.

Il premier sloveno Miro Cerar ha spiegato che il muro non servirà a bloccare i profughi ma solo a regolarne l’afflusso: il confine dunque rimarrà aperto. Le misure decise da Lubiana, però, non sembrano scoraggiare i migranti: durante la notte e in mattinata sono arrivati in Slovenia almeno duemila persone, che sono poi state raccolte nei centri d’accoglienza – che pure sono gravemente sovraffollati – o fatti proseguire verso l’Austria.

@giovannimasini

Mappa

 

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Libertà di espressione in Francia: proibite le manifestazioni pro Palestina e pro Boicot Israel

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Segnalazione di Federico Prati

La Prefettura di Heraulth (sud della Francia) ha proibito Sabato scorso una manifestazione di solidarietà con la Resistenza palestinese convocata dal comitato locale del movimento Boicotaggio Disinvestimenti e Sanzioni (BDS) contro Israele.

“Un Governo sottomesso ad Israele, proibisce agli stessi cittadini francesi il loro diritto alla libertà di espressione perchè lo hanno deciso le associazioni sioniste…..una vergogna per tutta la Francia!”, ha comunicato questa Domenica attraverso il suo profilo in una rete sociale di internet, l’associazione BDS Francia 34.

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Terrorismo: Mosca lo combatte. Parigi lo favorisce, gli USA sono sconfitti

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ANIS NACCHACHE

Segnalazione di Federico Prati

Esclusivo – Parla Anis Naccache, esperto militare e strategico. La percezione di una grande svolta nel Levante, tra nuovi protagonisti e vecchi attori spiazzati.

Colloquio con Anis Naccache a cura di Talal Khrais.

da Redazione Assadakah

DAMASCO (Siria) – È il mio terzo giorno nella capitale siriana, e la mia 59esima missione in Siria in meno di 5 anni. Ancora oggi cerco di capire meglio la situazione in Medio Oriente. La cosa più sicura è che la Siria è stata vittima del terrorismo e che a tutt’oggi, malgrado il rischio terroristico si possa scatenare in Europa, i leader europei seguono una politica cieca e contraddittoria: condannano il terrorismo ma fanno finta di combatterlo, intanto che non pronunciano alcun sostegno o perfino complottano nei confronti di chi il terrorismo lo combatte davvero.

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Prelato siriano: l¹Europa ci ha abbandonato e tradito

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Segnalazione del Centro studi Federici

“Le sanzioni alla Siria sono peggio di una guerra”

Il Patriarca Younan accusa l’Europa di aver “abbandonato e tradito” i cristiani mediorientali e gli americani di “essersi inginocchiati agli emiri”

Roma, 20 ottobre 2015 – C’era una volta il Mare Nostrum, “che collegava l’Europa al Medio Oriente”. Di quel corridoio attraverso cui transitavano cultura e scambi commerciali è rimasta oggi solo l’espressione geografica. Tra le acque del Mar Mediterraneo sventola la bandiera a stelle e strisce, in Medio Oriente scorre il sangue dei cristiani e, di fronte a questo scenario, in Europa vige l’apatia.

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La Consulta scopre la truffa della conversione Lire/Euro

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Lira euro

Torna d’attualità l’argomento della conversione ,in euro, delle lire ancora in circolazione, grazie alla sentenza della Corte Costituzionale n.216/2015 che dichiara incostituzionale l’Art. 26 del decreto legge 6 dicembre 2011 n. 201 emanato dal governo Monti.

Con l’avvento dell’euro, il 28 febbraio 2002 è cessato il corso legale della lira. La legge ha dato ai cittadini la possibilità di cambiare le lire con l’euro nei successivi dieci anni e cioè fino al 28 febbraio 2012.

Con il decreto del governo Monti del 6 dicembre 2011 si anticipava di tre mesi la “cessazione di convertibilità” delle lire in euro che sarebbe avvenuta il 28 febbraio 2012. Fino al 6 dicembre 2011 le lire che erano rientrate ammontavano ad un controvalore in euro di 63 miliardi. Sono rimasti esclusi dalla conversione 1,2 miliardi di controvalore di lire euro.

La sentenza nasce dalla denuncia di alcuni possessori di lire che dopo l’immediata entrata in vigore del decreto legge si sono visti rifiutare la conversione in euro da parte delle filiali della Banca d’Italia ,che ha dovuto rispettare il suddetto decreto. L’ammontare delle lire ancora detenute dai cittadini denuncianti corrispondevano a € 27.543,67 , una cifra irrisoria rispetto a 1,2 miliardi che non erano stati ancora cambiati ma che ha fatto in modo che venisse alla luce quanto vi esponiamo.

Innanzitutto mettiamo in evidenza l’enorme ritardo della Corte Costituzionale sulla questione monetaria che la stessa consulta avrebbe dovuto affrontare sin dalla ratifica dei Trattati di Maastricht nel 1992. Una Corte che è chiamata a pronunciarsi sulla costituzionalità di qualsiasi Legge ma che, in questo caso, dormiva. E dormiva anche nel caso del decreto del 2011 di Monti che anticipava la scadenza di conversione, tant’è che si è pronunciata a quattro anni di distanza e solo perchè è stata investita nel giudizio da parte del Tribunale di Milano, senza agire d’ufficio.

Delle omissioni da parte della Corte Costituzionale ne avevamo già parlato in questo articolo che vi suggeriamo di rileggere http://www.giacintoauriti.eu/notizie/90-il-presidente-costituzionalista-mattarella-omette-di-dire-che-l-euro-e-anticostituzionale.html

Ma ora veniamo alla sentenza del 5 novembre 2015 con la quale la Consulta consente di rendere convertibili le lire che gli italiani hanno ancora in possesso.

La Corte scrive che la la legge del dicembre 2011 voluta da Monti vìola l’art. 42 della Costituzione, proprio quell’articolo che Giacinto Auriti difendeva energicamente contro il trattato di Maastricht e che dimostra la lungimiranza del nostro luminare professore. Tanto lungimirante che emise il SIMEC propio in attuazione dell’Art.42 ( come è visibile sul retro dello stesso del SIMEC )

simec 3

Un articolo di cui la Corte si accorge solo ora che è stato vìolato. Oltre a tale articolo 42, nella sentenza si legge che l’art. 26 del d.l. 6 dicembre 2011 n. 201 vìola anche l’art. 1 della Convenzione Europa dei Diritti dell’Uomo ( CEDU ) e l’Art.3 della Costituzione. Nello specifico di queste vìolazioni la Consulta scrive:

“La norma contrasterebbe, in secondo luogo, con gli artt. 42, terzo comma, e 117, primo comma, Cost., quest’ultimo in riferimento all’art. 1 del Protocollo addizionale alla CEDU, in quanto realizzerebbe, di fatto, una sorta di espropriazione ai danni dei possessori delle banconote in lire, della quale beneficiano in prima battuta lo Stato, mediante il trasferimento del relativo controvalore al Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato, e in ultima analisi i possessori dei titoli del debito pubblico, che vedono così rafforzata la garanzia dei loro crediti. La questione è fondata, in relazione alla censurata violazione dell’art. 3 Cost.”

Bene, sono esattamente gli articoli di Legge ai quali si riferiva Auriti per difendere gli italiani dall’Euro e dall’Europa delle Banche. Per capire la lungimiranza di Auriti sulla difesa di tali leggi vediamo cosa esse prevedono.

L’Art. 42 della Costituzione al terzo comma sancisce che “La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale” e qui la Consulta ha dimostrato che l’impossibilità da parte dei possessori a convertire le lire si configura come un esproprio dei “beni privati” senza indennizzo perchè il valore incorporato da quelle lire, ossia il loro potere d’acquisto, è stato reso nullo dall’impossibilità della conversione e quindi quelle lire sono diventate carta straccia.

Si conferma, quindi, la tesi del valore per induzione giuridica di Auriti . Ossia che il valore della moneta non dipende dalla forma o dalla materia con cui è composta ma dipende dalla convenzione sociale legiferata che dà valore alal moneta per la certezza della sua accettazione. Soprattutto si conferma che la proprietà della moneta è del privato cittadino, proprio ciò che sosteneva Auriti con l’interpretazione autentica dell’Art. 42 della Costituzione.

Inoltre, la stessa Corte dice che “nemmeno la sopravvenienza dell’interesse di Stato alla riduzione del debito pubblico può costituire adeguata giustificazione di un intervento così radicale in danno ai possessori della vecchia valuta. Nel caso in esame non risulta operato alcun bilanciamento fra l’interesse pubblico perseguito dal legislatore e il grave sacrificio imposto ai possessori di banconote in lire, dal momento che l’ effetto immediato della non conversione non lascia alcun termine residuo, fosse anche minimo, per la conversione. Né, d’altro canto, lo scopo perseguito imponeva un tale integrale sacrificio, visto che, come si poteva prevedere fin dall’approvazione della norma, per la maggior parte delle banconote in lire corrispondenti al controvalore versato all’entrata del bilancio dello Stato non sarebbe stata chiesta la conversione.”

In sintesi , per chiarire questo passaggio, la Consulta dice che i possessori di lire, espropriati del loro valore e potere d’acquisto derivante dalla non convertibilità della vecchia moneta, non hanno ricevuto alcun indennizzo per il “sacrificio” alla rinuncia di conversione e dice, altresì, che lo Stato non può nascondersi dietro il paravento della “pubblica utilità” quando dichiara che il valore delle lire non convertite sia stato usato per ridurre il Debito Pubblico perchè chi in precedenza ha convertito le lire in Euro ha ricevuto in mano la nuova moneta invece che il nulla per ridurre il debito pubblico. In sostanza, chi aveva cambiato le lire in precedenza aveva effettuato una conversione di moneta e non una “rinuncia” in favore dei creditori dello Stato, detentori dei Titoli di Debito Pubblico .

Da qui ne discende anche la vìolazione dell’Art. 3 della Costituzione.

L’Art. 3 della Costituzione sancisce che “ tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso , di razza, di lingua , di religione , di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

E qui la Consulta ha dimostrato che il governo Monti con il Decreto Legge del 2011 intendeva tutelare i privati detentori di Titoli di Stato discriminando i possessori dei valori monetari delle lire che sarebbero dovute essere convertite in euro ledendoli nel princìpio di uguaglianza e creandogli un ostacolo di ordine economico, anziché rimuoverlo.

Ma un aspetto importantissimo della sentenza ,che dà ragione a quanto enunciato per oltre quarant’anni da Auriti, lo troviamo nell’ammissione della vìolazione dell’Art.1 del CEDU ( Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo ).

La Corte Costituzionale, infatti, dichiara quanto segue in merito a tale vìolazione:

“ La norma contrasterebbe all’art. 1 del Protocollo addizionale alla CEDU, in quanto realizzerebbe, di fatto, una sorta di espropriazione ai danni dei possessori delle banconote in lire, della quale beneficiano in prima battuta lo Stato, mediante il trasferimento del relativo controvalore al Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato, e in ultima analisi i possessori dei titoli del debito pubblico, che vedono così rafforzata la garanzia dei loro crediti. “

L’Art.1 del CEDU sancisce che Ogni persona fisica o giuridica ha diritto al rispetto dei suoi beni. Nessuno può essere privato della sua proprietà se non per causa di utilità pubblica e nelle condizioni previste dalla legge e dai principi generali del diritto internazionale.

Quindi osserviamo che oltre agli Artt. 3 e 42 ,di cui abbiamo detto sopra, anche l’Art.1 del CEDU viene in nostro favore e la Corte Costituzionale riconosce la moneta come un bene di proprietà del cittadino confermando ciò che Auriti ha sempre detto quando si appellava alla Costituzione ed alla Carta dei Diritti Umani per far riconoscere la proprietà della moneta al portatore, al singolo individuo che la possiede.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Corte EDU) considera come «bene» anche un profitto futuro, se il guadagno è stato acquisito o è stato oggetto di un credito esigibile, sicché l’eventuale interesse generale sotteso alla scelta legislativa non sarebbe sufficiente, nel caso concreto, a legittimare l’espropriazione disposta dalla norma denunciata.

Con questi riferimenti nella sentenza, da parte della Consulta, si può affermare che il Debito Pubblico sia detestabile e quindi il rifiuto del suo pagamento è un atto legittimo che la politica dovrebbe fare. Questa sentenza rafforza la proposta del giovane economista Salvatore Tamburro che portò alla ribalta mediatica la questione del Debito Detestabile.

A questo punto crolla qualsiasi pretesa giuridica delle banche della BCE sul loro diritto di proprietà della moneta perchè se la lira è stata riconosciuta dalla Consulta di proprietà del possessore e se essa ha subìto solo una conversione in nuova moneta a corso legale, chiamata Euro, e se è lo Stato che dà valore legale alla moneta , l’Euro non può essere considerato di proprietà delle banche partecipanti al capitale della BCE né può essere prestato allo Stato essendo lo Stato l’insieme della collettività di cittadini proprietari della moneta di valore legale tramite la Legge. Proprietari !! Come sancito dalla Corte Costituzionale. Proprietari di un bene economico a contenuto patrimoniale di proprietà del cittadino che lo ha acquisito a fronte dell’esigibilità derivante dal credito prodotto e commisurato con il suo lavoro ( come definisce il CEDU ).

Si desume che sono da riconoscere anticostituzionali tutti gli atti legislativi promulgati in favore di un Eurosistema bancario al quale è stata concessa una posizione privilegiata e discriminatoria nei confronti degli altri soggetti (fisici e giuridici di cui all’Art.3 della Costituzione) con l’esproprio dei beni monetari senza alcun indennizzo. Beni monetari che vengono prestati allo Stato generando debito la cui restituzione con prelievo fiscale non genera alcuna utilità pubblica ma soltanto benefici ai privati che prestano moneta.

Ma nel frattempo che la politica comprenda la grande portata di questa sentenza per il benessere dell’economia italiana e degli italiani, Banca d’Italia e Ministero delle Finanze stanno decidendo come fare per contabilizzare e restituire 1,2 miliardi di euro ( di vecchie lire ) a coloro che non ancora le hanno convertite.

Questa sentenza li mette in crisi perchè la Banca d’Italia aveva già trasferito l’ammontare delle lire residue non ancora rientrate , pari al valore di 1,2 miliardi di euro, al Fondo Ammortamento Debito Pubblico ,con cui lo Stato ha garantito i suoi creditori.

Pertanto ci sono da porsi queste domande: chi pagherà la conversione se questi soldi sono stati già usati dallo Stato in maniera anticipata ? La Banca d’Italia non pagherà ai possessori di lire soldi che ha già pagato anticipatamente allo Stato. Sarà lo Stato stesso a dover tirar fuori 1,2 miliardi di euro dal suo bilancio tagliando fondi da qualche parte. ?

Scuola di Studi Giuridici e Monetari-Giacinto Auriti

P.S.: Chissà se la Consulta si sarà accorta della incostituzionalità della Legge Delega che istituisce il Bail In, come scrivemmo qui http://www.giacintoauriti.eu/notizie/98-per-una-volta-siamo-a-favore-della-bce-ma.html

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