C’era una volta… ci sarà ancora

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C’era una volta… ci sarà ancora

Epidemie d’influenza ben più catastrofiche hanno già colpito il nostro Paese in passato ma senza l’ansia mediatica, le iniziative contraddittorie e l’abitudine a mentire odierna

TEMPO DI LETTURA: 6 MINUTI

Due giorni fa un nostro articolo ricordava un aspetto molto marginale di una pandemia tra le più devastanti che abbiano infettato il globo: la cosiddetta Spagnola, di cui quest’anno ricorre il centenario della conclusione. Questa forma influenzale particolarmente aggressiva, tra il 1918 e il 1920, uccise oltre 100 milioni di persone che, all’epoca, erano il 5 per cento degli abitanti del pianeta. In Italia i contagiati furono 4 milioni e mezzo, e i morti 375 mila (ma secondo alcune stime potrebbero essere stati quasi il doppio). A livello mondiale uccise fino al 20% di coloro che la contrassero.

Dopo la pandemia del 1918, l’influenza ritornò al suo andamento abituale per quasi quarant’anni, fino al 1957, quando si sviluppò una nuova pandemia: l’Asiatica. I morti furono circa 2 milioni nel mondo nonostante che, anche in quel caso, il virus fosse stato isolato per tempo.

In questi giorni circola un video dell’Istituto Luce, che parla del Natale 1969 e dei suoi “regali”, tra cui… l’influenza. Non una qualsiasi, però, bensì un’altra pandemia mondiale: la Hong Kong. Simile all’Asiatica, in due anni uccise, anche in questo caso, circa 2 milioni di persone, di cui 34 mila solo negli Usa. Nel nostro Paese – ci racconta il commentatore con tono tutt’altro che allarmato – ben 13 milioni di persone ne furono colpite (un italiano su 4) e «5.000 sono passate a miglior vita» (ma in realtà, alla fine, furono quasi 20.000).

Vale la pena di ascoltare il filmato proprio per marcare la differenza nelle modalità di comunicazione. Nel gennaio 1970 (periodo di pubblicazione) in Italia esistevano solo 2 canali televisivi di Stato e, appunto, i Cinegiornali, che offrivano una informazione che oggi definiremmo “nazional popolare” nelle sale cinematografiche, prima dei film.

I dati forniti con assoluta serenità dal commentatore oggi ci farebbero tremare di terrore. In Italia ci si ammalava (quasi tutti) ma la vita continuava tranquilla (come mostrano le immagini).

Ovvio che – ne siamo più che consapevoli – l’altissimo numero di contagi e l’alto numero dei morti di queste pandemie che hanno preceduto il coronavirus, sia stato dovuto proprio alla mancanza di isolamento e di strategie mediche di contenimento.
Altrettanto ovvio che però, per molti aspetti, oggi si stia esagerando, per poi cercare di rimediare con menzogne o iniziative contraddittorie.

Giusto cercare di isolare i contagi… esagerato bloccare la vita e l’attività di intere regioni.
Giusto ricorrere a cure intensive laddove le complicazioni polmonari siano gravi… esagerato ricoverare chiunque sia affetto da coronavirus.
Giusto cercare di riconoscere l’origine dell’affezione in chi sta molto male… esagerato fare tamponi a tappeto su tutta la popolazione.
Giusto cercare di ridurre i contatti per proteggere le fasce più deboli… sbagliato adottare provvedimenti irrazionali.

L’elenco dei provvedimenti stupidi o incoerenti è lunghissimo e sotto gli occhi di tutti. Chiudere i bar dopo le 18 (perché prima non ci si contagia?), poi riaprirli ma solo se si sta al tavolo (perché al tavolo notoriamente non ci si tramette una malattia altamente contagiosa). Chiudere le chiese, vietare le messe ma poi aprirle ai turisti… Chiudere i negozi, i cinema, i musei ma non i supermercati affollatissimi. Chiudere gli stadi, ma solo per certe partite, poi riaprirli, ma solo per certi tifosi, poi spostare le partite…

Ascoltando il Cinegiornale del 1970 ci siamo fatti sempre più l’idea che i veri problemi di questa epidemia siano due: da una parte la psicosi mediatica; dall’altra l’inettitudine politica. Quest’ultima aggravata, prima, dall’isteria ideologica “antirazzista” (che ha impedito la prevenzione a tappeto). Poi da una inveterata vocazione a scaricare le colpe su altri: colpa dei governatori leghisti, colpa dei medici di Codogno o, al contrario, colpa di un ministro inefficiente e di un capo di governo vanesio e inetto. Infine, come già sottolineato, dalla confusione generata da provvedimenti continuamente cambiati, smentiti e contraddetti.

Su quest’ultimo punto il “carico da novanta” lo ha messo l’informazione che, all’inizio ha sposato i toni apocalittici e ora, che il problema è grave (dal punto di vista economico più ancora che sanitario), minimizza o enfatizza gli aspetti “tranquillizzanti”.

Un discorso a parte (lo affronteremo infatti separatamente) merita, poi, l’effetto virus sull’economia e – anche qui – grazie a certa informazione catastrofista (nei confronti, per esempio, della Borsa) e, invece, entusiasta per i provvedimenti ridicoli e persino pericolosi presi dal governo.

Infine, ritornando a quanto abbiamo voluto ricordare all’inizio, ciò che dovrebbe prevalere è la convinzione che un popolo forte, creativo e produttivo (come era sempre stato quello italiano) affronta e supera qualsiasi crisi. Dopo la Spagnola vennero gli sfavillanti anni Trenta; dopo l’Asiatica arrivò il boom degli anni Sessanta. Dopo la Hong Kong (e dopo anche il terrorismo) arrivarono i fiorenti anni Ottanta.
Dopo il coronavirus… Chi lo sa? Lasciateci sperare: c’era una volta una grande Italia… e ci sarà ancora.

Da

C’era una volta… ci sarà ancora

COVID-19: LA PAROLA AD AHMADINEJAD

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Segnalazione di Giacomo Bergamaschi

 

 

Un lettore, dopo averle tradotte, ci segnala due recentissime lettere dell’ex Presidente della Repubblica islamica dell’Iran, la prima al Segretario Generale delle Nazioni Unite, la seconda al al Direttore Generale di OMS. Per oggetto esse hanno la questione del Corona virus.
Pubblichiamo volentieri i due documenti (preceduti dalla nota introduttiva del lettore) in quanto è doveroso conoscere la percezione che si ha in Iran del nuovo pericolo costitutio dall’epidemia da Corona virus.

*  *  *

E’ di poche ore fa la notizia che il COVID-19, in Iran, ha condotto, tra gli altri, alla morte di Mohammad Mirmohammadi, membro del Consiglio per il Discernimento. L’ex presidente iraniano, M. Ahmadinejad, massimo rappresentante politico dei cosiddetti “Rivoluzionari conservatori” di Tehran — avversario irriducibile dell’attuale premier, lo sceicco Rohuani, formatosi del resto in accademie britanniche — nel corso di recenti comizi e incontri nella provincia, ha messo in luce il ruolo dell’agenzia spionistica britannica MI6 sul piano della guerra biochimica e nanotecnologica contro l’umanità. Del resto, in un’intervista rilasciata poco tempo al Corriere della Sera, Ahmadinejad sottolineava come la politica dell’occidente intero fosse decisa da una élite razzista e imperialista segreta di scuola e tradizione anglosassone. Traduciamo di seguito le parti più significative di due lettera scritte dall’ex presidente iraniano ai Segretari generali dell’OMS e dell’ONU, in cui si associa il COVID-19 ad un esperimento di Guerra Ibrida angloamericana contro l’Iran.  (F.F.)

Lettera del Dr. Ahmadinejad al Segretario Generale delle Nazioni Unite (1.03.2020)

Col nome di Dio, il più misericordioso, sign. Antonio Emanuel Oliveira, onorevole Segretario generale delle Nazioni Unite…..Voi, illustre segretario, conoscete l’uso di uno degli strumenti biologici e tecnologici di cui si sta facendo in questi tempi abusando terribilmente. La nuova arma è usata per mantenere la supremazia sul piano economico e politico globale, oltre che il controllo permanente sui popoli: ciò desta enorme preoccupazione, come è logico, in tutta l’umanità….. Oggi, è sempre più chiaro che l’utilizzo del nuovo e intelligente coronavirus, fabbricato e finanziato dalle elite a voi note, è addirittura più antiumano e pericoloso di armi terribili come quelle nucleari o del sistema di antenne elettromagnetiche Haarp (NDC, lo stesso generale Ivashov, in più casi alla televisione russa o in trasmissioni radio ha sollevato l’attenzione sul fenomeno Haarp, invitando il presidente Putin, purtroppo senza esito, a denunciare la questione nelle opportune sedi). Signor Oliveira, è dovere delle Nazioni Unite:

1)    Condannare, sulla base legislativa dei poteri penali globali, l’elite di tali nazioni prevaricatrici ed interrompere l’azione dei loro agenti criminali e degli stessi politici che agiscono come tiranni globali sentendosi impuniti e non considerando le Nazioni Unite e il mandato ONU.

2)    Promuovere un accordo globale sulla questione, identificando i possessori di armi batteriologiche e nanotecnologiche, così come il particolare tipo di sintomi, allergie, virus che tali armi ed agenti produttivi patogeni provocano. Ove non si arrivi a tale accordo globale, saranno definitivamente distrutte relazioni tra popoli e nazioni, con conseguenze prevedibili.

3)    Sulla base di un accordo globale, rafforzare passo dopa passo una tale convenzione e utilizzare i paesi promotori di tale accordo  all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per vietare qualsiasi ricerca o creazione simile sul piano di guerra ibrida da laboratorio, la produzione o l’uso di qualsiasi arma batteriologica. La previsione e il lavoro esecutivo della sicurezza planetaria e dei metodi di controllo per prevenire e affrontare nuove situazioni simili esigerà la partecipazione attiva e responsabile, oltre che trasparente, di tutti gli stati e le nazioni del mondo.

4)    Chiedere con determinazione all’OMS di identificare il laboratorio incriminato per questo virus [1] presentando i lavori alla comunità mondiale….Accertata la responsabilità di reparti predisposti alla guerra ibrida contro i popoli, usare il peso penale globale delle Nazioni Unite….impedendo il ripetersi del terrore mondiale sui deboli e gli innocenti….
Mamhoud Ahmadinejad

Lettera del Dr. Ahmadinejad al Direttore Generale di OMS (1.O3.2020)

Col nome di Iddio, il misericordioso, il più misericordioso, sign. T. Adhanom..…ben sapete che il COVID-19 è esploso nella vita dei popoli come un disastro in fiamme……Egregio Signore, non si dovrebbe mai permettere la guerra biochimica a Nazioni e Popoli che non hanno difesa. Oggi, la nazione Iraniana, nonostante gli eroici sforzi del personale negli ospedali e dei medici, nonostante il totale sostegno di tutti nella lotta contro tale evento, sta subendo perdite umane e costi sociali probabilmente più pesanti di quelli di ogni altra nazione del pianeta. Egregio Signore, OMS dovrebbe realizzare l’importante missione della salute dell’intera comunità umana e dovrebbe quindi attivare immediatamente:

1)    Aiuto con attrezzature, medicine e cure mediche ai paesi coinvolti…soprattutto ai più deboli.

2)    Riconoscimento e immediata denuncia dei Responsabili produttori agenti del virus e dei centri e agenzie spionistiche di sostegno a tale azione criminale e generata dal Nemico dell’Uomo nella lotta di espansione e controllo di armi batteriologiche contro i popoli; non ho dubbi sul fatto che con il raduno generale pacifico e collettivo di nazioni e stati, la comunità umana si autopurificherà da questi crimini e dal terrore mondiale, vincendo la strategia di controllo criminale delle elite sui popoli. Chiedo umilmente a Iddio, il più misericordioso, il successo per il sign. T. Adhanonm e per tutti coloro che vogliono con il cuore pulito servire la grande comunità degli uomini.
Mahmoud Ahmadinejad

NOTA DEL TRADUTTORE

[1]    Purtroppo qui l’ex presidente iraniano non specifica di quale laboratorio si tratti. Secondo vari analisti specializzati, il laboratorio militare in cui è stato originariamente prodotto, o sarebbe meglio dire programmato il virus, si trova presso Salisbury.

Da

COVID-19: LA PAROLA AD AHMADINEJAD

Coronavirus, Italia divisa in tre. Ecco tutte le misure del decreto anti-contagio

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Roma, 2 mar – Italia divisa in tre e stretta sulla diffusione del contagio. Il governo giallofucsia corre ai ripari con un Dpcm per fronteggiare l’epidemia di coronavirus in Italia. Nel nuovo testo firmato dal premier Giuseppe Conte vengono distinte tre aree di intervento: Alla zona rossa (in Lombardia i comuni di Bertonico, Casalpusterlengo, Castelgerundo, Castiglione D’Adda, Codogno, Fombio, Maleo, San Fiorano, Somaglia, Terranova dei Passerini; in Veneto il comune di Vo’ Euganeo) e alla zona gialla (l’Emilia Romagna, la Lombardia, il Veneto, le province di Pesaro e Urbino, Savona), si aggiungono misure per tutto il territorio nazionale. Le misure stabilite saranno valide fino all’otto marzo.

Le misure nella zona rossa

Ecco quali sono le misure nei comuni della “zona rossa”:

-il divieto di accesso o di allontanamento dal territorio comunale;

-la sospensione di manifestazioni, di eventi e di ogni forma di riunione in luogo pubblico o privato, anche di carattere culturale, ludico, sportivo e religioso;

-la chiusura dei servizi educativi per l’infanzia e delle scuole di ogni ordine e grado, nonché delle istituzioni di formazione superiore, comprese le Università e le Istituzioni di alta formazione artistica musicale e coreutica, ferma la possibilità di svolgimento di attività formative a distanza;

-la sospensione di viaggi di istruzione in Italia o all’estero fino al 15 marzo;

-la sospensione dei servizi di apertura al pubblico dei musei e degli altri istituti e luoghi della cultura;

-la sospensione delle attività degli uffici pubblici, fatta salva l’erogazione dei servizi essenziali e di pubblica utilità, nelle modalità e nei limiti indicati dal prefetto;

-la sospensione dei concorsi pubblici e privati, indetti e in corso negli stessi comuni;

-la chiusura di tutte le attività commerciali, ad esclusione di quelle di pubblica utilità, dei servizi pubblici essenziali e degli esercizi commerciali per l’acquisto dei beni di prima necessità, nelle modalità e nei limiti indicati dal prefetto;

-l’obbligo di accedere ai servizi pubblici essenziali e agli esercizi commerciali per l’acquisto di beni di prima necessità indossando dispositivi di protezione individuale o adottando particolari misure di cautela individuate dall’azienda sanitaria competente;

-la sospensione dei servizi di trasporto di merci e di persone, anche non di linea, con esclusione del trasporto di beni di prima necessità e deperibili e fatte salve le eventuali deroghe previste dai prefetti;

-la sospensione delle attività lavorative per le imprese, ad esclusione di quelle che erogano servizi essenziali e di pubblica utilità, compresa l’attività veterinaria, nonché di quelle che possono essere svolte in modalità domiciliare o a distanza;

-la sospensione dello svolgimento delle attività lavorative per i lavoratori residenti o domiciliati, anche di fatto, nel comune o nell’area interessata, anche ove le stesse si svolgano al di fuori dell’area.

-negli stessi comuni, il prefetto, d’intesa con le autorità competenti, può individuare specifiche misure finalizzate a garantire le attività necessarie per l’allevamento degli animali e la produzione di beni alimentari e le attività non differibili in quanto connesse al ciclo biologico di piante e animali.

-infine, negli uffici ricompresi nei distretti di Corte di appello cui appartengono i comuni della zona rossa, sino al 15 marzo 2020, si prevede la possibilità, per i capi degli uffici giudiziari, sentiti i dirigenti amministrativi, di stabilire la riduzione dell’orario di apertura al pubblico, in relazione alle attività non strettamente connesse ad atti e attività urgenti.

Le misure per la zona gialla 

Ecco invece le misure applicabili nelle regioni Emilia Romagna, Lombardia e Veneto e nelle province di Pesaro e Urbino e di Savona (la cosiddetta zona gialla). Per tali regioni e province si stabilisce quanto segue:

-la sospensione degli eventi e delle competizioni sportive di ogni ordine e disciplina, fino all’8 marzo, in luoghi pubblici o privati, a meno che non si svolgano “a porte chiuse”. Restano consentite le sessioni di allenamento, sempre “a porte chiuse”;

-il divieto di trasferta organizzata dei tifosi residenti nelle stesse regioni e nelle province di Pesaro e Urbino e di Savona, per assistere a eventi e competizioni sportive che si svolgano nelle restanti regioni e province;

-la sospensione, fino all’8 marzo, di tutte le manifestazioni organizzate, di carattere non ordinario, nonché degli eventi in luogo pubblico o privato, ivi compresi quelli di carattere culturale, ludico, sportivo e religioso, anche se svolti in luoghi chiusi ma aperti al pubblico, quali, a titolo d’esempio, grandi eventi, cinema, teatri, discoteche, cerimonie religiose;

-è consentito lo svolgimento delle attività nei comprensori sciistici a condizione che il gestore provveda alla limitazione dell’accesso agli impianti di trasporto chiusi assicurando la presenza di un massimo di persone pari ad un terzo della capienza (funicolari, funivie, cabinovie, ecc.);

-l’apertura dei luoghi di culto è condizionata all’adozione di misure organizzative in grado di evitare assembramenti di persone, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei luoghi, e tali da garantire ai frequentatori la possibilità di rispettare la distanza tra loro di almeno un metro, la cosiddetta regola “droplet” per evitare il contagio;

-la sospensione, fino all’8 marzo, dei servizi educativi dell’infanzia e delle attività didattiche nelle scuole di ogni ordine e grado, nonché della frequenza delle attività scolastiche e di formazione superiore, comprese le Università e le Istituzioni di alta formazione artistica musicale e coreutica, di corsi professionali, master, corsi per le professioni sanitarie e università per anziani, ad esclusione dei medici in formazione specialistica e tirocinanti delle professioni sanitarie, salvo la possibilità di svolgimento a distanza;

-la sospensione dei concorsi pubblici e privati, ad esclusione dei casi in cui venga effettuata la valutazione dei candidati esclusivamente sulla base dei curriculum e/o in maniera telematica, nonché ad esclusione dei concorsi per il personale sanitario, ivi compresi gli esami di Stato e di abilitazione all’esercizio della professione di medico chirurgo, e di quelli per il personale della protezione civile;

-lo svolgimento delle attività di ristorazione, bar e pub, a condizione che il servizio sia espletato per i soli posti a sedere e che, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei locali, gli avventori siano messi nelle condizioni di rispettare la distanza tra loro di almeno un metro;

-l’apertura delle attività commerciali diverse da quelle di ristorazione, bar e pub, condizionata all’adozione di misure organizzative tali da consentire un accesso ai predetti luoghi con modalità contingentate o comunque idonee a evitare assembramenti di persone, tenuto conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei locali aperti al pubblico, e tali da garantire ai frequentatori la possibilità di rispettare la distanza di almeno un metro tra i visitatori;

-l’apertura al pubblico dei musei e degli altri istituti e luoghi della cultura, a condizione che assicurino modalità di fruizione contingentata o comunque tali da evitare assembramenti di persone, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei locali aperti al pubblico, e tali che i visitatori possano rispettare la distanza tra loro di almeno un metro;

-la limitazione dell’accesso dei visitatori alle aree di degenza, da parte delle direzioni sanitarie ospedaliere;

-la rigorosa limitazione dell’accesso dei visitatori agli ospiti nelle residenze sanitarie assistenziali per non autosufficienti;

-la sospensione dei congedi ordinari del personale sanitario e tecnico, nonché del personale le cui attività siano necessarie a gestire le attività richieste dalle unità di crisi costituite a livello regionale;

-l’obbligo di privilegiare, nello svolgimento di incontri o riunioni, le modalità di collegamento da remoto, con video conferenze online, con particolare riferimento a strutture sanitarie e sociosanitarie, servizi di pubblica utilità e coordinamenti attivati nell’ambito dell’emergenza Covid-19.

Le misure valide per l’intero territorio nazionale

Ecco infine le misure applicabili sull’intero territorio nazionale:

-la possibilità che la modalità di “lavoro agile” (il cosiddetto “smart working”, che permette di lavorare da casa) sia applicata, per la durata dello stato di emergenza, dai datori di lavoro a ogni rapporto di lavoro subordinato, anche in assenza degli accordi individuali previsti;

-la sospensione fino al 15 marzo dei viaggi d’istruzione, delle iniziative di scambio o gemellaggio, delle visite guidate e delle uscite didattiche comunque denominate, programmate dalle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, con la previsione del diritto di recesso dai contratti già stipulati;

-l’obbligo, fino al 15 marzo, della presentazione del certificato medico per la riammissione nelle scuole di ogni ordine e grado per assenze dovute a malattia infettiva;

-la possibilità, per i dirigenti scolastici delle scuole nelle quali l’attività didattica sia stata sospesa per l’emergenza sanitaria, di attivare, sentito il collegio dei docenti e per la durata della sospensione, modalità di didattica a distanza tenendo conto anche delle specifiche esigenze degli studenti con disabilità;

-lo svolgimento a distanza, ove possibile e tenendo conto anche delle specifiche esigenze degli studenti con disabilità, delle attività didattiche o di curriculum nelle Università e nelle Istituzioni di alta formazione artistica musicale e coreutica nelle quali non è consentita la partecipazione degli studenti alle stesse, per le esigenze connesse all’emergenza sanitaria;

-la proroga dei termini previsti per il sostenimento dell’esame di guida in favore dei candidati che non hanno potuto effettuarlo a causa dell’emergenza sanitaria;

-l’idoneo supporto delle articolazioni territoriali del Servizio sanitario nazionale al Ministero della giustizia, anche mediante adeguati presidi, al fine di garantire i nuovi ingressi negli istituti penitenziari e negli istituti penali per minorenni.

Inoltre, il decreto prescrive, per l’intero territorio nazionale, ulteriori misure di informazione e prevenzione:

– il personale sanitario si attiene alle misure di prevenzione per la diffusione delle infezioni per via respiratoria e applica le indicazioni per la sanificazione e la disinfezione degli ambienti previste dal ministero della Salute;

– nei servizi educativi per l’infanzia, nelle scuole di ogni ordine e grado, nelle università, negli uffici delle restanti pubbliche amministrazioni sono esposte presso gli ambienti aperti al pubblico, ovvero di maggiore affollamento e transito, le informazioni sulle misure di prevenzione rese note dal ministero della Salute;

– nelle pubbliche amministrazioni e, in particolare, nelle aree di accesso alle strutture del servizio sanitario, nonché in tutti i locali aperti al pubblico, sono messe a disposizione degli addetti, nonché degli utenti e visitatori, soluzioni disinfettanti per il lavaggio delle mani;

– i sindaci e le associazioni di categoria promuovono la diffusione delle informazioni sulle misure di prevenzione igienico sanitarie presso gli esercizi commerciali;

– le aziende di trasporto pubblico anche a lunga percorrenza adottano interventi straordinari di sanificazione dei mezzi;

– nello svolgimento delle procedure concorsuali pubbliche e private, ove ne sia consentito l’espletamento, devono comunque essere assicurate modalità tali da evitare assembramenti di persone;

– chiunque abbia fatto ingresso in Italia, a partire da 14 giorni prima della data di pubblicazione del decreto, dopo aver soggiornato in zone a rischio epidemiologico, come identificate dall’Organizzazione mondiale della sanità, o sia transitato o abbia sostato nei comuni della zona rossa, deve comunicarlo al proprio medico di medicina generale, al pediatra di libera scelta o ai servizi di sanità pubblica competenti, che procedono di conseguenza, secondo il protocollo previsto dal decreto.

Adolfo Spezzaferro

Da https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/coronavirus-italia-divisa-tre-ecco-tutte-misure-decreto-anti-contagio-147919/

L’importante è durare

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Così non può durare. Lo avvertiamo tutti, chi più chi meno. E non si tratta nemmeno di sovranisti e progressisti, moderati o populisti. È generale. Un paese non può essere guidato e rappresentato in questo modo. È una questione di serietà e di gravità, serietà di uomini e gravità di situazione. È in gioco insieme la dignità di un popolo e un paese e la sua sopravvivenza economica e civile.

Invece la sola legge categorica e assoluta che governa questo paese e i mille che lo guidano è esattamente opposta: l’importante è durare. A ogni costo, pure a prezzo del paese. Durare a Palazzo Chigi, durare al governo, durare nella nomina, durare in Parlamento. La vera, gigantesca divaricazione che c’è tra paese reale e paese legale è proprio questa: alla percezione e invocazione degli italiani che così non può durare risponde l’intenzione dominante e imperativa di chi è al comando o in parlamento di durare comunque. Perché non ci sarà più un’altra occasione. E quando ci ricapita, pensano da Conte Zero all’ultimo dei nominati e dei parlamentari. Dunque, arraffare finché si può, resistere resistere cioè durare.

Quando mi chiedono una definizione riassuntiva dello stato di cose presenti io ripeto: ci siamo incartati. Gran parte dei partiti e dei parlamentari non vuole andare a votare: dai grillini ai piddini, dai renziani ai berlusconiani. Ed è disposta a tutto. Per questo gli assetti non possono mutare, perché su quegli assetti, come sui rami dell’albero spelacchiato, stanno seduti tutti, dal premier all’ultimo dei parlamentari. Dunque un governissimo che ci porti a votare lo vuole solo Salvini, manco la Meloni. Che senso ha sporgersi in un’ipotesi del genere se sai che la bocciano tutti?

Se il tema è buttare giù Conte, sono d’accordo i due Mattei e la Meloni, l’M3, e magari sotto sotto lo spera anche qualche grillino, tipo Dibba o forse Di Maio che si sente esautorato da chi lui ha piazzato a Palazzo Chigi. Ma non hanno i numeri sufficienti per buttarlo giù e così il loro tentativo finisce col rafforzare l’obbiettivo da abbattere. Certe cose si fanno, non si enunciano.

Così tra il paese che non può durare e il governo che non può far altro che durare, tra chi vuole andare al voto ma non ha i numeri per farlo e chi vuole un governo dell’emergenza ma non riesce a compiere la svolta, la situazione è incartata, ognuno dipende dall’altro che più detesta e ciascuno ha potere di veto ma non potere d’iniziativa.

A questo punto s’invoca il jolly, la matta, Mattarella. Se ci sei batti un colpo, fatti sentire, dicono in tanti, senza peraltro neanche sperarci troppo. Siamo onesti fino in fondo: sul filo della prassi costituzional-parlamentarista Mattarella non può buttar giù un governo che ha una maggioranza in parlamento, non chiedetegli quel che non può – alla luce dell’acquario in cui lui stesso guazza – non confondete quel che a noi piace con quel che si deve fare. Non basta dire che nel frattempo il paese è cambiato, la maggioranza del paese è un’altra rispetto a quella che ci governa: è verissimo ma gli umori, i sondaggi, le altre votazioni non sono tassative indicazioni per cancellare le legislature in corso d’opera; certo, c’è chi ha la lealtà, la correttezza o il realismo di dimettersi in una situazione del genere, ma qui non ci sono leader ma mentecatti. Che non devono salvaguardare nessuna coerenza e nessuna dignità, avendola già persa, e hanno solo quell’imperativo: durare più a lungo possibile. Come la pila di una batteria, come un rotolo di carta igienica.

Dunque, siamo incartati però così non può durare; ma per trarre le conseguenze dovremmo avere leader veri, statisti che sanno decidere in stato d’eccezione, vere classi dirigenti. Se ci fosse un vero leader del paese, compirebbe l’atto decisionale; ma non abbiamo capi carismatici, classi dirigenti autorevoli e credibili, non abbiamo un presidente della repubblica eletto dal popolo e nemmeno un gigante ma un figlio di questo assetto parlamentaristico, un prodotto di questa situazione.

In prospettiva, la soluzione c’è e la indica da mezzo secolo ogni indagine politica sul popolo italiano: separare l’esecutivo dal parlamento, eleggere direttamente chi governa in modo che decida e duri per tutta la legislatura. Lo dissero Pacciardi e Almirante, Miglio e Craxi, Segni e tutto il centro-destra, fino a Renzi. Ma ci sono due problemi pratici. Il primo è che la classe politica durex-duracell vuole durare e basta, non vuole qualcuno che decida e inevitabilmente recida. L’altro problema pratico è ancora umano: è la riforma più necessaria al nostro paese ma a volerla tradurre in un leader cominciano i dolori. Perché di statisti in pectore non ne vediamo. Magari ci sono eccellenti tribuni della plebe, ma presidenti veri no, dovremmo solo sperare che la funzione sviluppi l’organo. E in passato, a giudicare dagli indici di gradimento, avremmo avuto potenziali premier come Tonino Di Pietro, Beppe Grillo o la sua protesi Di Maio, o qualche altra pop-star. Oltre al Berlusca.

In questo momento possiamo ritenere che sarebbero preferibili i sovranisti, un centro-destra, al governo. Noi stessi continuiamo a preferirli ai loro avversari durex-duracell; ma si capisce lontano un miglio che ce li facciamo andar bene perché dall’altra parte abbiamo toccato un fondo che più fondo non si può: infatti non c’è solo la sinistra al potere, ma la sinistra più scadente aggravata dai grillini; e non c’è solo la sinistra con grillini ma un governo guidato da Conte Zero, il Presidente Zero, peggio del Paziente Zero. Una classe politica con un minimo di dignità dovrebbe, almeno per tutelare il suo minimo residuo di credibilità, raggiungere l’accordo di rimuovere una figura che segna la negazione più bassa della politica. Rispetto a lui sono tutti preferibili; perfino l’ultimo premier, il mediocrissimo Gentiloni, piuttosto che questa roba qui, il Conte Zero. Così non può durare. E loro durano.

MV, La Verità 1° marzo 2020

Da http://www.marcelloveneziani.com/articoli/limportante-e-durare/

Aperti gli archivi di Pio XII

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di Matteo Orlando

 

Il Vaticano ha aperto i suoi archivi su Papa Pio XII e già trecento ricercatori si sono registrati per consultare una montagna di documenti, accessibile dopo un inventario che ha richiesto quattordici anni di lavoro per gli archivisti della Santa Sede.
Lo storico tedesco Hubert Wolf sarà a Roma già lunedì 2 marzo, armato di sei assistenti e finanziamenti per due anni di ricerche.
Gli archivi del lungo periodo postbellico, quello della censura di scrittori e sacerdoti troppo vicini al comunismo, saranno per la prima volta a disposizione ma quello che sembra interessare di più agli storici è il rapporto con il nazismo del pontefice.
Sull’Olocausto il Vaticano aveva già pubblicato gli elementi essenziali quaranta anni fa, in undici volumi compilati da 4 gesuiti, dopo 16 anni di duro lavoro.
Ma mancavano dei pezzi, in particolare le risposte del papa.
Lo storico Wolf ha già esaminato i dodici anni in Germania di Eugenio Pacelli, ambasciatore della Santa Sede dal 1917 al 1929 e testimone della nascita del nazismo. Pacelli poi tornò a Roma per diventare il braccio destro del suo predecessore Pio XI e, alla sua morte, fu eletto papa.
“Non c’è dubbio che il Papa fosse a conoscenza degli omicidi degli ebrei. Ciò che ci interesserebbe davvero è sapere quando l’ha saputo per la prima volta e quando ha dato credito a queste informazioni”, ha affermato Hubert Wolf.
Il 24 dicembre 1942, in un lungo messaggio radiofonico di Natale, Pio XII ha evocato le “centinaia di migliaia di persone che, senza alcuna colpa da parte loro, e talvolta per il solo fatto della loro nazionalità o della loro razza”, furono uccise e sterminate.
Questo messaggio, in italiano, è stato trasmesso una volta, non si riferiva esplicitamente né agli ebrei né ai nazisti, ma fu ascoltato e compreso dai cattolici tedeschi.
Ma Wolf dice: “gli unici che l’hanno sentito sono stati i nazisti”, osservando che le onde radio erano confuse e che il papa avrebbe potuto parlare in tedesco.
Ex diplomatico addestrato alla prudenza, ansioso di rimanere neutrale in tempo di guerra, Pio XII era preoccupato per la protezione dei cattolici e non poteva essere più esplicito, hanno detto giustamente i suoi difensori. Inoltre è noto che gli storici stimano che circa 4 mila ebrei furono nascosti a Roma nelle istituzioni cattoliche grazie proprio a Pio XII.
Anche l’esperto americano David Kertzer, autore di un libro su Pio XII e Mussolini, inizierà il controllo incrociato degli archivi lunedì 2 marzo per finalizzare rapidamente un nuovo libro sul periodo fascista.
Ha già digitalizzato decine di migliaia di pagine di archivi diplomatici in Germania, Italia e Francia, controllato documenti militari americani e archivi fascisti italiani.
Un buon rapporto diplomatico, un diario personale dimenticato, può fornire indizi sulle “emozioni” del papa, spera lo studioso.
L’apertura degli archivi vaticani al pontificato di Papa Pio XII è stata richiesta per decenni da storici e organizzazioni ebraiche. Adesso milioni di pagine occuperanno gli storici per anni.
Gli archivi della seconda guerra mondiale sono già stati ampiamente pubblicati dal Vaticano, ma i ricercatori avranno accesso diretto a un numero ancora maggiore di documenti. Gli archivi del dopoguerra non sono stati pubblicati.
Suzanne Brown-Fleming, direttrice dei programmi internazionali all’Olocausto Memorial Museum di Washington e autrice di The Holocaust and the Catholic Consciousness ha dichiarato: “riteniamo poco saggio fare ipotesi, in un modo o nell’altro, su quello che potremmo trovare, specialmente quando sappiamo che stiamo parlando di circa 16 milioni di pagine in una dozzina di lingue. E le parti più interessanti degli archivi sono spesso in cartelle inattese, con etichetta ‘varie'”.
Philippe Chenaux, professore di storia della Chiesa moderna e contemporanea presso la Pontificia Università Lateranense di Roma, biografo di Pio XII, ha spiegato che “non è certo che l’apertura dell’archivio vaticano possa far finire la controversia sui ‘silenzi’ di Pio XII”.
“Il maggior contributo della documentazione resa disponibile riguarda il periodo postbellico, o se preferite, la guerra fredda segnata dall’antagonismo tra l’Occidente cristiano e il grande Satana sovietico. La fine degli anni ’40 e ’50 era stata finora il punto cieco nella storia del pontificato”.
La Chiesa sostiene che Pio XII contribuì al salvataggio di diverse migliaia di ebrei nascondendoli in istituzioni religiose a Roma sotto l’occupazione tedesca. Crede che la prudenza verbale del papa abbia evitato rappresaglie contro i cattolici in Europa.
Ed infatti ne ha aperto il processo di beatificazione già dal 1967.
Papa Benedetto XVI lo ha proclamato “venerabile” alla fine del 2009, scatenando inutili proteste all’interno delle organizzazioni ebraiche.
Nel 2010, Benedetto XVI ha affermato che Pio XII era stato “uno dei grandi giusti, che ha salvato ebrei più di chiunque altro”.
Ratzinger aveva spiegato che Pio XII ha sofferto molto perché “sapeva che doveva parlare e tuttavia la situazione gli ha impedito di farlo”.
Nel 2014 Papa Francesco ha affermato di avere “un po’ di orticaria esistenziale” di fronte agli attacchi contro Pio XII, “un grande difensore degli ebrei”, tuttavia, non ha accelerato il processo di beatificazione.
Molti ricercatori sperano di trovare anche informazioni utili sul grande impegno contro il comunismo del pontefice romano.

Gli untori

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DI ALESSANDRO GUARDAMAGNA

comedonchisciotte.org

Prima della diffusione della cosiddetta “peste di Atene” nel 430. A.C. nessuna città della Grecia aveva mai sperimentato nulla di vagamente simile. Era il maggio del secondo anno della Guerra del Peloponneso, e Atene aveva visto raddoppiare in poco tempo la propria popolazione, raccogliendo masse di profughi dalle campagne in fuga di fronte all’avanzata dell’armata della nemica Sparta. Circa 200.000 persone si erano rifugiate nella città, dove spuntarono da subito baracche, tende e sistemazioni improvvisate erette dai nuovi venuti, che brulicavano come formicai ai piedi dell’Acropoli e nello spazio fra le grandi doppie mura lunghe oltre 27 chilometri che univano la città al porto del Pireo e che avrebbero dovuto garantire ai suoi abitanti protezione contro qualsiasi nemico esterno. Nessuna città della Grecia, neppure la possente Tebe, aveva difese tanto estese, e non a caso il governo ateniese affermava con adamantina sicurezza che la città aveva il sistema difensivo migliore della Grecia. Eppure la peste entrò in città e si diffuse. Le scarse condizioni igieniche e la mancanza di acqua potabile e pulita, unita al sovraffollamento creatosi nel caldo dei mesi estivi, favorirono la propagazione di un morbo sconosciuto.

Tucidide, che ne dettagliò l’escalation, racconta come molti morirono nell’abbandono, e altri nonostante le numerose cure prestate loro. Nessun trattamento particolare sembrava funzionare e ciò che apparentemente migliorava le condizioni di alcuni, peggiorava quelle di altri. Sia i forti che i deboli, giovani e meno giovani perirono. Terribile era la vista di coloro che si ammalarono dopo aver cercato di aiutare i propri concittadini e in breve tempo morivano come mosche. I sintomi erano diversi, accomunati da febbre che inizialmente si accompagnava a raffreddore e tosse acuta e all’indebolimento dell’apparato intestinale. Il progredire portava a convulsioni e al blocco dell’apparato respiratorio. Tucidide, più interessato alle implicazioni militari della vicenda, si limitò a speculare sulla natura “bellica” della malattia, mentre Diodoro cercò di considerare i possibili agenti di trasmissione, arrivando a sostenere che l’affollamento aveva inquinato l’aria e questo finì poi col colpire la popolazione. Seppur l’aria avesse poca attinenza con il contagio, le sue osservazioni empiriche non erano del tutto errate quando pensiamo che i virus, e il Coronavirus non fa eccezione, si trasmettono tramite piccole gocce espulse e diffuse nell’ambiente mentre parliamo, tossiamo, starnutiamo, e più un ambiente è affollato e maggiori diventano le probabilità di essere esposti al contagio.

Le poche centinaia di ateniesi che erano caduti durante il primo anno del conflitto erano stati celebrati con tutti gli onori, mentre le migliaia di donne e bambini che morirono nell’epidemia furono lasciati spesso a marcire nelle strade nell’abbandono più totale. Inizialmente nessuno sapeva spiegarsi il propagarsi del morbo, che continuò a mietere vittime fra la popolazione. Un po’ come oggi di fronte all’estendersi del contagio del Coronavirus nessuno ha saputo ancora chiarire come un agente patogeno dalle pianure dello Yangtze e del Fiume Giallo a 9.000 km di distanza sia atterrato indisturbato nel mezzo del Nord Italia.

E questo nonostante l’Italia “avrebbe, secondo il governo, il sistema di controlli e prevenzione migliore d’Europa“, sul modello delle dichiarazioni del governatore dell’ER che ritiene la sanità della sua regione una delle migliori al mondo. La Germania ha un volume di rapporti commerciali con la Cina di circa tre volte superiore a quello dell’Italia, e finora ha evitato il focolaio del contagio. Secondo alcuni facciamo troppi tamponi, a differenza di quanto avviene in altre nazioni europee. Ed è per questo che noi abbiamo registrato un focolaio ed altri no. Quindi, secondo la stessa logica, nelle regioni d’Italia dove non vi sono focolai è forse perché non vengono fatti controlli sufficienti?

Vi erano molti abitanti di Atene che – come molti Italiani di oggi – ritenevano che il contagio non fosse assolutamente casuale. E anzi fosse il diretto risultato di azioni compiute dagli Spartani per colpire i propri nemici. Tale logica, per quanto apparentemente paranoica, aveva un suo senso. Infatti epidemie di tale virulenza erano praticamente sconosciute nella Grecia del V secolo A.C., cosa che induceva gli ateniesi a credere a qualsiasi congettura pur di darsi una spiegazione. In compenso la guerra batteriologica era invece già ampiamente praticata. Un secolo prima Solone avrebbe contaminato le acque utilizzate dalla popolazione di Cirra, indebolendone la guarnigione che capitolò.

Alcuni fra gli ateniesi ricordavano come loro stessi avessero avvelenato i pozzi della propria città prima di abbandonarla di fronte all’avanzata dell’armata persiana di Serse nell’estate del 480 A.C. Successivamente in Sicilia gli stessi ateniesi tentarono di avvelenare l’acquedotto di Siracusa per costringere la città alla resa. A rafforzare l’idea che gli Spartani fossero responsabili contribuì probabilmente quanto avvenne l’anno successivo durante l’assedio di Platea, alleata di Atene, quando i soldati di Sparta bruciarono una pira enorme intrisa di pece e zolfo accatastata fuori dalle mura della città. Le fiamme sprigionarono gas mortali di anidride solforosa sui difensori, che per non finire intossicati dovettero abbandonare le difese.

La malattia, chiamata impropriamente peste, fu con ogni probabilità una forma di tifo, la cui diffusione fu favorita dalle scarse condizioni igieniche combinate con l’indebolimento fisico di molti dovuto a ristrettezze alimentari del tempo di guerra, o forse un agente patogeno epidemico proveniente dall’Africa, come pensava Tucidide, entrato nel Mediterraneo orientale dalla vicina Persia, e che potrebbe essere assimilato all’ebola. Ma soprattutto a radicare la convinzione che si trattasse di un morbo diffuso dagli Spartani fu semplicemente il fatto che la comparsa della malattia concise con l’invasione dell’armata Spartana in Attica nella primavera del 430 A.C.

Un po’ come la diffusione del Coronavirus in Asia coincide con un periodo di continuo braccio di ferro su dazi ed interessi commerciali globali che vede gli USA e l’Europa contrapporsi alla Cina. E in Atene i sostenitori e teorici della cospirazione ebbero ulteriori prove a conferma della propria tesi perché i primi ad essere colpiti e a perire per il morbo furono coloro che si trovarono nei pressi delle cisterne del Pireo, che, si diceva, fossero state avvelenate dagli Spartani. In realtà gli Spartani si avvicinarono alle mura quando l’epidemia era già in corso, e visto da lontano il fumo che si alzava dalle pire dove si bruciavano mucchi di cadaveri ne rimasero ben lontani, accontentandosi di devastare le campagne e razziare il razziabile. Il morbo si diffonderà invece poi nelle zone che videro il passaggio degli opliti o della flotta di Atene, ma non a Sparta, e nel Peloponneso toccherà solo Epidauro, dove gli abitanti si ammaleranno dopo essere entrati in contatto con i soldati ateniesi chiaramente infetti.

La popolazione dell’Attica di allora, non ritenendo che la combinazione di condizioni quali sovraffollamento urbano nel caldo estivo e la carenza di igiene fossero fattori scatenanti, si limitò alla semplice equazione che la peste colpiva Atene dove gli abitanti morivano in massa, ma risparmiava “stranamente” Sparta, per cui Sparta doveva esserne in qualche modo responsabile. E’ la stessa idea che di fronte ad epidemie odierne si rafforza in chi è consapevole che le forze armate di molti stati hanno messo a punto nei propri laboratori schiere di germi killer che possono essere utilizzati come armi di distruzione di massa. Sono economici da produrre, letali, assolutamente non ingombranti e possono essere facilmente trasportati, al punto che una valigetta può contenere un arsenale di gas e virus in grado di sterminare la popolazione di stati confinanti e annullare i vantaggi che un esercito più numeroso o un’economia più sviluppata hanno sulla carta contro un avversario più debole. Per cui se il morbo colpisce A ma non B, allora B, se dotato di armi batteriologiche, potrebbe avere realisticamente qualcosa a che fare con l’accaduto. Se poi B dall’indebolimento di A ci guadagna, ecco che l’ipotesi può diventare certezza e ancora più difficile da scalfire.

Si calcola che l’Attica abbia avuto tra le 70.000 e le 80.000 vittime, la maggioranza delle quali morirono dopo un paio di settimane dopo aver contratto il morbo. 10.000 di questi servivano nella falange o nella flotta ateniese. Complessivamente circa il 34% della popolazione perì, la maggioranza nei primi anni due anni delle ostilità. Non meno devastante fu il contraccolpo economico. E’ stato calcolato che solo nel primo anno la perdita per le casse dello stato dovute alla mancata tassazione e al collasso dei redditi ammontò a circa 500 milioni di euro del giorno d’oggi. Nonostante Atene continuasse la guerra, non fu prima del 415 A.C., ben 15 anni dopo l’epidemia, che riuscì a organizzare nuovamente operazioni ad ampio raggio, con una forza militare rinnovata e una nuova riorganizzazione finanziaria. Non a caso è stato osservato che in termini relativi il danno causato dall’epidemia si rivelò per Atene pari al disastro che la Germania subì con Stalingrado. Nessuna sconfitta campale contro Sparta avrebbe potuto ridurla in simili condizioni.

Nei primi anni di ostilità le invasioni Spartane dell’Attica non raggiunsero lo scopo di attirare il nemico in una grande battaglia in campo aperto e distruggerlo, nonostante l’indebolimento causato dal morbo. Né gli Ateniesi, colpiti duramente, si limiteranno più a restare all’interno delle mura della città per trovarvi la morte. Ciascun contendente dovette quindi ridefinire le proprie strategie per il futuro.

Alla fine la peste di Atene, raggiunto il culmine, si arrestò per inerzia. Anche il Coronavirus, misteriosamente arrivato in Italia, potrebbe esaurire la sua forza di diffusione semplicemente per inerzia, se non lo ferma prima la propaganda, che ieri mattina confermava 480 casi e 12 morti, e ieri sera aveva ridotto i casi di contagio confermati a 282, risaliti oggi a 655. Intanto mentre i numeri fluttuano e cambiano a seconda delle circostanze, il virus continua a propagarsi. A differenza di Atene dove i morti per le strade non si potevano nascondere, qui la diffusione e i decessi sono in numero più contenuto, per fortuna, ma questo non significa che il virus non aumenti nelle aree del contagio. Non abbiamo a che fare con il capitano Trips, ma neppure con un raffreddore, visto che questo virus uccide, e il raffreddore no.

La terribile epidemia che mise in ginocchio Atene non solo causò la morte di decine di migliaia di persone, incluso Pericle, ma anche il declino della più antica democrazia del mondo. Non si possono ancora conoscere con esattezza le conseguenze che il Coronavirus avrà per l’Italia e per l’attuale governo che, nonostante le ripetute rassicurazioni sul sistema di controllo e prevenzione migliore d’Europa, qualcosa deve aver sottovalutato, purtroppo, visto che l’infezione è esplosa e il nostro è al momento il terzo stato al mondo per contagiati e deceduti, primo paese con un focolaio al di fuori dell’Asia. Sembra anche verosimile che non sarà necessario sperimentare le tragiche morti di 1/3 della popolazione (per fortuna), come avvenne ad Atene 2450 anni fa, per subire un arresto economico. I mercati di oggi si spaventano per molto meno.

In Italia coloro che già un mese fa avvertivano sulle possibili conseguenze del contagio ed invitavano il governo ad adottare misure più stringenti erano tacciati di essere sciacalli e per alcuni membri del governo rimangono tali – “Salvini? Si sta veramente comportando da sciacallo“. Secondo altri membri dell’esecutivo ora sono diventati anche untori, cioè diffusori della malattia. Chissà tra poco qualcuno potrebbe suggerire che la peste di Milano del 1630 è stata scatenata da Matteo Salvini e schiere di leghisti. Non erano ancora nati allora, e l’accusa non servirà a fermare il Coronavirus sospettato di mire populiste, ma è poi importante? Anche la CNN ieri consigliava al governo Italiano di adottare misure più severe, ma nessun esponente dell’esecutivo si è scomodato a parlare di stampa affetta da sciacallaggio.

Quando tutto sarà finito potrebbe venire anche la curiosità di visitare Codogno, luogo che alcuni media presentano come pullulante di locali, feste e balli continui e con un via vai da far invidia a Las Vegas, e che secondo il presidente del consiglio è anche sede di un ospedale che non rispetterebbe i protocolli, anche se resta da capire come.

Ad Atene, mentre si cercavano i colpevoli e cresceva l’odio contro Sparta, vi erano anche coloro che credevano che l’epidemia fosse stata provocata da un’antica profezia. Almeno loro, pur nella sventura, sapevano essere originali.

 

Alessandro Guardamagna

Da https://comedonchisciotte.org/gli-untori/

Ex musulmani convertiti chiedono a Bergoglio di smettere di elogiare l’Islam

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Il sito internet francese exmusulmanschretiens.fr pubblica la lettera di un gruppo di ex-musulmani convertiti al cattolicesimo indirizzata a Papa Francesco dove i sottoscrittori (attualmente più di quattromilatrecento convertiti) mostrano il loro stupore circa i discorsi del Papa a favore dell’Islam.

Di seguito il testo della Lettera aperta a Papa Francesco che verrà presentata al Pontefice non appena sarà raggiunto un numero significativo di firmatari.

***

Padre Santo,

Molti di noi, a più riprese e per diversi anni, abbiamo cercato di contattarla, ma non abbiamo mai ricevuto il minimo messaggio di avvenuta ricezione delle nostre lettere o richieste di colloquio. Lei non ama i convenevoli e noi neppure, ci consenta perciò di dirle con grande franchezza che non comprendiamo il suo insegnamento riguardo all’islam, quale noi lo leggiamo per esempio nei paragrafi 252 e 253 dell’ Evangelii gaudium, perché non tiene conto del fatto che, essendo l’islam venuto DOPO il Cristo, esso è, e non può che essere, un Anticristo (Cfr. 1 Gv 2.22), e uno dei più pericolosi al mondo, giacché si presenta come il compimento della Rivelazione (della quale Gesù non sarebbe stato altro che un profeta). Se l’islam è intrinsecamente una buona religione, come lei sembra insegnare, per quale ragione noi siamo divenuti cattolici? Le sue parole non mettono forse in dubbio la fondatezza della scelta che abbiamo fatto… a rischio della nostra vita? L’islam prescrive l’uccisione degli apostati (Corano 4.89; 8.7-11), forse che lei lo ignora? Come è possibile equiparare la violenza islamica e una presunta violenza cristiana ?! «Quale rapporto infatti ci può essere tra la giustizia e l’iniquità, o quale unione tra la luce e le tenebre? Quale intesa tra Cristo e Beliar, o quale collaborazione tra un fedele e un infedele?» (2 Cor 6.14-17). In conformità con il Suo insegnamento (Lc 14,26), noi L’abbiamo preferito, Lui, il Cristo, alla nostra stessa vita. Non siamo forse ben posizionati per parlare con lei dell’islam ?

In effetti, dal momento che l’islam vuole che siamo il suo nemico, noi lo siamo, e tutte le nostre proteste di amicizia non potranno cambiare nulla a questa realtà. Da buon Anticristo, l’islam non esiste se non per essere il nemico di tutti: «Tra noi e voi è sorta inimicizia e odio [che continueranno] ininterrotti, finché non crederete in Allah, l’Unico!» (Corano 6.4). Per il Corano, i cristiani «sono impurità» (Corano 9.28), «di tutta la creazione […] i più abbietti» (Corano 98.6) e «saranno nel fuoco dell’Inferno» (ibidem), pertanto Allah li deve sterminare: «Li annienti Allah» (Corano 9,30). Non bisogna lasciarsi ingannare dai versetti coranici cosiddetti tolleranti, perché sono stati tutti abrogati dal versetto della Spada (Corano 9.5). Mentre il Vangelo annuncia la buona novella di Gesù morto e risorto per la salvezza di tutti, compimento dell’Alleanza che ebbe inizio con il popolo ebraico, Allah non ha altro da offrire se non la guerra e l’uccisione degli «infedeli» in cambio del suo paradiso: «[poiché] combattono sul sentiero di Allah, uccidono e sono uccisi» (Corano 9.111). Noi non facciamo confusione tra islam e musulmani, ma se per lei il «dialogo» è la via della pace, per l’islam esso è solo un modo diverso di fare la guerra. Perciò, come è già accaduto nei confronti del nazismo e del comunismo, il buonismo di fronte all’islam è una scelta  suicida e molto pericolosa. Come si può parlare di pace e al tempo stesso cauzionare l’islam, come lei sembra fare ? «Strappare dai nostri cuori la malattia che avvelena le nostre vite […]  Quelli che sono cristiani lo facciano con la Bibbia e quelli che sono musulmani lo facciano con il Corano»(Messaggio per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato, Roma, 20 gennaio 2014). Che il Papa intenda proporre il Corano come via di salvezza, non è forse qualcosa di inquietante? Dovremmo quindi tornare all’ islam?

La supplichiamo di non  voler cercare nell’islam un alleato nella battaglia che sta conducendo contro le potenze che cercano di dominare e asservire il mondo, perché seguono tutti la medesima logica totalitaria, basata sul rifiuto della regalità di Cristo (Lc 4.7). Sappiamo che la Bestia dell’Apocalisse, la quale cerca di divorare la Donna e il suo Bambino, possiede molte teste… Allah, d’altronde, proibisce alleanze di questo genere (Corano 5.51)! E, soprattutto, i profeti hanno sempre rimproverato a Israele la sua volontà di allearsi con le potenze straniere, a discapito della fiducia assoluta che bisogna avere in Dio. Certo, è forte la tentazione di pensare che un discorso a favore dell’islam potrebbe risparmiare ulteriori sofferenze ai cristiani nei paesi divenuti musulmani; ma, a parte il fatto che Gesù non ci ha mai indicato altro cammino se non quello della Croce, ragion per cui noi dobbiamo trovare in essa la nostra gioia e non invece fuggirla come fanno tutti i dannati, non dubitiamo affatto che solo la proclamazione della Verità possa apportare, insieme con la salvezza, anche la libertà (Gv 8.32). Il nostro dovere è quello di rendere testimonianza alla verità, «in ogni occasione opportuna e non opportuna» (2 Tm 4.2), e la nostra gloria è quella di poter dire con san Paolo: «Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso» (1 Cor 2.2).

In correlazione con il discorso di Sua Santità sull’islam, proprio mentre il Presidente Erdogan, tra gli altri, chiede ai suoi compatrioti di non integrarsi nei paesi di accoglienza e  l’Arabia Saudita, insieme con tutte le petromonarchie, non accoglie alcun profugo ― fatti rivelatori questi, fra tanti altri, del progetto di conquista e d’islamizzazione dell’Europaufficialmente proclamato dall’OCI (Organizzazione della Conferenza Islamica) e da altre organizzazioni islamiche ormai da decenni―, lei, Santo Padre, predica l’accoglienza dei migranti senza tener conto del fatto che essi sono musulmani e che il comandamento apostolico ne fa divieto: «Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo. Poiché chi lo saluta partecipa alle sue opere perverse» (2 Gv 1.10-11);  «Se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema!» (Gal 1.8-9).

Allo stesso modo in cui «Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare» (Mt 25.42) non può significare che Gesù avrebbe voluto essere un parassita, allo stesso modo «Ero forestiero e non mi avete ospitato» non può significare «Ero un invasore e mi avete accolto», bensì: «Ho avuto bisogno della vostra ospitalità per un certo tempo, e voi me l’avete accordata». Il termine ξένος (Xénos) nel Nuovo Testamento non rimanda unicamente al significato di straniero, ma anche a quello di ospite (Rom 16.23; 1 Cor 16.5-6; Col 4.10; 3 Gv 1.5). E quando YHWH, nell’Antico Testamento, comanda di trattare bene gli stranieri perché anche gli Ebrei sono stati stranieri in Egitto, ciò è a condizione che lo straniero si integri con il popolo eletto al punto da accettarne la religione e praticarne il culto… In nessun caso si tratta di accogliere uno straniero che intende conservare la propria religione e i propri costumi! Pertanto, non comprendiamo come lei possa perorare la causa dei musulmani che vogliono praticare la loro religione in Europa. Il significato delle Sacre Scritture non deve essere stabilito dai propugnatori del mondialismo, ma permanendo nella fedeltà alla Tradizione. Il Buon Pastore è colui che scaccia il lupo, non certo chi lo fa entrare nel recinto delle pecore.

Il discorso pro-islam di Sua Santità ci spinge a deplorare che i musulmani non siano invitati ad abbandonare l’islam e che tanti ex musulmani, come Magdi Allam, abbiano lasciato la Chiesa, scoraggiati dalla sua vigliaccheria, addolorati dai suoi gesti equivoci, confusi dalla mancanza di evangelizzazione, scandalizzati dall’elogio tributato all’islam… In questo modo le anime ignoranti si trovano confuse e i cristiani non si preparano al confronto con l’islam, al quale sono stati sollecitati da san Giovanni Paolo II (Ecclesia in Europa, n. 57). Abbiamo l’impressione che il suo confratello Mons. Nona Amel, arcivescovo cattolico caldeo, esiliato da Mosul, abbia parlato nel deserto:  «Le nostre sofferenze attuali sono il preludio di quelle che voi, Europei e cristiani occidentali, soffrirete in un prossimo futuro. Io ho perso la mia diocesi. La sede della mia Arcidiocesi e del mio apostolato è stata occupata dagli islamisti radicali, i quali ci vogliono convertiti o morti (…). Voi accogliete nel vostro paese un numero sempre crescente di musulmani. Siete anche voi in pericolo. È necessario che prendiate decisioni forti e coraggiose (…). Voi pensate che tutti gli uomini siano uguali, ma l’Islam non dice affatto che tutti gli uomini sono uguali (…). Se non comprendete questo molto in fretta, diventerete le vittime del nemico che avete accolto in casa vostra» (9 agosto 2014; cfr. inoltre qui). Si tratta di una questione di vita o di morte, e ogni atteggiamento compaciente nei confronti dell’islam di compiacenza di fronte all’islam è un tradimento. Noi non vogliamo che l’Occidente continui a islamizzarsi, né che lei vi contribuisca a ciò con la sua azione. Dove dovremmo andare a cercare di nuovo un rifugio?

Santità, ci consenta di chiederle di convocare al più presto un sinodo sui pericoli dell’ islam. Che cosa rimane della Chiesa nei paesi in cui si è insediato l’islam? Se essa vi possiede ancora diritto di cittadinanza, è solo nello status di dhimmitudine, a condizione cioè che non evangelizzi e che rinneghi in tal modo se stessa… Per amore della giustizia e della verità, la Chiesa deve proclamare alla luce del sole i motivi per i quali le argomentazioni addotte dall’islam per bestemmiare la fede cristiana sono false. Se la Chiesa ha il coraggio di fare questo, siamo certi che i musulmani, e anche tanti altri uomini e donne che sono alla ricerca del vero Dio, si convertiranno a milioni. Come lei ha ricordato : «Chi non prega Cristo, prega il Diavolo» (14.03.13). Se le persone sapessero di andare all’Inferno, darebbero la loro vita a Gesù (Cfr. Corano 3.55)…

Con il più profondo amore verso il Cristo, che attraverso di lei guida la Sua Chiesa, noi, cattolici provenienti dall’islam, con il sostegno di tanti nostri fratelli nella fede, in modo particolare quello dei cristiani d’Oriente e dei nostri amici, chiediamo a Sua Santità di voler confermare la nostra conversione a Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, unico Salvatore, per mezzo di un discorso franco e diretto sull’islam. Assicurandole la nostra preghiera nel Cuore dell’Immacolata, chiediamo la sua apostolica benedizione.

Da http://www.lafedequotidiana.it/ex-musulmani-ora-cattolici-chiedono-papa-francesco-smettere-elogiare-lislam/?fbclid=IwAR3kEZP0sNsrUoKs8hCTGJf3LOKBRvC-hvu8I7ILtbeKRqMO7Ulxqza463k

Nuovo studio sulla Sacra Sindone: “Non è l’immagine di un defunto, ma di un vivo che si alza”

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“La Sindone di Torino mostra l’immagine di una persona nel momento in cui era viva”

Il dottor Bernardo Hontanilla Calatayud, dell’Università di Navarra, in Spagna, ha pubblicato sulla rivista Scientia et Fides un articolo inedito sulla misteriosa figura che in modo mai spiegato dalla scienza è rimasta impressa sulla Sindone di Torino. La tesi dell’esperto è che la figura non corrisponda a una persona inerte, come si pensava tradizionalmente, ma a una persona viva che si sta alzando.

“In questo articolo sono esposti vari segni di vita indicati dalla Sindone di Torino. Basandosi sullo sviluppo della rigidità cadaverica, si analizza la postura del corpo impressa sulla Sindone. La presenza di solchi facciali indica che la persona è viva. La Sindone di Torino mostra segni di morte e di vita di una persona che ha lasciato la sua immagine impressa in un momento in cui era viva”.

Questa affermazione si inserisce in modo notevole nella dottrina sulla Resurrezione di Cristo e nelle proposizioni di altri esperti sul momento in cui l’immagine sarebbe rimasta impressa sul telo, come se corrispondesse a una radiazione sconosciuta, emessa dal corpo fino ad allora coperto.

“Nel corso di questo articolo, analizzeremo una serie di segni impressi sulla Sindone di Torino che potrebbero giustificare il fatto che la persona avvolta nel sudario fosse viva al momento dell’impressione della sua immagine”.

Rigidità e postura della figura

La prima caratteristica studiata nell’analisi è la presenza o meno di “rigidità cadaverica o rigor mortis”. Questa rigidità viene constatata nei defunti “inizialmente nella mandibola e nella muscolatura oculare, poi interesserà il volto e passerà al collo. In seguito si estenderà al torace, alle braccia, al tronco e infine alle gambe”, ha affermato l’esperto. Questo effetto arriva all’espressione massima dopo 24 ore dalla morte, e inizia a scomparire a poco a poco, in ordine inverso, circa 36 ore dopo il decesso, richiedendo 12 ore per smettere di essere notevole. La gravità dei traumi subiti dall’uomo della Sindone e le perdite di sangue avrebbero provocato una rigidità precoce, da 25 minuti dopo la morte, che sarebbe arrivata alla massima espressione tra le tre e le sei ore dopo. “I segni apparenti di rigidità che appaiono nell’immagine potrebbero non corrispondere ai segni di rigidità post mortem classicamente attribuiti”.

L’esperto ha registrato una “semiflessione del collo e una semiflessone asimmetrica delle articolazioni dell’anca, delle ginocchia e delle caviglie”. Le caratteristiche della posizione registrata nella Sindone non corrispondono alla rigidità che il corpo dovrebbe avere dopo essere stato tirato giù dalla croce”.

Posizione come per alzarsi

Le analisi hanno coinvolto test con “uomini tra i 30 e i 40 anni con fenotipo atletico, alti tra 1,70 m e 1,80 m”. Quando è stato chiesto loro di alzarsi in una posizione simile a quella dell’uomo della Sindone, hanno mostrato “un dislocamento delle mani verso gli organi genitali nel flettere il tronco, una semiflessione della testa e l’appoggio di una pianta del piede con minore flessione della gamba e un grado di rotazione interna, come quella osservata nella Sindone”.

Un’analisi più dettagliata della posizione evidenzia che nell’immagine non c’era rigidità cadaverica nelle membra superiori, il che è contraddittorio, visto che i muscoli delle braccia hanno sopportato una pressione maggiore durante la crocifissione.

“La postura rigida di un crocifisso implicherebbe avambracci e articolazioni del carpo in semiflessione tipica, come osservato in molti cadaveri”, ha ricordato Hontanilla, indicando che la posizione delle dita non corrisponde a quella che ci si aspetta da un cadavere. “È ragionevole che anche l’assenza dei pollici nella Sindone possa essere attribuita a segni di vita e non solo alla paralisi di un cadavere rigido”.

Volto vivo

Una prova di vitalità nell’immagine potrebbe essere percepita nel volto, con la “presenza di solchi nasogeniani e nasolabiali”, linee d’espressione provocate dall’azione dei muscoli e che scompaiono nei pazienti con paralisi facciale o dopo la morte. “In un cadavere recente, la muscolatura facciale si rilassa, i solchi scompaiono e la bocca si apre. È il momento iniziale della flaccidità

post mortem”, ha dichiarato l’esperto, concludendo:

“La postura asimmetrica della semiflessione osservata nelle gambe, la semiflessione della testa e soprattutto la presenza dei solchi nasogeniani e la collocazione delle mani nella zona genitale potrebbero indicare che siamo davanti a una persona che sta iniziando il movimento di alzarsi”.

Un’analisi dei testi evangelici coerente con le prove della Sindone collocherebbe il momento in cui l’immagine è rimasta registrata “tra la prima veglia della domenica (dalle 19.00 alle 21.00 del sabato) e la seconda veglia (dalle 21.00 a mezzanotte), o al massimo all’inizio della terza veglia della domenica (da mezzanotte alle tre del mattino) del terzo giorno della morte”.

Autenticità della Sindone

Se la Sindone fosse falsa, le macchie di sangue e le altre caratteristiche verificabili avrebbero richiesto “una vera opera d’arte realizzata da una persona con minuziose conoscenze mediche, forensi e di processamento delle immagini su tessuti antichi”, e che fosse inoltre in grado di realizzare una falsificazione perfetta con le tecniche disponibili nel XIV secolo.

“Una seconda opzione, tenendo conto del racconto evangelico, è che si tratti di un panno appartenuto a un rabbino che venne sepolto in base alla tradizione ebraica dopo essere stato crocifisso e flagellato secondo la pratica romana. E possiamo aggiungere che l’immagine è stata impressa quando era vivo, visto che contiene segni statici propri di una persona morta ma anche segni dinamici di vita in contraddizione con la sequenza naturale dell’apparizione dei segni di rigidità cadaverica”.

L’esperto vede in questi segni l’apparente volontà di Cristo di registrare il miracolo.

“Se la Sindone ha coperto il corpo di Gesù, è ragionevole pensare che sarebbe stato interessato a mostrarci i segni non solo della morte, ma anche della resurrezione, nello stesso oggetto. Analizzando i tempi trascorsi dalla morte alla resurrezione e seguendo il racconto evangelico, sembra che Gesù Cristo volesse morire in quel momento, coincidendo con il sacrificio degli agnelli nel popolo ebraico, calcolando un tempo sufficiente perché il suo cadavere sopportasse la corruzione. Insistiamo sul verbo ‘volesse’, perché Pilato stesso si sorprese per il fatto che non fosse morto molto presto”.

Da https://it.aleteia.org/2020/02/28/nuovo-studio-sulla-sacra-sindone-non-e-limmagine-di-un-defunto-ma-di-un-vivo-che-si-alza/

Concluso l’acquisto della Chiesa in Trentino da parte dell’ I.M.B.C.

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Carissimi fedeli

a novembre del 2018 avevamo lanciato, con l’invio del calendario 2019, una sottoscrizione per l’acquisto di una chiesa in Trentino; siamo felici di poter annunciare che l’operazione è stata conclusa felicemente. La cifra di acquisto è stata inferiore a quella preventivata ed è stata coperta interamente dalla sottoscrizione.

Grazie alle generose offerte giunte dai fedeli del Trentino, da ogni parte d’Italia e anche dall’estero, il rogito è stato firmato a Rovereto dal notaio il 25 novembre 2019, festa di s. Caterina d’Alessandria. A fine gennaio del 2020 abbiamo ricevuto anche il placet con la ratifica all’acquisto da parte delle Belle Arti (trattandosi di un bene soggetto a vincolo culturale e artistico lo stato ha infatti diritto di prelazione).

Ringraziamo di cuore tutti coloro che hanno contribuito a quest’opera per la più grande gloria di Dio e il bene delle anime.

La chiesa che abbiamo comprato è quella dove eravamo ospitati benevolmente e già celebravamo la s. Messa fin dal 2007. Si tratta di una chiesetta privata, edificata nel settecento, situata sul muro di cinta della vicina villa, ubicata nella frazione Mori Stazione di Rovereto (TN), essa è dedicata a sant’Ignazio di Loyola e contiene un pregevole altare marmoreo con l’immagine del santo e un’ampia sacrestia sulla destra del fabbricato. Si tratta della seconda Chiesa di proprietà dell’Istituto Mater Boni Consilii, dopo quella di Albarea in provincia di Ferrara. Vi saranno adesso alcuni lavori da effettuare per la messa a norma dell’impianto elettrico ed un eventuale riscaldamento.

Deo gratias.

Da http://www.sodalitium.biz/concluso-lacquisto-della-chiesa-trentino/

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Il mercato globale delle autovetture crollerà a 76,9 milioni di veicoli quest’anno (un calo di quasi il 3,4% rispetto al 2019). Questa previsione è ancora  ottimista e presuppone che la diffusione del virus Corona possa essere fermata nei prossimi mesi e che i vaccini possano essere usati prima dell’autunno. Finora il crollo si è concentrato principalmente in Cina. In totale, le vendite di autovetture diminuiranno di 7,5 milioni di veicoli rispetto all’anno record 2017. Ciò corrisponde a circa la metà delle vendite annuali di auto dell’UE per dare un’immagine vivida “.

La Cina è il mercato più importante del mondo per le case automobilistiche tedesche con un fatturato annuo di circa 150 miliardi di euro – rappresenta circa un terzo delle loro vendite totali. Per quanto riguarda i loro profitti: dal momento che sono al di sopra della media nel Regno di mezzo, vi è persino il 40 percento del mercato lì.

Fatti e cifre

Numero di auto vendute in tutto il mondo (in milioni di unità):

  • 2000: 48.9
  • 2009 (crisi finanziaria): 55,9
  • 2015: 77.9
  • 2017 (record precedente): 84.4
  • 2019: 79.6
  • 2020 (stimato): 76.9

Numero di auto vendute in Cina (in milioni di unità)

  • 2010: 11.3
  • 2015: 20.0
  • 2017 (record precedente): 24.2
  • 2020 (stimato): 19.3

I più grandi mercati automobilistici del mondo nel 2020 (in milioni di unità / previsioni):

  • Cina 19.3
  • 2. USA 16.5
  • 3. Giappone 4.2
  • 4. Germania 3.3
  • 5. India 3.0
  • 6. Brasile 2.7
  • 7. Francia 2.2
  • 8. Gran Bretagna 2.1
  • 9. Canada 1.9
  • 10. Italia 1.9
  • 11. Russia 1.9
  • Corea del Sud 1.5

https://deutsche-wirtschafts-nachrichten.de/502543/Einbruch-am-Weltmarkt-Deutsche-Autobauer-stehen-vor-riesigen-Verlusten

Da

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A lezione dal virus

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Che lezione possiamo trarre dall’epidemia del coronavirus e dalle ricadute che sta avendo in Italia? Non dico lezione sanitaria, non so di profilassi e non dirò del governo e del suo annaspare, limitandomi solo a notare che i nostri primati sono sempre negativi sia che si parli di denatalità che di disservizi, di malagiustizia che di corruzione, di burocrazia che di opere irrealizzate, di infrastrutture a rischio, di debito pubblico e di malavita organizzata. E ora il primato europeo, anzi occidentale di vittime del virus. Mancò la fortuna o il valore? O per tradurre nel gergo più consono: è sfiga o incapacità e pressapochismo? Lasciamo la domanda sospesa nei cieli e torniamo a terra, ripartendo dalla domanda. Già, che lezione umana, civile, morale, in senso lato psicologica, possiamo trarre da questa situazione?

La prima lezione è che dobbiamo toglierci la mascherina degli schemini ideologici. Di fronte alla realtà e alle sue repliche, spesso impreviste, non funzionano le filastrocche sulla bellezza della società senza confini, abbattiamo le frontiere, è razzista chi crea blocchi e filtri, la globalizzazione è un bene assoluto. È un raccontino falso, ideologico e nocivo, e lo sarebbe anche il discorso opposto, di rialzare muri e immunità, chiuderci in stati-fortezza e così via. No, dobbiamo essere semplicemente duttili; capire che la globalizzazione non è la manna del cielo né la maledizione divina in terra, ma è un processo che produce benefici e malefici, e diventa pericoloso se va fuori controllo in una specie d’imperativo assoluto dentro il quale ci muoviamo inermi e devoti. Bisogna sapere aprire e chiudere le frontiere, i porti e le vie d’accesso, circolare liberamente e quando è il caso rispettare i limiti. Si globalizza la ricchezza come la miseria, si globalizza la tecnologia come la malattia, ogni interdipendenza espone a contagio, non è pura crescita. Bisogna uscire dallo schemino progressista e trionfalista e capire che la storia procede e retrocede, ha moti ondulatori e sussultori, corsi e ricorsi, non è una linea retta.

Secondo, se c’è un modo per seminare panico è ripetere ogni giorno di non farsi prendere dal panico, non accaparrarsi mascherine, amuchina e beni di prima necessità; perché il messaggio arriva capovolto. E le rassicurazioni di un governo che bollava come razzismo e sciacallaggio le richieste di misure e cordoni sanitari per poi applicarli a caso (ufficio si, metro no, per esempio), sortiscono l’effetto contrario. Se Conte dice che la situazione è sotto controllo allora dobbiamo preoccuparci, visti i precedenti e il governo in carica, dove c’è un dato inquietante riportato domenica scorsa dal Sole 24 ore: solo due decreti-legge attuativi su 169. Il nulla con parlantina. Quasi nessuna delle riforme annunciate è stata varata. Record mondiale.

Torno alla questione. Il panico si affronta con le misure e non con le rassicurazioni o gli appelli a mantenere la calma. Molto utile è il paragone coi precedenti: altre volte negli ultimi cinquant’anni ci siamo trovati a fronteggiare emergenze del genere, anche se ogni contagio è una storia a sé. Finora il numero delle vittime non è superiore a quello di altre influenze stagionali: ovvero, il contagio preoccupa e i danni sociali ed economici che crea sono enormi, ma la psicosi dell’attacco mortale va ridimensionato coi dati alla mano. Mi ricordo da ragazzo cosa fu il vibrione al sud: scoppiò il colera, malattia venuta non dall’estero ma dal passato, e non da misteriosi incroci tra laboratori e animali ma dalle cozze del mare nostrum. Ci furono un po’ di morti, centinaia di contagiati. Quella volta fu un’epidemia terrona. E io ancora ricordo le file nei cinema per la profilassi e per ottenere il permesso di circolare, poi un viaggio per una borsa di studio in Val d’Aosta, e io costretto a esibire il mio certificato di esule da un paese appestato mentre altri viaggiatori leggevano su La Stampa che proprio nel mio paese c’erano stati alcuni casi e loro commentavano: speriamo che non ce li mandino qui. E poco dopo il controllore svelò la mia morbosa provenienza… Stavolta appestato non è il solito sud, ma il nord; e trovo dementi le battute antileghiste e il razzismo anti-nordista che si è scatenato.

Altra lezione da cogliere è la cagionevole fragilità dell’economia globale, della borsa soprattutto, che si abbatte e si ammala per un nonnulla, soffre di depressione e di psicosi più della gente comune. E il ritorno ai “valori” che contano, l’oro per esempio… la nostalgia dell’età dell’oro. Non lasciamo sfrenati il mercato e il capitalismo globale, vanno controllati e subordinati agli interessi reali dei popoli.

Sulla vita che è cambiata, seppur provvisoriamente, possiamo trarre molte lezioni. Per ora, la prima lezione è fare di necessità virtù, favorire la serendipity, cioè fare belle scoperte o riscoperte per il caso accaduto. Visto che siamo costretti, riscoprite il piacere di leggere, per esempio; che diventi virale. Riprendete le occasioni di riflessione, musica e sentimenti, per il domicilio coatto. Il Decamerone di Boccaccio nacque da una quarantena…

O la grande opportunità di valorizzare il lavoro da casa, lo smart working, risorsa non ancora usata nelle sue ricche potenzialità ma che potrebbe ridare qualità alla vita, più attenzione alla famiglia e ai figli, minori ingorghi nel traffico e nei mezzi pubblici.

E su tutto un serafico, operoso fatalismo. Certo, prevenire, fare attenzione, evitare; ma poi rimettersi alla sorte sovrana e alla nostra imperfezione. E per chi crede, alla Provvidenza. A proposito, una bella profilassi spirituale è pregare. Al di là della devozione è un grande esercizio di attenzione, concentrazione spirituale, visione della vita e distacco dalle cose del mondo, beatitudine, purificazione. Le mani vanno lavate, ma restano pulite se sono giunte…

MV, La Verità 26 febbraio 2020

Da

http://www.marcelloveneziani.com/articoli/a-lezione-dal-virus/

AGCOM: garante della censura

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L’Autorità Garante delle Comunicazioni non è un tribunale politico dell’informazione al quale spetta il compito di dire cosa è politicamente corretto e cosa non lo è, su cosa si può ironizzare e su cosa, invece, bisogna tacere.

Eppure, in questi giorni ha interpretato questo ruolo comminando una multa di 1,5 milioni di euro alla Rai con delle motivazioni che hanno lasciato attoniti gli osservatori perché vengono contestati alcuni episodi, in termini puramente politici e non a tutela del pluralismo.

Vale la pena di leggere le frasi introduttive «il mancato rispetto da parte della Concessionaria della funzione di garante dell’informazione» genera una conseguenza «di ordine erariale stante il contributo pubblico percepito dalla Rai» e una «di ordine sociale, con possibili effetti negativi sull’istruzione, sulla crescita civile, sulla facoltà di critica».

Tradotto: se la Rai dovesse prendere una “deriva” a destra si perderebbero soldi… mentre invece sappiamo che il contributo pubblico di 108 euro annui è pagato obbligatoriamente da tutti (di destra o di sinistra) attraverso le bollette dell’energia elettrica. Quanto agli effetti negativi sull’istruzione, sulla crescita civile, sulla facoltà di critica… forse l’AgCom pensa alla massa di insegnati di sinistra che potrebbero avere uno choc se a parlare in Rai ci fosse più Salvini che Zingaretti.

Questa volta l’AgCom ha talmente esagerato da far arrabbiare persino Marco Travaglio e il Fatto Quotidiano che hanno denunciato con tanto di titolo in prima pagina le manovre del Pd e di Italia Viva sulla Rai. Manovre per prendersi in toto l’azienda e fare il bello e il cattivo tempo come erano sempre stati abituati a fare.

Per screditare la Rai diretta da Foa, il Pd ha quindi pensato bene di utilizzare anche l’Autorità Garante delle Comunicazioni, spogliata del ruolo di garanzia per essere schierata in campo con il ruolo di Inquisitore del politicamente corretto.

Così, l’Agcom cita diversi episodi riguardanti il Tg2, a partire dal servizio circa «l’asserito fallimento del modello svedese di accoglienza degli immigrati» (vietatissimo dal pensiero unico);  un’intervista a Steve Bannon (il demone del sovranismo) oppure l’ironia nei confronti di Fabio Fazio per la sua intervista “a zerbino” al presidente francese Macron; per arrivare fino al servizio relativo all’omicidio del vice-brigadiere Mario Cerciello Rega che aveva inizialmente addebito la morte a due nordafricani, come peraltro riportavano le agenzie di stampa.

Il provvedimento inquisitorio dell’AgCom cita anche altri episodi riguardanti programmi come #Cartabianca, L’approdo, Realiti, La vita in diretta e Unomattina. Però i primi sono quelli su cui ha preso posizione anche il direttore del Tg2, Gennaro Sangiuliano, con un articolo pubblicato proprio sul sito di Orwell.live.

La situazione in Svezia è molto delicata, a volte persino drammatica, e il Tg2 non ha fatto altro che documentare quanto affermato anche in molti reportage giornalistici. Così anche gli altri servizi contestati denotano un attacco censorio di carattere puramente ideologico contro un direttore non allineato, per un Telegiornale che dovrebbe essere “fuori dal coro” proprio per rispettare il pluralismo. Una voce fuori dal coro che, tuttavia, Pd e Italia Viva non possono tollerare, a conferma che, per loro, il “pluralismo” significa ripetere più volte la stessa cosa, non dire cose diverse.

Chiudiamo riportando le parole espresse dal Comitato di redazione del Tg2, in genere mai tenero nei confronti dei direttori. Il documento, approvato a maggioranza, afferma: «Siamo rimasti profondamente sorpresi nel leggere le motivazioni del provvedimento dell’Agenzia Garante per le Comunicazioni nei confronti della Rai. Ci sembra che costituisca un precedente di estrema pericolosità dal momento che dimostra una volontà di entrare nel merito delle singole scelte editoriali delle redazioni, limitandone la libertà di espressione garantita dalla Costituzione».
«Ci preoccupa molto – prosegue la nota – vedere il tentativo di costituire una giurisdizione superiore che si arroghi il diritto di sovrintendere sulla libertà di informazione, da usare a seconda delle circostanze, oggi in una direzione, domani in un’altra».

Da

AGCOM: garante della censura

Calcio sempre a porte chiuse?

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L’EDITORIALE DEL VENERDÌ

di Matteo Orlando
L’incontro di calcio valevole per i sedicesimi di finale (gara di ritorno) di Europa League, tra l’Internazionale di Milano e i bulgari del Ludogorets, giocato a porte chiuse a causa dell’emergenza sanitaria dovuta al Coronavirus e, per la cronaca, vinto dai padroni di casa per due reti ad una, ci dà la possibilità di riflettere su alcuni particolari niente affatto secondari.
L’apparente atmosfera spettrale dello Stadio Giuseppe Meazza (o San Siro che dir si voglia), insomma la Scala del calcio milanese in funzione dal 1926, che adispetto dei suoi quasi 76 mila posti a sedere ha registrato un “pubblico” di qualche decina di persone, tra calciatori delle due squadre, panchine, tecnici, giornalisti e radiotelecronisti, ci ha fatto riflettere moltissimo sulla aggressività negli stadi, sia in campo che sugli spalti e, spesso, anche fuori dagli stadi.
L’impianto calcistico che ospita le gare interne dell’Inter e del Milan, giudicato nel 2009 dal quotidiano britannico The Times come il secondo stadio più bello del mondo, senza pubblico ci ha fatto notare la triste realtà che sono davvero le folle, radunate in un luogo ristretto come può essere uno stadio, ad esacerbare gli animi sportivi.
Sono un appassionato di calcio, sono stato anche arbitro di calcio (per un biennio) e nella mia vita avrò visto migliaia di partite (anche dei campionati stranieri, specialmente la Liga spagnola, la Bundesliga tedesca e la English Premier League) ed ho sempre pensato che il calcio senza tifosi sia improponibile.
Tuttavia, seguendo su TV8 il match, mi sono ricreduto.
Senza tifosi sugli spalti è mancata qualsiasi forma di agitazione e, per quelle poche volte che accade a Milano, violenza.
È vero che ci sono stati ritmi molto bassi, poche occasioni, il tutto in un ambiente dove rimbombavano le indicazioni dei protagonisti in campo e degli allenatori.
Tuttavia ho notato che nessun contrasto tra calciatori è stato inasprito dalle urla di migliaia di persone. Nessuna giocata è sembrata particolarmente violenta, come a volte sembrano con il pubblico sugli spalti, nessun carattere focoso, di calciatori o tecnici, è emerso senza pubblico allo stadio. Anche i telecronisti mi sono sembrati più tranquilli, mentre solitamente anche loro si lasciano “guidare” dai tifosi e dalle loro urla.
Sul terreno di gioco non ho riscontrato nessun episodio veramente cattivo.
Non ho visto calciatori agitati, alcun fare minaccioso.
Anche la terna arbitrale, guidata dal tedesco Siebert, che non è stata esente da errori, ha tuttavia visto rispettare da tutti il suo ruolo.
Gli allenatori Conte e Vrba, rispetto al solito, si sono dimostrati compassati.
Movimenti e gesti sono sembrati tutti scrupolosamente ponderati.
Se quello che ho scritto vi sembra un tantino edulcorato, cioè presentato in maniera meno grave di quanto non sia effettivamente stato in campo, vi invito a leggere il tabellino della partita.
Due soli ammoniti, D’Ambrosio (Inter) per un’entrata scomposta su Marcelinho e Wanderson (Ludogorets). E, soprattutto, in novantasette minuti di gioco (compresi i due recuperi), solo 14 falli, sei fatti dai giocatori dell’Inter, otto dagli avversari. Insomma una partita correttissima.
Proviamo a fare un ipotesi di fantacalcio. Cerchiamo di immaginare un intero campionato di calcio senza spettatori, se non quelli davanti ai televisori e con le squadre che si accontentano dei milioni di euro dei diritti televisivi e rinunciano alle “briciole” degli incassi ai botteghini.
Provate ad immaginare decine di migliaia di persone che rimangono nelle loro case, con le loro famiglie, e dedicano solo 90 minuti della loro domenica al calcio, invece di ore e ore, come spesso accade, per seguire le loro squadre del cuore in trasferta.
Provate a immaginare quanto personale delle forze dell’ordine, impegnato domenicalmente in tutta la penisola, potrebbe dedicarsi ad altro.
Provate ad immaginare quante violenze scomparirebbero.
Provate ad immaginare quanto sarebbe veramente educativo il calcio senza violenze per i nostri giovani.
Last, but not least, provate a immaginare quanto tempo si potrebbe sottrarre a cose inutili per dedicarle a Dio, specialmente la domenica, giorno del Signore!
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