Coronavirus, la Russia di Putin vieta l’ingresso ai cinesi

Condividi su:

Mosca è il primo paese al mondo ad intraprendere una iniziativa del genere che rischia, almeno potenzialmente, di mettere a dura prova le relazioni ufficiali con la Cina di Xi Jinping

La Russia di Putin teme il coronavirus e per questo motivo vieterà a tutti i cittadini cinesi di entrare nel paese da giovedì 20 febbraio.

Mosca è il primo paese al mondo ad intraprendere una iniziativa del genere che rischia, almeno potenzialmente, di mettere a dura prova le relazioni ufficiali con la Cina di Xi Jinping, uno stretto alleato dei russi.

Nella serata di martedì 18 febbraio il primo ministro Mikhail Mishustin ha firmato il decreto che vieta temporaneamente a tutti i cittadini cinesi di entrare in Russia per motivi di turismo, studio o lavoro. La notizia è poi stata riferita ai media dal ​​vice primo ministro Tatiana Golikova.

Mosca ha preso la decisione “in relazione al peggioramento della situazione epidemologica in Cina e alla continua presenza di cittadini cinesi sul territorio russo”, ha riferito l’Interfax.

Secondo le statistiche del ministero degli interni, la Russia lo scorso anno ha rilasciato oltre 2,3 milioni di visti ai cittadini cinesi, la maggior parte dei quali erano sul suolo dell’enorme paese per motivi turistici. Oggi l’epidemia di coronavirus in corso rischia di danneggiare i fiorenti legami di Mosca con Pechino. Solo nel 2019 il commercio tra i due paesi ha raggiunto, secondo il Financial Times, i 110 miliardi di dollari.

A mezzanotte di martedì 18 febbraio la Russia, quindi, smetterà di accettare, elaborare e rilasciare domande di visto per cittadini cinesi. La decisione non riguarderà i passeggeri in transito a Mosca, che è diventato un centro popolare per i turisti cinesi che visitano l’Europa. L’anno scorso, per esempio, 1,26 milioni di passeggeri cinesi in transito hanno attraversato l’aeroporto Sheremetyevo, il più grande di Mosca.

Dal ministero degli esteri russo hanno dichiarato di aver interrotto il rilascio di visti elettronici ai cittadini cinesi, sospendendo un permesso speciale che offre ai turisti un accesso a breve termine a San Pietroburgo, all’enclave del Mar Baltico di Kaliningrade a parti dell’estremo oriente del paese.

Lo scorso gennaio la Russia aveva chiuso il suo confine terrestre di 4 mila chilometricon la Cina, aveva vietato l’ingresso senza visto per i gruppi di turisti cinesi e sospeso tutti i voli tra i due paesi, eccetto quelli gestiti dai vettori statali Aeroflot e Air China. In seguito la Russia aveva iniziato a evacuare alcuni dei 300 russi che vivono a Wuhan, l’epicentro dell’epidemia, e altri 341 da altri luoghi nella provincia di Hubei.

Fino ad ora in Russia sono stati segnalati solo due casi di coronavirus, entrambi riguardanti cittadini cinesi in Siberia, nonché una donna russa a cui è stato diagnosticato il virus a bordo della nave da crociera Diamond Princess in quarantena in Giappone.

Da https://www.ilgiornale.it/news/mondo/coronavirus-russia-putin-vieta-lingresso-ai-cinesi-1828761.html

XVII pellegrinaggio a piedi Osimo – Loreto

Condividi su:

Prepariamoci al pellegrinaggio del mese di Maggio, mese mariano. Iscrivetevi direttamente alla mail indicata alla fine delle indicazioni:

XVII pellegrinaggio a piedi Osimo – Loreto

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Sabato 16 maggio e domenica 17 maggio 2020: XVII pellegrinaggio Osimo – Loreto
 
Sabato 16 maggio 2020
ore 14,00 – appuntamento a Osimo,
al parcheggio della chiesa San Carlo, in Via Molino Mensa, 1 (dal centro storico: direzione Macerata); sistemazione dei bagagli e inquadramento dei pellegrini. Si raccomanda la massima puntualità.
ore 15,00 – partenza a piedi;
– a Osimo venerazione del corpo di San Giuseppe da Copertino; sosta al santuario della B. V. Addolorata di Campocavallo;
– arrivo a Castelfidardo, distribuzione dei bagagli, sistemazione nelle camere, cena e pernottamento.
 
Domenica 17 maggio 2020
ore 7,45 – S. Messa.
ore 9,00 – colazione; sistemazione dei bagagli.
ore 9,45 – partenza;
– sosta al sacrario delle Crocette a Castelfidardo;
– arrivo a Loreto e pranzo al sacco.
ore 14,30 – processione alla basilica e preghiera nella Santa Casa di Loreto.
ore 16,00 – partenza del pullman per riportare i pellegrini a Osimo.
ore 16,30  – arrivo a Osimo e fine del pellegrinaggio.
 
Come raggiungere Osimo
– Per chi viaggia sull’autostrada A 14: uscire al casello di Ancona Sud-Osimo.
– Per chi viaggia in treno: scendere alla stazione ferroviaria di Osimo. In questo caso comunicare l’orario d’arrivo all’organizzazione, che provvederà a venire a prendere i pellegrini alla stazione. Per il viaggio di ritorno si invita a prendere il treno alla stazione di Loreto.
 
Modalità del pellegrinaggio
I pellegrini percorrono a piedi l’intero itinerario del pellegrinaggio (22 km), lasciando il sabato pomeriggio le automobili al parcheggio del San Carlo a Osimo.
La domenica pomeriggio da Loreto un pullman ricondurrà i pellegrini alle automobili.
Prima dell’inizio del pellegrinaggio i bagagli personali saranno caricati su un furgone che li trasporterà direttamente a Castelfidardo, nel luogo del pernottamento.
Durante il percorso i pellegrini in difficoltà potranno usufruire del servizio di alcuni pulmini.
Lungo il cammino i sacerdoti assicurano l’assistenza spirituale (recita del S. Rosario, canti, meditazioni, confessioni). Si raccomanda di non usare i telefonini durante la marcia.
 
I pasti
Cena di sabato sera: in una trattoria.
Colazione di domenica mattina: all’Hotel Parco a Castelfidardo.
Pranzo di domenica: pranzo al sacco alle porte di Loreto. Ogni pellegrino deve arrivare al pellegrinaggio con il necessario (cibo, bevande, posate, ecc.), l’organizzazione fornisce del pane fresco e dell’acqua.
Si consigliano inoltre bevande e alimenti energetici per la marcia e per le pause.
 
Attrezzatura e abbigliamento
I pellegrini devono portare:
– un bagaglio con gli effetti personali per pernottamento: si consiglia di mettere un’etichetta col proprio nome sui bagagli per facilitare lo smistamento;
– un bagaglio con il cibo e le bevande per il pranzo al sacco della Domenica.
Si consiglia di portare una borraccia e uno zainetto per la marcia, contenente il necessario in caso di pioggia, gli effetti personali, gli energetici, ecc.
Si consigliano delle scarpe comode e un copricapo per proteggersi dal sole.
Si invitano gli uomini ad evitare l’uso delle bermuda; si suggerisce alle signore e alle signorine l’uso delle gonne sotto le ginocchia e un velo o copricapo per le preghiere nelle chiese e per l’assistenza alla Santa Messa.
 
Pernottamento
I pellegrini pernottano in alcune strutture alberghiere a Castelfidardo. Sono disponibili camere da due o tre posti, divise per le donne e per gli uomini.
I partecipanti devono quindi adattarsi a dormine con altri pellegrini.
Ovviamente i nuclei familiari utilizzano la stessa camera.
I posti-letti sono limitati, quindi “chi primo arriva, bene alloggia”.
Per i ragazzi è possibile una sistemazione più economica.
Per mantenere lo spirito del pellegrinaggio e non disturbare gli altri partecipanti, i pellegrini sono invitati a rientrare nelle camere entro la mezzanotte.
 
Quota di partecipazione
La quota comprende: la camera d’albergo, la cena del sabato sera, la colazione della domenica mattina, l’uso della sala per il pranzo al sacco di domenica, il viaggio in pullman Loreto – Osimo al termine del pellegrinaggio.
Per gli adulti: 70,00 euro.
Per i bambini sino a 14 anni: 50,00 euro.
 
Chi avesse delle difficoltà economiche (studenti, famiglie numerose, ecc.)
non rinunci al pellegrinaggio: l’organizzazione potrà facilitare l’iscrizione.
Chi fosse impossibilitato a partecipare può inviare un’offerta
per contribuire alle spese organizzative e per favorire l’iscrizione delle persone più bisognose.
N.B. Le iscrizioni sono relative alle singole persone e non alle associazioni, si prega pertanto di non partecipare al pellegrinaggio con bandiere o magliette relative a gruppi particolari.
 
Versamento delle quote
– Prima del pellegrinaggio: versamento sul c.c. postale n. 51 17 99 27 intestato a:
Ass. Mater Boni Consilii Onlus – Casa San Pio X specificando: “Pellegrinaggio a Loreto”
(si prega di inviare per posta o per email la copia del versamento);
– oppure direttamente a Osimo mettendo la quota in una busta col nominativo del/i pellegrino/i da consegnare al sacerdote responsabile.
– Agli iscritti impossibilitati a partecipare verrà trattenuta una quota di 30,00.euro.
 
Le iscrizioni si devono effettuare UNICAMENTE alla Casa San Pio X ENTRO venerdì 8 maggio 2019:
Casa San Pio X – Via Sarzana n. 86 – 47822 San Martino dei Mulini (RN)
Tel.: 0541.758961
Posta elettronica: info.casasanpiox@gmail.com

Da http://www.centrostudifederici.org/xvii-pellegrinaggio-piedi-osimo-loreto/

Tra cento anni gli italiani saranno stranieri in patria. Analisi dei dati Istat

Condividi su:

Roma, 17 feb – La popolazione italiana autoctona sta invecchiando e la natalità è in costante calo. Ma a differenza di quanto sbandierato dai principali giornali, gli stranieri stanno perdendo il loro impulso positivo sul quadro demografico, come riferisce il rapportoTendenze demografiche e percorsi di vita” dell’Istat: “Il contributo dell’immigrazione alla crescita demografica si va tuttavia ora ridimensionando per effetto della contrazione dei flussi e della trasformazione dei motivi di ingresso, oltre che per comportamenti riproduttivi meno dinamici”. Infatti, nonostante l’aumento costante degli stranieri residenti regolarmente in Italia, il cosiddetto “saldo migratorio positivo” sta ampiamente diminuendo: le nascite nel 2017 da genitori immigrati sono diminuite di quasi 8 mila unità rispetto al 2012 e scendono a 100 mila (il 21,7 per cento del totale). A questo si aggiunge l’invecchiamento della popolazione straniera: gli ultra 64enni stranieri sono passati, in soli 10 anni, da circa 69 mila individui del 2008 (2,3 per cento) a oltre 208 mila (4,0 per cento), mentre l’età media degli stranieri residenti è aumentata da 31,1 a 34,5 anni.

Dal 2004 al 2019, gli stranieri in Italia (regolari e irregolari) sono passati da 2.240.159 a 6.222.000, quasi il 300 per cento in più in 15 anni.

Nel 2004 gli immigrati irregolari, secondo le stime della Fondazione Ismu, erano 250 mila, mentre nel 2019 sono 562 mila.

L’esponenziale aumento di stranieri è stato favorito dalla sanatoria del 2002 del Governo Berlusconi, da quella del 2012 del Governo Monti, dall’entrata della Romania nell’Unione Europea e dall’aumento del flusso migratorio verso l’Italia non governato nell’ultimo decennio.

Come si può facilmente notare dal grafico, l’entrata nella Ue della Romania del 2007 ha causato un’immigrazione di massa verso l’Italia, facendo passare i residenti rumeni dai 342.200 ai 1.206.938 del 2020, un aumento del 400 per cento, che si riflette perfettamente sul flusso totale proveniente dall’Europa.

Residenti africani in Italia

Gli stranieri africani residenti in Italia sono passati dai 549.801 del 2004 ai 1.140.012 del 2020, mentre quelli asiatici residenti sono passati dai 335.004 del 2014 ai 1.092.840 del 2020. È da sottolineare come negli ultimi sedici anni sia cambiata la composizione delle nazionalità degli stranieri, con una diminuzione in termini percentuali degli immigrati “tradizionali” e un aumento degli stranieri di nazionalità poco presenti nei primi anni duemila. Nel 2004 i marocchini rappresentavano il 12,73 per cento (253.362) della popolazione straniera residente in Italia, mentre nel 2020 l’8,05 per cento (422.980). La stessa diminuzione in termini percentuali si può riscontrare anche negli stranieri residenti in Italia di nazionalità tunisina (3,45 per cento del 2004 verso 1,81 per cento del 2019), mentre gli egiziani, gli algerini e i senegalesi non hanno subito forti variazioni.

La Nigeria è passata dalle 26.383 unità del 2004 alle 117.358 del 2019(un aumento del 450 per cento), la Costa d’Avorio ha triplicato le presenze, mentre  i residenti in Italia di nazionalità del Mali sono passati da 541 a 22.840 e quelli della Guinea da 1.259 a 13.493. Gli stranieri provenienti dall’Eritrea, Paese che ha una lunga storia di immigrazione in Italia partita negli anni Sessanta, non sono nemmeno raddoppiati (4.900 del 2004 verso 8.773 del 2019). L’aumento delle presenze delle suddette nazionalità è dovuto all’immigrazione di massa dell’ultimo decennio.

Residenti asiatici in Italia

I primi tre Paesi di origine dei residenti asiatici in Italia sono la Cina, le Filippine e l’India, che hanno avuto un trend costante negli ultimi sedici anni (nel 2004 rispettivamente 4,36 per cento, 3,64 per cento e 2,25 per cento verso 5,70 per cento, 3,20 per cento e 3,01 per cento del 2019). Sono aumentati invece esponenzialmente i cittadini del Bangladesh, passati dai 27.356 nel 2004 ai 139.953 nel 2019 (un aumento del 500 per cento), e quelli del Pakistan, passati dai 27.798 ai 122.308 (aumenti del 440 per cento). Nonostante le guerre e le destabilizzazioni degli ultimi vent’anni, gli stranieri provenienti da Afghanistan, Siria e Iraq rimangono una percentuale irrilevante dei residenti in Italia, rispettivamente lo 0,22 per cento, lo 0,12 per cento e lo 0,10 per cento.

Le acquisizioni di cittadinanza

Dal 2004 al 2017, sono state 1.185.914 le acquisizioni di cittadinanza degli stranieri residenti in Italia, ben 201.591 nel 2016. Dal 2015 al 2017, l’Italia è stato il Paese che ha concesso più cittadinanze in Europa. È quindi contro ogni logica politica chiedere la modificazione della legge sull’acquisizione della cittadinanza, inserendo lo ius soli o lo ius sanguinis.

Lo scenario futuro

Se il tasso annuale medio di aumento degli stranieri in Italia degli ultimi sedici anni (256.740) dovesse mantenersi costante, come i tassi di natalità e di invecchiamento, nel 2120 i cittadini originari di Paesi stranieri saranno più di 32 milioni. Senza politiche serie per sostenere le nascite e la famiglia, tra un secolo, o forse meno, gli italiani saranno stranieri in Patria.

Francesca Totolo

Da https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/italiani-stranieri-patria-dati-istat-146222/

Corso intensivo sul politicamente corretto

Condividi su:

Ma cos’è esattamente il politically correct? Lo citiamo ogni giorno senza magari coglierne tutto il significato. Provo a offrire una breve guida, un sunto critico e un succo concentrato.

Per cominciare, il politicamente corretto è un canone ideologico e un codice etico che monopolizza la memoria storica, il racconto globale del presente e prescrive come comportarsi. Nasce dalle ceneri del ’68, cresce negli Usa e nel nord Europa, si sviluppa sostituendo il comunismo con lo spirito radical (o radical chic secondo Tom Wolfe) e sostituendo l’egemonia marxista e gramsciana col “bigottismo progressista” (come lo definisce Robert Hughes). Rompe i ponti col sentire popolare, non rappresenta più il proletariato, almeno quello delle nostre società; separa i diritti dai doveri e li lega ai desideri, rigetta i limiti e i confini personali, sociali, sessuali e territoriali, nel nome di una libertà sconfinata, sostituisce la natura col volere dei soggetti.

E sostituisce l’anticapitalismo con l’antifascismo, aderendo all’establishment tecno-finanziario di cui intende accreditarsi come il precettore.

Il politically correct è una forma di riduzionismo ideologico che produce le seguenti fratture: a) riduce la storia, l’arte, il pensiero e la letteratura al presente, nel senso che tutto quel che è avvenuto va letto, riscritto e giudicato alla luce del presente, in base ai canoni corretti e ai generi; b)riduce la realtà al moralismo, nel senso che rifiuta le cose come sono e le riscrive come dovrebbero essere in base al suo codice etico e gender; c)riduce la rivoluzione vanamente sognata nel Novecento e nel ’68 alla mutazione lessicale, nel senso che non potendo cambiare la realtà delle cose e l’imperfezione del mondo si cambiano le parole per indicarle, adottando un linguaggio ipocrita e rococò; d) riduce le differenze ideologiche a una superideologia globale o pensiero unico, che se si nega come tale.

Alle quattro riduzioni di cui sopra, il politically correct aggiunge una serie di sostituzioni: 1) sostituisce il sentire comune, l’interesse popolare, il legame famigliare e comunitario con la priorità assegnata ad alcune diversità e minoranze, ritenute discriminate o emarginate. E adotta uno schema vittimistico: non sono i grandi, gli eroi, i geni a meritare onori, strade, elogi unanimi ma le vittime (retaggio cristiano, notava René Girard). 2) sostituisce la preferenza per ciò che è nostrano – la nostra identità, le nostre tradizioni, il nostro modo di vedere, la nostra civiltà e religione, i nostri legami e le nostre appartenenze – con la preferenza per tutto ciò che è remoto – le culture e i costumi altrui, i migranti, i mondi lontani, le ragioni di chi viene da fuori (quella che Roger Scruton chiamava oicofobia); 3) sostituisce l’antica dicotomia tra il compatriota e lo straniero, o quella politico-militare tra l’amico e il nemico con la dicotomia tra il Bene e il Male, per cui chi non è allineato al canone non è uno che la pensa differentemente né un avversario da combattere ma è il male assoluto da sradicare e annientare. Col nemico si può arrivare a patti, lo puoi sconfiggere e sottomettere; il Male no, va cancellato e dannato nella memoria. 4) sostituisce l’oppositore, il dissidente, l’antagonista col razzista, nemico dell’umanità, del progresso e della ragione. E gli riserva un trattamento a metà strada fra la patologia e la criminologia, accusandolo di fobie: è omofobo, sessuofobo, islamofobo, xenofobo, e via dicendo. Di conseguenza non c’è contesa con lui, ma lo si isola tramite cordone sanitario, lo si affida alla profilassi medica e prevenzione nelle scuole, università, media; o quando il caso è conclamato, lo si affida ai tribunali e alla condanna. Il pregiudizio ideologico riduce i dissidenti al rango di pregiudicati, ovvero di condannati dalla storia, dal progresso, dalla ragione. Non conflitti ma bombe umanitarie, operazioni di polizia culturale o internazionale.

Per il politically correct la realtà, la natura, la famiglia, la civiltà finora conosciute, vissute e denominate, sono sbagliate. Il politicamente corretto è il moralismo in assenza di morale, il razzismo etico in assenza di etica, il bigottismo in assenza di religione. Ecco, in breve il politically correct.

Postilla finale dedicata a come si reagisce. Chi rifiuta l’imposizione del politicamente corretto e reagisce con l’insulto contro i suoi totem e i tabù, entra a pieno titolo nel suo gioco e ne conferma l’assunto e l’assetto: visto che avevamo ragione a dire che il razzismo, l’odio, l’intolleranza albergano nei nostri nemici? È una forma stupida e istintiva di risposta che rafforza il politically correct. Non migliore sul piano dell’efficacia è la risposta opposta, mimetica, di chi sta al gioco, asseconda, tace o compiace, rispondendo con ipocrisia all’ipocrisia parruccona del politicamente corretto. Anche in questo caso si resta sul suo terreno, si fa il suo gioco, si mira a una sopravvivenza immediata e individuale pregiudicando in prospettiva una visione alternativa più ampia.

Spesso ci si limita a opporre all’ideologia la realtà, alla sua narrazione la vita pratica. Invece, partendo da quella, si dovrebbe tentare lo sforzo opposto: smontare i loro tic, totem e tabù, usando l’arma dell’intelligenza, del paragone culturale, del senso critico e ironico. E indicando percorsi alternativi, letture diverse, altre priorità. Qui, purtroppo, l’intolleranza degli uni s’imbatte nell’insipienza degli altri, frutto di ignoranza, ignavia e indifferenza.

Se il politically correct domina, è anche perché non trova adeguate risposte. Solo imprecazioni e silenzi. La città è nelle mani degli stolti, dissero al sovrano i messi di una città in rivolta; ma i “savi” nel frangente che facevano, chiese loro il Re Carlo d’Angiò? Domandiamocelo pure noi.

MV, La Verità 16 febbraio 2020

Da http://www.marcelloveneziani.com/articoli/corso-intensivo-sul-politicamente-corretto/

Scienza: il dolore fetale

Condividi su:
In evidenza Scienza e bioetica
di Matteo Orlando per AGERECONTRA.IT

 

Il Journal of Medical Ethics ha pubblicato un importante articolo sul dolore fetale.
L’articolo espone le scoperte di due scienziati, Stuart WG Derbyshire e John C. Bockmann, che indicano che il feto può provare dolore già dalla 13a settimana di gestazione, a differenza delle 24 settimane su cui molti avevano precedentemente insistito.
Queste nuove indagini, quindi, suggeriscono che il feto può provare dolore molto prima di quanto si credesse in precedenza.
Il professor Stuart Derbyshire, che è stato consulente dell’organizzazione per l’aborto “Planned Parenthood”, nel 2006 aveva scritto sul British Medical Journal che le donne che chiedevano aborti non potevano parlare del dolore fetale dato che, a suo dire, c’erano “buone prove che i feti non possono provare dolore”. Ora, dopo diversi studi, lo stesso professor Derbyshire afferma qualcosa di completamente diverso.
Nel riassunto presentato dal Journal of Medical Ethics possiamo leggere quanto segue: “All’inizio degli anni ’90, sono emerse nuove tecniche per la chirurgia fetale e un gruppo che ha lavorato presso il Queen Charlotte’s Hospital ha sollevato una domanda da parte delle loro pazienti in gravidanza che non avevano precedentemente preso in considerazione: provocano dolore al feto? Ovviamente i chirurghi non potevano chiedere al feto quindi, dopo aver inserito un ago nel feto, avevano misurato se il feto rispondeva con i cambiamenti ormonali che ci si aspetta quando c’è dolore e hanno scoperto che il feto provava dolore. Tuttavia questa prova non era stata accettata come una dimostrazione di dolore perché le risposte ormonali sono troppo generali.
Era il 1994 e nei successivi 25 anni si è discusso ulteriormente su quando e se il feto diventa neurologicamente e psicologicamente abbastanza sviluppato da provare dolore”.
Così, a partire dal 2016 John Bockmann cominciò a dialogare sul dolore fetale con Derbyshire.
I 2 autori hanno sempre differito nelle loro opinioni sull’aborto, ma entrambi concordavano sul fatto che la questione del dolore fetale era interessante.
Derbyshire, in particolare, sosteneva che la corteccia (che è lo strato esterno ondulato del cervello associato ai livelli più alti di pensiero e sentimento) rimanesse immatura e disconnessa prima della gestazione di 24 settimane, quindi, se la corteccia è necessaria per il dolore, il dolore fetale non è possibile prima delle 24 settimane.
Tuttavia, recentemente, la necessità della corteccia è stata messa in discussione da uno studio che dimostra l’esperienza del dolore nei pazienti a cui manca la maggior parte delle aree corticali che si ritiene siano necessarie per il dolore. Un altro studio ha dimostrato l’attivazione di queste stesse aree corticali in pazienti che hanno ricevuto stimoli nocivi ma che non hanno potuto provare dolore. Pertanto, il dolore può essere sperimentato senza la corteccia e l’attivazione della corteccia non genera necessariamente dolore. Questi studi hanno permesso ai 2 autori di dire che strutture diverse dalla corteccia (come il tronco cerebrale, il mesencefalo e la placca), che maturano prima di 24 settimane, possono essere sufficienti per l’esistenza dell’esperienza del dolore.
I due scienziati hanno opinioni divergenti sull’aborto, dal momento che uno di loro considera l’aborto una necessità etica per le donne mentre l’altro considera l’aborto eticamente incompatibile con le buone pratiche mediche. Tuttavia, entrambi concordano sul fatto che opinioni diverse sull’aborto non dovrebbero influenzare la discussione, aperta e schietta, sulla possibilità del dolore fetale. Infatti, i risultati scientifici relativi alla questione del dolore fetale e la discussione filosofica sulla natura del dolore dovrebbero essere valutati indipendentemente da qualsiasi opinione sulla pratica dell’aborto.
I due medici hanno discusso di questi problemi dal 2016 e i recenti risultati hanno reso possibile una posizione comune. Il documento è il loro sforzo combinato per riconsiderare la possibilità di dolore fetale già dalla 13.a settimana, indipendentemente da qualsiasi preoccupazione legata al sostenere o al negare la pratica dell’aborto.

Anche in Italia si è ritornato a parlare pubblicamente di aborto.
Il leader della Lega Matteo Salvini, domenica 16 febbraio, ha dichiarato: “Non è compito mio dare lezioni di morale, è giusto che sia la donna a scegliere. Però non puoi arrivare a prendere il pronto soccorso come la soluzione a uno stile di vita incivile per il 2020”. Così Matteo Salvini ha parlato dell’afflusso di donne “non italiane” che chiedono l’interruzione di gravidanza, nei pronto soccorso di Roma.

“Ci sono immigrati che hanno scambiato i pronto soccorso per l’anticamera di casa. Ci sono migliaia di cittadini che non pagano una lira. Io dico che la terza volta che ti presenti paghi”, ha detto il leader della Lega durante la manifestazione del Carroccio ‘Roma torna capitale’.
Poi ha continuato: “Delle infermiere del pronto soccorso di Milano mi hanno segnalato che ci sono delle donne che si sono presentate per la sesta volta per una interruzione di gravidanza. Non è compito mio né dello Stato dare lezioni di morale, è giusto che sia la donna a scegliere per sé e per la sua vita. Però non puoi arrivare a prendere il pronto soccorso come la soluzione a uno stile di vita incivile per il 2020”.

Da Platone e Aristotele a Pound: la filosofia contro l’usura

Condividi su:

Roma, 16 feb – Nei testi dei filosofi della Grecia antica, in particolare in quelli di Platone e Aristotele (i due “maestri” immortalati da Raffaello al centro del suo affresco sulla Scuola di Atene) non mancano riflessioni sull’economia, un termine che, derivando dalla combinazione di oikos(“dimora”) e nomos (“legge”), indicava anticamente le regole pratiche per la saggia amministrazione della proprietà domestica o, in senso estensivo, della terra dove si è nati e si vive (la patria ovvero, per i greci, la polis, la città-stato).

Tali considerazioni, però, non costituivano ancora una scienza economica propriamente detta, autonoma rispetto alle altre forme del sapere, che emergerà solo in epoca moderna con le pubblicazioni del Tableau économiquedi F. Quesnay (1758) e della Ricchezza delle nazioni di A. Smith (1776). Per i pensatori greci, infatti, l’economia, lungi dall’essere oggetto di una riflessione indipendente, rientrava nel dominio dell’etica, dell’indagine morale(oltre che della politica), rispetto a cui svolgeva un ruolo ancillare analogo a quello che, nella Scolastica medievale, la filosofia rivestì nei confronti della teologia. I filosofi dell’Ellade, infatti, discettavano «della vita buona, dello stato giusto, dell’uomo felice e, poiché erano convinti che il denaro non dava né saggezza né felicità, essi si preoccupavano di suggerire non il modo per aumentare la ricchezza, ma il modo per subordinare l’attività economica alle finalità morali»[1].

Posta tale premessa, nella corposa produzione platonica e aristotelica si trovano comunque disseminate anticipazioni di temi e di concetti dell’economia politica moderna, quali per esempio, in Aristotele la distinzione embrionale tra valore d’uso e valore di scambio di un bene. Tra questi spunti non poteva, ovviamente, mancare una riflessione teorica sulla moneta (in greco nomisma), la cui comparsa è fatta risalire dagli storici alla metà del VII secolo a.C. presso i greci della Ionia, e su finalità e modi del suo utilizzo; una riflessione, questa, al cui interno compare una critica del prestito a interesse sostanzialmente identificato con la pratica dell’usura.

Platone e il divieto della moneta

Già nei dialoghi politici di Platone (428-347 a.C.), la Repubblica e le Leggi, il cui tema è la descrizione di una polis “ideale” dotata di una costituzione (politeia) conforme a equità e giustizia, traspare la diffidenza per la smania di guadagno e la tendenza all’accumulazione di denaro che capovolgono la naturale gerarchia dei valori, ponendo al primo posto quel desiderio di ricchezze materiali che, invece, dovrebbe correttamente occupare la terza posizione, dopo la cura dell’anima e quella del corpo.

Secondo l’autore della Repubblica, nell’economia della polis perfetta si deve ricercare infatti una via di mezzo tra l’eccesso di povertà e quello di ricchezza, non solo perché la divisone tra abbienti e indigenti spaccherebbe la polis in due città contrapposte minandone l’unità, ma anche perché la disparità di condizioni economiche tra i cittadini sarebbe foriera di instabilità politica e sociale. Come osserva infatti Socrate, l’alter ego di Platone nel dialogo, rispondendo nel libro IV ad Adimanto: «l’una [la ricchezza] produce lusso, pigrizia e moti rivoluzionari, l’altra [la povertà] grettezza e scadente lavorazione, oltre ai moti rivoluzionari». Un tema, questo, che è ripreso dall’Ateniese (anch’egli alter ego di Platone) nel libro V delle Leggi, dove si afferma che, se i fini della legislazione della colonia immaginaria di Magnesia (la cui edificazione è oggetto del dialogo) sono la felicità e la concordia dei cittadini, allora nella nuova polis, per garantire il conseguimento di tali scopi, non dovranno esserci «né la gravosa povertà né la ricchezza». Ne consegue che il legislatore deve fissare d’autorità un limite (calcolato non in denaro, ma in lotti di terreno) per la ricchezza e per la povertà degli abitanti della colonia.

Tornando alla Repubblica, nel libro III, discutendo con Glaucone dello stile di vita dei “guardiani” (i phylakes ovvero l’élite di reggitori-filosofi a cui è affidato il governo della città ideale), Socrate, richiamandosi al mito delle tre stirpi (quella d’oro, quella d’argento e quella di ferro o bronzo), affronta il tema della moneta affermando che «non è pio [per i guardiani] contaminare il possesso dell’oro divino [la virtù che essi portano nell’anima] mescolandolo a quello dell’oro volgare», la detenzione del quale sotto forma di moneta è causa di comportamenti “empi” ovvero non conformi a giustizia. Se dunque il denaro è indegno del reggitore-filosofo, che avendo una “anima d’oro” disprezza l’oro materiale, e se l’amore per il denaro è tipico di quella forma politica degenere che è la “timocrazia”, si capisce perché nella Repubblica ai guardiani (ma non alla massa dei produttori) «non è concesso di maneggiare e di toccare oro e argento» (ovvero sono loro preclusi il possesso e l’utilizzo di moneta). Un divieto analogo è pronunciato, per la costituzione di Magnesia, dall’Ateniese (sempre nel libro V delle Leggi), dove si afferma che, fatta salva la quantità di moneta necessaria agli scambi quotidiani, «non è possibile a nessun cittadino privato possedere assolutamente né oro né argento». È all’incirca in questo punto del dialogo che Platone, ancora per bocca dell’Ateniese, oltre a introdurre una forma di autarchia monetaria (la colonia avrà una sua moneta “di servizio”, funzionale agli scambi tra cittadini, ma priva di corso legale al di fuori di essa), introduce il divieto del prestito a interesse, sancendo che «è lecito a chi ha ricevuto il prestito non restituire affatto né l’interesse né il capitale». Il prestito a interesse è così inserito tra i mezzi di illecito arricchimento ed equiparato, in contrapposizione all’agricoltura, a “turpi” mezzi di guadagno quali, per esempio, quelli «legati alla vendita del bestiame».

Aristotele e la “sterilità” del denaro

Pur nella diversità, rispetto a Platone, dell’impianto teoretico generale, anche in Aristotele (384-322 a.C.), che concentra la sua attenzione sulla tecnica di produzione/appropriazione delle ricchezze o crematistica (da ta chrémata: “beni”, “sostanze”), si ritrovano spunti polemici verso un’idea dell’economia che pone l’accento sulla mera accumulazione/moltiplicazione di beni materiali come fine in sé e non come mezzo di soddisfacimento dei bisogni naturali dell’uomo.

In questa ottica rientra, non a caso, il biasimo riservato a coloro che, vivendo con l’ossessione di accrescere le proprie sostanze, «si preoccupano di vivere, ma non di vivere bene, e siccome i loro desideri si estendono all’infinito, pure all’infinito bramano i mezzi per appagarli [cosicché] tutta la loro energia si spende nel procurarsi ricchezze» (Politica, libro I).

Di notevole importanza sono, inoltre, le considerazioni di Aristotele sulla moneta, della quale il filosofo mette in luce la natura convenzionale e la cui introduzione, in sostituzione al baratto, egli fa risalire all’estensione dei commerci oltre l’ambito delle comunità locali (di villaggio o cittadine). In particolare, Aristotele vede chiaramente il rischio di un utilizzo improprio della moneta nella misura in cui essa si mette al servizio di quella attività “innaturale” (cioè non correlata al soddisfacimento di bisogni naturali come sono, invece, la pastorizia, la pesca e la caccia) che è l’“arte di guadagnare” e diventa, come interesse sul prestito, una fonte impropria di accumulazione di ricchezza. Secondo il filosofo, che nella Costituzione degli Ateniesi attesta, tra le cause discusse nei tribunali attici del V-IV secolo a.C., «il mancato pagamento degli interessi sul prestito di denaro», la parola “interesse” (tokos) viene da tiktein, “generare”, nel senso che «l’interesse è moneta [generata] da moneta» (Politica, libro I). Questa etimologia non deve trarre in inganno, in quanto la “nascita” di denaro dal denaro non corrisponde all’utilizzo naturale del medesimo. Aristotele, piuttosto, condanna il prestito a interesse proprio in virtù della sua innaturalità, poiché contrario al principio della “sterilità” della moneta (secondo cui è opposto a natura l’uso del denaro “per fare altro denaro”). Il brano della Politica in cui si tratta il tema dell’usura, infatti, non lascia spazio a equivoci interpretativi: «si ha pienamente ragione a detestare l’usura, per il fatto che i guadagni provengono dal denaro stesso e non da ciò [lo scambio] per cui il denaro è stato inventato […] sicché questa [l’usura] è tra le forme di guadagno la più contraria a natura» (Politica, libro I).

Contro l’usura: da Aristotele a Ezra Pound, attraverso Dante

La polemica di Aristotele contro il prestito a interesse attraversò i secoli medievali, durante i quali la Scolastica non solo teorizzò la peccaminosità dell’usura in quanto «furto del tempo che non appartiene che a Dio, perché fa pagare il tempo trascorso tra prestito e rimborso», ma riprese anche l’idea della sua contrarietà al principio della “sterilità del denaro”, motivo per cui Tommaso d’Aquino, «citando Aristotele […] dice: nummus non parit nummos, “il denaro non partorisce denari”»[2].

La condanna dell’usura, risalente ad Aristotele e passata ai medievali, riecheggia anche in Dante («ch’usura offende/la divina bontade»; Inf. XI, 95/96) e, tramite l’Alighieri, in Ezra Pound, che «colse soprattutto da Dante il modello che l’ha confortato a tentare [nei “Cantos”] la moderna versione della Divina Commedia, includendovi come lui il problema della moneta, dei falsari, dell’usura riconsiderata aristotelicamente come delitto contro natura e contro l’arte» (G. Accame. Ezra Pound economista, Firenze, 2017). Fu proprio Pound, che nel Canto XLV aveva riproposto la convinzione antica dell’usura come “peccato” («peggio della peste è l’usura»), a tributare un omaggio ad Aristotele nel Canto LXXIV (il primo dei Cantos Pisani), alludendo alla Politica del filosofo in una delle sue invettive contro «i due imbrogli più grandi» che sono le speculazioni sui tassi di cambio della moneta e, ovviamente, il prestito di denaro a interesse usurario.

Corrado Soldato

Da https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/platone-aristotele-pound-filosofia-contro-usura-146106/

È “guerra santa” in Vaticano

Condividi su:
La sagace analisi di uno degli uomini più informati (da decenni) da un lato e dall’altro del Tevere…(n.d.r.)
di Luigi Bisignani

Ci ha pensato Bergoglio a vivacizzare il tempo liturgico ordinario del calendario romano che intercorre tra il Battesimo di Gesù e la Quaresima, con due colpi di scena degni di Dan Brown. Con il primo, ha scombussolato i Palazzi Apostolici relegando il fascinoso padre George Gänswein, “l’uomo che sussurrava a due Pontefici”, in una sorta di arresti domiciliari; con il secondo, ha incontrato l’ex Presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, di fatto infiammando il Sud America.

Due episodi distinti che dimostrano come Francesco segua un’agenda tutta sua e si senta legittimato ad entrare a gamba tesa nelle segrete stanze che ospitano Ratzinger, dando così un avvertimento a tutta la frangia tradizionalista della Chiesa che non si riconosce più nella sua dottrina nonché a quella polveriera tra Usa e Russia che è diventata il Centro-Sud America. Con Colombia e Bolivia pronte ad esplodere. Sullo sfondo, la lotta, non troppo sotterranea, per un futuro Conclave. Ma andiamo con ordine. Sembra che il Papa emerito sia finito, suo malgrado, in un triangolo del fuoco. Nell’ex convento Mater Ecclesiae, che un tempo accoglieva una comunità di religiose e che oggi ospita Ratzinger in perpetua orazione al Santissimo, si è consumato l’ultimo episodio che ha contrapposto i due Papi.

Da tempo, Benedetto è conteso tra le Memores Domini (le consacrate che lo accudiscono fin dall’inizio del suo pontificato), la segretaria suor Birgit Wansing e Georg Gänswein, il George Clooney in abito talare che abbiamo visto su molte riviste, autodefinitosi “lo spazzaneve del Papa”, per la sua capacità di appianare tutto. Gänswein mai avrebbe pensato di poter essere spazzato via proprio da Bergoglio, che mal lo aveva sopportato come potentissimo prefetto della Casa Pontificia. Secondo i bisbigli dei confessionali, proprio in assenza del bel concierge tedesco, il Papa emerito ha scritto al cardinale Robert Sarah, ultraconservatore autore del libro che ha espresso la contrapposizione di Benedetto a Francesco sui temi del celibato e dell’apertura del sacerdozio alle donne. Questa uscita è avvenuta prima della pubblicazione del documento nel quale Bergoglio ha evitato di modificare i principi discussi nel Sinodo dell’Amazzonia, che in molti temevano potessero portare ad una rivoluzione copernicana nella Chiesa di Roma. Pare che, a suggerire il documento, sia stata suor Birgit, ma ciò è comunque servito a Francesco per umiliare padre Georg, dopo aver compreso quanto ingombrante sia divenuta la presenza di Benedetto XVI, soprattutto quando viola il silenzio nel quale aveva promesso di ritirarsi.

La reazione del Papa non ha tardato. Senza preavviso, Georg, amante dei Beatles e dei Pink Floyd, è stato demansionato e messo all’esclusivo servizio del Papa tedesco, dal quale non potrà più allontanarsi. Il tentativo di esiliarlo a Magonza come vescovo è subito abortito per le barricate alzate contro di lui, a causa del suo discutibile carattere, dalla curia locale. Con questa mossa, Francesco si è ispirato al famoso detto di Mao “colpiscine uno per educarne cento”, ma i conservatori, soprattutto quelli tedeschi e africani che si identificano nei cardinali Müller e Sarah, stanno già preparando una rappresaglia.

A questo subbuglio, Bergoglio ha candidamente aggiunto l’incontro di ben un’ora, rispetto agli usuali 15 minuti di udienza concessi ai capi di Stato in carica, con l’ex Presidente del Brasile Lula, da poco uscito dal carcere e simbolo della sinistra al potere in Sud America, in contrapposizione all’attuale Presidente Bolsonaro. Un’iniziativa che in un colpo solo ha fatto imbestialire Trump e gioire Putin, che sta giocando tutte le sue carte non solo per difendere Maduro in Venezuela, ma soprattutto per rafforzarsi in tutta quell’area, ora che anche in Argentina può contare su un Presidente amico, Alberto Fernandez, dopo la breve parentesi di Mauricio Macri. Secondo alcuni dispacci, sembra che Lula, dopo Bergoglio, voli proprio a Mosca, mentre in Brasile è nell’aria una guerra giudiziaria contro Bolsonaro, favorita anche dalla Chiesa più riformista e vicina ai temi ecologici e della salvaguardia della natura. Tutto torna.

Quando Lula è tornato libero, nella sua prima dichiarazione ha ringraziato con parole piene di affetto Papa Francesco, che durante la prigionia gli aveva inviato delle lettere ed un rosario. Bergoglio, a seguito delle parole di Lula, gli ha scritto di nuovo, precisando, inter alia, che sarebbe stato onorato di incontrarlo di persona. Mentre avveniva tutto ciò, improvvisamente Bolsonaro ha fatto presentare al Parlamento federale un proposta di legge per lo sfruttamento minerario ed energetico dell’Amazzonia: trivellazione e industrializzazione delle acque à gogo.

Un segnale di guerra a Francesco per il suo appoggio a Lula. Quest’anno, in Sud America, il tempo liturgico ordinario è durato meno del solito.

Da https://www.nicolaporro.it/guerra-santa-in-vaticano/

Il virus della paura globale

Condividi su:

Paura, paura. Per ogni vittima del coronavirus ci sono mille vittime della paura del contagio. Homo homini virus, variante epidemica del lupus. La paura del contagio è antica, umana, originaria, quanto irrazionale e a volte superstiziosa, ma viene tradotta con un’accusa impropria, carica di valenza ideologica e di fanatismo: razzismo. Ma non c’è alcuna carica ideologica o fanatica nella paura; è solo una diffusa, elementare, protettiva paura della contaminazione e dei suoi agenti possibili e presunti. È paura della malattia, non è odio o disprezzo verso il cinese, lo straniero. George Duby pubblicò un memorabile libretto sulle cinque paure più diffuse di fine millennio. Tra queste spiccava la paura del contagio. Ancestrale. Ma la paura è il sentimento pubblico più diffuso nella nostra società egoista e individualista.

Sulla paura si fonda la politica, anche se dissimulata in altre vesti. Paura del fascismo, del comunismo, dell’invasore, del terrorismo. La paura della bomba atomica mosse i movimenti pacifisti. E il movimento ecologista di Greta Thunberg cos’è se non una variazione sulla paura della catastrofe ambientale e climatica? Ci sono paure nobili e paure indecenti, paure politically correct perché progressiste e paure inammissibili perché ritenute regressive?

Sul piano civile e politico la paura ha due impresari di successo: uno fa profitti sulla paura dello straniero, dell’ignoto, del contagio epidemico, del futuro incerto. L’altro specula sulla paura del razzista, del nazista, del contagio xenofobo e tribale, del passato tornante. Ambedue si servono di minimi indizi per allestire fortini, cordoni sanitari e vendere polizze per ripararsi dalle rispettive paure di cui sono spacciatori. Il governo in carica nasce e regge sulla paura di Salvini, lo spauracchio dell’establishment. Ma anche il consenso a Salvini crebbe sulla paura del Migrante, in particolare islamico. Il primo è visto come il nemico della libertà, il secondo come il nemico della sicurezza.

Benvenuti nel Tempo della Paura e nel Paese degli Impauriti. È una paura trasversale, che colpisce ogni ambito di vita, le strade, i locali pubblici, la politica, gli ospedali, le scuole e i tribunali, i media. La paura è protagonista assoluta. La violenza, il terrorismo, il terremoto, la rapina in casa o per strada; e poi la paura del collasso economico, paura della nuova povertà (alle vecchie povertà si è in fondo abituati), paura dei veleni in cucina e nell’ambiente, paura della contaminazione, del fumo e del male oscuro, paura di incidenti e disgrazie collettive; paura degli sbarchi, dei rom, degli spacciatori, paura dei populisti e perfino dei fantasmi nazifascisti.

Eppure le statistiche ci dicono che non viviamo in una società particolarmente violenta e insicura; altre epoche e altre società erano e sono assai più cruente, più esposte e più pericolose delle nostre, gli atti terroristici sono rarissimi e colpiscono finora altri paesi e comunque non più di uno ogni milione d’abitanti, meno di qualunque incidente mortale; ma anche gli atti di violenza non sono poi così diffusi e le loro vittime sono di gran lunga inferiori agli incidenti, ai suicidi o agli omicidi in famiglia. Abbiamo sostituito alla realtà la percezione della realtà; non conta quanto realmente misura il barometro, quel che conta è la nostra percezione. Viviamo un’epoca soggettivista, impressionistica, emotiva, che non a caso promette agli utenti emozioni, percorsi emozionali. L’emozione non è che il rovescio positivo della paura.

Aveva ragione il vecchio Thomas Hobbes a sostenere che la paura fonda gli Stati. Non riusciamo a generare sentimenti positivi o ambizioni costruttive; ci unisce solo la rabbia, il disprezzo e la paura, vera regina dei popoli. Viviamo in una società di codardi che vivono barricati nella loro sicurezza e temono ogni eventuale esposizione al rischio, una società spaventata che non a caso è anche una società popolata da anziani e ancor più da anziane. Una società vigliacca che ha paura anche della propria ombra e rinuncia a vivere pur di salvare la vita… No, non si tratta solo di punire i colpevoli e gli untori perché è un processo generato da più cause e con più attori. Prima fra tutte è la paura dell’impronunciabile, la morte. Abbiamo smesso di osare, di tentare nuove imprese, di rimetterci in gioco e ci spaventa ogni rischio d’insicurezza. E se ripensassimo la vita pubblica all’insegna del noi, dell’appartenenza, del vivere comunitario anziché sempre e solo la protezione dalla paura? Le società non reggono sulla paura ma si sfasciano. Si, prevenzione, attenzione, capacità di isolare i focolai e gestire l’emergenza; ma poi amor fati, sereno realismo e affidarsi alla sorte. Abbandoniamo Pauropolis.

A volte la paura viene ingentilita e indossata a rovescio: dietro la retorica della speranza spesso si nasconde la bestia nera della paura. Una sana, realistica disperazione è invece il miglior vaccino contro la paura. Ossia la convinzione che non si debba partire dal timore di perdere qualcosa o mettere a repentaglio qualcuno, ma dalla convinzione che quel qualcosa, quel qualcuno sono già colpiti. Dunque si tratta di reagire, rispondere con efficacia senza farsi illusioni. La speranza è moralista e velleitaria, la disperazione è reazionaria ma realista: ritiene la disperazione non il punto d’arrivo ma il punto da cui partire.

“Non abbiate paura” tuonò Papa Giovanni Paolo II agli inizi del suo glorioso e lungo pontificato. Dio sa quanto ce ne vorrebbe di coraggio e di esempi a non avere paura. Coraggio virile contro paura virale.

MV, Panorama n.7 (2020)

Da http://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-virus-della-paura-globale/

Strage a mezzo stampa

Condividi su:

Non so se viviamo ancora nella realtà o in qualche fiction horror-satanista. Scusate ma non riesco a riprendermi da una notizia appresa dai tg di cui avete trovato notizia sui giornali di ieri. Mi ricompongo e parto dall’inizio, riprendendo conoscenza. Mi presento: sono un uomo di destra d’antico pelo, abituato sin da ragazzo a leggere libri, giornali e riviste di quell’area d’opinione. Leggevo da ragazzo anche Il Borghesediretto da Mario Tedeschi, non avendo fatto in tempo a leggere il mitico Borghese di Leo Longanesi. C’erano con lui al Borghese firme eccelse come Gianna Preda e Luciano Cirri, Piero Buscaroli e Alberto Giovannini, Claudio Quarantotto e Giuseppe Prezzolini, tanto per dirvi solo qualcuno. Nell’epoca d’oro vendeva più dei settimanali di sinistra, era letto da un pubblico conservatore, missino, nostalgico, monarchico, liberal-nazionale di destra.

Apprendo ora che i magistrati di Bologna accusano Mario Tedeschi, morto ventisette anni fa, di essere uno dei quattro mandanti, organizzatori e finanziatori della strage di Bologna il 2 agosto del 1980. In particolare di aver organizzato il depistaggio mediatico della strage. Il capo di tutti era il mitico Licio Gelli. Mettetevi nei panni di un lettore di destra. È come se a un uomo di sinistra, abituato sin da ragazzo a leggere libri, giornali e riviste di quell’area, come l’Espresso, i giudici dovessero comunicare che Eugenio Scalfari o Giorgio Bocca sono stati i mandanti e i depistatori, gli organizzatori e i finanziatori della strage di via Fani o di qualche altro eccidio delle Brigate rosse.

Il paragone è fondato su alcune reali analogie non solo anagrafiche: da giovani Mario Tedeschi, Eugenio Scalfari e Giorgio Bocca furono fascisti. Tedeschi lo fu anche con la Rsi, Bocca fu poi partigiano. Tedeschi e Scalfari, classe 1924 ambedue, scrissero sugli stessi fogli fascisti romani, e dopo decenni di amnesia, se n’è ricordato pure Scalfari che nel suo recente libro ha citato Mario Tedeschi. Poi Tedeschi e Scalfari diressero settimanali paralleli di forte impegno politico e civile, uno a destra – il Borghese – l’altro a sinistra, l’Espresso. Tedeschi si pose sulle tracce di Longanesi, da cui ereditò poco più che trentenne la guida del Borghese alla morte precoce del formidabile fondatore. Scalfari si pose sulle tracce di Mario Pannunzio, il cui Mondo fu uno dei suoi modelli di riferimento. Se la pasionaria di punta del Borghese fu Gianna Preda, polemista dalla penna acuta e la lingua biforcuta, la pasionaria di punta dell’Espresso fu Camilla Cederna. Tedeschi come Scalfari ebbe anche una transitoria esperienza politica, come senatore del Msi-Dn, da cui uscì per fondare un raggruppamento moderato finito male, Democrazia nazionale. Scalfari fu invece parlamentare del Psi, nell’era precedente a quella craxiana, ma anche lui tornò al giornalismo e fondò la Repubblica.

Ora i magistrati dicono che quel Tedeschi, proprio lui, con quei baffoni asburgici e quel viso paffuto, che per trentasei anni ha diretto Il Borghese, nella buona e nella cattiva sorte, ha pubblicato i Libri del Borghese, le riviste culturali del Borghese, era una sorta di criminale assoluto che con i servizi segreti deviati e in combutta con l’ala più torva della massoneria, non tentò un golpe, una controrivoluzione o qualcosa del genere, ma peggio; fu tra i promotori e depistatori di una strage d’innocenti alla stazione di Bologna, il cui unico effetto “politico” che ebbe sin dal giorno in cui fu compiuta, fu quella di criminalizzare ulteriormente l’area politica di destra, non solo quella estrema ma anche quella rappresentata in parlamento. La strage fu subito definita, prima di trovare veri o presunti colpevoli, “di marca fascista”. Torno a sottolineare che quattro anni prima della strage Tedeschi era uscito dal Msi che reputava troppo nostalgico ed estremista per fondare un partito moderato che dialogasse con la Dc e gli anticomunisti…

Non so se siamo in presenza del Male Assoluto, della Demenza Assoluta, della Malafede Assoluta. I quattro mandanti coinvolti sono tutti morti e mai sapremo nulla da loro. È pura damnatio memoriae. Si conoscevano tra loro? Direi di sì. Anche se quel Federico Umberto d’Amato, longa manus dei servizi segreti, oltre a conoscere Tedeschi, collaborava con una sua rubrica sotto falso nome proprio con l’Espresso. Era noto ai potenti e agli editori di quel tempo. Manovravano dietro le quinte? Probabile, ma non riesco ad andare oltre. In quel tempo c’erano giornalisti legati ai servizi segreti, alcuni a loro libro paga e affiliati alla massoneria, come la solita P2. Ma come si può umanamente pensare che una firma importante del giornalismo italiano, il direttore di un settimanale prestigioso, in prima linea, uscito dal Msi per dar vita a una destra moderata, democratica e costituzionale, circondato da firme e giornalisti di valore, potesse far parte di una congiura criminale di questo tipo, mettere le bombe in una stazione per uccidere innocenti e poi falsificare i fatti, senza peraltro riuscirvi? Ma Il Borghese, ma la sua direzione e redazione, ma chi leggeva quelle opinioni ogni settimana, cosa possono c’entrare con un atto bestiale e feroce che ti danna la vita e la coscienza per sempre, un gesto vigliacco e disumano quanto insensato e persino autolesionista? Non lo so, non mi permetto di giudicare i giudici, le loro tesi, il loro operato. Ma lasciate che esprima tutto il mio sconcerto. E che ribadisca: mi sembra di non vivere la realtà, il mondo, le persone e le idee che ho finora conosciuto. Ma di assistere a una pessima fiction di mostri e di morti viventi, un remake di patastoria tra l’horror e il satanismo, dove non riesco nemmeno a trovare un risvolto grottesco di cui almeno ridere.

MV, La Verità 13 febbraio 2020
Da

Strage a mezzo stampa

 

Il Castrismo raddoppia gli attacchi contro i cristiani

Condividi su:

L’EDITORIALE DEL VENERDÌ
di Matteo Orlando
Il quotidiano ABC ha rivelato le conclusioni del Rapporto Patmos sulla Libertà Religiosa del 2019 a Cuba.
Se l’intensità della persecuzione anticristiana (e dunque anticristica) è rimasta a bassa intensità, le molestie si intensificano per i fedeli di tutte le confessioni.
La maggior parte delle confessioni con una presenza a Cuba, infatti, aveva fatto appello a votare contro la riforma della Costituzione, referendum che il regime ha organizzato e vinto il 24 febbraio 2019.
La scelta delle confessioni cristiane era dovuta al fatto che la nuova Costituzione esclude qualsiasi pluralismo politico e contempla la separazione della libertà religiosa dalla libertà di coscienza.
Il prezzo di questa opposizione alla riforma costituzionale è stato un’intensificazione delle molestie nei confronti delle confessioni e una diversificazione delle modalità repressive. Un’ennesima prova, se ce ne fosse bisogno, delle difficoltà legate alla pratica della fede cristiana in una dittatura comunista.
E Cuba, purtroppo, non fa eccezioni, visto che anche sull’isola caraibica non c’è la minima intenzione di rendere la vita più facile ai credenti al di là dell’esercizio di base di culto.
Due chiese cattoliche, infatti, secondo il rapporto, hanno subito attacchi.
Nella notte tra sabato 8 e domenica 9 giugno 2019, giorno di Pentecoste, la parrocchia «La Cruz de Mayo», situata a Camajuaní (provincia di Villa Clara) ha subito una profanazione, attraverso il furto di un campanile in bronzo, del vino utilizzato per la consacrazione, di un calice e diversi fiocchi d’argento. Come dimostrazione di un’azione in odio alla fede una tonaca era stata fatta a pezzi.
Una situazione simile è stata vissuta due mesi dopo presso la chiesa dedicata alla Madonna della Guardia, nel quartiere Luyanó dell’Avana. Secondo il rapporto, i profanatori hanno forzato il cancello ed hanno preso una serie di oggetti di culto.
Diversi mesi dopo, i parroci di entrambe le chiese non hanno ancora avuto notizie sulla paternità e la motivazione della profanazione.
Il rapporto evidenzia anche le molestie a cui sono sottoposti i fedeli cattolici e attesta la repressiva raffinatezza del regime.
Per esempio l’8 settembre, festa della Virgen del Cobre, patrona di Cuba, la tradizione stabilisce di onorare la Vergine con i girasoli. Bene, pochi giorni prima della festa questi fiori sono stati ritirati dai mercati.
Questo episodio si è unito ad altri episodi di ostacoli alla fede come, per esempio, quelli che sono stati posti a diversi fedeli in modo che non partecipassero al funerale del cardinale Jaime Ortega (che, peraltro, non era di gran lunga il principale oppositore del regime).
Quattro giorni dopo quelle esequie furono anche cancellati all’ultimo minuto gli eventi pubblici legati alla Giornata Nazionale della Gioventù Cattolica.
Per quanto riguarda le persone, è necessario sottolineare la situazione dell’intellettuale cattolico Roberto Quiñones, riconosciuto prigioniero di coscienza da Amnesty International, incarcerato dall’11 settembre a Guantanamo e la cui salute è peggiorata negli ultimi giorni. Quiñones è un prigioniero cattolico a lungo termine.
Purtroppo anche altri Cristiani non se la passano bene, soffrendo a causa degli arresti brevi ma costanti.
Il rapporto ricorda che ogni domenica del 2019, una media di trenta cittadini ha dichiarato di aver subito arresti a casa prima di incamminarsi per assistere alla Santa Messa, o durante essa.
La consueta pratica è di portarli in caserme militari, dove vengono minacciati, multati e di solito trattenuti per un giorno, a volte di più.
Tecniche di molestie che si estendono ai fedeli di altre confessioni diverse da quella Cattolica.
Un episodio fa molto riflettere.
Il 2 novembre scorso i parrocchiani della Chiesa episcopale di Los Arabos, a Matanzas hanno subito, oltre alla classica dissacrazione, il furto di un dispositivo idraulico che fornisce acqua potabile. Il dispositivo in questione è stato donato dalle chiese protestanti americane. Il dettaglio non è banale, perché mostra le molestie alle quali le autorità comuniste sottopongono i religiosi stranieri che viaggiano a Cuba per assistenza e formazione.
Il pastore nicaraguense-americano Edgar Santana ha dovuto affrontare un interrogatorio della polizia non appena arrivato a Cuba. Il sistema di limitazione dei movimenti del clero viene esercitato anche nella direzione opposta, con il regime che ha improvvisamente annullato il viaggio negli Stati Uniti di una dozzina di pastori che erano stati invitati alla Seconda Conferenza ministeriale per il progresso delle libertà religiose. Ad alcuni è stato impedito di uscire di casa, ad altri era stato detto dell’impossibilità di viaggiare dall’aeroporto dell’Avana, dove erano arrivati ​​dopo aver viaggiato per centinaia di chilometri dalle rispettive province.
La dittatura comunista estende anche i suoi tentacoli nella direzione di altre confessioni non cristiane.
Il Castroismo ha vietato alla comunità ebraica Bnei Anusim di coordinarsi con altre comunità che professano la stessa fede.
Il panorama della libertà religiosa che descrive questa nuova edizione del Rapporto Patmos è preoccupante, nonostante gli sforzi della dittatura di proiettare un’altra immagine di Cuba, anche nella sfera religiosa.
La realtà che mostra il rapporto è invece molto diversa. Eppure, c’è una minima speranza.
“La disperazione del sistema repressivo è un segno che il sistema sta annacquando e affondando; solo i sistemi in declino, che vedono avvicinarsi la fine, agiscono con tale nervosismo”, ha dichiarato il pastore battista Mario Félix Lleonart.
Chissà!

Le stazioni quaresimali romane

Condividi su:

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenzastazioni quaresima

Le stazioni quaresimali romane

Placido Lugano, osb, “Le sacre stazioni romane nella Quaresima e l’ottava di Pasqua”, Centro Librario Sodalitium, pagg. 118, euro 10,00.
https://www.sodalitiumshop.it/epages/106854.sf/it_IT/?ObjectPath=/Shops/106854/Products/068

Introduzione: Le stazioni quaresimali in Roma 

Il sacro tempo della Quaresima, nella attuale disciplina della Chiesa e secondo lo spirito della sua liturgia, è un tempo di ritiro che ogni cristiano deve passare nella solitudine in unione col divin Redentore Gesù Cristo, attendendo alla penitenza ed alla mortificazione, segnatamente sotto la forma del digiuno, e a tutti gli esercizi della vita spirituale. Ha principio col mercoledì delle Ceneri, in cui la Chiesa invita i suoi figli a chinare la fronte sotto l’austera sentenza pronunziata nel paradiso da Dio contro l’uomo ribelle : Ricordati, o uomo, che sei polvere ed in polvere ritornerai; e termina con la Veglia pasquale, in cui la risurrezione del Redentore viene a rallegrare le anime che hanno sofferto le volontarie privazioni della penitenza. La Quaresima prepara il popolo credente a commemorare la Passione di Gesù e a celebrare con Lui l’Alleluia della vittoria.

Istituita, la Quaresima, in memoria dei quaranta giorni di digiuno del Redentore, è dedicata in modo particolare alla penitenza, all’istruzione e alla predicazione. Le preghiere liturgiche della Quaresima parlano prevalentemente di digiuno e di mortificazione; ma, dopo la quarta settimana entrano a far menzione della Passione : perchè la sola mortificazione, fatta di penitenza e di astinenza, è degna preparazione a celebrare con animo purificato la memoria della Passione dell’Uomo-Dio, che caratterizza l’ultima quindicina della Quaresima. L’Epistola e il Vangelo contengono l’alimento spirituale per l’istruzione e la predicazione; le orazioni, implorando misericordia e perdono, muovono a far penitenza delle colpe commesse. Varie tracce restano tuttora nel Messale romano dell’antica disciplina relativa ai pubblici penitenti per la loro riconciliazione e di quella per i con-vertiti dal paganesimo (catecumeni), che si preparavano a ricevere la grazia del battesimo nella Veglia pasquale.

Il digiuno, una volta molto rigoroso nei giorni feriali della Quaresima, è ora assai mitigato dalla benignità della Chiesa. La legge del digiuno permette un solo pasto al giorno, ma non vieta di prendere un poco di cibo la mattina e la sera, osservando l’approvata consuetudine locale circa la qualità e la quantità dei cibi; come non vieta la promiscuità di carne e pesce nello stesso pasto e la commutazione della refezione della sera con il pranzo (Codice di diritto canonico, can. 1251, §§ 1-2). La legge dell’astinenza vieta l’uso delle carni e del brodo di carne, pur concedendo l’uso delle uova, dei latticini, del burro e di qualsivoglia condimento anche di grasso degli animali (can. 1250). Sono compresi nella legge del digiuno (salvo dispensa o legittimo impedimento) tutti i fedeli che hanno compiuto gli anni ventuno di età e non hanno principiato i sessanta; mentre sono tenuti alla legge dell’astinenza tutti quelli che hanno compiuto il settimo anno di età (can. 1254, §§ 1-2).

La rigida costumanza più antica, riguardo al digiuno, già incostante al tempo di sant’Agostino, trovava ancora frequente applicazione presso il popolo romano. Anzi in Roma, il digiuno quaresimale si accompagnava con le grandi ufficiature divine, che, per conseguenza, rivestivano in questo tempo un carattere austeramente penitenziale. Dall’antico linguaggio militare si prese il termine di stazione (statio), trasportandolo ad indicare l’adunanza dei fedeli in un luogo sacro determinato, dove il Papa, assistito dal suo clero, celebrava i divini misteri. Alla stazione militare andava congiunta la caserma (statio), dove si vigilava anche di notte, con un corpo di guardia per la vigilanza diurna. E alla stazione liturgica, specialmente quaresimale, s’accompagnò fin dall’origine il significato di vigilanza, di penitenza e di preghiera, fatta in comune. Tertulliano trovò giusto il paragone, perchè i cristiani sono la milizia di Dio. E sant’Ambrogio, nel paragonare i nostri digiuni alle mansioni del popolo israelitico, riconosce che anche noi dobbiamo laboriosamente fare il cammino di quaranta giorni, e fortificarci con la devozione dei digiuni quasi in altrettante fortezze: perchè per noi sono fortezze i digiuni che ci difendono dall’oppugnazione diabolica; e conchiude col dire: « Si chiamano stazioni, perchè, rinchiusi in esse, respingiamo le insidie dei nemici ».

La « stazione » faceva di ogni feria quaresimale una grande dimostrazione religiosa. A Roma, la liturgia offre il medesimo carattere di movimento e lo stesso colore locale, che assumevano i divini uffici celebrati a Gerusalemme, d’ordinario, di chiesa in chiesa. Le stazioni erano l’espressione dell’unità della liturgia, raggruppandosi clero e popolo, intorno alla persona del Pontefice, che celebrava i divini misteri e faceva spesso la predica. Col pellegrinare alle diverse chiese si mantennero vive le memorie del culto ai martiri nei singoli luoghi. In questo andare del servizio liturgico da uno in altro luogo, è da ravvisare un’analogia con le usanze di Gerusalemme, donde derivarono, come in germe, molte delle prescrizioni liturgiche romane. Al tempo di san Gregorio Magno la stazione importava la processione con le litanie e la Messa. Tutto il popolo romano vi era convocato, laici e sacerdoti. Lo stesso Pontefice, col suo corteo, vi interveniva. All’ora fissata, si raccoglievano tutti in una chiesa stabilita per l’adunata (colletta). Qui il Pontefice recitava l’orazione ad collectam, cioè l’orazione sul popolo adunato, faceva muovere la processione, preceduta dalla Croce stazionale, al canto delle litanie. Giunta alla chiesa designata per la stazione, il Pontefice celebrava solennemente la Messa, assistito dai suoi diaconi e suddiaconi e dai preti delle varie parrocchie (tituli) della città. D’ordinario, dopo la Messa, s’annunziava il luogo della stazione pel giorno seguente.

Ecco la nota delle Collette e delle Stazioni, ove in carattere neretto sono indicate le stazioni del gruppo più antico della liturgia quaresimale (le basiliche più venerate e di proporzioni più vaste); in carattere corsivo sono indicate le stazioni del secondo gruppo, aggiunte verso il secolo v, tra san Leone (+ 461) e san Gregorio (+ 604) (le chiese parrocchiali); e in carattere romano, le chiese stazionali del terzo gruppo, aggiunte nel secolo VIII da Gregorio II (+ 731) (le sette chiese designate per i giovedì che erano rimasti fino a quel tempo senza liturgia).

Il pio pellegrinaggio processionale percorreva litaniando le vie dell’Urbe facendo risuonare l’aria della voce implorante la misericordia e l’intercessione dei Santi. Nel tempio, le voci supplichevoli si stringevano intorno all’altare, sul quale il divin Redentore, sacerdote e vittima, rinnovava, nella persona del Pontefice, il sacrificio del Calvario, e sotto il quale giacevano venerate le reliquie dei martiri, testimoni invitti della fede e della verità cristiana. Chè, le palme dei martiri rappresentano propria-mente i trionfi del nostro principe Cristo, ed i martiri di Cristo, secondo la bella espressione ambrosiana, sono il vero tesoro della Chiesa.

Uno dei caratteri assunti dalle stazioni fu quello del trionfo della venerazione di chi aveva dato la vita per Cristo: anzi il culto degli eroi della fede, dei santi e dei martiri, ebbe notevole incremento dalle visite stazionali. Onde a ben comprendere la liturgia della Quaresima occorre tener presenti anche le ragioni agiografiche e non dimenticare le ragioni topografiche. E le indicazioni del Messale, che, fuori di Roma, possono sembrare soltanto un vestigio archeologico di usanze di tempi tramontati, furono in Roma, e lo sono tuttora, una realtà vivente. Le basiliche e le chiese, mèta del pellegrinaggio stazionale, sono sempre i trofei dei martiri più venerati. La moderna disciplina non è che la continuazione dell’antica. «E’ cosa buona e utile invocare supplichevolmente i servi di Dio, regnanti insieme con Cristo, e venerarne le reliquie e le immagini: ma prima di ogni altro tutti i fedeli onorino con filiale devozione la beatissima Vergine Maria» (can. 1276). E la visita stazionale reca il tributo dell’onore e l’incenso dell’amore filiale alla Madre di Dio nelle dorate basiliche della sua glorificazione, e il profumo della venerazione alle reliquie dei Martiri e dei Santi che impreziosiscono per l’immortalità le nostre chiese romane.

Il clero e il popolo, anche ai nostri tempi, rivivono le usanze antiche, benché alquanto modificate. Alti dignitari della Chiesa e personalità del laicato, monaci e popolo minuto si confondono insieme in un medesimo spirito di espiazione, di penitenza e di preghiera. E, rinnovando con devozione ogni anno queste sante osservanze, confidano di riuscire graditi a Dio e col corpo e con la mente.

Da

Le stazioni quaresimali romane

1 161 162 163 164 165 166 167 863