VIGLIACCHI E INCAPACI

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Sulle questioni importanti, nella storia, i governi italiani hanno preso sempre decisioni idiote, sbagliate e dimostratamente rovinose per il Paese,
 ma quasi sempre a vantaggio di interessi stranieri.

Mi vengono a mente, risalendo nel tempo, l’adesione al MES, il Trattato di Dublino, il Six Compact, l’entrata nell’Euro, le privatizzazioni dell’Iri, l’entrata nello SME, la separazione della Banca d’Italia dal Tesoro, le Politiche Agricole Europee. Prima ancora: la gestione della resa nel 1943 (fuga del re, sbando dell’esercito, occupazione tedesca), la scelta di entrare nella II Guerra Mondiale, la Guerra di Etiopia, la scelta di lasciare che Mussolini prendesse il potere, la scelta di entrare nella I Guerra Mondiale e di condurla nel modo in cui fu condotta fino a Caporetto. Forse l’unica importante scelta intelligente che un governo italiano abbia mai fatto è stata la sostituzione di Cadorna con Diaz dopo Caporetto.

Il corona virus -un virus brevettato e derivato in laboratorio da quello della sars- colpisce dapprima in Francia, il 24 gennaio, poi in Germania, il 28, ma i governi di quei paesi tengono nascosta la cosa. Poi colpisce in Italia, e il governo italiano la sbandiera al mondo con isterica enfasi, creando l’apparenza che l’Italia sia il focolaio d’Europa. Blocca gli arrivi aerei diretti dalla Cina, ma non quelli indiretti – quindi è consapevole che vanno bloccati, ma fa in modo che continuino.

In Italia ogni anno coi virus invernali muoiono almeno 9.000 persone (quasi tutte già malate o vecchie, dove il virus è solo una concausa della morte). Ad ora sono morte col corona virus soltanto 250 persone circa, tutte già compromesse da altre cause. Con una scelta, quindi, quantitativamente pretestuosa e verosimilmente inefficace, oggi il governo ‘chiude’ le zone più produttive del Paese, mentre l’economia nazionale, già debole, sta sull’orlo di una recessione, e mentre niente fa per ridurre le infezioni ospedaliere, che uccidono 7.000 persone l’anno, né il consumo di tabacco, che ne uccide 90.000 e predispone ad ammalarsi proprio l’apparato respiratorio, bersaglio del corona virus. Perché lo fa? Cui prodest? Se si ferma l’economia, si fermano anche le risorse per la sanità, e avanza solo l’indebitamento e la dipendenza dall’estero.

Oggettivamente, le scelte del governo, anche se di buona fede, preparano il Paese per la sua consegna al MES e per una svendita totale ai capitali predatori della grande finanza, che premono per queste politiche sia dall’interno che dall”Europa’.

Conte, intanto, fa i fervorini agli italiani invitandoli al senso di “autoresponsabilità”.

L’unico modo per scongiurare strutturalmente il processo di recessione, indebitamento e svendita allo straniero è il recupero allo Stato della capacità di emettere moneta per finanziare gli investimenti produttivi e infrastrutturali e l’occupazione e sostenere la domanda e i redditi in modo che possano pagare i debiti. Solo la disponibilità di una moneta nazionale, pubblica ed emessa senza indebitamento netto del Paese potrebbe sostenere l’economia in questa situazione. Ma dove sono gli statisti capaci di fare questo e non asserviti agli altri interessi?

La balordaggine del governo è confermata dal fatto che ieri sera ha lasciato trapelare il decreto di confinamento, scatenando così la fuga dalla zona da chiudere verso il resto del Paese. Ora vedremo come bloccherà gli spostamenti in uscita e in entrata dall’area più produttiva del Paese, abitata da circa 17 milioni di persone.

08.03.2020 Marco Della Luna per il suo blog

Da

VIGLIACCHI E INCAPACI

Coronavirus, in Cina 0 contagi fuori da Wuhan in 24 ore: è la prima volta

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Il comitato per la salute pubblica cinese ha confermato un dato che dà grande speranza per il futuro della lotta contro il Covid-19.

Per la prima volta dall’inizio dell’epidemia del nuovo tipo di coronavirus, nella Cina continentale non si sono registrati nuovi casi di contagio al di fuori della provincia dell’Hubei, quella in cui si è originato il nuovo agente patogeno.

A riferirlo è il portavoce del comitato nazionale per la salute di Pechino, Mi Feng, spiegando che nelle ultime 24 ore in Cina sono stati rilevati 44 casi di contagio, di cui 41 nell’Hubei e 3 tra Pechino e Gansu, ma in ambedue i casi sono risultati essere ‘di importazione’:

“Al di fuiori della provincia dell’Hubei sono stati registrati 3 casi di contagio, tutti importati dall’estero. Per la prima volta nel territorio cinese non sono stati segnalati nuovi casi di infezione“, ha dichiarato Feng.

Il numero di casi confermati di infezione da coronavirus ha raggiunto quota 80695 in Cina, con 3097 decessi e oltre 57000 guarigioni.

Da

https://it.sputniknews.com/mondo/202003088833483-coronavirus-in-cina-0-contagi-fuori-da-wuhan-in-24-ore-e-la-prima-volta/

Coronavirus, le priorità della Bonino: “Garantire salute dei richiedenti asilo”

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Roma, 8 mar – L’intera Nazione è bloccata dall’emergenza coronavirus, divisa a metà da un decreto prima comunicato col misurino e poi diffuso nelle tarde ore della notte. La preoccupazione di Emma Bonino, però, è tutta per i rifugiati (e per l’Europa).

Bonino: “Garantire salute rifugiati”

La Bonino lo ha scritto ieri sul suo profilo Twitter e anche su Facebook,  comunicando ufficialmente di aver richiesto al ministro degli Interni misure ad hoc per gli immigrati: “Ho chiesto a ministro #Lamorgese quali misure ha intrapreso per garantire salute di richiedenti asilo ospitati nei CPR, perché venga fatto sforzo ulteriore di comunicazione e prevenzione per proteggere la salute di operatori e rifugiati”. E se da una parte si potrebbe essere d’accordo con la Bonino perché il loro status di rifugiati non li esime dal contrarre il coronavirus, vale anche il contrario – perché accoglierne altri mentre siamo in piena emergenza sanitaria?

La solita solfa: “Ci vuole più Europa”

La stessa Bonino sempre su Twitter ieri commentava il fatto che gli altri Paesi europei non hanno aiutato l’Italia nella fornitura di mascherine e presidi sanitari, e ne dà tutt’altra lettura (ovviamente europeista): “puntuale torna slogan l’Europa ci lascia soli. Facciamo chiarezza: gestione sistemi sanitari è competenza nazionale, che Stati membri hanno sempre voluto tenersi con le unghie e i denti. Misure nazionali non più sufficienti: Anche in questo caso ci vuole più Europa”. Insomma, la ricetta della Bonino, la panacea di ogni male, è l’Europa (anzi, l’Unione Europea) – proprio come lo è per Mario Monti, e le riflessioni le lasciamo a voi.

Ilaria Paoletti

Da

https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/coronavirus-le-priorita-della-bonino-garantire-salute-dei-richiedenti-asilo-148731/

Vaticano, paura per il Coronavirus

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di Matteo Orlando

Nella mattinata di Domenica 8 marzo un operaio, all’interno della
Basilica di San Pietro, si è sentito male, accusando i sintomi che il
Coronavirus ha in comune con altre malattie (febbre e tosse) e così è
finito ricoverato al Policlinico Gemelli di Roma, dove eseguirà il
tampone. Se risultasse positivo, sarebbe il secondo lavoratore in
Vaticano a risultare positivo al Coronavirus, dopo un sacerdote
esterno, che si era recato negli ambulatori vaticani per una visita ed
era stato trovato positivo (mentre le cinque persone che avevano avuto
contatti ravvicinati con lui, seppur negative al tampone, adesso si
trovano in quarantena precauzionale).
Sempre l’8 marzo gli addetti vaticani hanno sanificato a fondo tutta
la Basilica di San Pietro e questo fa capire la paura che il
Coronavirus ha portato in Vaticano.
Mentre i Musei Vaticani, gli uffici degli Scavi, il Museo delle Ville
Pontificie e dei centri museali delle basiliche pontificie sono stati
chiusi fino al 3 aprile, Papa Francesco ha scelto di diffondere il
tradizionale Angelus Domenicale in streaming dalla Biblioteca
vaticana.
Sembrano un lontano ricordo le folle di turisti che prendevano
d’assalto i negozi di souvenir religiosi o i ristoranti di via della
Conciliazione, i pellegrini in fila davanti ai Musei Vaticani oppure
le comitive che affollavano in ogni dove la Basilica di San Pietro.
Ai tempi del coronavirus sia in Vaticano che a Roma di folle di
turisti se ne vedono sempre meno.
In Vaticano nelle prossime ore saranno consegnate ai dipendenti
mascherine e guanti, mentre da tempo tutti coloro che orbitano nella
piccola città-stato sono stati invitati a seguire le misure igieniche
anti-Coronavirus diffuse dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e
recepite dalle autorità sanitarie italiane e vaticane.
Il timore che il Coronavirus possa contagiare i circa mille abitanti
vaticani, che peraltro hanno un’età media abbastanza alta, ha portato
all’emanazione di un protocollo di prudenza definito dall’ematologo
Girolamo Sirchia, ex ministro alla Salute del Governo italiano,
“ragionevolmente rigido, precauzionale e restrittivo”, un protocollo
che prevede una distanza di circa due metri tra le persone in fila
agli ingressi in piazza San Pietro per superare i controlli dei metal
detector o tra quelle sedute sui banchi delle chiese. Inoltre sono
state svuotate le acquasantiere, sono stati forniti di gel
disinfettante per le mani diversi uffici del piccolo Stato,
soprattutto quelli a contatto con il pubblico.
Tutti i dipendenti vaticani sono stati invitati ad evitare la
creazione di assembramenti di persone mentre gli ambulatori della
Direzione Sanità e Igiene sono stati allertati per aiutare coloro che,
eventualmente, mostrassero sintomi riconducibili al coronavirus.
Proprio per evitare i contagi, gli eventi previsti in luoghi chiusi e
con la partecipazione di molto pubblico sono stati rinviati. Sono
state annullate anche le conferenze dei cardinali e alcune attività
negli atenei pontifici mentre l’udienza generale del mercoledì sarà
fatta in streaming. È stato rinviato (da fine marzo a novembre) anche
l’incontro tra Papa Francesco e i giovani economisti di tutto il
mondo.
Nei giorni scorsi si era speculato anche sulle condizioni di salute
del Papa ma il portavoce vaticano Matteo Bruni ha rassicurato tutti
sulle condizioni di salute sia di Francesco che di Benedetto XVI (che
vive presso il monastero Mater Ecclesiae, dove i controlli
all’ingresso sono stati elevati).
Relativamente al pontefice argentino, Papa Francesco sembra aver
superato l’influenza che lo ha colpito nei giorni precedenti il
Mercoledì delle Ceneri. In Vaticano faranno di tutto per tenerlo
lontano dal virus perché l’ottantatreenne argentino rientra nella
categoria dei soggetti (gli ultraottantenni) più a rischio in caso di
contrazione del Coronavirus. Inoltre, gli manca una parte di un
polmone che era stata rimossa, dopo una
malattia, quando aveva 20 anni e viveva nella sua città natale, Buenos Aires.

Coronavirus, ecco l’«aiuto» dell’Ue: il 16 marzo vuole approvare il Mes

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Roma, 8 mar – Nel bel mezzo dell’emergenza – italiana per ora, ma destinata con ogni probabilità a diventare comunitaria – coronavirus, l’Unione Europea non ferma le sue macchine. Per venire incontro alle nazioni colpite dall’epidemia? Macchè: per approvare il Mes.

La data prescelta è lunedì 16 marzo. Quel giorno sul tavolo dell’Eurogruppo – l’assise informale al quale siedono i ministri dell’economia e delle finanze della zona euro – approderà la versione definitiva della riforma del Mes, il meccanismo europeo di stabilità.

In tale occasione i ministri saranno chiamati a dare l’approvazione definitiva al testo, sul quale si lavora da settimane per limare gli ultimi dettagli. Sarà richiesto il voto unanime prima di addivenire alla firma da parte dei governi, che farà poi partire l’iter di ratifica dei singoli parlamenti.

Sul Mes il governo ha disatteso i mandati

Come si ricorderà, il Mes è stato – fra le altre cose – alla base della caduta dell’esecutivo gialloverde. Fu proprio la componente leghista a chiedere conto al premier (nonché al ministro dell’Economia di allora, in “quota” Quirinale, Giovanni Tria) di quanto stesse accadendo sui tavoli europei, in virtù della risoluzione parlamentare Molinari – D’Uva che impegnava il governo “a non approvare modifiche che prevedano condizionalità che finiscano per penalizzare quegli Stati membri che più hanno bisogno di riforme strutturali e di investimenti”, nonché a subordinare ogni firma ad un approccio “di pacchetto” che consentisse “una condivisione politica di tutte le misure interessate, secondo una logica di equilibrio complessivo”.

Pur con una modifica nella composizione della maggioranza, un simile documento – che per il governo dovrebbe essere vincolante – è stato votato lo scorso dicembre, nel quale si chiedeva di “escludere interventi di carattere restrittivo sulla detenzione di titoli sovrani da parte di banche e istituti finanziari e comunque la ponderazione dei rischi dei titoli di Stato attraverso la revisione del loro trattamento prudenziale”, nonchè ad escludere “qualsiasi meccanismo che implichi una ristrutturazione automatica del debito pubblico”, mantenendo inoltre sempre la logica “di pacchetto”.

Partiamo dal fondo e cioé dalla logica “di pacchetto”, per la quale la firma in calce al Mes dovrebbe essere apposta solo nella misura in cui la riforma del meccanismo sia accompagnata da tangibili passi avanti su altre due riforme: quella dello strumenti di bilancio della zona euro e quella dell’unione bancaria, garanzia comune sui depositi compresa. Ebbene, se sul Mes una data (il prossimo 16 marzo) l’abbiamo, per le altre componenti del “pacchetto” siamo invece in altissimo mare, praticamente alle fasi preliminari che si sostanziano in generiche (quanto vaghe) promesse.

Se non fosse sufficiente, il governo ha tradito il mandato anche sulla questione del debito pubblico, che una volta assoggettato alla disciplina del Mes rischia di perdere da un giorno all’altro la sua qualifica di strumento “risk-free” per eccellenza. Anche senza meccanismi di ristrutturazione automatica (la cui assenza, se confermata, sarebbe l’unica clausola rispettata dall’esecutivo in sede di trattative), rimarrebbero comunque la disciplina delle clausole di azione collettiva pensate ed inserite proprio per agevolare percorsi di ristrutturazione in accordo con i creditori.

Leggi anche – “Faremo la fine della Grecia”: con il Mes diventerà possibile

Con il risultato, esponendo i nostri titoli pubblici alla possibilità di fare default, di vedere effetti a cascata in termini di maggiori rendimenti richiesti in un momento – non durerà qualche mese – di difficoltà per le finanze nazionali le quali dovranno fare i conti con la drammatica recessione che ci attende a causa delle misure restrittive varate per far fronte all’emergenza coronavirus. Proprio la stessa che da Bruxelles (e dal governo, a parlamento di fatto chiuso) sfruttano per far passare, in sordina, la riforma.

Filippo Burla

Da

https://www.ilprimatonazionale.it/economia/coronavirus-aiuto-ue-16-marzo-approvare-mes-148769/

RUSSIA: Dio, Popolo e Famiglia: la nuova Costituzione russa di Putin e Kirill

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Consegnate a Putin le proposte delle commissioni. Le tre principali formule: fede in Dio “trasmessa dai nostri antenati”; il popolo russo come “costitutivo dello Stato”; il matrimonio come “unione di uomo e donna”. “Russicità” etnica, culturale e religiosa, come fattore unificante e dominante. Ma non tutti – fra cui musulmani e laici – sono d’accordo. Reminiscenze di concezioni medievali sfociate nel sovranismo.

Mosca (AsiaNews) – Si sono conclusi il 2 marzo i lavori delle commissioni istituite dal presidente Vladimir Putin per le correzioni alla Costituzione russa, e hanno consegnato a Putin stesso le loro proposte. Alcune modifiche “ideologiche” sono state particolarmente discusse, e le formulazioni scelte generano nel paese discussioni ancora più accese.

Le tre principali formule da inserire nella nuova legge fondamentale riguardano il rimando alla fede in Dio “trasmessa dai nostri antenati”, il riferimento al popolo russo come “costitutivo dello Stato” e il matrimonio come “unione di uomo e donna”. Queste idee sono state proposte da diversi membri delle commissioni e ispirate dalla Chiesa ortodossa, ma non tutti le hanno sottoscritte, a partire dal presidente del gruppo di lavoro principale Pavel Krasheninnikov; Putin le ha comunque recepite e ha deciso per il loro inserimento.

Era stato proposto di condensare questi ideali in un Preambolo che fungesse da “orientamento morale” all’intera costituzione, ma si è preferito lasciare la possibilità di una redazione meno formale all’interno dei capitoli. Il precedente, piuttosto controverso, è il famoso preambolo della legge sulla libertà religiosa del 1997, in cui si afferma che “la religione principale della Russia è l’Ortodossia”, a cui si affiancano le quattro religioni tradizionali: “islam, ebraismo, buddhismo e cristianesimo”, creando un’evidente contraddizione circa la natura della religione ortodossa.

Secondo le intenzioni del Cremlino, le correzioni verranno approvate in via definitiva attraverso consultazioni popolari: non tramite referendum, ma in forma di sondaggi e valutazioni anche via internet. Se si verificheranno forti contrasti d’opinione su qualcuno dei punti proposti, questi verranno rimossi dalla redazione. Il presidente Putin ha comunque già annunciato di voler inserire all’articolo 68 il concetto di “popolo russo costitutivo dello Stato” (gosudarstvoobrazujushij) e di “lingua statale” russa, all’art. 71 la “fede in Dio” insieme alla “continuità tra la Russia e l’Unione Sovietica” e alla “inammissibilità della riduzione dei meriti del popolo nella difesa della Patria”, e all’art. 72 la difesa dell’istituto della famiglia “come unione tra uomo e donna” insieme alla “unità di ideali tra la Federazione Russa e le regioni”.

Si tratta quindi di forti interpretazioni ideologiche sulla natura stessa della Russia, della sua “russicità” etnica, culturale e religiosa, come fattore unificante e dominante al di sopra delle tante differenze nei popoli e nelle tradizioni sparse sul territorio della Federazione Russa. Lo stesso Putin ha rimproverato perfino il padre della rivoluzione Vladimir Lenin, che non aveva voluto puntare fino in fondo sul primato dei russi nella composizione dell’Unione Sovietica, creando le premesse per le rivendicazioni nazionaliste.

La caratteristica di “costituzione dello Stato” si rifà addirittura a una concezione medievale, proposta dai monaci “possidenti” guidati dal santo Josif di Volokolamsk all’inizio del ‘500 in polemica con i “pauperisti” di Nil Sorskij. Questi ultimi ritenevano opportuno che la Chiesa rinunciasse alle proprietà (che allora erano quasi due terzi delle terre del Paese) in favore dell’ascesi evangelica, mentre Josif rivendicava l’importanza della Chiesa “possidente” proprio in quanto “costitutiva dello Stato” e interprete della volontà, anzi dell’anima stessa del popolo russo.

Alla radicale “russificazione” si oppongono, peraltro, i rappresentanti dell’Islam russo, pur favorevoli all’inserimento della fede in Dio in costituzione. A loro, ma anche ad altri gruppi etnici e religiosi, appare più opportuna la definizione di “russo” non in senso stretto (russkij), ma in quello più ampio di “cittadino russo” (rossijskij), che ammette la diversa origine etnica e geografica nelle terre eurasiatiche che compongono l’immenso territorio del paese. La stessa Chiesa ortodossa, “madrina” di gran parte delle correzioni, ha espresso perplessità circa l’inserimento nelle definizioni della famiglia del concetto di “diritti dei bambini”, che potrebbe portare all’intromissione dello Stato nei rapporti tra genitori e figli.

Si può dire che in queste discussioni si evidenziano le diverse interpretazioni del “populismo russo”, cifra del regime putiniano, e ispiratore di molte correnti del sovranismo a livello mondiale. Si tratta di una discussione difficile da indirizzare e controllare, ma anche molto feconda e necessaria, forse non soltanto per la Russia di oggi.

Da

http://www.asianews.it/notizie-it/Dio,-Popolo-e-Famiglia:-la-nuova-Costituzione-russa-di-Putin-e-Kirill-49479.html

Siamo untori o solo imbecilli?

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Adesso si scopre che il primo europeo che ha preso e trasmesso il virus, un mese prima del “paziente 1” di Codogno, era tedesco…
TEMPO DI LETTURA: 5 MINUTI

Negli USA ci saranno pochissimi contagi da coronavirus e anche il tasso di mortalità per questa pandemia sarà tra i più bassi al mondo. Grazie a una efficiente prevenzione? No. Allora grazie a un efficientissimo sistema sanitario? Al contrario. Il fatto è che, non esistendo negli USA la sanità pubblica, chi vuole fare il tampone per sapere se ha contratto il virus lo deve pagare. Costo: circa 3.200 dollari. Ecco spiegati i pochissimi casi, gli scarsi ricoveri e, di conseguenza, l’esiguo tasso di mortalità ufficiale.

Solo i Paesi africani battono gli USA, non perché lì il virus non sia arrivato. Semplicemente non viene diagnosticato, tra le decine di cause di morte in un continente afflitto da epidemie storiche ed ormai endemiche.

Noi italiani, invece, siamo sempre quelli della “sindrome di Tafazzi”: facciamo troppo, facciamo poco… soprattutto facciamoci del male.

Da quando, il 21 febbraio, è stato identificato, nell’ospedale di Codogno il famoso “paziente 1” abbiamo fatto di tutto per attirare l’attenzione del mondo e scatenare il panico collettivo. Da quel giorno ogni altro Paese al mondo (dal Messico alla Finlandia) ha “scoperto” che all’origine dei suoi casi c’era un italiano. Però, mentre noi facevano migliaia e migliaia di tamponi, scoprendo decine e decine di casi, gli altri Paesi si limitavano a fare il tampone solo nei casi acclarati… e forse nemmeno.

Intanto comunque l’Italia è diventata, nell’immaginario collettivo, la nazione europea da cui “parte” il coronavirus e che sta diffondendo il contagio a livello planetario. Di questa grande menzogna gli artefici, i responsabili e complici siamo proprio noi. O, meglio, sono i nostri media ottusi e i nostri politici incapaci di difendere l’immagine della Nazione.

Perché – guarda un po’ – adesso salta fuori che, un mese prima, del “paziente 1” italiano era già stato segnalato un “paziente 1” in Germania.

Non lo diciamo noi, lo si trova su una autorevole rivista medica americana: The New England Journal of Medicine, in un articolo dal titolo “Trasmissione dell’infezione 2019-nCoV da un contatto asintomatico in Germania”. In calce è spiegato che «Questa lettera è stata pubblicata il 30 gennaio 2020 e aggiornata il 6 febbraio 2020 su NEJM.org».

Si tratta, infatti di uno studio firmato da una trentina di medici di Monaco di Baviera che racconta di come: «Un uomo d’affari tedesco di 33 anni in buona salute (Paziente 1) si ammalò di mal di gola, brividi e mialgie il 24 gennaio 2020. Il giorno seguente si sviluppò una febbre di 39,1 ° C (102,4 ° F), insieme a una tosse produttiva. La sera del giorno successivo, iniziò a sentirsi meglio e tornò al lavoro il 27 gennaio».
«Prima dell’inizio dei sintomi – prosegue la lettera – aveva partecipato alle riunioni con un partner commerciale cinese nella sua azienda vicino a Monaco, il 20 e il 21 gennaio. Il socio in affari, un residente di Shanghai, aveva visitato la Germania tra il 19 e il 22 gennaio. Durante il suo soggiorno, era stato bene senza segni o sintomi di infezione, ma si era ammalato durante il volo di ritorno in Cina, dove si è rivelato positivo per il 2019-nCoV il 26 gennaio».

Lo studio mira, infatti, a spiegare che, molto probabilmente, il virus può essere trasmesso anche durante la sua fase di incubazione e spiega chiaramente che «questo è il primo caso di infezione trasmesso al di fuori dell’Asia». A sua volta, poi, il “paziente 1” tedesco ha contagiato almeno 4 persone…

Sulla diffusione di questa notizia è curioso sottolineare l’atteggiamento del Post.it che sottolinea stizzito «Non ci sono ancora prove certe per dire che il contagio da coronavirus in Italia sia partito dalla Germania». Infatti, ma c’è la prova che Codogno non è stato il primo caso europeo, come strillato da tutti. Sembra quasi che ai solerti giornalisti del Post dispiaccia che l’Italia perda la primogenitura.

Non ci sono le prove? Intanto, però, il sito Netxstrain (ripreso anche dal Sole24 Ore) dice che «Dal primo febbraio, circa un quarto delle nuove infezioni in Messico, Finlandia, Scozia e Italia, come i primi casi in Brasile, appaiono geneticamente simili al focolaio di Monaco».

Alla fine, però, non è tanto importante sapere chi “è stato il primo”, importante sarebbe capire di non esagerare con gli allarmismi e le restrizioni. Di smetterla di farci del male. Il rischio, infatti, è che andando avanti a distruggere economia, turismo e attività produttive, invece che morire del virus nei prossimi giorni moriremo di fame nei prossimi mesi.

Da

https://orwell.live/2020/03/07/siamo-untori-o-solo-imbecilli/

Il primo caso in Europa? In Germania e non in Italia

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Il primo caso in Europa di infezione da Covid-19 potrebbe essere quello di un uomo di 33 anni, tedesco. Un dato che cambia la prospettiva sul primo focolaio del contagio: non italiano, quindi, ma tedesco. Lo comunica una lettera di medici tedeschi pubblicata sul New England Journal of Medicine del 5 marzo. L’uomo ha manifestato sintomi respiratori e febbre alta il 24 gennaio.

I sintomi sono migliorati e il 27 gennaio è tornato al lavoro. Il 20 e il 21 gennaio aveva partecipato a un meeting in cui era presente una collega di Shanghai, che è rimasta in Germania dal 19 al 22 gennaio senza accusare alcun disturbo.

Il primo caso in Germania, contatti con una collega cinese

Prima dell’inizio dei sintomi, aveva partecipato ad alcune riunioni con una collega cinese, nella sua azienda, vicino a Monaco, il 20 e il 21 gennaio. La donna di Shanghai era rimasta in visita in Germania tra il 19 e il 22 gennaio. Durante il suo soggiorno, non mostrava sintomi, ma si è poi ammalata durante il volo di ritorno in Cina, dove è risultata positiva al nuovo coronavirus il 26 gennaio. Il 27 gennaio ha informato la compagnia della sua malattia”. È stata avviata la ricerca dei contatti e il collega è stato inviato alla Divisione delle malattie infettive e della medicina tropicale a Monaco per ulteriori accertamenti.

Alla presentazione, non aveva febbre e stava bene. Non ha riportato malattie precedenti o croniche e non aveva una storia di viaggi all’estero entro 14 giorni prima dell’inizio dei sintomi. Sono stati ottenuti due tamponi rinofaringei e un campione di espettorato che sono risultati positivi al virus. Il test di follow-up ha rivelato un elevato carico virale nell’espettorato nei giorni seguenti, con l’ultimo risultato disponibile il 29 gennaio.

Il 28 gennaio positivi altri tre dipendenti della sua azienda

Il 28 gennaio, altri tre dipendenti dell’azienda sono risultati positivi. Di questi, solo uno aveva avuto contatti con il paziente indice; gli altri due pazienti avevano avuto contatti solo con il paziente 1. In accordo con le autorità sanitarie, tutti i pazienti con infezione confermata sono stati ricoverati in un’unità di malattie infettive di Monaco per il monitoraggio clinico e l’isolamento.

“Questo caso di infezione – si sintetizza su ‘Nejm’ – è stato diagnosticato in Germania e trasmesso al di fuori dell’Asia. Tuttavia, è da notare che l’infezione sembra essere stata trasmessa durante il periodo di incubazione del paziente indice, in cui la malattia è stata breve e non specifica. Il fatto che le persone asintomatiche siano potenziali fonti di infezione può giustificare una rivalutazione della dinamica di trasmissione dell’attuale epidemia. In questo contesto, il rilevamento del virus in un’elevata carica virale di espettorato in un paziente convalescente (il paziente 1) destano preoccupazione. Tuttavia, la vitalità del virus rilevata sul campione in questo paziente rimane da dimostrare mediante coltura virale”.

Ad oggi sono 349 i contagiati da coronavirus in Germania. A renderlo noto è il Robert-Koch-Institut sulla sua homepage. In 24 ore si sono manifestati 109 nuovi casi.

 

 

Da

Il primo caso di Covid-19 in Germania il 24 gennaio. Da lì potrebbe essere partito il contagio

L’amor patrio ai tempi del colera

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La quarantena e la segregazione globale degli italiani ci costringe a riscoprire il nostrano, a rifare i conti con la vita nazionale e il madre in Italy. Ma per gli antipatrici, la patria non esiste; è ovunque, come il coronavirus.

Ho ricevuto un libro, l’ennesimo direi, contro l’amor patrio e i suoi fratelli e fratellastri: sovranità, identità, confine, nazionalismo, radicamento. Non vi dirò il nome dell’autore e il titolo del libro per due ragioni. La prima è che si tratta di una dura requisitoria contro chi difende l’amor patrio ma non un autore, non un testo che difenda le radici, le tradizioni, le identità è citato e confutato. Il nemico è solo disprezzato ma non è degno neanche di essere nominato e magari letto, prima di esecrarlo. Se ne fa la caricatura, senza confronto. Dunque, applicando il codice di Hammurabi o il codice mafioso, restituiamo omertà all’omertà e citiamo le tesi senza degnarci di citare l’autore e l’opera.

La seconda ragione è che non ha senso citare l’autore perché i suoi argomenti sono la ripetizione infinita di quello che che abbiamo letto mille volte, ogni giorno, contro la patria, l’identità, le radici, in articoli, testi, prediche varie. Perciò parliamo di Autore Unico, Uniforme o Conforme, variante aggiornata dell’Intellettuale Collettivo. Il libro in questione, per catturare i lettori sensibili al tema, finge in copertina di sposare la critica alla modernità che ci vuole tutti sradicati; ma poi si svolge contro ogni patria e radice, secondo il Canone Stabilito.

Gli argomenti li conosciamo tutti perché dappertutto ci vengono somministrati: ciascuno ha tante radici, ognuno ha variabili identità, patrie multiple in origine e in transito; si è tutti un po’ meticci e nomadi. Siamo tutti espatriati, mescolati, globalizzati; un luogo vale l’altro, le patrie come le identità si possono costruire e disfare seduta stante; sono invenzioni, falsità. Altro che solidi principi e saldi fondamenti. L’Autore Unico si sporge a dire che per la sua generazione (parla a nome del Collettivo) il tricolore era solo “l’infame stemma del neofascismo”. Più della patria, scrive, a loro interessava il Vietnam, le Guardie rosse, il Black power, ecc.

Siamo tutti sradicati, ripete l’omelia dell’Autore Unico, ma ciascuno in modo diverso, perché dietro il Collettivo resta l’individualismo. I confini sono buoni solo se sono un passaggio, sono cattivi se sono barriere: ma la funzione dei confini è duplice, servono come protezione e come luogo di scambio, marcano una linea e insieme un passaggio di frontiera. Citando come di rito Umberto Saba, l’Autore Conforme ripete: “patriottismo, nazionalismo e razzismo stanno tra loro come la salute, la nevrosi e la malattia”. La stessa frase si potrebbe recitare, senza perdere valore e vigore, applicandola alla comunità, al socialismo e al comunismo: stanno tra loro come la salute, la nevrosi e la malattia. Ma questo l’Autore Unico non lo contempla. Anzi, il colpo finale è da duo Boldrini-Fiano: “ragionare in termini di noi e loro è l’anticamera del razzismo”: ecchelà, direbbe il romanesco, il solito teoremino secondo cui si comincia a riconoscere un valore al noi, alla comunità, all’amor patrio e si finisce diritti ai campi di sterminio, o in alternativa alle leggi speciali che prevengono il passaggio funesto, uccidendo quei germi allo stato di opinioni.

Ora, finito il catechismo, proviamo a ragionare. Il mondo non si divide tra il Bene e il Male; non credo che chi ama o dice di amare la propria patria sia per questo un eroe o una persona per bene. Né il contrario. Le canaglie stanno da tutte le parti, persino sotto la tonaca. E non tutti gli argomenti qui sbrigativamente sintetizzati (ma l’Autore tratta ancor peggio quelli di chi non la pensa come lui) sono grossolani, sbagliati, falsi.

Amare la propria patria, coltivare l’identità e le radici, tenere alla sovranità, riconoscere valore alla tradizione, non significa negare che in tutti noi ci sono radici plurime, esperienze varie, attraversamenti, sintesi e tutto il resto. Folle e impraticabile ogni rigida autarchia, ogni idea del patriottismo come tribù, etnia chiusa. Ma ciascuno di noi si riconosce in un’origine, come si riconosce in una paternità e una maternità. Può rielaborarla, ridiscuterla, vivere esperienze diverse, ma quel fondamento resta. E proprio in una società globale e spaesata come la nostra si avverte il bisogno di un luogo protettivo, comunitario, caldo ed evocatore. Non per negare il globale ma per darvi un solido contrappeso, per bilanciare il divenire con l’essere, la fuga con la radice. Non andrò più in fondo nel tema, a cui ho dedicato saggi. L’amor patrio è un bene, una virtù, non è una malattia, non è un crimine, non è un atto ostile verso nessuno. È senso comunitario, diritto/dovere civico ma anche amore per la storia e la memoria, per l’infanzia e il paesaggio, per la cultura e per l’arte, a partire da quella del tuo paese. E questo vale sempre, ma ancor più vale in epoca di globalizzazione. E non solo: vale ancor più nel tempo della pandemia, del contagio globale. È una forma di sicurezza, un rifugio affettivo non infettivo, comunitario non immunitario. La nostra umanità passa da quei legami naturali e culturali, civili e religiosi, territoriali e linguistici, come ci hanno detto fior d’autori, poeti e pensatori. Proteggere un’identità, una società, un’economia, seguendo il principio di prossimità, è un atto positivo, pensato a fin di bene.

Il dialogo tra ciechi finisce qui. Resta vivo il dialogo con chi ascolta, pensa, dubita. Ognuno ha bisogno di un luogo che sente come la sua casa, la sua patria, la sua origine. Non mi convincerà nessuno che quel delicato eppur intenso amore sia una male da sradicare o un virus da isolare.

MV, La Verità 4 marzo 2020

Da

http://www.marcelloveneziani.com/articoli/lamor-patrio-ai-tempi-del-colera/

 

Pronto il ddl contro l’omotransfobia: in manette chi rifiuta gender e adozioni Lgbt

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Roma, 4 mar – «L’esecutivo di governo sta facendo passare il reato di omotransfobia mentre il Paese è distratto dal Coronavirus». E’ questo l’allarme lanciato dal senatore Simone Pillon, che in un’intervista alla Nuova BQ porta allo scoperto l’intenzione della maggioranza giallofucsia di portare il prima possibile in aula un progetto di legge che è «una bomba che esploderà sulla libertà di pensiero e di parola per chiunque non si piegherà al diktat omosessualista».

Pillon si riferisce alla proposta Zan, con la quale si intende modificare due articoli del Codice Penale: il primo, l’art. 604 bis cp, che sanziona, tra le altre, quelle condotte volte a discriminare o a commettere atti di violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi; il secondo, l’art. 604 ter cp, che prevede delle aggravanti per alcuni reati se commessi per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso. Ebbene, la proposta Zan vorrebbe inserire come motivazioni anche quelle legate all’orientamento sessuale: cioè omosessualità, e all’«identità di genere», leggasi transessualità. Omofobia e transfobia quindi, diventerebbero reati a tutti gli effetti.

Per farlo l’esecutivo ha già scavalcato l’opposizione: «Ci siamo opposti come Lega e abbiamo presentato per le audizioni alcuni autorevoli esponenti della società civile». Ma dalla II Commissione Giustizia della Camera è calata la scure: la presidente Francesca Businarolo ha infatti impugnato l’elenco delle audizioni e «dopo averci chiesto di ridurre la lista ad appena una ventina di nomi, ne hanno ascoltati appena 3 e poi hanno stralciato i restanti». Pillon lo definisce «una vergognosa compressione delle regole democratiche che denota la volontà della maggioranza di governo di non voler fare i necessari approfondimenti su una legge che andrà ad impattare su alcuni dei principali diritti costituzionali come quello della libertà di educazione e di parola».

«Dai testi emerge un quadro allucinante – attacca il senatore –. Se passasse il testo unificato, avremmo da una parte l’impossibilità di esprimersi circa il gender nelle scuole perché chiunque alzasse la voce contro le drag queen di Roma e Bologna – per fare un esempio recente dalla cronaca – sarebbe immediatamente messo sotto processo per istigazione all’odio contro i transessuali e se fosse condannato sarebbe anche condannato al carcere e alla pena accessoria di svolgere lavori socialmente utili nelle associazioni degli omosessuali».

Per chi venisse ritenuto colpevole di tali reati è infatti previsto il carcere fino a un anno e mezzo e fino a 6000 euro di multa. Ma secondo quali parametri si può dimostrare una colpevolezza che rischia di essere puramente ideologica? Nel testo manca una definizione precisa del reato, quindi la sua fattispecie verrebbe lasciata all’interpretazione dei giudici. Cosa succede se ci si ritrova davanti a magistrati fortemente ideologizzati? E chi impedirà agli attivisti Lgbt di querelare a mani basse chiunque sbagli un pronome o sostenga che esistono solo due generi, o danneggiare chi sostiene che il sesso biologico di un transessuale è diverso da quello con cui si identifica?

Il rischio di una deriva folle, come quella a cui si sta assistendo in Gran Bretagna, è dietro l’angolo. I più esposti sarebbero quindi giornalisti, attivisti pro family, insegnanti «ma anche genitori: poniamo il caso di un papà che protesta con il preside della scuola di suo figlio per una iniziativa scolastica di chiaro stampo omosessualista. Ebbene, potrebbe essere denunciato dal dirigente scolastico e condannato per omofobia. Ecco perché siamo tutti esposti». Il testo prevede lo stanziamento di 4 milioni di euro a favore dei centri anti violenza dei transessualie l’istituzione di una Giornata contro l’omofobia e la transfobia comprensiva di obbligo per le scuole di ogni ordine e grado di svolgere attività informative sul tema.

Da segnalare la campagna di denuncia firmata da Pro Vita & Famiglia che ha affisso centinaia di cartelloni in tutte le città d’Italia: «Lo sai che rischi una condanna per omotransfobia se credi che si nasca maschio e femmina e se lo insegni ai tuoi figli? Con l’emergenza coronavirus, la mancanza di letti negli ospedali, l’economia in caos, la priorità per la nostra maggioranza è una legge liberticida? No grazie, #Restiamoliberi è il nostro hashtag, #Restiamoliberi è il nostro appello contro chi vuole toglierci la libertà», hanno scritto Jacopo Coghe e Toni Brandi.

Cristina Gauri

Da

https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/pronto-il-ddl-contro-lomotransfobia-in-manette-chi-rifiuta-gender-e-adozioni-lgbt-148203/

Venezuela: ecco cosa fa un governo comunista

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di Matteo Orlando

 

In Venezuela il regime comunista di Nicolas Maduro continua a provocare grandissime sofferenze alla sua popolazione.
L’ultimo dato è scioccante.
Secondo il World Food Program, un venezuelano su tre non mangia abbastanza ogni giorno.
Il World Food Program ha condotto uno studio negli stati federali del Paese sudamericano tra i mesi di luglio e settembre dell’anno scorso. In questo modo ha ottenuto informazioni molto preziose tra le quali la più grave, come detto, rivela che una persona su tre nel paese latinoamericano ha difficoltà a consumare i minimi nutrizionali necessari ogni giorno.
In Venezuela si fa molta fatica a portare cibo in tavola e così un gran numero di venezuelani, e molti sono quelli che hanno un’origine italiana, mangia ogni giorno solo cereali, radici o tuberi  perché l’iperinflazione, arrivata alle stelle, ha fatto sì che i salari non servano praticamente a nulla, non permettano di acquistare nemmeno i beni di prima necessità.
Un gran numero di abitanti non riesce a fare tre pasti al giorno perché con i loro stipendi non riescono a coprire il costo dei beni alimentari di base.
Secondo il World Food Programme le famiglie hanno dovuto adottare nuove alternative per avere accesso al cibo. Una parte della popolazione ha ridotto, anche notevolmente, le porzioni di cibo. Alcuni hanno chiesto di ricevere, come pagamento per il loro lavoro, unicamente cibo. In molti sono arrivati a vendere i loro beni per poter acquisire alcuni dei prodotti essenziali.
In tutto il paese il consumo di proteine ​​di carne, pesce, uova, frutta e verdura è inferiore a tre giorni alla settimana. Il problema non è tanto la disponibilità di cibo, ma la difficoltà di ottenerlo.
Lo studio assicura che la  mancanza di cibo sia un problema in tutto il paese. Ma in alcuni stati, come il Delta Amacuro, Amazonas e Falcón, si raggiungono livelli di fame ancora più alti.
Anche nelle regioni che registrano tassi più bassi di difficoltà alimentari, come gli stati Lara, Cojedes e Mérida, si stima che circa una persona su cinque soffra di insicurezza alimentare.
Oltre alla mancanza di cibo, il sondaggio ha rilevato anche le interruzioni nei servizi di elettricità e acqua, e varie intermittenze sono state registrate nella maggior parte del paese.
Viva il Comunismo! Benvenuti nel comunismo venezuelano del ventunesimo secolo!

Nessuna emergenza antisemitismo. I servizi segreti smentiscono le fake news di Repubblica

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Roma, 3 mar – I lettori di Repubblica ma anche del Fatto Quotidiano vivono in una realtà parallela. In questo mondo a loro uso e consumo il pericolo più serio per la sicurezza nazionale è il neonazismo. Così le due testate hanno interpretato la relazione annuale dei servizi segreti “sulla politica dell’informazione per la sicurezza” inviata al Parlamento. Questo il titolo di Repubblica: “L’allarme dei Servizi segreti: “Il rischio dei neonazi e la tenuta democratica minacciata dalla propaganda istigatoria”. Questa cosa qui ha un nome chiaro e preciso: disinformazione. Nella relazione del Dis (Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza) diretto da Gennaro Vecchione non si parla mai di neonazismo come minaccia per la “tenuta democratica” dell’Italia. Tra l’altro, nelle oltre 100 pagine di relazione  – che potete consultare a questo indirizzo – la parte relativa alla destra radicale è assolutamente minoritaria e relegata in fondo al documento. Eppure, così come accaduto con la relazione dello scorso anno, ai media mainstream sembra interessare (quasi) solo quella.

Un po’ di numeri

Ma procediamo con ordine. Cosa c’è scritto veramente nella relazione dei servizi segreti pubblicata il 2 marzo 2020? Partiamo con un po’ di percentuali su quelle che sono le reali minacce. Di tutte le informative/analisi che l’Aise(sicurezza esterna) ha inviato a enti istituzionali e forze di polizia nel 2019, solo il 3% fanno riferimento all’eversione (anarchici, estrema sinistra, estrema destra tutti insieme). Mentre per capirci, il 37% fanno riferimento al pericolo del terrorismo internazionale. Molto più minacciosa dell’eversione è anche l’immigrazione clandestina, con l’8% delle informative. Passando al fronte interno, ovvero alle informative realizzate dall’Aisi, la questione cambia ma non troppo. Qui il terrorismo internazionale arriva addirittura ad occupare il 53% del totale, mentre l’eversione è al 12 per cento, quasi stessa cifra delle minacce relative alla sicurezza economico-finanziaria al 10%.

Criminalità organizzata e Mafia nigeriana

La prima metà della relazione è praticamente dedicata quasi esclusivamente all’analisi degli scenari geopolitici internazionali. La prima minaccia analizzata è “all’economia e al sistema paese”, dove si spiega l’importanza di tutelare gli asset strategici, il nostro sistema finanziario, la necessità della Golden Power etc. Ampio spazio dedicato anche alla criminalità organizzata, con riferimento alle “tradizionali” Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, clan baresi e foggiani. Tra le mafie straniere parecchia attenzione incentrata sulla mafia nigeriana, a cui vengono dedicati anche alcuni approfondimenti. Questo un passaggio della relazione dei nostri 007: “L’attenzione dell’intelligence è rimasta elevata pure per ciò che concerne i sodalizi nigeriani cd. cultisti, che, seppure duramente colpiti sul piano investigativo e giudiziario, hanno continuato ad evidenziare un sostenuto attivismo specie nel narcotraffico e nello sfruttamento della prostituzione”.

Terrorismo e immigrazione

Dopo la rassegna sulle mafie seguono nella relazione del Dis ben 13 pagine dedicate al “Terrorismo jihadista”, in cui si spiega l’evoluzione della fazioni islamiste, la concorrenza tra Al Qaida e l’Isis. Le difficoltà dello Stato Islamico dopo la morte di Al Bagdadi etc. Cosa arriva dopo il pericolo del terrorismo islamico? Forse i fascisti? No. Ci sono quasi dieci pagine dedicate all’immigrazione clandestina, alle reti dei trafficanti, all’evoluzione degli arrivi con un focus sui cosiddetti “sbarchi autonomi” sempre più in aumento.

Anarco-insurrezionalisti ed estrema sinistra

E così solo a pagina 95 su 103 pagine di relazione (escludendo l’appendice relativa alla “minaccia cyber”) ecco che finalmente arriva il capitolo relativo all’”eversione”. Se Repubblica e Fatto ci hanno titolato, come minimo il “nazifascismo” sarà la minaccia più concreta, si potrebbe pensare. E invece no. Come al solito si apre con alcune pagine relative alla minaccia anarco-insurrezionalista, la più concreta tra quelle relative all’eversione. Si parla delle faide tra diverse fazioni che porta alla promozione di iniziative a sempre maggiore impatto, si fa riferimento a fatti concreti come il sabotaggio allo snodo ferroviariodell’Alta velocità a Rovezzano dello scorso 22 luglio e a quello nei pressi della stazione Tiburtina del 6 novembre. Si fa riferimento ad altre azioni e ai continui scambi con gli anarchici stranieri in tutta Europa.

Dopo gli anarchici ancora estrema sinistra, con i gruppi marxisti-leninisti e le loro manifestazioni in sostegno della brigatista Nadia Desdemona Lioce fuori dal carcere dell’Aquila. Ecco poi il momento dell’area degli antagonisti, i centri sociali per intenderci, che sviluppano la propria azione principalmente intorno al tema dell’”antifascismo”. Qui il riferimento operativo è ancora alle battaglie No Tav.

Destra radicale dulcis in fundo

Ed ecco che finalmente, dulcis in fundo, arriva il momento della destra radicale. Cosa avranno fatto mai questi cattivoni razzisti, nazisti etc in Italia di così minaccioso? Sostanzialmente nulla. La relazione parte con il riferimento alla strage di Christchurch in Nuova Zelanda e continua citando altri fatti avvenuti fuori dai confini nazionali. Rispetto al territorio nazionale c’è poco o nulla. Leggiamo. “Il monitoraggio informativo ha posto in luce come, accanto a formazioni strutturate e ben radicate sul territorio, si sia mossa una nebulosa di realtà skinhead ed aggregazioni minori, alcune delle quali attive soltanto sul web. Una galassia militante frammentata unita dalla rivendicazione identitaria e l’avversione all’immigrazione, al multiculturalismo e alle Istituzioni europee. Realtà d’impronta skinhead hanno continuato a trovare nei raduni musicali, con la partecipazione anche di componenti straniere, un contesto favorevole per diffondere brani dai contenuti oltranzisti”. 

Fuffa. Questo è. “Nebulose” attive sul web, fatti avvenuti a migliaia di chilometri di distanza, addirittura il riferimento a brani musicali e concerti. Sono minacce queste? La destra radicale oggi non rappresenta alcuna minaccia eversiva.Questo ci dice l’informativa. Che, tra le altre cose, non cita una sola volta la parola “antisemitismo”. Avevamo dunque ragione noi a dire che l’emergenza antisemitismo non esiste, che ci troviamo di fronte ad un fenomeno pompato dai media che non ha alcun riscontro con un pericolo reale. La relazione dei servizi parla chiaro. Ma fino a quando vivremo in un sistema mediatico dominato da organi di informazione che manipolano le notizie in questo modo come fanno Repubblica e soci, fino a quando verrà dato credito a cialtroni come Berizzi, ci troveremo davanti a questi clamorosi casi di disinformazione. Che sono molto più gravi di qualche bufala che gira sui social.

Davide Di Stefano

 

 

Da

https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/nessuna-emergenza-antisemitismo-servizi-segreti-smentiscono-fake-news-repubblica-148104/

Con i trojan di Stato saremo spiati più che in Germania Est

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Con i trojan di Stato saremo spiati più che in Germania Est

Approfittando del caos coronavirus il governo ha varato (con voto di fiducia) un decreto che consente di inserire nei nostri telefoni o computer programmi destinati a spiare ogni conversazione o attività…

TEMPO DI LETTURA: 6 MINUTI

Mi raccomando, dopo ogni telefonata, ricordatevi sempre di salutare il trojan che vi sta ascoltando. Potrebbe sembrare una battuta, ma il rischio è sempre più probabile. Infatti, il governo – approfittando del caos di questi giorni – ha proceduto a tappe forzate, ricorrendo persino al voto di fiducia per far passare il decreto-legge sulle intercettazioni.

Un decreto che trasformerà l’Italia nella DDR (la Germania Est) degli anni Settanta, dove il regime comunista di Erich Honecker spiava ogni suo abitante. La scelta del voto di fiducia, oltre a impedire ogni spazio di dibattito e di confronto su un tema così delicato, dimostra anche la paura del ministro pentastellato Buonafede di subire domande in aula.

Secondo il decreto, infatti, sarà il ministro della Giustizia a dover stabilire i requisiti tecnici che i malware destinati alle intercettazioni giudiziarie dovranno rispettare, in termini di affidabilità, sicurezza ed efficacia. Poiché è presumibile che Buonafede non sappia neanche come è fatto un trojan, non ci sarebbe da stupirsi se chiedesse (direttamente o indirettamente) una ricca consulenza alla Casaleggio Associati (cassaforte del Movimento).

Cos’è allora un trojan? Il nome fa riferimento al “cavallo di Troia”, il trucco escogitato da Ulisse per abbindolare i troiani e riuscire a entrare nella città nemica per conquistarla di sorpresa e, poi, distruggerla. Esattamente questo è il compito del “captatore informatico”, detto trojan, un malware che potrà essere introdotto nel cellulare o nel computer della persona ignara su indicazione di un magistrato.

Sarà possibile usare i trojan non solo in caso di reati contro la pubblica amministrazione commessi dai pubblici ufficiali, ma anche dagli incaricati di pubblico servizio. Le intercettazioni potranno avvenire anche nei luoghi di dimora privata «previa indicazione delle ragioni che ne giustificano l’utilizzo».

La novità è che si potranno utilizzare anche per procedimenti diversi se considerati “indispensabili” e “rilevanti” per l’accertamento di reati punibili con pena superiore a 5 anni.

Un utilizzo ben più ampio rispetto alla sentenza delle sezioni unite della Cassazione che ha ammesso l’uso dei colloqui intercettati con il captatore informatico, solo se si tratta di un reato connesso a quello per cui si sta procedendo.

Il provvedimento, per la fretta con cui è stato adottato, lascia molti dubbi e introduce persino la “retroattività”, dato che si applicherà ai procedimenti iscritti dopo il 30 aprile 2020 ma che possono essere relativi a reati compiuti anche anni fa, mentre sarebbe stato più corretto almeno fissare una data certa.

Dubbi sul decreto sono stati sollevati anche da esponenti della maggioranza. Federico Conte di Liberi e Uguali non ha escluso il “rischio orwelliano” che il trojan renda potenzialmente divulgabili immagini, filmati, notizie che riguardino la vita privata o la vita di relazione dell’intercettato. “Teoricamente”, infatti, il trojan dovrebbe occuparsi solo delle comunicazioni tra soggetti “attenzionati” ma stante la pervasività e l’invasività delle nuove tecnologie che collegano immagini, video e messaggi… il rischio è reale.

Altro problema, sollevato da Maurizio Lupi di Noi con l’Italia, è che tutti questi controlli saranno effettuati da «aziende private di cui non sappiamo la proprietà né che cosa faranno dopo di questi dati». Non si sa neppure se saranno aziende italiane o straniere, come rilevato da Carolina Varchi di Fratelli d’Italia «una quantità infinita di dati, metadati che racchiudono le nostre vite, le vite degli italiani finirà esternalizzata: non saranno, infatti, le nostre Procure a gestire questi dati».

Anche il Garante della privacy aveva chiarito i rischi cui stiamo andando incontro: «Una sorveglianza massiva sugli italiani. E io non credo che sia questa la direzione che questo provvedimento avrebbe dovuto prendere».

Il governo non ha fatto marcia indietro neppure difronte alle affermazioni delle stesse software house che producono i trojan. Come ricordato dal capogruppo leghista Riccardo Molinari: «Non vi siete fermati nonostante ci abbiano detto che ci sono dei pericoli, che non si può garantire l’integrità dei file che vengono raccolti nel trasferimento tra il server della società privata e i server delle Procure».

Alro problema emerso durante le consultazioni (e ignorato dal governo) il fatto che nessuno può garantire che, attraverso un trojan, “qualcuno” possa infilare nel telefono documenti, conversazioni, geolocalizzazioni… insomma prove di reato completamente false.

Tutto ciò avrebbe dovuto far riflettere anche perché il decreto prevede che, dopo la sentenza definitiva della Cassazione, le intercettazioni siano distrutte. Contro quest’ultima novità hanno protestato anche importanti magistrati impegnati nella lotta alla criminalità organizzata ricordando che esiste l’istituto della revisione del processo. Distruggere quel materiale significa quindi negare la possibilità di rivedere il giudizio quando dovessero emergere nuove prove.

Gli italiani sono, già oggi, il popolo più intercettato al mondo (negli ultimi cinque anni è stato speso oltre un miliardo di euro per intercettare 600 mila persone ogni anno). Nessun Paese in Europa ha questi standard. Come detto soltanto la Germania dell’Est prima della caduta del Muro di Berlino faceva tanto Adesso con il governo del Pd e dei 5 Stelle, ci apprestiamo a battere anche questo record.

Da

Con i trojan di Stato saremo spiati più che in Germania Est

Ecco l’Italia di Giuseppi: un Paese a crescita zero e massacrato dalle tasse

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I dati Istat: pressione fiscale record al 42,4% l’anno scorso, mentre il Pil arranca (+0,3%)

Altro che «anno bellissimo» come aveva promesso il premier Giuseppe Conte. Altro che «manovra del popolo» con annessa «abolizione della povertà» predicata da Luigi Di Maio. Il 2019 è stato un anno disastroso per l’economia italiana che ha registrato la peggiore crescita del Pil dal 2014 con un modesto +0,3%, un dato lievemente migliore delle attese del governo (+0,1%) e della stima preliminare dell’Istat (+0,2%), ma sicuramente il peggior viatico che si potesse conseguire alla vigilia di una nuova fase recessiva come quella che si preannuncia causa coronavirus.

Come se il quadro non fosse già preoccupante di per sé, dai dati dell’istituto di statistica si rileva che questo infimo incremento della crescita è stato a prodotto a scapito dell’intero sistema-Paese, sottoposto al giogo di una pressione fiscale ormai insostenibile, salita di mezzo punto percentuale rispetto al 2018, passando dal 41,9% al 42,4%, un valore che si pone al secondo posto dopo il record del 2015 (42,9%). In dettaglio, le entrate totali sono aumentate del 2,8% rispetto all’anno precedente attestandosi al 47,1% grazie al forte aumento (+3,4%) delle imposte dirette come Irpef e Ires. Anche le imposte indirette hanno registrato un aumento (+1,4%) grazie alla crescita del gettito Iva e dell’imposta sulle lotterie

Si tratta del combinato disposto di una manovra dai contorni populisti ridisegnata in base agli imperativi categorici di Bruxelles. L’anno scorso, infatti, il deficit/Pil è sceso all’1,6% dal 2,2% dell’anno precedente e l’avanzo primario (entrate-spese al netto della spesa per interessi) è stato dell’1,7% (+1,5% nel 2018), mentre il rapporto debito/Pil si è mantenuto invariato al 134,8 per cento.

Nel 2019 la crescita dell’economia ha segnato un marcato rallentamento, ha sottolineato l’Istat nel commento ai dati, evidenziando che il calo dell’import è stato più marcato di quello dell’export e quindi la componente estera ha dato un contributo positivo. Industria e agricoltura hanno subito una contrazione e hanno rallentato anche i consumi delle famiglie (+0,4% da +0,9%). Insomma, quota 100 e reddito di cittadinanza non hanno prodotto effetti positivi sulla domanda, ma hanno solo trasferito ricchezza dai settori produttivi a quelli improduttivi. «Questi sono i risultati della politica economica monopolizzata dall’M5s», ha commentato Andrea Mandelli , capogruppo di Forza Italia in commissione Bilancio alla Camera. «Ecco cosa ha prodotto la manovra del popolo: crollo della crescita e aumento della pressione fiscale», gli ha fatto eco Luigi Marattin, economista e vicecapogruppo di Iv a Montecitorio.

Se queste sono le premesse, il coronavirus non può che risolversi, alla fine, in un’implosione dell’economia italiana nel suo complesso. Non è solo una questione contingente legata alla situazione emergenziale. Il ministro dell’Economia Gualtieri dovrà concentrarsi su come rianimare un Paese a bassa produttivitànel quale l’economia non cresce, ma lo fanno le retribuzioni (+1,3% nel 2019). Nel quale l’occupazione aumenta lievemente, ma non la produzione. Difficile che ora la politica sia in grado di risolvere problemi che prima non ha avuto il coraggio di affrontare.

Da

https://m.ilgiornale.it/news/politica/ecco-litalia-giuseppi-paese-crescita-zero-e-massacrato-dalle-1834547.html

LA GRECIA DIFENDE I SUOI CONFINI

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La Grecia invia 50 navi e commando navali per bloccare l’ondata di rifugiati fuori dalla Turchia

La Grecia ha sigillato il suo passaggio chiave il confine di Kastanies con la Turchia venerdì dopo che Ankara ha dichiarato che sta permettendo ai rifugiati di fuggire da Idlib e andare in Europa per almeno 72 ore, in risposta agli attacchi aerei siriano-russi che hanno ucciso giovedì 33 soldati turchi.

Il giornale tedesco Bild ha riferito venerdì che la Grecia sta adottando ulteriori misure di emergenza per impedire a Erdogan di “aprire le porte”in modo efficace a nuove ondate di rifugiati e orde di migranti in cerca di ingresso nell’UE, rilevando che il paese “ha completamente chiuso i suoi confini con la Turchia: non solo per i rifugiati, ma per TUTTI. ”

Il giornale afferma che 50 navi militari, probabilmente la maggior parte dei piccoli  pattugliatori , sono state schierate dalla Marina ellenicaper garantire che quelli che escono dalla Turchia non riescano a passare.

Evros: “Quasi 10.000 tentativi di entrare in 24 ore” – Nessun SIRIANO  tra i 73 arrestati

Per quasi 10.000 tentativi di entrare nel territorio greco entro 24 ore sulla linea di confine di Evros, fonti del governo hanno affermato che gli incidenti sono continuati senza sosta durante la notte.

In particolare,  dalle 9:00 di ieri alle 6 di questa mattina a 9.972 persone è stato impedito di entrare nel territorio greco (attraverso Evros). Sono stati effettuati 73 arresti e archiviati file, mentre, secondo le stesse fonti, i concorrenti non sono collegati  al bombardamento di Idlib , poiché provengono da paesi come Afghanistan, Pakistan e Somalia.

https://www.kathimerini.gr/1067121/gallery/epikairothta/ellada/evros-sxedon-10000-apopeires-eisodoy-se-24-wres—kanenas-syros-meta3y-twn-73-syllhf8entwn

Nikos Panagiotopoulos: i confini sono ben protetti, non abbiamo chiesto aiuto europeo

il ministro degli Esteri, Nikos Panagiotopoulos, che è stato a Evros nelle ultime ore, ha informato che la leadership politica e militare del ministero si è trasferita nella regione per avere un quadro completo della difficile situazione che si è verificata nelle ultime 24 ore. Il ministro ha osservato che i confini sono “ben custoditi e protetti”, come ha sottolineato.

Da

LA GRECIA DIFENDE I SUOI CONFINI

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