Il ministro degli Esteri ungherese: la spinta delle Nazioni Unite per le migrazioni di massa minaccia “tutta l’umanità”

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 Il ministro degli esteri ungherese Péter Szijjárt avverte che le Nazioni Unite stanno spendendo denaro per facilitare un programma di migrazione di massa che minaccia “l’intera umanità”.

Invece di spendere soldi per l’antiterrorismo, le Nazioni Unite stanno finanziando programmi che incoraggiano le persone a lasciare la loro terra natale e dirigersi verso i paesi occidentali,  Szijjártó ha detto martedì  a una conferenza a Vienna.

Approvato nel 2018, il patto delle Nazioni Unite sulla migrazione non è giuridicamente vincolante, ma i governi sono sotto pressione internazionale per seguire i suoi mandati.

L’eurodeputata britannica Janice Atkinson ha avvertito che il patto potrebbe portare all’alluvione dell’Europa con 59 milioni di nuovi migranti entro i prossimi 6 anni.  L’eurodeputata olandese Marcel de Graaff ha anche affermato che il patto avrebbe ispirato le leggi che avrebbero criminalizzato le critiche all’immigrazione di massa come “discorsi di odio”

[…]  Nel caso dell’Europa, il documento afferma che almeno 159 milioni di lavoratori migranti dovranno entrare entro il 2025 per “mantenere l’attuale equilibrio da 4 a 5 lavoratori per un pensionato”.

Nel caso degli Stati Uniti, nello scenario più estremo, il rapporto afferma: “Sarebbe necessario avere 593 milioni di immigrati dal 1995 al 2050, una media di 10,8 milioni all’anno”.  Mentre la Gran Bretagna e numerosi altri paesi occidentali hanno firmato il patto di migrazione, gli Stati Uniti hanno rifiutato di farlo.

Nello scenario peggiore, entro il 2050 sarebbero necessari 1,4 miliardi di migranti, in media 25,2 milioni all’anno. Ciò significa che entro il 2050 la popolazione europea sarebbe di 2,3 miliardi, di cui 1,7 miliardi, quasi tre quarti, sarebbero migranti o loro discendenti.

Dunque il Piano esiste effettivamente.

Che ha a  che fare il progetto con le direttive scolpite nel granito delle Georgia Guidestone, monumento secondo tutti gli indizi massonico, elevato in Georgia nel 1979?

Ma, secondo le inormazioni (o disinformazioni) che sono diffuse  riguardo a “misterioso  monumento”,  queste   sarebbero direttive da applicare “dopo” il presunto “evento apocalittico”

 

 

 

 

 

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Il ministro degli Esteri ungherese: la spinta delle Nazioni Unite per le migrazioni di massa minaccia “tutta l’umanità”

Pressione fiscale totale, Italia prima col 64%

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Nell’analisi Ambrosetti, che ha messo insieme tasse sui profitti e tasse sul lavoro, Roma stacca Francia (62%) e Germania (48%)

Nel momento in cui il governo sta provando a tagliare l’Irpef, c’è una tabella che pesa come un macigno sull’Italia che il governo Conte farebbe bene a consultare: è quella messa della pressione fiscale complessiva (tassazione sui profitti delle imprese, tassazione sul lavoro e altre tasse) messa a punto da Ambrosetti. L’Italia è la prima in classifica in tutta Europa (64,8%), seguita da vicino dalla Francia (62,7%) e da più lontano dalla Germania (48,8% e dalla Gran Bretagna (32%). Insomma, rispetto ai suoi primi concorrenti sui mercati parte qualche metro indietro.

1°) Italia 64,8%

2°) Francia 62,7%

3°) Belgio 58,4%

4°) Spagna 50%

5°) Grecia 49,6%

6°) Svezia 49,1%

7°) Germania 48,8%
8°) Portogallo 41%

9°) Paesi Bassi 41%

10°) Norvegia 39,5%

11°) Finlandia 37,9%

12°) Gran Bretagna 32%

13°) Svizzera 28,8%

14°) Danimarca 24,5%.

La media Europea è al 40,6%.

Purtroppo c’è poco altro da aggiungere, se non che classifiche come questa dimostrano il livello esagerato di imposizione cui sono sottoposte tutte le imprese italiane. E indicano la strada che l’esecutivo deve intraprendere al più presto: abbassare le tasse alle aziende. (riproduzione riservata)

 

Da https://www.milanofinanza.it/news/pressione-fiscale-totale-italia-prima-col-64-202002100927486946

Gregoretti, si vergognano del tradimento: la foto incastra Conte e il M5s

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Il Movimento 5 Stelle, come il Partito Democratico, diserta i banchi del governo in Senato: l’aula di Palazzo Madama deve decidere se approvare o meno l’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini sulla Gregoretti. Ma per il caso della Diciotti i grillini avevano riempito i posti in aula

Diciotti sì, Gregoretti no. Il Movimento 5 Stelletradisce l’ex alleato Matteo Salvini: dopo averlo salvato per il caso della nave Diciotti, ora gli volta le spalle sulla Gregoretti. Luigi Di Maio & Co non ci mettono la faccia e scappano e con loro anche il Partito Democratico, visto che i banchi del governo nell’emiciclo del Senato sono vuoti in ogni ordine di posto.

L’aula di Palazzo Madama è chiamata a decidere se approvare o meno l’autorizzazione a procedere nei confronti del segretario della Lega, nel mirino della magistratura per come operò circa l’unità navale della Guardia Costiera italiana carica di (131) migranti clandestini l’estate scorsa, quando il cosiddetto “capitano” era ancora ministro dell’Interno del governo gialloverde.

Ora che i giudici vogliono condannare l’ex titolare del Viminale i cinque stelle se ne lavano le mani. Proprio loro che salvarono Salvini nell’analogo caso della Diciotti, quando il Carroccio e il Ms erano maggioranza. Quando il governo fu chiamato in Senato per esprimersi sul caso, leghisti e grillini gremirono i banchi riservati all’esecutivo.

Oggi, invece, è il deserto. Dem e “five stars” non ci mettono la faccia (per vergogna) e scappano (sempre per vergogna). Le foto a confronto parlano chiaro e inchiodano i pentastellati, che per codardia danno buca all’appuntamento. Nessun 5stelle di governo si è presentato a Palazzo Madama per seguire la discussione e il successivo voto sulla richiesta di autorizzazione a procedere avanzata dal tribunale dei ministri di Catania.

Stesso discorso vale per il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che nel marzo del 2019 era la fianco di Salvini in occasione della votazione per il nodo Diciotti. Ora la sua poltrona, come tutte le altre, è vuota. Un’assenza che fa eco a tutte le altre, un’assenza tanto imbarazzante quanto codarda, simbolo di una maggioranza giallorossa che scappa di continuo dalle proprie responsabilità.

Le parole di Salvini

“Quando ci sarà il processo lo affronterò con orgoglio. A differenza di altri, io non scappo”, tuona Matteo Salvini, che attende il giudizio del Senato sulla questione che gli pende sulla testa come una spada di Damocle. Il capo politico del Carroccio, dunque, è arrivato in aula e ha così parlato all’emiciclo: “Se c’è qualcuno che scappa non è fra i banchi della Lega ma fra i banchi del governo. Se avessi dovuto ragionare per opportunismo, per interesse personale non avrei preso la decisione che ho preso: si parla di un processo, non di una passeggiata Ritengo di aver difeso la mia Patria, non chiedo un premio ma se ci deve essere un processo che ci sia”. Infine, Salvini ha così chiosato: “Ho fatto il mio dovere. Non andrò a difendermi ma a rivendicare con orgoglio quello che collegialmente abbiamo fatto per l’Italia. E l’abbiamo fatto per più di un anno con gli amici dei 5 Stelle”.

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Da https://m.ilgiornale.it/news/politica/gregoretti-foto-che-incastrano-i-grillini-si-vergognano-1825691.html

La bufala storica delle foibe come “reazione alle atrocità italiane”??

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Roma, 12 feb – La questione della controguerriglia italiana nella Balcania occupata (territori ex jugoslavi), sulla quale tante falsità, ancor più che inesattezze, sono state scritte da autori di estrazione marxista, quasi a giustificare la pulizia etnica praticata dall’Esercito popolare di liberazione jugoslavo nei territori di Istria, Dalmazia e Venezia Giulia, culminati nell’uccisione complessiva di circa 23.000 italiani e nell’esodo forzato di altri 350.000; ciò senza negare assolutamente le atrocità commesse da entrambe le parti in lotta.
Per sostenere quanto da noi affermato ci affideremo anche ai lavori di due storici dichiaratamente di sinistra, come il prof. Giorgio Rochat e Gianni Oliva, assai più seri e documentati rispetto a due attiviste filoslave come Cernigoi e Kersevan– che si autodefinisce sui social capitano dell’OZNA (la polizia politica titina responsabile materiale delle foibe e del massacro di un milione tra sloveni, serbi, croati, bosniaci, minoranze albanesi, germanofone, ungheresi e bulgare[1])- autrici di operette horror- fantasy sulle presunte violenze fasciste in Jugoslavia, e ovviamente negazioniste nei massacri non presunti compiuti dai comunisti slavi e dai loro manutengoli garibaldini. Ovviamente le due Lovecraft del confine orientale sono attualmente candidate con Potere al popolo.
Ad una situazione quasi interamente tranquilla nei territori sotto occupazione italiana, seguì, dopo il 21 giugno del 1941, l’inizio dell’attività dei partigiani comunisti. Il movimento comunista internazionale era rimasto filo-nazista sin dal momento del patto Molotov- Ribbentrop, favorendo in ogni modo l’operato di Hitler, in seguito alle precise istruzioni di Stalin. Tutto questo cambiò repentinamente con l’inizio della guerra fra Germania ed URSS, cosicché anche in Slovenia e Dalmazia fece la sua comparsa la guerriglia comunista.
Spiega infatti l’Oliva:
Le truppe [italiane] si sono mosse per reazione ad attacchi subiti e questi, a loro volta, non sono stati determinati dalla durezza dell’occupazione, ma da fattori interni e internazionali indipendenti dal com­portamento del Regio esercito[2].
Come era stata la Jugoslavia ad attaccare l’Italia nel 1941, così in seguito sono stati i partigiani comunisti ad assalire per primi le truppe italiane in Montenegro, Slovenia e Dalmazia. Inoltre, sin da subito i partigiani si resero responsabili di ripetute e gravi violazioni delle leggi di guerra. Giorgio Rochat, sicuramente non ascrivibile a posizioni in qualsiasi modo riconducibili a visioni nazionalistiche della storia militare italiane, si è soffermato anche sulla guerra balcanica dell’Italia[3] nella sua monografia dedicata alle guerre italiane del periodo 1935-1943. È interessante vederne l’approccio. Anzitutto il Rochat delinea il contesto in cui operarono le truppe italiane, che è quello classico di un esercito regolare contrapposto a reparti irregolari:
La prima cosa da rilevare è che tutti gli eserciti regolari hanno difficoltà a capire e affrontare una guerra partigiana. L’istituzio­ne militare si legittima come monopolio della violenza organizza­ta al servizio dello Stato, quindi ricerca la massima potenza di­struttiva consentita dallo sviluppo degli armamenti per un con­flitto programmato contro forze analoghe degli Stati nemici. I suoi codici di valore sono orientati a questo tipo di conflitto, definirlo «cavalleresco» sarebbe eccessivo, ma tutti gli eserciti regolari ac­cettano alcune regole di massima come il rispetto del nemico feri­to o che si dà prigioniero (non fosse che per ovvie esigenze di re­ciprocità) e dei civili, fino a quando restano civili, ossia non partecipano ai combattimenti. […] La cultura e l’addestramento di un esercito regolare vanno però in crisi quando si trova a occupare un paese ostile con una resi­stenza di popolo, dove ogni civile è un potenziale nemico, e deve fare fronte a una guerra partigiana condotta secondo regole tatti­che e codici di comportamento differenti da quelli «regolari». […] Quindi tende a ricorrere a solu­zioni brutali (fucilazioni, distruzioni di villaggi, deportazioni)[4].
In altri termini, il Rochat ricorda come il Regio Esercito si trovò a dover fronteggiare avversari i quali non rispettavano le leggi di guerra: uccisione sistematica dei prigionieri, sevizie, attacchi terroristici ecc. Per dare un’idea del modo di condurre la guerra, bastino pochissime citazioni dall’opera di Oliva, relative ad alcuni episodi bellici relativi alle Camicie Nere:
Decine e decine di mi­litari italiani furono ritrovati con le membra spezzate, evirati, con gli occhi enucleati […] Quando le nostre truppe poterono tornare sul luogo del­la lotta, poterono constatare che i feriti erano stati sevi­ziati: denudati tutti, alcuni evirati, conficcati i fasci del bavero negli occhi, infine tutti sgozzati […] I ribelli si accanirono sui feriti, ai più gravi aprirono il ventre estraendone le vi­scere, ai più leggeri spaccarono la testa a martellate e poi buttarono i cadaveri in un pozzo profondo venticinque metri[5].
Ancora, i cosiddetti “partigiani” secondo le convenzioni internazionali di guerra dell’epoca non potevano essere considerati legittimi belligeranti, ma franchi tiratori e come tali tratta­ti Ciò avveniva per una serie precisa di ragioni:
1 ) Non avevano possesso stabile di territorio, né erano insorti contro di noi al momento del­l’occupazione della Jugoslavia;
2) non facevano capo ad un governo responsabile né, per motto tempo, apparten­nero ad un’organizzazione unica;
3) erano sudditii di uno Stato che aveva concluso con noi un armistizio;
4) non portavano uniformi né, spesso, distintivo visibile a di­stanza;
5) non sempre portavano le armi apertamente;
6) non sempre rispettavano le leggi e gli usi di guerra;
7) per molto tempo non furono riconosciuti come legittimi belli­geranti neppure dalle Nazioni Unite, che tale qualifica ri­conoscevano invece ai cetnici[6].

Determinate forme di conduzione del conflitto compiute dai partigiani, quali gli attacchi a tradimento, gli attentati con bombe, le uccisioni di prigionieri, le torture inflitte loro ecc. erano, e sono ancora oggi, contrarie alle leggi di guerra. I caratteri dell’attività di contro-guerriglia delle forze armate italiane furono quindi una reazione alle azioni criminali dei partigiani, compiute in violazione delle leggi di guerra. Le operazioni anti-guerriglia intraprese dalle truppe italiane furono perciò conseguenza sia dell’attacco compiuto contro il Regio Esercito da parte dei partigiani comunisti e dovuto a fattori di ordine internazionali indipendenti dal suo operato, sia dei crimini di guerra dei partigiani. Le istruzioni date da Roatta, comandante delle truppe italiane in Jugoslavia, erano semplici anti-guerriglia. Citando sempre dal Rochat:
La lunga circolare emanata il 1° marzo 1942 dal generale Roatta […] rappresenta un’articolata raccolta di istruzioni per 1’occupazione e la contro­guerriglia, nonché un forte appello a una maggiore combattività delle truppe; il documento più ampio che conosciamo su questi problemi, che merita qualche attenzione[7]
Le istruzioni contenute nella circolare di Roatta sono definite dal Rochat quali elementari, essendo presenti nell’insegnamento di qualsiasi scuola di guerra:
[Roatta] dà per scontato un livello quanto mai basso di addestramento delle truppe e soprattut­to dei quadri (le indicazioni contenute sono elementari, materia di insegnamento in qualsiasi scuola per ufficiali) e cerca di porvi rime­dio con pagine e pagine di istruzioni[8].
Le norme di Roatta prevedevano:
1) la fucilazione dei partigiani
2) l’utilizzo della rappresaglia su civili
3) la distruzione delle abitazioni di chi appoggiava i partigiani
4) internamento di coloro che appoggiavano i partigiani
5) si doveva evitare di colpire chiese, scuole, ospedali, opere pubbliche, e non bisognava fare ricorso a bombardamenti indiscriminati sui villaggi.
Commenta ancora Rochat:
Sono le norme classiche dell’antiguerriglia, applicate in tutte le guerre contemporanee, con ovvie varianti e qualche limitazio­ne rispetto ai secoli precedenti[9].
Dello stesso parere è Gianni Oliva:
Vi è stata una politica repressiva del Regio esercito, simile a quella che gli esercito occupanti di ogni nazione (comprese quelle più democratiche), attuano in un paese nemico […] dove si sviluppa una guerriglia variamente appoggiata dalla popolazione civile[10].
Le istruzioni di Roatta prevedevano infatti quanto era contenuto nelle norme antiguerriglia di tutti gli eserciti belligeranti, compresi quelli alleati. Inoltre, esse risultavano pienamente conformi alle stesse leggi di guerra vigenti all’epoca, le quali consentivano la fucilazione dei combattenti irregolari, la rappresaglia e l’internamento dei civili rei di connubio con reparti irregolari. Come appare inequivocabilmente, le direttive di questo generale non progettavano alcuno sterminio sistematico della popolazione civile, ma erano unicamente finalizzate alla repressione dell’attività partigiana. L’assenza di un piano di uccisione od anche solo cacciata degli abitanti in quanto tali si manifesta anche dalle direttive di risparmiare chiese, scuole, ospedali, opere pubbliche, e di non servirsi di bombardamenti a tappeto sui villaggi. Vale la pena di esaminarle.
Emanata nel marzo del 1942 la Circolare 3C, relativa al trattamento da usare verso i ribelli e le popolazioni che li favoriscono, è stata spesso utilizzata come prova delle nefandezze commesse dalle truppe italiane di stanza in Iugoslavia. Da tale documento vengono talvolta estratte — e conseguentemente estrapolate dal loro contesto — delle affermazioni di particolare impatto, quali per esempio
Il trattamento da fare ai partigiani non deve essere sintetizzato dalla formula: “dente per dente” ma bensì da quella “testa per dente”,
oppure
Si sappia bene che eccessi di reazione, compiuti in buona fede, non verranno mai perseguiti,
non riportando però quanto nella medesima circolare Roatta riteneva opportuno venisse precisato, ossia che
Nel trattamento da usare verso le popolazioni, gli edifici,  villaggi e beni, e verso i partigiani, è assolutamente necessario di attenersi alle norme permanenti o contingenti in vigore. — Inasprimenti alle medesime, praticati senza un’assoluta necessità (atti di ostilità armata — tentativi di fuga), sarebbero indegni delle nostre tradizioni di umanità e di giustizia, e costituirebbero altresì — nei riflessi delle popolazioni — un’arma a “doppio taglio”.
e, precedentemente all’affermazione riportata pocanzi, che
Alla distruzione di interi villaggi si procede solo nel caso che l’intera popolazione o la massima parte di essa, abbia combattuto materialmente contro le nostre truppe, dall’interno dei villaggi stessi, e durante le operazioni in quel dato momento in atto. 
e che
Il saccheggio delle abitazioni, comprese quelle da distruggere, deve essere impedito con misure preventive e, se occorre, con repressioni draconiane.
Inoltre la severità e la durezza previste dalla circolare per i partigiani — o per i presunti tali — e per coloro che li sostenevano non erano da applicarsi universalmente: infatti nell’Allegato “B” del 22 aprile 1942 XX dal titolo Trattamento da usare verso i ribelli si trova scritto che
— I ribelli, colti colle armi alla mano, e gli individui di cui al comma a) del n. 1 della Ia appendice alla circolare 3C, saranno immediatamente fucilati sul posto. Faranno eccezione:
— i  feriti
— i  maschi validi di età inferiore ai 18 anni
— le  donne
che saranno deferiti (i primi una volta guariti), ai tribunali di guerra competenti. 
[…] Il contenuto di questo allegato non sarà incluso nella circolare n. 3 C, ma comunicato per iscritto ai comandi di divisione (od ente corrispondente), e da questi ai comandi in sottordine solo verbalmente.
Oltre a ciò, Roatta, una volta venuto a conoscenza di degli episodi di ritorsione a danni di villaggi, emanò nell’aprile del 1942 — ossia un mese dopo l’uscita della 3C — un’appendice al documento, nella quale si trova scritto:
[…] allo stato attuale delle cose è sancita la distruzione di abitazioni solo nel primo caso di cui sopra, ed a quattro condizioni:
— località in situazione anormale;
— sabotaggio o sabotaggi avvenuti in prossimità delle abitazioni di cui trattasi;
— trascorso lasso di 48 ore;
— mancata emersione dei responsabili. 
III. — Orbene, in questi ultimi tempi è accaduto che, in seguito a semplici scaramucce, o durante rastrellamenti compiuti senza colpo ferire, interi villaggi sono stati distrutti.
[…]

  1. — Non intendo esaminare caso per caso, non intendo “fare il processo” al passato, e non ho neppure l’intenzione di legare le mani ai comandanti dipendenti, nel senso di vietare senz’altro la distruzione di abitazioni; desidero unicamente attirare l’attenzione sul pericolo (“arma a doppio taglio”) annesso a distruzioni indesiderate ed inutili.— Le popolazioni delle località non protette materialmente dai nostri presidi (che costituiscono la maggioranza), e che sono disarmate, quando premute dai ribelli sono costrette — volenti o nolenti — ad ospitarli, a vettovagliarli, e pertanto — a prescindere anche da qualsiasi altro atteggiamento a favorirli.
    — Quando le nostre truppe si avvicinano, operazioni durante, a dette località, i ribelli costringono la popolazione ad abbandonarle, senza peraltro distruggerle.
    — Se noi, penetrati senza ostacoli locali nei villaggi, li diamo alle fiamme, compiamo non solo un eccesso, non compiuto dai ribelli, ma favoriamo la propaganda di questi ultimi.
    Nel senso che la popolazione, anziché tornare alle proprie case — ormai inesistenti — rimarrà conglobata nelle formazioni ribelli, e si spargerà la convinzione che le truppe italiane, nonché la pacificazione e la giustizia, portino la devastazione. Senza contare che, malgrado qualsiasi misura in contrario, si verificano saccheggi individuali, non certo fatti per aumentare il nostro prestigio ed attirarci le popolazioni.

    1. — Ciò posto determino — nell’allegato A — quali siano le circostanze in cui è consentita la distruzione dei singoli edifizi, e di interi villaggi.

    — Il contenuto di detto allegato formerò oggetto della “1a appendice” alla circolare 3C che verrà stampata e distribuita per essere materialmente in essa inserita.
    — I comandi in indirizzo ne diano però senz’altro conoscenza a quelli dipendenti.
    Bisogna inoltre avere ben chiaro che le misure prese, per quanto drastiche, erano avulse da scopi quali la pulizia etnica dell’elemento slavo,ma volte solo alla repressione della guerriglia partigiana, come è d’altronde dimostrabile attraverso una lettura completa della Circolare 3C; essa infatti si presenta come un insieme di una serie di provvedimenti straordinari uniti a indicazioni, rivolte ai soldati italiani, di tipo tecnico e pratico. Le autorità italiane internarono nei campi di prigionia in Dalmazia e in Italia i civili croati sospettati di sostenere i partigiani o pericolosi per il governo italiano. All’inizio del 1942, gli italiani iniziarono ad espellere circa 17.000 croati indesiderati in direzione della N.D.H..
    Parallelamente l’esercito italiano creò un cordone sanitario lungo i confini del territorio annesso per evitare le incursioni partigiane. Inoltre, al fine di internare i partigiani e sospettati catturati in precedenza, le autorità militari e civili italiane crearono, su un certo numero di isole dalmate, campi di concentramento; i più grandi si trovavano sull’isola di Melada e di Arbe. Dai 30.000 ai 40.000 croati furono internati e nel settembre 1943 inviati in Croazia a seguito di un accordo tra il governo italiano e quello della N.D.H.. Per dare un giudizio di quanto accaduto in maniera imparziale, l’unico metodo è quello di affidarsi alle leggi internazionali. Nel caso specifico ci riferiremo alla Convenzione dell’Aja del 1907, vigente a quell’epoca, e alle successive conclusioni del Tribunale di Norimberga. L’art. 42 della Convenzione dell’Aja recita:
    La popolazione ha l’obbligo di continuare nelle sue attività abituali astenendosi da qualsiasi attività dannosa nei confronti delle truppe e delle operazioni militari. La potenza occupante può pretendere che venga data esecuzione a queste disposizioni al fine di garantire la sicurezza delle truppe occupanti e al fine di mantenere ordine e sicurezza. Solo al fine di conseguire tale scopo la potenza occupante ha la facoltà, come ultima ratio, di procedere alla cattura e alla esecuzione degli ostaggi.
    Secondo il diritto internazionale (Art. 1 della convenzione dell’Aia del 1907) un atto di guerra materialmente legittimo può essere compiuto solo dagli eserciti regolari ovvero da corpi volontari i quali rispondano a determinati requisiti, cioè abbiano alla loro testa una persona responsabile per i subordinati, abbiano un segno distintivo fisso riconoscibile a distanza e portino apertamente le armi. Ciò premesso, si può senz’altro affermare che gli attentati messi in atto dai partigiani fossero atti illegittimi di guerra essendo stati compiuti da appartenenti a un corpo sì di volontari che però non rispondevano ad alcuno degli accennati requisiti. Secondo l’Art. 2 della convenzione di Ginevra del 1929 non potevano essere utilizzati per una rappresaglia né feriti né prigionieri di guerra e neppure personale sanitario.
    Il Tribunale di Norimberga d’altra parte affermò:
    Le misure di rappresaglia in guerra sono atti che, anche se illegali, nelle condizioni particolari in cui esse si verificano possono essere giustificati: ciò ‘in quanto l’avversario colpevole si è a sua volta comportato in maniera illegale e la rappresaglia stessa è stata intrapresa allo scopo di impedire all’avversario di comportarsi illegalmente anche in futuro.
    E per finire la parte legale del ‘discorso‘ ecco le condizioni che ammettevano una rappresaglia, sia per il diritto internazionale, sia per l’interpretazione data dal Tribunale di Norimberga:
    Dopo attacchi contro la potenza occupante, laddove la rappresaglia si rendesse necessaria dal punto di vista militare. La rappresaglia serviva innanzi tutto per impedire ulteriori delitti commessi dall’avversario. Le Forze Armate italiane adottarono il diritto di rappresaglia nelle modalità ritenute necessarie per la sicurezza della truppa che occupava il territorio, ovvero:
    Quando le ricerche degli autori di atti illeciti avessero dato esito negativo.
    Che le rappresaglie fossero ordinate da ufficiali superiori.
    Che tenessero conto della proporzionalità.
    Il tribunale di Norimberga confermò che misure di ritorsione, qualora consentite, debbono essere proporzionate al fatto illecito commesso.
    Nel processo a carico dei generali List, von Weichs e Rendulic, tenutosi nel 1948, la proporzione accettata dal tribunale di Norimberga come equa era 10 a 1, vale a dire la fucilazione di dieci ostaggi per ogni soldato tedesco ucciso da un atto terroristico.
    Che la cerchia delle persone colpite dalla rappresaglia fosse in qualche modo in rapporto col reato commesso a danno delle forze occupanti.
    Che gli ostaggi o le persone destinate alla rappresaglia fossero tratte dalla cerchia della resistenza.
    Non venivano stabiliti i criteri per la scelta degli ostaggi, ma la scelta stessa era affidata a criteri di discrezionalità.
    Il Tribunale di Norimberga a tale proposito, affermò:
    Il criterio discrezionale nella scelta può essere disapprovato ed essere spiacevole, ma non può essere condannato e considerato contrario alle norme del diritto internazionale. Deve tuttavia esserci una connessione fra la popolazione nel cui ambito vengono scelti gli ostaggi e il reato commesso (quindi luogo dell’attentato o l’appartenenza a gruppi clandestini che compiono atti terroristici).
    Il diritto alla rappresaglia venne accolto anche alle forze britanniche nel paragrafo n.454 del British Manual of Military Law. Le forze americane a loro volta prevedevano la rappresaglia nel paragrafo n. 358 dei Rules of Land Warfare del 1940. Per le truppe francesi, l’allegato I alle istruzioni di servizio del 12 agosto 1936 consentiva all’articolo 29 il diritto di prendere ostaggi nel caso in cui l’atteggiamento della popolazione fosse ostile agli occupanti, e il successivo articolo. 32 prevedeva l’esecuzione sommaria degli stessi ostaggi se si verificavano attentati. Nel 1947 i magistrati militari britannici, nel processo di Venezia a carico di Albert Kesselring, commentarono che nulla impediva che una persona innocente potesse essere uccisa a scopo di rappresaglia[11]. Il Rochat non ha dubbi sul fatto che le truppe italiane agirono nel conflitto in maniera meno dura di tutti gli altri contendenti. Anzitutto, purtroppo, esse combatterono con scarsa determinazione: 
    Tutte le indicazioni dicono che le truppe italiane affrontarono questa guerra con scarso entusiasmo e partecipazione, una testimo­nianza indiretta viene dalla necessità dei comandi di rinnovare ripetutamente le direttive di massimo rigore[12] .
    Necessità che ovviamente non riguardava i reparti di Camicie Nere, di ben altra combattività contro i partigiani comunisti. Soprattutto, il Regio Esercito fu, tra tutti quelli impegnati nella guerra balcanica, certamente il meno feroce, tanto che le stessi eccessi furono opera di iniziative individuali o di singoli reparti, -spesso i migliori come addestramento e motivazione: lasciando da parte i reparti della Milizia, in primis i battaglioni “M” e i battaglioni CC.NN. Squadristi, i due reggimenti della 21a divisione Granatieri di Sardegna, il 1° Reggimento Granatieri in Slovenia e, soprattutto, il 2° in Croazia, gli alpini, i bersaglieri e specialmente i RR. Carabinieri- anziché la norma: 
    Va co­munque ricordato che in una guerra con uno straordinario livello di atrocità e massacri da entrambe le parti, le truppe italiane fu­rono certamente le meno feroci. Anche i piú duri ordini dei co­mandi ponevano limitazioni alle rappresaglie, come il rispetto di donne e bambini. E la repressione fu condotta con largo ricorso a fucilazioni e devastazioni, senza i massacri e le efferatezze com­piute dagli altri belligeranti, tedeschi compresi. Anche la nota fra­se della circolare di Roatta: «Si sappia bene che eccessi di reazio­ne, compiuti in buona fede, non verranno mai perseguiti», va ri­condotta alla difesa di compagni aggrediti, non alle operazioni di controguerriglia, non può essere paragonata alle direttive hitleria­ne che avallavano a priori qualsiasi eccesso o massacro commesso dalle truppe naziste. 
    Eccessi ci furono certamente, ma per inizia­tive individuali o di reparti minori, non come regola di condotta delle operazioni[13]. Lo stesso parere viene condiviso da Gianni Oliva:
    Sul piano militare, vi è certamente una sostanziale differenza fra la Werhmacht e il Regio esercito. Per gli strateghi tedeschi, il terrore sistematico è strumento centrale della politica di occupazione[…] La violenza del Regio esercito, all’opposto, appare una reazione difensiva di fronte agli attacchi delle formazioni partigiane […] Il raffronto con la brutalità tedesca è dunque improponibile, sia sul piano quantitativo, sia su quello qualitativo[14].
    Tutto ciò però non deve far dimenticare, come Oliva stesso ricorda, si fosse avuta una fuga di civili dalla Slovenia tedesca a quella italiana, proprio perché l’occupazione italiana era più mite di quella germanica[15]. Gli italiani in Jugoslavia, oltre alle operazioni belliche contro i guerriglieri locali, costituirono un valido strumento di protezione delle popolazioni locali dalle violenze dei partigiani titini e degli ustasha. Per rimanere solo alla Slovenia, la schiacciante maggioranza degli abitanti non era affatto filo-comunista, e risultava anzi vittima dell’operato dei partigiani comunisti stessi, che massacravano gli avversari politici e depredavano le popolazioni, non diversamente da quanto accadeva in Italia ad opera dei loro compagni della Resistenza. Milizia e Regio Esercito rappresentarono molto più spesso di quanto non si creda una difesa per i civili anche dinanzi ai partigiani titini, il cui operato fu oltremodo violento ed oppressivo:
    A parte le spolia­zioni di viveri e di bestiame cui la popolazione civile fu soggetta, coloro che erano ritenuti favorevoli agli occupato­ri furono proditoriamente assassinati assieme alle loro fa­miglie, interi villaggi furono saccheggiati e incendiati, fab­briche, miniere, segherie, macchine agricole, scuole, chiese furono incendiate o distrutte, uomini furono costretti ad ar­ruolarsi nelle bande, giovani donne furono rapite[16] .
    Pierluigi Romeo di Colloredo Mels
    NOTE
    [1]Per farsi l’idea di cosa fosse- ed è – l’OZNA basti ricordare l’assassinio di uno storico del calibro di William Klinger, fiumano residente in Italia, autore di OZNA. Il terrore del popolo, che dopo la pubblicazione di tale studio venne assassinato a New York nel 2015, dallo statunitense di origini fiumane Alexander Bonich, suo amico, con due colpi di pistola (uno alla schiena e uno alla nuca). Il colpo alla nuca era considerata la firma dell’OZNA.
    .
    [2]          Gianni Oliva, Si ammazza troppo pocoMilano 2006, p. 135
    [3]          G. Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall’impero d’Etiopia alla disfatta, Torino 2005.
    [4]          Ibid.p. 366
    [5]          Gianni Oliva, 2006, p. 136
    [6]          Note dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito italiano, citate in Oliva 2006, p. 110
    [7]          Ibid. p. 368
    [8]          Ibid., ivi.
    [9]         Ibid. p. 369
    [10]         Oliva 2006, p. 8
    [11]F.J.P. Veale, Advance to barbarism, London 1968 e id., Crimes discretely veiled , Los Angeles 1979.
    [12] Rochat 2005, p. 370.
    [13] Ibidem, pp. 370-371.
    [14] Oliva 2006, p. 7
    [15] Ibid., p. 124
    [16] Oliva 2006, p. 145. Secondo i dati del governo sloveno, le vittime civili degli occupanti italiani furono circa 6.300, i civili sloveni uccisi dai partigiani comunisti otre 13.000.

Da https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/la-bufala-storica-delle-foibe-come-reazione-alle-atrocita-italiane-79745/

Foibe, fuoco e fiamme in consiglio comunale. “Eventi revisionisti finanziati dal Comune per accontentare l’ANPI”

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Sono volate saette ieri sera in consiglio comunale tra il coordinatore di CasaPound Andrea Bonazza e alcuni mebri dell’assemblea sulla questione foibe.

Una diatriba scoppiata in relazione all’intervento del consigliere Benussi sulla personale tragedia che colpì la sua famiglia, costretta all’esilio dall’Istria durante gli anni della tragedia dell’esodo giuliano dalmata che portò migliaia di italiani fuori dalla propria terra: secondo più di qualcuno, risatine irrispettose da parte di sinistra e Verdi sarebbero riecheggiate nella sala.

Nel video allegato a questo articolo, un furioso Bonazza tuona contro il piglio revisionista dell’amministrazione cittadina, che a quanto pare avrebbe finanziato un convegno gestito da Anpi e Centro per la Pace dove l’argomento foibe verrebbe “insultato nella sua memoria storica”.

Scrive Bonazza:

Dopo aver assistito alle risate di sinistra e Verdi mentre il consigliere Benussi raccontava commosso della tragedia delle foibe che colpì anche la sua famiglia costretta all’esilio dall’Istria, non sono riuscito a trattenere la rabbia verso chi continua a predicare “pace e amore” insultando la memoria di migliaia di “scomodi” italiani massacrati sul confine orientale dai partigiani comunisti di Tito.

La tragedia delle foibe dovrebbe unire politica e società civile anziché dividere ma, ancora una volta, il Comune di Bolzano si è reso complice e finanziatore di eventi revisionisti e negazionisti guidati da ANPI e Centro per la Pace.

Già a dicembre avevo lanciato un duro ammonimento alla giunta comunale sul programma 2020 del Centro per la Pace che avrebbe finanziato e portato a Bolzano Carola Rackete, tutt’ora sotto processo contro lo Stato italiano per aver speronato una motovedetta delle Forze dell’Ordine con una nave Ong, e per l’organizzazione di una conferenza dal sapore revisionista sulle foibe al Centro Trevi.

Una conferenza revisionista in cui si mettono in dubbio responsabilità e numeri delle vittime è stato il risultato di anni di lotte in commissione cultura in cui ho insistito per celebrare degnamente la Giornata del Ricordo del 10 febbraio. Così come una nostra mozione, deliberata e mai attuata, nella quale richiedevamo l’intitolazione di una via o una piazza ai martiri delle foibe.

Oggi, a fine legislatura, nulla è stato fatto se non far entrare i nuovi partigiani dell’ANPI nell’organizzazione degli eventi che vedono le loro bandiere sporche di quel sangue italiano che dopo 70 anni ancora non trova pace né giustizia“.

Risposta piccata da parte dell’assessora Marialaura Lorenzini che sul suo profilo Facebook dà addirittura del ‘fascista in Comune’ al coordinatore regionale delle tartarughe frecciate.

Attacco a Sindaco, Anpi e a Margheri e soprattutto ai partigiani chiamati mxxxe di partigiani“, scrive tra le altre cose Lorenzini

Da https://www.lavocedibolzano.it/foibe-fuoco-e-fiamme-in-consiglio-comunale-eventi-revisionisti-finanziati-dal-comune-per-accontentare-lanpi/

Soave (VR): Giorno Ricordo confuso con Giorno della Memoria

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Clamorosa gaffe del Comune di Soave che confonde il Giorno del Ricordo, dedicato alle vittime delle Foibe, con il Giorno della Memoria, dedicato alle vittime dell’Olocausto. Sui muri del Comune è infatti apparso un manifesto dell’amministrazione comunale con la scritta «Giornata del Ricordo, 7 febbraio 2020». Peccato che ad illustrarla ci fossero una fotografia di Auschwitz ed una frase di Primo Levi sull’Olocausto. Anche la data era sbagliata: visto che il Giorno del Ricordo si celebra il 10, e non il 7 febbraio.

“La spiegazione, purtroppo, è semplice quanto imbarazzante – dice il sindaco Gaetano Tebaldi (Lista Civica Insieme per Soave) al Corriere di Verona – anche perché qui siamo particolarmente sensibili alla Giornata del Ricordo, visto tra l’altro che abbiamo in giunta la nipote di una famiglia di esuli istriani. Il 20 gennaio avevamo dato incarico ad un funzionario di far preparare il manifesto celebrativo, e lui si era rivolto ad una ditta specializzata. La ditta ha commesso tutti quegli errori, ma la bozza del manifesto non ci era mai stata sottoposta, e di questo dovrò chiedere conto al funzionario. Abbiamo scoperto gli errori solo sabato scorso, e a causa della giornata festiva non abbiamo potuto intervenire immediatamente, come pure abbiamo tentato di fare. Adesso stiamo provvedendo, ma purtroppo il danno è stato fatto”.

Critiche dall’opposizione: “Una vicenda agghiacciante – attaccano i consiglieri dell’altra lista civica, Soave Crescere Insieme – con una giunta che confonde il Giorno del Ricordo del massacro delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata (celebrata dal Comune il 7 febbraio anziché il 10, sbagliando pure la data) con il Giorno della Memoria delle Vittime dell’Olocausto: agghiacciante e umiliante”.

Sindrome cinese

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Di Marcello Veneziani

Il pericolo cinese ci accompagna ormai da una vita. Ci fanno paura ormai da troppo tempo, altro che coronavirus e razzismo anticinese. Ero bambino e già si temevano i cinesi di Mao Tse Tung in marcia con la loro rivoluzione culturale, i loro libretti rossi, i loro feroci campi di rieducazione, le loro esecuzioni sommarie in massa; e l’annuncio che avrebbero raggiunto anche noi e invaso il lontano occidente. Aiuto, la Cina è vicina, ripetevamo con Marco Bellocchio. “Arrivano i cinesi” cantò poi Bruno Lauzi. Sono tanti, militarizzati e si moltiplicano a vista d’occhio, dicevano, non hanno niente da perdere, sono irregimentati, nascono e muoiono come mosche o chicchi di riso, uccidono senza problemi, ti costringeranno a cedere la macchina e andare in bicicletta e ti spoglieranno del capo firmato per farti indossare la tutina di forza alla Mao. Ecco il libretto d’istruzioni di Mao, con le sagge idiozie del Grande Timoniere; da noi i filocinesi erano tanti, fanatici e armati.

Non avevamo fatto in tempo a tirare un sospiro di sollievo per la morte di Stalin e poi la fine della Guerra Fredda che le Guardie Rosse cinesi ci minacciavano. Quando Mao morì non si fece in tempo a dire pericolo scampato che la Banda dei Quattro, vedova inclusa, riprese le minacce. E una dependance dei cinesi ce l’avevamo, soprattutto noi pugliesi, a un tiro di schioppo, in Albania, e annunciavano l’imminente caduta dell’Imperialismo, del Capitalismo e l’arrivo degli albanesi come aperitivo dei cinesi.

Quando ero ragazzo diventò proverbiale il titolo di un film, Sindrome Cinese, con Jane Fonda e Michael Douglas che ci impauriva con un’esplosione nucleare che avrebbe creato bibliche contaminazioni nella popolazione californiana e in seguito planetaria. Ma ancor più terribile da giovane fu il filone dalla Cina con furore che ebbe come protagonista il mitico Bruce Lee, venuto dalla Cina d’esportazione, di Hong Kong, che nei suoi film ci mostrò le mazzate cinesi e le arti marziali, il Kung fu e una marea di violente crudità per nuocere al prossimo con pochi ma terribili colpi letali.

Anche il sesso in versione cinese era esagerato, mortale, eccessivo. Altro che Lanterne rosse. Da paura. Persino quando si divertono per il loro Capodanno e per il loro teatro, i cinesi inscenano mostruosi spettacoli, con dragoni, serpenti, maschere spaventose. Con loro non ti puoi mai rilassare un attimo.

Se vi assale il dubbio di vivere nel peggiore dei mondi possibili e sognate di lasciare il vostro paese, recuperate il film cinese Still Life, premiato anni fa alla Mostra del Cinema di Venezia: vi riconcilierete con la vostra vita e il vostro mondo. Il degrado delle nostre città vi sembrerà oro rispetto a quello cinese, mostrato dall’orrendo film. Vedendo quel film ambientato tra i terùn del sud cinese, riacquisterete fiducia e stima nell’Europa, nell’Italia, in Scampia. E perfino nel cinema italiano. Dateci Scamarcio.

Negli anni la Cina ha continuato a spaventarci per la crescita esponenziale della sua popolazione, il maocapitalismo, le fabbriche organizzate come eserciti, l’inquinamento pazzesco che accompagna la sua industrializzazione e ammorba le sue città. Nel frattempo l’incubo cinese diventò commerciale, fregavano i nostri prodotti perché loro li riproducono a prezzi stracciati; i grossisti compravano mille tappeti persiani made in China al prezzo di uno solo, le loro manifatture coi lavoratori pagati quasi niente e disposti a lavorare sedici ore al giorno stipati in un sottoscala dove producevano, mangiavano, dormivano, copulavano e defecavano. Aziende chiuse, lavoratori nostrani sul lastrico per via della concorrenza cinese che sbaraglia tutto e tutti. Prodotto cinese fu sinonimo di merce a prezzo basso, altamente tossica e nociva per la salute e i bambini ma imbattibile. Nei loro mercatini trovi tutto, seppur scadente. Cominciarono a fiorire da noi quartieri di China Town, dove la gente non moriva mai perché si tramandavano le carte d’identità, secondo una vulgata diffusa. E poi i ristoranti cinesi, su cui si narravano truculente storie di cani e gatti trucidati, carni avariate, igiene pessima.

Sotto casa mia c’era un cinesino che tutti chiamavano Eulo; era il suo nome d’arte perché vendeva tutto a un euro (in cinese eulo). Se vai a Prato, la città più cinese d’Italia, ti spaventi a vederli crescere a dismisura e la consideri una nemesi dello sconsiderato gesto del pratese Curzio Malaparte che regalò la sua esclusiva, spettacolare villa a Capri alla Repubblica popolare cinese.

La Cina detiene ancora i record mondiale d’inquinamento, pena di morte e comunismo totalitario. La Cina è sempre esagerata. Dopo la Sars, la sindrome respiratoria acuta, ora ci arriva dalla Cina il coronavirus, corredato d’inquietanti notizie, decessi e omertà, più serpenti, pipistrelli, virus nati in laboratori militari e altre leggende metropolitane raccolte e ingigantite dalla rete. Con tutti questi precedenti, il campo delle opzioni a nostra disposizione si restringe: arrendersi ai cinesi e consegnare loro chiavi in mano l’Europa; dichiarare guerra alla Cina ma sono troppi, sfuggono da ogni parte e non ce la fai ad accopparli. O più modestamente scappare appena vedi un cinese, seppure con la mascherina, o appena senti un suo starnuto letale. Barricarsi in casa, negarsi ai luoghi affollati, vivere da eremita per timor cinese. Lo fanno in molti.

Tutto questo lo dico non per giustificare la paura o come impropriamente si dice, il razzismo nei confronti dei cinesi, e nemmeno per maledire la Cina ma per dire che non da oggi abbiamo paura dei cinesi, del comunismo cinese, del contagio cinese, della violenza cinese, del commercio cinese, del sovraffollamento cinese, dell’inquinamento cinese. L’incubo cinese. Morale della favola? Non c’è: volevo sdrammatizzare il pericolo cinese ma alla fine l’ho aggravato.

MV, La Verità 9 febbraio 2020

da https://www.google.com/url?q=http://www.marcelloveneziani.com/articoli/sindrome-cinese/&source=gmail&ust=1581542488789000&usg=AFQjCNFkv6sO3NeJCOgwOVPrKTuAPFTnGA

Emilia, alle sardine un posto in giunta: la Schlein sarà vice Bonaccini

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La vicepresidente della Regione Emilia Romagna sarà Elly Schlein, considerata dalle sardine il loro “riferimento” politico

Stefano Bonaccini ha scelto Elly Schlein come sua vice in regione. La nomina era nell’aria, tanto che all’indomani della sua riconferma a presidente dell’Emilia-Romagna si era lasciato andare a una frase sibillina nello studio di Otto e mezzo, ospite di Lilli Gruber, proprio in merito alla figura dell’ex europarlamentare del Partito Democratico.

Adesso è arrivata l’ufficialità, con una nota scritta dallo stesso governatore dem. “Ho chiesto ad Elly Schlein e a Mauro Felicori di entrare a far parte della nuova giunta che sto componendo e che completerò in questi giorni, entro la settimana. Entrambi hanno accettato con entusiasmo mettendo le proprie competenze al servizio della Regione e del nostro progetto di governo. Di questo li ringrazio”.

L’esponente emiliano-romagnolo del Partito Democratico nei giorni scorsi aveva già annunciato la nomina di Vincenzo Colla all’assessorato al Lavoro. Ora la poltrona di vice-presidente alla Schelin, che nelle urne è risultata essere la regina delle preferenze alla tornata elettorale regionale, ottenendole più di 22mila. Ma oltre alle preferenze sulle schede, ci sono ombre per quei “legami” con al Open Society di George Soros, oltre che per le “simpatie” delle sardine di Mattia Santori & Co. che l’avevano indicata cme loro “riferimento politico”.

“Elly Schlein – scrive sempre Bonaccini – ha ottenuto un risultato personale particolarmente significativo, guidando le liste di ‘Emilia-Romagna Coraggiosa’, ben interpretando la necessità di coniugare in modo nuovo e ancor più incisivo la lotta alle diseguaglianze che segnano la nostra società e la transizione ecologica. Il suo impegno su entrambi i fronti, al pari della sua consolidata esperienza europea, ne fanno un punto di forza anche per le future relazioni in ambito comunitario per una Regione aperta e pienamente europea come l’Emilia-Romagna”.

Bonaccini, si legge ancora, ha chiesto a Schlein “un impegno diretto nell’ambito delle politiche di welfare e nel coordinamento di un nuovo Patto per il clima, che ho intenzione di siglare con tutte le rappresentanze istituzionali, economiche e sociali, così come indicato nel mio programma”. In attesa di completare il quadro delle deleghe Schlein ha accettato “l’incarico di vicepresidente della nuova Giunta regionale”, si legge sempre nel comunicato diramato dal presidente dell’Emilia-Romagna.

Mauro Felicori, invece, è l’ex sovraintendente della Reggia di Caserta e sul suo conto le parole di Bonaccini sono le seguenti: “Quanto a Felicori, anche il risultato personale, particolarmente significativo nell’ambito dell’iniziativa da me promossa di una lista civica del presidente, premia la scelta fatta di aver aperto la nostra alleanza a personalità riconosciute della società civile. Nella sua affermazione vedo sia il riconoscimento della sua rilevante esperienza professionale nell’ambito culturale, sia uno sprone a proseguire nella scelta strategica di rafforzare e qualificare le politiche culturali dell’Emilia-Romagna”.

Da    https://www.ilgiornale.it/news/politica/bonaccini-sceglie-elly-schlein-sua-vice-regione-1825191.html

“Vangelo e Moschetto”: l’Italia fascista e la Chiesa: un libro di Raffaele Amato

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“Vangelo e Moschetto”: riceviamo recensione e volentieri pubblichiamo, caro direttore
Non è facile per nessuno, neanche per il più viscerale degli antifascisti, negare il valore del Concordato. Frutto di quei Patti lateranensi fortemente voluti e firmati da Benito Mussolini l’11 febbraio 1929. Non è facile in quanto l’articolo 7 della Costituzione repubblicana è lì a sottolinearne l’importanza per gli equilibri sociali, morali e politici.

“Vangelo e Moschetto”: chiarezza e documentazione

E i Patti lateranensi non furono – come qualcuno cerca di sostenere – un semplice, per quanto geniale atto di Realpolitik. Bensì – come sottolinea Raffaele Amato nel suo recentissimo “Vangelo e Moschetto”, (Solfanelli) – il compimento perfetto di un percorso ideale e ideologico; di una strategia politica precisa volta non solo a dare una soluzione definitiva alla “Questione romana”; ma anche a sradicare dalla mentalità delle classi dirigenti i portati di oltre un secolo di propaganda massonica.
È fondamentale – secondo l’autore – rilevare che: i Patti lateranensi concludono un ciclo di iniziative politiche e legislative che partono  dalla messa al bando della Massoneria in Italia. Cioè, di quella forza che aveva interpretato il suo ruolo storico alla luce di un feroce Anticlericalismo, di un esasperato Internazionalismo. Minando così di fatto alla stessa “identità italiana”. E non è un caso,  sottolinea l’autore in questo suo libro che si segnala per le non comuni capacità e chiarezza espositive. Espresse non a scapito della precisione storica e documentale.

L’Italia fascista restituì dignità alla Chiesa

Non è un caso che la frattura tra Fascismo e Massoneria fosse stata preceduta da quella tra Grande Oriente e movimento nazionalista;  e dalla confluenza di quest’ultimo nella schiera delle “camicie nere”. Col Concordato, quindi, l’Italia fascista non solo restituì piena dignità pubblica alla Chiesa e alla Fede cattolica. Ma tornò a riconoscere alla religione la funzione di “coronamento” dell’educazione dei giovani.
Oggi in particolare, la Chiesa postconciliare prova e potrebbe provare ben più di un imbarazzo nel ripercorrere le tappe di quel lungo cammino: che vide Fascismo e Vaticano accompagnarsi finanche in avventure belliche. Pima tra tutte, la guerra in Spagna. Ma, pur analizzando anche i non infrequenti momenti di tensione tra le due istituzioni, Raffaele Amato non può non arrivare a questa conclusione:  proprio e solo sotto il Fascismo, nell’Italia moderna, la Chiesa ha potuto informare la società dei suoi più significativi e radicati principi morali.
Influenza, quella della Chiesa, accettata e promossa, pur nella sostanziale dimensione laica dello Stato. Non solo e non tanto nell’apertura delle istituzioni alle istanze del Cattolicesimo, ma anche nella lotta strenua che fu condotta alle associazioni nemiche della Fede di Roma.

Da https://www.secoloditalia.it/2020/02/vangelo-e-moschetto-litalia-fascista-e-la-chiesa-un-libro-di-raffaele-amato/

Dalla fucilazione della Ferida all’amicizia con Tito. La vera storia del partigiano Pertini

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Roma, 11 feb – La maggioranza degli italiani ricorda Sandro Pertini come il presidente della Repubblica che esultava per la vittoria della nazionale italiana di calcio nel 1982, sempre accompagnato dall’onnipresente pipa da tenero nonnino in bocca. Pochi sanno però la verità sugli anni della militanza di Pertini nelle fila partigiane. Quindi raccontiamo qualche episodio oscurato della storia del presidente, che ne inquadra il personaggio.

Pertini, via Rasella e le Fosse Ardeatine

Partiamo dall’attentato di via Rasella a Roma del 23 marzo 1944: dodici partigiani del Gap (Gruppo di azione patriottica) organizzarono un attacco dinamitardo contro un reparto della 11ª Compagnia del Polizeiregiment “Bozen”, nel quale rimasero uccisi anche due civili (tra cui il dodicenne Piero Zuccheretti).

L’attentato causò l’eccidio delle Fosse Ardeatine perché i gappisti si rifiutarono di farsi avanti come responsabili dell’agguato, seppur sapessero che i tedeschi avrebbero fucilato 10 italiani per ogni soldato ucciso. Sandro Pertini, allora responsabile militare del Comitato di Liberazione Nazionale del Psiup (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), dichiarò al “processo Kappler” che l’attentato era stato conforme alle direttive di carattere generale della giunta militare tendenti a costringere i tedeschi a rispettare la posizione di città aperta di questa capitale, direttive che ciascun componente della Giunta era chiamato a fare attuare alla formazione a lui dipendente”. Nel 1949, alcuni familiari delle vittime dell’eccidio delle Fosse Ardeatine intentarono una causa civile per danni contro i mandanti e gli esecutori dell’attentato di via Rasella, tra questi anche Pertini. La richiesta fu però respinta dal Tribunale perché l’attentato fu “un legittimo atto di guerra”.

La fucilazione di Luisa Ferida

Il 30 aprile del 1945, l’attrice Luisa Ferida, all’ottavo mese di gravidanza, venne fucilata perché frettolosamente accusata di collaborazionismo con i tedeschi, incriminazione della quale era in realtà innocente, come fu riconosciuto nel dopoguerra.

Nelle sue memorie, Giuseppe “Vero” Marozin, capo dei partigiani della “Brigata Pasubio” e già noto per le atrocità commesse in Veneto, scrisse in merito alla fucilazione della Ferida e del marito Osvaldo Valenti: “Quel giorno, il 30 aprile 1945, Pertini mi telefonò tre volte dicendomi: Fucilali, e non perdere tempo!

Pertini e la grazia per il boia di Porzus

Anche come presidente della Repubblica, Sandro Pertini non si scordò dei suoi compagni. Nel 1978, uno dei primi impegni come prima carica dello Stato fu la grazia concessa a Mario “Giacca” Toffanin, condannato in contumacia all’ergastolo (Botteghe Oscure riuscì a farlo riparare in Jugoslavia) dalla Corte di Assise di Lucca nel 1954. Toffanin fu il principale responsabile dell’Eccidio di Porzûs, dove vennero uccisi 17 partigiani della Brigata Osoppo dal battaglione di gappisti del Pci, comandati appunto dal “Giacca” e su mandato del Comando del IX Korpus dell’esercito titino. È bene ricordare che il graziato da Pertini subì un’ulteriore condanna a trent’anni per sequestro di persona, rapina aggravata, estorsione e concorso in omicidio aggravato e continuato.

L’omaggio a Tito

L’8 maggio del 1980 si tennero a Belgrado i funerali del dittatore Tito. Un Pertini visibilmente commosso si intrattenne davanti alla bara dell’infoibatore, appoggiando la mano sulla bara e “tenendola a lungo”, come riportò in seguito una nipote di Tito.

Da https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/fucilazione-ferida-amicizia-tito-vera-storia-pertini-145567/

“Foibofobia”: il male oscuro della sinistra italiana

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Breve e tristissima carrellata tra gli orrori e le infamie di chi vuol negare il Ricordo di un dramma italiano

Il Giorno del Ricordo è un nervo scoperto, una memoria che non riesce a essere condivisa, perché è sfuggito alle maglie della censura storica dei vincitori. Costituisce quindi una “pietra d’inciampo” sul percorso della vulgata resistenziale e, di conseguenza, scatena quelle stesse reazioni isteriche di cui fu vittima anche Giampaolo Pansa.
Così, dal più piccolo dei paesi fino al cuore dei Palazzi romani, si moltiplicano le minacce, gli insulti infami e i vandalismi. In una parola odio diffuso a piene mani, nonostante uno degli argomenti centrali nel dibattito di questi mesi sia proprio la lotta allo hate speech.

In altri articoli ricordiamo le origini delle teorie “giustificazioniste” e “negazioniste” che non sarebbero mai consentite per il Giorno della Memoria del 27 gennaio ma sono, invece, ampiamente tollerate e persino incentivate da alcuni Enti territoriali per ciò che concerne il dramma delle Foibe.

L’eterogenesi dei fini è perciò servita su un piatto d’argento: l’avvicinarsi di un momento di riflessione sul dolore e il sangue versato nelle terre del confine orientale, contro italiani inermi e non già contro milizie belligeranti, finisce così solo per esacerbare gli animi, alimentare polemiche e riaprire ferite.

Fin dentro ai Palazzi, si diceva, anzi a Palazzo Madama. La sede del Senato, che ha ospitato forse uno dei momenti più vergognosi di questi giorni di commemorazione. Ovvero un seminario organizzato dall’Anpi del Friuli-Venezia Giulia. Per chi non sapesse l’Anpi è l’associazione dei partigiani, quindi parte in causa diretta dei massacri, delle torture e delle violenze commesse ai danni degli italiani d’Istria e Dalmazia.
L’impostazione è stata appunto, giustificazionista e il titolo lo spiega “Il fascismo di confine e il dramma delle foibe”, come dire che anche le Foibe sono colpa del fascismo. Contro il convengo, che si è tenuto nella Sala degli Atti Parlamentari sono insorti – inascoltati – molti esponenti della minoranza e anche lo scrittore Marcello Veneziani che ha sottolineato come ormai «La dittatura sulla Memoria sta diventando insopportabile».

In questo clima ogni Comune d’Italia rischia di diventare oggi una trincea, anzi, una foiba dove finiscono per essere gettati i sentimenti di riconciliazione, umana pietà, riconoscimento del valore della vita, insieme a quello dell’italianità. Noi vi presentiamo una breve carrellata di alcuni degli orrori e delle infamie commesse in questi giorni e che hanno avuto ben poca eco sui media (sempre asserviti alla “vulgata” di cui sopra)

Norma Cossetto: “presunta” vittima
La bestialità è emersa a seguito di una interrogazione del senatore forzista Maurizio Gasparri che ha chiesto al ministro degli Interni di intervenire per sciogliere la delegazione leccese di Anpi secondo la quale Norma Cossetto (medaglia d’oro, sevizia e infoibata dai partigiani) era una “presunta vittima” delle foibe.

Trieste: anche d’Annunzio nel mirino
Un sedicente “Presidio antifascista” è stato indetto per oggi in piazza della Borsa contro la “falsificazione delle vicende del confine orientale”. Aderiscono partiti e centri sociali e si temono atti simbolici contro la statua di Gabriele d’Annunzio, definito “campione di antislavismo”.

Treviso: solo i partigiani “ricordano”?
Polemiche ha destato la decisione del Comune di Treviso di affidare all’Anpi e all’Istituto per la resistenza due conferenze legate al Giorno del Ricordo. Anche perché l’Anpi, appena un anno fa, a sua volta sollevò vibrate proteste per un corteo in memoria dei martiri delle Foibe. A Maserada, nella marca trevigiana, il Pd ha, invece, protestato contro la decisione del sindaco di erigere un monumento alle vittime delle Foibe. Per il consigliere del Pd Anna Sozza la scelta equivale a «strumentalizzare la storia».

L’autorevolezza di “Eric il Rosso”
In Piemonte è tutto un fiorire di iniziative di Eric Gobetti, uno che si fa chiamare Eric il Rosso. In rete circolano sue foto a pugno chiuso accanto alla statua del maresciallo Tito. Ebbene, questo personaggio è stato invitato dalla giunta di centrosinistra della Circoscrizione 3 di Torino. Non contento, è andato anche a presentare un suo libro: “La Resistenza dimenticata. Partigiani italiani in Montenegro (1942-1945)” a Verbania. Cosa c’entra con il dramma dei nostri connazionali?

Negazionismo a Ravenna
A Ravenna e in provincia, invece, alcune commemorazioni pubbliche sono state affidate dalla sinistra a Sandra Kersevan, animatrice della casa editrice KappaVu di Udine, nota negazionista, arrivata al punto di contestare sia le ricostruzioni sull’eccidio di Porzus sia la funzione della foiba di Basovizza.

Firenze: censurato Alfio Krancic
Nel capoluogo renziano i consigli di quartiere hanno negato l’autorizzazione ad ospitare una mostra di vignette di Alfio Krancic, il notissimo vignettista originario delle terre dell’esodo. A Firenze, rileva il forzista Cellai: «il ricordo di questa strage di italiani resta un evento di serie B».

Roma: il veto dei 5 stelle
Il M5S in Consiglio comunale si è rifiutato di discutere la mozione per il conferimento della cittadinanza onoraria a Norma Cossetto. Una vergogna senza precedenti che insulta la memoria di una giovane martire e di una delle più grandi tragedie della storia d’Italia.

Ciampino: la paura dell’uomo nero 
Quando la sinistra non può imporre i “suoi” conferenzieri, si mobilita per non far parlare gli altri. Così è in corso una mobilitazione per impedire la conferenza indetta per domani con relatore lo storico Pietro Cappellari, definito dal Pd (e da Repubblica) «noto per le sue idee e posizioni nostalgiche».

Lapidi imbrattate o divelte
Infine, il capitolo degli scempi più vigliacchi. A Casale Monferrato (AL) la lapide posta a ricordo della tragedia delle foibe è stata vandalizzata. Ignoti hanno dipinto sul cippo una falce e martello. Stessa cosa era successa, a maggio, nella città di Marghera (VE); mentre a Modena il monumento alle Foibe era stato imbrattato nel corso della manifestazione del 25 aprile scorso.

Questo è il “primato di civiltà” della parte politica che ancora ci governa e chissà cosa potrebbero inventarsi oggi, in tante città, i “nipotini di Tito” con la copertura, il consenso, i finanziamenti e il plauso dei nostalgici della guerra civile.

Da https://orwell.live/2020/02/10/foibofobia-il-male-oscuro-della-sinistra-italiana/

Foibe, quel disprezzo di Togliatti verso gli esuli italiani

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Ho ricevuto questa bella riflessione sul massacro delle foibe e l’ipocrisia di una certa sinistra nei confronti degli esuli italiani da un professore di Storia e Filosofia che con piacere pubblico.

Al massacro delle foibe seguì l’esodo giuliano dalmata, ovvero l’emigrazione forzata della maggioranza dei cittadini di etnia e di lingua italiana dall’Istria e dalla Dalmazia. Fuggivano per non morire, fuggivano per non essere infoibati, per non essere perseguitati e torturati. Si stima che i giuliani, i fiumani e i dalmati italiani che emigrarono dalle loro terre di origine ammontino a un numero compreso tra le 250.000 e le 350.000 persone.

Fuggivano disperati e speranzosi verso la madre patria che invece, per anni, non li riconobbe, non li soccorse e li tenne in centri profughi quasi come vergogne da nascondere! Ma d’altra parte come si dovevano considerare uomini sconsiderati che scappano via dalla “libertà titina” e dal futuro radioso del socialismo? Ma è ovvio: non potevano essere che rigurgiti del fascismo, dei fascisti e dei mascalzoni in fuga!

Leggiamo cosa disse Palmiro Togliatti (le cui posizioni sulla questione giuliano-dalmata sono certamente assai controverse), su quei poveri profughi italiani: “Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città, non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi.”
(Da Profughi di Piero Montagnani su L’Unità – Organo del Partito Comunista Italiano – Edizione dell’Italia Settentrionale, Anno XXIII, N. 284, Sabato 30 novembre 1946)

Si avete letto bene. Sono quelli che ora fanno la morale sull’accoglienza! Da non credere. Farebbe quasi ridere se non ci fosse da piangere e da commuoversi per quei poveri fratelli nostri, offesi e vilipesi da una ideologia non meno folle del fascismo.

Massimo Fochi, professore Storia e Filosofia

Da https://www.nicolaporro.it/foibe-quel-disprezzo-di-togliatti-verso-gli-esuli-italiani/

Svizzera: omofobia nel Codice Penale

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di Matteo Orlando per AGERECONTRA.IT

Ancora una volta le lobby LGBTIQ (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, intersessuali, queer), sono riuscite ad imporre le loro “agende omosessualiste” al potere politico.
Questa volta è accaduto in Svizzera dove la protezione contro l’omofobia sarà iscritta nel Codice penale.
Il 63% degli elettori (1.413.609 elettori) ha approvato attraverso un referendum che prevede l’introduzione dell’omofobia nel Codice penale svizzero.
Così discriminazioni e aggressioni basate sull’orientamento sessuale,
aggressioni legate all’omo-, etero- o bisessualità di una persona o di un gruppo di persone, saranno punibili in Svizzera alla stessa stregua del razzismo.
I votanti a favore del quesito referendario hanno votato ciò che hanno proposto il governo e la maggioranza del parlamento, cambiando un collaudato sistema legale che prevedeva pene detentive e pecuniarie per atti pubblici o dichiarazioni discriminanti basate sull’appartenenza razziale, etica o religiosa, ma non sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere.
La neo legislazione omosessualista svizzera segue l’esempio di paesi come la Francia, l’Austria, la Danimarca e i Paesi Bassi, paesi con lobby omosessualiste imperanti, che hanno già adottato leggi che consentono di punire l’omofobia in base al diritto penale.
La proposta di inserire l’omofobia nel diritto penale svizzero ha ottenuto massicci sostegni soprattutto nella Svizzera progressista (la Svizzera romanda e il Canton Ticino) dove circa i due terzi dei votanti hanno approvato la modifica (ha votato sì il 70% dei votanti nei Cantoni di Neuchâtel e del Giura e addirittura l’80% nel Canton Vaud).
Diverso, invece, è stato il risultato nella Svizzera tedesca, più tradizionale e religiosa, dove l’estensione della norma penale è stata bocciata dai Cantoni di Uri, Svitto e Appenzell Innerrhoden.
Alla fine, in tutta la Svizzera i No sono stati 827.361.
Se, naturalmente, i promotori della norma “anti-omofobia” si rallegrano per il risultato di domenica 9 febbraio, e si preparano a nuove battaglie omosessualiste, dall’UDF la riflessione che arriva è di segno opposto.
“Continueremo a difendere i valori cristiani”, ha dichiarato infatti Hans Moser, presidente dell’Unione Democratica Federale (UDF), il partito conservatore che aveva lanciato il referendum contro l’estensione della norma antirazzismo alle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale.
Per Moser l’esito di questo voto non va interpretato come un lasciapassare per ulteriori aperture liberal. L’Unione Democratica Federale intende battersi attivamente anche in futuro contro il “matrimonio per tutti” e contro l’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali. Marc Früh, altro esponente dell’Unione Democratica Federale, ha spiegato che durante la campagna per il voto è stato difficile comunicare alla gente il nocciolo della questione, ossia la difesa della libertà di espressione.
Ma adesso cosa accadrà in Svizzera?
Per evitare conseguenze penali ognuno dovrà stare attento a ciò che scrive o dice. Infatti, saranno vietati atti pubblici o dichiarazioni che ledono la dignità umana di una persona o di un gruppo di persone in relazione al loro orientamento sessuale, che creano in tal modo “un clima di odio e mettono in pericolo la convivenza pacifica nella società”. Sarà punibile anche chi “rifiuta a qualcuno un servizio destinato al pubblico a causa del suo orientamento sessuale”.
La norma penale non dovrebbe applicarsi a dichiarazioni o atti nell’ambito della cerchia familiare o degli amici e non dovrebbe concernere neppure i dibattiti obiettivi in pubblico, che restano permessi.
Ma c’è chi scommette che saranno in molti a rischiare fino a tre anni di detenzione, visto che questo tipo di reato sarà perseguito d’ufficio, dopo che le autorità verranno a conoscenza “di atti di odio e discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale”. Tuttavia alle associazioni sarà negato il diritto di essere parte in causa e di avvalersi dei mezzi di ricorso.
L’UDF, che fonda le sue posizioni politiche su principi biblici, teme un attacco alla libertà di espressione e aveva già combattuto nel 2004 l’unione domestica registrata di coppie omosessuali.
Domenica 9 Febbraio tra i maggiori partiti solo l’Unione democratica di centro (UDC) si è schierata dalla parte dell’UDF, definendo l’iniziativa una “legge museruola”, che costituirebbe una censura della libertà di espressione e di coscienza. Anche perché il Codice penale svizzero offre già una solida base legale per difendere qualsiasi cittadino in caso di ingiurie, minacce e calunnie.
Adesso, dopo il referendum, l’articolo 261bis del Codice penale svizzero – la cosiddetta norma antirazzismo – entrata in vigore il primo gennaio 1995, che punisce con una pena detentiva sino a tre anni o con una pena pecuniaria chiunque discrimina o discredita pubblicamente una persona o un gruppo di persone per la loro razza, etnia o religione, sarà esteso anche all’orientamento sessuale.
L’articolo punisce allo stesso modo coloro che incitano pubblicamente all’odio o propagano un’ideologia intesa a discreditare o calunniare sistematicamente persone o gruppi di persone per la loro razza, etnia o religione. Anche qui si aggiungerà in futuro l’orientamento sessuale.

Il ricordo e la rabbia. Dopo 36 anni nessuno ha mai pagato per l’omicidio di Paolo Di Nella

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Trentasei anni fa moriva Paolo Di Nella, nel giorno del suo ventesimo compleanno. Colpito di spalle, al cranio, nella notte del 2 febbraio 1983 da due esponenti dell’Autonomia operaia (mentre affiggeva manifesti per restituire ai cittadini del suo quartiere lo spazio verde di Villa Chigi),  Paolo entra in coma per non svegliarsi più. Una morta assurda, “fuori tempo massimo”, per la quale nessuno ha mai pagato il conto con la giustizia.

Un colpo di coda

Era il 9 febbraio 1983: il sapore acre degli anni di piombo, con il suo carico di caduti dall’una e dall’altra parte, sembrava un ricordo del passato, la destra giovanile aveva mosso passi da gigante nel superamento delle contrapposizioni ideologiche, parte della sinistra cominciava a fare autocritica e il dialogo generazionale sembrava a portata di mano. Invece, quel colpo alla nuca è un balzo all’indietro imprevisto e imprevedibile. Che però  segnerà un punto di non ritorno. Paolo merita qualcosa di più di una vendetta a caldo,  dello stanco rito dell’occhio per occhio, dente per dente. La risposta è che non si risponde, il “favore” non sarà restituito: davanti al corpo esangue di Paolo avvolto in un sudario e al giglio bianco donato da un’infermiera, i suoi “capi” giurano che non si risponderà al sangue innocente con altro sangue innocente. E così sarà. «Con Paolo di Nella è morto un combattente per il proprio popolo, un nazional-rivoluzionario. Nessuno si permetta di offendere questo martire con inutili isterismi: l’unica vendetta è continuare la sua lotta contro il sistema che lo ha assassinato», si legge nel volantino del Fronte della Gioventù scritto poche ore dopo la sua morte.”

Capellone e testardo

Militante del Fronte della Gioventù, silenzioso, capelli lunghi e occhiali, Paolo era un ragazzo molto lontano dagli stereotipi del fascistello dei primi anni ’80. Paolo lavorava in silenzio nello sgabuzzino di via Sommacampagna dove passava ore a scrivere manifesti a mano, andava in vacanza in tenda, guidava la moto, parlava di comunità di quartiere oltre la destra e la sinistra, era contro la pena di morte ( tanto bastò per cacciarlo dalla sezione missina di viale Somalia). Testardo. Si era messo in testa di restituire ai cittadini del suo quartiere il parco di Villa Chigi per destinarlo a centro sociale e culturale e aveva speso gran parte della giornata dell’aggressione ad affiggere manifesti per rendere pubblica una raccolta di firme per l’esproprio. Quella sera in affissione è solo con Daniela Bertani quando verso le 23, mentre è in mezzo allo spartitraffico di Piazza Gondar, viene avvicinato da due ragazzi apparentemente in attesa dell’autobus e colpito alla nuca. Rientrato in macchina, si fa accompagnare a una fontanella, si sciacqua la ferita e si fa promettere da Daniela che non dirà nulla. Rientrato a casa i genitori lo sentono lavarsi i capelli, muoversi inquieto e lamentarsi, l’ambulanza arriva quando Paolo è già in coma.

La veglia ininterrotta

Per sette giorni e sette notti  la sua comunità non lo molla un attimo. Seduti a terra nel corridoio del Policlinico Umberto I decine di ragazzi e ragazze sono lì, a proteggerlo, ad accarezzarlo, quasi a volerlo resuscitare con la veglia e la preghiera, tra stecche di sigarette, tramezzini e quintali di caffè. Un triste pomeriggio, il 5 febbraio, mentre la maggior parte dei ragazzi è in corteo e l’ospedale è semideserto si consuma un piccolo miracolo: al capezzale di Paolo si presenta Sandro Pertini,  il presidente partigiano, per la prima volta un antifascista spezzava l’ignobile vulgata per la quale “uccidere un fascista non è reato” , alla visita del capo dello Stato seguirà quella del sindaco comunista Ugo Vetere. All’indomani della morte di Paolo, Giuliano Ferrara firma un editoriale di Repubblica nel quale ammette che anche se la vita politica di Di Nella era “deprecabile”, si doveva rispetto al morto. Alla famiglia arriva il telegramma di condoglianze di Enrico Berlinguer. Qualcosa si mosse, ma nessuno dei suoi killer ha fatto un solo giorno di prigione, non bastò la presenza del capo dello Stato perché la magistratura cambiasse marcia con depistaggi e coperture degli attivisti di Autonomia Operaia molto “attivi” nel quartiere Africano, al confine con Trieste Salario. L’omicidio di Di Nella è rimasto impunito, così come è accaduto per Francesco Cecchin, ucciso vicino piazza Vescovio qualche anno prima.

Indagini fasulle e omertà

Cinque giorni dopo venne trovato un volantino firmato Autonomia Operaia nel quale si rivendicava l’agguato. Nella lista dei sospettati finirono Luca Baldassarre e Corrado Quarra che inizialmente riuscirono a fuggire, poi Quarra venne fermato mesi dopo in piazza Risorgimento e due giorni dopo Daniela Bertani lo riconobbe come l’aggressore di Paolo.  Troppo facile per finire così. A Daniela fu tesa una trappola e, ritenuta un teste “poco attendibile”, Quarra venne prosciolto. Era il 21 aprile 1986, data in cui si chiusero le indagini. A nulla sono valsi i dossier di controinformazione, le indagini  condotte dagli amici, le testimonianze del quartiere, i dubbi emersi durante la ormai nota trasmissione Telefono gialloespressi dal giudice istruttore che si occupò del decreto di scarcerazione di Quarra. Paolo non ha ancora ricevuto giustizia. Resta un esempio insostituibile per la destra, un figlio d’Italia, ucciso per la sua vocazione sociale e rivoluzionaria. A 36 anni dalla sua morte, come ogni anno, i suoi fratelli, giovani e anziani,  lo ricordano con la cerimonia del presente davanti allo striscione “Paolo vive”. La mano sul cuore e un giuramento che si rinnova.

Da https://www.secoloditalia.it/2019/02/il-ricordo-e-la-rabbia-dopo-36-anni-nessuno-ha-mai-pagato-per-lomicidio-di-paolo-di-nella/?fbclid=IwAR1HMQ7zHN-o4yY9DlWzlq773elY55PE6addb3b_N_Jdx7Rtfn2eMPraujw

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