E’ morto il dottore Giuseppe De Donno

Condividi su:

La notizia ci ha colto con sgomento. Comunque sia andata, una cosa è certa. il dott. De Donno era un uomo coraggioso, che applicava una terapia che già esisteva e funzionava. Il mobbing, di qualunque livello, può arrivare ad esasperare. Se si è veramente suicidato, perghiamo per l’infinita Misericordia di Dio. (N.d.R.)

di Massimo Mazzucco

Fonte: Massimo Mazzucco

«La terapia con il plasma costa poco, funziona benissimo, non fa miliardari. E io sono un medico di campagna, non un azionista di Big Pharma.»
(Dott. Giuseppe De Donno – La Verità, 15 giugno 2020)

Avevo parlato con Giuseppe De Donno nel marzo scorso, mentre completavo il mio video “Covid le cure proibite”, perchè volevo verificare l’accuratezza di alcune informazioni che mi apprestavo a divulgare.
Giuseppe De Donno era un uomo distrutto.
Dopo quasi un anno dagli eventi che lo avevano coinvolto, ancora non riusciva a capacitarsi del perchè la sua cura non fosse stata promossa e sperimentata in tutto il mondo. “Io lo so che funziona – mi diceva – ho visto i pazienti guarire sotto i mei occhi. Eppure sembra che la cosa non interessi a nessuno”. In quella breve telefonata provai in qualche modo a spiegargli che gli interessi economici coinvolti erano troppo forti, e che guarire i malati, in quel momento, non era la priorità di nessuno, ai piani alti del potere. Ma capii che da quell’orecchio non ci sentiva. Ebbi l’impressione di avere di fronte una persona sincera ma profondamente ingenua, totalmente impreparata all’orribile dispetto che gli stava riservando il destino.
Credo che il suo gesto di oggi non sia che la presa di coscienza definitiva di una situazione che inizialmente non riusciva ad accettare.

Quale strategia?

Condividi su:

di Andrea Zhock

Fonte: Andrea Zhok

Cercar di ragionare in un contesto che si percepisce oramai come sempre in guerra contro qualcuno (sarà per la nostalgia di guerre vere?) è come parlare al vento, e tuttavia non ci sono molte alternative all’ottimismo della volontà.
La situazione attuale è quella in cui, invece di discutere nei dettagli della strategia di sviluppo del paese (di cui il confronto con la pandemia è parte), si è preferito creare bersagli fantoccio (il mitico No Vax neofascista, che di fatto copre circa il 5% della popolazione), su cui far sfogare un’opinione pubblica sempre più frustrata (e destinata ad esserlo sempre di più).
Ciò che ci si dovrebbe sforzare di fare, invece, è dimenticare i No Vax, che sono un falso problema, e riflettere seriamente sulle strategie che stiamo adottando.
Proviamo perciò a ripercorrere un breve ragionamento.
1) Tutte le forze e le attenzioni del paese (Italia) sembrano concentrate nella lotta al Covid (tanto che non c’è neanche il tempo di commentare le condizionalità del PNRR, il cui impatto sulle condizioni di vita future sarà enorme, con vincenti e perdenti).
2) Nell’ambito dello sforzo anti-Covid il fuoco è concentrato integralmente, totalmente e senza resti sulla sola Campagna Vaccinale, con i ricatti, le pressioni moralistiche e le demonizzazioni che sono sotto gli occhi di tutti.
3) Così, tutti si riempiono la bocca di scuola, ma niente di strutturale è stato fatto per la scuola, salvo premere sulla campagna vaccinale (ci sono già comunicazioni che contemplano una continuazione della didattica mista, con insegnanti che continueranno a fare lezione con la mascherina). Stessa cosa vale in altri campi decisivi come i trasporti.
4) Sul piano strettamente sanitario abbiamo ancora, dopo quasi due anni, protocolli sanitari anti-Covid che consigliano vigile attesa, tachipirina e un santino di padre Pio. Cure territoriali non pervenute, terapie sintomatiche lasciate alle iniziative del singolo medico (NB: NON è così nella maggior parte degli altri paesi europei).
5) L’intero ‘sforzo bellico’, che ha chiamato a proprio supporto ogni risorsa, dalle istituzioni alla stampa, punta sull’idea della “vaccinazione totale” come meta ideale e come promessa della nuova normalità. L’idea è che la vaccinazione totale bloccherà la trasmissione del virus, arresterà le varianti, metterà al sicuro anche i più fragili.
6) Quanto è plausibile il successo di questo obiettivo? Da tutto ciò che sappiamo si tratta di un obiettivo strutturalmente del tutto irraggiungibile.
Quello che sappiamo infatti è che:
6.1) Il vaccino protegge efficacemente contro le conseguenze patologiche sul corpo del vaccinato, ma il virus continua a contagiare e ad essere trasmesso dai soggetti vaccinati.
In che misura ciò avvenga è oggetto di studio: alcuni studi recenti parlano di un livello di trasmissione indistinguibile da quello dei non vaccinati, altri studi dicono invece che la trasmissione è molto minore. Tutti però ammettono che la trasmissione avviene.
6.2) Trasmissione dei vaccinati a parte, tre quarti del pianeta non ha ancora avuto accesso se non in maniera trascurabile al vaccino (in Africa si viaggia tra il 2 e il 6% della popolazione vaccinata, e, parlando di pesi massimi: in India è vaccinato il 7% della popolazione, in Indonesia il 6,9%, il Australia il 13,6%, in Brasile il 18,4%).
Questo significa, visto che nessuno prende in considerazione un nuovo lockdown con blocco delle frontiere, che il virus continuerà a circolare anche nel nostro paese, anche se avessimo il 100% di vaccinati e anche se i vaccinati non trasmettessero il virus.
6.3) Il vaccino contro il coronavirus NON è come il vaccino contro la poliomielite o contro il vaiolo (per citare esempi peregrini piovuti in questi giorni) per la semplice ragione che gli effetti di quei vaccini sono perenni, mentre questi hanno una scadenza.
Notizie appena arrivate dicono che il vaccino finora rivelatosi più efficace e più usato (Pfizer) inizia a declinare i suoi effetti già dopo 6 mesi (contro i 9 precedentemente previsti).
Allo stato attuale delle conoscenze, invece, l’immunità prodotta dall’infezione si estende oltre i nove mesi (per analogia con affezioni simili si parla di 1-2 anni).
Ora, posto che questo quadro è quello che, allo stato attuale delle conoscenze, abbiamo di fronte, com’è che non si capisce che la strategia della vaccinazione a tappeto (anche a chi ha ancora gli anticorpi per aver superato l’infezione, anche ai giovani e giovanissimi) è una strategia votata alla sconfitta?
Com’è possibile che non salti agli occhi che già a settembre, quando, anche se venisse deciso domani l’obbligo vaccinale assoluto saremo ben lontani dal 100% dei vaccinati, inizieremo ad essere alle prese con la nuova vaccinazione per i primi gruppi di vaccinati, cui si sovrapporrà probabilmente il richiamo della terza dose causata dall’apparente inferiore durata della copertura?
Com’è possibile che non si veda che l’obiettivo ufficialmente dichiarato (blocco della trasmissione del virus, stop alle varianti, messa in sicurezza dei più fragili), per come è stato immaginato. è nato per fallire?
Com’è possibile che non si capisca che una strategia tutta concentrata su una generica vaccinazione a tappeto (tutto molto militare, non c’è che dire), mentre l’intero sistema sanitario resta in difficoltà per l’ordinaria amministrazione, è una strategia votata al fallimento? Una strategia che ci condurrà ad un circolo vizioso di perenni emergenze senza soluzione né costrutto?
O forse lo si capisce benissimo, ed è per questo che si armano le spingarde morali creando il capro espiatorio dei No Vax, cui si imputerà poi un fallimento concepito come inevitabile?
L’unica direzione in cui avrebbe senso muoversi è quella dell’accettazione della realtà, una realtà in cui il virus SARS-CoV-2 rimarrà endemico nella popolazione mondiale, come è avvenuto in passato per l’influenza, e dunque una realtà in cui dobbiamo cercare di proteggere i più fragili (e qui il vaccino è decisivo), di attutire gli effetti del virus in chi si ammala, e di consentire agli organismi sani di elaborare le proprie difese.
Solo così ne usciremo.
La strada che abbiamo preso conduce ad un percorso dove ci dobbiamo attendere di passare da emergenza in emergenza, consegnando agli esecutivi poteri da stato di guerra, e distraendo l’opinione pubblica da tutto ciò che forgerà davvero il nostro futuro.
Vogliamo questo?
Chi lo vuole?

Facciamoci qualche domanda razionale sul COVID, con un po’ di bibliografia

Condividi su:

di Roberto Germano

Fonte: Roberto Germano

Facciamoci qualche domanda razionale sul COVID, con un po’ di bibliografia.
Il New York Times lo aveva segnalato a Novembre.
Quindi è uscito l’articolo voluto dalla Waspalm (Associazione Mondiale delle Società di Patologia Clinica) che ha elencato le evidenze scientifiche che illustrano come il tasso di falsi positivi (persone positive al test ma che non veicolano il virus e non possono quindi essere infettanti) oscilla dal 60 al 90%.
Ora il center of Disease Control di Atlanta (massima autorità in ambito infettivologico) ha deciso di chiedere il ritiro dei test in RT-PCR basati sul tampone rinofaringeo perché “non distinguono tra Sars-CoV2 e influenza” (!).
Tutto questo ci dice che l’incidenza della epidemia è largamente sovrastimata e che l’unico indice attendibile su cui basare le decisioni politiche è quello del numero dei ricoverati in terapia intensiva.
Si moltiplicano le evidenze che mostrano come sia possibile curare efficacemente il Covid nelle fasi iniziali e ora, grazie agli anticorpi monoclonali (versione più efficace del plasma iperimmune introdotto dal Dr De Donno). A fronte di questo non è lecito affermare che “il vaccino è l’unica soluzione”.
Il vaccino deve rimanere libera scelta perché si tratta di vaccini che hanno ricevuto solo una autorizzazione temporanea e sono quindi da ritenersi “sperimentali”.
Infatti, risponde alla realtà o no che i test per stabilire genotossicità e cancerotossicità dei vaccini in uso termineranno solo nell’ottobre del ’22?
Vero o falso che sono aumentati in modo estremamente significativo i casi di miocarditi precoci in giovani che hanno ricevuto il vaccino?
Che in Israele e in Gran Bretagna molti dei decessi nell’ultimo periodo sono di persone che avevano già ricevuto la doppia dose è una fake news? Che significa tutto questo? Che il vaccino è inutile, che non dobbiamo vaccinarci? Assolutamente no; significa che deve essere una scelta libera, e una scelta è libera solo quando è consapevole.
Questo è in particolare vero per i giovani (<20 anni), per i quali gli studi indicano che i rischi del vaccino superano i benefici, e per le donne gravide, per le quali non esistono dati circa la innocuità del vaccino.
Come mai l’EMA non si è ancora espressa sulla validità di Sputnik quando The Lancet ne ha recentemente ribadito l’efficacia?
E che dire del vaccino italiano Reithera di cui non si sa più nulla?

BIBLIOGRAFIA:
Verna, R.; Alallon,W.; Murakami, M.; Hayward, C.P.M.; Harrath, A.H.; Alwasel, S.H.; Sumita, N.M.; Alatas, O.; Fedeli, V.; Sharma, P.; et al.
Analytical Performance of COVID-19 Detection Methods (RT-PCR): Scientific and Societal Concerns.
Life 2021, 11, 660. https://doi.org/10.3390/life11070660
Alejandro Krolewiecki, Adrián Lifschitz, Matías Moragas, Marina Travacio, Ricardo Valentini, Daniel F. Alonso, et al.
Antiviral effect of high-dose ivermectin in adults with COVID-19: A proof-of-concept randomized trial
EClinical Medicine, 2021, 37,100959. https://doi.org/10.1016/j.eclinm.2021.100959
Chow JH, Khanna AK, Kethireddy S, Yamane D, Levine A, Jackson AM, McCurdy MT, Tabatabai A, Kumar G, Park P, Benjenk I, Menaker J, Ahmed N, Glidewell E, Presutto E, Cain S, Haridasa N, Field W, Fowler JG, Trinh D, Johnson KN, Kaur A, Lee A, Sebastian K, Ulrich A, Peña S, Carpenter R, Sudhakar S, Uppal P, Fedeles BT, Sachs A, Dahbour L, Teeter W, Tanaka K, Galvagno SM, Herr DL, Scalea TM, Mazzeffi MA.
Aspirin Use Is Associated With Decreased Mechanical Ventilation, Intensive Care Unit Admission, and In-Hospital Mortality in Hospitalized Patients With Coronavirus Disease 2019.
Anesth Analg. 2021 Apr 1;132(4):930-941.
doi: 10.1213/ANE.0000000000005292. PMID: 33093359.
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33093359/
Janiaud P, Axfors C, Schmitt AM, et al.
Association of Convalescent Plasma Treatment With Clinical Outcomes in Patients With COVID-19: A Systematic Review and Meta-analysis.
JAMA. 2021;325(12):1185–1195.
doi:10.1001/jama.2021.2747
Vincent, M.J., Bergeron, E., Benjannet, S. et al.
Chloroquine is a potent inhibitor of SARS coronavirus infection and spread.
Virol J 2, 69 (2005).
https://doi.org/10.1186/1743-422X-2-69
Kanta Subbarao
COVID-19 vaccines: time to talk about the uncertainties
Nature 586, 475 (2020)
doi: https://doi.org/10.1038/d41586-020-02944-8
Bakowski, M.A., Beutler, N., Wolff, K.C. et al.
Drug repurposing screens identify chemical entities for the development of COVID-19 interventions.
Nat Commun 12, 3309 (2021).
https://doi.org/10.1038/s41467-021-23328-0
Matthieu Million, Jean-Christophe Lagier, Philippe Gautret, Philippe Colson, Pierre-Edouard Fournier, Sophie Amrane, Marie Hocquart, Morgane Mailhe, Vera Esteves-Vieira, Barbara Doudier, Camille Aubry, Florian Correard, Audrey Giraud-Gatineau, Yanis Roussel, Cyril Berenger, Nadim Cassir, Piseth Seng, Christine Zandotti, Catherine Dhiver, Isabelle Ravaux, Christelle Tomei, Carole Eldin, Hervé Tissot-Dupont, Stéphane Honoré, Andreas Stein, Alexis Jacquier, Jean-Claude Deharo, Eric Chabrière, Anthony Levasseur, Florence Fenollar, Jean-Marc Rolain, Yolande Obadia, Philippe Brouqui, Michel Drancourt, Bernard La Scola, Philippe Parola, Didier Raoult,
Early treatment of COVID-19 patients with hydroxychloroquine and azithromycin: A retrospective analysis of 1061 cases in Marseille, France,
Travel Medicine and Infectious Disease, Volume 35, 2020, 101738, ISSN 1477-8939,
https://doi.org/10.1016/j.tmaid.2020.101738.
(https://www.sciencedirect.com/…/pii/S1477893920302179)
Bizzarri, M., Di Traglia, M., Giuliani, A. et al.
New statistical RI index allow to better track the dynamics of COVID-19 outbreak in Italy.
Sci Rep 10, 22365 (2020).
https://doi.org/10.1038/s41598-020-79039-x
https://www.nature.com/articles/s41598-020-79039-x
Peter A. McCullough, Ronan J. Kelly, Gaetano Ruocco, Edgar Lerma, James Tumlin, Kevin R. Wheelan,    Nevin Katz, Norman E. Lepor, Kris Vijay, Harvey Carter, Bhupinder Singh, Sean P. McCullough, Brijesh K. Bhambi, Alberto Palazzuoli, Gaetano M. De Ferrari, Gregory P. Milligan, Taimur Safder, Kristen M. Tecson, Dee Dee Wang, John E. McKinnon, William W. O’Neill, Marcus Zervos, Harvey A. Risch
Pathophysiological Basis and Rationale for Early Outpatient Treatment of SARS-CoV-2 (COVID-19) Infection.
The American Journal of Medicine, Volume 134, ISSUE 1, P16-22, January 01, 2021
https://doi.org/10.1016/j.amjmed.2020.07.003
Denis Y Logunov, Inna V Dolzhikova, Dmitry V Shcheblyakov, Amir I Tukhvatulin, Olga V Zubkova, Alina S Dzharullaeva, Anna V Kovyrshina, Nadezhda L Lubenets, Daria M Grousova, Alina S Erokhova, Andrei G Botikov, Fatima M Izhaeva, Olga Popova, Tatiana A Ozharovskaya, Ilias B Esmagambetov, Irina A Favorskaya, Denis I Zrelkin, Daria V Voronina, Dmitry N Shcherbinin, Alexander S Semikhin, Yana V Simakova, Elizaveta A Tokarskaya, Daria A Egorova, Maksim M Shmarov, Natalia A Nikitenko, Vladimir A Gushchin, Elena A Smolyarchuk, Sergey K Zyryanov, Sergei V Borisevich, Boris S Naroditsky, Alexander L Gintsburg
Safety and efficacy of an rAd26 and rAd5 vector-based heterologous prime-boost COVID-19 vaccine: an interim analysis of a randomised controlled phase 3 trial in Russia
The Lancet, Volume 397, ISSUE 10275, P671-681, February 20, 2021
DOI: https://doi.org/10.1016/S0140-6736(21)00234-8

La libertà e i suoi nemici

Condividi su:

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

Ma chi mette in pericolo la libertà e chi la difende? Destra e sinistra si scambiano di continuo i ruoli e le accuse. Di giorno l’accusa reciproca è di essere repressivi, autoritari, totalitari; di notte invece l’accusa si capovolge e diventa quella di essere permissivi, anarchici, eversivi. Cambiano gli ambiti e le accuse si rovesciano: in tema di sanità, ad esempio, la destra rappresenta la libertà, il diritto al lavoro, alla ricreazione e alla libera circolazione e la sinistra invece rappresenta la sorveglianza, le restrizioni e le chiusure. In tema di liberazione sessuale e di riconoscimento dei desideri soggettivi, invece, i ruoli s’invertono: la sinistra appare libertaria, dalla parte dei mutanti e la destra si fa identitaria, pone freni e limiti di natura e tradizione. Anche in tema di ordine pubblico e sicurezza, la destra esige più tutele, punizioni esemplari e controlli severi, mentre la sinistra è garantista, libertaria e comprensiva verso chi compie reati comuni, soprattutto se migranti. Si ribaltano invece i ruoli quando la questione riguarda le violazioni ai danni di alcune minoranze ideologicamente protette, reati d’opinione in tema o in odore di fobie, sessismo, fascismo o razzismo; la sinistra qui esige condanne esemplari e auspica punizioni, mentre la destra è contraria a leggi e misure speciali, soprattutto se colpiscono le opinioni. Viceversa di fronte alle occupazioni abusive, agli sbarchi clandestini, agli immigrati irregolari, la sinistra tutela chi li compie e reclama protezioni e indulgenze; invece la destra esige fermezza a tutela dei cittadini italiani, degli immigrati regolari e delle vittime di quegli abusi. Poi torna alla libertà la destra quando si tratta di garantire autonomia e possibilità d’iniziativa alle attività commerciali, private, ludiche mentre la sinistra esige controlli, pressioni fiscali, limitazioni e chiusure.

Insomma la libertà è un gioco a ruoli mobili e rovesciati. Viene tirata da tutte le parti, e diventa a turno il bene supremo o il bene secondario rispetto alla salute o alla sicurezza, all’ordine o all’uguaglianza. E sul piano della legalità, la sinistra tende a difendere l’operato dei magistrati e attaccare le forze dell’ordine; viceversa la destra.

Fa un po’ ridere leggere osservatori di sinistra denunciare l’egolibertà della destra, la dissociazione tra libertà e responsabilità, l’irresponsabilità civica dei nazional-populisti e sovranisti (Ezio Mauro dixit); questa è storicamente l’accusa che la destra rivolge alla sinistra, incline a cavalcare i desideri sprigionati, la volontà illimitata dei singoli e dei movimenti, la deriva relativista e soggettivista, i diritti separati dai doveri, la libertà senza responsabilità che caratterizza l’ideologia civile della sinistra dal ’68 fino a oggi. Quando la natura, la storia, la realtà non contano ma sono io a decidere chi sono, cosa voglio essere e come voglio mutare, non si esalta l’egolibertà? Ed è pure curioso che la sinistra ideologica accusi la destra di dare risposte ideologiche in tema di libertà, salute e sicurezza. Vi possono pur essere pregiudiziali ideologiche in alcune posizioni assunte dalla “destra” su quei temi; a patto però di aggiungere: “da quale pulpito viene la predica”, perché la sinistra, abitualmente, fa prevalere l’ideologia sulla realtà nel nome del politically correct e altri canoni simili.

Non si può poi accusare la destra di cavalcare l’infantilismo e la credulità popolare in tema di virus e misure anticontagio e tacere che lo stesso infantilismo e lo stesso abuso di credulità popolare sono oggi imperanti nelle campagne pro-vaccino, nel nascondere i dati reali al popolo “bambino”, nel terrorismo psicologico verso chi non si adegua ai canoni sanitari imposti. Stiamo vivendo una fase civile e perfino istituzionale di regressione puerile.

Insomma, fluida e indefinita è la libertà e liquidi sono i confini della destra e della sinistra, esposti a tutte le correnti e maree… Peraltro anche il richiamo al passato, alla storia, non aiuta a definire meglio i ruoli. Alla destra si addice la libertà e alla sinistra l’uguaglianza, e ciascuna è disposta a sacrificare l’una per l’altra. Ma è anche vero che la destra rappresenta l’ordine, l’autorità, la sicurezza e la sinistra il movimento, la rivoluzione, la liberazione. Certo, si può pure distinguere nell’ambito della destra e della sinistra la componente liberale da quella radicale, ritenendo che la libertà sia garantita dalle prime e sacrificata dalle seconde. A questo punto però la destra e la sinistra diventano definizioni secondarie e relative, mentre si fa preminente e centrale l’opzione liberale. Però diventa pericoloso ridurre l’universo delle priorità e dei valori a un solo valore, usato per altro a intermittenza e ad libitum da ambo le parti. La libertà è uno dei beni essenziali da tutelare, o se vogliamo, è la precondizione per pensare o agire. Ma non è l’unico bene, assoluto, supremo, infinito. La libertà assume qualità, importanza e valore se viene correlata a qualcos’altro che ne dà un senso, una misura concreta e una delimitazione: il rispetto altrui, l’identità, la dignità e la responsabilità, il senso del limite, l’ordine, la qualità, la bellezza, i meriti, e si potrebbe continuare. Insomma la libertà indefinita, illimitata, assoluta sconfina in caos e anarchia e si rovescia nel suo contrario, in dispotismo, affermazione del più forte, tirannia dei desideri.

In questa fase storica, sembra evidente che il tema della libertà sia più a cuore alle forze di destra e meno a quelle dei sinistra: anche quando la sinistra si pone a tutela di alcune minoranze, ritenute fragili o malviste, si preoccupa più di punire, censurare e perseguire chi ha opinioni difformi che di proteggere le categorie ritenute maltrattate.

Tutto sommato, alla destra si addice la libertà e alla sinistra la liberazione. Ma non lasciamole mai nelle mani di teologi pelosi e di inquisitori con un occhio solo.

 

Patto “Stato-Mafia”: ha ragione Sigfrido Ranucci?

Condividi su:

 

TOGLIERE COPERCHI DALLE PENTOLE A PRESSIONE PARE ESSERE LA VOCAZIONE, CHE GLI RIESCE PIUTTOSTO BENE, DEL VICEDIRETTORE DI RAI3…

Sigfrido Ranucci, vicedirettore di RAI 3 e conduttore della più celebre trasmissione di giornalismo d’inchiesta, “Report”, già inviato di guerra nei Balcani e a New York dopo l’11 Settembre, si è occupato di inchieste importanti, che vanno dal traffico illecito di rifiuti all’uso di armi improprie, quali il fosforo bianco, a Falluja in Iraq.

Apparati deviati dello Stato, mafie, operazioni dubbie da parte delle multinazionali e corruzione, collusione della peggior politica nazionale ed internazionale con poteri più o meno occulti, alta finanza e uomini della Chiesa ufficiale sono, da molti anni, il suo pane quotidiano.

E’ uno dei giornalisti più odiati dall’establishment e più querelati d’Italia, ma, finora, ogni accusa è sempre caduta in una bolla di sapone. Le sue inchieste hanno aperto la strada ad indagini che hanno colpito molti potenti e insospettabili illustri, così da renderlo assai antipatico nelle stanze dei bottoni, ma non tra la gente, che lo premia con ascolti molto alti e neppure tra i professionisti della comunicazione, che lo riempiono di premi. Tra i tantissimi riconoscimenti, ha recentemente vinto il premio Flaiano per la televisione.

Si dichiara cattolico e apprezza l’operato di Bergoglio, in particolar modo quanto ad alcuni aspetti riguardanti la ricerca della trasparenza in Vaticano. Si trova, almeno dal 2014, a doversi occupare di questioni che riguardano la splendida città di Verona.

“Togliere coperchi dalle pentole a pressione” pare essere una sua vocazione, che gli riesce piuttosto bene. Il suo è un carattere mite, sicuramente introspettivo, a volte criptico, ma molto determinato. Lui crede che “per essere buoni cattolici non servano particolari proclami, quanto che il cattolicesimo vada vissuto veramente”. Tende a diffidare di chi dice una cosa e poi ne fa un’altra. Si può essere amici o suoi collaboratori, senza trovare, in lui, alcun pregiudizio, pur essendo di posizioni religiose o politiche differenti: “l’onestà intellettuale e l’integrità morale sono fondamentali ed anche valori cristiani, che non hanno colore politico” – e da questo si capisce la sua ammirazione per Paolo Borsellino e Giovanni Falcone.

Nel 2010, per quelli di Chiarelettere, ha scritto un libro con il reporter Nicola Biondo, in questi giorni ripresentato al grande pubblico, che si intitola “Il Patto. La trattativa fra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato“. Romano Montroni, del “Corriere della Sera” scrisse che si tratta di “una lettura da non perdere, parola di libraio. Ha il rigore dei reportage e si legge come un romanzo”.

La riproposizione del libro arriva nel momento in cui il governo sta discutendo di riforma della Giustizia, voluta dal Ministro Marta Cartabia, che approderà alla Camera dei Deputati, venerdì 30 luglio. Stiamo parlando della riforma del processo penale, che riscriverà anche i tempi dei processi, cambiando le regole della prescrizione e introducendo il meccanismo dell’improcedibilità per la durata dei dibattimenti in Appello e in Cassazione.

Molto duri, nelle audizioni in Commissione Giustizia, sono stati i commenti di Nicola Gratteri e Cafiero De Raho, secondo i quali, la riforma così com’è, “farebbe cadere il 50% dei processi e metterebbe in pericolo la democrazia”. Il premier Draghi e la Guardasigilli hanno, poi, usato parole di apertura verso una riforma modificabile ed il più possibile condivisa. Staremo a vedere.

Intanto, continuiamo con la lettura del libro di Ranucci, che riempie di spunti di riflessione:

«Nel marzo del 2004 su “La Repubblica” Stefano Rodotà ha affermato che “vi è una violenza della verità che la democrazia ha sempre cercato di addomesticare, per evitare che travolga le stesse libertà democratiche fondamentali””.

Continua Ranucci: «questo è un paese violento. Abituato a non credere in se stesso e dunque incapace di pretendere una classe dirigente all’altezza. Viaggiamo nel buio, aspettando che degli eroi vengano a salvarci, a tirarci fuori dall’inferno: santi o rivoluzionari, generali o politici, magistrati o preti di periferia, poco importa. Che siano loro a sporcarsi nella battaglia, che siano loro a combattere in nome di tutti; e se cadono, li si celebri come martiri. E allora succede che uomini di Stato, investigatori e ufficiali, ci appaiano come il comandante Kutuzov in Guerra e Pace quando si rivolge al principe Andrej: “Sì, mi hanno rimproverato non poco, e per la guerra e per la pace…Ma tutto è venuto a suo tempo”. Ci sembra che in questo paese la guerra e la pace abbiano lo stesso indistinto colore, lo stesso odore. E che portino gli stessi identici lutti», chiosano Ranucci e Biondo.

Ad alcuni pare che il “tempo” di cui scriveva Kutuzov stenti un po’ troppo ad arrivare. Chi, invece, come noi, si appoggia, da un lato al realismo tomista e dall’altro alla speranza cristiana, invita tutti, ciascuno con i suoi mezzi e possibilità, a contribuire alla lotta per il bene contro il male, senza aspettare il “santo” o l’ “eroe”, perché ogni giorno siamo noi stessi artefici di civiltà. Oltre ogni pressione, minaccia, tentativo più o meno indiretto di vendetta. Perché Borsellino ha lasciato un’eredità universale, che si riassume in queste parole: “chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.

da

Patto “Stato-Mafia”: ha ragione Sigfrido Ranucci?

Green pass, Draghi inciampa sulla politica della paura

Condividi su:

È inutile, o malafede, girarci attorno: ad un “liberale”, e uso il termine con tutte le accortezze del caso, e nel senso più ampio possibile, l’idea del green pass istintivamente non piace, genera disagio e fastidio. Però non ci si può fermare qui. Bisogna necessariamente portare al concetto, cioè argomentare razionalmente, quella che a tutta prima è solo una sensazione. Ci sono tanti modi per farlo ovviamente, ed esclusa la genìa dei no vax e complottisti vari, che è molto ristretta e va tollerata perché una quota di follia contenuta e messa in condizione di non nuocere agli altri fa sempre bene alla società; esclusi costoro, dicevo, le argomentazione che vengono portate avanti, soprattutto da intellettuali e politici dell’area del centro-destra (che ormai, con tante contraddizioni certo, è l’unico paladino di certe vecchie idee liberali), sono per lo più condivisibili. E meritano comunque rispetto, e non quel dire sprezzante che un Draghi sicuramente non in forma ha indirizzato l’altro giorno a Salvini.

Eppure, ho come l’impressione che, in questo ragionare, si resti un po’ al di qua del guado, in un terreno ove si discute del più o del meno, di obbligo o non obbligo, e addirittura, da parte di alcuni, si usano tono da vecchio sessantossismo barricadero (col segno cambiato) che accetta per principio il tavolo da gioco impostoci da questi nostri tempi. Bisognerebbe fare invece un passo laterale, almeno a livello intellettuale, e riflettere un po’ più in generale su ciò che sta avvenendo, casomai evitando formule vaghe come “crisi dell’Occidente” che dicono poco e nulla e sono comunque all’interno di quel gioco dialettico. Bene, per dirla tutta, secondo me quello che sta venendo fuori con il Covid (che è poi una delle tante epidemie, e nemmeno la più pericolosa, che hanno costellato la storia dell’umanità) è un fenomeno che i filosofi hanno teorizzato da un po’ di tempo, e che è poi la chiave con cui si è costruito il potere nell’età moderna anche quando, in altri tempi, non ci era manifesto od era comunque da noi rimosso. Questo fenomeno lo possiamo chiamare: la produttività politica della paura. La politica, persa la capacità e la possibilità di intervenire con efficacia sui macro e i microsistemi, interviene provando a rassicurare sul naturale bisogno di sicurezza che gli uomini hanno per il solo fatto di vivere ed essersi trovati gettati nel mondo. Un bisogno che un tempo colmavano agenzie ben altrimenti efficaci, quali quelle religiose.

È chiaro che, in questo ordine di discorso, ciò che è indotto o reale, strumentale o non, diventa secondario: come ha osservato in un bellissimo articolo qualche giorno fa Massimo Cacciari, in tutta questa vicenda non un dato e non un momento è di sicura “oggettività” scientifica.  La facilità con cui l’infelice frase draghiana sui non vaccinati portatori di morte può essere, ed è stata, smontata, mostra con tutta evidenza questa situazione “umana, troppo umana” di indecidibilità scientifica. Che virologi superstar, e spesso sopra le righe, non solo non riescono a coprire ma che anzi esasperano. Il che vale anche e contrario, evidentemente; sul coté dei “negazionisti”, intendo.

Essere sicuri significa, in sostanza, vivere in una teca, non rischiare, non vivere l’incertezza, smussare i conflitti. È una strategia immunizzante a tutti gli effetti, come l’hanno chiamata i filosofi (penso in Italia soprattutto a un Roberto Esposito) ben prima che noi tutti stessimo qui a parlare di immunità e vaccini. Ecco, il rischio, l’incertezza, la conflittualità, la possibilità stessa della morte, è ciò che mette in conto un “liberale”, almeno come lo intendo io. Il quale sa che tendere al contrario ad una idea di immunità e purezza irraggiungibile, è un movimento profondamente disumano. Solo introiettando in noi stessi quote omeopatiche di virus, proprio come fanno i vaccini, possiamo vivere. E poi anche ovviamente morire. Utilizzare dispositivi immunizzanti oltre il lecito e troppo invasivi, non solo non sortisce effetti sensibili, con tutta probabilità, , ma significa in sostanza anticipare la morte nella nostra stessa vita.

DA

Green pass, Draghi inciampa sulla politica della paura

Ungheria, Orban contro l’Ue: “Vuole far entrare gli attivisti Lgbtq nelle nostre scuole”

Condividi su:

Il premier ungherese, Victor Orban, ha detto stamane alla radio di stato Kossuth Radio, che “la Commissione europea ritiene che le scuole e l’istruzione pubblica dovrebbero avere la priorità sui diritti dei genitori” e che Bruxelles vuole consentire agli attivisti Lgbtq di entrare nelle scuole. A loro avviso, ha spiegato il premier, non si tratta di educazione dei bambini, ma di estensione degli “ideali europei di libertà”. Lo riporta nel blog ‘About Hungary’ il suo portavoce Zoltan Kovacs.Secondo il mainstream occidentale e liberale, la vera libertà può essere raggiunta solo liberandosi della propria sessualità ma gli ungheresi, ha detto il primo ministro Orbán, non la pensano così. Gli ungheresi credono che ci siano adulti e bambini. Mentre gli adulti sono liberi di fare ciò che desiderano, entro i limiti della legge, i bambini sono una “questione diversa”.

Nel suo nuovo attacco contro le istituzioni europee il premier ungherese, Victor Orban, ha detto che non bisogna arrendersi al ricatto dell’Ue e si è appellato al sostegno del popolo ungherese. In una situazione come questa, ha proseguito il premier, abbiamo solo due opzioni: cedere o meno, ha detto Orban in un intervento alla radio statale Kossuth. “Poiché si tratta dei nostri figli, si tratta del futuro dei nostri figli, non dobbiamo arrenderci”, ha detto il primo ministro, aggiungendo che il governo da solo non sarebbe in grado di vincere questa battaglia – abbiamo bisogno che ogni ungherese partecipi al referendum. Se c’è il sostegno popolare, allora possiamo fermare Bruxelles, proprio come l’Ungheria ha fermato Bruxelles con il referendum sulle quote dei migranti”.

DA

Ungheria, Orban contro l’Ue: “Vuole far entrare gli attivisti Lgbtq nelle nostre scuole”

Dell’ignoranza

Condividi su:

QUINTAQ COLONNA

di Andrea Zhok

Fonte: Andrea Zhok

Ieri ho assistito in diretta ad un grande classico dei nostri tempi: la costruzione mediatica in diretta del nemico come ‘subumano’.
A fronte delle svariate proteste contro il Green Pass che si sono svolte in Italia, al telegiornale (La7, Sky, Tg3) i protestatari sono stati tratteggiati come “Assembramento di No Vax, No Mask e vari gruppi negazionisti, accomunati da un sordo rancore verso la scienza”. Un’appropriata selezione delle scene più imbarazzanti e delle interviste più sconclusionate ha perfezionato la confezione mediatica del ‘villain’.
Non mi interessa qui entrare di nuovo nel merito delle ragioni e dei torti sullo specifico provvedimento, di cui il minimo che si dovrebbe ammettere in buona coscienza è che è controverso.
Molto più interessante è la forma della costruzione del ‘nemico interno’ nelle vesti dell’IGNORANTE.
La costruzione di un nemico interno espleta da sempre preziose funzioni per il controllo sociale. Ma qui ad essere decisivo è il tipo di stigma: chi protesta lo fa perché IRRIMEDIABILMENTE IGNORANTE.
Da un lato ci sarebbe la “voce della scienza”, voce che, negli ultimi 2 anni sul tema Covid è cambiata con il ritmo dei cambi di biancheria, e in modalità difformi tra diversi paesi, ma che tuttavia esige di essere di volta in volta accettata senza discussioni perché “democrazia è fidarsi di chi sa” (e tutto il resto è populismo).
Dall’altro lato troviamo invece la calca bruta dei dubitanti, di quelli che non accettano che “la scienza non è democratica”. E dunque, ça va sans dire, non può essere democratica neanche una democrazia che usa una manciata di asserti scientifici da prima serata, senza dibattito scientifico, per giustificare decisioni eminentemente politiche.
Il ruolo della stigmatizzazione del cittadino di seconda classe come “ignorante” è cruciale perché va al cuore del funzionamento delle democrazie.
Qualcuno potrebbe chiedersi se si sia fatto qualcosa per colmare tale “ignoranza”; o se non si sia invece preferito coltivarla accuratamente, smantellando l’informazione e la formazione pubblica per decenni, per poi farsene scudo alla bisogna.
Ma credo che più interessante di questa discussione sia una discussione differente, ovvero l’identificazione dell’ignoranza come male sociale.
Ora, la prima cosa su cui dovremmo riflettere è che in un senso abbastanza rilevante tutti noi siamo drammaticamente ignoranti. Ignoriamo di solito come riparare un’auto, come tradurre un testo, come saldare una lamiera, come rendicontare una paga, e poi ignoriamo di norma come si vive nel paesello accanto, chi ha quali problemi, chi si guadagna da vivere come, e ancora, ignoriamo chi finanzi quali fonti di informazione e perché, ignoriamo se le iniziative prese per l’ambiente siano una sceneggiata o meno, ecc. ecc. Noi tutti, anche chi vive di studio, sguazza necessariamente nell’ignoranza. Lo scienziato che si occupa di sistemi immunitari può non sapere nulla del funzionamento della medicina di base, l’esperto ministeriale può non avere alcuna idea degli impatti sociali ed economici delle sue affermazioni, ecc.
Tuttavia, di per sé questa ignoranza diffusa non è necessariamente destinata ad essere socialmente dannosa, nella misura in cui:
1) esiste una diffusa consapevolezza della propria fallibilità, e
2) esistono meccanismi politici di mediazione tra i vari limiti umani e conoscitivi da cui siamo afflitti (la democrazia ha in ciò le sue caratteristiche idealmente migliori).
Ecco, quello che succede nell’Italia odierna è la costruzione sistematica dell’opposto di queste due istanze.
Si costruisce sistematicamente l’inconsapevolezza della propria fallibilità, che è quanto a dire che si costruisce un sottofondo di arroganza saccente orgogliosa di sé.
E si mettono in campo meccanismi politici che mirano non a mediare, spiegare, educare, convincere, ma a stigmatizzare, disprezzare, denunciare, esacerbare.
A ben vedere esistono due forme di ignoranza socialmente nociva.
La prima è quella che qualunque intellettuale impara a odiare molto presto. È l’ignoranza tronfia tipica dell’anti-intellettualismo militante, di chi ti spiega che l’università della vita basta e avanza, e che irride come astruseria tutto ciò che travalica l’intorno delle proprie esperienze quotidiane. Questo tipo di atteggiamento non è semplicemente ignorante, ma se ne fa vanto. La ragione per cui questo atteggiamento è precocemente odiato dagli intellettuali è facilmente comprensibile: è un ostacolo attivo, anche personale, a tutti i propri sforzi. Questa forma di ignoranza è nota, e abbastanza diffusa, anche se non bisogna credere che sia una disposizione popolare generale, perché non lo è affatto.
La seconda forma di ignoranza è invece di solito completamente dissimulata, pur essendo almeno altrettanto nociva.
Si tratta dell’ignoranza effettuale di quelli che hanno appreso i rudimenti formali di un sapere superiore senza superarne mai la superficie.
Molti, moltissimi tra coloro i quali detengono titoli di studio terziario hanno appreso solo i gesti mentali, le forme espressive, le parole d’ordine per farsi passare come ‘competenti’. Questi maneggiano gli strumenti culturali con la stessa sapienza con cui Stanlio e Ollio maneggiavano la scala da imbianchino e il secchio della vernice nelle comiche.
Hanno imparato faticosamente le parole giuste, gli atteggiamenti che li mettono al riparo da domande che potrebbero mostrare la materia molle sotto la loro impanatura di conoscenza. Gesticolano a fette grosse robe come il libertarismo alla Foucault, il cosmopolitismo alla Kant, la non-violenza alla Gandhi, et similia e si sentono per ciò stesso parte di un’élite, che può guardare dall’alto in basso la plebe.
Questa tipologia di ignoranti trova spesso ospitalità in luoghi deputati alla formazione e informazione, dove si adattano perfettamente, non avendo mai neppure lontanamente capito il potenziale emancipativo di ciò che hanno studiato, e si accomodano dove possono ricevere disposizioni, ordini e veline, che li facciano sentire dalla parte dell’élite dei giusti.
Questi ignoranti rappresentano il perfetto contraltare dell’arroganza anti-intellettuale.
Essi si sentono riconfermati nella propria superiorità dall’esistenza dell’anti-intellettualismo plebeo; e al tempo stesso con la loro esistenza riconfermano nella loro visione i primi, che riconoscono la vuota retorica e la supponenza dogmatica di gente che si barrica dietro ad un titolo con valore legale; e ne traggono conferma dell’inutilità degli studi.
Questa dinamica di rinforzo reciproco delle due forme di ignoranza dovrebbe essere composta, limitata e moderata dalla politica, che dovrebbe idealmente essere rappresentata da soggetti che, proprio perché non appartenenti a nessuna delle due classi di ignoranti, non ha alcun disprezzo per l’ignoranza in sé, ma solo per l’arroganza che vi si può abbinare.
Invece ciò che accade di fatto è che la politica odierna è pervasa di ignoranti, specificamente del secondo tipo, che, convinti come sono di essere parte dell’élite dei giusti, si sentono sempre più a disagio con la democrazia reale, e la riducono a vuoto rituale.
Essi brandeggiano lo stigma dell’“Ignoranza degli sgrammaticati” perché ciò li riconferma nella propria presunzione e gli evita lo sforzo, cui non sono attrezzati, di capire le ragioni altrui, anche quando sgrammaticate.

“Traditionis Custodes “: comunicato dell’Istituto Mater Boni Consilii

Condividi su:

Segnalazione del Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza

Comunicato dell’Istituto Mater Boni Consilii sul “Motu Proprio” Traditionis Custodes   

Come tutti sanno, il 16 luglio 2021 è stata pubblicata la “lettera apostolica sotto forma di motu proprio” Traditionis custodes accompagnata da una lettera dell’attuale occupante della Sede Apostolica ai suoi Vescovi (i “custodi della Tradizione” di cui sopra) con la quale – con inusuale fretta, promulgando immediatamente il documento con la sola pubblicazione sull’Osservatore Romano – vengono revocate le concessioni fatte dal suo predecessore con il “motu proprio” Summorum Pontificum cura del 7 luglio 2007.

A proposito di questo nuovo “motu proprio” valgono da parte nostra le riflessioni e le conclusioni già da noi espresse in occasione del precedente ora parzialmente revocato:  https://www.sodalitium.biz/comunicato-riflessioni-sul-motu-summorum-pontificum-2/

I due documenti sono in evidente opposizione, e forse non solo nelle scelte pastorali (uno revoca le concessioni dell’altro) ma anche su di una questione di principio: sapere cioè se il Rito Romano avrebbe due forme liturgiche (quella ordinaria e quelle straordinaria, per utilizzare l’espressione del documento del 2007) o se la sua unica espressione è quella del rito riformato (come afferma l’attuale documento riprendendo le dichiarazioni di Paolo VI nel concistoro del 24 maggio 1976).

Essi hanno tuttavia un fondamentale punto comune:

sia il m.p. Summorum Pontificum sia il m.p. Traditionis custodes impongono a chi utilizzasse il messale romano del 1962 (di Giovanni XXIII) il riconoscimento della legittimità, della validità e della santità della riforma liturgica in applicazione del Concilio Vaticano II. Su questo punto i due documenti differiscono solo in questo: il m. p. del 2007 presume l’accettazione del Concilio e della Riforma liturgica da parte di chi si avvarrà delle sue concessioni, mentre il m. p. del 2021 revoca dette concessioni perché pretende constatare una diffusa non accettazione di quanto sopra.

Ora, di due cose l’una: o coloro che si avvalgono del messale romano (del 1962) riconoscono l’autorità degli occupanti della Sede Apostolica dal 1965 in poi, e conseguentemente la legittimità, la validità e la santità del messale riformato, ed il valore magisteriale dei documenti del Vaticano II, oppure no.

Nel primo caso, non si vede perché essi provino delle difficoltà a celebrare con il rito riformato, o ad assistere al medesimo, in spirito d’obbedienza a colui che reputano essere Vicario di Cristo e Successore di Pietro, il quale ha tra l’altro espresso il voto che tutti finiscano con l’adottare il messale di Paolo VI: un rito della Chiesa, promulgato dall’autorità della Chiesa, d’altronde, non può essere che legittimo, valido e santo. Nel secondo caso, il m.p. Traditionis custodes avrebbe ragione in questo (l’inconciliabilità dei due riti) ed i sacerdoti e fedeli alla tradizione cattolica dovrebbero coerentemente rifiutare ogni concessione fondata sull’accettazione del Vaticano II e dei nuovi riti, e non dovrebbero avvalersi dei due motu proprio, né quello del 2007 né quello attuale.

Ora, il nuovo rito della messa (e dei sacramenti) è stato redatto esplicitamente nello spirito del movimento ecumenista avallato dal Vaticano II: si propone cioè non di difendere le verità della Fede, specie il sacrificio della Messa, il sacerdozio, la Transustanziazione, quanto piuttosto di andare incontro a chi queste verità di fede rigetta, al seguito di Martin Lutero (l’eresiarca omaggiato dagli ultimi occupanti della Sede Apostolica, in particolare dall’autore di Traditionis custodes); non può quindi essere un rito della Chiesa, né pertanto venire da una legittima autorità della Chiesa.

Insomma: la chiave di tutto consiste nel riconoscere la legittimità di Paolo VI che ha promulgato la “costituzione apostolica” Missale romanum, riconosciuta la quale (come fa la stessa Fraternità San Pio X, beneficiata come mai prima, paradossalmente, proprio dall’autore di Traditionis custodes) ne segue inevitabilmente il dover riconoscere la legittimità, la validità e la santità della riforma liturgica nel suo insieme, e la necessità, al di là delle astuzie dei canonisti, di uniformarsi alle disposizioni del m. p. Traditionis custodes.

In base a queste considerazioni, concludiamo:

  • Il m. p. Traditionis custodes – come pure il m. p. Summorum Pontificum e la “costituzione apostolica” Missale Romanum non sono un documento della Chiesa. Non si deve loro pertanto obbedienza o disobbedienza, né devono essere aggirati, ma ignorati.
  • Il m. p. Traditionis custodes, pur non essendo espressione del diritto e della dottrina della Chiesa, è però insigne testimonianza dell’avversione profonda dei neo-modernisti e degli ecumenisti filo-luterani contro la liturgia immemoriale della Chiesa Romana, manifestando così l’incompatibilità dei due riti: i riformatori vogliono far scomparire il rito cattolico, i cattolici devono ottenere da Dio e da un legittimo Pontefice che quello riformato sia cacciato dalle nostre chiese e dai nostri altari.
  • “Non si può servire a due padroni”. Il m. p. Traditionis custodes conferma l’impossibilità di essere e di celebrare in comunione con colui che ha come scopo dichiarato la soppressione della messa e dei sacramenti della Chiesa.
  • “Non si può servire a due padroni”. Il m. p. Traditionis custodes potrà avere l’involontario benefico effetto di aprire gli occhi ai dubbiosi, e di far cessare delle celebrazioni “tradizionali” spesso dubbiosamente valide e comunque sempre oggettivamente ingannatrici dato il presupposto dell’accettazione del Vaticano II e della riforma liturgica.
  • I sacerdoti dell’Istituto Mater Boni Consilii continueranno pertanto tranquillamente a celebrare il Santo Sacrificio della Messa e ad amministrare i santi Sacramenti senza essere in comunione con gli occupanti materiali ma non formali della Sede Apostolica, seguendo i venerati libri liturgici della Chiesa Cattolica Romana promulgati da Papa San Pio V e dai suoi successori, e secondo le rubriche di San Pio X.

Verrua Savoia, 21 luglio 2021.

Omelia del 18 luglio 2021 sul medesimo argomento:

 

Comunicato del Circolo “Christus Rex-Traditio” sul Motu Proprio “Traditionis Custodes”

Condividi su:

COMUNICATO DEL CIRCOLO CHRISTUS REX-TRADITIO CIRCA IL MOTU PROPRIO “TRADITIONIS CUSTODES” DI J.M. BERGOGLIO

Il Motu Proprio “Traditionis Custodes” (visto il contenuto, questo nome sembrerebbe una presa in giro) di Bergoglio sulla “Messa in latino” fa chiarezza: rompe l’ambiguità dei suoi due predecessori, determinando l’impossibilità della convivenza sotto la stessa Chiesa delle due “lex orandi” perché non sono espressione della stessa “lex credendi”.
Noi Cattolici fedeli alla Tradizione riuniti nel Circolo “Christus Rex” lo sosteniamo da sempre: la “s-messa” di Montini, o Novus Ordo, è il rito espressione della fede ecumenista e criptoprotestante del Conciliabolo Vaticano II, mentre la Messa di San Pio V è l’espressione solenne della Fede Cattolica, Apostolica, Romana, come lasciataci da Gesù Cristo e sancita da tutto il Magistero Perenne dei Papi.
Questo Motu Proprio non è per noi cattolici del piccolo gregge rimasto fedele, nonostante lo tsunami conciliare. Per cui, per noi non cambia nulla, né per i sacerdoti che sono o vorranno finalmente dichiararsi “non in comunione” con la “Contro-Chiesa conciliare” e i suoi rappresentanti, seppur occupanti i Sacri Palazzi. La restaurazione arriverà, perché è stato predetto. “Le porte degli Inferi non prevarranno!”
Rompendo duramente l’ambiguità, Bergoglio crea una frattura con coloro che già vivevano col mal di pancia sotto la sua giurisdizione, inducendoli a una scelta coraggiosa ma conforme al Depositum Fidei, che potrebbe dimostrarsi provvidenziale: o con il piccolo gregge rimasto fedele Cattolico Apostolico Romano Integrale o con la “Contro-Chiesa ecumenista conciliare“. Il Signore saprà ricompensare la loro fedeltà, con le Grazie necessarie, spirituali e materiali, di cui non mancano mai i Suoi figli devoti.
Viva Cristo Re, Viva il Papato Romano!
*****************
NOTA IMPORTANTE, A MARGINE DEL COMUNICATO
Ciò che hanno scordato i “novatori”, da Montini a Bergoglio: “…Perciò, affinché tutti e dovunque adottino e osservino le tradizioni della santa Chiesa Romana, Madre e Maestra delle altre Chiese, ordiniamo che nelle chiese di tutte le Provincie dell’orbe Cristiano – dove a norma di diritto o per consuetudine si celebra secondo il rito della Chiesa Romana, in avvenire e senza limiti di tempo, la Messa, non potrà essere cantata o recitata in altro modo da quello prescritto dall’ordinamento del Messale da Noi pubblicato.
Nessuno dunque, e in nessun modo, si permetta con temerario ardimento di violare e trasgredire questo Nostro documento. Che se qualcuno avrà l’audacia di attentarvi, sappia che incorrerà nell’indignazione di Dio onnipotente e dei suoi beati Apostoli Pietro e Paolo.”
Papa San Pio V, Bolla Quo Primum Tempore, 19 luglio 1570 (ad pertetuam rei memoriam!)
17 Luglio 2021
Il Circolo “Christus Rex-Traditio”

Green pass, un gran pasticcio che stroncherà l’economia

Condividi su:

Questa storia del green pass è un gran pasticcio. Al di là della questione strettamente sanitaria, quella economica è devastante

Questa storia del green pass è un gran pasticcio. Al di là della questione strettamente sanitaria, quella economica è devastante. È la clamorosa dimostrazione di come una parte della nostra classe politica confonda la teoria con la pratica, il titolo di un decreto con la sua attuazione. Vi ricordate quando la dichiarazione dei redditi (chiamata 740) fu definita lunare? Essa era diventata incomprensibile ai più, difficile da compilare, adatta a indurre in errore e costosa. Il mondo del green pass, è una via di mezzo tra il castello di Kafka e il 740, applicato ai consumi degli italiani. Il suo primo effetto, nelle nobili intenzioni governative, avrebbe dovuto essere quello di contenere il virus: per ora ha contenuto le prenotazioni. È bastato l’annuncio. La Confesercenti ha fatto due calcoli. Le sole attività che loro rappresentano in un colpo solo e in pochi mesi perderebbero 1,5 miliardi di fatturato: bar e ristoranti 300 milioni. Il green pass è semplicemente stupido. E qui non poniamo questioni, altrettanto fondamentali, che hanno a che vedere con le nostre libertà. Come è altrettanto stupido definire no vax chi lo contesta. Essere dotati di un certificato per un grande evento, può essere ragionevole. Sono storie a sé, dotate di organizzazioni complesse e strutturate. Ma qualcuno si rende minimamente conto di che cosa voglia dire pretendere il patentino per bere un caffè? O andare al ristorante? O financo, come ha incautamente proposto la Zampa, per presentarsi al supermercato? Mettiamola solo sul piano pratico. Chi controlla? Quando costa sbagliare? Abbiamo introdotto un Qr code per emettere la fattura elettronica, cioè per pagare le tasse al ristorante, e qualcuno ci sa dire quanti lo hanno mai utilizzato?

Difficile pensare che in casa Confesercenti si annidi una pericolosa cricca di antivaccinisti. Più facile ritenere che ci siano piccoli imprenditori, distrutti da due anni di chiusure, che non sanno come pagare mutui, fornitori, banche, tasse e dipendenti. Milioni di italiani che sono appesi alle cervellotiche decisioni contenute in un decreto. E i consumatori? Come si fa a penalizzare chi non ha ancora fatto il vaccino? Ce ne sono milioni che sono ancora in fila o che devono rinunziare alla seconda dose perché tornano al paese di origine o vorrebbero andare in vacanza. Ah no, su questo in effetti sbagliamo. Stiano a casa. Altro che vacanze. E se dalle loro parti non c’è mare o montagna si accontentino delle vie del centro.

Un nuovo ghetto dove chi resta ha il privilegio di sapere la storia del suo vicino: non è stato ancora siringato.

 

DA

https://www.ilgiornale.it/news/cronache/pasticcio-green-pass-1963689.html

Dicendo “è stato partorito da una donna” col ddl Zan si rischia una denuncia!

Condividi su:

C’È UN FILO ROSSO CHE UNISCE L’IDEOLOGIA ICONOSCLASTA DEI BLM COI MOVIMENTI OMOSESSUALISTI

Milli Hill è una femminista inglese che da almeno dieci anni si occupa di sostenere le donne incinte. Sul suo sito ha scritto che trova anomalo l’utilizzo di alcune terminologie come ad esempio “persone che partoriscono (usata insieme o al posto di “donne”) e “maschio/femmina assegnato alla nascita”.

Non occorre essere dei letterati per comprendere la fondamentale importanza del linguaggio, perché da esso possono cambiare tante cose ed il senso della realtà potrebbe venire stravolto. Infatti la Signora Milli ha trovato molto strano il termine “assegnato” riferito al sesso del nascituro/a perché il sesso dei bambini viene solitamente determinato in test e scansioni prenatali, non alla nascita. Inoltre, fino a prova contraria sono solo le donne a partorire e non gli uomini, quindi Milli Hill ha conseguentemente criticato l’utilizzo dei termini “persone che partoriscono”.

La Hill, nel novembre scorso, scrisse su Instagram che sarebbe opportuno parlare di “donne” e non di “persone che partoriscono”, ricevendo insulti e minacce di ogni tipo da attivisti trans e transfemministe. La campagna d’odio l’ha indotta a chiudere la sua attività, ma lei ha continuato a parlare, opponendosi alla teoria di chi sostiene che i trans e le persone non binarie sarebbero ingiustamente escluse dalla categoria delle “persone che partoriscono”.

Questo esempio, che giunge in Italia attraverso un articolo di Francesco Borgonovo su La Verità del 17/07/2021 dovrebbe farci riflettere tutti, cattolici e non, sulle conseguenze di un’eventuale approvazione, senza modifiche alle restrizioni della libertà di opinione, contenute nella generica frase “istigazione alla discriminazione” del ddl Zan. Infatti, poiché il testo prevede che sia la discrezionalità del giudice a determinare la sussistenza di tale ipotesi di reato, qualora chiunque dicesse che è stato partorito da una donna potrebbe rischiare una denuncia da un ipotetico trans che si sentisse tagliato fuori dall’affermazione.

Qualora un giornalista o un medico o un opinionista sostenessero che i figli hanno bisogno di una mamma e di un papà per crescere meglio, oppure una femminista o un cattolico scrivessero che l’utero in affitto è una scandalosa mercificazione della donna e un potenziale danno, almeno sul piano educativo, per il bimbo, potrebbero incorrere nella ghigliottina sanzionatoria del ddl.

L’Antico Testamento dovrebbe essere modificato, laddove condanna la sodomia? I Vangeli, San Paolo, Santa Caterina da Siena e tutto il Magistero Perenne della Chiesa sull’omosessualità andrebbero corretti ed adeguati ai desiderata della legge positiva liberal? Non potrebbe salvarsi neanche l’art. 29 della Costituzione, laddove si afferma che “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio” perché verrebbero meno il termine di “società naturale” che sarebbe restrittivo ai soli uomo e donna, nonché il “matrimonio” perché è restrittivo rispetto alla convivenza ed all’unione civile.

Per non parlare, poi, della letteratura, dell’arte, della cinematografia, della satira, che dovrebbero essere tutte modificate o censurate laddove qualcuno che nel mondo senta di appartenere ad una delle 420 “identità di genere” finora contate Oltreoceano si ritenga discriminato da Dante o da Shakespeare. E’ il filo rosso che unisce l’ideologia iconosclasta dei BLM coi movimenti omosessualisti ed è anche la pericolosa deriva liberticida che tutti rischiamo.

E’ plausibile chiedersi cosa effettivamente vogliano fare i nostri politici “conservatori”, che avrebbero già potuto affossare il ddl Zan in Senato, ma che sono stati assenti ingiustificati. Accettare la proposta di legge Zan significa tagliare le radici ideali della “controrivoluzione” esercitata all’interno del Parlamento, ovvero l’opposizione alla sovversione dell’ordine naturale e divino e annientare un patrimonio etico e politico di portata storica, spalancando porte e finestre al Pensiero Unico politicamente corretto globalista, cadendoci dentro per sempre.

Domine, salva nos, perimus; impera et fac, Deus, tranquillitatem magnam. Porro homines, cum vidissent quod fecerat signum, dicebant: qualis est hic, quia ventis imperat et mari, et oboediunt ei“.

DA

Dicendo “è stato partorito da una donna” col ddl Zan si rischia una denuncia!

Immigrazione, giro di vite anche in Svezia: via il permesso permanente

Condividi su:

Roma, 22 lug — Stretta sull’immigrazione in Svezia, stop ai permessi di soggiorno permanenti. Il mese scorso il parlamento svedese ha approvato una legge che renderà limitata nel tempo la permanenza dei rifugiati nel Paese. Il provvedimento andrà in sostituzione della legislazione temporanea introdotta cinque anni fa nel tentativo di ridurre il numero record di richieste di asilo.

Svezia, stretta sull’immigrazione

Prima del 2016, infatti, dal 1984 il paese scandinavo aveva sempre rilasciato permessi di soggiorno permanente a immigrati e richiedenti asilo. Le nuove regole, introdotte dal governo socialdemocratico-verde a fine aprile, ribaltano questa norma. I permessi saranno rinnovati solo se permangono le stesse circostanze in cui sono stati rilasciati. La legge introduce inoltre l’obbligatorietà di sottoporsi a test di lingua svedese e di educazione civica per chiunque desideri rimanere nel Paese più a lungo.

Protestano le Ong

Scontate le proteste di alcuni gruppi pro immigrazione, come Amnesty Sweden. Le nuove norme sull’immigrazione avranno effetto su chiunque entrerà in Svezia con un visto di lavoro, per studio o sulle famiglie in cerca di residenza permanente. I nuovi arrivati ​​dovranno soggiornare in Svezia per almeno tre anni prima di presentare domanda per la residenza permanente.

Gli immigrati che si trasferiscono in Svezia per unirsi a un membro della famiglia riceveranno solo un permesso di soggiorno temporaneo. Devono inoltre dimostrare di potersi mantenere raggiungendo una soglia di reddito di 8.287 corone (circa 809 euro) al mese per l’anno 2021. L’Agenzia svedese per l’immigrazione ha specificato che la legislazione introdotta non è transitoria, quindi gli immigrati che hanno presentato domanda di residenza permanente prima del 20 luglio verranno trattate ai sensi della nuova legge. Il disegno di legge finale non contiene però limiti al numero di richiedenti asilo.

Cristina Gauri

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/immigrazione-svezia-permesso-permanente-202113/

Il ddl Zan va in vacanza. Che ci resti

Condividi su:

Piano a salutarlo come un trionfo, perché non lo è. Tuttavia lo slittamento a settembre della discussione al Senato del ddl Zan costituisce una indubbia vittoria pro family sia perché, fino a poche settimane fa, i sostenitori della legge arcobaleno davano la pratica per chiusa – invece è ancora apertissima -, sia perché offre tempo prezioso per continuare a segnalare le criticità di un provvedimento che, semplicemente, ne ha una marea. Ripassiamo le dieci principali. Primo: si basa su una menzogna, ossia un’impennata di violenze di matrice omotransfobica che avrebbero luogo in Italia e di cui, a oggi, non c’è uno straccio di prova. Secondo: il ddl Zan presuppone un vuoto normativo di cui, pure qui, manca ogni evidenza. Terzo: come sottolineato anche da Mario Capanna, storico leader della sinistra radicale, aggiunge «reati non diritti».

Quarto: consegna a pm e giudici un impianto fumoso che, da una parte dilata l’arbitrio della magistratura, e, dall’altra, mina quella base dello stato di diritto secondo cui il cittadino deve poter sapere prima da quali condotte deve tenersi alla larga. Quinto: introduce concetti puramente ideologici, su tutti quell’«identità di genere» quale «percezione di sé» che, già antropologicamente – figurarsi sul piano giuridico – è devastante. Sesto: mette di mezzo i bambini, prevedendo iniziative ufficialmente contro le discriminazioni ma, di fatto, ad alto tasso ideologico in scuole «di ogni ordine e grado» (articolo 7). Settimo: prevedendo che iniziative arcobaleno debbano aver luogo in ogni istituto, si va a menomare il primato educativo delle famiglie, che devono rimaner libere di diffidare di concetti – primo su tutti l’«omofobia» – che, per quanto ormai di uso comune, continuano a presentare profili critici.

Ottavo: è pure di dubbia utilità, dato che nei Paesi che hanno introdotto norme simili le discriminazioni, anche a distanza di dieci anni, restano molte e in crescita. Nono: è contraddittorio, dato che all’articolo 10 chiama in causa l’Oscad – osservatorio incardinato presso il Viminale – per la «realizzazione di politiche per il contrasto della discriminazione», dimenticando che proprio di dati raccolti dal 2010 in poi dall’Oscad smentiscono l’esistenza di una emergenza che giustifichi il ricorso alla legge penale. Decimo: è una legge ipocrita, perché nella sua formulazione attuale chiama in causa la tutela della disabilità, ma però lo fa richiami tardivi (aggiunti con degli emendamenti alla Camera) e pure parziali (l’articolo 7, dedicato alle scuole, della disabilità non parla). Riassumendo, siamo davanti a un mostro giuridico, fatto e finito.

A meno che, ovvio, non si voglia dare ad un testo falso, pretestuoso, ideologico, contraddittorio e ipocrita un aggettivo riassuntivo e più cattivante. Auguri. Ma il punto, ora, non è quale qualifica dare al ddl Zan, bensì far capire al centrodestra che una simile norma più che corretta va cestinata. Per il semplice fatto che più che aggiungere tutele ne toglie; più che dare qualcosa alle persone con tendenze non eterosessuale, toglie tantissimo a tutti – in primis a chi condivide un’antropologia fondata sul diritto naturale – e, quel che è peggio, getta le basi per l’utero in affitto, le adozioni omogenitoriali e via di questo passo, come dichiarato in piazza a Milano da Marilena Grassadonia, esponente Lgbt che almeno ha il pregio dell’onestà intellettuale. Ora, urge forse una legge simile, tanto più in un Paese famigerato per averne già troppe? Pare proprio di no. Per cui, caro ddl Zan, buone vacanze. E ovunque tu vada, restaci.

DA

Il ddl Zan va in vacanza. Che ci resti

Governo cinese ordina ai protestanti di predicare il discorso comunista di Xi Jinping

Condividi su:
L’EDITORIALE DEL LUNEDÌ
di Leonardo Motta

Funzionari del governo comunista cinese hanno ordinato ai pastori
della comunità protestanti controllate dallo stato di studiare e
predicare il discorso del presidente Xi Jinping del 1° luglio in
occasione del centenario della fondazione del Partito Comunista Cinese
(PCC).
Secondo quanto riportato dalla rivista Bitter Winter, le direttive
sono state annunciate durante la conferenza nazionale del Movimento
patriottico delle Tre Autonomie, l’organismo controllato dallo Stato
delle comunità ecclesiali protestanti nella Cina continentale, e del
Consiglio cristiano cinese, che sovrintende all’educazione nelle
chiese delle Tre Autonomie, .
Così il tema della conferenza dell’8 luglio è stato
sull'”Apprendimento e attuazione dello spirito del discorso del 1°
luglio del segretario generale Xi Jinping” ed è stata guidata da Xu
Xiaohong, presidente del Movimento patriottico delle Tre Autonomie e
Wu Wei, presidente del Consiglio cristiano cinese.
Entrambi i gruppi sono supervisionati dal Dipartimento del Lavoro del
Fronte Unito, l’intelligence generale e l’organo di coordinamento del
PCC che raccoglie informazioni, gestisce le relazioni e tenta di
influenzare individui e organizzazioni, compresi i gruppi religiosi
all’interno e all’esterno della Cina.
Durante la conferenza, i capi di gruppi nominati dallo stato hanno
affermato di sperare che i pastori della chiesa rendano il discorso
del presidente Xi un importante argomento di studio, la predicazione
nei suoi sermoni e un argomento di discussione per i gruppi di studio
della Bibbia.
Xu Xiaohong ha tenuto un sermone modello per i pastori basato su nove
punti del discorso che glorificava la Cina, il PCC e il presidente Xi.
Inoltre ha esortato i pastori a rendersi conto che il PCC e Xi hanno
portato al grande ringiovanimento della nazione cinese e che i
cristiani devono ripetere frequentemente due slogan: “Lunga vita al
grande, glorioso e corretto Partito Comunista Cinese! Viva il grande,
glorioso ed eroico popolo cinese!”. Xiaohong  ha insistito sul fatto
che le radici e il sangue del PCC sono nelle persone ed è il partito
stesso del popolo. Xu ha detto che il PCC ha portato grandi e
armoniosi sviluppi alle “cinque civiltà”: materiale, politico,
spirituale, sociale ed economico e per questo motivo i cristiani
dovrebbero fidarsi del PCC poiché ha governato con successo il Paese
per oltre 70 anni e dovrebbero unirsi al PCC nel dire alle potenze
straniere ostili che “l’era in cui la nazione cinese è stata
massacrata e intimidita è finita per sempre”, ha aggiunto. Il
funzionario ha anche avvertito che il mancato rispetto delle direttive
sarebbe considerata una violazione della sinicizzazione, condizione
necessaria per la sopravvivenza delle chiese in Cina.
La sinicizzazione mira a imporre regole rigide a società e istituzioni
basate sui valori fondamentali del socialismo, dell’autonomia e del
sostegno alla leadership del Partito comunista cinese. La Cina,
ufficialmente atea, riconosce l’entità giuridica di cinque religioni:
protestantesimo, cattolicesimo, buddismo, islam e taoismo.
Per decenni, le autorità cinesi hanno strettamente controllato i
gruppi religiosi ufficiali e perseguitato coloro che aderiscono a
gruppi non riconosciuti o non registrati, come la Chiesa di Dio
Onnipotente e il Falun Gong. Quest’ultimo è tra i 20 culti o gruppi di
credenze etichettati come “anti-Cina” o “culti malvagi”.
Dal 2018, con il pretesto di nuove normative in materia religiosa, le
autorità cinesi hanno chiuso centinaia di chiese e associazioni di
beneficenza ecclesiastiche, inclusi orfanotrofi gestiti da cattolici,
con l’accusa di operare illegalmente o violare le regole indottrinando
le persone con la religione.
Nel suo discorso energico durato circa un’ora, Xi aveva elogiato il
ruolo vitale del PCC nel gettare le basi della Cina moderna e aveva
avvertito che i tentativi di separare il partito dal popolo cinese
sarebbero falliti.
“Solo il socialismo può salvare la Cina, e solo il socialismo con
caratteristiche cinesi può sviluppare la Cina. Non permetteremo mai a
nessuno di intimidire, opprimere o soggiogare la Cina. Chiunque oserà
tentare di farlo sarà colpito con il sangue sulla testa contro la
forgiata Grande Muraglia d’Acciaio. da oltre 1,4 miliardi di cinesi”,
aveva detto Xi in quella che sembrava una velata minaccia per
l’Occidente.
Xi aveva anche affermato che la Cina ha un “impegno costante” per
l’unificazione con Taiwan. Anche se la Taiwan democratica da tempo è
un paese indipendente, la Cina la considera ancora una provincia
separatista e parte del suo territorio ed ha minacciato di voler
annettere Taiwan militarmente.
“Nessuno dovrebbe sottovalutare la determinazione, la volontà e la
capacità del popolo cinese di difendere la propria sovranità nazionale
e integrità territoriale”, ha affermato Xi.

Leonardo Motta

Il report che annienta gli ultrà del ddl Zan

Condividi su:

Analizzati ben 3,2 milioni utenti sui social. Il sentiment è negativo nel 58,1% dei casi. Ecco il report che mette nell’angolo tutta l’ideologia di Letta e degli ultrà del ddl Zan

Come pensate che la prenderanno i paladini del ddl Zan? Probabilmente malissimo. Ma i numeri non mentono. Secondo un report realizzato in esclusiva per il Giornale.it dalla piattaforma Human, la maggioranza degli italiani mal digerisce la legge che tanto sta accendendo il web (e la politica) in questi giorni. Sui principali social network quasi il 60 per cento (il 58,1% per la precisione) dei post ha, infatti, un sentiment negativo.

E adesso chi glielo va a dire a Chiara Ferragni e al marito Fedez, che ai pollicioni alzati verso l’alto tengono tantissimo? Per i due influencer, che si sono spesi in prima persona a favore dell’approvazione del ddl Zan, è sicuramente una doccia fredda, ma il vero che ne esce con le ossa rotte è Enrico Letta. Dopo i flop incassati sullo ius soli e sulla reintroduzione della tassa di successione, il segretario piddì ha puntato tutto su un’altra battaglia profondamente divisiva: la legge contro la omotransfobia, appunto. E dire che noi del Giornale.it avevamo previsto tutto già a inizio giugno pubblicando un sondaggio top secret che svelava il perché del repentino crollo nei sondaggi del Partito democratico. Già allora le percentuali parlavano chiaro: oltre il 60 per cento si era detto contrario alla legge bavaglio che, mascherandosi dietro la lotta alla omotransfobia, rischia (se approvata come vorrebbero i dem) di introdurre pesanti restrizioni alla libertà di pensiero; oltre il 75 per cento, invece, diceva “no” al reintorno dell’ingiusta imposta che fa cassa sui patrimoni lasciati agli eredi; quasi il 70%, infine, non voleva nemmeno sentir lontanamente parlare di cittadinanza facile ai figli degli immigrati.

Per il momento Letta ha deciso, per nostra fortuna, di accantonare le crociate a favore dello ius soli e della tassa di soggiorno. Per quanto riguarda il ddl Zan non intende fare altrettanto. Sembra, infatti, determinato ad andare fino in fondo. Non che non avrebbe la possibilità di tornare sui propri passi. Ancora ieri Matteo Salvini gli ha proposto di vedersi “prima che il testo arrivi in Aula” in modo da emendare “i punti critici”, ovvero gli articoli 1, 4 e 7. E anche Matteo Renzi gli ha consigliato di mediare. “Così nel giro di qualche ora approviamo la legge…”, ha fatto presente. “Se qualcuno del Pd vuole fare di questa una battaglia di bandiera in vista delle elezioni – ha chiosato – è una vergogna, smettiamola con il muro contro muro”.

Dall’analisi fatta dalla piattaforma Human, che nell’ultimo mese ha mappato 21mila post e analizzato 17mila commenti, andando a intercettare il parere di ben 3,2 milioni di utenti su Facebook, Twitter e Instagram, emerge chiaramente come questa polarizzazione abbia spostato il focus della discussione. Le liti all’interno della maggioranza (in particolar modo gli scontri tra Renzi e Letta e tra Salvini e Letta) e i post al veleno con i Ferragnez hanno, infatti, contribuito ad alzare all’inverosimile la temperatura sui social e in parlamento.

Il muro contro muro voluto da Letta finisce rischia ora di scontentare anche quei parlamentari che inizialmente si erano detti favorevoli al ddl Zan. In una intervista al Corriere della Sera la senatrice di Forza Italia Barbara Masini glielo ha detto chiaro e tondo: “Non stiamo giocando la finale degli Europei. Per avere una legge si può accettare anche di togliere qualche bandierina”. Lo stesso Renzi ha invitato i dem a smetterla di “inseguire gli influencer” e “tornare a far politica”. Viste le premesse, il dibattito difficilmente tornerà a distendersi. Tanto che resterà tra i temi caldi delle rassegne estive. Una su tutte Ponza d’Autore che venerdì prossimo ospiterà una tavola rotonda su I colori dell’arcobaleno.

Va detto che nemmeno la destra ha risparmiato duri colpi agli avversari. Se però da una parte, come emerge dal report di Human, Salvini ha mirato semplicemente a un posizionamento “anti ddl Zan”, dall’altra Giorgia Meloni ha allargato a quanti sono a favore della famiglia tradizionale e a preservare l’assetto consolidato della società. Dall’analisi delle conversazioni generate dai post dei due leader spiccano infatti parole chiave come “mamma e papà”, “libertà”, “famiglia tradizionale” e “uomo e donna”. Termini che, invece, spariscono del tutto nei commenti ai post del segretario dem.

 

DA

https://www.ilgiornale.it/news/politica/report-che-annienta-ultr-ddl-zan-1962910.html

1 95 96 97 98 99 100 101 863