Mentre il mondo si blinda i nostri porti restano “aperti”

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Mentre il mondo si blinda i nostri porti restano “aperti”

150 immigrati sbarcati nell’ultima settimana, più di 600 dall’inizio del contagio e questo anche se tutto il Nordafrica è ormai in emergenza: un altro motivo per “ringraziare” Conte

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L’emergenza coronavirus ha fatto passare in secondo piano la “questione immigrati” o, meglio, ne ha fatto emergere alcuni aspetti tenuti però nascosti dai media. Ormai la pandemia è diffusa anche nell’Africa del Nord, per cui tutti i Paesi dell’area hanno dichiarato lo stato di emergenza, dall’Egitto alla Libia, dalla Tunisia all’Algeria al Marocco.

Però è l’Europa il centro del contagio per cui neppure i disperati sono così convinti di voler venire qui e il business delle Ong si fa per la prima volta pericoloso, al punto che le “eroiche navi salva profughi” si stanno chiamando fuori dal teatro di operazioni.

Se le Ong rallentano, però, il governo italiano, al contrario apre sempre di più i porti; mentre Malta ha chiuso drasticamente e la Grecia ha persino aperto il fuoco contro chi cercava di entrare. Così, incredibilmente, da noi gli sbarchi continuano (150 solo nell’ultima settimana a Lampedusa) più di 600 dall’inizio dell’emergenza coronavirus.
Ed è ormai emergenza sanitaria al punto che anche il sindaco di Lampedusa, Totò Martello, sempre disponibile all’accoglienza ha disposto la messa in quarantena degli sbarcati, chiedendo al ministro Lamorgese un protocollo per il loro immediato trasferimento sulla terraferma data la totale mancanza di misure preventive a salvaguardia della popolazione.

Queste follie avvengono solo in Italia mentre tutta l’Europa chiude le frontiere, i Paesi sospendono l’accordo di Schengen sulla libera circolazione delle persone e il presidente del Friuli Venezia Giulia invoca la presenza dell’Esercito al confine con la Slovenia per non permettere ingressi illegali sul territorio nazionale.

Possibile che la chiusura dei confini, anche solo come misura precauzionale, sia adottata da tutti tranne che da questo scellerato governo? Pur essendo ancora formalmente in vigore (non sono stati né abolite né modificate) le norme dei “decreti sicurezza” volute da Salvini? Norme che per prima l’attuale ministro Lamorgese non fa applicare, giustificando di conseguenza tutti quelli che violano la Legge: scafisti, trafficanti, mafiosi e speculatori compresi.

L’emergenza coronavirus ha demolito tanti luoghi comuni, a partire da quello che era “impossibile” controllare le frontiere europee che “indietro da Schengen” non si può tornare. Infatti, tutti: Austria, Francia, Spagna per prime; poi anche Germania e tutti i Paesi dell’Est ora hanno blindato i confini.

E l’Italia quali misure ha assunto nei confronti di chi arriva illegalmente dalla Libia? Nessuna. Silenzio dal ministero degli Interni che, però, sta preparando una spiacevole sorpresina per i sindaci.

Infatti, adesso che si sono cominciati a registrare i primi casi di contagio nei centri di accoglienza in Lombardia e che altri centri sono in fermento; la ministro si prepara a “sparpagliare” gli 85 mila immigrati attualmente ospitati (a spese nostre)… nei piccoli comuni. Immigrati che non accettano facilmente le misure di quarantena imposte agli italiani e sono regolarmente a passeggio per le vie delle città (si vedano Milano, Brescia e Bergamo). Già è difficile controllarli nelle strutture organizzate, figuriamoci se sparsi per i piccoli comuni.

Anche sulla reale “necessità”, sempre sbandierata da sindacati e grandi imprenditori, di avere questa massa di immigrati per attingere a manodopera a basso costo, bisognerà ricredersi. Con l’economia paralizzata e la crisi mondiale che incombe sono destinati a rimanere, come era prevedibile, solo un peso sociale e un fardello economico.
Ma i nostri porti rimangono aperti… parola di Conte e Lamorgese.

Da https://www.orwell.live/2020/03/21/mentre-il-mondo-si-blinda-i-nostri-porti-restano-aperti/

CORONAVIRUS, LA NUOVA PIAGA DELL’OCCIDENTE

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Coronavirus, perché i politici occidentali non hanno agito rapidamente?

Quasi tutti i paesi occidentali sono bloccati a causa della pandemia da Coronavirus e sui media e i social in molti si chiedono come mai sia potuto accadere tutto questo.

Un paragone che si fa è quello della nave in navigazione. Se un capitano, e i suoi ufficiali, hanno informazioni meteo aggiornate e competenze tecnico-professionali adeguate, nessuno si aspetta che la nave colpisca un iceberg.

Perché, invece, la classe politica dei paesi occidentali si è lasciata colpire dall’iceberg?

In generale si potrebbe dire che non hanno prestato la necessaria attenzione a ciò che stava accadendo in Cina. 

Coloro il cui compito è di stare attenti a ciò che accade nel mondo ci hanno veramente deluso e, sottovalutando tutto, non hanno permesso di bloccare, o almeno fortemente limitare, una crisi che avrebbe potuto essere evitata.

Naturalmente hanno disorientato anche le false, o almeno incomplete, informazioni arrivate dal regime comunista cinese. 

Ma andiamo ad analizzare la cronologia dei fatti per capire qualcosa. 

Oramai è noto che il primo caso di Coronavirus (o Covid-19 che dir si voglia) si è verificato in Cina il 17 novembre 2019. Il numero di casi è poi cresciuto a dicembre, e la maggior parte dei casi iniziali si è verificata intorno al mercato del pesce di Huanan (non è noto se per cause naturali o per sperimentazioni militari o altro).

A livello internazionale la notizia che Wuhan era stata colpita da un nuovo virus era arrivata alla fine di dicembre, inizio gennaio. Solo il 31 dicembre, colpevolmente, i cinesi hanno informato l’Organizzazione mondiale della sanità in merito a nuovi casi di polmonite di eziologia sconosciuta.

Il ritardo del regime comunista cinese nel segnalare ciò che stava accadendo a Wuhan non ha aiutato assolutamente gli altri paesi di agire rapidamente.

Con la coscienza sporca, solo l’11 e il 12 gennaio le autorità cinesi hanno condiviso la sequenza genetica del virus con i vari paesi del mondo per sviluppare dei kit diagnostici specifici. 

Entro il 21 gennaio erano già 440 i decessi confermati in Cina e il giorno dopo, il 22 gennaio si contavano già sette casi di coronavirus confermati fuori dalla Cina (viaggiatori arrivati da Wuhan).

Questo avrebbe dovuto far suonare un campanello d’allarme nelle capitali occidentali, specialmente perché si avvicinava il capodanno cinese del 25 gennaio, visto che molti lavoratori cinesi, residenti in Occidente, sarebbero tornati a casa per festeggiare e, al loro rientro in Europa, avrebbero potuto portare il virus sia in Europa che in Nord America, come in effetti è accaduto.

Ma i leader occidentali che cosa hanno fatto? Solo due iniziative, entrambe altamente contestabili.

La più inutile delle due è stata la misurazione della temperatura dei passeggeri arrivati negli aeroporti da luoghi considerati a rischio. Questa misura, infatti, al limite ha permesso di identificare solo le persone che avevano la febbre ma sappiamo come la gran parte della gente sviluppa il coronavirus senza sintomi. Inoltre, se qualcuno era stato infettato due-tre giorni prima del viaggio aereo, è arrivato in Occidente senza alcun sintomo.

Nessuno ha pensato di applicare una misura, drastica ma efficace, che risale alla Repubblica Serenissima di Venezia.

Tra il 1347 e il 1359 la Peste nera sterminò circa il 30% della popolazione dell’Europa e dell’Asia. Venezia fu la prima ad emanare provvedimenti per arginare la diffusione della peste. Già nel 1347, nel primo anno di epidemia, prima di entrare nella laguna della Repubblica Serenissima le navi e le persone che arrivavano dovevano sottoporsi ad un isolamento di 40 giorni (da qui l’origine della parola “quarantena”, che è una parola veneziana, in italiano si diceva “quarantina”), numero legato, probabilmente, ai giorni trascorsi da Gesù nel deserto, giorni all’origine, nella liturgia cattolica, del tempo di Quaresima.

Da quel momento il termine di 40 giorni è passato alla storia come periodo da dover superare per ritrovare la salute.

Perché questo isolamento precauzionale non è stato fatto nei paesi occidentali?

Il 31 gennaio 2020 a Roma sono stati riscontrati i primi due casi di coronavirus in Italia. Indovinate un po’ su quali persone? Due cittadini cinesi.

Le autorità allora cosa hanno fatto? Hanno posto in quarantena tutti coloro che arrivavano dalla Cina? 

Bloccando i voli diretti dalla Cina hanno permesso l’arrivo di tanti dal paese asiatico attraverso gli scali in altre nazioni (contribuendo così, sicuramente, alla diffusione, soprattutto da parte degli asintomatici, del coronavirus sulla penisola) e, non contenti, anche alcuni giorni dopo scorrazzavano in locali gestiti da cinesi dicendo: “non c’è alcun problema”.

Adesso, come sappiamo, l’Italia è diventata l’hotspot di coronavirus numero uno al mondo, con migliaia di morti, con 60 milioni di persone in quarantena e una economia praticamente distrutta, rasa al suolo.

Non sarebbe stato meglio chiudere le frontiere per tempo, totalmente, come ha fatto per esempio la Russia di Putin, e mettere tutti i viaggiatori arrivati in Italia in quarantena?

Di cosa si occupavano in Italia il 13 febbraio, un giorno dopo che le Nazioni Unite avevano attivato il proprio team di gestione delle crisi per far fronte a un rapido aumento del problema coronavirus, i giornali? 

Di Salvini. Non ci credete? La Repubblica: “C’è un giudice per Salvini”. Il Corriere della Sera: “Processo per Salvini, vince il sì”. Mentre Il Fatto Quotidiano titolava: “È il nuovo salva ladri”.

In quel periodo in Italia le “priorità numero uno” erano l’antisemitismo, il razzismo, l’accoglienza dei migranti…

In Italia, nei primi venti giorni di febbraio, quasi nessuno nella classe politica si è dimostrato interessato al Coronavirus, nonostante la pubblicazione sulla principale rivista medica “The Lancet” del 24 gennaio di un rapporto intitolato “Un nuovo scoppio di coronavirus di interesse globale”.

Il coronavirus, purtroppo, è stato preso in considerazione solo quando è stato troppo tardi, il 21 febbraio, dopo l’emergere del focolaio di Codogno.

Invece di sonnecchiare o guardare altrove, se coloro il cui compito è quello di proteggerci avessero agito rapidamente, al momento giusto, probabilmente ci saremmo risparmiati tutti le misure draconiane che sono state prese con ritardo e che stiamo vivendo.

Se si fosse agito per tempo, mettendo in quarantena tutti coloro che entravano in Italia dai “punti di crisi”, probabilmente il contagio da coronavirus sarebbe stato molto più limitato.

Tralasciando l’aspetto sanitario, i costi per le economie dei paesi occidentali, Italia in particolare, sono incalcolabili. Intere industrie e attività imprenditoriali medio-piccole rischiano la chiusura definitiva. Già oggi molte persone si trovano senza mezzi di sussistenza reali. E non si vede una luce in fondo al tunnel, nonostante la stupidità crescente, dovuta alla mancanza di fede cattolica, che molti alimentano attraverso flash mob dai balconi, canti e idiozie simili. Solo Dio può salvarci da una pandemia e, soprattutto, da un post pandemia. È tempo di una preghiera intensa, non delle varie manifestazioni dell’ateismo contemporaneo (canti, balli, inni, film sulle pareti delle case e simili…).

Due ultime curiosità. 

La dottoressa Jennifer Roback Morse, presidente del Ruth Institute americano, come peraltro ha fatto il Presidente brasiliano Bolsonaro, ha dichiarato che “l’invecchiamento della popolazione italiana è un fattore nella diffusione di una malattia a cui gli anziani sono particolarmente sensibili”. Secondo la Morse il problema demografico italiano, la caduta della fertilità, è lo sfondo della crisi sanitaria da coronavirus. “Il tasso di fertilità in Italia è ora di 1,33 figli per donna, molto al di sotto del livello di sostituzione di 2,1”, ha spiegato Morse. Di conseguenza, l’Italia ha una popolazione in rapido invecchiamento. Quasi un quarto, il 23% della popolazione italiana, ha ora più di 65 anni. Nel 2019, l’età media era di 46,3 anni, si prevede che salga a 51,4 anni entro il 2050. Secondo la Morse “l’Italia dovrebbe (e avrebbe dovuto) promuovere la procreazione. La Russia ha una Giornata nazionale del concepimento per affrontare la crisi della fertilità. L’Ungheria ha recentemente introdotto incentivi alla nascita. Invece di cercare di coinvolgere più donne nella forza lavoro o di ammettere più migranti – entrambe soluzioni a breve termine, nella migliore delle ipotesi – l’Italia dovrebbe incoraggiare le famiglie italiane ad avere più figli. Una nazione senza figli non ha futuro. Dobbiamo fare tutto il possibile per limitare la diffusione della malattia ma dobbiamo anche comprendere il ruolo dei dati demografici nel creare il tipo di popolazione soggetta al coronavirus e ad altre pandemie”.

La seconda curiosità riguarda l’ “Andrà tutto bene”, lo slogan che caratterizza la risposta sociale (ipocrita e irreale) al coronavirus.

Si tratta di una frase adottata da quasi tutti come gesto di speranza (mentre in realtà, ripetiamo, l’unica speranza è Dio). La scrivono adulti e bambini ma in pochi sanno chi l’ha formulata: Nostro Signore Gesù Cristo. Lo ha ben spiegato il vescovo di Alghero monsignor Mauro Maria Morfino. La riferì Santa Giuliana di Norwich, una mistica vissuta nell’Inghilterra medioevale, tra il 1342 e il 1430. L’Europa ai tempi di Giuliana era devastata dalla guerra dei cento anni fra inglesi e francesi e c’era anche una terribile pestilenza. Santa Giuliana, che aveva il dono di parlare con Nostro Signore Gesù Cristo, ricevette da Lui, nel maggio 1373, queste parole: “All shall will be well”. Ma già San Paolo aveva chiarito bene la questione: “Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno” (Romani, 8,28).

 

MATTEO ORLANDO

Il mistero del virus

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Ma poi si è capito come è nato e chi lo ha propagato il coronavirus? Fatalità, errore, incoscienza, bestialità? Io non l’ho ancora capito, ho una serie di informazioni, anche troppe, ho un mucchio di sensazionali rivelazioni e una valanga di interpretazioni contrastanti ma alla fine non so niente di preciso. Nulla più di quanto sapessimo all’inizio. E non per curiosità, sete di conoscenza, per farne storia o solo per risalire a eventuali colpe di singoli o di gruppi, di istituzioni o di stati. Ma perché il miglior modo per evitare che si ripeta, è capire come nasce, da dove nasce e come si riproduce. E chi, cosa dobbiamo temere, oltre i contagi animali.

Non abbiamo ancora capito se i cinesi sono stati solo vittime o responsabili, se è un incidente in laboratorio o nella vita corrente, se è stato tardivo o tempestivo il loro reagire, fino a che punto risale il loro eventuale grado di colposità. E non si comprende se tutto è coperto da segreto militare, se ci sono cose che non si possono divulgare, guerre fredde sommerse. Non ci è ancora chiaro perché in Italia è esploso prima e più di ogni altro luogo d’Occidente con una mortalità che in percentuale ci rende tristemente primi al mondo. Perché abbiamo questo primato: sfiga, scarsità di strutture, colpe politiche, leggerezza, o che? Perché un morbo cinese attacca proprio l’Italia, c’è una spiegazione più razionale del fatto che Marco Polo fu il primo ad arrivare in Cina sette secoli fa? Né abbiamo capito come è meglio affrontarlo, se con metodo british-brexit, o con metodo latino-mediterraneo, barricandoci tra le calde pareti materne della casa. Non è possibile fare previsioni di durata e di estensione, c’è chi parla di giorni e chi di mesi per il coprifuoco, c’è chi dice che sarà infettata più della metà della popolazione e chi dà numeri ristretti ad alcune decine di migliaia.

Il picco, anche agli occhi di scienziati e virologi si sposta come un cursore impazzito, ogni giorno e a ogni notizia, e così le aspettative di contagio, il boom annunciato al sud e a Roma oppure no, resta inarrivabile il primato tragico della Lombardia. Il bla-bla intorno al covid-19 non dà più informazione, semmai più confusione e apprensione, i pareri degli esperti oscillano tra le ovvie ripetizioni dei mantra igienici di massa a previsioni diametralmente opposte; certo, tiene alto il livello d’allarme e sollecita comportamenti prudenti, un tempo si sarebbe detto “da timorati di Dio”. Solo chi è in prima linea, negli ospedali più assaltati, per esempio tra Bergamo e Brescia, non fa previsioni, ci racconta solo l’inferno dal vivo e a volte dal morto. Senza dire del mistero su come lascerà stremati l’Italia, l’Europa e il mondo; ma questo rientra già nelle incognite di ogni futuro.

Insomma, è strano: viviamo nella società globale dominata dalla scienza, dalla programmazione tecnologica, dall’informazione e dai social, dai business plane e dalla democrazia elettronica eppure navighiamo a fari spenti nella notte, è incomprensibile quel che è accaduto, perché è accaduto, che trafila segue il contagio, se non i misteriosi capricci del caso. Ed è incomprensibile e incontrollabile quel che accade e come rimediare, oltre la profilassi certa, antica e puerile, come lavarsi le mani o isolarsi tutti da tutti, in casa o nei confini.

Tutto è avvolto nel Mistero. Esattamente come davanti alla peste e al colera dei secoli scorsi, esattamente come i terrori dell’Anno Mille, e di qualche altra annunciata fine del mondo. Di fronte al Mistero, alla Paura e alla Restrizione, pur vivendo in una società sofisticata reagiamo come bambini, anzi veniamo incoraggiati a comportarci come bambini: cantiamo la canzone dal balcone, sventoliamo la bandiera, facciamo il meritato applauso al personale sanitario. Battiam battiam le mani evviva il Direttor. O ci mandiamo video, vignette e battute per giocare col Mostro, per esorcizzare il Mammone.

Certo ogni tanto ti arriva il video di Quello-che-ha-Capito-Tutto, quello che sa ciò che tutti gli altri ignorano, o che dice la Verità perché lui è libero, non è pagato da nessuno, non dipende da una struttura sanitaria, da un potere, dalla stampa. Quindi può sparare profezie (o chiamatele in altro modo) all’impazzata. Lui sa, lui ha intuìto, e te lo spiega. E di solito niente è come appare. In tanti abbiamo fame di ascoltare favole, qualcuno anche di narrarle.

La realtà è che brancoliamo nel Mistero né più né meno che nell’antichità. Non sappiamo nulla più di quanto sapessero i nostri antenati, quelli che si rivolgevano ai santi e alle madonne, o peggio agli stregoni e alle megere, per proteggersi dal male. A quelli che compivano riti per scacciare il male. Lo facciamo anche noi, per esempio, col rito scaramantico Tutto andrà bene. Ma sì, facciamo tutto quel che serve a farci stare meglio, anche il corno e il ferro di cavallo.

Ma non eravamo una società ad alta tecnologia che derideva il ricorso alla religione e al fato, che programmava tutto e si affidava solo alla scienza e al calcolo? Stiamo da un mese a litigare sulle mascherine, il tampone e l’amuchina; ammazza l’industrializzazione, la velocizzazione, la stampante 3d, il mercato… Di fronte al pericolo torniamo nelle caverne. Siamo primitivi in case accessoriate, aborigeni con lo smartphone. Siamo iper-dotati sul piano sanitario e iper-cablati ma disarmati quando passiamo a chiederci perché accade, come rispondere, in che modo evitare, arginare. Vince il caso, più la strana sensazione di vivere nella trama di un fanta-romanzo. Vediamo tutto quel che succede nel mondo in diretta a casa nostra, ma non abbiamo il senso degli avvenimenti esattamente come cento, mille, diecimila anni fa. Mistero batte Progresso e noi dentro un film da incubo.

MV, La Verità 18 marzo 2020

Da

Il mistero del virus

Coronavirus, Giuseppe Conte conferma: “Inevitabile la proroga del blocco totale”. La fine? Data da destinarsi

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In un giorno, 475 vittime. Il coronavirus in Italia non ne aveva mai fatte tante in 24 ore. E nemmeno in Cina. Certo, la curva dei contagi cresce in termini percentuali sempre meno. Ma lo scenario è catastrofico. Siamo nel bel mezzo della guerra. Ed in questo contesto, raccolte dal Corriere della Sera, ecco le parole di Giuseppe Conte. Il premier che conferma ciò che davamo ormai per scontato da giorni: il blocco totale durerà ben oltre il tre aprile. Ma non solo: probabili nuove misure ancor più stringenti e la chiusura di tutte le aziende che non sono reputate “strategiche”.

“Abbiamo evitato il collasso del sistema, le misure restrittive stanno funzionando, ed è ovvio che quando raggiungeremo un picco e il contagio comincerà a decrescere, almeno in percentuale, speriamo fra qualche giorno, non potremo tornare subito alla vita di prima – premette il presidente del Consiglio -. Al momento non è ragionevole dire di più, ma è chiaro che i provvedimenti che abbiamo preso, sia quello che ha chiuso molto delle attività aziendali e individuali del Paese, sia quello che riguarda la scuola, non potranno che essere prorogati alla scadenza”, conferma.

E ancora. “Bisogna usare il buonsenso e agire tutti con la massima consapevolezza, le sanzioni penali per chi trasgredisce ci sono e verranno applicate in modo severo e sono d’accordo con quei sindaci che hanno chiuso anche le ville e i parchi, una cosa è fare attività sportiva un’altra è trasformare i luoghi pubblici in punti di assembramento, cosa inammissibile. Al momento non sono previste altre misure restrittive di largo respiro, ma se non saranno rispettati i divieti dovremo agire”.

Per quel che riguarda le chiusure aziendali, l’ipotesi sul tavolo propone di considerare “strategiche” tutte quelle quotate a Piazza Affari, comprese banche e istituti finanziari: “Stiamo studiando il provvedimento, di sicuro non consentiremo a nessuno di approfittare di un momento di debolezza del nostro Paese”, risponde Conte assicurando che anche in questo settore l’esecutivo è pronto a prendere misure estreme. Ma oltre alle parole, per difendere un sistema economico già ampiamente moribondo, servono i fatti.

Da

https://www.liberoquotidiano.it/news/politica/21369190/coronavirus_giuseppe_conte_inevitabile_proroga_chiusure_aziende_scuola_casa.html

L’ITALIA NON HA BISOGNO DEL MES – Alberto Bagnai –

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Emergenza coronavirus: conferenza stampa di Matteo Salvini ed Alberto Bagnai che si è tenuta a Roma mercoledì 18 marzo 2020 alle ore 15:45. L’intervento del Presidente della Commissione Finanze del Senato, spiega in modo limpido perché l’Italia non ha bisogno del MES.

Nonostante le borse di tutto il mondo crollino, e sorvolando sugli interventi a gamba tesa della sig.ra Lagarde, l’Italia non è in bancarotta. L’allarme dei mercati deriva da una richiesta, pensata male e comunicata peggio, di accedere ai fondi del MES. Cos’è il MES e perché anche solo menzionarlo è da irresponsabili in un contesto turbolento che deriva da un’emergenza sanitaria?

Il Governo deve dare una spiegazione alle Camere che rappresentano i cittadini.

 

Da

L’ITALIA NON HA BISOGNO DEL MES – Alberto Bagnai – #Byoblu24

Coronavirus, gli immigrati se ne fregano anche a Bergamo. Tutti ammassati in stazione

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Bergamo, 18 mar – Quasi 4000 contagiati a Bergamo, 1 ogni 279 abitanti (ma sono le incomplete stime ufficiali). Esauriti gli 80 posti in terapia intensiva all’ospedale Papa Giovanni XXIII. Centinaia e centinaia di morti, bare ammassate nelle Chiese – le camere ardenti sono piene da giorni – una fila di carri funebri fuori dal cimitero. L’economia di una delle province più produttive del Nord in ginocchio, la popolazione confinata nelle proprie abitazioni in attesa che qualcosa migliori.

Ma per qualcuno questi dati non significano nulla, non esiste alcun allarme, non esistono restrizioni e multe – non esistono nemmeno tutori dell’ordine pronti a sanzionare e denunciare. Parliamo ovviamente degli immigrati, che nemmeno nella città italiana più piagata dal Covid-19 si starebbero degnando di obbedire alle misure di contenimento del contagio dettate dal Dcpm firmato da Conte. E’ apparso infatti l’altro ieri, sul gruppo cittadino del capoluogo orobico, un post di un allarmato cittadino che avrebbe immortalato vari assembramenti di immigrati di origine africana nei pressi della stazione ferroviaria di Bergamo. Il consueto spettacolo di stranieri ammassati su panchine e marciapiedi intenti a fare non si sa che cosa, a cui i bergamaschi sono ormai abituati da tempo, non cessa quindi nemmeno in tempo di grave epidemia, e quel che è peggio, nessun tutore dell’ordine interviene per dissipare tali gruppetti.

Del resto inizia ad essere un fenomeno diffuso: lo abbiamo visto a Roma, dove branchi di subsahariani si appostano in tutta tranquillità sui gradini dei giardinettidavanti a Piazza venezia, a Milano, dove gang di stranieri si prendono a sprangate in quegli stessi giardini in cui agli italiani è severamente vietato accedere, o a Napoli,dove africani girano ubriachi per strada sfottendo la municipale. La saga – ne siamo sicuri –  è destinata a continuare per tutto il periodo di quarantena.

Da

https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/coronavirus-immigrati-fregano-anche-a-bergamo-ammassati-stazione-150048/

A Roma non la contano giusta

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Qualche giorno fa ho ricevuto due telefonate private da esponenti delle istituzioni che conosco da anni. “Chiamo l’amico più che il giornalista”, mi hanno più o meno detto entrambi, aggiungendo “Stai attento, perché fonti riservate prevedono l’esplosione del contagio a Roma nei prossimi giorni”. E’ trascorso qualche giorno da quelle telefonate, e apparentemente nella capitale e in genere nella Regione Lazio quella esplosione non c’è stata. I dati nazionali sono impressionanti, ma ancora il bollettino ufficiale di ieri mattina diceva 84 contagiati in più nel Lazio, che è arrivato a quota 618, con 199 contagiati a Roma, 191 nella sua provincia e 228 nelle altre province laziali. Con numeri così bassi difficile parlare di pandemia in questa area, e quindi è possibile che l’allarme che mi è stato lanciato fosse poco fondato e le fonti da cui provenivano non così attendibili. Però ieri sera ho sentito dire in tv dal ministro della Salute, Roberto Speranza “Io credo che l’indice complessivo del numero dei contagiati sia superiore a quello che appare”, e allora ho iniziato ad avere qualche dubbio non su chi mi aveva avvertito, ma sulla Regione Lazio che sta fornendo dati forse molto calmierati. Mi è capitato qualche giorno di ricevere segnalazioni da lettori e conoscenti assai superiori a quelle censite nel bollettino del giorno e credo proprio che molti dati del contagio qui più che altrove non vengano classificati nei bollettini quotidiani. Il motivo è più che intuibile: non ci sono posti necessari al ricovero di tutti i malati, figuriamoci se poi avessero bisogno di terapia intensiva e quindi si cerca di ritardare il più possibile l’ingresso nel circuito ospedaliero dei malati. Qualche giorno fa è arrivato il disperato appello di una giovane malata- ed è una sola delle tante storie che sono in grado di raccontare- che da tre giorni aveva febbre molto alta e tosse persistente dal primo pomeriggio in poi. Aveva già avuto un mese fa l’influenza. Allarmata ha provato a mettersi in contatto con i numeri verdi regionali: non risponde nessuno, cosa segnalataci da gran parte dei lettori. Allora ha chiamato il 112, dove hanno risposto subito e raccolta la sua storia: “La facciamo chiamare dal 118”. Nelle 48 ore successive nessuno si è fatto sentire.

Temo che questo non sia un caso isolato. E che proprio per questo i numeri siano assai più elevati di quanto non ci venga detto. A Roma il coronavirus ha colpito seriamente la politica: è malato il viceministro della Salute, Pier Paolo Sileri, e lo è Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio che ha passato giorni difficili e a cui auguriamo di venirne presto fuori tornando sul ponte di comando. Sono ammalati vigili urbani, autisti Atac, la gente comune. E il contagio è assai facile: fino alla serrata del decreto governativo i romani hanno fatto di tutto, poi si sono spaventati un po’, ma è durata 24-36 ore. Video e fotografie ci fanno vedere un traffico che di giorno in giorno è cresciuto, l’assalto un po’ cretino ai parchi, molta più gente a passeggio (ieri mattina a piazza Bologna sembrava un giorno normale), immigrati che si accalcano un alcune zone, la tensione che è già un po’ caduta. Qualche guaio l’ha fatto la stessa Regione, tagliando i treni pendolari perché c’era meno gente che si muoveva. Così gli unici in funzione sono presi di assalto da chi deve per forza muoversi. Le immagini che pubblichiamo oggi sia dai convogli che alla discesa dei passeggeri a Termini dicono che se lì in mezzo c’è un contagiato, il virus galoppa. Non solo: la protezione dei cittadini e perfino degli operatori sanitari fa acqua da tutte le parti, perché la Regione oggi non è in grado di assicurare a tutti le protezioni di cui hanno bisogno (mascherine filtranti in primis). Arrivano le proteste di medici e infermieri ogni giorno, perché devono utilizzare prodotti che dovrebbero invece buttare via dopo otto ore, ma senza alternativa restano l’unica soluzione a disposizione. A Roma poi ci sono 150 case di cura private, e lì debbono arrangiarsi.
Per tutti questi motivi e per quello che dicono Speranza come i massimi virologi, i numeri forniti dalla Regione sul contagio nel Lazio non dicono la verità e sottovalutano di molto la realtà. Il motivo purtroppo è ben noto: da anni questo governo regionale taglia indiscriminatamente posti letto e chiude ospedali, senza per altro tamponare la voragine in altro modo. Oggi la Saanità del Lazio non è attrezzata per affrontare questa emergenza, e poco contano i comunicati e gli annunci che ogni giorno vengono diramati per rassicurare. All’improvviso si aprono uno dietro l’altro dei reparti “Covid 19” perché il solo ospedale che accoglieva i pazienti gravi- lo Spallanzani- è minuscolo e non in grado di affrontare alcuna emergenza vera. Ma si procede un po’ a casaccio. Meglio averli che essere privi di ogni cosa, però non possiamo dimenticarci che la Columbus dell’ospedale Gemelli aperta ieri doveva essere chiusa solo qualche mese fa, e immagino che qualche problema di funzionalità abbia. Poi si è corsi- altro mistero- ad aprire un nuovo Covid nell’Istituto clinico Casalpalocco, una piccola clinica specializzata in cardiochirurgia presieduta dall’ex senatore Valentino Martelli e appartenente al gruppo GVM di Ettore Sansavini, ben conosciuto in Emilia Romagna. Una scelta incomprensibile visto che come dicono gli amministratori della struttura nella relazione all’ultimo bilancio depositato in camera di commercio, la clinica da anni perde milioni di euro “da un lato per le difficoltà a lavorare in una piazza difficile quale Roma e dall’altro per il diniego che abbiamo subito, da parte della Regione Lazio, all’accreditamento della nostra struttura”. Ma come, l’assessorato alla Sanità della Regione prima ritiene quella struttura non meritevole di accreditamento, provocando la stizza di quegli imprenditori convinti di avere subito un torto, e poi all’improvviso la struttura viene scelta per una delle funzioni più delicate, come il fronte della guerra al coronavirus? La cosa ha talmente stupito che le opposizioni pretendono spiegazioni dall’assessore Alessio D’Amato. Altre ne sono state indicate per tamponare la voragine che ora rischiano di pagare i malati. Ma ci vuole tempo ad attrezzarle (Policlinico Umberto I, Eastman e Tor Vergata), e soprattutto per liberare posti all’emergenza si dovranno mandare via malati anche gravi che lì non erano finiti per caso. Chi cura tutti gli altri? Perché di terapie intensive c’è bisogno anche per tutti loro. Non è che uno preso da un infarto può chiedergli gentilmente di ripassare più tardi perché l’assessore alla Sanità del Lazio ha altri diavoli per i capelli. Lo stesso vale per tutti gli altri malati, perché un trapianto rimandato quando necessario può mettere a rischio vite umane. Certo, le voragini non si riempono con cestelli di sabbia. Ma qualcosa in più ci sarebbe da attendersi anche ora, perché la saluta di tutti vale più dell’orgoglio dei singoli.

Da

https://www.iltempo.it/roma-capitale/2020/03/18/news/coronavirus-roma-numeri-ufficiali-contagi-ritardi-registrazione-diagnosi-mancano-posti-letto-ospedali-1297148/

WINSTON CHURCHILL: EROE O CRIMINALE ?

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Lo  scorso agosto ero a Londra ed un giorno alcuni amici italiani mi hanno portato in una campagna ad una cinquantina di chilometri dalla capitale, a Liss Forest, dove vive, in compagnia di uno erculeo skinh e di un cagnaccio nero,  una donna straordinaria di 84 anni che guida l’auto a 180 all’ora, veste una mezza divisa kaki e fa il saluto romano. Si chiama Rosine de Bounevialle e da 36 anni stampa a sue spese Candour, rivista dei cattolici “duri e puri” inglesi. In Italia di lei non si sa nulla, ma in Gran Bretagna tutti la ricordano perchè il 4 maggio del 1957 assaltò, da sola, il tavolo ove era seduto Winston Churchill, urlandogli di essere un assassino e un traditore. Fu il primo oltraggio storico allo statista, la cui statua domina Westminster.

E’ vero che quando morì, nel gennaio 1965, in trecentomila scesero in strada a Londra e 350 milioni di telespettatori seguirono in mondovisione le illustre esequie. Poca cosa, però, rispetto ai due miliardi e mezzo di teledipendenti incollati sul video per i funerali di Lady Diana. Fu comunque troppa grazia, troppo onore, per uno dei criminali della storia, quale fu il preteso Leone di Chartwell. Intendiamoci: non è solo il giudizio di un vecchio reazionario come il sottoscritto, ma il parere di numerosi storici del Regno Unito, quali William Manchester, David Irving e John Charmley.

 

Nel 1954, nell’antica Misses Thomson School britannica di Hove, veniva inaugurata con adeguata cerimonia una piccola lapide dedicata “al ragazzo più arrogante del mondo” che era stato, a suo tempo, ospite dell’Istituto. Quel ragazzo era proprio lui, Winston Churchill, che così, sin dalla più tenera età, aveva presentato al mondo il suo primo biglietto da visita.

  La sua arroganza non si fermava nemmeno dinnanzi al gentil sesso. Bellicista e razzista, era pure infarcito di veteromaschilismo, al punto da odiare a morte Lady Astor, poichè era il primo deputato donna nel Parlamento britannico. Un giorno le disse “Se fossi vostro marito mi suiciderei”. La Astor si limitò a rispondergli che era solo un ubriacone.

 

   La sua fama di violento guerrafondaio ebbe modo di dimostrarla platealmente già nel 1898, quando in Sudan comandò uno squadrone del 21.mo Lancieri di Sua Maestà contro i dervisci del Mahdi. Nelle sue memorie giovanili scrive, esaltandosi: “non si potrà vedere più nulla di simile”. Commenta, a proposito di quella impresa imperialista, Gaetano Nanetti sul cattolico Avvenire: “E’ un Churchill affascinato dalla guerra, più propenso a fare a fucilate che ad esercitare il suo mestiere di giornalista inviato dai giornali inglesi sul teatro delle guerre imperialistiche dell’Inghilterra”. Un profilo, questo, evidenziato nello sceneggiato trasmesso a suo tempo da Retedue. Del resto, a proposito di quella guerra di conquista, è lo stesso futuro statista a definirla un fatto “teatrale”, con la “vivacità e l’imponenza che dà fascino alla guerra”. Questo “fascino” interessava al tenente Churchill, mica i diecimila morti della battaglia. Forse perchè quei morti erano in massima parte dervisci, cioè arabi, nemici, e per di più “selvaggi”.

 

Anche quella, che aveva visto undici anni prima Gordon, quale eroe tradito di una tragedia che avrebbe in seguito fornito lo spunto ad una serie di romanzi e di films fumettistici, fu una guerra imperialista, di cui Churchill andava orgoglioso. L’Egitto, che a quell’epoca dominava il Sudan con un regime brutale, fatto di corruzione e di crudeltà, minacciato dai volontari indipendentisti del Mahdi, si rivolse all’Inghilterra, la quale intervenne per tutelare i propri interessi economici nella regione. Secondo la mentalità positivistica dell’epoca, i “bianchi” incarnavano l’uomo della civiltà alle prese con orde di selvaggi fanatici e crudeli. Nessuno era sfiorato dal sospetto che quei ‘selvaggi’ fossero scesi in lotta per la libertà del proprio Paese.

 

Qualche anno dopo, l’ufficiale Winston si distingueva in un’altra guerra imperialista, combattuta con una ferocia illimitata dai suoi soldati: quella contro i Boeri, i valorosi contadini olandesi del Transvaal. I britannici di Sir Winston li facevano volare a pezzi dopo averli legati alle bocche di cannone.

 

   Eppure Churchill, l’imperialista, si fece passare come lo strenuo difensore della libertà della schiavista Etiopia contro la colonizzazione italiana del ’36, faceva finta di dimenticare che la Gran Bretagna era il maggior Stato razzista e colonialista del mondo. Lui stesso era un razzista di prim’ordine. Manchester, nella monumentale biografia sullo statista inglese, ha dimostrato come “l’Etiopia secondo il punto di vista di Churchill, non rappresentava un problema morale. Come per tanti della sua generazione, i neri costituivano per lui una razza inferiore… Non riuscì mai a liberarsi di questo pregiudizio”. A Cuba, appena uscito da Sandhurst, egli aveva scritto che bisognava diffidare “dell’elemento negro tra gli insorti”. Persino in Parlamento gli sfuggì di dire che “nessuno può sostenere la pretesa che l’Abissinia sia un membri adeguato, degno e paritario di una società di nazioni civili”. E quando, anni dopo, gli chiesero cosa ne pensasse del film Carmen Jones, rispose che era uscito dal cinema perchè non sopportava “le negraggini”.

 

  La sua malattia era, in realtà, la stessa di un Eden e di un Eisenhower: l’odio mortale antitedesco, anch’esso velato di uno strisciante razzismo. Le sanzioni, parziali e ambigue, contro l’Italia furono tali perchè, sino alla fine, Churchill volle, attraverso una sua politica personale di esasperato cinismo, spaccare l’alleanza italo-tedesca per isolare e schiacciare la Germania.

 

   John Charmley, docente all’Università di East Agle, ha messo a soqquadro il mondo accademico britannico con un libro dal titolo Churchill, the End of Glory. L’opera definisce testualmente Churchill come un “guerrafondaio”, per aver voluto e provocato la guerra contro Hitler a tutti i costi. Per colpa dell’ “ossessione antinazista” di Churchill -sostiene Charmley- l’Inghilterra avrebbe perso tutto il suo impero, per ridursi a vassallo degli U.S.A. Ciò provocò la stessa vittoria dei laburisti nel 1945. Il nazismo era un totalitarismo come tanti altri e non c’era poi il bisogno di accanirsi contro di esso, visto che il comunismo lo si è tollerato per settant’anni e senza tante storie. Hitler aveva soprattutto delle mire ad Est e aveva in tutti i modi cercato di evitare il conflitto con l’Inghilterra (che considerava “sorella” ariana) e si sarebbe volentieri disimpegnato in Europa per rivolgersi contro il bolscevismo. Ne fanno fede i discorsi a Norimberga nel 1942 e ne fa fede la missione segreta di Rudolf Hess, che avrebbe potuto chiudere il conflitto con i consanguinei “ariani” inglesi. Fu Churchill che dette ordine di arrestare Hess, rifiutandosi di incontrarlo e ascoltarlo. Non solo, ma dette ordine che il dossier sulla faccenda sparisse per sempre, com’è avvenuto. Hess, come si sa, è poi stato suicidato nel carcere di Spandau.

 

 La tesi di Charmley ha trovato consenzienti uomini Alan Clark, ex-ministro conservatore, che l’ha appoggiata autorevolmente sul Times. John Charmley, inoltre, riabilita completamente Neville Chamberlain, il primo ministro inglese “pacifista”, odiatissimo da Churchill ed Eden. Chamberlain viene invece descritto dallo storico come “un formidabile premier”  che cercava di preservare la sua nazione dal macello della guerra, voluta a tutti i costi dai “duri” alla Winston Chuchill. La preoccupazione di Chamberlain, condivisa da Lord Halifax, Rab Butler e Sir Neville Henderson, era quella di contrastare la potenza del comunismo sovietico. Per Charmley il governo di Chamberlain fece dunque bene ad organizzare con Hitler gli accordi di Monaco, aggiungendo che anche per Danzica c’era la possibilità di trovare un’intesa coi tedeschi, in modo da mettere i sovietici completamente fuori gioco. Furono i bellicisti con Churchill, Eden (che odiava, ricambiato, lo stesso Mussolini) e Harwey, a volere il conflitto a tutti i costi. Al proposito, Peregrine Worsthorme, uno dei più famosi columnist londinesi, ha scritto: “Se la Germania  avesse vinto contro l’URSS e noi fossimo rimasti fuori dalla guerra domineremmo ancora il mondo”.

 

   Ma il duo Churchill-Eden era talmente forte e stretto da risultare imbattibile, tant’è che Churchill dette in moglie ad Eden, nel 1952, sua figlia Clarissa.

 

   A guerra mondiale in atto, Churchill ebbe modo di dimostrare al mondo la sua natura cinicamente sanguinaria. Quando gli Alleati entrarono a Dachau, il 29 aprile 1945, trovarono di guardia ai prigionieri 560 soldati tedeschi giunti lì, dal fronte, solo quattro giorni prima. L’ordine, impartito dai capi anglo-americani, fu immediato: “Fucilateli tutti”. E così fu fatto. Della strage, documentata da Irving, c’è anche un filmato.  A quell’ordine Churchill acconsentì. Del resto, non aveva già autorizzato le ecatombi aeree sui civili di Amburgo, Dresda e Pforzheim? Non aveva fatto bombardare, nel porto di Lubecca, i feriti civili sulla nave-ospedale Cap Arcona, che aveva la Croce rossa dipinta sul ponte, massacrando 7.300 uomini inermi? Non aveva strizzato l’occhio ad Eisenhower, quando questi aveva programmato lo sterminio per fame di un milione di tedeschi nei lager anglo-americani?

 

   Ma ci sono altri particolari su questo pachidermico gentleman. Già il 9 ottobre del 1944, ben sette mesi prima della resa tedesca, Winston si incontrava con Stalin, per decidere che fare di Hitler, Mussolini e dei loro gerarchi. Lì si verificò la prima lite tra l’inglese e il russo. Perchè, strano a dirsi, Stalin pretendeva che si dovesse salvare la faccia processando i capi italo-tedeschi, mentre Churchill aveva un progetto semplicissimo: ammazzare subito tutti coloro che venivano catturati, senza processo e condanne formali. Arrabbiato del diniego sovietico, Winston scrisse a Roosevelt una lettera di suo pugno, protestando perchè “lo zio Giuseppe ha assunto una posizione ultragarantista” che vieta l’immediata uccisione dei nemici.

 

   Questa posizione stragista di Winston, del resto, era di vecchia data. Già alla fine del ’42 aveva programmato i “linciaggi” scientifici di tutti i capi militari tedeschi catturati o arresi, che sarebbero stati trasportati nottetempo nei luoghi di occupazione e “affidati” alla “popolazione” per lo sbranamento collettivo. Di tutto ciò, sono conservati i verbali a Washington, alla Biblioteca del Congresso. Nel 1943, invece, preparò una lista di un centinaio di “criminali” italo-nippo-tedeschi da dichiarare “fuorilegge mondiali” e, come tali, passibili di morte immediata per mano di un qualsiasi ufficiale alleato.

 

   Irving documenta come Eden e Churchill, il 16 ottobre del 1944, promisero a Stalin il rimpatrio forzato di undicimila prigionieri di guerra russi e cosacchi, tutti anticomunisti, con le loro famiglie, per essere poi eliminati dai sovietici appena arrivati in territorio russo. Il giorno dopo Winston si incontrò con Stalin e, all’improvviso, gli disse: “A proposito di cibo, la Gran Bretagna è riuscita a organizzare l’invio di 45.000 tonnellate di manzo in scatola all’Unione Sovietica”. Poi, ridacchiando, strizzò l’occhietto: “Vi manderemo pure 11.000 ex-prigionieri di guerra per mangiarlo, quel manzo”.

 

   Qualche giorno prima, aveva detto a zio Giuseppe: “Bisogna uccidere  quanti più tedeschi è possibile”, proponendo il trasferimento coatto delle popolazioni della Prussia orientale e della Slesia: “tanto il posto c’è: la guerra ha già fatto fuori sette milioni di tedeschi”. Si sfregò le mani, masticando tra i denti giallastri il celebre sigarone, e rise sommessamente.

 

Pino Tosca

Da

http://combattentirsi.blogspot.com/2014/05/winston-churchill-eroe-o-criminale.html?m=1

Partite IVA e precari: lo sfogo

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Da partita iva, sopravvissuta non so come, a decenni di sterminio fiscale e crollo delle vendite, voglio ringraziare, in maniera commossa, questo impareggiabile governo, per il fantastico supporto della mirabile somma di 600 € una tantum e per il rinvio del versamento F24 al 31 maggio.
Questo si che è proteggere le PMI e aiutare con forza gli autonomi! Ora si che possiamo programmare un età dell’oro, ho già prenotato barca e vacanza ai tropici, con tanto di bandiera tricolore, s’intende e chitarra per suonare l’inno.

Il fatturato è completamente a zero, ma, per pagare affitto, spesa e tutto il resto, hanno tirato fuori dei meravigliosi certificati di credito d’imposta che saranno immessi in grande quantità: si chiameranno “sta minchia”.
Devi pagare le rate della macchina o dei beni strumentali? C’è “sta minchia”
Devi pagare dipendenti e fornitori? Tranquillo, ricorri a “sta minchia”
L’attività è chiusa o ferma e non sai come vivere? Nessun problema, paghi con “sta minchia”.
Sono dei buoni tricolore, al centro c’è la faccia (il culo) di Conte, ai lati quella di Di Maio e di Gualtieri.
Dall’altro lato del buono ci sono invece le fattezze di Salvini, Meloni e Berlusconi, che ci ha tenuto ad esserci, prima di fuggire in esilio con la sua nuova mignot………fiamma.

Li ringraziamo tutti sentitamente, i primi soprattutto per l’ardire di parlare di “modello Italia”, che il mondo segue con ammirazione, mentre ci elargiscono questa miseria che sa di estrema unzione, quando invece la Germania ha messo sul piatto liquidità illimitata per le proprie imprese e una immediata pioggia di 550 miliardi (venti volte più di sti scienziati).
I secondi per continuare a sparare fragnacce h 24, senza minimamente accennare alle uniche cose che ci salverebbero nell’immediato, cioè banca di Stato pubblica e il lancio definitivo nel cesso dei parametri di Maastricht.

Se il virus ha un solo lato buono, è proprio quello di rappresentare un occasione unica e irripetibile, per mandare a fare in culo austerità, parametri, euro e troika, di fronte alla catastrofe altrimenti certa.
Ma nessuno dei nostri “Prodi” la prende minimamente in considerazione.
Voi però state tranquilli, continuate a suonare, a cantare, a dire che saremo più forti di prima, proprio mentre ci stanno prendendo le misure per la bara.
Un ultimo consiglio: alle finestre non attaccate le bandiere o gli arcobaleni, attaccate le mutande.
Così quelle, forse, ve li ritroverete. Almeno eviteremo il raccapricciante spettacolo delle mani avanti e dietro.

Marco Palladino 17/3/2020

Da

Partite IVA e precari: lo sfogo

La favola continua… il decreto non è in Gazzetta

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La favola continua… il decreto non è in Gazzetta

La “beffa” continua, soprattutto per chi aveva pagamenti in scadenza il 16 marzo e ora a tutti gli effetti è moroso per non aver versato l’importo dato che il decreto ancora non è entrato in vigore

TEMPO DI LETTURA: 5 MINUTI

AAA Cercasi testo del decreto approvato ieri pomeriggio ma, guarda e riguarda, cerca e ricerca, in Gazzetta Ufficiale il testo ancora non c’è. Ci sono però le “bozze”, casualmente “uscite” come al solito da Palazzo Chigi in esclusiva per il Corriere della sera.

Così, ancora non sono finite le vicende del mastodontico decreto “Cura Italia” Considerato a tutti gli effetti una manovra finanziaria, non convince del tutto le opposizioni, al punto che Giorgia Meloni lo ha già ribattezzato “Cerotto Italia” perché in vari settori si limita a mettere solo una toppa.

Chi pensava che per la sera di lunedì tutto sarebbe stato risolto e avrebbe potuto dedicarsi a studiare attentamente il nuovo testo, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale e, quindi, entrato in vigore, ha dovuto ricredersi.

Continua così la favola che vi abbiamo raccontato ieri. Il decreto che di giorno in giorno è slittato da giovedì fino a lunedì (prima al mattino poi al pomeriggio) con la presa per il fondoschiena per chi doveva pagare oggi un tributo allo Stato (l’Iva, l’Irpef sugli stipendi, la rata della rottamazione delle cartelle esattoriali, e altri adempimenti, ecc.) di sentirsi dire dal ministro Gualtieri: «Pagate se potete». Adesso si scopre che il rinvio è al 20 marzo per alcuni e al 31 maggio (con pagamento in rata unica) per tutti gli altri (almeno così sembrerebbe in attesa di conoscere il testo finale).

Un rinvio davvero inutile e inspiegabile. Forse il governo pensa che un piccolo imprenditore o una partita Iva che si trova chiuso in casa e non sa quando e se potrà riprendere l’attività, a fine maggio sarà riuscito a tornare a pieno ritmo per saldare tutti i tributi?
Intanto però la “beffa” continua soprattutto per chi aveva pagamenti in scadenza il 16 marzo e ora a tutti gli effetti è moroso per non aver versato l’importo dato che il decreto ancora non è entrato in vigore.

Nessuna traccia sulla Gazzetta Ufficiale di lunedì 16 marzo che riporta altri provvedimenti, altri decreti, persino l’istituzione di un consolato onorario in Koror (Repubblica di Palau) o la limitazione delle funzioni del console onorario a Guayaquil (Ecuador), ma niente decretone.
Insomma il solito “pasticcio all’italiana”.

Dobbiamo confessare che ce lo aspettavamo perché ogni volta che il governo presenta una manovra finanziaria, per conoscere il testo definitivo bisogna sempre aspettare qualche giorno in più. Tale situazione, con il governo Conte bis si è “aggravata” con balletti continui su cifre e norme; vedi la finanziaria 2019 approvata in extremis quasi alla vigilia di Natale con la fiducia senza neanche un dibattito parlamentare.

Stavolta pensavamo che data la situazione di emergenza, il governo si sarebbe comportato diversamente, invece il penoso balletto da giovedì scorso a oggi dimostra che la confusione è sempre grande. A tal fine non si capisce perché il governo ha voluto fare un decretone unico, anziché una serie di interventi distinti. Per esempio per la questione della scadenza del 16 marzo si poteva benissimo risolvere tutto con un decreto di poche righe. Perché non è stato fatto? Forse perché c’era bisogno di annacquare i provvedimenti “scarsi” nel calderone di tutto il resto?

Eh sì, non riusciamo a trovare un’altra motivazione… Soprattutto perché il governo ha già detto che, in seguito, arriveranno altri provvedimenti. Del resto già pensare che con 500 o 600 euro (ancora non siamo riusciti a capire nemmeno l’entità precisa di tale importo) si possa consentire a piccoli imprenditori, lavoratori autonomi e partite Iva di superare questo momento difficile e, magari, far ripartire l’attività, francamente pare molto difficile.

Una “elemosina”, inferiore anche al reddito di cittadinanza, che certo appare meglio di non avere nulla (in serata il ministro Gualtieri ha tenuto a sottolineare che non si tratta di un “una tantum” ma di un importo mensile, a dimostrazione della confusione e dei cambiamenti ancora in atto) ma che dimostra la scarsissima considerazione che il governo ha per queste categorie.

Se chiudessero definitivamente tutte queste attività (è quello il serio rischio che si corre, ma di cui il governo non sembra accorgersi) l’Italia sarà più ricca o più povera? Speriamo che ci pensino seriamente.
Intanto continuiamo ad aspettare la pubblicazione del testo del decreto… purtroppo la “favola” continua.

Da

La favola continua… il decreto non è in Gazzetta

San Patrizio

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Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenzasan patrizio
Comunicato n. 27/20 del 17 marzo 2020, San Patrizio

San Patrizio

Festeggiamo san Patrizio, patrono e apostolo dell’Irlanda, con un testo tratto dall’ “Anno liturgico” di Dom Prosper Guéranger, dove si invoca il santo anche per la conversione della Gran Bretagna. Da tempo il laicismo ha contagiato gli irlandesi come i britannici, e ha privato l’indipendentismo irlandese della sua motivazione religiosa (la difesa del Cattolicesimo dalle eresie britanniche, anche quelle degli eretici scozzesi) che l’aveva caratterizzato nei secoli passati. Preghiamo san Patrizio che l’Irlanda, come tutte le nazioni, sia liberata dagli errori religiosi e ideologici, per il ritorno del regno sociale di Cristo.

L’APOSTOLO DELL’IRLANDA. Oggi la Chiesa vuole che onoriamo l’Apostolo d’un intero popolo: Patrizio, il luminare dell’Irlanda, il padre di quella fedele generazione che perseverò per tanto tempo nel Martirio. In lui rifulse il dono dell’apostolato, che Cristo ha depositato nella sua Chiesa e dovrà perpetuarsi sino alla consumazione dei tempi.
Gl’inviati del Signore si dividono in due classi: gl’incaricati a dissodare una sola mediocre porzione della gentilità, gettandovi la semente che germoglierà in diversa misura, secondo la malizia o la docilità degli uomini; quegli altri la cui missione è come una rapida conquista che aggrega al Vangelo nazioni intere. Patrizio appartiene a questa categoria di Apostoli; e noi dobbiamo venerare in lui uno dei più insigni monumenti della divina misericordia verso gli uomini.
Ammiriamo anche la saldezza dell’opera sua. Nel v secolo la Gran Bretagna era quasi interamente immersa nelle tenebre del paganesimo; l’immensa Germania ignorava la venuta di Cristo sulla terra; tutti i paesi del Nord dormivano nelle ombre dell’infedeltà. Prima che tanti popoli andassero risvegliandosi, l’Irlanda riceveva la buona Novella. La parola divina portata dall’Apostolo prospera in quell’isola, più fertile secondo la grazia che nella natura. Vi abbondano i Santi e si propagano su tutta l’Europa; e gl’Irlandesi fanno partecipi altre contrade di ciò che la loro patria ricevette dal suo fondatore. E quando s’abbatte l’epoca della grande apostasia del XVI secolo, quando la defezione germanica si propaga dall’Inghilterra alla Scozia e a tutte le regioni settentrionali, l’Irlanda rimane fedele; e non esiste genere di persecuzione, abile ed atroce che sia, che riesca a distaccarla dalla fede appresa da Patrizio.

VITA. San Patrizio, chiamato l’Apostolo dell’Irlanda, nacque in Gran Bretagna. Liberato dalla schiavitù in cui era caduto nella sua infanzia, divenne sacerdote e viaggiò molto; si formò alla vita monastica a Lerino e a Tours, quindi si dedicò all’evangelizzazione dell’Irlanda. Per tale opera il Papa san Celestino lo consacrò vescovo nel 431. Le sue fatiche e le sue pene furono ricompensate dalla conversione di tutta l’isola, che fu perciò chiamata l’isola dei Santi. Ebbe un’austerità ed una pietà meravigliosa, incessante la sua preghiera, fu favorito dal dono del profezia e dei miracoli. Morì verso l’anno 461 e fu seppellito a Downe.

LA FEDE. La tua vita, o Patrizio, trascorse nelle penose fatiche dell’Apostolato; ma quanto fu bella la messe seminata dalle tue mani e bagnata dai tuoi sudori! Tu non risparmiasti nessuna fatica, perché si trattava di procurare il dono della fede a molti uomini; ed il popolo al quale l’affidasti la conservò con una fedeltà che sarà sempre la tua gloria! Deh! prega per noi, affinché quella fede, “senza la quale è impossibile piacere a Dio” (Ebr 11,6), domini per sempre i nostri spiriti e i nostri cuori. Il giusto vive di fede (Ab 2,4), dice il Profeta; durante questi giorni essa ci rivela le giustizie e le misericordie del Signore, affinché si convertano i nostri cuori ed offrano al Dio della maestà l’omaggio del pentimento. La Chiesa ci impone dei doveri, e la nostra debolezza ci spaventa: l’unica causa è la fede che languisce in noi. Se essa dominerà i nostri pensieri, non ci costerà la penitenza. Al contrario la tua vita così pura e così piena di opere buone, fu molto mortificata; aiutaci a seguire di lontano le tue orme.

PREGHIERA. Prega, o Patrizio, per l’Isola santa di cui fosti padre e che ti onora con fervida devozione. Intercedi anche, o santo Pontefice, per quell’altra Isola che fu la tua culla, perdonandole tutti gli errori verso i tuoi figli; affretta con le tue preghiere il giorno, in cui essa potrà rientrare nella grande unità dei cattolici. Ricordati finalmente di tutti i paesi cristiani, e fa’ che la tua preghiera di Apostolo li renda accetti al cospetto di colui che ti ha inviato.

Da

San Patrizio

Coronavirus, il messaggio dei bambini della scuola con Dio al centro

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In tempi di coronavirus sono stati tanti i messaggi che sono arrivati dai bambini o dalle scuole.

Uno di questi messaggi sul coronavirus ci ha colpito particolarmente e, abbiamo capito dopo averlo visto, il perché.

Si tratta del messaggio contro il coronavirus arrivato da una scuola veramente cattolica, una scuola che ha Dio al centro.

Si tratta della Scuola San Benedetto, una scuola confessionale cattolica per la regalità sociale di Nostro Signore Gesù Cristo.

La sua pedagogia ripristina la conoscenza incardinata sul cristianesimo e rifiuta la mera “competenza”, ripristina il rapporto fra docente e discente ed abbandona l’idea dell’alunno auto educante, ed auto valutante.
Ripropone una prospettiva di formazione dell’alunno, anziché di addestramento del piccolo uomo, secondo la via dell’Opzione Benedetto lanciata da Rod Dreher e Gianfranco Amato.

E’ una scuola dove il Progetto Educativo mira a potenziare i talenti dei più capaci e contemporaneamente include tutte le difficoltà di apprendimento, nell’ottica cristiana della sua missione.

Dal punto di vista didattico, la Scuola Parentale San Benedetto, spostando il focus educativo sul massimo ideale, Dio, necessita di un diverso piano metodologico e didattico. Esso si concretizza nel ripristino delle didattiche attraverso le quali educare significava forgiare, plasmare, riempire, curare, pur rimanendo, il percorso di studi, pienamente fedele agli obiettivi fissati dalle Indicazioni Nazionali.
Dunque la validità didattica di questa scuola è assolutamente equivalente a quella pubblica.

Il progetto educativo Scuola Parentale di San Benedetto sia articola in una pedagogia che inizia con l’istruzione primaria, ed è finalizzata allo sviluppo integrale ed armonico della persona, mediante la valorizzazione delle sue capacità, le sue conoscenze e le sue potenzialità, sempre all’interno di un’ottica cattolica.

Il Progetto Educativo restituisce integralmente ai genitori il primato dell’educazione dei figli, secondo il dettato dell’art 26, comma 3, della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Esso non è conforme alla Raccomandazione 2006/962/CE dell’Unione Europea (relativa a competenze chiave per l’apprendimento permanente) e non è conforme alla Legge 13 luglio 2015 n. 107 (Buona Scuola), pertanto si applica esclusivamente alla istituto della Scuola Parentale.

Il Piano dell’Offerta Formativa della Scuola Parentale San Benedetto ha elaborato, per ciascun anno delle classi della Scuola Primaria, le didattiche quotidiane da trasmettere agli alunni a partire dal primo giorno di scuola (1° ottobre), fino all’ultimo giorno di scuola (31 maggio).

Il tempo scuola si spiega nei giorni di Lunedì, Martedì, Mercoledì e Giovedì, dalle ore 8,30 alle ore 12,30, per un totale di 16 ore settimanali di didattica e senza compiti per casa.

Nella giornata di venerdì, anch’essa obbligatoria, col medesimo orario, l’insegnante opterà per un consolidamento di quanto svolto durante la settimana, oppure per l’adesione ai progetti offerti dai consulenti della scuola.

I fondamenti della Scuola Parentale di San Benedetto sono la centralità di Dio, la valorizzazione dell’identità, il rispetto della Regola e dell’Autorità,  il ruolo del maestro e dei genitori ecc.

Da

http://www.lafedequotidiana.it/coronavirus-messaggio-dei-bambini-della-scuola-dio-al-centro/

 

La Turchia entra a far parte dei primi cinque maggiori importatori di armi russe

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In base ai dati dello scorso anno, la Turchia è entrata per la prima volta tra i cinque maggiori importatori di armi russe, ha affermato Dmitry Shugaev, direttore dell’agenzia federale per la cooperazione tecnico-militare della Federazione Russa.

“Per la prima volta, la Turchia è entrata tra i primi cinque maggiori importatori di armi lo scorso anno. Complessivamente nel 2019 sono stati firmati contratti per 17 miliardi di dollari”, ha affermato Shugaev.

I maggiori importatori di armi russe, oltre alla Turchia, sono attualmente India, Cina ed Egitto. L’altro Paese tra i primi cinque importatori di armi russe non è stato reso noto.

Accordo tra Russia e Turchia su S-400

Mosca e Ankara hanno firmato un accordo da $ 2,5 miliardi per la consegna di quattro batterie S-400 nel dicembre 2017. La consegna di tutti i componenti dei sistemi S-400 in Turchia è stata completata nel 2019.

Washington e Ankara sono in disaccordo sull’acquisto da parte di quest’ultima dei sistemi di difesa missilistica. Gli Stati Uniti sostengono che gli S-400 rappresentino una minaccia per i loro caccia F-35.

La Turchia insiste sul fatto che installerà gli S-400 in aree non frequentate dai caccia statunitensi sottolineando che non ha ancora messo in funzione il sistema.

Da

https://it.sputniknews.com/difesa/202003168865811-la-turchia-entra-a-far-parte-dei-primi-cinque-maggiori-importatori-di-armi-russe/

La doppia sfida di Bertolaso

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La doppia sfida di Bertolaso

Costruire un ospedale di emergenza, attrezzato e presidiato (di cui la Lombardia ha assoluta e urgente necessità) nonostante l’ostilità e gli intralci posti dal governo

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La scelta del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, di chiamare come consulente l’ex direttore della Protezione Civile, Guido Bertolaso, è una opzione doppiamente forte. Una doppia sfida lanciata al governo.

La prima è quella di cercare a tutti i costi di realizzare, negli spazi messi a disposizione da FieraMilano, quell’ospedale d’emergenza che la Protezione Civile di Conte ha ritenuto di bocciare per mancanza di dotazioni tecniche e del personale necessario.
La seconda è proprio quella di aver chiamato per questa missione ai limiti dell’“impossibile” quel Guido Bertolaso che il centrodestra aveva proposto come commissario straordinario per l’approvvigionamento ma che il vanesio Conte non ha voluto, temendo che potesse “fargli ombra”.

Dalla Regione spiegano: «Non molliamo, non lasciamo nulla di intentato, proviamo tutte le strade possibili, abbiamo tante donazioni e tanti rapporti internazionali, altri ne acquistiamo con Bertolaso oltre a un modulo base già pronto. Da Fontana non c’è alcun calcolo politico, non ci interessano le polemiche ma solo fare di tutto per affrontare l’emergenza».

Ancora l’altro ieri, però, era arrivata una dimostrazione della scarsa attenzione che la Protezione Civile e il suo direttore Angelo Borrelli hanno nei confronti della regione Lombardia. Parliamo della fornitura di mascherine che l ’assessore alla Sanità, Giulio Gallera, ha definito «un fazzoletto, un rotolo di carta igienica» mostrandole alle televisioni, che hanno fatto in modo, poi, di parlarne il meno possibile… mentre esponenti del Pd – sempre in diretta 24 ore su 24 – si “indignavano” per la polemica.

Una autentica vergogna considerando che – in teoria – erano destinate a tutelare medici, infermieri e operatori sanitari impegnati in prima linea nella lotta contro il virus.

Da parte sua Bertolaso – che per la consulenza ha chiesto il compenso simbolico di 1 euro – ha dichiarato: «Se ho aperto l’ospedale Spallanzani vent’anni fa, e ho lavorato in Sierra Leone durante la micidiale epidemia di ebola, forse qualcosa di utile con il mio team spero di riuscire a farlo».
Di sicuro rimane il fatto che – ancora una volta – il governo ha fatto perdere almeno una settimana di tempo prezioso. L’altra cosa certa è che Bertolaso avrà contro tutti: a partire dal sindaco Sala per finire con i sindacati.

Eppure, di un ospedale d’emergenza – in questo momento – la Lombardia avrebbe immenso bisogno per far fronte ad una situazione sempre più difficile, avendo esaurito i posti negli ospedali di Bergamo e di Brescia che, al momento, sono le provincie più colpite dal virus.

La Lombardia ha più del 50% dei positivi e il 67% dei morti, seguita da Emilia-Romagna e Veneto, mentre le Marche hanno superato il Piemonte. In attesa di riuscire a capire se i vari esodi in treno, consentiti fino a sabato dagli errori del governo (che solo ora ha sospeso i treni notturni) hanno portato il contagio e in che misura, anche al Sud.

Altro piccolo fronte di polemica con Angelo Borrelli riguarda le modalità di comunicazione. I cronisti più attenti hanno notato che, nel corso del quotidiano bollettino, quando si arriva al numero dei morti Borrelli usa la definizione «morti con coronavirus» e non «per coronavirus». Forse Borrelli cerca così di rassicurare accompagnando questa definizione con dati che farebbero pensare che il coronavirus sia solo il “colpo di grazia” per persone già moribonde.

Il dato fornito è quello dell’Istituto Superiore di Sanità sui primi 268 pazienti deceduti (ormai siamo a quasi 1.500) che parla di come il 26,1% soffriva di una patologia; il 25,8% di 2 patologie; il 47% di 3 o più patologie e solo l’1,1% non soffriva di alcuna patologia.

L’altro dato che ha fatto discutere (diffuso dalla Protezione Civile) è che tra gli ultra novantenni c’è un tasso di mortalità del 19%; tra gli ultra ottantenni del 16,6%; tra gli over settanta del 9,6%; tra gli oltre sessantenni del 2,7%, per poi scendere allo 0,65 per chi ha più di cinquanta anni e addirittura allo 0,1 dei sopra i 40. Le vittime più giovani, finora registrate sono due trentanovenni: un uomo con pre-esistenti patologie, diabete e obesità, deceduto presso il proprio domicilio, e una donna ammalata di tumore…

Questi dati, diffusi in maniera acritica e non accompagnati dalla spiegazione, per esempio, che in molti ospedali sovraffollati e privi di respiratori per tutti si è costretti a effettuare un “triage selettivo”, portano molti giovani a sentirsi immuni e, quindi, autorizzati a infrangere i divieti.

A seguito di questo modo sbagliato di comunicare, sui social c’è già chi incomincia a dire che di coronavirus non si muore o, addirittura, chi, non avendo conoscenza diretta della situazione, ha persino messo in dubbio l’esistenza del contagio.

La verità che viene taciuta è che, se ci fossero abbastanza medici (capaci di intubare), respiratori, posti di terapia intensiva e personale infermieristico per tutti… il tasso di mortalità scenderebbe dall’attuale 6% e più, a sotto il 2%. Come avvenuto in Cina appena costruiti i nuovi ospedali e arrivati i mille medici dell’esercito.
Questa è ciò che Conte i suoi non hanno voluto capire, ed anche la “missione impossibile” che aspetta ora a Bertolaso.

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La doppia sfida di Bertolaso

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