Razzismo, Ogbonna controcorrente: “Meno se ne parla meglio è: nello sport c’è uguaglianza”

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Roma, 24 giu – Per fortuna nel calcio c’è ancora qualche testa pensante: è Angelo Ogbonna, difensore del West Ham, che sul tanto vituperato problema del razzismo dice la sua: “Basta parlarne, l’importante è lo sport”.

Ogbonna, il razzismo e i pensieri fuori dal coro

Ad Angelo Ogbonna, difensore del West Ham, viene chiesto – in virtù della sua etnia, in un gesto di plateale … “razzismo” – nel corso di una intervista rilasciata a Sky Sport, se nel calcio c’è ancora razzismo:”Io penso che di queste cose non se ne debba parlare. Per far sì che qualsiasi forza di discriminazione possa eliminarsi, dobbiamo smettere di parlarne. Soprattutto nello sport. Nello sport, in qualsiasi tipo di sport, c’è uguaglianza, quando c’è una palla di mezzo non penso che si vada a guardare il colore del compagno di squadra o dell’avversario”, risponde il calciatore.

“Meglio evitare di parlarne”

“Magari la frustrazione ti può permettere di fare una battuta che io però non credo sia mirata. Il fatto che se ne parli ancora oggi, è quella la problematica… Il razzismo non andrà via, o meglio la discriminazione più che il razzismo. Può nascere in ogni contesto: col povero, col meridionale… Quindi io penso che sia meglio evitare di parlarne, soprattutto nello sport”. Dunque per Ogbonna, nato a Cassino da genitori nigeriaini, prima di essere qualsiasi cosa evidentemente è importante essere un calciatore proferssionista e più si esaspera il discorso più le differenze vengono acuite e non appianate: “Sì. Meno se ne parla meglio è, bisogna concentrarsi sullo sport che è simbolo di uguaglianza”. Qualcuno lo dica a Marchisio …

Ilaria Paoletti

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https://www.ilprimatonazionale.it/sport/razzismo-ogbonna-controcorrente-198765/

Sconfinamento nave in Crimea, per diplomatico russo Usa e Gb cercano di provocare conflitto

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Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna cercano di provocare un conflitto con le loro azioni sul caso dello sconfinamento del cacciatorpediniere britannico HMS Defender nel Mar Nero, ha sostenuto oggi il viceministro degli Esteri russo Sergey Ryabkov.
Ha sottolineato che le registrazioni diffuse pubblicamente dall’Fsb tra il comando della nave della guardia costiera russa e il comando del cacciatorpediniere britannico “non solo mettono i puntini sulle i, ma stroncano sul nascere i tentativi maliziosi di alti funzionari a Londra e alcuni rappresentanti dell’amministrazione statunitense di distorcere l’essenza di quanto accaduto”.
“Poi sono stati sparati i corrispondenti colpi”, ha detto a margine della conferenza internazionale “Minacce globali alla sicurezza biologica. Problemi e soluzioni”.
Il viceministro ha sottolineato che il motivo di ciò che sta accadendo è che “i colleghi di Washington e Londra non si limitano a negare la realtà, ma smentiscono la vita”, non riconoscendo che la Crimea è un territorio della Russia.
Mercoledì 23 giugno il cacciatorpediniere britannico HMS Defender ha attraversato il confine marittimo della Russia ed è entrato nel suo territorio per tre chilometri in prossimità di Capo Fiolent, in Crimea.
Secondo il ministero della Difesa, la nave di confine ha aperto fuoco di avvertimento e un caccia Su-24M ha lanciato bombe a salve in direzione del cacciatorpediniere.
A sua volta Londra ha affermato che la nave da guerra stava effettuando un passaggio pacifico attraverso le acque territoriali dell’Ucraina in conformità con il diritto internazionale. Inoltre hanno smentito che contro il cacciatorpediniere sono stati sparati colpi d’ avvertimento. Secondo il primo ministro britannico Boris Johnson, il passaggio attraverso il Mar Nero era “abbastanza appropriato”.
In relazione all’incidente, il ministero degli Esteri russo ha convocato l’ambasciatrice britannica a Mosca Deborah Bronnert per esprimere forte protesta per quanto accaduto.

DA

https://it.sputniknews.com/20210625/sconfinamento-nave-in-crimea-per-diplomatico-russo-usa-e-gb-cercano-di-provocare-conflitto–11886308.html

Scotland Yard compie il più grande sequesto di valute virtuali

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Detective specializzati che indagano sui reati di riciclaggio di denaro della Met, la polizia inglese, hanno sequestrato criptovalute per un valore di  114 milioni di sterline, circa 135 milioni di euro: il più grande sequestro di criptovaluta nel Regno Unito e ritenuto uno dei più grandi a livello globale. questo nonostante molti pensino che BTC sia irrintracciabile e non intercettabile.

Il sequestro è stato effettuato da investigatori dell’Economic Crime Command del Met sulla base di informazioni ricevute sul trasferimento di beni criminali.

L’indagine continua.

Il detective Constable Joe Ryan ha dichiarato: “I criminali devono legittimare i loro soldi, altrimenti rischiano di essere sequestrati dalle forze dell’ordine. I proventi del crimine vengono quasi sempre riciclati per nasconderne l’origine, ma interrompendo il flusso di fondi prima che vengano reinvestiti, possiamo rendere Londra un luogo incredibilmente difficile da gestire per i criminali”.

Il vice commissario assistente Graham McNulty ha dichiarato: “Ogni singola parte del Met sta lavorando per ridurre la violenza nelle strade di Londra come priorità assoluta, inclusi i nostri investigatori finanziari.

“C’è un legame intrinseco tra denaro e violenza. La violenza è usata per estorcere, ricattare, svaligiare, controllare e sfruttare. È usato per proteggere i profitti criminali e mantenere il controllo dei territori.

“Il denaro rimane il re, ma con lo sviluppo della tecnologia e delle piattaforme online, alcuni si stanno spostando verso metodi più sofisticati per riciclare i loro profitti. Ma abbiamo ufficiali altamente qualificati e unità specializzate che lavorano giorno e notte per rimanere un passo avanti.

“Questi agenti non solo lavorano per interrompere e sequestrare i fondi trasferiti digitalmente, ma continuano a privare i criminali di denaro contante. Nell’anno finanziario 2020/21, abbiamo sequestrato più di 47 milioni di sterline nelle mani  mani dei criminali. Questo denaro non può più essere reinvestito nella criminalità, non può essere utilizzato per acquistare e spacciare droga e armi, e non può essere utilizzato per invogliare e sfruttare alla criminalità giovani e vulnerabili».

La Blockchain è perfettamente trasparente nelle transazioni. Quello che non sono trasparenti sono le proprietà dei wallet, ma se un wallet fisico viene sequestrato, a quel punto sono ricollegabili tutti i passaggi a monte ed a valle dello stesso. Ecco perchè , alla fine, i criminali usano BTC e le valute virtuali ancora in modo limitato. Molto meno di quanto usino le banche…

DA

Scotland Yard compie il più grande sequesto di valute virtuali

Mese nero dei conti correnti: occhio al 1 luglio!

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Tra la chiusura dei conti correnti, sportelli bancomat e la ripresa dei pignoramenti, dal 1° luglio scatta il mese nero per milioni di italiani: ecco cosa ci aspetta

Il mese nero per i conti in banca e correntisti si avvicina a grandi passi: dal 1° luglio, infatti, saranno tante e poco piacevoli le novità che riguarderanno milioni di italiani.

Chi paga l’imposta di bollo

Con la fine del terzo trimestre dell’anno scattano l’imposta di bollo sui conti correnti: lo Stato recupera soldi su quella che è, a tutti gli effetti, un’imposta patrimoniale ricorrente. Nata nel 1972, non è mai stata abolita e all’estero non si paga. In un nostro articolo abbiamo spiegato che questa tassa sui conti correnti e libretti postali è quindi una tassa dovuta allo Stato per ogni rapporto bancario e postale attivo: colpisce tutti i conti, sia personali che cointestati o aziendali ed ogni anno frutta in “maniera silenziosa” milioni di euro allo Stato. Per le persone fisiche il pagamento è di 34,20 euro all’anno, mentre per le aziende è di 100 euro. Come riporta Investireoggi, le banche frazionano il pagamento ogni tre mesi, ecco perché al 30 settembre 2020 scatterà l’addebito di 8,55 euro (25 euro per i conti aziendali) sul conto corrente: si paga per il solo fatto di possedere un conto corrente e di tenervi depositato del denaro. In pochi casi, però, non si paga: innanzitutto, quando il limite di giacenza media è inferiore a cinquemila euro. L’imposta di bollo, poi, non si applica nemmeno ai rapporti intercorsi tra gli enti gestori e i Confidi, organismi senza scopo di lucro a carattere associativo costituiti da piccole e medie imprese e sono esentati anche i conti correnti delle pubbliche amministrazioni. Infine, un’ulteriore deroga al pagamento dell’imposta di bollo sul conto corrente è data dalle capacità reddituali del soggetto: coloro che hanno un Isee inferiore a 7.500 euro all’anno sono esentati dall’applicazione dell’imposta.

Stop ai prelievi bancomat

Ma le novità non sono ancora finite: dal 1° luglio 2021 non si potrà più prelevare presso molti sportelli bancomat: farà da apripista il gruppo bancario olandese ING, la banca online di “Conto Arancio”, che chiuderà 63 casse automatiche sparse sul territorio nazionale e la contestuale riduzione delle filiali da 30 a 23. Alla base della decisione sembra esserci un cambio di strategia commerciale: l’esigenza di adeguarsi al contesto macroeconomico in costante evoluzione. Una volta chiuse filiali e sportelli, l’alternativa per i clienti sarà quella di poter prelevare presso i bancomat di qualsiasi altro Istituto di credito sostenendo costi e commissioni previsti dal contratto. Oltre ad Ing, chiuderà anche banca Fineco: tutti i conti con grandi depositi inattivi (sopra i 100mila euro) dovranno alleggerire le proprie giacenze in favore di investimenti altrimenti il conto verrà chiuso (ne abbiamo parlato qui). E poi, l’ultima in ordine di tempo a cambiare in modo eclatante è la danese Danske Bank che ha fatto sapere che abbasserà a 100mila corone (quasi 13.500 euro) il limite per l’applicazione di tassi di interesse negativi ai depositi.

La chiusura generale degli Atm, comunque, è già in atto da un paio d’anni con ben 831 sportelli bancari in meno soltanto nel 2020: i dati di Banca d’Italia parlano di 23.481 filiali sul territorio italiano, il 3,4% in meno rispetto all’anno precedente (2019). Sul territorio nazionale c’è la presenza di una banca ogni 2.522 abitanti ma su 7.904 comuni italiani, 2.802 si trovano sprovvisti di un ufficio di credito e – di conseguenza – anche del semplice bancomat. La mappa italiana vede ben undici regioni con una percentuale molto alta di chiusure: prima, in questa speciale classifica, la Valle d’Aosta, che con una percenutale negativa del -6,3% ha visto ridurre le proprie filiali da 79 a 74. Subito dietro la Liguria (-5,8%), in cui le filiali sono passate da 677 a 638. Gradino più basso del “prestigioso” podio per l’Abruzzo (-5,7%), in cui gli sportelli sono passati da 526 a 496. Oltre la media anche Emilia-Romagna (-5,5%), Basilicata (-5,4%), Sicilia (-4,4%), Friuli Venezia-Giulia (-4,0%), Piemonte (-3,9%), Umbria (-3,7%), Sardegna (-3,7%), e Lazio (-3,5%).

Tassi negativi sui conti deposito

Ma le notizie negative sono solo all’inizio: come abbiamo ricordato con questo pezzo (clicca qui) la danese Danske Bank che ha fatto sapere che abbasserà a 100mila corone (quasi 13.500 euro) il limite per l’applicazione di tassi di interesse negativi ai depositi. Il nuovo provvedimento entrerà in vigore dal 1° luglio e il tasso applicato oscillerà tra lo 0,6% della giacenza per i privati e l’1% per alcune imprese. “Stiamo sperimentando – ha spiegato a Businessinsider il responsabile clienti della banca danese, Mark Wraa-Hansen – livelli inusuali di tassi di interesse da un periodo di tempo troppo lungo e non c’è alcun segnale di cambiamento. Allo stesso tempo, assistiamo a un significativo incremento dei depositi, che con questi tassi si traduce in una spesa considerevole per la banca”. La motivazione per cui la banca danese ha deciso di abbassare il limite per fare scattare tassi negativi è quella che gli istituti di credito, italiani compresi, vanno ripetendo ormai da un po’ di tempo: l’eccessivo costo della liquidità. Anche Fineco e Unicredit hanno preso importanti provvedimenti contro le maxi giacenze sui depositi: la prima, con un’iniziativa unica, ha annunciato la chiusura dei conti con oltre 100mila euro e in assenza di investimenti o prestiti con la stessa banca; il gruppo Unicredit, invece, ha annunciato canoni più salati per clienti vecchi e nuovi parlando esplicitamente di un peggioramento della situazione “acuito dal sensibile aumento dei volumi dei depositi registrato nell’ultimo anno”.

I pignoramenti in arrivo

Per quanto riguarda notifiche e pignoramenti (lo abbiamo scritto qui) lo stop a causa della pandemia è stato prorogato al 1° settembre 2021: per quella data potranno essere iscritte o rese operative nuove procedure cautelative ed esecutive oltre al riattivarsi degli obblighi derivanti dai pignoramenti presso terzi effettuati prima della data di entrata in vigore del decreto Rilancio (dl 34 del 19/5/2020), su stipendi, salari, indennità relative al rapporto di lavoro o impiego ma riguardanti anche pensioni e trattamenti assimilati. Il Decreto sostegni bis aveva dato tempo fino al 30 giugno 2021 per mettere mano al portafoglio ma il nuovo termine è stato spostato al 1° settembre con termine di versamento al 1° ottobre 2021. Le Pa (pubbliche amministrazioni), invece, dovranno eseguire le verifiche di inadempienza previste dell’art. 48 bis del dpr 602/1973, prima di disporre pagamenti ai propri fornitori per importi superiori a 5mila euro. Insomma, anche durante la pandemia, l’attività dell’Agenzia non si è mai fermata e si prepara una vera e propria valanga di pagamenti per milioni di italiani.

 

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https://www.ilgiornale.it/news/economia/mese-nero-dei-conti-correnti-occhio-all1-luglio-1957011.html

Famiglia tradizionale: tabù moderno

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Roma, 20 giu – Sembra curioso e lascia sorprendentemente e tristemente attoniti constatare che il solo domandare “In futuro vorresti avere dei bambini?” sia oramai diventato un tabù. Una di quelle domande ritenute ormai discriminatorie per i nostri tempi. Fuori luogo, di troppo, sconveniente, persino maleducata. Come se il concetto di famiglia tradizionale, quello di mettere al mondo dei figli e prendersi cura di loro, nell’ottica distorta e distopica di questo nuovo secolo equivalesse inevitabilmente a perdere ogni forma di libertà femminile e controllo di sé.

Patriarcato, patriarcato ovunque

L’ombra in agguato è sempre la stessa, ormai quasi divenuta una penosa e monotona cantilena: la minaccia del tanto famigerato “patriarcato”. Cosa sia e come si manifesti nessuno in realtà lo ha mai capito fino in fondo. Pare si annidi inevitabilmente in ogni aspetto della vita quotidiana. Dagli spot pubblicitari in televisione costantemente accusati di sessismo, fino all’attribuzione dei cognomi ai bambini. In ogni aspetto della vita umana ci sarebbero infimi retaggi patriarcali da combattere ed eradicare. Persino atavici modi di dire non ne restano esclusi. I celebri “auguri e figli maschi” oppure “mogli e buoi dei paesi tuoi” sono stati banditi in nome di un perbenismo modernista che attacca le forme, i simboli e i proverbi. Mai la sostanza.

La famiglia tradizionale? Ormai è un tabù

La stessa famiglia tradizionale sarebbe un tabù. Così come desiderare di diventare mamme rispecchierebbe un’atroce negazione della propria emancipazione, nell’ottica distorta e malata che intenderebbe inquadrare il non avere figli come essenziale precondizione dell’emancipazione stessa. La “nuova normalità” sarebbe contraddistinta dalla solitudine, dalle relazioni occasionali, dall’identificazione della vita matrimoniale con quella di un’esistenza fatta di servilismo e oppressione. La maternità ha smesso di essere un desiderio, divenendo un peso sociale e morale. Sognarla sembra quasi una vera e propria assurdità.

Dietro la maschera della “donna forte”

L’immagine della donna forte, indipendente e libera diventa paradossalmente così terribilmente fragile nel suo non riuscire più a conciliare vita lavorativa e familiare. L’una sembra escludere inevitabilmente l’altra, in un crescendo di contraddizioni che identificherebbe come più libera e più forte una donna retribuita dal suo datore di lavoro che non dal sorriso dei suoi figli. In un secolo che non accetta compromessi ma che sa soltanto ciecamente urlare, per una donna, conciliare focolare domestico e carriera senza mai mettere da parte l’uno o l’altro aspetto diviene davvero un gesto rivoluzionario.

Elisabetta De Luca

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/la-famiglia-tradizionale-un-concetto-in-pericolo-diventato-un-tabu-moderno-198093/

Nel 2026 tutte auto elettriche?

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Continua la marcia verso la fine  per i veicoli con motore a combustione interna, o almeno così sembra.

Audi è stata l’ultima casa automobilistica a esprimere l’intenzione di porre fine completamente alla costruzione di veicoli con motore a combustione, affermando questa settimana che smetteranno di costruire veicoli a benzina e diesel entro il 2026. Inoltre, da quella data non ci saranno più veicoli ibridi, ha affermato la casa automobilistica.

Il presidente del consiglio di amministrazione di Audi Markus Duesmann ha offerto la scadenza ai dirigenti dell’azienda e ai rappresentanti dei lavoratori questa settimana, secondo The Drive. La società aveva già dichiarato a marzo di quest’anno che avrebbe smesso di sviluppare nuovi motori a combustione.

Poi, per i cultori del genere, questo tipo di auto elettriche sono perfette per rappresentare l’Audi

Il capogruppo della società, Volkswagen Auto Group negli ultimi mesi si è imposto di riuscire a superare tesla in ogni settore dell’automozione elettrica

Secondo Automotive News, però dietro a tutto questo non c’è che la volontà di acquisire una fetta notevole del finanziamento da 174 miliardi di dollari che l’amministrazione Biden ha messo  disposizione per il passaggio all’elettrico nel nord America. Con questa spinta chiunque sarebbe identificabile.

Ora una domanda: tutta questa mobilità elettrica avrà a propria disposizione elettricità verde a sufficienza? Perché i blackout a Milano, banalmente dovuti a qualche condizionatore in più, sono solo un assaggio di quello che potrebbe accadere con una mobilità completamente elettrica che vuole caricarsi in tempi brevi. Si crea un sistema senza una Infrastruttura efficiente e, soprattutto, senza avere idea da dove verrà l’elettricità in oggetto. Poco male, ci saranno meno fredde Audi in vendita, oppure la società fallirà il proprio obiettivo. Non sarebbe la prima volta.

DA

Entro il 2026 tutte le auto saranno elettriche. Se ci sarà elettricità…

La S. Vergine Maria è il Rosario arrivano sull’Everest

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di Leonardo Motta

 

Un giovane cattolico ha scalato l’Everest ed ha piantato in cima un’immagine della Vergine Maria e un Santo Rosario.

Il giovane ha 24 anni, è dello stato indiana del’Arunachal Pradesh e si chiama Abraham Tagit Sorang. “Ho realizzato uno dei suoi sogni, quello di scalare l’Everest”, ha dichiarato il devoto della Vergine Maria che ha portato a termine il suo viaggio proprio il 31 maggio, al termine del mese mariano.

“Ho portato sempre con me una piccola statua della Vergine e la ringraziavo per la sua intercessione”, ha spiegato Sorang.

È il secondo abitante dell’India a completare questa impresa. Ha celebrato la sua spedizione sui social network ed ha ricordato di essere attivo nella sua parrocchia. Il giovane appartiene alla tribù indiana Nyishi, e vive quasi al confine con la regione autonoma cinese del Tibet.

Nonostante proviene da una famiglia molto umile e povera, è riuscito a frequentare la scuola e l’università. Per molti anni è stato battista ma, dopo aver frequentato le scuole cattoliche clarettiane ha aderito al Cattolicesimo. “Ho sentito forte il richiamo ad essere cattolico e così sono entrato a far parte della Chiesa cattolica”, ha dichiarato. “Da quando è morta mia madre, la Vergine è diventata mia madre. Porto sempre con me in ogni spedizione il rosario e un’immagine della Vergine”.

Vivendo a Itanagar, ha fatto parte del gruppo giovanile dei Salesiani della parrocchia di Santa María, dove ha prestato servizio come chierichetto, segretario del gruppo giovanile e dell’area educativa.

Abraham pratica l’alpinismo dal 2013 e da allora ha fatto diverse spedizioni. Ma quest’ultima è stata una spedizione con difficoltà fisiche ed economiche enormi. “Ci sono voluti quattro anni di preparazione. E ad un certo punto le difficoltà economiche hanno reso quasi impossibile l’obiettivo. Devo ringraziare l’Associazione Cattolica dell’Arunachal Pradesh, senza la quale questa avventura non sarebbe nemmeno iniziata. Mi sono sentito sostenuto da tante persone in questo Stato e dall’intercessione della Vergine Maria. Ho pregato il Rosario, letto la Bibbia, chiesto al Signore di concedermi un buon tempo. Sono arrivato in cima alle 8:45 del 31 maggio, festa della Visitazione della Beata Vergine Maria. Lì, in piedi, in cima, ho ringraziato Dio promettendo di dare la mia vita al Signore.

Abram ha spiegato che “la montagna più difficile da scalare è quella della santità, ma la intendo raggiungere attraverso il mio impegno nella Chiesa Cattolica”.

Anche il vescovo di Itaganar, monsignor John Thomas, ha espresso la sua gioia per l’impresa del giovane. “Non si spaventato del fatto di abitare in un remoto villaggio. Ha lavorato duramente per migliorarsi fino a raggiungere l’Everest. Possa essere un’ispirazione per i giovani dell’Arunachal Pradesh, che vivono in una situazione difficile, a lottare per raggiungere le vette più alte del loro cammino”.

 

 

Leonardo Motta

“Omofobo” is the new “fascista”. Il pensiero debole ci va giù pesante

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di Alfredo Mantovano

Fonte: Centro studi Livatino

Lo stigma mediatico-culturale incombe già, come dimostra il caso del mio libro bloccato dalla Feltrinelli. Il ddl Zan traduce quel marchio in sanzioni penali.

Un paio di mesi fa Simonetta Matone, un magistrato che ha speso la vita per la tutela dei diritti, soprattutto dei più deboli e dei minori, riceve dalla Rettrice de La Sapienza l’incarico di Consigliera di fiducia dell’Ateneo romano: in base al Codice di condotta nella lotta contro le molestie sessuali del gennaio 2021, questa figura fornisce consulenza e assistenza alle vittime. Le associazioni di area Lgbt+ chiedono pubblicamente il ritiro della nomina perché la cons. Matone sarebbe “nota da sempre per le posizioni omofobe”. Prova certa e unica del crimine di “omofobia” da lei perpetrato è la sua firma – fra circa 400 di giudici, avvocati e docenti – all’appello del gennaio 2016 del Centro studi Livatino, che era critico nei confronto dell’allora ddl Cirinnà, poi diventato legge nel maggio successivo.

Più o meno negli stessi giorni giunge il libreria un volume scritto a più mani con amici del Centro studi, da me curato, di commento articolo per articolo al ddl Zan: il ddl, approvato alla Camera nell’autunno 2020, è attualmente all’esame del Senato. Giunge in libreria? Così dovrebbe avvenire per contratto: l’editore Cantagalli lo aveva consegnato al principale distributore italiano, e questi, a sua volta, lo aveva smistato per le varie reti librarie. Peccato che nelle librerie Feltrinelli il testo non si trovi: dopo varie segnalazioni di persone che vorrebbero acquistarlo, e alle quali vengono date le risposte più improbabili, un accertamento svolto contestualmente in più città italiane fa constatare che è rimasto bloccato. Le proteste ottengono di farlo rimettere in circolazione, con annesse scuse; inutile dire che, come la d.ssa Matone è la persona meno adatta a essere marchiata quale soggetto discriminatorio, così il nostro libro è un testo scientifico privo di offese nei confronti di chiunque.

MA QUALE “PRIORITÀ”

A pandemia non ancora superata, con la devastazione economica a essa seguita, il leader di un importante partito italiano individua quale “priorità” l’approvazione del ddl Zan: perché lo stigma dell’omofobia da mediatico-culturale, quale incombe pesantemente, come dimostrano le due vicende appena riferite, sia tradotto in sanzioni penali; e perché in tal modo passi dal mito della discriminazione omotransfobica alla realtà della discriminazione di chi ritiene che la famiglia sia un dato di natura.

L’omofobia è il marchio di infamia per condurre oggi all’esilio sociale, domani agli arresti chi, non si omologa al verbo dei talk show, delle fiction, delle emergenze che non esistono e egli esperimenti di disaggregazione di quel poco che ha mantenuto un profilo strutturato. Nella metà degli anni 1970, allorché il Partito comunista italiano concludeva il suo percorso di conquista delle istituzioni con l’ingresso nelle maggioranze di solidarietà nazionale, l’indimenticato Augusto Del Noce enucleava la categoria del “mito del fascismo”. Egli distingueva tra il fascismo storico e il fascismo demonologico: il primo, allora un po’ più di oggi, contava su nulla più di un gruppo di nostalgici; il secondo costituiva un’arma di esclusione, poiché sovrapponeva a una persona, a un’associazione, a un gruppo culturale l’etichetta di fascismo, e con questo lo estrometteva da ogni ambito di confronto, di discussione, di semplice ascolto. Arbitro ultimo di chi meritasse o meno quella qualifica esiliante era il PCI, o chi, nei vari ambiti, si esprimeva per conto di quell’area politica.

COME SI ROMPE L’INCANTESIMO

Quarant’anni dopo ‘omofobo’ sostituisce ‘fascista’, e titolato ad adoperarlo nei confronti del nemico di volta in volta preso di mira è il mainstream anni 2020, meno strutturato rispetto all’antico PCI: una galassia che conosce punti di forza nelle redazioni dei media più diffusi, e individua nella giurisdizione lo strumento attraverso cui stroncare, se necessario col carcere, non già chi in qualsiasi modo offende una persona perché omo o transessuale, bensì chi esprime riserve e perplessità per i c.d. nuovi diritti. Il pensiero debole, che ruota attorno alla fluidità del gender, ha necessità di sanzioni forti, con le quali impedire il dissenso, pur se civile e ragionato, per l’equiparazione delle unioni same sex alla famiglia fondata sul matrimonio, per l’adozione omogenitoriale, per la maternità surrogata.

È una pesante cappa su un corpo sociale che non cessa di soffrire le ferite della pandemia: quelle fisiche, i contraccolpi psicologici, le ricadute economiche. Così pesante che in occasione della Festa dei lavoratori il tema dominante, invece delle morti sul lavoro, o della tragica dilatazione della disoccupazione, o della rimozione degli ostacoli fiscali e burocratici a rendere effettiva la ripresa, è stata l’intimazione ad approvare il ddl Zan il prima possibile!

L’incantesimo si rompe se si apre la finestra e si guarda alla realtà, mettendo da parte i consiglieri fraudolenti. Per svegliare il debole Theoden e ricordargli la sua missione di re non serve tentare la mediazione con Saruman, che non ha nessuna intenzione di venire a patti: è sufficiente smascherare la schiera dei Vermilinguo oggi presenti ovunque; è raccontare che col testo Zan la posta in gioco è la libertà, di formazione, di istruzione, scientifica e di opinione; è convincersi che va fatto adesso e senza complessi.

Analisi sulla situazione della Chiesa e della tradizione cattolica, oggi

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Come i nostri numerosi affezionati lettori sanno, noi del “Circolo Christus Rex-Traditio” non aderiamo alla Tesi di Cassiciacum perché siamo sedevacantisti cosiddetti simpliciter, ma ci rivolgiamo all’Istituto Mater Boni Consilii di Verrua Savoia per i Sacramenti e l’apostolato cattolico romano. (i grassetti dell’editoriale di don Ugo, che condividiamo in pieno, sono nostri)

L’EDITORIALE

di don Ugo Carandino (del 18/06/2021)

Cari lettori, il documento che trovate nella pagina precedente, la “Lettera ai fedeli”, è stato scritto vent’anni fa, quando fu inaugurata la Casa San Pio X dell’Istituto Mater Boni Consilii, che festeggia dunque il suo ventennale. 
In questi ultimi vent’anni la situazione nella Chiesa è ulteriormente peggiorata, con gravi conseguenze anche nella società, come ammonisce il Vangelo: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli si renderà il sapore? A null’altro serve che ad essere gettato via e ad essere calpestato dagli uomini”. Gli uomini del modernismo hanno calpestato Cristo e la Sua Chiesa e, malgrado il maldestro tentativo di guadagnare la simpatia del mondo (tema tanto caro a Paolo VI), è cresciuto il disprezzo generale nei confronti di questi servi infedeli. 
Sessant’anni dopo l’inizio del Concilio Vaticano II, la religione cattolica non è più presente nell’insegnamento, nei riti e nella disciplina dei modernisti, poiché essi diffondono un’altra religione o, più precisamente, l’assenza della religione stessa. In effetti sotto il loro sentimento religioso si nasconde una vera e propria forma di ateismo, l’estrema conseguenza dell’eresia modernista, come ammoniva all’inizio del ‘900 san Pio X (purtroppo inascoltato dagli opportunisti della sua epoca). Del resto se credessero davvero nella rivelazione divina, come potrebbero fare e dire quello che fanno e dicono? La loro “divinità” è nient’altro che la povera umanità sedotta dalla tentazione luciferina dell’orgoglio e della disobbedienza: “sarete come Dio”. 
Anche le persone più semplici possono constatare la perdita della fede dall’architettura delle nuove chiese: l’assenza della verità ha provocato l’assenza della bellezza (intesa secondo l’insegnamento di san Tommaso: integrità, armonia e splendore), lasciando spazio allo squallore più tetro, dove gesticolano tristi personaggi nel corso di squallide liturgie. 
Le conseguenze nell’ambito della morale sono inevitabili: se si accettano le dottrine erronee del modernismo, perché si dovrebbe rimanere cattolici in determinati comportamenti umani? I peccati che contraddicono la professione di fede sono più gravi dei vizi della carne, e senza l’aiuto della grazia sarebbe illusorio pensare di vivere cristianamente. 
La situazione sempre più grave nella Chiesa non ha risparmiato il “tradizionalismo” cattolico. Il rifiuto e il disgusto del modernismo mi spinsero nel 1983 ad entrare nel seminario della Fraternità San Pio X a Ecône – in quell’epoca riferimento quasi obbligato per chi non accettava il Concilio e la “nuova messa” – dove nel 1988 ricevetti l’ordine sacro. Fui chiamato a svolgere il ministero sacerdotale prima in Lorena e poi, per undici anni, al priorato di Spadarolo, alle porte di Rimini. Le riserve nei confronti della Fraternità non mancavano: la presenza di tanti preti e seminaristi “liberali”, la liturgia di Giovanni XXIII, le foto di Giovanni Paolo II nelle sacrestie… Ma l’entusiasmo giovanile faceva andare avanti e soffocare (colpevolmente, molto colpevolmente!) il tormento di coscienza relativo alla disobbedienza abituale a colui che si doveva riconoscere come il papa legittimo. 
Le divisioni interne alla Fraternità contribuivano a falsare la coscienza: se la “sinistra” sperava – malgrado i tanti scandali contro la fede – nell’accordo col Vaticano (prima con Giovanni Paolo II e poi con Benedetto XVI), schierarsi con la “destra” anti-accordista, quella dei “puri e duri”, sprezzante nei confronti del “papa eretico”, del “papa massone” (che però citavano ogni giorno al Canone della Messa) sembrava soddisfare l’esigenza di ortodossia. 
Entrambe le posizioni si rifacevano (e si rifanno) alla linea di Mons. Marcel Lefebvre che, col suo esasperato pragmatismo, ha sempre cercato di mantenere unite queste due tendenze all’interno della Fraternità per salvare la Fraternità stessa, che progressivamente da mezzo è diventata il fine, un fine da salvare ad ogni costo, anche a discapito della testimonianza della verità minata dai compromessi. I due schieramenti potevano (e possono) giustificare le loro posizioni e alimentare le proprie ambizioni attingendo alle dichiarazioni del fondatore, a volte dai toni più concilianti, altre volte dai toni più oltranzisti, a seconda delle circostanze. 
Come ho spiegato nella lettera, queste due posizioni – attualmente rappresentate dalla Fraternità “storica” e dai lefebvrani della cosiddetta “resistenza” nata con Mons. Williamson – erano e sono inaccettabili. Le conseguenze sono davanti agli occhi di tutti. Gli “accordisti” (alcuni per convinzione, altri per rassegnazione) hanno ottenuto una serie di riconoscimenti discreti (per non urtare gli “opposti estremismi” del campo modernista e di quello interno) ma reali. Con i provvedimenti del Vaticano (basta un timbro a trasformare la “Roma modernista” nella “Roma eterna”…) la scomunica è stata tolta (quindi era valida?); le confessioni hanno ottenuto la “giurisdizione” (prima erano invalide?); la facoltà per i matrimoni è stata concessa a patto che sia il parroco “conciliare” a ricevere i consensi degli sposi, col prete FSSPX che si limita a celebrare la Messa; è stata concessa la facoltà di procedere alle ordinazioni sacerdotali anche senza il permesso dell’ordinario della diocesi dove sorgono i seminari; la Fraternità può inoltre ricorrere senza problemi (e senza vergogna) ai tribunali della Roma “modernista”, pardon, “eterna”, per ridurre allo stato laicale alcuni suoi membri. 
I risultati di tutto questo? Un certo aumento di fedeli e forse di vocazioni, argomento utilizzato per rassicurare i più perplessi e illuderli di aver portato a casa solo vantaggi. In realtà negli accord le concessioni viaggiano nelle due direzioni, le mani dei modernisti hanno dato molto non senza chiedere qualcosa in cambio. Sarebbe sufficiente l’accettazione della “communicatio in sacris” per le nozze a dimostrare come sia stato imboccata la via del compromesso e della resa. 
Il modernismo è arrivato sino alle attuali aberrazioni di Bergoglio – precedute e preparate da quelle di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – eppure la Fraternità è sempre più silenziosa, per non urtare chi è stato così generoso. Le voci pubbliche di dissenso provengono sempre più “dall’interno” dello schieramento ufficiale (la “chiesa alta” rappresentata da prelati come il card. Burke e Mons. Schneider) e sempre meno dalla Fraternità. Certo, non mancano, seppur sporadiche, alcune dichiarazioni di critica, ma per chi conosce bene i meccanismi della politica, sa bene che si può essere al contempo partito di opposizione e di governo, a secondo dei contesti e degli interessi (di opposizione davanti agli irriducibili, di governo nelle stanze romane)
Questo stato di cose ha provocato notevoli dissidi interni alla Fraternità, con la partenza di decine di sacerdoti e di centinaia di fedeli (oltre agli arrivi ci sono anche le partenze), in Europa come nelle Americhe, organizzati nella cosiddetta “resistenza”. Per questa parte di lefebvriani, gli accordi col Vaticano non si devono fare (almeno per oggi, domani si vedrà, poiché si tratta pur sempre del “Santo Padre”), la “Chiesa” e il “Papa” devono convertirsi e “raggiungere la Tradizione” che è salvaguardata solamente nelle chiese lefebvriane (la chiesa intesa come edificio che richiama però le “piccole chiese” scismatiche, come ammoniva nel 2000 l’abbé Michel Simoulin). Ovviamente per i “resistenti” la Sede non è vacante e quindi non bisogna avere nulla a che fare coi “sedevacantisti”. Nella migliore delle ipotesi, la considerano una semplice opinione, per nulla vincolante. 
Paradossalmente Mons. Williamson, l’artefice della “resistenza”, negli ultimi anni si è spostato alla sinistra della Fraternità “accordista”, difendendo la validità della “messa nuova” e la partecipazione ad essa (ma non è necessario andare sino in Gran Bretagna per sentire o leggere queste enormità, che fanno rivoltare nella tomba dei sacerdoti come don Francesco Putti, sepolto a Velletri). 
Continuando ad analizzare la situazione, il peggioramento negli ultimi 20 anni, è sotto gli occhi di tutti; si vede come la mentalità lefebvriana non abbia colpito solamente il perimetro ufficiale della Fraternità (quella storica e quella della “resistenza”), ma ha contagiato l’intero “tradizionalismo”, dove ormai è assimilata la convinzione che la Sposa di Cristo sia fallibile, in quanto il magistero dei papi conterrebbe degli errori, con buona pace delle promesse di Nostro Signore. Negli ambienti dell’attuale tradizionalismo prosperano personaggi spuntati dal nulla (non è sufficiente la conversione di una persona per abilitarla a formare altre persone: non tutti sono come san Paolo) che oltre all’errore fallibilista diffondono idee (anche nei convegni organizzati dalla Fraternità ai quali sono invitate) estranee o addirittura contrarie al “buon combattimento” di un tempo, aumentando la confusione e minando i principi dei cattolici in buona fede (a volte però troppo curiosi e girovaghi). 
Vi è poi il gravissimo problema relativo alla validità dei riti delle nuove consacrazioni episcopali e delle nuove ordinazioni sacerdotali, che determina, come conseguenza inevitabile, un forte dubbio sulla validità delle celebrazioni dell’ex Ecclesia Dei e del Summorum pontificum (che fu accolto col canto del Te Deum dalla Fraternità) e dei sacramenti amministrati in quel contesto. Il gravissimo problema si pone anche per i preti diocesani che celebrano e confessano nei priorati lefebvriani senza essere stati riordinati: fa pena e rabbia pensare alle anime che, pur desiderando rimanere fedeli alla Chiesa, si ritrovano in quelle condizioni. Il ritornello lefebvriano “noi facciamo quello che la Chiesa ha sempre fatto” diventa un’insopportabile stonatura. 
Queste mie riflessioni hanno voluto ripercorrere le tappe che hanno portato alla mia decisione, alla luce dello scontro tra la verità cattolica e gli errori del Concilio. Esse probabilmente non saranno gradite a tutti i lettori, ma la verità non si può tacere (conosco dei preti che pur volendo lasciare la Fraternità cambiarono idea proprio per la paura di perdere il consenso di una parte dei fedeli). Il modernismo sa bene che il “tradizionalismo” cattolico, seppur numericamente irrisorio, rappresenta una voce da ridurre al silenzio. Dopo i lunghi anni della persecuzione aperta, durante i quali i sacerdoti e i laici fedeli alla Chiesa hanno subito ogni genere di angherie, è stata scelta la via dell’assimilazione, favorendo il passaggio da un campo all’altro: lo dimostrano la vicende di Alleanza Cattolica e dell’Ecclesia Dei, in particolare della diocesi di Campos. 
L’ultima fase a cui stiamo assistendo, inaugurata da Benedetto XVI, è quella del ‘cammuffamento’. Ratzinger, uno degli ultimi partecipanti al Concilio ancora in vita, ha agito con astuzia nei confronti dell’opposizione, sostituendo agli occhi dell’opinione pubblica i “tradizionalisti” con dei “conciliari” che sembrano tradizionalisti, come già accennato a proposito dei Burke di turno. Inoltre il trucchetto del nuovo messale, fino ad allora mai accettato dai difensori della Tradizione, che è stato presentato come il “rito ordinario” della Chiesa, e in quanto tale accettato da tanti “oppositori” pur di usufruire del “rito straordinario”, ricorda quei colpi di maestro di cui parlava Mons. Lefebvre. 
Coloro che avrebbero dovuto continuare a combattere a viso aperto gli occupanti della Sede apostolica non l’hanno fatto, proprio per quelle incongruità interne sopraelencate: quindi anche tra le file del “tradizionalismo” il sale è diventato insipido
Per tutta questa serie di motivi ringrazio la Madonna del Buon Consiglio di avermi permesso di conoscere e abbracciare pubblicamente la Tesi di Cassiciacum di Mons. Guérard des Lauriers, l’unica spiegazione corretta dell’attuale situazione della Chiesa, e di far parte dell’Istituto Mater Boni Consilii, per poter svolgere il ministero sacerdotale in tranquillità di coscienza. 
Questi vent’anni non sono stati facili, soprattutto all’inizio, e le difficoltà nello svolgere il ministero rimangono, poiché l’Istituto è una piccola opera all’interno della Chiesa, con pochi mezzi e tanti ostacoli. Tuttavia la perseveranza di tante anime che da tempo si affidano all’Istituto, la formazione di nuove famiglie e l’aumento di presenze registrato degli ultimi anni, sono un incoraggiamento a proseguire nella via stretta ma benedetta della fedeltà incondizionata alla Chiesa e al Papato, senza cercare scorciatoie basate sulla prudenza umana. 
Il 30 giugno prossimo, 20° anniversario della Casa San Pio X e del suo apostolato, all’altare del piccolo oratorio dedicato a Maria Ausiliatrice ricorderò al Memento dei vivi tutti i confratelli, i benefattori, i fedeli e gli amici, anche coloro che lo sono stati per un tratto di strada. Al Memento dei defunti pregherò per le anime di tutti coloro che anche grazie al ministero della Casa si sono presentati con l’abito nuziale al giudizio divino e per le anime dei tanti amici e conoscenti defunti. 
Che la Madonna del Buon Consiglio, san Giuseppe e san Pio X concedano il più presto possibile il trionfo della Chiesa sui nemici interni ed esterni e la restaurazione dell’unica liturgia gradita a Dio. In attesa di tutto ciò, invochiamoli per conservarci fedeli dalla parte giusta, che non può che essere quella integralmente cattolica, apostolica e romana. 
 
 

IL FINE DELLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA SIA IL BENE COMUNE: NESSUNO TOCCHI ABELE!

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L’EDITORIALE

di Matteo Castagna*

La questione della riforma della Giustizia, in Italia, è annosa e costante. Ora, sembrerebbe che vi fosse un’accelerata verso qualcosa che appare necessario, se non indispensabile. Sarebbe, però, riduttivo, se non addirittura fuorviante, dividersi tra “giustizialisti” e “garantisti”. 
Non possiamo giungere ad una “giustizia giusta” se non partiamo con le idee chiare sul concetto di bene comune. Il Prof. Danilo Castellano, dell’Università di Udine, col quale ho avuto il piacere di discutere a lungo nei giorni scorsi, è un maestro in materia, perché nel suo “Politica. Parole chiave” (collana De Re Publica – Edizioni Scientifiche italiane, 2019) al Capitolo IV ci dà una risposta ad una domanda fondamentale, che può divenire la radice di una vera e strutturata riforma.
 
Siamo davanti a tre modi di intendere il bene comune, che sono diversi tra loro ed erronei. Due di questi sono accomunati pur nella loro opposizione: il bene comune come bene pubblico e il bene comune come bene privato, infatti, fanno propria la “libertà negativa” anche se il primo ne assegna l’esercizio allo Stato, il secondo all’individuo (proletariato). Il terzo modo di intendere il bene comune è dato da una mancanza di chiarezza anche se si continua a riconoscere che la giustizia è il fine e la regola della politica. Già Sant’Agostino insegnava che fine e regola della politica è la giustizia, ma senza consentire l’accoglimento della “libertà negativa”, sotto nessuna forma e in nessun settore, perché propria del liberalismo, che va rifiutato in toto, perché relativista e anticattolico. La “libertà negativa” indica la possibilità che qualcuno abbia di agire senza che nessuno intervenga a ostacolarlo o anche la decisione di rimanere passivo, senza che nessuno lo costringa a non agire. La stessa situazione vale, se uno dei due soggetti contrastanti (chi agisce o chi vuole fermarlo), o ambedue, non sia rappresentato da esseri umani come quando, per esempio, si dica di essersi liberati dal timore delle forze della natura o quando un ente naturale come un fiume è libero di seguire il proprio corso, quando non ne è impedito da sbarramenti o dighe.
Il bene è ciò che cui ogni cosa tende per natura. La comunità politica è naturale; non può, quindi, che avere un fine naturale. Dunque, un bene da conseguire che è sottratto alla scelta, vale a dire all’opzione, alla disponibilità degli esseri umani. La loro stessa vita associata è un dato naturale e necessario, che non dipende da valutazioni, calcoli, decisioni. E’ evidente che ci deve essere, come c’è, un bene proprio della comunità politica. Con Aristotele potremmo rispondere che il bene politico è lo stesso bene del singolo uomo, seppur il bene della polis è manifestatamente qualcosa di più grande e di più perfetto rispetto al bene del singolo, perché perseguire e salvaguardare quello comune è più bello e più divino (Etica a Nicomaco, I, 1094b). Il bello è inteso come lo splendore della forma, che rivela l’essenza perfetta di una cosa. Divino è ciò che è dato dagli dei e agli dei solamente appartiene. Quindi è da comprendere, da rispettare e, nel caso politico, da assecondare. Per giungere all’organizzazione migliore della comunità politica serve conoscere la sua natura ed il suo fine (Aristotele, Etica a Nicomaco, X, 1181b).
Perciò si può concludere che il bene comune è il bene proprio di ogni uomo in quanto uomo e, perciò, bene comune a tutti gli uomini. Si tratta di un bene intrinseco alla natura dell’essere umano e inalienabile. Esso è anche il bene proprio della comunità politica, poiché questa è costituita da uomini e da altre società umane naturali (famiglia e società civile) che esistono in funzione dei beni dell’uomo ma che non sono nella condizione di aiutare l’uomo (cosa che la comunità politica fa principalmente con l’ordinamento giuridico giusto) a conseguire il bene che, per quel che riguarda il tempo, è la vita autenticamente umana, cioè la vita condotta in conformità all’ordine naturale proprio dell’essere umano. 

Ci si ricordi che il bene comune si raggiunge attraverso una giustizia giusta, ovvero costruita affinché nessuno tocchi Abele, non Caino!
*Responsabile Nazionale del “Circolo Christus Rex-Traditio” – articolo messo a disposizione di riviste e giornali

Immigrazione, Orban: “è un fenomeno organizzato”

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Noi Cattolici fedeli alla Tradizione, con altri pochi coraggiosi, intellettualmente onesti, sosteniamo queste tesi dagli anni ’80 in incontri pubblici, conferenze, seminari, libri e riviste. Inascoltati, derisi, attaccati, accusati, ostracizzati, processati. Ora che la realtà è sotto gli occhi di tutti…(N.d.R.)

QUINTA COLONNA

BELGRADO, 19 GIU – Immigrazione: il premier conservatore ungherese Viktor Orban ha ribadito la sua aperta ostilità nei confronti del fenomeno migratorio, da lui definito un “male” che avviene a suo avviso non spontaneamente ma in maniera organizzata.
“Quando ai confini ungheresi arrivano decine di migliaia di persone, in massima parte giovani uomini che sono in perfette condizioni fisiche e che incolonnati marciano verso la frontiera, e se cerchiamo di fermarli ci vengono contro, allora non parliamo di immigrazione ma di violazione della sovranità nazionale.

L’immigrazione va fermata

Tutto ciò va fermato”, ha detto Orban al settimanale cattolico croato ‘Voce del Concilio’.
Nell’intervista, ripresa dai media serbi, il premier ungherese si dice convinto che tutto ciò sia organizzato con motivazioni politiche, per far arrivare “enormi masse di musulmani nel continente europeo”.

Ritengo che tutti quelli che non si difenderanno, tra 20 anni non riconosceranno più il loro Paese“. Orban sostiene poi che l’Ungheria paga un alto prezzo poiché va contro le correnti politiche europee dominanti, difende il modello di famiglia cristiana e per il fatto che “la follia Lgbt non ha spazio in Ungheria”. (ANSA)

Leggi anche:


► ONU: “L’immigrazione è parte integrante della globalizzazione”

► Migranti, ONU: aprire canali legali per apportare forza-lavoro al mercato

► Il documento ONU sulla sostituzione etnica lo trovate qui >>>

 

Fonte: https://www.imolaoggi.it/2021/06/19/immigrazione-orban-fenomeno-organizzato/

La Florida manda la guardia nazionale al confine di Texas ed Arizona contro l’immigrazione. Intanto Biden dorme

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Il governatore della Florida Ron DeSantis ha annunciato mercoledì di aver autorizzato l’invio della polizia al confine tra Stati Uniti e Messico in Arizona e Texas, a seguito di una richiesta da parte di questi stati.

DeSantis, un repubblicano, ha affermato che la Florida è il primo stato a rispondere a una lettera dei governi. Greg Abbott e Doug Ducey, entrambi repubblicani, che hanno chiesto aiuto a tutti gli altri stati per controllare il confine. Una accusa indiretta verso il governo Federale, a cui spetterebbe la difesa  dei confini, ma che non sta facendo, oggettivamente, nulla.

“Siamo qui oggi perché abbiamo problemi in Florida che non sono interni  alla Florida,  che siamo stati costretti ad affrontare da molti anni, ma soprattutto negli ultimi sei mesi, a causa del fallimento dell’amministrazione Biden nel proteggere il nostro confine meridionale”, ha detto DeSantis durante un evento mercoledì. “E, in effetti, fare davvero qualcosa di costruttivo su ciò che sta accadendo al confine meridionale”.

Sebbene DeSantis non abbia approfondito la natura dello spiegamento della polizia, ha affermato che ci saranno “maggiori informazioni sui contorni dell’assistenza reciproca” in futuro. “Sono sicuro che in ognuno di questi dipartimenti dello sceriffo, ci sono vice che scalpitano per essere in grado di aiutare”, ha aggiunto.

“Penso che ci siano molte persone del tipo, ‘Amico, vorrei poter fare qualcosa per aiutare’. Beh, hanno l’opportunità di farlo. Penso che vedrai molte mani alzarsi dicendo: “Ehi, mandami, voglio essere utile”, ha aggiunto il governatore repubblicano.

DeSantis ha anche usato la conferenza stampa per criticare le politiche sull’immigrazione dell’amministrazione Biden, affermando che il presidente Joe Biden ha annullato una serie di mandati di successo dell’era Trump progettati per frenare l’immigrazione illegale

Abbott e Ducey, nella loro lettera in cui chiedevano aiuto mettevano in luce come questa richiesta fosse finalizzata a risparmiare problemi e costi anche agli altri stati:

“Con il tuo aiuto, possiamo fermare meglio  questi autori di crimini statali e federali, prima che possano causare problemi nel tuo stato”, hanno scritto i due governatori.

I dati rilasciati questa settimana da Customs and Border Protection mostrano che gli agenti hanno arrestato circa 180.000 persone entrate illegalmente negli Stati Uniti a maggio, che è la cifra più alta registrata in circa due anni. Più di 112.000 di questi immigrati illegali sono stati espulsi ai sensi della disposizione sanitaria del Titolo 42, che è stata autorizzata tramite una dichiarazione di emergenza lo scorso anno a causa della pandemia di COVID-19. Però il flusso sembra inarrestabile, anche per l’effetto attrazione esercitato da Biden.

Fonte: https://scenarieconomici.it/la-florida-manda-la-guardia-nazionale-al-confine-di-texas-ed-arizona-contro-limmigrazione-intanto-biden-dorme/

Cocktail vaccini, quali rischi si corrono

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Come risaputo, il nostro Circolo Christus Rex non appartiene alla schiera variegata dei “negazionisti”, dei “no mask”, dei “no vax” ed altre simili amenità. Come per ogni argomento ci sforziamo di avere un approccio realistico e critico. Ragioniamo con equilibrio, evitando le “tifoserie”, alla luce dei fatti (non delle fantasie, dei dati parascientifici o altre sciocchezze che si trovano a bizzeffe sul web) e delle circostanze, utilizzando il buon senso, accanto alla ragionevolezza ed alla Fede. Non ci piace il “nuovo mainstream del politicamente scorretto a tutti i costi”, che, spesso, è pure a fini di lucro e neppure l’utilizzo di questa particolare situazione da parte di alcuni accademici e commentatori ciarlatani, cosiddetti “di area”, che mischiano la loro conoscenza frammentaria o interessata in materia ecclesiale, per aumentare la confusione generale (generando ancor più paure) e cercare di crearsi un nome ed una nicchia. Saranno spazzati via quando il loro zelo amaro, la loro disperazione, il loro arrivismo, che li spinge addirittura a “profezie” catastrofiste verranno smentiti dalla realtà e dovranno giustificare le loro affermazioni ed i loro scritti cervellotici. Ci troveranno pronti a chieder loro conto di tutto, per il bene comune.

Ci troviamo d’accordo, nella sostanza, con l’articolo che riportiamo qui sotto. Non siamo “esperti” né “tuttologi” ma sappiamo usare la nostra testa e la nostra coscienza. Non c’è un’Autorità che si sia espressa solennemente in materia e, quindi, siamo costretti ad agire secondo Fede e Ragione, in coscienza. (N.d.R.) 

di Paolo Becchi e GiulioTarro

La storia dei vaccini ci può forse insegnare qualcosa. Pensiamo alla poliomelite con l’uso iniziale del vaccino Salk che utilizzava un virus inattivato da trattamento chimico e che fu poi sostituito dal vaccino Sabin a virus attenuato dal trattamento di centinaia di passaggi in colture di tessuto fino a perdere la capacità di superare la barriera del suo passaggio orofecale senza arrivare al sistema nervoso centrale. Ovviamente la possibilità di somministrare il vaccino per via orale ha superato subito le barriere per la sua somministrazione per i bambini in particolare del continente Africano, del Centro Sud America e del Sud est Asiatico. Ma il vaccino Sabin aveva una controindicazione: il soggetto con deficit immunitario “pari a uno su due milioni e quattrocentomila dosi”, praticamente irrisoria.

Nessuno mescolava due vaccini

Per evitare tuttavia questi casi dal 2002 nel mondo occidentale si potrebbe di nuovo usare il vaccino Salk se si ripresentasse la malattia, ma ciò non ha inciso sull’uso globale del vaccino Sabin che ha già comportato la scomparsa globale del tipo 2 e del tipo 3 dal resto del mondo con pochi casi, 5-6 rispettivamente in Afganistan e Pakistan, con previsione del loro azzeramento nei prossimi 3 anni per quanto riguarda il tipo 1 che si è rifatto vivo come vaccino orale causa di poliomielite nei casi di soggetti defedati e immunodeficitari osservati nella Siria per la guerra in corso e che non possono incidere sul dato finale di azzeramento della paralisi infantile nei prossimi 2-3 anni con completa scomparsa della malattia come avvenuto per il vaiolo.

Chi faceva questi vaccini era immune per lungo tempo e forse addirittura per sempre e immunizzava anche gli altri. Questi erano i vaccini antipolio, come si vede anche allora c’erano due vaccini diversi. Anche se entrambe le tecniche utilizzavano un virus inattivato o attenuato. Mai nessuno si sognò di mischiare i due vaccini.   

Come funzionano i vaccini anti-Covid

Veniamo alla situazione attuale. La tecnica di iniettare non un virus, ma frammenti di RNA messaggero (mRNA) è del tutto nuova, mai sperimentata in precedenza. Essa consiste nell’utilizzare una molecola speculare all’acido nucleico del virus per la produzione delle proteine costituenti la particella virale con il fine di indurre la glicoproteina spike del coronavirus, usata per i recettori ACE2 delle cellule bersaglio in modo da produrre questi antigeni nelle nostre cellule mediante l’informazione dell’mRNA. In sostanza viene stimolata la produzione di anticorpi specifici come l’immunoglobulina verso gli antigeni specifici virali per ottenere l’immunità del soggetto vaccinato. Ma non ci sono solo questi vaccini. I vaccini più tradizionali sono quelli cinesi ed indiani, a virus disattivato, ma anche il vaccino prodotto dai Russi o l’AstraZeneca utilizzano un adenovirus come vettore contenente le istruzioni per produrre la glicoproteina spike che permette al virus di legarsi alle cellule umane utilizzate dopo come fotocopiatrice per creare nuove copie di se stesso. Il nostro sistema immunitario impara a riconoscere la proteina del virus “ibrido” e meno aggressivo, conservando la memoria dell’agente incontrato.

Il caso Astrazeneca (e non solo)

Oggi molta attenzione è riservata a AstaZeneca per alcuni effetti avversi molto limitati ma incontestabili. Ma poco si dice sui nuovi vaccini a mRNA. Con questi vaccini alcune regioni del genoma del virus si legano al gene delle cellule umane. Si è sottovalutata anzitutto la possibilità di attivazione di geni umani associati a rischio di malattie autoimmuni. Inoltre, nei soggetti in età fertile l’mRNA potrebbe indurre modifiche sugli spermatogoni o sugli ovuli con prospettive di alterazioni genetiche nei feti che solo il tempo potrebbe essere in grado di escludere. Ecco perché questo tipo di vaccino dovrebbe essere sconsigliato alle donne incinte come pure dovrebbe venire sconsigliata la gravidanza fino a due mesi dopo la sua inoculazione.

I vaccini a mRNA sono quelli della Pfizer e della Moderna dove l’RNA fa da modello per produrre la proteina spike della COVID-19 e stimolano la produzione di molti anticorpi. I vaccini AstraZeneca e Reithera consistono in un adenovirus vettore delle spikes del coronavirus, mentre l’adenovirus vettore dello Sputnik Russo è di origine umana quello dell’AstraZeneca usa un virus dello schimpanzè, mentre la Reithera un virus del gorilla. Gli adenovirus usati non sono contagiosi. L’adenovirus non si replica e non provoca malattia e diffonde il gene del SARS-CoV2 nelle cellule dell’organismo dove vengono prodotte le proteine spikes riconosciute dal sistema immunitario del vaccinato come estranee, rispondendo con anticorpi umorali e cellule linfocitarie che impediscono al virus l’entrata nelle cellule del vaccinato e distruggono le cellule infette.

Abbiamo, insomma, vaccini che funzionano con due modalità molto diverse, finalizzate a sviluppare differenti aree del sistema immunitario. Ora si è deciso addirittura di sostituire per la seconda dose il vaccino AstraZeneca con i vaccini realizzati da Pfizer e Moderna, anche se il premier Draghi ha garantito libertà di scelta, dietro consiglio medico. Dopo quanto abbiamo scritto dovrebbe risultare chiaro che si tratta di una decisione rischiosa che solleva molti dubbi sotto il profilo scientifico. Mai nella storia della medicina si è vista una cosa del genere, la vaccinazione eterologa, e le ricerche pubblicate sinora sono insufficienti per numero esiguo di soggetti esaminati e per gli effetti a lungo termine dei vaccinati.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/cocktail-vaccini-quali-rischi-si-corrono/

I misteri del covid, dieci domande senza risposta

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di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

Con la bella stagione l’Italia sta finalmente ritrovando un po’ di vita, di libertà e di fiducia. Ma restano irrisolti molti dubbi sulla pandemia che ci trasciniamo da mesi e che rischiamo di ritrovarci in futuro. Senza mettere in discussione le vaccinazioni, ci sono almeno dieci domande senza una risposta compiuta.

1. Come è nato e da dove è partito il covid?

Si fa sempre più strada la tesi che il covid non sia un errore della natura ma un errore di laboratorio; e non è fugato il sospetto che non sia un errore involontario. Dalla pandemia che ha patito in anticipo sugli altri e fronteggiandola coi mezzi efficaci di un regime totalitario e militarizzato, la Cina esce rafforzata, leader mondiale non solo nel commercio. E resta un mistero che le varianti siano identificate per nazione – variante inglese, indiana, brasiliana – mentre il virus originario non sia definito cinese.

2. Oltre il racconto dei media quali sono stati in realtà i paesi più colpiti?

Se usiamo tre parametri, ovvero il numero di vittime in rapporto alla popolazione, il rapporto tra ricoverati e deceduti e la durata dell’emergenza pandemia, dobbiamo tristemente concludere che l’Italia è tra i paesi al mondo più colpiti e più a lungo, mentre i media puntavano su Inghilterra e Stati Uniti al tempo di Trump, poi su India e Brasile. Ci evidenziano, per esempio, il numero di contagi in India ma considerando che la popolazione è 22 volte superiore all’Italia, avere – poniamo – da noi 100mila malati equivale a più a 2,2 milioni d’ammalati in India.

3. Quanti sono davvero i morti di covid?

Manca una distinzione almeno fra tre categorie di decessi: a) chi è morto a causa del covid; b) chi è morto col covid come fattore scatenante di altre gravi patologie; c) chi era già in condizioni terminali o in assoluta fragilità, e il covid è sopraggiunto al più come colpo di grazia. Più ardua e penosa sarebbe invece la domanda su quanto abbiano inciso gli errori, i ritardi, i piani e i protocolli sbagliati, le mancate cure a domicilio, tempestive ed efficaci.

4. Era proprio necessario il regime di restrizioni, i lockdown e le chiusure?

Paragonando i dati dei paesi con norme più restrittive e più a lungo vigenti e altri con norme minime e più transitorie, non c’è conferma che le restrizioni siano state più efficaci, anzi. In più si è testato un regime di sorveglianza che non ha precedenti in democrazia, con la sospensione delle libertà più elementari, dei diritti primari. Una prova generale e inquietante per eventuali dispotismi futuri.

5. Quante vittime stanno mietendo i vaccini?

Non disponiamo di studi e statistiche attendibili, conosciamo solo casi e denunce episodiche. Probabilmente sono sottostimati i dati; funziona a rovescio il meccanismo applicato per il covid: chi è deceduto dopo il vaccino per una complicanza, si attribuisce solo a quella la causa della morte, non al vaccino. Qui non vale la regola post hoc propter hoc usata per le vittime di covid.

6. Come stanno funzionando i vaccini, i contagi calano solo per questo?

Se paragoniamo i dati di ora a quelli del giugno scorso ci accorgiamo che anche l’anno scorso, senza vaccino, ci fu lo stesso drastico calo. E quindi si vorrebbe capire quanto incidano realmente i vaccini e quanto concorra il clima stagionale. Resta poi indeterminata l’incidenza e la durata d’efficacia dei vaccini, se il vaccinato può essere ancora contagioso, se il vaccino stesso innesca varianti. Non sarebbe poi necessario dopo il vaccino prescrivere il test seriologico per sapere come stiamo con gli anticorpi?

7. La gente si è davvero convertita in massa alla necessità dei vaccini?

In realtà si è rassegnata in massa a vaccinarsi, per istinto di gregge, pur diffidandone e pur sapendo di fare da cavia nel buio. Si vaccina per stanchezza, per conformarsi a un obbligo socio-sanitario, per timore di sanzioni, per levarsi quanto prima la mascherina, per disporre del passaporto, circolare liberamente e tornare alla vita normale. Pur vaccinandosi sono molti gli scettici, convinti che non serva o produca danni, soprattutto nel tempo e non ci copra da ulteriori varianti. E che saremo costretti a rifare ancora.

8. È davvero necessario vaccinare in massa anche in giovane età?

I giovani hanno un rischio molto basso di contagi e ancora più basso di un’infezione in forma pericolosa. Si usa il generico alibi che sono veicoli di contagio in famiglia e si usa il loro desiderio di avere un pass per sentirsi di nuovo liberi. Non si conoscono poi gli effetti nel lungo tempo di vaccini mai testati che potranno avere sulla loro salute, fertilità, genetica.

9. A che punto sono le cure per debellare o rendere innocuo il covid?

Proiettando tutta la profilassi e le aspettative sul vaccino, si sta trascurando la via di curare il covid con cure appropriate e tempestive, abbassando al minimo i rischi di ricoveri, complicanze e letalità. Eppure ci sono ormai medicinali e terapie che potrebbero abbattere il pericolo e mutare le strategie sanitarie.

10. Al di là del virus e delle vittime, quale effetto globale ha prodotto il covid?

Innanzitutto, più isolamento, più dipendenza e più sorveglianza; quindi una ripresa di potere dello Stato non solo sulla salute ma anche sul lavoro, il controllo e l’economia; poi di fatto ha penalizzato i governi outsider e rafforzato il modello cinese. Ha ingigantito la dipendenza dal circuito info-mediatico-sanitario e l’insicurezza. E non sappiamo ancora quante sono, e a che livello, le vittime dell’isolamento indotto dal covid, in termini di depressioni, suicidi, vite peggiorate, rapporti deteriorati e cure mancate per altre malattie gravi.

Le domande qui sollevate, circolano sparse da tempo, aprono dubbi e possibili risposte o interpretazioni. Dal covid siamo usciti più vulnerabili e più esposti ai rischi di altre pandemie; spontanee, indotte o manipolate. Ed è cresciuta l’incertezza, come dimostrano queste domande che non hanno avuto risposta.

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