Vvox: Nizza, retroscena sul kamikaze che non voleva morire

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di Matteo Castagna

Nizza, retroscena sul kamikaze che non voleva morire

Vari indizi farebbero pensare che «il killer non ha agito da martire». E che potrebbe non essere neppure Bouhlel

bouhlel

Nell’articolo sui fatti di Nizza del 15 luglio scorso avevo detto che avrei fornito un’analisi più completa, dopo alcune indagini. Le promesse si mantengono. La fonte che utilizzo è un noto giornalista libero e, per questo, più affidabile di altri, che conosco personalmente: Maurizio Blondet, che riporta sul suo maurizioblondet.it questi ed ulteriori contenuti.

La Repubblica, che non è certo un giornale “border-line”, ha inviato a Nizza Carlo Bonini, uno dei più sperimentati cronisti di nera in Italia. E lui scrive: «Il killer non ha agito da martire». Riporta «una testimonianza che rende faticoso credere che Mohamed si stesse preparando a morire». Quella del fratello Jabeur, che dalla Tunisia dice: «mi ha telefonato il pomeriggio di giovedì 14 luglio. Sembrava molto contento. Non faceva che ridere. Negli ultimi tempi non faceva che chiedermi dei nostri genitori. Mi aveva detto che sarebbe tornato presto a vivere a Msaken. E aveva anche cominciato a spedire telefoni cellulari e del denaro. Piccole somme. Trecento, quattrocento euro alla volta».

Era stranamente contento, euforico, dice il fratello. Infine, la corsa del camion. «Lenta, in principio. Poi, dopo una breve sosta, improvvisamente furiosa nel suo ultimo tratto, dove si concentrerà per altro il massimo numero di vittime. Come se a metà di quel tragitto fosse accaduto qualcosa. Un qualcosa che andrà compreso presto se si vuole arrivare alla verità sulla notte del 14 luglio».

Poi: per raggiungere il camion che ha noleggiato e parcheggiato in anticipo di giorni, ci arriva in bicicletta. «Una bicicletta – dice Bonini — che, curiosamente, non abbandona, ma carica diligentemente nel cassone del camion. Come se a un certo punto di quella notte gli dovesse servire. Come se ci debba essere un dopo», appunto. E poi: le armi. Una granata, un kalashnikov, un fucile e una pistola. Solo questa è vera, le altre sono repliche innocue. A che dovevano servire? A un “dopo” che non prevedeva la sua morte. L’ultimo sms che scrive ad uno dei suoi interlocutori, mentre già il camion è in moto, dice: «Manda altre armi».

Non certo a lui, che già è al volante e in marcia. Armi, poi, del tipo finto? «E lo scrive cinque minuti prima di forzare il blocco che immetterà il tir bianco sulla Promenade. Dunque, quelle “altre armi” vanno “mandate” in un punto di consegna che non può essere certo il camion già in movimento». La marcia dapprima lenta. Poi, la breve sosta. Da quel momento, la corsa assassina a 90 all’ora.

Bonini non lo dice chiaro, ma lascia che il dubbio affiori nella nostra mente: dopo la breve sosta, era ancora Mohamed Lahouaiej Bouhlel al volante? O un’altra persona, magari? Di Bouhlel sono rimasti sul cruscotto, accuratamente in vista, la carta d’identità e persino la carta di credito.

E’ il noto classico di queste stragi: anche gli assassini della redazione di Charlie Hebdo sono stati identificati come i fratelli Kouachi perché, nell’auto che avevano abbandonato nella fuga, c’era un documento di uno dei due. Dimenticato, s’è detto: come fosse logico. I Kouachi non li abbiamo mai visti davvero, e sono morti; anche Bouhlel è morto; sarà lui? O solo i suoi documenti?

Perché a Francois Molins, procuratore della repubblica di Parigi, è scappato detto il seguente particolare: il corpo dell’assassino è stato “trovato morto sul sedile passeggeri” del camion. Qualcun altro guidava? Una giornalista del Telegraph intervista un sopravvissuto, Damien Zamon, 25 anni, che era a Nizza quel giorno. Ci abita. «Mio padre, quando al telefono gli ho detto che sarei andato a vedere i fuochi artificiali, mi ha supplicato di non andarci, perché poteva avvenire un attentato».

Il padre si chiama Israel Zamon. Lo ha “supplicato”… Non è affatto insolito: fin dai tempi della Bibbia, ci sono profeti in Israele. E già che ci siamo, poniamo la domanda: come mai lo Stato Islamico è così feroce con la Francia? Tre attentati in 18 mesi, e uno più sterminatore dell’altro. Tutti sotto la presidenza Hollande: eppure Hollande è uno dei più accaniti nemici di Assad in Siria; vuole rovesciarlo da anni.

Era pronto a intervenire militarmente se l’avesse ordinato Obama. Eppure, lo Stato Islamico ce l’ha con Hollande. Precisamente, quello Stato Islamico o Daesh i cui comunicati vengono diffusi dal Site di Rita Katz, rivendica tutte le stragi che hanno costellato la presidenza del Beduino – il più sanguinoso abitante dell’Eliseo.

Come mai? C’è qualche vendetta da consumare fra Hollande e, diciamo, “Rita Katz”? Qualcosa di inconfessabile? Forse può aiutare una vecchia nota di Thierry Meyssan, di Voltairenet. E’ del 2014: «Nel gennaio 2014, Francia e Turchia hanno armato Al Qaeda per attaccare l’”Emirato Islamico in Iraq e Levante” (EEIL, Daesh). Si trattava allora di silurare il piano americano di creazione di un Kurdistan indipendente in Iraq e nel Nord della Siria. Ma a seguito di un accordo con gli USA, nel maggio 2014, la Francia cessava le ostilità contro lo EEIL».

Più che un piano americano, era una promessa israeliana: il governo israeliano ha promesso ai curdi di Mossul che nella risistemazione del Medio Oriente, sarebbe stato dato finalmente loro uno stato nazionale – ritagliandolo fra Irak, Siria e Turchi. Il che può spiegare anche come mai Erdogan sia impazzito e si sente tradito dagli “americani”.

Quanto all’accordo raggiunto da Hollande con “gli americani”, di non impedire più la formazione di uno stato curdo, va aggiunto che è avvenuto dopo alcuni ammazzamenti dalle due parti: un drone americano uccide il comandante di Al Nusra che rispondeva al nome di David Drugeon, militare francese; e un “terrorista islamico” professionale, di nome Mehdi Nemmouche al museo dell’Olocausto di Bruxelles, fulmina due coniugi lì abitanti, che i giornali israeliani diranno agenti del Mossad. Poi Nemmouche salì sul pulmann e si consegnò, con tutto il suo armamento e la telecamera che s’era appuntato sul petto per documentare la sua esecuzione, ai suoi superiori – volevo dire alla polizia francese – a Marsiglia, dopo 800 chilometri.

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Lo stesso ‘giornalista’ che ha fatto il video a Nizza, era anche a Monaco. A filmare davanti al McDonald

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La sera del 14 luglio, Richard Gutjahr è  a Nizza, sulla promenade, e riprende in video la scena del camion che fa’ strage. Il 22 luglio, Richard Gutjahr   si trova a Monaco di Baviera: incredibile  fortuna/sfortuna,  giusto davanti allo shopping center  dove il diciottenne  “assassino solitario”   sta per fare una strage – o l’ha appena fatta.

E’ lui quello che riprende  la prima scena, mandata in onda da tutti i media, probabilmente con lauto guadagno per l’autore.  Un video   le  cui circostanze lasciano subito perplesso  il giornalista Marcello Foa: “Chi filma è dall’altra parte di una strada molto trafficata e l’entrata di un Mc Donald è quanto di più banale ci sia. Ne converrete: è inverosimile che qualcuno decida di fare un filmino proprio lì e proprio mentre il killer esce, alza il braccio e inizia a sparare. Tanto più che quando l’assassino appare, l’inquadratura stringe subito sul folle tiratore.La circostanza è troppo straordinaria per essere casuale. E allora? E’ evidente che chi ha filmato sapeva quel che stava per accadere. Era lì apposta. Un complice. E dai nervi d’acciaio. Nelle immagini seguenti si vede la telecamera puntata a terra mente l’uomo si allontana velocemente. Poi si sente la sua voce, parla in Hoch Deutsch, il miglior tedesco. Dice ai passanti: “Sta venendo qui. Correte gente”, ma senza urlare, senza panico.  Il tono è appena concitato, non è quello di un uomo sconvolto che ha appena assistito a un omicido. Appare controllato, straordinariamente padrone di sé. Chissà se la polizia lo ha già individuato. Chissà se lo identificherà mai. Speriamo”.

Lui: a Nizza (a sinistra) e a Monaco (a destra)
Lui a Nizza (sinistra) e Monaco (destra)

Eccolo identificato:  Richard Gutjahr, che si definisce un po’ “attore” e un po’ “giornalista indipendente”, riempie you tube di proprie immagini, è sposato con Einat Wilf, ex deputata israeliana nel partito di Netanyahu,   che viene dai ranghi della intelligence militare di Sion.  C’è qualche polizia che abbia voglia non dico di interrogarlo (sarebbe antisemitismo e negazionismo dell’Oloké)  ma intervistarlo su queste sua capacità paranormale?

Se  non altro – come mi suggerisce una lettrice – per sapere dove il caro Richard intende fare il prossimo viaggio con strage annessa.

Il giovinotto dovrebbe gradire:   dalle immagini che sparge di sé sui social media, gradisce la   notorietà. Anche la mogliettina non esita a  postare sé stessa su Wikipedia:

Israelizzazione degli europei

Sappiamo così che Einat Wilf, nata a Gerusalemme ma laureata ad Harvard, è tornata in patria per  essere arruolata, da tenente,  nella Unit 8200 :    il corpo (Yehida Shmoneh-Matayim) che si dedica alla

La moglie, tenente Einat Wilf
La moglie, tenente Einat Wilf

intelligence “dei segnali” (SIGINT).   La graziosa signora è stata anche consigliera di politica estera   del primo ministro Shimon Peres, membro di un ente chiamato  Jewish People Policy Planning Institute , ed editorialista del quotidiano israelian Israel HaYom, uno dei media più vicini a Netanyahu e all’ala estremista del Likud. Nel 2007,   la Wilf – veramente ambiziosa! – ha concorso per la presidenza del World Jewish Congress, Congresso Ebraico Mondiale (la centrale delle centrali, si può dire), ritirandosi però prima del voto (sic). Nel parlamento israeliano è entrata nel 2009 – ma solo  come sostituzione di  un deputato che s’era ritirato. Ha perso il seggio nel 2013. Ha scritto un paio di saggi:   My Israel, Our Generation, e Global actors and global politics : the case of the World Jewish Congress campaign against the Swiss Banks(2008). 

Dunque nelle due stragi in Europa, sembra trattarsi di una stessa strategia della tensione volta a provocare paura nelle folle. Le stesse paure di uscire, andare al ristorante, sul lungomare; la stessa paura del “musulmano”  accoltellatore e assassino  …che provano coloro che hanno rubato ai palestinesi terra, case, aranceti.

E ci stanno riuscendo. In un prossimo articolo,  converrà ricordare come è stata messa a punto la tecnica della diffusione di ‘états d’esprit‘  collettivi.

(PS – Qualche lettore non riesce a capire “a che gioco giocano”, perché lo fanno.

Il caos e la strage possono essere dei fini in sé, per creature che si sono date al MAle assoluto. Ricordo i suoi attributi: Padre di Menzogna e Omicida fin da Principio. Guardate come sono riusciti a ridurre paesi come Irtakm, Afghanistan, Siria, Libia: ancora non capite? Adesso tocca a noi.

D’altra parte, creare le paura nelle masse europee, bovine ed ovine, serve a renderle sempre più docili agli arbitri del potere, alla riduzione delle libertà politiche, ad accettare le durezze economiche e – forse – anche la guerra: dopotutto, il potere ci sta difendendo dal “terrorismo”, e ‘ci vuole più Europa”..)

La truffa del sistema bancario

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La truffa del sistema bancario


Lo Stato Italiano (e gran parte degli altri Stati Sovrani nel Mondo) ha abdicato alla propria Sovranità Monetaria a favore della Banca Centrale (prima Banca d’Italia, ora Banca Centrale Europea).

Questi “Fantasmi Giuridici” sono privati, appartengono a Banche Private di Banchieri Privati, e quindi rispetto al Cittadino (ignaro, ignorante, indifeso e spesso indifferente) adoperano la logica del ‘servirsi’ e non del ‘servire’, unico comportamento etico (v. Giacinto Auriti). Come tutte le Corporation, le Banche non sono orientate all’Etica ma al Profitto (v. Domenico De Simone).
I politici sono “camerieri dei banchieri” per quei personaggi che hanno saputo ‘vedere’ al di là della cortina di fumo e menzogna che cela la vera realtà del sistema bancario e finanziario dell’Italia e di tutto il Mondo e che si chiama Usurocrazia (v. Ezra Pound).
Se lo Stato stampasse la propria moneta, così come conia le proprie monetine, si estinguerebbe di colpo il mostruoso Debito Pubblico che grava su tutti Noi, i Nostri Figli e quindi il Nostro Futuro.
Si spezza così la catena della schiavitù della moneta-bancaria, catena forgiata dalla creazione dal nulla della moneta-debito (‘ex nihilo’ – v. Maurice Allais). Il Popolo, di nuovo padrone della propria Sovranità Monetaria, tornerebbe a Vivere.
La banconota da cinquecento lire “Mercurio” di proprietà dello Stato

Ora facciamo un esempio.

Lo Stato paga un Dipendente Pubblico 1.400 euro, che in contanti equivale ad un mazzetto di 14 banconote da 100 euro nominali (valore nominale = di facciata, quanto stampato sulla carta-moneta). Attualmente ogni banconota costa allo Stato 100 euro, più gli interessi (mettiamo che il Tasso di Sconto, che è il costo del denaro tra Banca Centrale e Banche Locali, è al 2,5% e che si applichi anche allo Stato). Al Banchiere la stessa Banconota costa 3 centesimi di euro (3 eurocent = 0,03 euro = valore intrinseco = costo di produzione = costo medio della carta, inchiostro, tecniche anticontraffazione
ecc…).
Il Banchiere ricava 1.435 euro (100 x 2,5% x 14). Il Banchiere spende 0,42 euro (14 x 0,03). Il Banchiere guadagna 1.434,58 euro (1.435 – 0,42) e questo è il signoraggio sullo stipendio di un singolo dipendente. Quanti sono i Dipendenti Pubblici? 3 milioni? Quant’è lo stipendio medio? Quello indicato? Un po’ meno, un po’ di più? Fate voi gli aggiustamenti… Uno stipendio di 1.400 euro ‘costa’ allo Stato 1.435 euro. Lo stesso meccanismo per una strada, un ospedale, un ponte, un carroarmato, un telefono… E queste spese dello Stato vanno saldate, con le Tasse. Calcoliamo, da Bar dello Sport, la Tassa che tutti i cittadini devono pagare per saldare 1.435 euro x 3 milioni di dipendenti pubblici.
Non facciamoci distrarre e lasciamo ai politici giocare sul fatto se i Dipendenti pubblici sono tanti o pochi o il giusto, e se i ponti servono o non servono, se gli Ospedali e le scuole vanno privatizzate o no. Noi ormai abbiamo capito che anche UN SOLO dipendente costerà sempre più di quanto il poverino intasca.

Mille Lire “Giuseppe Verdi”, di proprietà della Banca d’Italia
Facciamo due conti: 1.435 x 3.000.000 = 4.305.000.000 euro ! 4,3 miliardi di euro al mese ! e poi ci sono le strade, gli Ospedali ecc…
E se lo Stato stampasse i propri soldi? Stampare un mazzetto di banconote che valgano 1.400 euro costa 0,42 euro, ricordiamolo… 0,42 x 3.000.000 = 1.260.000 euro! Il Pubblico Impiego allo Stato costerebbe 1,6 milioni di euro al mese ! E’ assurdo?!?! 4,3 miliardi di euro contro 1,6 milioni di euro?
Quanti contribuenti ci sono in Italia ? Facciamo pagare anche i gatti? Diciamo 30 milioni? Trovate Voi i dati precisi. .. 4,3 miliardi di euro / 30 milioni di tassati = 143 euro! 1,6 milioni di euro / 30 milioni di tassati = 0,05 euro!
Con il signoraggio del Banchiere, il Pubblico Impiego costa al Contribuente (attualmente) 143 euro al mese, senza signoraggio invece, solo 0,05 euro al mese. E gli impiegati non perderebbero Potere d’Acquisto perché le banconote sarebbero garantite dallo Stato, quindi dalla comunità tutta, per semplice convenzione, perché la banconota avrebbe il valore che tale convenzione ‘induce’ nella carta. È il Popolo che accettando la carta-moneta (per convenzione tra i Cittadini stessi di una Società) ne crea il valore, con il principio dell’induzione, scoperto dal Prof. G. Auriti.

Non serve neanche la riserva aurea (in ogni caso e di fatto già assente dal 1971, con la fine degli accordi di Bretton Woods, per volere di Nixon e la chiusura della Gold Window).
Stesso discorso per le strade, pensionati, ospedali… Lo Stato pagherebbe le Ditte che fanno le Grandi Opere con moneta propria, non carica di Usura Bancaria. La realizzazione di Servizi e Lavori Pubblici saranno discussioni squisitamente politiche e non economiche. Sarà il consenso popolare a determinare investimenti, senza dipendere da Usurai.
Se il Popolo ritiene necessario un ponte, lo Stato stampa i soldi necessari per fare quel ponte. Così non si avrà inflazione perché, a costo zero (spese tipografiche), si crea il bene-moneta per realizzare il ponte, ossia il suo equivalente Bene Reale (concetto base del Credito Sociale. v. L’Isola dei Naufraghi, di Louis Even).
Da qui si può partire per creare il Reddito di Cittadinanza, perno concettuale e pratico per slegare il Popolo dalle angherie e ricatti dei Detentori del Potere di Emettere Moneta.

Il segreto del capitale

Avete accumulato un piccolo o grande risparmio: 50 mila euro, 100 mila. Anche 500 mila, se siete un dentista o un bottegaio. La propaganda del capitalismo terminale vi invita, anzi vi spinge, vi obbliga a farlo fruttare: nel futuro, vi dice la sirena seduttrice, vi ritroverete con una bella somma, ben accresciuta, che renderà serena la vostra vecchiaia. Voi, perciò, affidate i vostri risparmi a un fondo d’investimento, a un fondo pensione. Se i risparmi sono alti, a una società di gestione dei patrimoni. Ogni fondo ha un gestore: un esperto, uno che sa – diversamente da voi – come far fruttare i vostri soldi. Li impiega in azioni e obbligazioni, da esperto qual è: i titoli più lucrosi, nel mix più sapiente.
La realtà è un po’ diversa.
La prima cosa che fa’ il gestore, appena ricevuti i vostri soldi, è: comprarsi la Mercedes più grossa sul mercato, aggiungervi una Porsche per i suoi week-end, accaparrarsi un attico di lusso. Per vivere da ricco.
La Mercedes nuova del gestore dovrebbe suscitare qualche sospetto. Si sta occupando davvero di far diventare ricchi noi? La Mercedes l’ha comprata coi soldi nostri; fossero stati suoi, magari, avrebbe scelto un modello più economico. Speriamo almeno che accresca il nostro risparmio, il nostro modesto capitale.
In realtà, i gestori dei fondi, in media, non riescono quasi mai a battere l’indice.
Lo hanno provato studi seri: perdono soldi più o meno come avreste fatto voi, se aveste giocato in Borsa personalmente. Almeno vi sareste rovinati da soli, senza pagare commissioni. Perché questo è il punto: perda o vinca, per il gestore è lo stesso. Lui, guadagna sempre: si fa pagare per gestire i vostri risparmi. In anticipo. Grasse commissioni. Il capitale, del resto, mica è suo: è vostro. Suo è il lucro. Ancor peggio, se vi consigliano di mettere i soldi in azioni.
Dicono in America: sulla porta di Wall Street (la Borsa) c’è una scritta:Caveat Emptor, stia attento il compratore.
Ma questa scritta la vedono solo gli esperti, gli speculatori professionali. E, loro, non hanno nessun interesse ad aprirvi gli occhi, perché la vediate anche voi. Anzitutto, non vi avvertono che la Borsa è come la caccia alla volpe: un gioco per grandi abbienti. Anche negli Stati Uniti, dove tutti hanno qualcosa in azioni, il 10 per cento delle famiglie detiene l’86 per cento dei titoli. Uno degli scopi primari (e il meno confessato) della Borsa è di fabbricare capital gains (profitti sul capitale) per consentire ai miliardari di evitare le tasse: il prelievo fiscale sui redditi di lavoro è aggressivamente progressivo, sui capital gains o è zero, o è a percentuale piatta (non aumenta col reddito).



Ma la Borsa serve anche per fabbricare perdite, in modo da compensare profitti: sempre per consentire ai signori di sfuggire al fisco.

Tuttavia, la Borsa ha bisogno dei piccoli risparmiatori. Altrimenti, essendo un gioco a somma zero, chi potrebbero spogliare i professionisti dell’azzardo? Da qui l’invito generale, nei tempi del capitalismo ultimo, a diventare tutti azionisti. Lo chiamano capitalismo democratico: senza dire che esso presenta per il padronato alcuni vantaggi collaterali. Per esempio, se un’azienda paga i suoi lavoratori, in parte, con proprie azioni (come avviene in Usa, e si vorrebbe cominciare a fare in Europa), su quell’emolumento non deve sborsare i contributi previdenziali.
Cercano di stimolare persino il vostro patriottismo: “mettendo i risparmi in Borsa, finanziate le aziende italiane”
Mentre non è vero: le imprese si finanziano sul mercato dei titoli solo in percentuale marginale; per lo più s’indebitano con le banche, emettono bond oppure obbligazioni, o presso merchant bank.
Sempre più seducente, si ripete l’urgente invito a investire i risparmi nei fondi, anche per assicurarsi la pensione: tra vent’anni, il vostro pacchetto di azioni avrà preso un bel valore, e potrete cominciare a realizzarlo.
È una frode: le azioni, fra vent’anni, saranno quasi sicuramente ribassate.
Per il solo fatto che allora ci saranno meno italiani di oggi, e quindi la domanda di azioni sarà più debole. Negli anni ’70, un analista americano di nome Gelvin Stevenson provò a confrontare le performances borsistiche secondo le varie classi di reddito: scoprì che chi ha redditi alti vince, e chi ha redditi bassi, tendenzialmente, perde. E che perde tanto più, quanto più il suo reddito è basso.

Fino a pochi anni fa, gli agenti di Borsa – mediatori necessari, se volete acquistare azioni – erano una casta chiusa, un monopolio. Questi sacerdoti del mercato e del rischio, stranamente, si erano protetti da ogni rischio, e dalla concorrenza sui prezzi. Si facevano pagare in commissioni fisse. Ancor oggi, che vincano o perdano (coi soldi vostri), ha poca importanza: loro incassano per ogni transazione che operano a vostro nome. A volte comprano e acquistano coi soldi vostri, solo per accrescere il loro onorario.

Diversi anni fa, a New York, un povero risparmiatore di nome Guy R. Pierce affidò il suo modesto gruzzolo, 3 mila dollari, agli agenti Richard, Ellis & Co. Nel giro di un mese, Pierce ritrovò il proprio patrimonio ridotto a 110,98 dollari in liquidità e 50 dollari in azioni. Come scoprì il giudice a cui il malcapitato si rivolse, il suo agente era giunto ad operare sul conto del cliente, in un mese, “fino a 15 acquisti di un solo titolo per complessivi 31 mila dollari, e altrettante vendite di quel solo titolo per oltre 26 mila dollari. In un caso il broker vendette allo scoperto un titolo per ricomprarlo lo stesso giorno, perdendo in entrambe le transazioni”.
Per questa splendida performance, la Richard, Ellis & Co. addebitò a Pierce commissioni per 1022 dollari. Il capitalismo terminale, finanziario, come tende a retribuire il minimo possibile il lavoro, così tende a non retribuire il risparmio. In ogni caso, la sua vittima predestinata è il lavoratore-produttore, colpito da due parti: da salariato, e da risparmiatore. Il risparmio è una sciagura, di questi tempi. Come Pinocchio, incauto, mostra al Gatto e alla Volpe i suoi zecchini d’oro, così accade a voi risparmiatori quando mettete il denaro risparmiato in banca. In tal modo, il Gatto e la Volpe sono al corrente di quanto avete.
Da quel momento, hanno un solo pensiero: portarvi via i soldi. Già il bancario allo sportello, ben istruito, vi fa’ notare che tenete cifre troppo grosse sul conto corrente, che non rende niente (ma non è la banca a fare in modo che non renda niente?). Mettetelo nei nostri fondi, il vostro capitale. Che rendono il 3, il 5. Detratte, come ovvio, spese e commissioni. A Pinocchio, il Gatto e la Volpe parlarono di un favoloso orto, dove gli zecchini, seminati, avrebbero generato alberi di zecchini, con frutti d’oro.
Voi risparmiatori venite convinti, né più né meno di Pinocchio, che quel campo dei miracoli esiste. E dove sia, lo sa solo il gestore. Invece, se proprio le cose vanno bene – se la Borsa sale, una situazione in cui anche gli inesperti guadagnano – il gestore sì farà fruttare il vostro risparmio il 7, anche il 18%; ma a voi, fateci caso, sarà attribuito il 4, o il 14%. Il resto, arricchisce i gestori.
Se le cose vanno male in Borsa e il gestore (come sareste capace di fare anche voi) perde, il danno è tutto vostro.
Non rivedrete più il vostro capitale. Ve ne daranno due o tre motivi. Primo: “non le conviene uscire adesso”. Secondo: “il suo capitale, in questo momento, non è liquido” (i titoli non sono realmente liquidi, ossia vendibili in tempi di crisi, di calo rapido dei corsi: nessuno li compra). Fino al terminale argomento: “il suo capitale è perduto. Non sapeva di averlo impiegato in un investimento a rischio?”.

È il metodo del Gatto e della Volpe. Il vostro capitale, per loro, è un fastidioso passivo: perché devono pagarvi qualcosa, un interesse, un frutto, sborsandolo di tasca loro. L’attivo, per loro, non è il vostro capitale, sono i frutti che loro possono introitare, moltiplicati, dal vostro risparmio. Quelli, se li tengono loro quanti più possono. Ma allora che fare? Lasciare i soldi in banca, su conto corrente che non rende niente? Perché almeno sono liquidi, cioè li potete ritirare in ogni momento? Ah, poveri imperdonabili Pinocchi: voi ignorate tutto della banca, ignorate i trucchi del credito, ignorate gli impegni che avete assunto quando avete messo i soldi in banca.

È appunto sulla vostra ignoranza che ingrassano i finanzieri, gli speculatori, i banchieri. Il trucco comincia lì, proprio nella banca. La banca vi fa’ credere che presta il vostro denaro ad attività produttive. Se avete messo 100.000 euro in deposito, essa presta – vi fa’ credere – i 100.000 euro a un imprenditore che chiede un fido. Così spiega la forbice fra il tasso passivo che paga a voi – l’1 per cento d’interesse, che con l’addebito delle spese diventa lo 0 per cento, o addirittura un interesse negativo (e voi già ci perdete, per il solo fatto di aver affidato i soldi alla banca) – e il tasso attivo che fa’ pagare all’imprenditore, indebitandolo: il 7%, magari il 12 o più.
Voi credete che questo sia il lucro della banca: 7 meno 1, 12 meno uno. In percentuale su quei 100 mila euro, fa’ un guadagno di 7mila o 12mila. Un po’ eccessivo, ma insomma la banca corre dei rischi: l’imprenditore può diventare insolvente, la banca ha delle spese. Il lucro è legittimo. Così credete voi. Ma la banca, sul vostro deposito, in realtà lucra non il 7 ma il 28%, non il 12 ma il 48%. La banca ha davvero scoperto il campo moltiplicatore degli zecchini; solo, non ve ne fa partecipi. A voi, riconosce solo l’1 per cento. Come avviene? Dov’è il trucco?
Il trucco è: quando voi depositate in banca 100 euro, la banca può creare fra i 10 e i 20 prestiti da 100 euro ciascuno: ossia “crea” moneta per mille o duemila euro.
Nei paradisi fiscali, dove non si richiedono riserve obbligatorie, anche di più, fino a 10 mila euro. E su tutto quel denaro inventato e dato a prestito la banca lucra gli interessi.
Ma come fa’ la banca, obietta Pinocchio, a prestare denaro che non ha in cassa? Può perché sa che i depositanti non ritireranno tutti insieme la totalità dei loro depositi, né i debitori realizzeranno di colpo i loro fidi. Lo faranno a poco a poco, secondo necessità; lo faranno per lo più emettendo assegni, non ritirando contanti. Basterà il flusso di cassa (il debitore paga gli interessi con denaro vero) per consentire alla banca di pagare contanti ai depositanti, relativamente pochi, che chiedono soldi veri. Per mantenere il pubblico nell’illusione che la banca è solvente, che i soldi li ha. Ma quei soldi, non sono altro che scritture contabili.
Tra l’85 e il 95% del denaro circolante è creato dalle banche.
Attraverso l’apertura di credito. Moneta-credito. Moneta scritturale, come si dice nel gergo della banca. O anche, in America: moneta creata dall’aria, fiat money. O come dice Maurice Allais, l’unico economista Nobel affidabile: moneta creata ex nihilo. “Ex nihilo”: può essere più chiaro?
Ezra Pound, che aveva compreso il trucco, ne era diventato quasi pazzo nello sforzo di avvertirne il pubblico, di gridarlo in versi ruggenti, di svegliare Pinocchio, l’ingannato, dalla sua auto-illusione. Citava di continuo la definizione che l’Enciclopedia Britannica, monumento del pensiero politicamente corretto, dava della banca: “la banca lucra gli interessi dal denaro che crea dal nulla”. Ogni banca, avendo in cassa depositi per cento euro, paga per quel deposito l’1 per cento; poi ne presta almeno 400 al 7%, lucrando 28 euro di interessi.
Si può essere più chiari di così? Ma Pinocchio continua a dormire: noi, voi.
Pound sapeva anche questo, e citava una frase che il primo lord Rotschild avrebbe pronunciato nel 1861: “pochissimi capiranno il sistema, e quelli che lo capiranno saranno occupati a far soldi. Il pubblico probabilmente non capirà che è contro il suo interesse”. È così. Talora, in certi momenti roventi della storia economica, specie in Usa, le banche hanno creato denaro dal nulla in percentuali enormi, senza il più flebile rapporto coi depositi di cui avevano l’affidamento. In quei rari momenti, tragici crack che rovinavano milioni di uomini e donne, il loro bluff è stato rivelato: troppi depositanti si sono precipitati allo sportello per riprendersi i soldi, e si è visto che la banca, quei soldi, non li aveva. Ma da tempo hanno imparato la quota di espansione della moneta falsa che non inquieta i gabbati risparmiatori.
Nei paesi europei, questa quota è fra quattro e sei volte i depositi. Da noi per esempio, con una riserva obbligatoria del 15%, le banche possono, su depositi ammontanti a 2 milioni di euro, fare crediti per 11.333.333 milioni: quasi il sestuplo. E sulla differenza, 9.333.333, la banca estrae gli interessi.
È denaro falso.
È denaro vuoto.
Ma il denaro, anche falso, comanda il lavoro: l’imprenditore che ha ottenuto un fido fa’ sgobbare gli operai e funzionare i macchinari, per guadagnare tanto da restituire i ratei del capitale con gli interessi. Così il denaro vuoto si riempie con la vera fonte della ricchezza, che è il lavoro e il sudore degli uomini. Ma così, la banca preleva continuamente un tributo occulto su tutte le attività produttive dell’uomo. Ogni lavoratore, ogni imprenditore, è suo schiavo.
Basta che la banca espanda il credito (crei pseudo-capitale) e vedrete i lavoratori accelerare il ritmo, sudare e affannarsi come burattini impazziti per pagare gli interessi sul debito, su quel denaro falso; basta che restringa il credito, e i lavoratori saranno licenziati a migliaia.
Anche se noi, personalmente, non prendiamo a prestito denaro dalle banche, tuttavia paghiamo degli interessi, senza saperlo, come consumatori.
Infatti ogni prezzo che paghiamo, ogni merce o servizio che compriamo, contiene un certo ammontare di interessi.
Margrit Kennedy, una economista del centro-studi Hermann Institut Deutschland, ha provato a determinare la quota d’interessi che paghiamo (alle banche) per alcuni servizi pubblici in Germania. Per la raccolta dei rifiuti (un’attività che impiega poche macchine e molta manodopera), tale quota è il 12% del prezzo. Per l’acqua potabile, il 38%. Per l’edilizia popolare, il 77%. In media, su tutti i beni e i servizi, paghiamo il 50% di interessi. Nei tempi medievali, i sudditi pagavano al signore feudale, o alla Chiesa, “la decima”, ossia solo il 10% dei loro introiti. Oggi paghiamo cinque volte la decima ai prestatori di capitale. Il feudalesimo non è tramontato; s’é rafforzato, sotto altra forma.
La sola salvezza sarebbe non stare al gioco. Ridurre l’indebitamento delle famiglie e delle industrie, e degli Stati. Ma le banche non lo consentono: esse vogliono indebitare il mondo, perché il mondo lavori per esse. Ecco perché Ezra Pound scrisse quella frase strana, per avvertirci: “un popolo che non s’indebita fa’ rabbia agli usurai”. Perché sarebbe ben possibile allo Stato emettere moneta libera da interessi, moneta liberatrice dalla schiavitù delle banche e dalla necessità d lavorare per le banche.
Ma questa prerogativa è, in Europa, positivamente vietata dal Trattato di Maastricht, nell’articolo 104. Perché le banche indebitano, in modo primario ed essenziale, i governi. Gli Stati. Questi non possono stampare moneta; devono emettere Buoni del Tesoro, titoli in cui riconoscono il loro debito, e consegnarli alla Banca Centrale, che emette moneta per un valore pari ai titoli emessi. In tal modo, anche sulla moneta della nazione la banca – perché la Banca Centrale è dovunque proprietà privata delle banche – preleva un interesse, i frutti dei Buoni.
Solo pochi statisti hanno osato stampare moneta di Stato, non gravata da interessi. Quei pochi, pochissimi, hanno provato sul loro corpo la rabbia degli usurai. Nessuno di loro è morto tranquillo nel suo letto, tra questi ricordiamo in particolar modo Abramo Lincoln e JF Kennedy.
Alla fine del 1862 Abramo Lincoln ebbe bisogno di 449 milioni di dollari di allora per finanziare la guerra di secessione, in pieno corso. Le banche si offrirono di creare quella moneta con il solito metodo: ma chiesero il 30% d’interesse, per via dei rischi della guerra che rendevano lo Stato debitore a rischio d’insolvenza. Lincoln allora ricorse al potere che gli veniva dalla costituzione americana, articolo 1: sottopose al Congresso, che l’approvò, la proposte di emissione di banconote di Stato (greenback), prestito che il popolo può fare a se stesso, senza pagare gli interessi. In piena guerra, si videro l’agricoltura e l’industria nordiste tornare a fiorire.
Il lavoro umano, comandato da denaro abbondante, riempì quei biglietti di ricchezza reale. Nel 1864 Lincoln si ricandidò alla presidenza, dichiarando pubblicamente la sua intenzione di continuare ad emettere moneta di Stato, invece che acquistarla ai banchieri di Londra. Secondo una tradizione difficile da controllare, il superbanchiere londinese sir Goschen (ebreo) disse ai suoi pari: “se questa insana politica finanziaria perdurasse, quel governo fornirà la propria moneta a costo zero. Non avrà alcun debito. Avrà tutto il denaro necessario per i suoi commerci. Questo governo dev’essere distrutto, o distruggerà ogni monarchia del mondo”.
Era l’inizio del 1865. Il 14 aprile dello stesso anno, Lincoln cadeva sotto le revolverate di un sicario.
Era accaduto già ad Alexander Hamilton, il segretario al Tesoro di George Washington, fondatore della banca nazionale americana, emettitrice di banconote di Stato: fu ucciso in duello, non ancora cinquantenne, da uno spadaccino professionale. Sarebbe accaduto anche a Hitler, colpevole di aver ridotto al minimo le transazioni valutarie nei commerci internazionali, sostituendolo con un sistema di scambio di merci fisiche.
Anche su Ezra Pound, come sappiamo, calò la vendetta degli usurai. Egli aveva cercato di proclamare al mondo il trucco del capitale: i soldati americani lo esposero in una gabbia nella Pisa liberata.
Poi, per 13 anni, fu recluso in manicomio. Il più grande poeta americano.

Fonte: http://antimassoneria.altervista.org/

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«RIVOLUZIONE CULTURALE» DI ERDOGAN PER LA RIVINCITA DI UNA GRANDE TURCHIA ISLAMICA … «DEMOCRATICA»!

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erdogan+francescoL’EDITORIALE DEL VENERDI

di Arai Daniele

Farsa o no, il golpe in Turchia è stato così maledettamente ben riuscito da svelare una sua natura preternaturale per il flagello di un mondo che da mo’ si è venduto l’anima. Poiché scrivo sempre da cattolico, avendo in mente la Parola del Signore, e nel Suo segno quella del senso cristiano della Storia, ricordo ora l’Apostolo Paolo, nella lezione sulla natura dei grandi conflitti mondiali, come questo golpe: «Non lottiamo contro una natura umana mortale, ma contro i prìncipi, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo oscuro, contro spiriti maligni delle regioni celesti.» (Ef 6, 12)

Si tratta del colpo straordinariamente favorevole al futuro sultanato di Erdogan per compiere la rivincita storica sull’Europa vittoriosa a Lepanto. E dico compimento perché da tempo è in atto un’invasione islamica dell’Europa, che ora segue a ritmo accelerato. Manca solo l’erezione della potenza mondiale di marchio «otomano». Perciò la repressione «rivoluzionaria», che, incidendo sui professore, magistrati, università,.. mira a una «nuova cultura» statale.

Il «gran sultanato di Erdogan», fondato sull’ideale di uno stato islamico «democratico», non è nessun miraggio per chi segue la politica di quella regione. Lo sanno bene i turchi dell’opposizione, che lo temono diretto da questo apprendista gran dittatore. Perciò il colpo militare andato a male, anzi malissimo, perché ha travolto in modo drastico un antico mondo turco che voleva modellarsi nella politica laica si Kemal Ataturk. L’esercito era il garante «democratico», che avvicinava il mondo turco all’europeo. Tutto questo ora sembra andare a monte, salvo quanto è preservato della politica fin’ora in atto a favore dei piani di Erdogan.  Continua a leggere

Fermo, le bombe alle chiese contro l’affarismo sui migranti?

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di Ugo Maria Tassinari

Due anarchici, noti anche come ultras della Fermana, sono stati arrestati dai carabinieri di Ascoli Piceno in collaborazione con i Ros di Ancona perché ritenute responsabili degli attentati con esplosivo contro quattro chiese di Fermo tra febbraio e maggio scorsi.  Gli arresti sono scattati per il pericolo di fuga. Tra febbraio e marzo due bombe rudimentali sono scoppiate davanti al Duomo e davanti all’ingresso della chiesa di San Tommaso, nel quartiere di Lido Tre Archi. Nella notte tra il 12 e il 13 aprile, un altro ordigno ha danneggiato l’ingresso della chiesa di San Marco alle Paludi, parrocchia retta da mons. Vinicio Albanesi della Comunità di Capodarco. A fine maggio, un ordigno inesploso era stato trovato davanti alla Chiesa di San Gabriele dell’Addolorata. Proprio mons. Albanesi,  commettendo un clamoroso errore di valutazione, ha parlato di “uno stesso giro” dietro questi episodi e l’omicidio del nigeriano Emmanuel Chidi Nmadi, colpito con un pugno dall’ultrà Amedeo Mancini e morto poco dopo. Per don Vinicio gli attentati erano un attacco alla chiesa della solidarietà e dell’accoglienza dei migranti:

“E’ stata una provocazione gratuita e a freddo, ritengo che si tratti dello stesso giro delle bombe davanti alle chiese”. Così mons. Vinicio Albanesi a proposito dell’aggressione ad un migrante nigeriano, di 36 anni, richiedente asilo, morto a Fermo dopo essere stato preso a pugni da un ultrà della locale squadra di calcio, che aveva rivolto offese razziste alla moglie. Il presidente della Comunità di Capodarco si riferisce agli ordigni piazzati nei mesi scorsi di fronte a edifici di culto di Fermo e annuncia che si costituirà parte civile in quanto presidente della Fondazione Caritas in veritate.

Per gli inquirenti, che hanno tenuto stamattina una conferenza stampa, è meglio parlare di “soggetti legati al tifo organizzato, che frequentano lo stadio in modo continuo e fanno parte dell’area ultrà. Questo è il solo legame con il Mancini, ma nulla da un punto di vista di indagine che colleghi i due episodi che hanno scosso Fermo. E per quanto riguarda il movente, escludo la natura politica. Perché dovremmo parlare di destra e anarchia, ma non parliamo di soggetti con cultura politica”. Di certo la coincidenza temporale dei fatti “porterà a ulteriori approfondimenti di indagine”. Indagine chiusa, hanno chiesto i giornalisti? “Noi continueremo fino a quando la legge ci consentirà di farlo. Allo stato non ci sono altri soggetti interessati di indagine”. Come non ci sarebbe alcun legame che colleghi le bombe all’attività dei preti di strada, alla Caritas e all’immigrazione.

Ma emerge una realtà diversa, a sfogliare la pagina facebook del “leader”, Martino Panicone, 44 anni.  si nota una forte polemica proprio contro don Vinicio e la attività “affaristiche” connesse al dramma dell’immigrazione. Così come va segnalato che le tematiche della solidarietà ultrà sembrano prevalere sulle motivazioni più propriamente ideologiche, come già sottolineato da Procura e carabinieri. Ma già con Amedeo Mancini Fermo ci ha abituato a un radicalismo a basso tasso ideologico…

don viniciodon vinicio

Fonte: http://www.ugomariatassinari.it/fermo-don-vinicio-affarismo/#st_refDomain=m.facebook.com&st_refQuery=/ Continua a leggere

Cambio di sesso a 16 anni? Grazie a Lady Oscar!

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Risultati immagini per Lady OscarLa Presa della Bastiglia e l’identità di genere. La Pace perduta

(a cura della redazione di AT. com)

Cosa lega la sentenza del Tribunale di Roma che qualche giorno fa ha autorizzato un sedicenne ad ottenere il trattamento medico-chirurgico per il cambiamento di sesso da maschile a femminile (e ha contestualmente ordinato la rettifica del suo stato civile) e il giorno dell’anniversario della presa della Bastiglia? Facile. Lady Oscar. A cogliere il sottile filo rosso-bianco-blu che lega le due vicende è – ovviamente in positivo! – la stampa italiana. Lady Oscar, morta nel racconto del famoso cartone giapponese proprio il 14 luglio del 1789, mentre sanguinante sprona i compagni ad assaltare le truppe reali, combatteva per la liberté della Nazione e l’identità di genere.

Nota Valeria Palumbo sul Corriere della Sera (15 luglio 2016): quando nel ’72 Riyoko Ikeda pubblicava in Giappone “La Rosa di Versailles” – che nel 1982 sbarcherà in Italia con il noto nome di “Lady Oscar” – bisognava scardinare “lo stereotipo del maschio giapponese, il samurai che disprezza le donne”. Continua a leggere

ISRAELE E QUEL DRONE IN GRADO DI SCHIVARE TRE MISSILI

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Segnalazione di Federico Prati

ISRAELE E QUEL DRONE IN GRADO DI SCHIVARE TRE MISSILI: QUALCUNO HA DECODIFICATO LA TECNOLOGIA USA, MA CHI?

di Franco Iacch
20/07/16

L’unico dato certo è che domenica pomeriggio, un drone di qualche tipo ha violato uno degli spazi aerei più protetti al mondo, quello di Israele. Con un certo imbarazzo, gli israeliani hanno affermato che il drone non è stato intercettato nonostante contro di esso fossero stati lanciati tre missili. Il drone proveniva dalla Siria.

Pochi secondi dopo aver rilevato l’UAV sulle alture del Golan, gli israeliani lanciano due missili intercettori Patriot PAC-2 in rapida sequenza: entrambi mancano il bersaglio. Lo Stato Maggiore decide allora di inviare un F-16 per abbattere la minaccia, mentre tutte le postazioni di difesa missilistiche nel nord di Israele vengono messe in allarme e pronte al combattimento. Il caccia inquadra il drone, gli lancia un missile, ma non riesce a colpirlo. Il drone non sarà mai abbattuto e ritornerà in Siria senza subire alcun danno.

I servizi segreti americani ed israeliani, restano cauti nel diramare altre notizie per evitare spiacevoli contraccolpi. Lo scudo missilistico statunitense, infatti, è venduto come uno dei migliori al mondo: tale episodio potrebbe confermare che contro le minacce moderne, come gli UAV, tale asset sarebbe impotente.

Secondo l’IDF, il drone potrebbe essere di fabbricazione russa. Israele teme che il drone possa essere stato inviato da Hezbollah, che sta attualmente combattendo al fianco delle forze del presidente siriano Bashar Assad, per fotografare le manovre militari nel Golan. Speculazioni al riguardo, sebbene non vi sia alcuna rivendicazione.

In precedenti occasioni, Israele ha già abbattuto dei droni nemici sul Golan, ma quanto avvenuto dimostra l’efficacia della minaccia UAV, in grado di superare anche uno dei migliori schermi difensivi del mondo come quello di Israele. Sebbene avanzate, le difese aeree di Israele sono state incapaci di intercettare una sola minaccia UAV. Se fosse stato un attacco a sciame, la direzione in tale senso è ormai presa, i sistemi Iron Domee David’s Sling potrebbero non essere in grado di intercettare una minaccia stratificata. O, forse, abbiamo assistito al primo episodio noto che confermerebbe un programma di reverse engineering ai danni della segreta tecnologia statunitense.

Andiamo con ordine. Nel maggio del 2014, la televisione di Stato iraniana mostrò le immagini di una replica del drone statunitense RQ-170 Sentinel. Fin dal 2011, l’Iran sostiene di essere riuscito a decodificare i segreti del Sentinel, abbattuto nel dicembre dello stesso anno dopo essere entrato nello spazio aereo iraniano dal confine orientale con l’Afghanistan. Gli Stati Uniti hanno inizialmente dichiarato di aver perso un drone vicino al confine afghano, per poi confermare l’abbattimento del Sentinel durante una missione di spionaggio sopra un impianto nucleare iraniano. Secondo gli Stati Uniti, l’Iran non sarebbe “mai” stato in grado di svelare la tecnologia del Sentinel, a causa dei protocolli di sicurezza inseriti nei droni che operano sul territorio ostile.

Il 27 ottobre del 2013, le Guardie Rivoluzionarie iraniane presentano in Russia un aereo spia senza pilota che – secondo Teheran – deriverebbe da un processo di reingegnerizzazione di un drone statunitense catturato nel 2012.

Nel dicembre del 2012 Teheran afferma di aver catturato almeno tre velivoli senza pilota ScanEagle. Il processo di reingegnerizzazione sarebbe avvenuto proprio dagli UAV catturati. L’esercito americano ha sempre negato di aver perso ScanEagle sull’Iran, tuttavia i media canadesi, citando documenti ufficiali, hanno confermato la perdita di uno ScanEagle nel Mar Arabico nel 2012. Sempre dalla Marina canadese però, smentirono categoricamente che il drone perso fosse stato recuperato dall’Iran.

Lo ScanEagle è un UAV a basso costo, prodotto da una società controllata dalla Boeing. Pesa venti chilogrammi, ha un’apertura alare di 3,1 metri e può restare in volo per 22 ore ed otto minuti. L’Iran ha maturato una notevole esperienza nel campo della reingegnerizzazione, gran parte della quale fornita proprio dagli Usa nel periodo in cui i rapporti tra Teheran e Washington erano ottimi. Da allora, l’Iran è stato in grado di acquistare pezzi di ricambio per gran parte del suo hardware americano e ha dovuto ricorrere alla reingegnerizzazione per tenerlo in funzione. Sappiamo, però, che l’Iran riceve sostegno tecnologico dalla Corea del Nord, Russia e Cina. Speculazioni, in realtà, ma poche ore fa quel drone è riuscito a sfuggire a tre missili.

E’ possibile che i segreti del Sentinel, ammesso che sia stato abbattuto dagli iraniani, siano stati decodificati? Sarebbe fin troppo presuntuoso pensare che alcuni dei paesi più tecnologicamente avanzati al mondo, non possano essere in grado di farlo. Tra gli addetti ai lavori, si favoleggia da tempo di un drone dotato di una manovrabilità eccezionale sviluppato in Medio Oriente. I suoi sistemi di controllo uniti al disegno ottimizzato, gli concederebbero una manovrabilità senza eguali, la medesima che avrebbe consentito al drone di sfuggire ai tre missili israeliani di produzione americana.

Nel settembre del 2013, Teheran affermò di aver completato il processo di reingegnerizzazione del Sentinel, annunciando la vendita a terzi della tecnologia acquisita. Quanto ci sia di vero nelle esternazioni iraniane, non lo sapremo mai, così come resta ignoto il paese che ha lanciato il drone sulle alture del Golan.

Infine, sarebbe opportuno riportare un altro dato che se confermato (e non lo sarà) potrebbe confermare l’esistenza del nuovo UAV: il drone avrebbe volato per quasi un’ora nello spazio aereo israeliano, varcando lo spazio aereo controllato anche dai russi. Per questo ultimi, il drone non esiste.

(foto: IAF / U.S. DoD / Lockheed Martin)

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Imperialismo Usa e crisi del sistema militare

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Segnalazione di Redazione Il Faro sul Mondo

di Salvo Ardizzone

Il sistema di dominio instaurato dall’imperialismo Usa si basa essenzialmente su tre poteri: quello della finanza, che attraverso il dollaro dissangua le economie del mondo per mantenersi; quello dei media, che rappresentano la realtà secondo le esigenze di Washington (celebre il detto: “ Se non è apparso sulla Cnn non è accaduto”); quello della forza, che attraverso un’asserita superiorità tecnologico-militare, e una cinica volontà di usarla per conseguire i propri scopi anche se manifestamente ingiusti (leggi: criminali), minaccia chiunque voglia opporsi al predominio Usa.

È un sistema che ha permesso ai centri di potere che regnano fra Washington e Wall Street di spadroneggiare sul mondo più o meno indisturbati, realizzando utili incalcolabili. Tuttavia è un sistema tutt’altro che perfetto, perché basato non su principi di qualsiasi sorta ma sull’esclusiva base del profitto immediato, realizzato con la massima rapacità.

I limiti sono stati evidenti nella crisi della finanza che ha minacciato di travolgere l’economia globale, e le cui conseguenze sono tutt’altro che superate. Una crisi, beninteso, che il sistema finanziario Usa ha scaricato sul resto del mondo tramite lo strapotere del dollaro, facendosi finanziare il suo enorme debito.

Ma se le storture del sistema finanziario dello Zio Sam sono finite sotto i riflettori grazie ai suoi disastri, sono assai meno pubblicizzate quelle che stanno permettendo al blocco industriale-militare di dilapidare somme immense, mettendo a grave rischio quell’asserita superiorità che dovrebbe permettere a Washington d’imporre la sua legge ovunque, e d’altra parte la pace e la sicurezza globali.

Intendiamoci: dal Vietnam in poi lo Zio Sam ha ricevute molte dolorose lezioni, ma non è mai stata messa in discussione la sua superiorità militare; la stessa Urss, ai tempi della sua massima potenza, è andata in rovina nel tentativo di reggere il confronto.

Da anni, però, le cose sono cambiate: lo strumento militare, invece che mezzo per garantire il predominio Usa, è divenuto esso stesso occasione di colossali arricchimenti. Lo si è visto con le guerre di Bush, quando l’esternalizzazione dei servizi per i contingenti all’estero, e tutte le attività collegate con i loro costi stupefacenti, è servita a far realizzare utili immensi alle aziende collegate col Pentagono. Ma ormai è lo stesso blocco industriale-militare che ha imparato a drenare una valanga di denaro dalla stessa Amministrazione americana, al di là d’ogni logica e d’ogni scelta di tipo strategico, anzi, finendo per piegarle ai propri fini. Continua a leggere

Israele condanna bambino palestinese a sei anni e mezzo di carcere

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Segnalazione Il Faro sul Mondo

di Redazione

Israele ha condannato un ragazzo palestinese a sei anni e mezzo di carcere con l’accusa di presunto coinvolgimento in un attacco contro soldati a Gerusalemme Est.

Un giudice in Israele ha inflitto una condanna a sei a mezzo di reclusione a Muawiya Alqam di 14 anni. La pena comprende tre anni di libertà vigilata con un dieci mesi di reclusione aggiunta sulla violazione della libertà vigilata. La famiglia del ragazzo è stata condannata a pagare anche una multa in denaro di 26mila shekel (circa 6.720 dollari).

I funzionari del regime di Israele avevano incriminato Muawiya nel novembre 2015 con l’accusa di un presunto tentativo di omicidio e possesso di un coltello. E’ stato detenuto in tre diverse prigioni.

I soldati israeliani hanno sparato e ferito anche il cugino di 12 anni di Muawiya, Ali, dopo che i due avrebbero accoltellato e ferito una guardia israeliana su un treno vicino alla colonia illegale di Pisgat Ze’ev, nella zona est di Gerusalemme. Ali è stato colpito almeno tre volte ed ha dovuto subire un intervento chirurgico. Egli è detenuto in un centro di detenzione minorile da quando i funzionari israeliani hanno confermato la sentenza di detenzione di un anno contro di lui nel mese di aprile.

Secondo l’associazione per i diritti dei palestinesi Addameer, 414 minori palestinesi sono attualmente detenuti nelle carceri israeliane. Si stima che circa 104 di loro sono sotto l’età di 16 anni.

Human Rights Watch ha espresso preoccupazione sul numero crescente di minori palestinesi arrestati, riferendo che le forze israeliane effettuano abusi sui bambini palestinesi nelle varie prigioni e centri di detenzione.

Fonte: http://www.ilfarosulmondo.it/israele-bambino-palestinese-carcere/ Continua a leggere

I pokemon, l’Isis e il “rincoglionisci te stesso”

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di Alessio Mannino

Elogio del passato. Quando la realtà era reale

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Una volta c’era la realtà, fraintesa, limitata, assurda, povera, angusta, pallosa, ma anche interessante, sorprendente, terrorizzante, entusiasmante, travolgente, e tuttavia in ogni caso – quando ancora non c’era la ragnatela vischiosa della Rete – reale. Ora c’é la realtà mediatica,“aumentata” (di boiate).

Una volta c’erano le “vasche” in centro per fare i bulli e rimorchiare, ora ci son da cercare i pokemon dietro il cespuglio.
Una volta c’era l’inamovibile telefono di casa, a cui parlavi sottovoce per non farti sentire dai tuoi vecchi, ora c’é Whatsup dove invii la foto di quando sei al cesso.
Una volta c’era la compagnia di strada, ci si trovava in quel posto a quell’ora, adesso puoi chiamare chiunque in qualsiasi momento, non esiste più luogo e orario abituali, nessun posto “sacro”.

Una volta c’era l’incanto dell’ozio, ora sei sempre connesso, devi seguire Facebook, Twitter, Linkedin, Instagram, l’email, gli sms, le applicazioni “social”, cosa ha scritto l’amico, il nemico, il simpatico, l’antipatico, quel gran pezzo di tipa dietro cui sbavi, l’influencer di cui sei follower, in un’aritmia cardiopatica di messaggi, inviti, post, comunicazioni più o meno inutili, confessioni online, cazzate per ridere e narcisismi da piangere.

Una volta c’era la curiosità di vedere dal vivo e toccare con mano, per esempio andare al concerto di una band ancora sconosciuta o scoprire angoli nascosti di un paese sperduto, dimenticato da Dio e dagli uomini; adesso puoi già sapere tutto o quasi su internet, saziando subito e troppo facilmente la fame su Youtube e sui siti. E così, il pretesto per scollare il sedere e uscire, e correre il rischio di farti una sola di serata non ce l’hai più, e ti si spegne l’istinto curioso.

Una volta al massimo c’erano i giornaletti, ora c’é talmente tanto porno sul web che rischi di avere problemi alla vista non per eccesso di fatica manuale, ma visuale.
Una volta la televisione già ti sedentarizzava e ipnotizzava, ma almeno quei programmi li vedevano un po’ tutti, potevi ancora guardarli in famiglia, e un qualche minimo legame umano lo creavano, seppur a distanza e massificato. Ora il palinsesto della tua video-ingordigia lo fai tu, ed é un altro passo verso il solipsismo – di massa sì, ma sempresolipsismo. Che vuol dire che ognuno vive imbozzolato nel suo guscio, e tanti saluti all’animale sociale che eravamo.

Una volta c’era l’umiltà di non sapere e di pazientare per andare a riguardarsi una cosa che non ti ricordavi su qualche libro che hai a casa, ora Google soddisfa la qualsiasi domanda, e alla lunga, potendo apprendere tutto e all’istante, ti lascia con la memoria handicappata.
Una volta potevi farti gli affari tuoi irreperibile agli umani, questa razza di irrecuperabili rompicoglioni, scegliendoti il tuo buen retiro personale in qualche buco di mondo; e invece mo’, con quello strumento di tortura che ha nome telefonino cellulare, sei all’implacabile mercé di fidanzate, fidanzati, mamme, parenti, colleghi, clienti, creditori, impiccioni, addetti di compagnie che vogliono rifilarti l’ennesima imperdibile novità e, immancabili, quei pervertiti dei tuoi amici che hanno sempre questa malsana e indispensabile voglia di scherzare.

Una volta godevi e te la godevi in santa pace, coi tuoi trastulli e le fisse solo tue. Ora devi stare al passo, devi tenerti aggiornato sui divertimenti che tirano, quasi tutti tradotti e traducibili in una app, e insomma andrà a finire che, come prediceva Woody Allen inventandosi l’Orgasmatron, arriveremo all’amplesso virtuale.

Un tempo, ai bei tempi, sul frontone del tempio di Delfi, il divino Apollo intimava:conosci te stesso. Ora, nella civiltà del pokemon, il comune pollo da batteria segue l’aurea massimarincoglionisci te stesso. Ma sì, facciamo gli scemi. Meritiamoci l’Isis.

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St. Christopher for Your Car!

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Segnalazione di don Anthony Cekada

St. Christopher for Your Car!

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Or a child or a friend’s!

The Feast of St. Christopher, Patron of Travelers, is July 25.

Here at St. Gertrude, we offer the Blessing of Cars on the preceding Sunday, and invite parishioners to equip their cars, trucks or motorcycles with an image of St. Christopher to invoke his protection on their journeys.

We are pleased to offer a St. Christopher visor clip, together with a St. Christopher holy card and traveller’s prayer for a nominal donation of $15.

If your own car is already equipped with one, consider ordering one for a young friend or relative.

St. Christopher, pray for us.

Click for info Continua a leggere

L’ORO DELLA BANCA D’ITALIA. IL FURTO DEL MILLENNIO, PROBABILMENTE

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Risultati immagini per sovranità monetariaMolti dei tradizionalisti che scrivono o collaborano qui su Agerecontra.it conducono la pubblica battaglia per la sovranità monetaria dai primi anni ’90. E perseverano…

di Roberto Pecchioli

Il tema delle sovranità è la questione centrale dell’epoca in cui viviamo, anche se la percezione che ne hanno i nostri connazionali è confusa e alterata dalle menzogne del sistema politico, economico e mediatico .  Una questione da troppi ignorata, ma dalle dimensioni immense, è quella delle riserve d’oro italiane, che ammontano a 2.452 tonnellate e sono al terzo posto nel mondo.. Alle quotazioni correnti del metallo giallo, il controvalore in euro è di almeno 75/80 miliardi. Le domande fondamentali sono almeno tre: dove sia custodito l’oro, chi ne abbia la proprietà, a che cosa può servire.

Le risposte sono drammaticamente negative per il nostro popolo. Negli ultimi mesi, alcuni deputati  sono riusciti a visitare i santuari-caveaux della Banca d’Italia . I fatti sono i seguenti: solo circa 1.200 tonnellate si trovano a Palazzo Koch, storica sede di Bankitalia ,meno della metà. La proprietà, giuridicamente, è in capo alla stessa Banca, che, repetita iuvant, è un organismo privato, sia pure investito di funzioni pubbliche, partecipante della Banca Centrale Europea, ed i suoi azionisti sono le maggiori banche “italiane”, tranne uno striminzito 5 per cento in mano all’INPS  . Le virgolette poste sull’aggettivo italiane riguarda il fatto che tutte, diciamo tutte, le banche interessate  hanno importanti azionisti esteri, in alcuni casi sono controllate da istituti stranieri, a partire dai due giganti Unicredit e Intesa San Paolo.  Anche la Banca detta d’Italia, che alcuni ancora chiamano banca “nazionale” è quindi eterodiretta, ed i suoi domines sono il gotha della finanza mondiale. Continua a leggere

Segnalazioni librarie: economia nazionalsocialista, vera storia SS, Ustacha, la pubblicità sotto Minculpop, arte della spada e della cavalleria…

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Segnalazione Edizioni di Ar (i libri possono essere ordinati a “Traditio” scrivendo a: info.traditio@gmail.com )

L’ORDINAMENTO ECONOMICO NAZIONALSOCIALISTA

Dubail, René

Edizioni del Veltro, 2016

Come in ogni Stato in “ordine”, anche il Terzo Reich considerò l’economia e la finanza sue ancelle, strumenti per garantire l’avvenire della Volksgemeinschaft. Se il capitale ed i gruppi professionali sono i protagonisti dell’economia, è lo Stato il garante dell’interesse generale, responsabile nell’armonizzare le dinamiche produttive e distributive, nel quadro di una sana economia nazionale. Tutti i mezzi usati dalla politica economica dello Stato nazista – l’esaltazione della vita rurale e la protezione dell’agricoltura, la rifondazione degli ordini professionali, il potenziamento tecnologico dell’industria e la ricerca di nuovi sbocchi esterni, una notevole legislazione sociale – ebbero per fine lo sviluppo “al massimo grado della personalità, non contro ma in favore della comunità”.

Novità in libreria, 234 pagine, 25 €.

LA VERA STORIA DELLE SS

Lumsden, Robin – Newton & Compton, 1999

Per la letteratura corrente, le SS sono di solito associate ai campi di concentramento ed alla parte violenta del Terzo Reich. In realtà l’Ordine Nero ebbe un ruolo di primo piano nelle scelte culturali, nella dominio della razza, nel campo militare e sulla polizia, nel territorio tedesco e nei paesi occupati. Guida delle SS era il Reichsfuhrer Himmler, che vedeva in loro uno strumento politico e il nuovo Ordine razziale, l’élite della futura Europa. Questa aristocrazia emergente incuteva timore nei cittadini comuni, ma la loro presenza, il portamento, dallo stile di vita emanavano un fascino che spesso sconfinava nella venerazione. Questo volume ricostruisce nel dettaglio l’origine, lo sviluppo, il radicamento nella società tedesca e le imprese belliche delle Waffen SS.

348 pagine, 13 €.

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Il Concilio Vaticano II e Il “Patto delle Catacombe”

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Il Patto delle Catacombe

Storia, con parziale ma già ampio risveglio, di un conciliare convinto (n.d.r.)

Il “Patto delle Catacombe”

Ieri mi sono imbattuto casualmente in un articolo sul “Patto delle Catacombe”.

Mi sono stropicciato gli occhi e mi son detto, alla toscana (un querciolino non rinnega mai le sue radici): oh icchegliè? Incomincio a leggere l’articolo e, man mano che procedo nella lettura, mi sento sempre piú smarrito. Scopro che il

16 novembre 1965, pochi giorni prima della chiusura del Concilio Vaticano II, quaranta Padri Conciliari, nelle Catacombe di Domitilla, firmarono il “Patto delle Catacombe”. Cado dalle nuvole: in cinquant’anni, non avevo mai sentito parlare di simile patto.

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