Turchia. I diritti umani e l’emergenza tra geopolitica e storia

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del Prof. Claudio Moffa 

Turchia. I diritti umani e l'emergenza tra geopolitica e storia

Turchia, NATO, golpisti. Non è l’unico caso di omissioni cruciali, di silenzi abnormi, che di professionale non hanno nulla, e di utile per l’operare concreto della Politica e degli operatori per la sicurezza, hanno molto poco. Due esempi recenti: primo, le sacrosante accuse a Blair per l’entrata in guerra dell’Inghilterra contro l’Iraq di Saddam Hussein, prive però di un particolare importante, e cioè che l’ex premier inglese ebbe a confessare nel dicembre 2010 che lo scatenamento dell’assalto finale a Saddam Hussein era stato discusso e concordato dalla superpotenza britannica con alcuni ufficiali israeliani.

Secondo, il braccio e mano tesa del furbo criminale Breivik, da cui la sua immagine di nazista, quando nazista non era mai stato e non è, ma un ‘cristiano sionista’, sedicente “templare”, comunque adoratore di Israele. Nero su bianco, nel suo documento programmatico: verità indubitabile dunque, e utilissima a essere ricordata per verificare anche l’attentato di Nizza, visto che Breivik avrebbe ispirato il 17nne disadattato irano-tedesco autore della folle strage. Ma sempre sempre e sempre, a destra e sinistra domina il political correct, purché si parli di certuni solo per decantare le indubbie lodi cinematografiche di Paul Newman, o la genialità attribuita in esclusiva a Albert Einstein.

Un deja vu, dunque, quello sul golpe e il dopo golpe turco: eppure le dimensioni dei silenzi sul caso Erdogan hanno raggiunto un apice forse mai registrato prima d’ora, vista l’eco planetaria del fallito colpo di stato e degli arresti di massa in corso in tutta la Turchia.

Del silenzio sul collegamento tra il plurimiliardario e magnate delle comunicazioni multimediali Gulen e il clan dei Clinton ho già detto: ancora non se ne discute, almeno nelle forme e dimensioni dovute, e almeno su quanto filtrato dalle strisce google. Ma oltre a questo particolare, ecco due nuovi temi chiave i cui veri profili e contenuti sono sommersi dal political correct di chi continua a voler occultare la Cronaca e la Storia. Continua a leggere

Arriva in Italia il 93% dei migranti mediterranei

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MIGRI

Segnalazione Arianna Editrice

di Salvo Ardizzone 

Fonte: Il Faro sul Mondo

Chiuso il confine spagnolo, interrotta (per ora) la via dei Balcani, quasi tutti i migranti sbarcano in Italia; lo affermano i dati dell’Unhcr.

Secondo l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati, fra maggio e luglio sono arrivati in Italia il 91,3% deimigranti provenienti dal Mediterraneo; il 92,6% se si considera luglio. In realtà gli arrivi non sono aumentati, anzi, nel 2015 nello stesso periodo ne arrivarono 1600 in più, ma è lo scenario ad essere mutato.

Fino al patto del 18 marzo con la Turchia, era la Grecia ad avere il primato degli arrivi: quest’anno, fino a luglio, sulle coste elleniche sono arrivati 160mila migranti, ma solo 9mila di essi sono sbarcati dopo il primo trimestre; viceversa, in Italia ne sono giunti 94mila, di cui 75mila negli ultimi quattro mesi.

Ma attenzione: la favola che chiusa (per ora) la rotta balcanica, quei disperati si dirigano tutti verso l’Italia non regge; la penisola è l’approdo di quanti provengono da Sahel, Corno d’Africa e Golfo di Guinea, Tranne sporadiche eccezioni, sono troppo distanti e divise da guerre le vie di chi fugge da Siria ed Iraq.

Il fatto è che il caos che regna sugli Stati semifalliti del Sahel e dietro, avrà sempre più libero sbocco sulla terra di nessuno che s’è instaurata in Libia, e i trafficanti delle coste sud del Mediterraneo, dall’Egitto alla Tunisia, non perderanno certo l’occasione di guadagni sulla pelle di quei disgraziati. Continua a leggere

Migranti in villa con piscina, i cittadini scatenano la rivolta

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Segnalazione di Alfio Krancic

In una frazione di Ferrata trenta migranti sono stati destinati a una struttura di lusso con ogni comfort e quattro ettari di parco. Ma i cittadini non ci stanno

La nuova sistemazione dei migranti, in quella villa con piscina e quattro ettari di parco, non è proprio andata giù agli abitanti di Gaibanella.

In questa frazione di mille anime di Ferrara, in Emilia-Romagna, è scoppiata la rivolta dopo che l’amministrazione ha fatto sapere che una trentina di richiedenti asilo nella lussuosa Locanda della Luna, una struttura normalmente adibita a bed & breakfast con ogni genere di comfort.

Una dimora che è parsa fuori luogo agli abitanti della frazione, che hanno fatto irruzione durante l’incontro con l’assessore Chiara Sapigni, impegnata proprio nello spiegare alla cittadinanza le modalità dell’accoglienza. Capitanati da esponenti locali della Lega Nord e da Casa Pound, racconta la stampa locale, i contestatori hanno subissato l’assessore di fischi e insulti.

Ma su questa protesta si è innestato un piccolo giallo. I proprietari della villa sostengono infatti di non sapere nulla dell’arrivo dei richiedenti asilo, dando il via a un braccio di ferro legale con la cooperativa Camelot, che ne gestisce l’accoglienza. Secondo quanto riferisce la Lega, “i vecchi affittuari della villa, già denunciati dal proprietario, avrebbero subaffittato di propria iniziativa la villa alla cooperativa d’accoglienza.”

“La situazione è imbarazzante – attacca il capogruppo leghista in Regione Emilia Romagna Alan Fabbri – Una cooperativa che riceve soldi pubblici dovrebbe verificare se la proprietà è d’accordo prima di utilizzare i locali di altri per i propri scopi. I cittadini non ne possono più, siamo al loro fianco. Con la Lega, a Gaibanella, i clandestini non arriveranno. E siamo pronti ad azioni eclatanti”.

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Venezia, “prete” caccia un’anziana: “La casa serve ai profughi, è un ordine di Bergoglio”

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anziana

Segnalazione di Maurizio-G. Ruggiero

L’inquilina oggi si vedrà arrivare per la seconda volta l’ufficiale giudiziario con la forza pubblica. Pubblica e abusiva. Per lei, con la pensione di reversibilità del marito, sarebbe impossibile trovare un’altra casa, finirà per strada.

Don Cesare parla come un manager, spiega che l’affitto pagato dalla signora è fuori mercato, «con quella cifra non sono in grado neppure di pagare le tasse, è uno sfruttamento della parrocchia».

Ieri il presidente Danny Carella, assieme a Matelda Bottoni della Consulta della Casa del Comune, l’ha incontrata. «Era molto spaventata dall’idea di essere buttata fuori casa e molto confusa – riporta Carella – mi auguro che si trovi un accordo con la parrocchia».

Bottoni spiega che avendo una pensione, seppure bassa, la signora non rientra nei canoni previsti per l’Edilizia residenziale pubblica, in quelli ci rientrano solo gli immigrati: «Purtroppo le proposte fatte dalla parrocchia sono avvenute tutte a voce – dice Bottoni – e il parroco non può pensare che la signora riesca a sobbarcarsi i lavori degli impianti e il rialzo dell’affitto a prezzo di mercato: si parla di un importo di 800 euro».

Vaticano Spa. Vuole i profughi (finti), perché sono un business. Butta gli anziani per strada.

Fonte: http://www.riscattonazionale.it/2016/04/17/venezia-prete-caccia-unanziana-la-casa-serve-ai-profughi-un-ordine-bergoglio/ Continua a leggere

Unioni gay a Verona, prima coppia il 20 agosto

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Segnalazione e commento dell’Avv. Fabio Salvadori

Ecco finalmente è arrivato il momento “topico” dei suoi 10 anni di mandato! Che emozione………celebrerà indossando uno smoking rosa Don Giulietto da Sodoma?  

unioni civili gay omosessuali

Il prossimo 20 agosto a Verona sarà una data storica. Si celebrerà infatti la prima unione gay secondo i crismi della legge Cirinnà. Luciano Mazzucato e Mauro Bertoni, si legge sul Corriere di Verona, si uniranno in Sala Arazzi mentre a celebrare sarà il sindaco Flavio Tosi.

Fonte: http://www.vvox.it/2016/08/04/unioni-gay-a-verona-prima-coppia-il-20-agosto/

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Bergoglio visiterà la moschea di Roma: è il primo “Papa” a farlo

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BERGOLLIO

di Franca Giansoldati

Città del Vaticano – Paolo VI non ci voleva mettere piede e persino Giovanni Paolo II aveva riserve, visto il braccio di ferro tra il Vaticano e l’Arabia Saudita che premeva per fare costruire a Roma un minareto più alto del cupolone di San Pietro. Di fatto la Grande Moschea progettata da Portoghesi – la più grande di tutta Europa – non è mai stata oggetto di una visita papale nonostante i reiterati inviti che sono stati inoltrati in passato. I tempi però sono cambiati e mai come adesso la Chiesa e l’Islam si trovano a far fronte ad uno stesso problema, l’estremismo islamico che miete vittime tanto tra i musulmani quanto tra i cristiani.

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Il Licurgo dell’informazione

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bo

di Vvox – 4/8/2016

Il direttore del GdV é decisamente sprecato. Modesta proposta per valorizzarne la sapienza

Scopriamo con vivo piacere che il potente direttore del Giornale di Vicenza non è solo in grado di deliziarci ogni domenica con la sua immancabile omelia, egli è anche legislatore in grado di fissare regole spartane di universale validità, quando un giornale dovesse imbattersi in un tentato suicidio. Sono regole che egli ha scolpito in una magistrale lezione di giornalismo nella giornata di ieri, tanto più valide in quanto nessuno le osserva. Tentiamo di sintetizzarle.

Un qualsiasi giornale darà conto di un tentato suicidio quando l’autore, senza un minimo di riservatezza, eserciterà in pubblico, ad esempio buttandosi dal campanile (anche la Torre Bissara può fare al caso); ma occorre che ci sia gente, almeno cento persone. Se i passanti sono solo una decina, fatti suoi.
Bisogna poi che sia un eletto dal popolo. Un consigliere comunale di Laghi (125 anime) è pregato di astenersi, perché il giornale non potrà assolutamente far finta di niente. Se invece tenta il suicidio il segretario provinciale Pd di Padova o Treviso, fatti suoi. Se poi uno, senza essere consigliere a Laghi, è un famoso ex politico o un cantante che ha vinto San Remo, eh beh, il giornale non può chiudere un occhio. Ma deve essere tanto famoso, sia chiaro.
Altra fattispecie è quando uno tenta di suicidarsi dopo aver fatto una strage o altro reato.Allora non ci sono santi: il giornale non può far finta di niente.

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Libia, prepariamoci ai nostri Bataclan

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di Massimo Fini

Libia, prepariamoci ai nostri Bataclan

Fonte: Massimo Fini

Ineffabili americani. Prima costituiscono in Libia un governo fantoccio, quello di Al-Sarraj, che fino a poco tempo fa era così ben visto dalla popolazione libica che era costretto a starsene, con i suoi ministri, su un barcone imboscato nel porto di Tripoli. Adesso che questo governo ha ottenuto l’appoggio della fazione di Misurata, ma non quello del governo antagonista di Tobruk e tantomeno delle altre mille milizie che agiscono in Libia, gli Stati Uniti gli han fatto chiedere il loro soccorso. Qualcosa che somiglia molto alla richiesta di ‘aiuto’ dei Paesi fratelli quando l’URSS invadeva l’Ungheria e la Cecoslovacchia che erano insorte contro i governi filosovietici.

Gli americani hanno tenuto a precisare che i loro raid su Sirte e altrove saranno “di precisione”. Speriamo che non abbiano gli stessi effetti dei ‘missili chirurgici’ e delle ‘bombe intelligenti’ usati nella prima guerra del Golfo del 1990. Sotto le luminarie dei traccianti e dei fuochi d’artificio che ci faceva vedere la Tv italiana con Fabrizio Del Noce piazzato sulla terrazza del più grande albergo di Bagdad, cioè un albergo del nemico che controllava ancora la sua capitale (altra stranezza delle guerre moderne) sono morti 167.000 civili, fra cui 48.000 donne e 32.195 bambini (dati al di sopra di ogni sospetto perché forniti, sia pur fortuitamente, da una funzionaria del Pentagono).

Al-Sarraj s’è affrettato ad assicurare che il suo governo “respinge qualsiasi intervento straniero senza la sua autorizzazione”. Il fantoccio di Tripoli sa benissimo che una guerra aperta e dichiarata alla Libia compatterebbe tutti i libici di qualsiasi fazione perché esiste pure là, anche se a noi può sembrar strano, un sentimento e un orgoglio nazionali. E questo andrebbe a tutto vantaggio dell’Isis che è il gruppo più forte, meglio armato, più determinato che in breve tempo ingloberebbe anche le altre milizie. Ma ciò che dice al-Sarraj è una barzelletta a cui è difficile credere sia perché ciò che nega è già avvenuto, sia perché è alle dirette dipendenze del governo americano a cui è legata la sua sopravvivenza, e gli USA faranno quello che vorranno, sia perché sul terreno sono già presenti truppe speciali americane, inglesi e francesi.

Ineffabili americani. Prima, nel 2011 attaccano, insieme ai francesi, la Libia, Stato sovrano rappresentato all’ONU, e contro la volontà dell’ONU, disarcionando il dittatore Gheddafi con cui avevano fornicato fino al giorno prima, provocando la disarticolazione di quel Paese dove mille milizie sono adesso in guerra fra loro. Poi, per cercare di rimediare al disastro che hanno causato, la ribombardano nel 2016. A quell’attacco partecipò anche l’Italia che era l’ultima ad avervi una qualche convenienza dato che aveva consistenti interessi economici in Libia e il presidente Berlusconi ottimi rapporti con il leader libico che solo pochi mesi prima aveva accolto anche troppo sontuosamente a Roma. E infatti Berlusconi era contrario a quella guerra e quindi è doppia la sua responsabilità nell’aver seguito francesi e americani in quell’avventura.

Non c’è niente da fare, passano gli anni passano i decenni ma noi non riusciamo a liberarci della pelosa tutela dell’ ‘amico amerikano’. Nel 1999 partecipammo all’aggressione alla Serbia (gli aerei americani partivano da Aviano), guerra anche questa a cui l’ONU s’era dichiarata contraria. E anche con la Serbia noi avevamo solidi rapporti di amicizia che risalivano addirittura ai primi del ‘900 quando a Belgrado si pubblicava un quotidiano intitolato Piemonte (i serbi infatti vedevano nell’Italia che si era da poco unita un esempio per conquistare la propria indipendenza sotto le forme di una monarchia costituzionale). Il nostro coinvolgimento nella guerra alla Serbia in quanto membri della Nato non era per nulla obbligato, tant’è che la piccola Grecia, che fa parte anch’essa della Nato, si rifiutò di parteciparvi.

Adesso saremo costretti a fornire la nostra base di Sigonella dove sono presenti una dozzina di droni e di caccia americani.

Bel colpo. Finora il governo Renzi, seguendo la linea di Angela Merkel, si era tenuto prudentemente ai margini del casino mediorientale e per questo l’Isis non aveva colpito né noi né i tedeschi (gli attentati terroristici in Germania sono stati fatti da psicopatici sulle cui azioni poi l’Isis ha messo il cappello). Adesso dovremo attenderci anche in Italia attacchi dell’Isis che più viene colpita in Medio Oriente e più, logicamente, porta la guerra in Europa. Vedremo come reagiranno le mamme italiane quando avremo anche noi i nostri Bataclan.

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Novità librarie: “Contro il nostro tempo” e “Il bavaglio europeista”

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L’estate è tempo anche di vacanze e di riposo. Cosa c’è di meglio di un buon libro? I libri possono essere ordinati al medesimo prezzo anche presso “Christus Rex – Traditio” all’indirizzo: info.traditio@gmail.com

Segnalazione Edizioni di Ar

CONTRO IL NOSTRO TEMPO
De Rosa, Stefano
Settimo Sigillo, 2016
Con il renzismo si è divaricata la forbice tra Istituzioni e ragioni popolari, si è accentuata la distanza fra Governo e governati. Il cortocircuito politico, sociale e culturale provocato da anni di potere dilettantesco ha raggiunto vertici inquietanti. Le coscienze individuali sono state cloroformizzate dalle “armi di distrazione di massa”, gli slogan renziani – rottamazione, velocità, semplificazione – hanno obnubilato l’opinione pubblica. Fino al punto che l’erosione dello Stato sociale, passata attraverso la riforma delle pensioni e quella del diritto del lavoro, non ha provocato reazioni apprezzabili. Renzi ha sostituito alla dicotomia destra – sinistra un blocco di potere, che tutela i propri interessi con furbizia e improvvisazione. Dopo la Brexit, il referendum costituzionale d’ottobre darà al popolo italiano l’opportunità della Rexit.
Novità in libreria, 88 pagine, 10 €.

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Consoli, Zonin e il gioco dello scaricabarile

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di Alessio Mannino

Quattro dubbi (con qualche certezza) sull’affaire BpVi-Vb dopo l’arresto dell’ex ad della banca trevigiana

zonin

L’ex dominus di Veneto Banca, Vincenzo Consoli, arrestato ai domiciliari; il suo omologo in Banca Popolare di Vicenza, Gianni Zonin, no. Al primo son stati sequestrati beni milionari, al secondo neanche un soprammobile. Con l’azione della Procura romana di ieri, il numero degli indagati per ostacolo alla vigilanza e aggiotaggio sale in tutto a quindici, compresi gli ex presidenti Flavio Trinca e Francesco Favotto, ex sindaci e una serie di imprenditori che sarebbero stati favoriti col «piacerino» di finti acquisti di bond e “finanziamenti baciati” per permettere la ripatrimonializzazione imposta dal torchio Bce. Con l’avviso di garanzia a fine luglio, la Procura di Vicenza ha allargato a 8 gli indagati per le stesse ipotesi di reato, comprendendo, oltre a Zonin, all’ex dg e ad Samuele Sorato, a due ex consiglieri d’amministrazione e due ex dirigenti, un altro dirigente e due altri ex componenti del cda, fra cui il presidente di Confindustria Veneto, Roberto Zuccato. A Montebelluna, sede centrale dell’istituto trevigiano, i cittadini (soci e clienti) brindano al giro di vite giudiziario, dopo un anno e mezzo di indagine. A Vicenza, i cittadini soci e clienti masticano ancora una volta amaro perché identica sorte non é toccata a Zonin.

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Verona e Vicenza, soldi dal Qatar ai centri islamici

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Una Ong del paese del Golfo (accusato di legami con l’Isis) finanzia i luoghi di culto in Italia. Ma l’imam veneto respinge ogni sospetto. E rilancia: «moschee nel paesaggio italiano come le chiese»

Kamal Layachi

Nei giorni scorsi la stampa italiana si é occupata, a proposito dell’idea del governo francese di bloccare i finanziamenti di Stati arabi alle moschee, degli investimenti religiosi del Qatar in Italia. Su Libero del 30 luglio, ad esempio,  un articolo di Andrea Morigi (“Gli stessi che finanziano i terroristi pagano anche le moschee italiane”) dava voce anche a Giacomo Stucchi, presidente leghista del Copasir, il comitato parlamentare di controllo sull’intelligence: «Siamo preoccupati della vicinanza della Qatar Charity a esponenti dell’Islam più radicale… la Fondazione Qatar Charity è stata riconosciuta dal governo degli Usa come uno dei soggetti finanziatori di Al-Qaeda e nel 1997. Lo stesso Osama Bin Laden ricevette del denaro da parte di questa Ong».

In generale, il Qatar é accusato di finanziare l’Isis in Siria e Iraq, in funzione anti-siriana e anti-iraniana. E il tassello qatariota é solo uno fra quelli che compongono il mosaico: c’é anche quello saudita e quello kuwaitiano. La Qatar Charity Foundation é una delle più potenti Ong del mondo arabo, che ha lanciato un programma di interventi a sfondo sociale (denominato “Gaith”, “pioggia”), che «mira a introdurre la cultura islamica e a rafforzarne la presenza nelle comunità occidentale e del mondo in generale», tramite scuole e centri islamici. Il suo presidente é l’emiro Hamad Bin Nasser Bin Jassim Al Thani, ex ministro dell’Interno qatariota e membro della famiglia reale. Alcuni think tank come il Clarion Project o il Washington Institute for Near East Policy sospettano legami con l’area terroristica. Altri analisti a stelle e strisce vedono invece positivamente l’organizzazione. L’argomento è dibattuto e in Italia e lo hanno affrontato con particolare efficacia, fra gli altri, lo storico Franco Cardini sul piano dell’analisi e un’inchiesta di Valentina Colombo su La Nuova Bussola.

Tra i centri finanziati da Qatar Charity, secondo Libero, ci sono anche due centri islamici  veneti, Verona (dove la comunità più numerosa si raduna in via Bencivenga Biondani, in zona Galtarossa) e Vicenza (dove il punto di riferimento é nel centro di via Vecchia Ferriera). Kamel Layachi, imam delle comunità islamiche del Veneto che da giorni si sgola ribadendo che l’Islam è incompatibile col terrorismo e nel farlo porta il cordoglio della sua comunità per il recente atto terroristico avvenuto in Normandia, spiega: «noi comunità islamiche organizzate siamo la parte più attenta a non avere a che fare con finanziamenti di natura illecita, anche perché saremmo i primi ad essere danneggiati. Se poi c’è qualcuno, dal giornalista al semplice cittadino che ritenga che vi siano delle irregolarità nelle attività finanziarie delle comunità islamiche in Italia, dovrebbe informare la magistratura. Se nessuno sino ad oggi si è preoccupato di muoversi in questa direzione nonostante Qatar Charity sia presente in Italia da tanti anni, finanziando diverse sedi delle associazioni islamiche in Italia, nonostante il governo sia puntualmente informato, allora qualcosa vorrà ben dire».

Non rinunciando ad un sottile velo d’ironia, Layachi puntualizza: «Proprio al centro islamico di Vicenza recentemente hanno fatto visita (per la ristrutturazione, a cui la Qatar Charity avrebbe contribuito con 900 mila euro, ndr) il prefetto berico Eugenio Soldà assieme ai rappresentanti della questura nonché delle altre forze dell’ordine. C’era il presidente del consiglio comunale Federico Formisano, l’assessore al sociale Isabella Sala, assieme con i rappresentanti della diocesi. Per non parlare della presenza dei vertici di Qatar charity come della rappresentanza diplomatica qatariota. Ma di che cosa stiamo parlando? Si tratta di informazioni trasparenti pubblicate sul sito del centro islamico berico che posta on-line anche i sermoni del venerdì, tutto alla luce del sole».

Potrebbe sorgere il dubbio che dietro tutto questo attivismo ci sia la volntà di non prestare il fianco a chi pensa le comunità islamiche siano chiuse in sé stesse, magari con qualche aspetto di opacità? «Certamente la trasparenza per noi è importante. Ma per noi lo è ancora di più che le persone sappiano che ci consideriamo italiani al 100%. Siamo ormai di seconda generazione, viviamo nel Veneto, qui lavoriamo, sentiamo la Costituzione come nostro valore. Inoltre consideriamo la origine abramitica del nostro credo come un altissimo ambito di valori comuni con i fratelli ebraici e cristiani. Con questi ultimi poi c’è il forte legame dato dalla importanza nelle scritture coraniche della figura Vergine Maria, una figura chiave per noi come per il mondo cristiano e cattolico in particolare».

In che modo allora il finanziamento di origine estera a favore delle comunità islamiche italiane, e venete in particolare, può giocare un ruolo di influenza rispetto alla normale dialettica interna ad ogni credo religioso? Non mancano i commentatori i quali ritengono, per esempio, che chi elargisca finanziamenti tanto cospicui, tenda a far pesare la sua interpretazione della dottrina in modo più o meno evidente: basti pensare al sunnismo e ai suoi vari orientamenti di origine saudita (wahabismo) rispetto al ramo sciita minoritario nel mondo islamico.

Layachi non si tira indietro ed ammette: «Questo è un tema di cui è importante parlare. Io ritengo che i finanziamenti che giungono dalle comunità locali siano di gran lunga preferibili rispetto a quelli che giungono dall’estero, perché solo con questi si rischia di rendere le comunità un po’ chiuse e assai autoreferenziali. Per tale ragione è necessario avviare con lo Stato un dialogo anche sull’8 per mille». L’imam conclude con un’idea molto forte: «la moschea di una città italiana deve diventare il profilo riconoscibile come quello della chiesa, del campanile, del municipio, del mercato rionale, della piazza, nell’ottica di una autentica comunità». Una sorta di genius loci. Islamico, e non più solo tradizionalmente cattolico.

 

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Congresso mondiale ebraico “Francesco è uno dei più stretti alleati che gli ebrei hanno oggi “

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Il World Jewish Congress (WJC), il Congresso mondiale ebraico, accoglie la visita del Pontefice ai campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau come «un segnale forte» contro l’odio e plaude alla scelta di Francesco di non pronunciare discorsi ufficiali per fermarsi in silenziosa preghiera. «Anche se non ci sono lapidi – scrive oggi in una nota il presidente del WJC, Ronald S. Lauder – questo è il più grande cimitero ebraico del mondo. È anche uno dei luoghi più orribili del pianeta, e abbiamo ritenuto opportuno che Papa Francesco non abbia pronunciato un discorso durante la sua visita ed abbia invece scelto di fare una preghiera silenziosa insieme agli oltre 1.000 sopravvissuti e rappresentanti provenienti da tutto il mondo, per rendere omaggio ai 1,1 milioni di uomini, donne e bambini uccisi al campo. Auschwitz – prosegue Lauder – è un richiamo eterno di ciò che può accadere quando si consente all’odio di ingigantirsi, quando il mondo rimane in silenzio di fronte al male e guarda dall’altra parte i crimini indicibili che vengono commessi nelle vicinanze».

«Papa Francesco è uno dei più stretti alleati che gli ebrei hanno oggi nella lotta contro l’antisemitismo, il fanatismo e l’odio. Lui è un vero amico del popolo ebraico, un uomo che si protende verso gli altri e li abbraccia. Mai nel corso degli ultimi 2000 anni le relazioni cattolico-ebraiche sono state così strette. Lo ringraziamo per essere andato ad Auschwitz. La sua visita invia un segnale importante al mondo perché questo capitolo buio della storia non sia mai dimenticato e la verità su quello che è successo sette decenni fa non sia offuscato”. Facendo riferimento all’uccisione del sacerdote francese, Jacques Hamel, all’inizio di questa settimana, così come agli altri atti terroristici che hanno avuto luogo in tutto il mondo, Lauder aggiunge: “Questo attacco brutale in un luogo di culto, nei confronti di un anziano sacerdote, è stato uno shock per tutti noi. La piaga del terrorismo, il fanatismo e l’intolleranza non potranno esseri sconfitti se non siamo uniti».

«Le uniche parole di Francesco pubbliche risonate sono state il salmo 130 e la preghiera ebraica Kaddish…

(GIORGIO BERNARDELLI)
Da una parte all’altra del mondo nelle comunità ebraiche appare unanime la soddisfazione per la visita compiuta oggi da papa Francesco ad Auschwitz e – in particolare – per la sua scelta di sostare in silenzio nel luogo considerato il cuore della Shoah, già salutata con favore nei giorni scorsi dalla presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane Noemi Di Segni. «Sobrietà» è la parola chiave che rimbalza sui siti di informazione in Israele nelle cronache dedicate alla mattinata di Bergoglio ad Auschwitz, insieme a grandi immagini del Papa raccolto in preghiera.
Ronald Lauder, il presidente del World Jewish Congress, definisce l’evento di oggi «un segnale forte contro l’odio». «Non pronunciare un discorso durante la visita – scrive in una nota rilanciata in Italia da Moked, il portale dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane – si è rivelata una scelta opportuna, così come pregare in silenzio insieme a chi oggi con lui, in quei luoghi, rendeva omaggio alla memoria degli uomini, delle donne e dei bambini uccisi nel campo. Auschwitz è un monito permanente di ciò che può accadere quando si consente all’odio di ingigantirsi, quando il mondo rimane in silenzio di fronte al male e guarda dall’altra parte i crimini indicibili che vengono commessi nelle vicinanze».
Lauder definisce anche papa Francesco «uno dei più stretti alleati che gli ebrei hanno oggi nella lotta contro l’antisemitismo, il fanatismo e l’odio. Mai nel corso degli ultimi duemila anni le relazioni tra di noi sono state così strette. Ringraziamo il papa per essere andato ad Auschwitz. La sua visita invia un segnale importante al mondo perché questo capitolo buio della storia non sia mai dimenticato e la verità su quello che è successo non sia offuscata».
Sulla stessa lunghezza d’onda anche rav David Rosen, il direttore per gli affari interreligiosi dell’American Jewish Committee e protagonista di tante iniziative di dialogo con il Vaticano. «Questa vista – ha dichiarato al Jerusalem Post – è stato un importante pro-memoria per il mondo su quanto profonda possa essere la mancanza di umanità e su come la storia ebraica testimoni questo fatto in una maniera unica».
Anche Rosen sottolinea la scelta del silenzio compiuta da papa Francesco: «Le uniche parole pubbliche risonate sono state il salmo 130 e il Kaddish, evidenziando il significato propriamente ebraico di questo luogo». «Nella tradizione ebraica – ha aggiunto ancora – una cosa che si ripete tre volte è una chazakah (una consuetudine che acquisice un valore legale, ndr). Adesso sono ben tre i Papi che hanno visitato Auschwitz e credo che da ora in poi diventerà un passaggio obbligato in ogni itinerario papale». «Soprattutto – conclude Rosen – la preghiera silenziosa è stata un’espressione eloquente di come dove le parole falliscono di fronte a simili eventi, il silenzio parla in maniera ancora più potente».
Anche Arutz Sheva, il sito di informazione più vicino al mondo dell’ebraismo religioso in Israele, racconta con dovizia di particolari la tappa di papa Francesco ad Auschwitz. E sulla scelta del silenzio rilancia una riflessione proposta alla vigilia della visita dal rabbino capo di Polonia Michael Schundrich. «Spesso la gente va ad Auschwitz e poi tiene in silenzio questi orrori per il resto della propria vita. Invece è una volta che si lascia Birkenau che occorre impegnare il resto della propria vita a gridare e lottare contro ogni genere di ingiustizia».

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